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Autore: admin

Dare forma al quotidiano: l’accoglienza nel Ser.T.

Il processo di accoglienza in un Ser.T. è parte integrante e fondante il progetto terapeutico del servizio; esso caratterizza e qualifica il Ser.T. come istituzione pubblica di cura e aiuto ed imposta il modello terapeutico, teorico e pratico, da offrire all’utenza. Il processo di accoglienza definisce dunque il Ser.T. stesso, i propri modelli ideologici e teorici di riferimento, le pratiche e le modalità di relazione con l’utenza e tra gli operatori, i processi comunicativi informali e formali, il clima del servizio, la metodologia progettuale.

Quale spazio e clima “istituzionale”

La prima riflessione circa l’accoglienza in un Ser.T. riguarda il rapporto tra domanda e offerta. E’ noto come l’offerta condizioni la domanda – è un principio valido in qualsiasi ambito istituzionale e di mercato – ed è quindi estremamente significativo che tipo di organizzazione l’utente incontra quando entra nel servizio. In questo senso sono diversi gli elementi da considerare che riguardano l’intero setting istituzionale: come sono organizzati gli spazi e i tempi e come vengono giocati i ruoli sia tra gli operatori che tra gli operatori e gli utenti. E’ evidente che un servizio pubblico quale è il Ser.T., che ha l’obbligo della risposta e si deve predisporre ad accogliere una utenza in difficoltà e per specifiche caratteristiche spesso resistente alla cura, deve organizzare spazi e costruire un “clima” istituzionale per definizione accoglienti e in grado di non sviluppare emotivamente ulteriore resistenza; i tempi di ricevimento dovrebbero essere segnati da una certa flessibilità e i ruoli degli operatori tesi a una relazione aperta con l’utenza e non troppo rigidi tra loro (nella fase di accoglienza è importante che qualsiasi operatore incontri l’utenza abbia una coerenza comportamentale e metodologica comune a tutto il gruppo e ciò è possibile se i ruoli non sono irrigiditi nelle proprie funzioni).
Nell’ambito del rapporto tra domanda e offerta nelle istituzioni che si occupano della cura della patologia da dipendenza, vi è da considerare che nella maggioranza dei casi la persona tossicodipendente identifica il problema con il sintomo, ossia con la “dipendenza” alla quale sono correlati i problemi di astinenza e degrado esistenziale e sociale. Smettere l’assunzione e l’abuso di sostanze stupefacenti è nella fantasia di molti utenti collegato all’eliminazione dell’astinenza e alla riacquisizione di opportunità socio esistenziali. In altre parole è frequente nelle rappresentazioni degli utenti la sottovalutazione del problema, la presunzione del controllo e della gestione delle sostanze, la resistenza ad entrare in un rapporto terapeutico che affronti la complessità della questione nei termini di un’indagine degli aspetti critici e latenti della propria esistenza e della demolizione degli stereotipi psichici e comportamentali a monte della dipendenza.
Definita dall’OMS “sindrome biopsicosociale” (1981), la patologia da dipendenza necessita di un approccio terapeutico multidisciplinare che deve integrare risposte sanitarie e psicosociali. Da un punto di vista organizzativo, i Ser.T. si strutturano attorno a modelli terapeutici molto diversificati a seconda degli assetti (di potere) ideologici, epistemologici ed istituzionali.

Solo una richiesta sanitaria?

Nella maggioranza dei casi un utente che si presenta autonomamente presso il Ser.T. fa in primo luogo una richiesta sanitaria: eliminare i sintomi dell’astinenza fermando così il malessere fisico, l’emorragia di denaro, il degrado potenziale o in atto. E’ questa la prima fase dell’accoglienza: il medico incontra la persona che porta tale richiesta ed offre una risposta sanitaria che blocca l’assunzione sostanze stupefacenti e inizia un percorso di cura che può prevedere a seconda dei casi la disintossicazione, la prescrizione di metadone, controlli urinari e delle eventuali patologie correlate. Tornando al discorso iniziale, se la prima figura operativa che l’utente incontra quando entra in servizio è un medico, e questi non indirizza o non riesce a indirizzare la persona tossicodipendente a un’altro operatore dell’area relazionale, il percorso di accoglienza si ferma nella formalizzazione più o meno rigida di un rapporto terapeutico centrato sulla relazione duale medico-paziente e in cui gli infermieri dell’ambulatorio possono giocare un ruolo significativo nel processo di accoglienza, nel lavoro motivazionale, nella mediazione verso altre opportunità terapeutiche, a seconda dell’assetto più o meno sanitarizzato del servizio. Se il medico è anche psichiatra, egli potrà iniziare un’indagine diagnostica di tipo psichico ed acquisire ulteriori elementi necessari ad una più complessa e completa risposta terapeutica. Rimarrà il problema di una strutturazione del rapporto terapeutico centrato sulla pressoché totale sanitarizzazione della diagnosi e della risposta – questo certamente a patto che il medico voglia giocare esclusivamente questo tipo di vincolo. Questo tipo di rapporto è spesso simmetrico alle fantasie di cura degli utenti e funzionale al loro bisogno di dipendenza: di fatto continuano a ruotare attorno alle sostanze (metadone, farmaci, psicofarmaci) e a chi gliele dà. In un certo senso questo rapporto riproduce lo stereotipo della dipendenza ed è esattamente ciò che molte persone tossicodipendenti ricercano, “premendo” di conseguenza sui medici per non uscire da questa relazione ambulatoriale che non consente loro di costruire qualcosa di diverso da ciò che hanno sempre fatto e in definitiva di liberarsi sia dalla dipendenza da sostanze sia dal servizio, entrando in un perverso viaggio di andata e ritorno dal quale non escono più.
Se altrimenti la persona che entra al Ser.T. cercando aiuto incontra – in prima battuta oppure insieme al medico oppure immediatamente dopo – un operatore psicosociale, questi può offrire subito una risposta non speculare alla sua richiesta ed iniziare un rapporto terapeutico centrato sul soddisfacimento di altri bisogni e su altri modelli di relazione.
In particolare un operatore psicosociale cerca di dare risposte a bisogni in primo luogo di tipo affettivo, socialità e appartenenza, attraverso cui passano ulteriori risposte di rassicurazione e contenimento. E’ chiaro che la persona che arriva presso il Ser.T., soprattutto se in crisi di astinenza, non trova ciò che cerca, e pure se non è in crisi, egli è motivato a riprodurre i modelli che conosce e cercare il soddisfacimento del bisogno di dipendenza, ed è per tale motivo che l’operatore psicosociale trova difficoltà e resistenze nel rapporto. Si tratta di “agganciare” la persona al servizio vincendo la resistenza e motivando ad una relazione fondata sul riconoscimento di altri bisogni e su altri modelli di significazione, comportamento, comunicazione alternativi ai suoi stereotipi psicologici e culturali.

Il ruolo dell’educatore

L’educatore è probabilmente l’operatore più indicato a questo compito. Nella sua specifica professionalità stanno la costruzione e la gestione di setting educativi e terapeutici meno rigidi di altri, spesso fondati sulla formalità del quotidiano, ed insieme la capacità di proporre relazioni “empatiche” con l’utente, tali da ridurre di molto la distanza culturale e psicologica tra l’universo esistenziale del soggetto in difficoltà e l’istituzione che egli rappresenta. Attraverso questa specifica competenza l’educatore può consentire all’utente di poter usufruire della molteplicità delle risposte terapeutiche del servizio.
Il lavoro sulla motivazione al rapporto non può che passare attraverso un‘iniziale “seduzione” fondata sulla condivisione, sul piacere e sulla rassicurazione. Il soggetto deve “sentire” la partecipazione al suo problema; l’educatore deve saper accogliere il disagio restituendoglielo in una forma elaborata, accettabile e “altra” rispetto ai significati che la persona vi ha sempre attribuito; il soggetto deve trovare piacere nello stare a conversare con un estraneo, non sentirsi invaso né obbligato ma a proprio agio e rassicurato. Per dare un’idea di come un educatore può svolgere questo compito, mi sembra significativa l’esperienza del Ser.T. di *** nel quale l’educatore utilizza il caffè come strumento mediatore. In un angolo del suo ufficio un fornelletto elettrico gli permette di fare caffè con la moka: il gesto di offrirlo e consumarlo insieme ai colleghi, all’utente, a più utenti, senza l’obbligo di un formale colloquio ma costruendo una situazione di socialità che possa consentire al comunicazione ha costituito una modalità di accoglienza che ha permesso la fondazione di relazioni di cura con soggetti altrimenti restii a “fermarsi” in un ufficio che non fosse l’ambulatorio per la distribuzione dei farmaci. In questo senso, la stretta collaborazione tra infermieri ed educatore, la medesima offerta relazionale fondata sul dialogo informale che può strutturare un profondo e formale rapporto terapeutico, è stile condiviso di una metodologia istituzionale e di équipe.
La porta dell’ufficio aperta quando non vi sono colloqui in atto, una disponibilità fatta di attese tranquille e non forzature, battute e ironia, di piacevolezza, costituisce un primo stadio di relazione fondata sul bisogno e sul piacere della socialità e della appartenenza. Il percorso di cura parte dall’idea che il servizio dovrà essere un punto di riferimento per un pezzo dell’esistenza della persona in difficoltà e tale punto di riferimento deve essere organizzato sull’appartenenza e la rassicurazione come modalità diverse e alternative di dipendenza, cioè centrate sulla relazione e non sulle sostanze. Considerando che ogni progetto di autonomia passa attraverso dipendenze che potremmo definire “sane”, antitetiche a quelle “tossiche” che negano ogni opportunità, il modello offerto rappresenta l’impostazione di modalità di rottura rispetto agli stereotipi psicologici e comportamentali proposti dall’utente, consentendo di suggerirgli qualcosa di nuovo ai suoi ripetitivi schemi di riferimento. Il percorso dell’accoglienza definisce dunque uno stile, un clima, una modalità di comunicazione che riguardano l’intero servizio e sanciscono come quel servizio pensa il proprio progetto terapeutico. La costruzione della motivazione alla cura da un punto di vista relazionale e non esclusivamente sanitario è già un atto terapeutico in corso e consente di poter indagare la problematicità della storia della persona e pensare le risposte più adeguate ai suoi bisogni, ai suoi vincoli e alle sue risorse, cioè di fondare il progetto terapeutico vero e proprio.

I percorsi dell’accoglienza

Le situazioni che possono presentarsi nell’accoglienza in un Ser.T. sono molto diversificate, tanto quanto le condizioni fisiche, culturali, psicologiche e sociali della persona che si presenta. In linea di massima, se il servizio si organizza per offrire un’accoglienza integrata in risposta sanitaria e psicosociale, una volta che l’educatore si trova di fronte al soggetto dovrebbe tenere presente una metodologia di intervento funzionale ai due obiettivi principali sopra accennati:
• motivare la persona a un percorso non esclusivamente sanitario;
• iniziare una prima lettura del bisogno.
La metodologia può prevedere:
• la costruzione di un setting del colloquio in cui lo spazio sancisca la strutturazione dei ruoli ma non ne definisca una distanza profonda (un ambiente caldo e poco “ospedaliero”, la scrivania sgombra di cose di modo che lo spazio interpersonale sia più vuoto possibile, un certo disordine che renda dinamico e vissuto l’ufficio, le sedie ad altezza simmetrica, possibilmente di medesima fattura, in cui si possa anche fumare ma con moderazione e con attenzioni – finestra aperta); in cui il tempo sia estensibile tra mezz’ora e un’ora a seconda degli esiti emotivi del colloquio; in cui tra i ruoli vi sia posto per il “tu” o per il “lei” reciproco a seconda delle consonanze relazionali dell’incontro (età/cultura dei soggetti in campo). In un certo senso il setting del primo colloquio tra educatore e utente deve avere alcuni spazi contrattuali che definiscano le regole del tipo di relazione che si instaura e non può essere rigidamente strutturato da una serie di norme istituzionali spesso implicite che spesso propongono un messaggio difensivo latente che allontana i potenziali utenti dalla relazione e dal servizio;
• un atteggiamento dell’educatore teso ad accogliere non solo il disagio ma anche le istanze esistenziali dell’utente, un atteggiamento empatico che consente di non rimandare al mittente il dolore o la visione del mondo che questi deposita sull’educatore;
• in base alla disponibilità del soggetto, al clima relazionale instaurato, l’educatore può più o meno spingersi oltre nella raccolta di informazioni necessarie ad una prima ipotesi diagnostica, e che riguardano la storia di dipendenza dalle sostanze, i significati che vi attribuisce, la storia familiare e sociale, le relazioni sentimentali e amicali, il lavoro, gli interessi, la rappresentazione di sé e degli altri, il sistema di idee che lo accompagna; insieme, lo informa sulle diverse opportunità terapeutiche del servizio e gli propone il percorso generale di accoglienza che prevede almeno un colloquio con lo psicologo e un altro che coinvolga il nucleo famigliare;
• la restituzione al soggetto di un senso dell’incontro. E’ importante che la persona che racconta di sé non abbia la sensazione di aver buttato via tempo e cose sue a qualcuno non in grado di raccoglierle e restituirgliele in un certo senso modificate o ritradotte. L’atto di restituzione è un atto di rispetto e partecipazione alla vita della persona, offre un’opportunità di rassicurazione e a volte di proporre significati sui quali il soggetto può riflettere anche fuori dall’incontro; è in altre parole fondamentale per motivare la persona alla relazione terapeutica in quanto stabilisce l’occasione di una relazione significativa con il servizio e tra educatore e utente.
Ora, la cura della dipendenza patologica è un processo complesso e di difficile risoluzione. La dipendenza patologica è correlata alla dimensione psichica generale della dipendenza, una delle questioni più profonde e arcane della condizione umana. Gli stereotipi psichici e comportamentali che hanno strutturato le personalità e le azioni dei soggetti tossicodipendenti resistono alla loro demolizione e questo vale per chiunque al di là della tossicodipendenza: abbandonare le difese o gli schemi di riferimento che hanno più o meno bene costruito la nostra struttura psichica è un processo arduo e spaventoso, ha a che fare con il cambiamento e tutti sappiamo quanto costi. Chi si occupa di aiuto e cura di tale problema con serietà sa che ha a che fare con una grande complessità e non vi sono soluzioni facili o miracolose. I processi di cambiamento passano sempre attraverso dinamiche affettive profonde, raramente si riesce a cambiare da soli e si ha bisogno di relazioni significative che motivino e attivino meccanismi psichici importanti che consentono appunto la modificazione degli schemi di riferimento.
Il percorso dell’accoglienza sopra esposto descrive l’impostazione di un modello teorico e pratico di aiuto e cura di persone tossicodipendenti. L’idea di fondo è consentire alla persona che si presenta presso un Ser.T. di essere accompagnato in un pezzo della sua vita potendo usufruire di diverse opportunità terapeutiche, di poter affrontare gli aspetti critici della propria storia che lo hanno messo in quelle condizioni, di poter avere un sostegno affettivo nella difficoltà. Gli esiti non sono scontati: la persona può o non può uscire definitivamente dalla sua condizione, certamente potrà stare meno male e potrà migliorare la propria situazione. Se la salute non è assenza di malattia ma una globalità di condizioni fisiche, psicologiche e sociali, questo tipo di approccio cerca di motivare il soggetto ad un percorso di cura globale che integra diverse risposte terapeutiche

Quanto è difficile nuotare sotto o sopra l’ onda della coca

Per capire qualcosa di quello che leggerete dopo, vi debbo raccontare qualcosa di me e dei fantasmi che mi porto dentro. Io ho una lunga storia di tossicodipendenza,durata circa venti anni: facendomi e non facendomi a periodi alterni, caratterizzati da sofferenze e piaceri condizionati in qualche modo dall’uso di sostanze. Questo "scansare" gli ostacoli mi ha procurato diverse conseguenze: perdere 1’affetto e 1’amicizia di molte persone, alcune delle qua1i morte per abuso di sostanze o effetti collaterali. Queste sono conseguenze che sentirò di dover pagare per il resto della mia vita o meglio "malavita". Nonostante sia passato ormai un anno e qualche mese che con fatica non uso più eroina, a volte mi capita di sentirmi solo e "disperso". Quello che vorrei tentare di farvi sentire e capire è 1’estrema "facilità" che ho nel ritornare sui miei passi e ripetere gesti, ricercare situazioni e azioni legate al mio passato/presente di tossicodipendente. Quando ci si ritrova senza amicizie, senza affetti e con poche cose chiare in testa, è molto facile rimettere, inconsapevolmente, tutto in gioco e vivere "vite parallele", una sotto e una sopra, una invisibile e una visibile, una da "piazza" e una che non ho purtroppo ancora ben chiara. Per questo quando ogni tanto decido di ri-tornarmi a fare di cocaina ricerco vecchie emozioni, vecchi sapori, vecchie e nuove amicizie. A volte certamente tutto questo risulta essere squallido e doloroso, ma tornare in piazza e un’azione che so fare. Lì incontro un sacco di persone con dei passati e dei presenti simili al mio: il ragazzo che, pur avendo vent’ anni e un aspetto ben curato, vive rubando nei negozi del centro, spendendo due milioni di lire in coca in due giorni. Questo ragazzo ha purtroppo una sorta di inconsapevole ammirazione per le persone che come me hanno vissuto la loro vita "stupefacente" un po’ al di sopra delle righe. La ragazza che, passando un pomeriggio-sera insieme, tra pioggia e portici, io cercando "coca" e lei "ero", alla fine della giornata ti offre ospitalità a casa sua e rimane con te a parlare di amicizie che senza saperlo avevamo in comune. Non sono, purtroppo, tutti piaceri e sempre più spesso mi capita di vivere situazioni di estremo rischio e disagio. Un po’ di tempo fa sono finito in un luogo, una zona industriale dismessa che è diventata terra di nessuno, dove per accedervi bisogna scavalcare una serie di muretti e cancellate. Al buio, di notte, scartando ogni tipo di detriti, rifiuti e quant’altro, si arriva in un luogo indefinito, ma molto reale, in cui sotto fatiscenti pilastri e capriate di cemento e ferro, si vedono in lontananza piccole fiammelle di accendini e candele, con cui gruppi di magrebini sono intenti a scaldare fogli di carta bianca su cui spezzare e triturare pseudo "sassi" di cocaina. Questo spaccato di quotidianità tossica si ferma qua e gli episodi più spiacevoli e violenti me li riservo per alimentare i miei incubi. Le sostanze hanno effetti ben precisi sulla mente umana non permettendomi di avere sempre una percezione corretta e imparziale sulle mie azioni. Qualche riga più su mi sentivo solo e disperso, per cui se non avete ancora capito perchè a volte affogo sotto 1’onda e a volte nuoto sopra 1’onda, sappiate che desidererei altre situazioni, altre emozioni dalla vita: un salvagente o uno sguardo, un canotto

SottoSopra, ovvero … un centro ricreativo particolare ma non troppo

Una settimana nella vita di “SottoSopra”, un centro ricreativo particolare ma non troppo

Una specie di prologo
“Per arrivare a S. Giovanni la strada migliore è la Via di Mezzo”. Ma adesso è chiusa per lavori, e la fila sulla Persicetana, se è un “incubo” per il tempo che ci si mette, è comoda perché si fanno un sacco di chiacchiere.
Il tempo del viaggio è sempre un tempo di scambio e racconto, anche quando è breve come quello che copre la distanza tra S. Giovanni e S. Agata, o tra S. Agata e i paesi in cui vivono le persone che frequentano il Centro.
Per noi è la possibilità di raccontarci la sera prima, chi c’era, cosa si è fatto, come stavano “i ragazzi”; è un passaggio di informazioni che non utilizza un quaderno ma la voce di chi era lì. Il pregio: la descrizione estesa e puntuale; il difetto…: non ne vediamo… ma il dono della sintesi lo hanno dato ad altri… e a noi piace parlare.
Le tappe e i rituali attraversano e caratterizzano sicuramente la vita di SottoSopra, costruiscono una cornice all’interno della quale è possibile costruire relazioni e percorsi di cambiamento o vicinanza, mantengono le connessioni.
Al Ser.T, dopo aver aperto molte serrature, prendiamo le chiavi della macchina, buttiamo un occhio alla nostra carpetta, facciamo due chiacchiere con gli operatori ancora al lavoro, facciamo alcune telefonate alle persone che potremmo passare a prendere lungo la strada per il Centro e andiamo.
Arrivati a SottoSopra, che ha un’unica serratura piccola piccola, accendiamo le luci, lo stereo, il computer, anzi i computer; svuotiamo la lavastoviglie, scarichiamo la posta, ci dividiamo tra telefonate e preparazione della cena e aspettiamo che arrivi Francesco che è sempre il primo. Anche questa oramai è un’abitudine, se arriva prima un altro dei ragazzi quasi ci stupiamo o ci chiediamo <dove sarà finito Frà questa sera? Com’è che non è ancora qui?>. E intanto arriva Ermes e guarda caso è sempre stanco e brontola per il lavoro, però poi quando ti racconta che ha passato tutto il pomeriggio per rifare meglio il disegno di un progetto di bioarchitettura, per una costruzione in zona parco, gli brillano gli occhi (anche se non lo ammetterà mai).
Una vecchia pubblicità diceva “il telefono, la tua voce”… in questo caso la voce è anche quella del Centro, e l’oggetto è come al solito la relazione tra le persone. Con alcune è il tramite più forte, con altre è “comunicazione di servizio”: <che fai, dormi o vieni qui?>, <ci aspetti a casa o al bar?>, <ti eri addormentato? Guarda che buttiamo la pasta!>.
La differenza sta nella frequenza con cui le persone vengono al Centro, nella possibilità per alcuni periodi di non frequentarlo senza perdere i contatti e i riferimenti, senza che venga meno la possibilità di una relazione di vicinanza che non si gioca solo dentro le mura del Centro.
Il lunedì chiamiamo tutti, per abitudine nostra e loro, per salutarci e dire che ci sono; il venerdì per sapere chi viene fuori a cena. Avete l’impressione che le telefonate del venerdì siano più veloci e semplici? Sbagliato! Provate a mettere d’accordo sul posto in cui andare 6-8 persone un po’ per telefono e un po’ presenti e mentre giocano al computer, parlano tra loro, fanno il puzzle, non hanno voglia di decidere o pensare… fanno per scelta i bastian contrari e comunque hanno tutti fame e fretta.
Venerdì è anche il giorno prima del fine settimana: due giorni di non lavoro. A volte sono giorni di riposo, a volte giorni in cui le emozioni e gli stati d’animo, non sempre piacevoli, hanno troppo spazio e troppo tempo; a volte è il giorno prima di una uscita assieme (cinema?, mostra?, camminata in collina?..), e comunque il venerdì è anche ricordare che la mattina dopo qualcuno di noi è al Ser.T e un caffè assieme fa passare meglio il tempo.

LUNEDI’
I reparti della Coop. oramai li conosciamo meglio dei nostri cassetti di casa; passiamo tra il reparto carne e la frutta cercando di farci venire in mente le cene e i suggerimenti che ci hanno dato su cosa avremmo voglia di mangiare. E non vanno scordati i succhi di frutta, se no Daniele (U.) chi lo sente?!
Arrivati: siamo in ritardo; Francesco aspetta fuori in macchina. Scarichiamo la spesa.
Ai fornelli non ci si alterna molto, se non in rari momenti in cui qualcuno si ingegna a preparare la propria specialità culinaria. D’altra parte, ci siamo ormai arresi ai brontolii quotidiani sulla pasta troppo al dente o scotta o sulle porzioni troppo piccole o troppo grandi. In un modo o nell’altro, riusciamo a sederci tutti a tavola. <Frà staccati dal computer e muoviti>..

È vero, sono sempre il primo ad arrivare al Centro, ma prima di mettermi al computer mi diverto a spaventare gli operatori che sono al telefono o in cucina.
Provate a immaginare un fumetto, un fumetto in cui un personaggio, quatto quatto, scorre lungo il corridoio e quando entra in cucina urla – sbattendo le mani – “BUONASERA!!!” oppure “ALLORA!!!”
Le cose sono varie ed è difficile annoiarsi. È da prima dell’estate che frequento SottoSopra, piuttosto che rimanere a casa a guardare la televisione preferisco andare al Centro per relazionare e divertirmi con gli altri ragazzi… (DROGATI!! – che oramai è diventato un intercalare irrinunciabile)
Fantastico (che è l’intercalare classico di Cinzia, detto con quel tono che viene solo a lei) la versione più ironica, che Frà ha voluto cambiare, diceva ad un certo punto <..non posso prendere il metadone tutta la vita per far contento G. ..>

MARTEDI’
Oggi Daniele (U) è più polemico del solito, ma Daniele (U2) lo supera. È una gara persa in partenza.

Ciao, sono Daniele, anche se mi chiamano U2.
Questa volta non troverete Daniele (U) perché si è chiamato fuori da questa piacevole impresa, del resto la redazione de l’Urlo, il giornale che tentiamo di fare, ha aderito a “La libertà è terapeutica”.
Io la via di Mezzo la conosco molto bene, checché ne dicano Lidia e Mariolina, sono secondo di tre figli (la via di mezzo…), 40 anni portati a spasso per invertire il senso fino allo sputo del mezzo.
Mo’ basta! È tutto vero! la serratura è piccola piccola ma tra le abilità di Enrico, oltre alla famosissima “pasta molto al dente” (de gustibus!), c’è quella di riuscire, non so con quale chiave, a far suonare l’allarme.
SottoSopra più lo conosco, più lo scopro, più mi piace starci e frequentarlo. Francesco è una bella persona e mi sento a casa quando arrivo (di solito mi chiamano loro, ma ultimamente sto chiamando più io) e lo vedo al computer, anche Ermes è una bella persona, ci accomunano molte cose.
Ultimamente dopo dieci ore di… la carta d’identità recita “falegname”, salgo i ventidue gradini di SottoSopra (contati per l’occasione), guardo l’orologio, sono le 20:00, e mi accorgo che Polemica (cioè io) sta già cenando e che quella che doveva essere la mia cena è squisita, allora mi verrebbe voglia di presentarmi una sera dicendo: “+ sesso – lavoro = balotta comunista”, non so Enrico, ma Lidia, Mariolina e Cinzia do per scontato che siano vaccinate. Anche Michele lo è, a volte c’è già, a volte arriva dopo, a volte no, domani, per esempio, lo troverò ai fornelli, mi piace pensarlo coi suoi occhiali e il suo delizioso ragù di carne, ricetta non so quanto rubata o copiata a sua madre.

Le chiacchiere della cena, del caffè e delle sigarette, vengono più o meno brutalmente interrotte quando la tavola della cena si trasforma in sede della redazione de l’urlo.
Il prossimo è un numero importante, perché ci riguarda da vicino. Parlerà delle nuove politiche governative sulle droghe, delle realtà che si stanno costituendo per dare voce a quel lavoro di anni che ha permesso la nascita del nostro centro, così come lo sentite raccontare.
L’urlo nasce prima di SottoSopra ed esiste ancora oggi ed è “voce libera” che cerca, forse ambiziosamente, di dare spazio ad argomenti spesso adombrati da false illusioni e immagini vendute. Parla del carcere, di prevenzione, di nuove droghe, dei vissuti di chi non ha più bisogno di essere punito per rinascere a vita nuova ed essere accettato dal resto della società “pulita”. Ambizioso perché cerca e vuole comunicare, aprire finestre, fare chiarezza, far conoscere!
Così tra un pensiero e un Mars, si fa un’ora di redazione. Si scrivono gli articoli: Daniele (U) prepara l’intervista agli operatori del Ser.T., S. Propone un questionario che raccolga opinioni sulla liberalizzazione e depenalizzazione delle sostanze, Ermes e Daniele (U2) propongono un bell’editoriale e Francesco farà l’articolo sulla tossicodipendenza al femminile.
Un’ora? Vi sembra poco? Ma ci siamo proposti di rispettare i tempi di ognuno. Abbiamo scelto il coinvolgimento. L’urlo esce! Non ogni mese. Ma l’urlo esce. Ed è di tutti.

MERCOLEDÌ
Mirko non è stato tanto bene in questi giorni e forse sarà il caso di andarlo a trovare a casa, giusto una mezz’oretta prima di aprire il Centro, magari gli farà piacere fare due chiacchiere, anzi, se gli va potrebbe venire al Centro con noi, adesso vediamo.
Ma quand’è che facciamo partire ‘ste attività?
<Avete telefonato al maestro di musica?> Ci chiede Michele, che per adesso ha fatto la sua prima lezione di armonia! <Si, ma è ammalato>. Speriamo che torni visto che per Fra abbiamo finalmente trovato qualcosa che lo stacchi dal computer: imparare a suonare la chitarra.
Il mercoledì è diventato giornata ufficiale di “polleggio”, in realtà sono mesi che abbiamo in programma di preparare delle stampe fatte al computer da stirare sulle magliette, Andrea ha preparato dei bellissimi bozzetti che andrebbero scansionati ed elaborati con Photoshop ma, chissà perché, il mercoledì diventiamo tutti pigri.
È pronta la cenaaaaaaaaaaaaaa!!!!!
Sono le nove, la cena è finita e il ragù di Michele era squisito, Michele cucina una volta ogni sette mesi, ma quando cucina lo fa veramente da chef!
<La smettiamo di urlare e pensiamo seriamente a come organizzare la prossima uscita? Mancano pochi giorni e non abbiamo ancora scelto il sentiero e il rifugio.>
<Perché U non viene?> Ah, sì, lui preferisce le uscite “intellettuali”.
Beh, intanto facciamo la lista di cosa bisogna portarsi.
<Vabbè dai, proviamo a fare un po’ le magliette?>, <…!?>, <Mah…>, <Boh?>, <Dai su, magari possiamo provare a scansionare qualche bozzetto.>, <Pfffffff…>, <Sì… scansionare…>, <Forza! così potremmo regalare le magliette a chi ci viene a trovare, magari possiamo anche pensare di mettere su un banchetto per la prossima sagra del paese così ci facciamo due risate!>, <Mmm…>, <Sì… dai…>, <Ma sì, vediamo… quello che si può fare>.
G. chiede continuamente quando riprendiamo i corsi di Internet: non è facile trovare qualcuno disponibile ad arrivare la sera fino a S. Agata che sia intelligente, simpatico e preparato. Ma chi arriva, quasi sempre rimane volentieri a cena, osserva, conosce e si fa conoscere.
E poi? Quanta voglia abbiamo noi di farci fare un massaggio Shatzu? Tanta! Ma quando arriva Manu? È già arrivata, ma è venuta per Ermes, il solito fortunato! <Cosa fanno un’ora chiusi nella stanza?> Ha detto una sera Fra un po’ stupefatto. E noi cosa abbiamo pensato? Di cercare qualcun altro disposto a venire per fare i massaggi ai ragazzi che ne avevano voglia.. e M. sta mappando la pianura per aiutarci.

Tra un massaggio Shatzu… e un po’ di fragole con la panna.
Io nel corso del tempo ho modificato il mio venire al centro, i primi tempi lo vivevo come un luogo diverso dove passare le ore, diverso dal bar, dalla piazza o dalle serate a pazzeggiare (..cazzeggiare) in giro con gli amici.
Probabilmente un luogo in cui è possibile parlare e vivere le proprie esperienze in una modalità allargata e a volte condivisa.
Ora che sono passati alcuni anni, io sono cambiato e le persone che ci vengono non sono più le stesse, ma riusciamo a incontrarci e a vivere delle serate tranquillamente senza particolari scopi, se non quello di provare a mescolare percorsi e stati d’animo diversi, senza l’arroganza di quelli che pensano di “avere la verità in tasca”.
Spesso è dalla mescolanza e dalla diversità che nascono altri mondi possibili…

È l’una, il film è stato molto carino, G. si è addormentato alla fine del primo tempo ma ha lavorato fino alle sette e c’è da capirlo, <Sveglia G.! stiamo andando a casa!>.
Lidia ha fatto due chiacchiere con S., in questo periodo è un po’ giù e aveva voglia di confrontarsi con qualcuno.
Si torna a casa, salutiamo Michele e Francesco che sono con la loro macchina e decidiamo di accompagnare prima Daniele che abita quasi all’altro capo della regione… ma non è un problema, anzi, ne approfittiamo per organizzarci per la prossima uscita, <Dove si va?>, <Già, dove si va?>, come al solito le idee “pullulano”, questa volta, però, ce n’è una carina proposta da Michele, a Torino c’è un museo del cinema che potrebbe essere interessante, ci si potrebbe andare a fare un salto per vedere com’è, ne riparleremo venerdì. E poi a Torino ci sono le ragazze e i ragazzi del Drop-In e incontrarli ancora è un piacere che abbiamo voglia di rivivere.
Siamo all’altro capo della regione… “scarichiamo” Daniele che non ha smesso di parlare un momento, è un esperto di storia contemporanea lui (e non solo), e ce ne andiamo fermamente persuasi che se Hitler non avesse invaso l’Unione Sovietica la guerra avrebbe preso tutt’altra piega…
Poi lasciamo G. davanti casa, adesso è sveglissimo e per venerdì ci propone un posticino che conosce dove si mangia benissimo e si spende poco, la proposta è allettante, vedremo.
L’ultimo pezzo di strada che ci separa dal Ser.T. lo facciamo parlando un po’ di S., decidiamo che sarà il caso di discuterne in équipe.
Ah già! Le magliette!! Cominceremo a farle mercoledì prossimo. Senz’altro.

VENERDÌ
Le telefonate appunto… e poi il suggerimento su dove andare, questa volta di G., e la parola andiamo che fino alle 21.30 è una delle più usate. Poi, finalmente, si va…
Si va a cena fuori, pizzeria o trattoria, dipende dalle volte e dalle voglie, dalla stanchezza o dalle richieste. Sull’uscita ci sarebbe da raccontare un po’ di storia di SottoSopra che parla di regole (poche, tre) e del loro percorso di condivisione e accettazione, e prima ancora della loro contrattazione in assemblea, e delle discussioni sulla contrattazione, e della messa in discussione delle discussioni… Però adesso ci sono tre regole e quelle tre regole hanno un senso per tutti. È curiosa e piacevole la sensazione che sappiamo chi siamo e perché adottiamo queste regole, e il noi questa volta riguarda tutti i gruppi presenti sia per lavoro che per scelta (e quasi senza discussioni…!!!).

Piccolo glossario esplicativo.
Viaggio = da Omero a Chatwin passando per la propria esistenza e il lavoro educativo. Momenti di condivisione e scoperta che assumono senso con l’esperienza stessa e che ci fanno giocare con chi siamo e come ci vediamo. Quanto durano e dove portano sono solo due variabili, l’attenzione alla partenza, al tragitto e all’arrivo sono altre e contano uguale.
Quotidiano = anche su questo molte persone più brave di noi sono riuscite a scrivere con le parole giuste il senso e l’importanza del piccolo e del tempo che ritorna diverso sempre. Grazie alla microsociologia e ai patafisici, alla scuola di Palo Alto e a tutti quelli che hanno saputo usare l’ironia per spiegare un po’ di cose.
continuità delle relazioni = il gusto di costruire nel quotidiano e il piacere per le persone e la loro storia
Parola-racconto = biografia, autobiografia, metafora, pezzetti di vita passati e raccolti che diventano nel quotidiano relazioni di appartenenza e possibilità di conoscersi e di riconoscersi. Per la storia recente di SottoSopra (perché quella passata non ci vedeva presenti) sta significando scambio reale tra chi c’è.
ascolto attivo = accoglienza, ritorno, supporto …
accompagnamento-partecipazione attiva = tutte le tappe che servono per fare assieme con i tempi di tutti; la raccolta di stimoli e la costruzione graduale per trasformarli in azioni.
Polleggio = direttamente dallo slang bolognese una parola geniale che indica una condizione di gustoso ozio rilassato.
Sertate = parola inesistente nel linguaggio ufficiale che, per un refuso di E., è diventata sintesi delle mattine passate al Ser.T tra caffè, chiacchiere serie e facete, confronto e scambio con le persone che non vengono al Centro o che ci vengono di rado.

È chiaro che ci stiamo chiedendo, rileggendo quanto scritto, quanto è comprensibile per chi non conosce SottoSopra. Vi confessiamo comunque che scriverlo ci ha divertito molto e se avessimo registrato e trascritto quello che è venuto fuori nelle serate in cui ne abbiamo parlato forse avevamo materiale sufficiente per uno spettacolo di teatro comico. Grazie per averci fatto divertire scrivendovi e grazie per averci letto. Per saperne di più noi siamo qui, i giorni li sapete… ciao

Il progetto di “SOTTOSOPRA”

Un luogo ricreativo può spezzare i pregiudizi sulla tossicodipendenza? E poi, come bisogna intendere il “reinserimento”? Breve ma intensa storia del Centro di San Giovanni in Persiceto

Il fenomeno della tossicodipendenza penso sia uno di quelli che porta con sé il maggior numero di stereotipi: il tossicodipendente è trasandato, cammina ciondoloni, ruba gli stereo e i cellulari, chiede le 100 lire per strada, non lavora, deve andare in Comunità…
L’esperienza che presenteremo in questo articolo romperà, mi auguro, molti di questi stereotipi.
Il SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bo.Nord, grazie ai finanziamenti ai sensi dell’art. 127 del D.P.R. 309/90, ha avviato, a partire da marzo ’98, una struttura intermedia a bassa soglia per il reinserimento di soggetti tossicodipendenti, molto più semplicemente: Centro Serale SottoSopra.
Se tutti hanno più o meno idea di cosa siano le Comunità terapeutiche, in pochi forse avranno sentito parlare dei Centri Diurni. Ma che cos’è un Centro Serale?
Il nome SottoSopra è già un chiaro invito a rompere gli schemi, a guardare le cose da diversi punti di vista.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, "l’identikit" del tossicodipendente è ben lontano dagli stereotipi ricordati sopra. Qui il tossicodipendente lavora regolarmente (a volte fa anche carriera), è ben vestito, vive rigorosamente in famiglia, è più che integrato ma, soprattutto, è invisibile.
Quando si è invisibili uno dei problemi più grossi che ci si trova ad affrontare è la solitudine; soprattutto alla sera, quando, dopo una giornata di lavoro, cala il buio, da queste parti anche la nebbia, e il rischio è di trovare come unica compagna l’eroina.
Ecco perché un Centro Serale che apre le sue porte proprio in questa grigia ora della serata, offrendo con il suo arredamento colorato, caldo e accogliente un’oasi sicura in cui trascorrere il tempo libero. SottoSopra è infatti un luogo che anziché chiudere i tossicodipendenti al suo interno, apre le porte e costruisce un ponte con il fuori.
Uno dei concetti alla base di questo progetto è infatti quello di intermediarietà. Il termine "struttura intermedia", per quanto riguarda SottoSopra, acquista diversi significati: piace pensare al centro serale come un’altra stanza del SERT; in questo senso, la struttura sarebbe intermedia fra SERT e utenti. Il Centro è stato infatti il ponte che ha permesso di agganciare e coinvolgere in attività coloro che, all’interno dell’ambulatorio SERT, erano diffidenti a un qualunque tipo di relazione altro da quello sanitario. Incontrarsi per fare qualcosa (il giornale, la cena, il corso internet…) è risultato sicuramente più allettante di un colloquio, ed è stato proprio attraverso il fare che è stato possibile instaurare una relazione educativa di sostegno, contenimento, guida, che risulta a pieno titolo parte integrante del progetto terapeutico SERT.
Possiamo dare un altro significato all’essere struttura intermedia. Prima di attivare concretamente il Centro, i supervisori hanno invitato a una riflessione: "Che identità diamo alla struttura? Vogliamo che sia un punto di mantenimento, di cura, con una tutela della riservatezza fino all’anonimato, o vogliamo che sia un punto di rottura, un centro di incontro visibile, con un’osmosi dentro/fuori che eviti la ghettizzazione?". La scelta fatta dall’equipe del SERT è andata decisamente verso la seconda direzione, per cui oggi è possibile dire che il Centro serale Sotto Sopra è, prima di tutto, un punto di riferimento intermedio fra SERT e territorio.
Punto di riferimento, prima di tutto, per i tossicodipendenti del territorio, già in carico e non, che percepiscono il Centro come un posto dove possono andare sicuri di essere accolti. Intermedio, perché può diventare una porta di servizio per accedere al SERT, qualora fosse difficoltoso l’accesso diretto al Servizio.
Ma si è voluto essere ambiziosi: se davvero volevamo fare di SottoSopra un punto di rottura, era necessario rompere alcuni stereotipi, per questo si è pensato al Centro come punto di riferimento culturale per il territorio, e di conseguenza, i tossicodipendenti come individui portatori di cultura. Questo processo era già cominciato con la redazione del giornale "l’urlo", che aveva restituito ai redattori la possibilità di farsi sentire, di esprimere opinioni, di dare informazioni. SottoSopra permette di dimostrare che i tossicodipendenti sono, prima di qualunque altra cosa, persone, spesso ricche di esperienze di vita, di cultura, di istruzione, di opinioni. Per questo il Centro propone degli eventi di informazione, scambio, cultura, aperti alla cittadinanza.
Infine vi è un altro aspetto di intermediarietà che si vive all’interno del Centro, e cioè l’incontro fra alta e bassa soglia di tossicodipendenza.

Prima di approfondire questo concetto è forse bene chiarire qual è la tipologia di utenza che frequenta SottoSopra, in particolare è bene specificare cosa si intende per bassa soglia in questo territorio, ben diverso dal contesto metropolitano.
1. Bassa soglia come riduzione del danno: cioè utenti che non hanno intenzione di sottoporsi a disintossicazione, per i quali il SERT mette in atto una strategia tendente a limitare il danno fisico e sociale, a ridurre il rischio di devianza, di overdose; un progetto quindi che prevede interventi primari di bassa soglia (metadone a mantenimento, informazioni, fornitura di presidi sanitari, ecc.). Rispetto a questa prima tipologia SottoSopra sta realizzando interventi quali la distribuzione di fiale di narcan, preservativi e, in prospettiva, siringhe sterili.
2. Bassa soglia come presa in carico unicamente ambulatoriale: cioè utenti che non accettano comunque alcun tipo di relazione che vada oltre gli aspetti farmacologici, che non hanno quindi maturato una consapevolezza della tossicodipendenza come problema non solo organico ma anche psicologico-relazionale, o, pur essendone consapevoli non intendono affrontarlo in questi termini. Sebbene nel SERT di San Giovanni in Persiceto sia stato dato ampio spazio alla riflessione sull’Accoglienza, a come rendere flessibili gli spazi dell’ambulatorio in modo da consentire comunque un approccio informale, non strutturato, resta il fatto che si lavora non in strada ma in una Istituzione. Questo spesso non facilita un contatto significativo con queste persone, che vivono gli uffici di educatore, assistente sociale e psicologo, come troppo strutturati, non attraenti, non significativi. Sembra importante quanto Don Luigi Ciotti, del Gruppo Abele di Torino, dice a proposito del lavoro delle unità di strada: “…andare incontro alle persone. Non possiamo solo – e troppe realtà l’hanno fatto per troppo tempo – restare ad aspettare nei nostri recinti, nei nostri servizi, nei nostri ambulatori.”
3. Bassa/Media soglia come permanere di un uso periodico di sostanze pesanti: cioè utenti che, pur avendo attivato programmi articolati che prevedono anche spazi di rielaborazione, non riescono a mantenersi "drug-free". Sia nel caso precedente che in questo, l’essere struttura a bassa soglia permette agli utenti di accedere, anche se sotto l’effetto di sostanze purché non impediscano lo svolgimento della vita quotidiana, all’interno del Centro.
4. Bassa soglia come mancanza o povertà di una rete sociale significativa: poiché secondo l’equipe il livello di intossicazione o uso/abuso di sostanze non può essere l’unico indicatore che determina la bassa soglia, si è pensato di inserire anche questa fascia di utenti, che probabilmente in altri contesti sarebbero considerati ad alta soglia. Utenti quindi che potrebbero essere anche in una situazione drug-free, ma che mantengono legami di dipendenza con la famiglia, con il lavoro, tali da impedire comunque un percorso di autonomia e reinserimento. Come già detto, per alcuni degli utenti di SottoSopra la vita ruota unicamente attorno a casa, lavoro, sostanze. Nel momento in cui si tolgono le sostanze però nulla si sostituisce a queste, con il forte rischio di un isolamento e di un incistamento all’interno della famiglia non meno pericolosi della dipendenza "tossica".

Il termine "bassa soglia" offre un’altra analisi, indipendente da utenza e sostanze, una riflessione riferita invece alla soglia/ingresso del Centro, quindi bassa soglia come ingresso/soglia facile da varcare. Vediamo allora quali sono le modalità di accesso alla struttura. Questa è una delle cose che con il tempo si sono molto modificate, superando l’accoglienza prevista inizialmente, strutturata diversamente a seconda delle diverse soglie di utenza: molto strutturata per l’alta soglia, fino ad un accesso libero per la bassa soglia,
L’obiettivo che il SERT e il Centro si prefiggono è che l’arrivo a SottoSopra sia il più tutelante e accogliente possibile per la persona che si intende inviare. Per questo non ha più significato prevedere colloqui più o meno strutturati al SERT, ma si privilegia l’eventuale accompagnamento al Centro da parte dell’operatore di riferimento, una conoscenza presso il SERT degli educatori di SottoSopra, in particolare grazie alla presenza degli operatori del Centro al SERT al sabato mattina. Se il Centro Serale è considerato un’altra stanza del SERT, il momento del sabato mattina costituisce il corridoio fra le due strutture. Questo tempo vede partecipi anche i ragazzi che già frequentano il Centro, che finiscono per avere un ruolo importante con una duplice valenza.
Da un lato rafforza la relazione fra questi e le operatrici del Centro. Può essere infatti il contesto in cui, stimolati dall’essere al SERT per la terapia farmacologica, diventa più semplice parlare e confrontarsi sul proprio percorso terapeutico. È questo un aspetto che difficilmente riesce ad essere affrontato durante le attività serali a SottoSopra.
Dall’altro facilita l’aggancio fra Centro e nuovi utenti, in quanto l’invito a fermarsi a chiacchierare con le operatrici, o il racconto su ciò che viene fatto a Sant’Agata, ha una valenza diversa se fatto anche dai pari e non solo dagli educatori.
Se invece un nuovo utente arriva al Centro prima che al SERT, dopo un iniziale periodo di accoglienza/osservazione, viene proposto un incontro al Servizio con la coordinatrice del Centro con l’obiettivo di illustrare oltre all’organizzazione del Centro anche la strutturazione del Servizio.

Dopo aver visto chi frequenta il Centro e come vi può arrivare, vediamo cosa si fa, come e perché a SottoSopra.
La compresenza delle diverse soglie aumenta la complessità del lavoro educativo al Centro; gli operatori sono chiamati a modulare il loro intervento passando spesso da un’ottica di mantenimento, richiesta dalla bassa soglia, ad un’ottica di cambiamento, richiesta dalla media/alta soglia.
In ogni caso il ruolo degli operatori non è terapeutico ma educativo; le caratteristiche del Centro richiedono di lavorare con e nell’informalità, avendo sempre come principale obiettivo quello di instaurare con l’utenza una relazione significativa e di fiducia. L’informalità, tipica di SottoSopra, non deve far pensare ad una situazione semplice né tantomeno casuale, significa anzi avere:
• capacità di ascolto e contenimento attivo,
• saper cogliere i segnali,
• essere diretti,
• "provocare", nella relazione, un’apertura nei ragazzi in modo che possano raccontarsi,
• saper lavorare nel gruppo facendone emergere le risorse,
• saper stare nel mantenimento,
• mostrare prospettive,
• stimolare e profilare cambiamenti.
In ogni caso si tratta di lavorare per microobiettivi, dimostrando grande flessibilità rispetto a questi.

Lavorare contemporaneamente per il mantenimento e per il cambiamento richiede un delicato equilibrio che non faccia prevaricare un aspetto sull’altro. Lo strumento che l’equipe ha individuato a questo scopo è la contrattazione. Contrattazione significa cercare un terreno di incontro fra le tre diverse "etnie" che in questo momento abitano il Centro (operatori, bassa soglia, media/alta soglia), riguardo gli aspetti più importanti della vita del Centro quali le regole, le attività, il clima.
La ricerca di questo incontro avviene soprattutto quotidianamente, nell’informalità; è previsto anche uno spazio istituzionalizzato, di assemblea, in cui si sancisce il punto di arrivo di questo percorso.
Il possibile incontro delle tre "etnie" presuppone un lavoro educativo sulle diverse culture che ognuna porta. È così possibile ridare significato anche al termine reinserimento a SottoSopra. Solitamente inteso come parte conclusiva del progetto terapeutico, il reinserimento rischia di essere finalizzato solo al ritrovare un lavoro, un’abitazione autonoma, un equilibrio nella gestione della quotidianità sia in termini concreti che relazionali. Può dare l’idea di un inserire di nuovo un soggetto in una società che è sempre quella, che non è mai tenuta a mettersi in discussione. Il tossicodipendente si cura ,"si ripulisce" allora, e solo allora, può rientrare.
Reinserirsi attraverso SottoSopra, per un tossicodipendente, significa prima di tutto: reinserirsi nel gruppo dei pari, cioè frequentare le stesse persone della "piazza", con un comune obiettivo di benessere, questa volta "sano" e non "tossico". Questo significa riformulare i codici di comunicazione, che non possono più basarsi sull’omertà e su un piacere che, anche se agito con gli altri, resta però individuale, sulla completa assenza di regole, sulla trasgressione, con lo scopo di creare al Centro un clima accogliente e vivibile per tutti.
SottoSopra offre la possibilità di reinserirsi in un territorio non più come singolo tossicodipendente che in un qualche modo chiede riscatto, ma come gruppo che, insieme, impara ad utilizzare le risorse che il territorio offre (in termini di tempo libero, ma non solo), chiedendo anche alla società di porsi delle domande e a non restare più ad aspettare passivamente che i tossicodipendenti "rientrino", questo presuppone tutto il lavoro di rete e di promozione culturale che il Centro offre all’intera comunità locale.

Ma quali sono più nello specifico gli obiettivi che questo progetto si pone, come si cerca di realizzarli?
L’esperienza di questi anni ci ha spinto a mettere sempre più al centro della progettualità la RELAZIONE, come obiettivo generale da perseguire. Relazione intesa come luogo di svago e stimolo, spazio dove poter rispettare i tempi della bassa soglia, momento dove poter contrattare e amalgamare i tempi tra le differenti soglie, modalità di rispetto delle libertà dei tempi e dell’agire di ognuno nell’utilizzo degli spazi e delle diverse situazioni.
Questo obiettivo generale diviene premessa necessaria ad altri obiettivi quali:
• Accoglimento e accettazione dell’utente e dei suoi bisogni così come si presentano
• Contenimento delle problematiche personali correlate allo stato di dipendenza dalle sostanze
• Acquisizione della consapevolezza della propria identità sociale adulta
• Reinserimento sociale
• Ampliamento delle risorse personali e relazionali
• Visibilità del Centro e apertura di questo al territorio come risorsa culturale e ricreativa.

Gli obiettivi più specifici e già in gran parte raggiunti in questi tre anni di lavoro, sono:
• aggancio di utenti a bassa soglia che non trovavano nel SERT opportunità di relazione altra dai contatti con l’ambulatorio;
• offrire uno spazio di benessere e di riscoperta di un piacere altro rispetto all’uso di sostanze;
• il costituirsi di un gruppo di utenti stabile all’interno del Centro;
• mantenere agganci con l’utenza più grave anche al di là della reale frequentazione del Centro, connotando la struttura come punto di riferimento relazionale significativo anche nei momenti di ricaduta;
• possibilità di utilizzo del Centro anche da parte di ex utenti SERT, in un’ottica di prevenzione delle ricadute;
• contatto con l’utenza sommersa che, passando prima dal Centro, accede poi al SERT per avviare un percorso di cura;
• apertura all’esterno del Centro (frequentazione di amici, volontari, iniziative aperte alla popolazione), in un’ottica di intervento di rete che eviti la sua ghettizzazione.

Questi obiettivi delineano in maniera sempre più chiara come a SottoSopra l’intervento è fortemente educativo, il benessere e la cura passano attraverso il fare. Nella riprogettazione delle attività, abbiamo pensato di tenere cosa ha funzionato nel passato e di individuare i punti critici ripensando gli obiettivi generali e specifici del centro.
Riguardando la storia del Centro si può vedere come le prime attività svolte siano state proprio l’apertura del Centro: comprare gli arredi, arredare gli spazi, discutendo e scegliendo insieme, operatori e ragazzi, l’utilizzo dei medesimi. La partecipazione a tale "attività" era dunque dettata dal bisogno del momento. Per lungo tempo le attività svolte all’interno del Centro cadevano in quella categoria scritta nel progetto come attività quotidiane/informali (cene, ascolto musica, lettura, visione tv/film): serviva, infatti, avere TEMPO e MODO per creare una relazione allora inesistente tra operatori-utenti-Centro come spazio legittimato, lasciando a DOPO la strutturazione delle attività che rispondessero agli obiettivi generali e specifici esplicitati nel progetto del Centro.
Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una doppia esigenza: da un lato è necessario mantenere la relazione già esistente ed in continua evoluzione; dall’altro sviluppare attività che permettano di compiere un salto qualitativo rispetto al gruppo, alla capacità di presentarsi all’esterno, di stimolare le loro risorse. Il primo aspetto viene garantito dalle attività informali:
• Cene, caffè, ascolto musica, lettura, visione TV e film, uscite di tempo libero.
• Attività di gestione della casa (ridefinizione degli spazi, abbonamenti riviste)
• Attività di vacanza, week-end in barca o in campeggio, fino ad arrivare ad una vera e propria vacanza di almeno una settimana.
Il secondo aspetto dalle attività strutturate:
• Attività corsuali (videoripresa, computer, internet, cucina)
• Attività corporee (sport, shiatsu, yoga, animazione)
• Attività gruppali (gruppo redazionale "L’URLO", gruppi tematici, gruppo genitori)
• Attività informative (giornate seminariali su tematiche legate alla tossicodipendenza, anche aperte al pubblico)
• Attività di visibilità del Centro (progettazione e realizzazione di materiale informativo sul centro)
• Attività di apertura del Centro alla cittadinanza (cene, Cineforum, ecc.)
• Attività di laboratorio ( murales, musica).
• Assemblea, a cadenza bimestrale o a richiesta degli utenti, con l’obiettivo di dare voce ai ragazzi sulla vita del centro e sperimentare una dimensione istituzionale e democratica.

BIBLIOGRAFIA
A.A.V.V., La riduzione del danno, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1994.
MONTECCHI L., GROSSI L. (a cura di), Intermedia Centri Diurni. Strutture intermedie per la psichiatria, le tossicodipendenze e l’handicap, Pitagora Editrice, Bologna,1997.

RIVISTE
A.A.V.V., L’intervento di rete. Concetti e linee di azione, in Quaderni di Animazione e Formazione, Collana a cura di Animazione Sociale università della strada, Ed. Gruppo Abele, TO, 1995.
CAMARLINGHI R. (a cura di) Intervista a GROSSO L., Le nuove frontiere della riduzione del danno, in Animazione Sociale, Ed. Gruppo Abele, Torino, 2000.
DEMETRIO D., Adulti che ascoltano, adulti che si ascoltano, in Animazione Sociale,
n. 8/9, 1996
ITACA, Unità di strada e riduzione del danno, Maggio-Agosto 1997, Anno 1, n.2
ITACA, La presa in carico del tossicodipendente, Settembre-Dicembre 1997,
Anno 1, n. 3

DOCUMENTAZIONE VARIA
CIOTTI Don Luigi, Conclusioni degli “Atti dell’incontro nazionale degli operatori delle unità di strada”, Bologna, 15-16 Marzo 1999, Regione Emilia Romagna.
SCARLATTI S., Tesi di Laurea "DROGA, LAVORO E FAMIGLIA: L’ANORMALITA’ DELLA NORMALITA’", Università degli studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Servizio Sociale.

LEGISLAZIONE
D.P.R. 309/90, Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.

Il lavoro educativo nelle Comunità Terapeutiche: considerazioni su una piccola ricerca

HP in collaborazione con il CNCA ha distribuito agli operatori di alcune Comunità dell’Emilia Romagna un questionario sull’intervento educativo nelle tossicodipendenze.
L’interesse comune di questa ricerca non ha i termini della scientificità sociologica, ma vuole semplicemente essere un indicatore della consapevolezza e del carattere degli interventi educativi nell’ambito delle dipendenze patologiche specificamente nel contesto istituzionale delle comunità terapeutiche, un contesto diverso dai Ser.T. per molti aspetti, il primo dei quali risiede nella differenza tra residenzialità e non.
Abbiamo letto 36 questionari provenienti dalle seguenti Comunità:
Il Sorriso di Imola (BO), La Rupe di Sasso Marconi (BO), Il Quadrifoglio (BO), Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia, Coop Sociale Il Piolo di Reggio Emilia, Ass. Nefesh di S. Faustino di Rubiera (RE).
Le domande, aperte, erano:
1. Hai la qualifica professionale? Se sì, quale?
2. Qual è il tuo ruolo di lavoro?
3. Qual è la tua anzianità di servizio nel settore della tossicodipendenza?
4. Lavorare con le persone tossicodipendenti: Come si sei arrivato? Ti piace? Perchè?
5. Sapresti esprimere il senso del lavoro educativo nelle tossicodipendenze?
6. Sapresti esprimere la differenza o la continuità tra intervento terapeutico e intervento educativo?
7. Il lavoro educativo si qualifica come un fare/stare con la persona: in cosa si concretizza questo concetto nella tua esperienza?
8. Com’è il rapporto con altri ruoli professionali?
9. Come affronti il tema del fallimento terapeutico?
10. Sapresti indicare i principali bisogni formativi dell’intervento educativo con persone tossicodipendenti?
Dalle risposte ricevute possono essere svolte molte riflessioni, di cui in questo articolo solo alcune troveranno rilevanza lasciando ad altri se lo vorranno ulteriori approfondimenti..
In primo luogo una considerazione sui dati. Su 36 intervistati la metà ha la qualifica di educatore professionale o laurea in Pedagogia/Scienze dell’Educazione, la restante metà ha una netta prevalenza di psicologi e solo una piccola parte (una decina) non hanno qualifiche professionali del settore. Ciò segna una globale formazione nell’ambito istituzionale – almeno di queste comunità – e se pensiamo che di quella decina senza titolo la maggioranza sono operatori con una esperienza più che decennale alle spalle ne esce un quadro di forte competenza professionale, almeno sulla carta. In questo in senso è ulteriormente interessante il dato sull’"anzianità di servizio" nel settore delle tossicodipendenze (nella stessa comunità o in altre): 4 anni e mezzo di media per operatore, con punte non rare di 13, 15 anni.
Entrando nel merito dei contenuti e affrontando la questione delle motivazioni, emerge con forza un dato che accomuna tutti coloro, in particolare gli educatori, che lavorano nel campo della relazione di aiuto: il piacere della relazione come potente spinta motivazionale alla scelta del lavoro, in questo caso con le persone tossicodipendenti. Se molti provengono dal volontariato o da esperienze di obiezione di coscienza, la motivazione principale è la bellezza o la sfida, del lavoro di relazione. Pochissime risposte hanno un carattere idealistico, quale: "lo faccio per aiutare gli altri"; la consapevolezza che il lavoro educativo o di aiuto è certamente una scelta civile ma in primo luogo una scelta per sé, una risposta a bisogni o desideri più o meno inconsci, accomuna quasi tutte le risposte. Non potrebbe essere altrimenti: la motivazione ideale, ricca di istanze morali e cognitive, ha la necessità di reggere il confronto con le istanze affettive ed emotive del corpo che desidera o non desidera stare in rapporto con l’altro, col piacere relazionale che alimenta il rinnovarsi del desiderio e compensa la fatica e l’ansia del contenimento della sofferenza altrui.
Per quanto riguarda i contenuti specifici del lavoro educativo, anche qui vi sono sostanziali concordanze nell’identificare l’intervento educativo come un accompagnamento e un sostegno per un pezzo di vita di una persona in difficoltà, per cercare di mobilizzare le sue risorse e consentirgli di vivere meglio. I classici poli della riflessione pedagogica tra crescita dell’individuo e dimensione culturale (norme valori stili di vita) è potentemente presente nelle risposte, sancendo a volte non una dialettica ma una antinomia. Da chi parla di accompagnamento fondato per far trovare all’individuo la sua strada, compresa quella della riduzione del danno, a chi parla della ristrutturazione della personalità (evidentemente modellata su valori, norme, modi di chi ha potere e sa qual è la giusta via) la forbice è grande. La maggioranza cerca però una dialettica tra i due poli, in maniera variegata e a volte confusa, in cui sostanzialmente l’idea è che l’individuo tossicodipendente, per guarire dalla sua patologia, debba da una parte acquisire o riacquisire fiducia in sé stesso e valorizzare le sua risorse, dall’altra sviluppare relazioni adattandosi o aderendo a vincoli sociali e culturali che gli possano consentire di muoversi nel mondo affrontando il disagio e la fatica che comunque la vita sempre pone.
La misura e lo strumento principale dell’intervento educativo è la quotidianità, riconosciuta da tutti gli operatori delle comunità: quotidianità come allenamento a relazioni costruttive, come prova di sé, come occasione di elaborazione, come lento adattamento ai ritmi e agli stili della normalità sociale, come luogo di incontro, scontro e superamento dei conflitti, come luogo del fare per cambiare. Essa rappresenta il "setting" specifico dell’intervento educativo, strumento privilegiato per perseguire il cambiamento, spazio e tempo della strutturazione di norme, ruoli, modi di comunicazione ed elaborazione funzionali alla crescita del soggetto tossicodipendente e all’abbandono di pratiche di vita e risposte personali al disagio che lo hanno messo in forte difficoltà. Per contro, nessuna risposta ha messo in evidenza altri aspetti metodologici, quali ad esempio il progetto come strumento di intenzionalità e valutazione del lavoro. Probabilmente le due domande sul senso dell’intervento e sul fare hanno indirizzato le risposte sugli obiettivi e sulla praticità e non globalmente sugli strumenti. Peccato, perché sarebbe stato interessante sapere quanto le comunità terapeutiche lavorano per progetti, quali strumenti di osservazione, analisi del bisogno e valutazione per definire la qualità dei loro interventi.
Potente è l’accento sulla necessità di competenze relazionali come fondamento dell’intervento educativo: l’ascolto, la lettura dei bisogni, fondare la fiducia, l’appartenenza, la partecipazione come modalità centrali della relazione educativa.
La domanda relativa alla differenza tra intervento psicoterapeutico ed intervento educativo ha trovato impreparati gli intervistati: nessuno si è arrischiato – se non alcuni in maniera un po’ confusa – ad analizzare teoricamente la differenza; molti non hanno risposto, oppure in modo molto generico hanno sottolineato una continuità che non chiarisce nulla in quanto non si capisce rispetto a quali ambiti e quali contenuti differenti tale continuità si sostanzi. In realtà la confusione è grande sotto il cielo del lavoro sociale e vi sono ambiguità profonde sui significati dell’intervento di aiuto e che riguardano in primo luogo le rappresentazioni istituzionali e culturali di ciò che è educativo o terapeutico. Non è una novità la debolezza culturale, epistemologica e sociale, dell’educazione, una debolezza che è spesso patrimonio comune anche di chi per mestiere fa l’educatore, che confonde rispetto ai propri presupposti teorici e rispetto al confronto con altri saperi più forti. E’ forse più facile per tutti discriminare tra gli strumenti piuttosto che tra i contenuti, nel senso che i "setting" di intervento sono facilmente distinguibili e rigidamente differenziati, per cui se è vero che entrambi gli interventi lavorano sul cambiamento, psichico e relazionale, della persona – cambiamento inteso come miglioramento delle sue condizioni esistenziali – e quindi sulle difficoltà del soggetto nel suo rapporto con sé stesso e la realtà, lo psicoterapeuta lo fa attraverso una significativa relazione con il paziente centrata sulla costante elaborazione delle rappresentazioni e dei significati interni che questi produce nella relazione e utilizzando il linguaggio verbale come strumento privilegiato di intervento; l’educatore gioca il processo di cambiamento su altri piani, in primo luogo cercando di rispondere a bisogni fondamentali della persona (identità, autostima, autonomia, appartenenza, socialità, rassicurazione) costruendo contesti normativi e relazionali non esclusivamente centrati sul linguaggio ma spesso sul "fare" che intervengono nell’organizzazione interna del soggetto a prescindere dalla consapevolezza o dall’elaborazione dei significati e dalle rappresentazioni che egli si dà, offrendogli modelli, stili, opportunità di vita che di fatto modificano i significati e le rappresentazioni che egli ha di sé. L’ambiguità tra i due interventi risiede nel concetto di cura, che appartiene ad entrambi gli ambiti, ma se è chiaro che l’intervento terapeutico cerca di guarire o comunque ristabilire un compromesso rapporto del soggetto con la realtà, tale che gli ha dato un forte disagio, l’intervento educativo certamente non guarisce ma, quando è interpellato nel campo dei servizi di aiuto, ugualmente cerca di ristabilire anch’esso, con altri strumenti , un equilibrio accettabile della persona in difficoltà. Certamente l’intervento educativo è un lavoro sporco, per i setting meno strutturati, per i rischi di coinvolgimento emotivo (lavorare ore e ore insieme agli utenti – quello che a volte viene definito "maternage"), per le inconscie implicazioni ideologiche e culturali degli operatori , dei gruppi , delle istituzioni nelle quali gli educatori sono invischiati e che rischiano di non essere affatto controllate e gestite nelle relazioni asimmetriche – di potere – con gli utenti. Ma qualcuno lo dovrà pur fare.
La domanda circa i rapporti con gli altri ruoli ha trovato una pressoché unanime risposta positiva e forse, vista la sostanziale omogeneità dell’équipe in senso psicosociale (educatori e psicologi) poteva essere un dato scontato. E’ più facile infatti riscontrare conflitti, nell’ambito delle dipendenze patologiche, tra il settore sanitario e quello psicosociale che non all’interno delle singole appartenenze epistemologiche. La positività dello stato delle relazioni tra i ruoli nelle comunità terapeutiche non oscura però la complessità del lavoro di équipe, individuato come uno dei bisogni formativi primari per gli operatori.
Il tema del fallimento ha visto in assoluto la più completa eterogeneità di risposte: da chi se lo vive come un esclusivo problema personale (dell’operatore) a chi lo riversa completamente sull’utente a chi lo giudica come una questione istituzionale e d’équipe. Qui sembra emergere, proprio per la varietà di risposte, una insufficiente elaborazione istituzionale del problema del fallimento, nel senso che nel contesto delle tossicodipendenze i servizi hanno un compito imprescindibile di non lasciar soli gli utenti e gli operatori di fronte al fallimento degli interventi terapeutici. La valutazione di una ricaduta, di un abbandono di un programma, è sempre una questione istituzionale e tutti gli operatori devono averne consapevolezza. Riguarda infatti la validità o meno degli approcci relazionali, degli impianti normativi, delle risposte terapeutiche che un servizio mette in atto per aiutare una persona in difficoltà e dunque non può mai essere un esclusivo problema dell’utente, che sappiamo per definizione resistente alla cura, né tantomeno dell’operatore, che pure può sbagliare, od essere insufficientemente preparato ad una relazione che può essere faticosa e frustrante.
Come accennato, tra i bisogni formativi quello che di gran lunga viene identificato come una necessità forte è l’approfondimento dei processi e delle dinamiche di gruppo e dei relativi corollari della gestione dei conflitti, della conduzione dei gruppi e della leadership. E’ comunque molto variegata la richiesta dei bisogni formativi e spazia da aspetti di approfondimento della relazione educativa e terapeutica a questioni legate specificamente alla dipendenza patologica, quali il tema della doppia diagnosi, le nuove droghe, l’alcol e il gioco d’azzardo.
Per fare qualche considerazione conclusiva, da operatore che lavora in un Ser.T. e quindi con le comunità terapeutiche lavora quotidianamente e non può certamente avere uno sguardo oggettivo su quanto ha letto, la sensazione è che queste comunità abbiano degli operatori globalmente preparati, a un discreto livello di consapevolezza della complessità e dell’impegno che necessita per affrontare un materia articolata e difficile come la dipendenza patologica e infine sufficientemente attrezzati per affrontare la diversità dei bisogni individuali che gli utenti pongono e i cambiamenti che sta attraversando il consumo di sostanze nella società. Il valore dell’intervento educativo nelle tossicodipendenze credo risieda proprio nella capacità di adattare e costruire risposte diversificate a seconda dei bisogni del soggetto: non tutti sono malati, non tutti guariscono, non tutti possono accogliere valori norme stili della normalità sociale. Chi crede di avere una risposta valida per tutti coloro che nella loro esistenza hanno incontrato i maniera distruttiva le sostanze credo si sbagli di grosso e finisca per alimentare una società manichea in cui vi è posto solo per i normali e per chi vuole o riesce a guarire; per gli altri rimane solo esclusione e morte

Il servizio mobile di strada del comune di Bologna

Teoria e prassi del lavoro di strada, in un’esperienza bolognese non limitata alla tossicodipendenza (D.R)

Una premessa teorico-metodologica
Dagli anni ’80, per tentare di arginare la diffusione del virus HIV, si è tentata una nuova strategia per affrontare il fenomeno della tossicodipendenza : la "riduzione del danno". Tale strategia si è poi sviluppata anche in seguito alla considerazione del fatto che, nonostante gli innumerevoli sforzi fatti per contrastare l’abuso di sostanze, tale tendenza non presenta una regressione significativa. In questo senso non si perde di vista il cambiamento del tossicodipendente, ma si affronta la realtà per quella che è, dal momento che esistono situazioni nelle quali non è possibile offrire un intervento ponendo sull’altro piatto della bilancia la condizione della totale astinenza dalle sostanze.
Ecco allora che la persona viene accolta per quello che porta in sé in quel momento preciso, anche la condizione più degradata, nella convinzione di doverci essere (in quanto servizio) non foss’altro che per riconoscergli la sua dignità, il diritto ad esprimere il suo bisogno, sapendo che in ogni istante questo potrà cambiare, evolvere ed aprirsi ad un progetto di vita.
È evidente quanta importanza abbia in questo contesto la relazione operatore-tossicodipendente; in particolare, nel servizio "di strada", non è il tossicodipendente che va al servizio ma sono gli operatori stessi che si muovono verso di lui, nel tentativo di "agganciarlo" là dove questi è.
"Aggancio" è un termine che non mi piace perché me ne evoca un altro che ha assonanza con il "raggiro"; preferisco contatto, perché di fatto sulla strada si entra in contatto, senza appuntamenti, senza il "primo colloquio", senza "alleanza terapeutica", senza motivazioni. L’unica motivazione per cui l’operatore ed il tossicodipendente entrano in relazione è che l’operatore ha qualche cosa da offrire.
Credo che il tipo di offerta non possa essere se non qualcosa di utile alla vita che in quel momento, proprio lì, sulla strada, la persona ha deciso di fare; il fatto che ad "offrire" quel qualcosa sia un’altra persona, un operatore, è il dato che rende l’approccio carico di significato seppur nell’informalità-normalità del gesto.
L’operatore di strada ha il difficile compito di porsi come una figura di riferimento, di rappresentare un modello di relazione alternativo rispetto a quelli usuali del tossicodipendente, nel rispetto delle regole, delle norme, dovendo però agire in un contesto dove è alto il rischio di essere fraintesi, di colludere con le regole della strada.
Inoltre, se da un lato si è sottoposti ad una potente carica di frustrazione poiché non si segue il percorso terapeutico delle persone, dall’altro il fatto di poter rispondere ai problemi degli "utenti" con soluzioni immediate, semplici, percorribili, espone al rischio di sentirsi indispensabili.
In realtà, se è vero che questo tipo d’intervento riduce i rischi e migliora la vita delle persone, è anche vero che è finalizzato a far sì che le persone tossicodipendenti percepiscano i propri bisogni, formulino domande, possano cambiare. É in sostanza un intervento educativo.
Esiste anche un altro obiettivo: il consenso sociale, il far sì che anche la comunità locale capisca il valore di questo intervento, ne comprenda la ricaduta positiva su di sé e cooperi con esso.

L’azione del servizio ha come obiettivi privilegiati:
– l’aiuto alla persona, inteso come stimolo al miglioramento della qualità della vita, riconoscendo la persona non come “oggetto” dell’intervento, ma come “soggetto” attivo del cambiamento, riconoscendole altresì la complessità del disagio e l’irriducibilità ad una sola componente;
– il potenziamento delle capacità positive individuali;
– la prevenzione dei rischi che minano la salvaguardia e la tutela della salute nonché la dignità della persona;
– il miglioramento della qualità della vita della comunità nel suo complesso, sia per quanto riguarda il diritto alla salute e la tutela dell’ambiente, sia per quanto riguarda la sicurezza di ogni cittadino;
– il consolidamento del lavoro di rete, per un’azione efficace ed integrata della rete dei servizi che si curano delle problematiche degli adulti in difficoltà.

Il target del Servizio
• Cittadini residenti a Bologna in particolari condizioni di difficoltà socio-economica e psicologica;
• Cittadini italiani non residenti a Bologna senza fissa dimora;
• Ospiti dei centri di accoglienza notturna del Comune di Bologna;
• Persone tossicodipendenti presenti in strada, tra le quali rientrano anche i punkabestia;
• Cittadini immigrati regolarmente presenti sul territorio, in grave stato di emarginazione sociale;
• Persone non comunitarie irregolarmente presenti sul territorio, in stato di grave disagio sociale;
• Persone in carico ai servizi (Ser.T. / S.S.A.) che per diverse ragioni hanno interrotto i percorsi riabilitativi.

L’articolazione degli interventi
Il “Servizio mobile di strada” prevede tre aree di attività distinte ed integrate:
a) unità di strada, b) sportello Sociale e delle Opportunità (Centro Diurno) di via del Porto, c) coordinamento Servizi Sociali di Viale Vicini.

Le unità di strada
Sono previste 7 uscite di unità di strada con la presenza di due operatori (sulla base di una turnazione programmata).

Gli operatori sono impegnati nel fornire alle persone di strada, un primo sostegno, a partire dalla distribuzione di generi di conforto (caffè, biscotti, succhi di frutta, acqua minerale), laddove l’impegno principale resta quello di prendere contatto con le suddette persone (anche a partire dalle quattro chiacchiere intorno a un caffè), utilizzando diverse tecniche di colloquio e di "aggancio", al fine di costruire una relazione significativa.

Alle persone contattate viene offerta un’occasione di immediata consulenza socio-sanitaria, informazioni utili sui rischi della condizione di “vita di strada”, come pure sui rischi legati all’uso e all’abuso di sostanze psicotrope.
Per quest’ultima tipologia di utenza (che comprende alcooldipendenti e tossicodipendenti) sono previste la distribuzione di materiale informativo specifico (sulle sostanze, sulle pratiche di assunzione e sui servizi che possono offrire supporto), un’attività di profilassi (siringhe e preservativi) e, in caso di overdose, l’offerta di un pronto soccorso.

Al centro delle attività stanno la presa di contatto e la relazione con le persone che, per diverse ragioni e necessità, fanno della strada il loro luogo e tempo di vita.
Questi contatti e queste relazioni permettono agli operatori di informarsi sulle problematiche e sulle difficoltà, nonché sulle risorse delle singole persone “contattate”, garantendo la costruzione di una mappatura dinamica, sia rispetto ai bisogni, emergenti e non, sia rispetto ai luoghi e alle modalità di aggregazione.
Gli operatori, a tale scopo, compilano quotidianamente una scheda delle attività svolte (siringhe scambiate, profilattici distribuiti, colloqui, invii) per ogni fermata e una scheda per contatto ad ogni persona che si avvale del servizio.
I dati, raccolti da un operatore del servizio in specifici programmi informatici, vengono inoltrati all’Osservatorio Epidemiologico dell’Az.U.S.L. Città di Bologna per una puntuale elaborazione.

Altra importante attività è quella di orientare le persone in relazione ai loro bisogni.
Da un lato verso i servizi del territorio più facilmente accessibili quali:
– strutture che offrono servizi per l’accoglienza diurna (ad es. il Centro Diurno),
– servizi alla persona (gestiti prevalentemente dal volontariato) quali mense, docce, lavanderia,
– servizi per l’assistenza sanitaria gratuita;
dall’altro, verso lo Sportello Sociale e delle Opportunità (Centro Diurno) di via del Porto, per l’approfondimento delle problematiche emerse.

Per quanto riguarda le persone immigrate, regolari e non, in grave stato di disagio sociale è previsto all’interno dell’équipe l’impiego di una figura con esperienza di mediazione interculturale, che apporta il proprio contributo anche ai tavoli di lavoro progettuali e operativi, al fine di elaborare strategie di intervento organiche ed efficaci.

In riferimento ai “Punkabestia”, prosegue la collaborazione con il progetto ad essi rivolto: progetto finanziato dal Settore Sicurezza Urbana del Comune di Bologna, che vede coinvolti in sinergia diversi attori del Servizio Pubblico e del Privato Sociale (Settore Coordinamento Servizi Sociali del Comune di Bologna, Az. U.S.L. Città di Bologna, settore veterinario, presidio medico, Corpo di Polizia Municipale, Centro Accoglienza La Rupe, Cooperativa La Strada, Cooperativa Sociale Nuova Sanità per il Servizio di Mediazione di Comunità).
Prosegue inoltre la collaborazione con il Servizio di Mediazione di Comunità, ormai esteso a tutti i quartieri della città.

Lo Sportello Sociale e delle Opportunità di via del Porto
È prevista la presenza di un operatore 4 giorni su 6 sulla base di una turnazione programmata.
Alla realizzazione delle attività dello Sportello collaborano diversi attori sia del Privato Sociale che dell’Associazionismo(Cooperativa Sociale Nuova Sanità, P.L.O.C.R.S. Centri Accoglienza “La Rupe”, Coopertiva Sociale La Strada, Associazione Amici di Piazza Grande).
Lo sportello svolge un ruolo strategico all’interno della rete dei servizi, un luogo e tempo per approfondire i contatti e rendere ancora più significative le relazioni, per conoscere meglio domande e bisogni degli adulti in difficoltà e per consolidare il lavoro di rete con i diversi servizi e le risorse del territorio.
Le principali finalità del servizio mirano alla promozione della salvaguardia del benessere e della dignità della persona, all’interruzione dei tempi e degli stili di vita di strada, alla sperimentazione e al monitoraggio di percorsi individuali di reinserimento, alla riduzione e cessazione dell’uso delle droghe attraverso uno scambio di informazioni (di saperi) sulle sostanze.

Le attività nelle quali sono impegnati gli operatori sono:
– accoglienza e ascolto
– analisi dei bisogni
– compilazione di una scheda informativa (nel rispetto del diritto alla privacy)
– segretariato sociale
– sostegno nella ricerca del lavoro
– attivazione di assistenza e consulenza legale gratuita
– promozione e gestione di gruppi di autoaiuto
– sostegno psicologico (counselling) sia alla persona che al suo sistema affettivo relazionale di riferimento (famiglia, compagna/o, amici)
– attivazione di laboratori con percorsi di borsa lavoro/formazione
– orientamento e sostegno per l’accesso alla rete dei servizi e ai percorsi terapeutici-riabilitativi
– promozione di attività ludico-ricreative
– accompagnamento ai servizi
– lavoro di rete con Servizi pubblici, Privato Sociale, Volontariato e Associazionismo
– aggiornamento della mappatura dei servizi e delle risorse presenti sul territorio

Il coordinamento Servizi Sociali di viale Vicini
Presso la sede di Viale Vicini 20 (Settore Coordinamento Servizi Sociali) vengono svolte le attività di coordinamento, organizzative e di programmazione tese al miglioramento dell’efficacia del servizio.

Il lavoro di rete
E’ importante consolidare la rete dei servizi di cui è parte integrante il “Servizio mobile di strada” con tutti i soggetti che a vario titolo si occupano di disagio sociale, per accrescere una collaborazione efficace e produttiva, nel rispetto degli specifici target di riferimento, al fine di elaborare una strategia di intervento, globale e condivisa, nella lotta all’esclusione sociale.

É inoltre indispensabile prestare attenzione alla percezione delle problematiche sociali della comunità locale, e in tal senso si mantiene uno stretto contatto con l’operato dei Mediatori di Comunità.
Questa rete è composta dai Servizi Pubblici, dal Privato Sociale, dal Volontariato e dall’Associazionismo.
L’integrazione, per questo tipo di interventi non è solo un obiettivo, ma anche la metodologia del nostro lavoro.

Il sistema di valutazione del servizio

Il sistema di valutazione del Servizio è realizzato sulla base delle riunioni d’équipe e delle attività tecnico-gestionali.
È previsto un incontro settimanale di équipe di 3 ore per la valutazione delle attività del Servizio.
Per quanto riguarda le attività tecnico-gestionali, l’équipe ha cura di rielaborare i dati raccolti (relazioni quotidiane delle attività e schede informative delle persone contattate), stendere periodiche rendicontazioni e produrre e aggiornare il materiale informativo.
L’elaborazione di questi dati ha una doppia valenza: da un lato è utile per valutare l’efficacia del Servizio, dall’altro serve per fini epidemiologici.
I reports riguardano:
– tipologia e quantità dell’utenza che afferisce al Servizio e modificazioni nell’arco di tempo considerato;
– tipologia e quantità dei bisogni dell’utenza;
– distribuzione dell’utenza e relativa corrispondenza con la scelta dei luoghi e degli orari di intervento;
– quantità degli invii, degli accompagnamenti e degli accessi alle strutture e ai Servizi di riferimento;
– monitoraggio del lavoro di rete.

L’educatore Professionale – Esperienza nella “Bassa soglia” d’accesso

Nelle storie di un operatore che ha attraversato tutte le modalità di contrasto della tossicodipendenza, una testimonianza (anche cruda) della necessità di superare gli steccati e le opzioni esclusive tra di esse

Non è mia abitudine scrivere e descrivere il lavoro che svolgo, se non attraverso le relazioni per i servizi, attraverso le presentazioni degli interventi, da riportare ai colleghi, e/o ad altri servizi. In ogni caso ci proverò. Ci proverò raccontando uno spaccato della mia esperienza professionale e personale intrisa d’emozioni, di ricordi vecchi e recenti, di volti e di storie, di gratificazioni e di sofferenze.

La comunità:
La mia esperienza come educatore professionale sulla ”Strada” è recente. Ho infatti lavorato per molti anni in comunità terapeutica per il recupero di ragazzi e ragazze tossicodipendenti. Credo sia necessario partire da qui. Gli ospiti arrivavano (anzi continuano ad arrivare) in struttura dopo un percorso spesso impervio, come potete immaginare. Anch’io, infatti, immaginavo i loro percorsi spesso tortuosi e molto degradanti.
Attraverso i colloqui individuali e i lavori in gruppo ascoltavo le storie di vita, e le parole di chi si raccontava diventavano, spesso, immagini. Immagini che in ogni caso non rappresentavano mai (e non potevano rappresentare) fino in fondo la realtà, se non altro perché erano le loro storie, non la mia. Probabilmente perché le mie “identificazioni” (molte, vi assicuro) non “fotografavano” fino in fondo le disperazioni, le degradazioni, che si celavano dietro quei racconti, dietro quei volti che non sempre rispecchiavano alcuni racconti; sui quali non sempre era “stampata” l’immagine di una storia “pazzesca” di tipo sia personale che familiare. Non tutti infatti, e per fortuna, portavano sul viso i segni di questo pezzo di vita così degradante, che magari si erano “scelti”, o che, forse, non avevano avuto altra possibilità se non quella di scegliere (credo che per molti sia così… almeno… credo). Questi lunghi, spesso lunghissimi percorsi, che li portavano a “scegliere” la via della “guarigione”, io non li vedevo (forse per mia cecità), li immaginavo solo, ma poi ero troppo preso dalla quotidianità, ero troppo concentrato e centrato sul mio ruolo d’educatore (obiettivi, strumenti, progetti, verifiche) e spesso forse ho perso di vista la persona che avevo di fronte. Ovviamente non me ne faccio una colpa, è una considerazione. Loro erano lì, avevano chiesto una mano. Noi tentavamo di dargliela. Anzi, spesso, eravamo convinti (e non di rado loro con noi) che senza di noi non ce l’avrebbero mai fatta… senza tenere conto che erano arrivati fino lì… senza di noi… con le loro gambe e le loro storie…

Quando tre anni fa ho iniziato a lavorare sui progetti cosiddetti a Bassa Soglia d’accesso, ovviamente, mi sono “portato” con me alcune immagini, una determinata impostazione, chiare aspettative.
Le immagini che mi erano rimaste impresse erano legate al lavoro con i tossicodipendenti in comunità, ragazzi che in una qualche maniera più o meno consapevolmente e in maniera più o meno forzata avevano già deciso di tentare la via dell’emancipazione dalle sostanze: la via della “guarigione”. Queste immagini erano maturate attraverso i racconti dei ragazzi, le decisioni prese all’interno dell’équipe, le riflessioni maturate in supervisioni, la formazione, etc.
L’impostazione era sostanzialmente basata sul fatto che l’ospite (utente) è venuto in comunità a chiedere una mano e io educatore (noi, comunità) gliela do… le aspettative erano legate all’impostazione: noi (io educatore) ti aspettiamo, tu (utente) devi raggiungerci.
Non tutti purtroppo però arrivavano, raggiungevano e raggiungono le comunità….non tutti. Per svariati motivi: perché non “sanno”, perché non ce la fanno, perché non vogliono. Nel frattempo continuano il loro percorso. Si fanno le loro “storie”. Magari aggiungono alla loro storia overdose su overdose. Qualcuno si ammala. Oppure smettono da soli (pochi a dire il vero).

Il Centro Osservazione e Diagnosi (COD):
Ho iniziato a lavorare dapprima in un COD (Centro Osservazione Diagnosi). L’impostazione era comunque comunitaria, residenziale. Gli ospiti che vi accedevano venivano lì, sostanzialmente, per disintossicarsi. Per prepararsi alla comunità. Alcuni erano ai primi approcci con i servizi, altri arrivavano dopo molti tentativi, spesso “fallimentari”, che si aggiungevano e si sovrapponevano uno all’altro.
Molti di loro non avevano ancora fatto la “scelta” della “guarigione”. Alcuni lo dicevano quasi spudoratamente ed in maniera quasi provocatoria: “….io sono qui per una ‘vacanza’ dalla sostanza…..”. Ma non solo, credo che la vacanza fosse anche da una vita sregolata, da un posto letto sistemato in una qualsiasi stazione di una qualche grande città, dall’astinenza del cibo, dalla mancata possibilità di farsi una doccia. Ma questo solo alcuni (pochi) te lo dicevano; i più “spudorati”, appunto. Forse i più “veri” o più semplicemente quelli che non avevano null’altro da perdere “…..tanto…peggio di così’…”. É una frase che spesso mi “risuona” nella memoria.
Ho in mente la difficoltà nello stare “vicino” ai ragazzi che erano agli sgoccioli con lo scalaggio di Metadone. E mentre stavo vicino a questi, con l’occhio vigile e la mente concentrata sul ragazzo che cominciava a dare i primi segnali, mi rendevo conto che forse avrebbe potuto farcela, che probabilmente la “vacanza” che si stava prendendo stava portando alcuni piccoli ed immaturi frutti. Forse, pensavo in quei momenti, Roberto sta iniziando a pensare alla comunità, ad una vita diversa a….…ma non mancava mai l’emergenza. “…Caazzzo (no, non è proprio professionale, ma in alcuni momenti è proprio così che pensi) Lucio (mi chiamano così) corri, Zaccaria si è tagliato….”. Lì ho toccato con mano quella che è ora definita doppia diagnosi. Ossia diagnosi di tossicomania accompagnata ed associata a qualche disturbo della personalità. Una bella bomba, che l’operatore spesso si trova a gestire senza gli strumenti (appunto) adeguati se non quelli legati all’esperienza, al buon senso e ad un po’ di sangue freddo.

“La Strada”:
Beh… sì anch’io come tanti sono arrivato alla “strada”. Dopo due anni di lavoro al COD.
Mi è stato infatti chiesto di andare a lavorare sui progetti a Bassa soglia d’accesso con i tossicodipendenti ancora attivi all’uso di sostanze; si trattava di gestire una struttura di prima accoglienza notturna per persone S.F.D. (senza fissa dimora). Dimenticavo… a Bologna.
Il primo impatto, nonostante l’esperienza maturata al COD, è stato abbastanza forte. Mi piaceva molto l’idea, ma non riuscivo a cogliere appieno il senso. Là “giù”, per strada, non si parlava più, o così io mi immaginavo, di progetti, di setting, etc. Siringhe, preservativi, buco pulito. Si parlava di riduzione del danno, strategia utilizzata nei paesi anglosassoni per ridurre i danni dall’uso di sostanze. Strategia che, pian piano, ha negli ultimi anni preso piede anche in Italia. Più volte, nei primi mesi, mi sono chiesto che cosa ci stavo a fare… laggiù. Che senso avesse scambiare siringhe, distribuire profilattici. Mi chiedevo, e ne abbiamo discusso tanto in équipe, in supervisione, se questo potesse aiutare, servire…
All’inizio, per strada, la relazione con le persone, quasi paradossalmente, pareva venisse messa in secondo piano. Devo dire che ho ripensato molto al lavoro in comunità. E credo che questo mi abbia aiutato molto nel trovare il senso del “nuovo” lavoro. Ho ripensato ai percorsi dei ragazzi che erano arrivati in comunità. Percorsi che come dicevo prima mi immaginavo solo. Beh, lì li vedevo, li toccavo con mano. Scambiare siringhe poteva e doveva diventare, oltre che un modo per far evitare inutili contagi, uno strumento per creare relazione.
Mi pare possa, il lavoro in strada, quasi “chiudere” un cerchio. Quasi a sottolineare una complementarietà con il lavoro svolto in comunità, terapeutico. Per strada l’aggancio in comunità o altrove l’emancipazione dalla sostanza. Anche questo, devo dire, è molto rischioso. L’aspettativa generale credo continui ad essere quella che tutti per forza debbano “guarire”. In questi anni di lavoro per strada mi sono reso conto che forse non è possibile, che forse è un’aspettativa troppo alta, un’utopia. Credo che sia necessario fare i conti anche con la volontà e la possibilità dell’altro, di chi hai di fronte, con la richiesta che ti fa. Se ti chiede un panino perché ha fame non gli puoi certo dire che deve smettere di bucarsi. Forse gli puoi dare il panino e sperare (lavorarci sopra) che ritorni e che ti chieda un panino ed un letto……….

Armando 62 anni una sera di mezz’estate, un caldo afoso, dopo una mezza rissa (all’interno di una struttura d’accoglienza notturna) mi inizia a raccontare questa storia. Io non gli avevo chiesto nulla. Mi ero limitato a chiedergli come va?. D’altra parte A. l’avevo già incontrato decine e decine di volte. Uomo molto mite, riservato…ma quella sera….
“…avevo creato un <<impero>>. avevo fatto tutto da solo…Da un piccolo furgoncino ad una cooperativa di trasporti. Poi, dopo dieci anni di lavoro e sacrifici, abbiamo scoperto che il commercialista ci aveva imbrogliato….La finanza una mattina di maggio è venuta a bussare alla porta e ci ha lasciato solo i vestiti che avevamo addosso. Sono rimasto per strada con una famiglia da mantenere e da sostenere (moglie e tre figli)…fortuna che non mi sono tolto la vita…allora mi rimaneva solo quello….”
Durante e dopo questa dichiarazione più volte mi sono commosso (ovviamente come professionista non potevo farlo vedere…). Finito il racconto non ero certo se quello che mi aveva raccontato fosse vero, fonte d’immaginazione, se fosse in parte vero ed in parte costruito, immaginario…Chi lo sa ….Beh alcuni giorni dopo ho scoperto che corrispondeva a verità. Quell’uomo distrutto ma con una grande dignità, era stato truffato tanti anni fa dopo anni di duro lavoro….proprio come mi aveva raccontato lui…Ora era con tutta la sua famiglia per strada. O meglio era stato per strada ora vive presso un dormitorio…senza più nulla se non la sua famiglia , la sua dignità…..la sua essenza d’uomo.
Armando non si è mai drogato, forse ha bevuto, forse beve, chi lo sa. Ma continua a lavorare duramente, è sempre disponibile… ma è sulla strada, ai margini della nostra grande città, civiltà…

Nei primi mesi del 2001 si doveva partire con un progetto di intervento sulla “popolazione punkabestia” che bivaccava sul territorio di Bologna. L’avvio di questa iniziativa era complessa; ci si doveva inserire all’interno dei gruppi, riconoscere ed instaurare una relazione con i leader. Decidemmo di affidarci ai peer operator (ragazzi che ancora hanno uno stile di vita di piazza ma che …) Incontrai Roberto, tossicodipendente, lo conoscevamo già. O meglio i miei colleghi lo conoscevano già. Aveva dormito per un po’ di tempo all’interno di un Riparo notturno per persone S.F.D.. All’inizio l’approccio non è stato semplice. C’era molta diffidenza da parte sua: “…. Mi sa che dietro si nasconde il "pacco"”…, mi continuava a ripetere. Poi un giorno lui ed un altro ragazzo che conoscevano molto bene i gruppi di punkabestia mi telefonarono: “guarda ci abbiamo pensato vorremmo collaborare…vediamoci in Piazza Verdi (Bologna) alle 23.00 di questa sera…”
Roberto 32 anni adesso vive in questa struttura per l’accoglienza dei punk. E’ il mediatore e punto di riferimento e per gli ospiti e per gli operatori. Non so se si fa ancora, forse un po’ meno. Ha iniziato a fare teatro è pagato per il lavoro che svolge… Non so se R. “guarirà”, se si emanciperà dall’uso di sostanze. So che ora lavora, ha un tetto, fa un’attività (che gli piace), ha nuove relazioni. Forse il suo stile di vita è un po’ migliorato e chissà magari un giorno……

Due storie (tre anzi, c’è anche la mia) molto diverse tra loro sia per le età dei due “ragazzi” sia per il tipo di percorso, sia ….
Mi pareva importante riportarle perché hanno segnato (insieme a tante altre) il mio percorso di operatore. Mi hanno fatto intravedere uno spiraglio. Mi hanno permesso, in un certa misura, di ricongiungere la mia esperienza iniziale (in comunità) a quest’ultima.
Non so se questo breve scritto sia esaustivo, completo e professionalmente accettabile (non ho volutamente parlato di strumenti, aspettative, obiettivi, etc..). É la mia esperienza di vita. Operativo ed esistenziale, professionale e personale

Il lavoro con genitori di tossicodipendenti: uno specchio da infrangere

Le difficoltà nella vita dei tossicodipendenti non possono che ripercuotersi sugli equilibri familiari, che rischiano di venire “schiacciati” sulla persona in maggiore disagio e, di conseguenza, di essere vissuti con vergogna. Come il dialogo può spezzare l’isolamento dei genitori

Lavoro come Assistente Sociale al SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bologna Nord, da dieci anni; da sempre ho dedicato particolare attenzione alle famiglie dei tossicodipendenti e ai colloqui di sostegno ai genitori.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, il fenomeno della tossicodipendenza sembra affondare le sue radici, più che su scontri ideologici o situazioni di degrado sociale, in un rapporto di dipendenza/vincolo con la famiglia di origine e i suoi valori.
Nel proporre progetti terapeutici non è possibile ignorare questo aspetto, e la presa in carico dell’intero nucleo familiare diventa d’obbligo. Inoltre, l’equipe del SERT di San Giovanni in Persiceto da sempre pensa che un modello di intervento eccessivamente medico-burocratico non può rispondere a pieno al malessere che spesso paralizza le famiglie che vivono l’esperienza della tossicodipendenza. Tale malessere nasce spesso da un profondo senso di colpa e di vergogna che crea un isolamento intorno alla famiglia, la quale non osa più chiedere aiuto, tentando sempre più di mimetizzare il problema anziché esplicitarlo.
Le dinamiche di dipendenza e vincolo, che possono essere causa della patologia o essere riattivate da questa, impediscono una corretta comunicazione nella famiglia ed ostacolano la capacità di farsi carico di un percorso di reale autonomia del figlio.
L’idea di attivare un gruppo genitori nasce quindi con un duplice obiettivo: da un lato mettere in rete le famiglie portatrici del problema tossicodipendenza, al fine di offrire un sostegno che faccia uscire dall’isolamento e dall’impotenza; dall’altro creare una maggiore consapevolezza e una migliore comunicazione, all’interno di ogni nucleo familiare, come ulteriore risorsa nella cura della tossicodipendenza.
Inoltre è evidente come ogni colloquio di sostegno ai genitori sia sempre caratterizzato dalle stesse paure, dubbi, rabbia, senso di colpa, smarrimento. Soprattutto una frase, ripetuta sistematicamente dai familiari, mi lasciava perplessa e impotente: “È inutile, queste cose le può capire solo chi le ha provate”. Ed effettivamente, al di là della formazione, della professionalità e disponibilità, ci si può rendere conto facilmente che il “sapere” è cosa ben diversa dall’”esserci dentro”. Perché allora non far parlare queste persone fra loro? Incontrarsi allo stesso livello con persone che vivono la stessa esperienza?
Ma il passaggio dall’idea e dalla prima proposta, fatta nel 1993, alla sua concreta realizzazione nel 1996, non è stato così semplice e veloce, per almeno due motivi:
– la fatica nel reperire uno spazio adatto,
– la scarsissima adesione e interesse da parte dei genitori (nel ‘93 accettò solo una coppia, il cui figlio era prossimo alla dimissione).
L’individuazione dello spazio è stato sicuramente un’emergenza di questa esperienza, fin dal suo inizio. Quando nel ’93, all’interno del servizio, maturò l’idea di proporre un gruppo genitori, non fu possibile trovare un luogo adatto. Il SERT non aveva locali propri da mettere a disposizione, e sembrava avere un significato simbolico riunire il gruppo fuori dal Servizio, per alleggerire un senso di vergogna e di stigmatizzazione già così pesante, e anche per restituire al territorio una problematica che non può essere solo di un servizio specialistico. In tutta San Giovanni non si trovò una sala che permettesse di mettere in cerchio 15 sedie.
Nel ’96, il Comune diede a disposizione un’aula in una ex scuola superiore. Era necessario salire tre piani di scale faticose, per ritrovarsi in locali vuoti, abbandonati, in attesa di ristrutturazione, unico arredamento le sedie, raccattate a fatica. Sebbene il luogo fosse decisamente poco accogliente, i genitori capirono l’importanza dello spazio, non solo fisico, che gli veniva offerto, e dopo alcuni mesi, mossero mari e monti per ottenere/rivendicare un luogo più adatto. La loro voce fu più forte di quella di noi operatori e ottennero, sempre dal Comune, l’utilizzo di una saletta più accessibile e molto più accogliente.
Quando, nell’aprile ’98, ripresero gli incontri del gruppo, dopo un periodo di sospensione, quella stessa saletta si presentò nuovamente vuota, fredda e triste. Ma poiché nel frattempo il SERT si era dotato di spazi più ampi, dopo pochi mesi si decise di spostare il gruppo dentro le mura del Servizio.
È importante sottolineare questo, perché è molto significativo quale spazio fisico contiene uno spazio mentale; in questa esperienza la conquista del luogo è andata di pari passo con la conquista di un forte contenuto emotivo, ma al tempo stesso è fallita l’idea di poter uscire dal servizio specialistico e di utilizzare risorse più neutre per creare spazi di ascolto.
Oltre alla difficoltà di reperire uno spazio adatto, anche la scarsa adesione dei genitori fu uno dei problemi che nel ‘93 rese inattuabile il progetto. Nel ’96, quando esso fu riproposto, i tempi erano decisamente più maturi. Era uscito da un po’ di tempo il giornale L’URLO, redatto dai tossicodipendenti in cura al SERT, che cominciavano così a rendersi visibili in paese in maniera nuova, positiva e propositiva. Era stato abbattuto un primo muro di vergogna; questo probabilmente ha inciso nel dare un po’ più di coraggio anche ai genitori. Il gruppo ha lavorato da maggio a dicembre ’96, ha ripreso ad aprile ’98 ed è tuttora in corso.

Gli obiettivi che questo strumento terapeutico si pone sono:
– offrire uno spazio di confronto/comprensione fra persone che vivono lo stesso problema ("chi non ha provato queste cose non può capire");
– riflettere sul ruolo genitoriale e su come questo influisca in maniera significativa nel percorso di cura della tossicodipendenza, restituendo al genitore una propria identità;
– superare il senso di colpa e di vergogna;
– stare meno male;
– creare nuove relazioni.
La metodologia da me proposta faceva riferimento inizialmente alla concezione operativa di gruppo della Scuola Psico Sociale Analitica argentina (Bauleo, Pichon Riviere), che vede costituirsi il gruppo intorno ai quattro cardini del setting: spazio, tempo, ruolo, compito.
Riguardo al tempo, il gruppo si è incontrato inizialmente tutte le settimane per un’ora e mezza; da oltre un anno gli incontri sono divenuti quindicinali. Solitamente l’estate è l’interruzione che permette un momento di bilancio e di progettazione per la ripresa autunnale. I ruoli inizialmente erano ben chiari e vedevano me come coordinatore, con il compito quindi di aiutare il gruppo a lavorare sul compito proposto, rilevando le resistenze, aiutando a superare gli ostacoli, facilitando la comunicazione gruppale attraverso delle segnalazioni, delle sottolineature (il ruolo del coordinatore non è quindi di dare consigli, soluzioni pronte, né parlare dei singoli casi).
Il compito che avevo proposto ai partecipanti del primo gruppo era stato “parlate delle problematiche che vivete come genitori di tossicodipendenti”. La riflessione fatta al termine dell’esperienza fu che questa consegna non aveva permesso di uscire da quella logica di etichettamento tipica delle istituzioni sanitarie, che identificano la persona con la sua malattia. Fu molto faticoso spostare l’attenzione dai loro figli a loro stessi; emersero molte problematiche legate alla tossicodipendenza ma i singoli membri uscirono poco allo scoperto, non riuscirono a esprimere completamente il loro personale malessere. Per questo, quando riproposi il gruppo, decisi di lasciare un compito più generico: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e di ogni altra cosa riteniate opportuna”. Il non fare diretto riferimento alla patologia ha permesso di uscire sempre più dall’idea di essere solo genitori di tossicodipendenti.
Fare una precisa scelta metodologica mi ha permesso di gestire con strumenti chiari questa esperienza, non ha impedito però di raccogliere le esigenze e le aspettative che, il gruppo da un lato e il SERT dall’altro, stavano sempre più depositando su questa esperienza.
Mantenere un setting molto rigido, continuare ad accentrare sull’operatore il compito di gestire il gruppo, avrebbe offerto uno strumento terapeutico importante, ma probabilmente avrebbe reso più difficoltosa una graduale impostazione del gruppo in termini di auto/mutuoaiuto, desiderio che sembrava nascere nel gruppo.
Il mio ruolo è stato inizialmente molto attivo, dovendo continuamente sollecitare la discussione e riportando sul compito la conversazione che rischiava di diventare chiacchiera banale pur di non affrontare argomenti senz’altro dolorosi. Pian piano sono passata ad un ruolo di ascoltatore; chi frequentava il gruppo da più tempo era sempre più in grado di farsi carico degli ultimi arrivati, di creare un clima sereno, accogliente ma non superficiale. Il mio ruolo è diventato sempre più quello di stimolare ulteriori passi avanti, di dare strumenti concreti per tradurre i loro bisogni. Ad esempio, la proposta di un brainstorming sui desideri legati al gruppo ha fatto emergere il bisogno di avere informazioni, ma anche momenti piacevoli.
Mi sono quindi incaricata di chiamare esperti sulle varie problematiche richieste e di stimolare nei genitori iniziative che mai il SERT potrebbe fornire, come trovarsi per mangiare una pizza, farsi una telefonata semplicemente per sentire come va.
Il gruppo genitori è stata quindi una concreta esperienza di incontro e integrazione fra formale e informale, fra tecnicismo e umanità, che ha permesso a chi ha partecipato di passare dalla paura, dalla diffidenza, dalla vergogna ad un clima di solidarietà, vicinanza, intimità. Ha permesso anche di passare da una inconsapevolezza, una confusione di ruoli, al riconoscere che, da un lato i figli dipendono dall’eroina, ma dall’altro i genitori dipendono dai figli. È stato possibile per alcuni ritrovare un’identità genitoriale, che ha permesso ad alcuni di scoprire quanto è importante, ma anche difficile a volte, dire no, porre delle distanze.
Il buon esito di questa esperienza, al di là di valutazioni tecniche e professionali, lo si può misurare anche da alcuni altri elementi più frivoli ma non meno importanti: dopo un po’ di tempo, il gruppo ha cominciato a concludersi con un piccolo rinfresco, iniziativa e realizzazione dei genitori stessi; se all’inizio, alle 18,45, si cominciavano a guardare gli orologi, ora alle 19,30 si è ancora spesso lì a chiacchierare; i genitori si telefonano per darsi appuntamenti anche esterni al gruppo creando così una rete sociale che può offrire un sostegno anche al di là del tempo del gruppo.

Per capire meglio l’importanza di questa esperienza, possiamo riprendere alcuni elementi che Paola Di Nicola sottolinea a proposito delle reti di auto/mutuoaiuto: il self help come forma di educazione di sè, come forma di aiuto che rende possibile contenere la propria sofferenza: “condividere il dolore, assumere il peso del dolore degli altri significa sentirsi momento di un dolore comune: si rovescia, si ribalta la logica della separazione che il dolore produce”.
Lo strumento attraverso cui si realizza l’autoaiuto è la parola: “La “dicibilità” del dolore presuppone la parola come mediazione. Nelle pratiche di auto/mutuoaiuto il “dire” è il presupposto per il fare, per il cambiare.”
La forza della parola permette anche di rompere il muro della privacy che, abbiamo detto più volte, nella tossicodipendenza è particolarmente forte.
Queste riflessioni possono essere la chiave di lettura di alcuni passaggi significativi del gruppo genitori del SERT di San Giovanni in Persiceto, che qui di seguito vengono presentati.
Come si è già detto, il problema della difficoltà a reperire una sede adeguata non ha aiutato il gruppo a sentirsi legittimato: ai primi incontri c’è un’aria un po’ carbonara, il senso di vergogna pesa ancora di più. Quando ad aprile ‘98 riprendono gli incontri, i partecipanti al precedente gruppo si siedono vicini, si guardano attorno, c’è un po’ di imbarazzo, bene o male tutti si conoscono o meglio si riconoscono; ma bisogna pur presentarsi: “Sono la mamma di…” “mio figlio è…”. L’unica risposta al compito dato: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e ogni altra cosa riteniate opportuna”, sembra essere inizialmente: “l’unico nostro problema è la tossicodipendenza di nostro figlio”.
I primi incontri vengono spesi per parlare dei loro figli e della storia di tossicodipendenza; solo questi due aspetti sembrano dare loro un’identità in questo gruppo.
Una delle frasi più ricorrenti è “noi viviamo di riflesso; se i nostri figli vanno bene noi stiamo bene e viceversa”.
È subito evidente, e molto presto anche loro lo riconoscono, come la dipendenza dei genitori dai figli sia molto forte. Dipendenza che spesso confonde i ruoli e le responsabilità: i figli prendono le multe ma sono i genitori a pagarle, i carabinieri perquisiscono la casa, ma sono anche gli armadi dei genitori ad essere messi sotto sopra, i figli fanno una terapia farmacologica ma sono i genitori ad attivarsi nel rapporto con l’ambulatorio.
Così i genitori dimostrano anche una grande conoscenza del "mondo tossico" e ne tracciano una mappa ben precisa: quali sono i punti di spaccio, gli orari di incontro dei ragazzi per andare "in piazza", l’organizzazione delle macchine ecc. E, ancora una volta, si ha l’impressione che stiano parlando i figli e non i genitori. Uno specchio sembra essere ciò che divide, confondendoli nei suoi riflessi, i genitori dai figli. Come infrangere questo specchio, per restituire loro un’identità, un ruolo, una funzione?
Qualcosa comincia a succedere quando iniziano a domandarsi dove abitano, finalmente emergono conoscenze comuni, punti di riferimento precedenti la tossicodipendenza dei figli. Finalmente cominciano a tracciare una mappa del loro "mondo sano". I cambiamenti sembrano essere stati due: da un lato quello dal raggruppamento al gruppo, dall’altro quello da un gruppo di genitori di tossicodipendenti ad un gruppo di adulti genitori. Diventa infatti significativo il riscoprire come si era prima della tossicodipendenza, sia in senso temporale che in quello personale. Emergono quindi le loro storie: "sono rimasta orfana a sei anni…","con mio marito non c’è mai stato un vero rapporto…", "ho anche degli altri figli….","mi è sempre piaciuto ballare…".
Con le loro storie riemergono anche i loro desideri: il gruppo risponde bene a questo passaggio e il piacere di condividere diventa così forte che, di loro iniziativa, cominciano a portare dei dolci da mangiare al termine del gruppo.
Lo specchio sembra cominciare ad incrinarsi, anche se la frase "sto così bene perché adesso mio figlio sta bene… se dovesse ricadere non so neanche se verrei qui a parlarne…", a turno viene pronunciata da tutti.
C’è però un evento significativo che evidenzia la capacità di tenuta del gruppo anche rispetto al fallimento: inaspettatamente, il figlio di una coppia ha una ricaduta, il padre ne parla in gruppo in termini completamente nuovi: "con questa ricaduta mio figlio ha voluto dirmi qualcosa…". Forse per la prima volta parlano della tossicodipendenza dei loro figli non solo in toni distruttivi e, soprattutto, con una chiarezza di ruoli un po’ nuova, che stupisce loro stessi. Ed è un nuovo passaggio: il gruppo ha retto rispetto al piacere ma anche rispetto al dolore e al fallimento.
A questo punto avanzo una proposta: "forse questo gruppo può pensare di costruire un progetto…". L’idea incuriosisce e spaventa: "certo avremmo molte cose da dire ad altri genitori… alle istituzioni… ma non sappiamo come fare".
È necessario dare una nuova cornice al gruppo, che, una volta al mese, non ha più solo il compito di confronto e sostegno ma, più concretamente, quello di pensare a come realizzare un’idea per uscire un po’ allo scoperto. L’occasione di un convegno organizzato dal SERT è buona, e insieme si scrive una relazione da presentare in pubblico e da pubblicare su “l’urlo”. Ed ecco un ulteriore significativo passaggio: "chi leggerà in pubblico?". La richiesta è che sia io a leggere per loro; non rifiuto, suggerisco una contraddizione su cui è importante riflettere: nella relazione scrivono che il gruppo li ha aiutati a capire che non si devono vergognare; è proprio vero?
Questo stimolo ha un buon effetto: infatti uno di loro, per la prima volta, legge in pubblico. Il gruppo, partito con stile “carbonaro”, si conclude ufficializzando e pubblicizzando la propria esistenza.
Al convegno “La cultura giovanile. Vizi e virtù”, organizzato dal SERT di San Giovanni in Persiceto, la relazione sul gruppo fu a due voci, e fu proprio uno di loro a leggere la parte che si riporta di seguito:

“Per raccontare l’esperienza del nostro gruppo forse è meglio partire da quando il gruppo non esisteva ancora, partire dal momento in cui ognuno di noi ha scoperto la tossicodipendenza di suo figlio.
Quasi per tutti non è stato un fulmine a ciel sereno, si è dovuti passare dalla certezza che a nostro figlio non sarebbe mai successo, al dubbio, poi al sospetto e infine alla certezza che era capitato proprio a noi. Una certezza che sapevamo ma non volevamo ammettere e, chi per una telefonata anonima, chi per un provvedimento dei carabinieri, abbiamo dovuto affrontare il momento più difficile: la conferma diretta dei nostri figli. La sensazione è stata la stessa per tutti “È crollato il mondo”.
Poi l’illusione: basterà un ricovero, in sette giorni sarà già finito tutto. Non sapevamo quel che ci aspettava, non sapevamo che cosa fare. Abbiamo però presto capito che era una battaglia difficile. Sono iniziati innumerevoli tentativi, prima soli poi con l’aiuto del SERT, e ad un certo punto gli operatori ci hanno proposto di partecipare ad un gruppo per genitori.
Abbiamo accettato tutti con poco entusiasmo e con la stessa motivazione: “lo dobbiamo fare per i nostri figli, per dimostrare loro che anche noi facciamo la nostra parte, anche se ci costa fatica”. Perché è stato davvero faticoso superare la vergogna, la paura di essere riconosciuti, di scoprirsi di fronte ad altri. Noi che fino a quel momento c’eravamo ben guardati dal parlarne con chiunque, di farlo sapere anche solo ai nostri parenti.
C’era però anche qualche aspettativa di aiuto “ci diranno cosa dobbiamo fare con i nostri figli, ci sentiremo meno soli”.
Ognuno di noi aveva pensato ai primi incontri con un po’ di timore “chi ci sarà, ci conosceranno, di cosa dovremo parlare, potremo fidarci?”. Eravamo tutti pesci fuor d’acqua, spaesati, imbarazzati e anche un po’ delusi. Delusi perché nessuno, nemmeno l’operatrice, aveva una ricetta per la tossicodipendenza, una soluzione pronta ed efficace, delusi e angosciati dovendo ascoltare storie a volte più dolorose e faticose delle nostre, che anziché dare speranza deprimevano ancora di più.
Ma dopo i primi incontri è stato sempre più facile parlare, aprirsi, confidarsi; perché è vero, solo chi lo ha provato sa di cosa stiamo parlando.
Dopo diversi mesi di gruppo possiamo fare un bilancio e dire che le nostre aspettative iniziali sono state deluse solo in parte. Abbiamo scoperto molte altre cose: questo gruppo è servito prima di tutto a noi, a ritrovare noi stessi, l’interesse per la nostra salute, per i nostri desideri dimenticati da tempo, abbiamo costruito una rete di solidarietà, di comprensione, di consolazione. Una rete che ci ha permesso di mettere in comune i momenti duri delle ricadute, di poterci sostenere a vicenda. Per alcuni poi ha voluto dire trovare nel gruppo la forza per prendere e mantenere posizioni forti verso i figli e quindi aiutarli a guarire. Soprattutto ci siamo sentiti meno soli, e se oggi diciamo queste cose forse è perché ci siamo aiutati anche a vergognarci di meno.
L’invito che ci sentiamo di fare a chi come noi sta vivendo questo problema è di parlarne, di non restare isolati, di non pensare di farcela da soli. Trovare il metodo giusto per guarire dalla tossicodipendenza è difficile ma possibile, trovare un po’ di solidarietà è più facile di quanto sembri.”

Quando, a settembre, ripresero gli incontri, non fui più io a proporre ai genitori la frequenza del gruppo, ma loro stessi a promuovere questa iniziativa.
Passare da raggruppamento a gruppo, da gruppo di genitori di tossicodipendenti a gruppo di adulti, da gruppo nascosto a gruppo ufficiale, è quanto si è ottenuto finora. Il porre la relazione al centro di questo intervento ha senz’altro prodotto benessere per queste persone che, da tempo, non riuscivano a dedicare a sé stesse alcuna attenzione.
In un contesto come questo, dove l’assoluta "normalità" e l’apparente anonimato sembrano permeare qualunque cosa, rendere visibile un gruppo di genitori di tossicodipendenti può essere un interessante stimolo di cura "della comunità" e "nella comunità"..
In questa prospettiva ci si potrebbe augurare che non solo la patologia renda possibile esperienze di sostegno e confronto; pensando a quanti sono i momenti critici nel normale rapporto genitori/figli (la scuola, l’adolescenza, ecc.), a quanto sia il bisogno di momenti di confronto fra pari, è importante che chi si occupa di prevenzione e salute pubblica si interroghi su quanto spazio viene normalmente offerto per questo.

BIBLIOGRAFIA

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DOCUMENTAZIONE VARIA
SCARLATTI S., Tesi di Laurea "DROGA, LAVORO E FAMIGLIA: L’ANORMALITA’ DELLA NORMALITÁ", Università degli Studi di Trieste, Facoltà di scienze della Formazione, Corso di Laurea in Servizio Sociale.

Movimento musica e ricerca nelle diverse forme di prevenzione

Per stabilire un rapporto proficuo con i ragazzi e con i tossicodipendenti, occorre innanzitutto instaurare un linguaggio comune, privo di paternalismi e moralismi. Il lavoro del Centro “In&Out” di Sant’Agata Bolognese

DI COSA PARLIAMO?

Prevenire significa cercare di arrivare prima. Ma prima di cosa? Delle droghe? Della dipendenza? Dell’uso? Dell’abuso? Di un modo di usare la “merce” droga senza alcun criterio e consumisticamente?
Queste diverse prospettive del vedere la prevenzione riflettono modi diversi di concepirla e anche di attuarla.
Arrivare prima di droghe e dipendenza è nell’ordine della “missione impossibile” per un Ser.T.
Gli esercizi alla dipendenza solitamente cominciano presto, sono vari e articolati in varie forme, presenti nella quotidianità di una cultura e di un’educazione che ad esempio evita le frustrazioni o ci abitua a non pensare delegando il pensiero ad altri, nell’abitudine a funzionare per ricompense o punizioni, nel bisogno di sedarci dalle angosce attraverso consumi vari ed eventuali che vanno dagli oggetti ai farmaci e che non ci guida in una dimensione dove libertà o senso di responsabilità siano strettamente connessi.
La prevenzione ha anche questa prospettiva, più politica che sanitaria, più legata alla crescita di una società che alla salvezza di qualcuno.
I ragazzi che noi vediamo, dalle scuole, alla strada, ai centri giovanili, sono, come noi del resto e naturalmente meno di noi, assuefatti a molte cose: dal modo di percepire il divertimento al modo di percepire e curarsi il dolore. Possiedono “vizi e virtù”, esattamente come citava un convegno da noi (Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto) organizzato nel ‘99, che presentava un “popolo” giovanile in parte condizionato fortemente dalla cultura dominante, per altri versi estremamente vivo, che ha ancora la forza di elaborare creativamente i condizionamenti e distanziarsi dal mondo adulto adottando linguaggi propri e indipendenti.
Come Ser.T. riteniamo di dover partire esattamente da questo “popolo” complesso e variegato, diversissimo dal nostro, per lavorare sulla prevenzione. Lavorare sul gap generazionale che si è creato in questi anni, malgrado gli adulti si vestano come i ragazzi, è uno dei nostri compiti.
Il nostro lavoro è innanzi tutto un lavoro su noi stessi, sui nostri pregiudizi e sulla nostra presunzione di aver “già vissuto” la loro età e, in secondo luogo, di crescita come adulti che si sintonizzano con i loro linguaggi senza scimmiottarli, con sincera meraviglia e curiosità, spianando la strada allo scambio e alla comunicazione.
Il lavoro di questi anni ci ha mostrato quanto il canale comunicativo con le nuove generazioni sia spesso stato intasato dai danni provocati da adulti giudicanti e paternalisti promossi da alcune agenzie educative quando non dai mass media, in particolare la televisione.
Dopo questo intervento primario, il lavoro successivo diventa quello di confermarsi adulti “credibili” che conoscono i contesti di consumo odierni, che conoscono le sostanze, i loro usi, i loro effetti e i loro danni, portatori, insomma di un “sapere” obiettivo, disponibile ad essere integrato con il loro “sapere”, dove non si intende spaventare né insegnare a nessuno, ma cercare di essere utili per saper come soccorrere un amico che sta male o capire quando si sta esagerando.
Proprio per questo motivo pensiamo che gli interventi di prevenzione riguardino tutti gli adulti coinvolti nel rapporto con i ragazzi, e per questo sollecitiamo spesso le scuole ad organizzare formazioni ad hoc per insegnanti e genitori, anche se a tutt’oggi gran parte del lavoro che ci viene richiesto e che ci troviamo a fare è soprattutto con i ragazzi.
L’ultimo punto riguarda gli strumenti che utilizziamo nei contesti della prevenzione, che sono spesso diversi e che rispecchiano la creatività del gruppo di lavoro impegnato nell’intervento: abbiamo realizzato, nel limite del possibile, progetti variegati e a volte stravaganti, utilizzando musica, telecamera, videoregistrazioni o mixaggi di varie forme comunicative.
Quest’ultimo punto, a nostro parere, è il più importante.
È indispensabile, per il successo di qualsiasi iniziativa che riguardi i giovani, nel rispetto di identità, gusti e scelte, riuscire a divertirsi insieme a loro, utilizzando spesso l’ironia e sfruttando alcune alchimie, in una simbolica “danza” che festeggi la vita e la morte.

CAMMINO E PROSPETTIVE

La prevenzione dell’uso e dell’abuso di sostanze, di tutela della salute, di sostegno agli operatori che si occupano di pre- e adolescenti per noi, Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto, inizia nel 1996.
Inizia con un corso di informazione per referenti alla salute delle scuole medie e superiori, prosegue con interventi nelle classi strutturati soprattutto nel promuovere informazioni corrette sulle sostanze, ma anche creatività, opportunità, ironia. Altri sono stati gli interventi con i docenti e ancora gli incontri all’interno di gruppi organizzati di giovani del nostro territorio.
Dal 1998 ideiamo il Progetto “Al di là del muro”, finanziato fino a oggi dalla Regione Emilia-Romagna, per offrire sul territorio una possibilità per i ragazzi di essere guidati o di trascinarci con loro nelle loro esplorazioni del mondo, comprese le droghe. Il nostro atteggiamento è accogliente, il più possibile in sintonia con il loro mondo, non giudicante ma anche non collusivo soprattutto per ciò che riguarda i comportamenti cosiddetti “a rischio”.
Il Centro di S. Agata denominato “In & Out” è solo una piccola stanza da reinventarsi, da allestire e arredare. Per questo lo slogan del luogo sarà “Reinventiamoci tutto ciò che non ci piace”. Opportunità di divertirsi, di costruire un punto di riferimento, di avere informazioni sulle droghe in termini di riduzione del danno (in un territorio di grandi consumatori).
Mentre l’anno 1998-99 è stato dedicato alla definizione dello spazio, dei tempi e dei compiti del Centro giovanile, a carattere ricreativo con spazi di consulenza-ascolto, sulla conoscenza degli strumenti e degli operatori, sulla costruzione degli angoli ricreativi e culturali, gli anni successivi sono dedicati invece ai contenuti specifici e caratteristici di quello spazio su quel territorio.
Per far questo abbiamo definito compiti e collaborazioni tra Servizio Sociale, Ser.T., Comune, Associazioni di volontariato del territorio, stabilendo gli orari e le fasce di età a cui ogni ente si rivolge.

Mentre gli spazi ludico-ricreativi aperti a tutti sono stati essenzialmente concentrati in 2 (in certi periodi anche 3 o 4) giornate in orario tardo pomeridiano e serale (17.30-23.00) con la presenza a turno di due educatori e 2 operatori della notte,lo spazio dedicato all’ascolto è stato collocato nella giornata del mercoledì pomeriggio a cadenza quindicinale; presente è la psicologa Ser.T., coordinatrice del progetto, ma viene dichiarata la disponibilità per appuntamenti in qualsivoglia altro orario telefonando in Servizio.

In suddetto spazio vengono convogliati dal nostro Servizio anche tutti gli invii per art. 121 e 75 (DPR 309/90) di soggetti sotto i 35 anni per sostanze diverse dall’eroina.
Tutti gli anni diamo la nostra partecipazione e il nostro contributo organizzativo a varie iniziative musicali organizzate sul nostro territorio dall’Associazione di volontariato “Attraverso” (almeno 3 ogni anno) e in particolare a “Sonica”, dove dal 1998 si allestisce uno spazio soft anche detto “chill out” con bibite analcoliche, massaggi, materiale informativo su sostanze e HIV.

Abbiamo realizzato 2 video, ma mentre nell’arco dell’anno 98-99 il lavoro documentato riguardava le interviste ai ragazzi e la realizzazione del centro giovanile ed è stato realizzato dall’agenzia Ethnos, in particolare da Sandra De Giuli, quest’anno il video è stato costruito in maniera più attiva dai videomaKer, Raffaele Ranni e MirKo Pellizzaro, e da un gruppo di ragazzi frequentatori del Centro giovanile.
La realizzazione di questo video si è perciò nutrita di una maggiore consapevolezza da parte dei ragazzi degli strumenti utilizzati e del loro possibile utilizzo, di una scelta più libera dei temi da affrontare e della loro esplorazione di altri spazi, di altre città e di altre realtà da comprendere più a fondo. È stato perciò definito come “Videopercorsi”.
È importante per noi sottolineare che gli stessi videomaker citati hanno realizzato i video-live-set nelle rassegne musicali e stanno collaborando al lavoro con le compagnie di strada su un progetto del Comune di S. Giovanni e del Servizio Sociale del nostro territorio. La scelta di strumenti di comunicazione comuni tra le entità del territorio per noi sta ad indicare l’avvio di un processo di avvicinamento al mondo giovanile che tiene conto delle innovazioni tecnologiche, dei nuovi linguaggi, ma anche di un atteggiamento più disincantato, meno paternalistico o pedante, più immediato e spontaneo da parte degli adulti e degli operatori che a vario titolo si occupano di giovani.

Abbiamo imparato moltissime cose tentando di raggiungere gli obiettivi che ci eravamo dati in termini di pensiero critico e costruttivo, uscita dalle logiche del consumo indiscriminato e della passività, maggiori informazioni corrette sugli argomenti “tabù” e contatto significativo con un popolo per lo più sconosciuto dalle istituzioni.

Dopo il ciclo di incontri tenutosi da febbraio a maggio ’99 denominato “La cultura giovanile: vizi e virtù”, a S. Agata abbiamo organizzato 5 incontri presso il Centro giovanile “In&Out” rivolti ad operatori o adulti che, a vario titolo, vogliono occuparsi delle nuove generazioni. Il titolo era “Per capire la metamorfosi”e i partecipanti sono stati 11.

Numerosi i contatti con il Gruppo Abele di Torino, che dalla nascita supervisiona il nostro lavoro, e con realtà che si muovono come noi alla ricerca di contatti con i più giovani e in termini di riduzione del danno.
Di Servizi “altri” c’è bisogno. La prospettiva futura è che il Comune si impegnerà, a partire dal prossimo anno, in questa direzione appropriandosi maggiormente del progetto.
Il coordinamento delle iniziative, delle attività e del Centro potrebbe essere affidato a un educatore-coordinatore del Comune, mentre al Ser.T. resterebbe il compito della disponibilità del resto del personale presente nella struttura, della formazione, della consulenza. La situazione che si andrebbe a configurare sarebbe così più consona ai nostri relativi compiti istituzionali.

L’approccio ludico, le modalità di comunicazione schiette e ironiche, l’uso di strumenti vari tecnologici e non, si è finora dimostrato produttivo in termini di frequenza (circa 30 ragazzi ogni sera) ma anche di partecipazione, di qualità del rapporto tra pari e con gli adulti, e soprattutto nei colloqui di consulenza-ascolto dove un atteggiamento non giudicante e non punitivo ma fermo e “pulito” ha permesso a molti ragazzi di trovare un punto di riferimento importante in quel territorio.
Pensiamo di continuare un lavoro di rete nazionale sui temi dell’adolescenza, i giovani, i comportamenti a rischio, gli abusi e soprattutto di dialogo e costruzione di nuove prospettive.
A questo proposito, il lavoro con le scuole è diventato di anno in anno sempre più impegnativo ma ha anche dato buone risposte, e speriamo in futuro di coinvolgere sempre più adulti anche tra gli insegnanti e i genitori che colmino i loro vuoti informativi rispetto a droghe e HIV, aiutandoci in un lavoro che a volte ci sembra titanico.

Fare festa

Immaginate un’aula affollata da una sessantina di persone provenienti dai paesi più vari… Si sentono voci mai sentite prima, ognuno veste in un modo diverso: ci sono quelli con maglioncini di fortuna sorpresi dall’aria fresca-freddina di ottobre, indiane con la pancia scoperta…Ad un certo punto, prima di iniziare i lavori della giornata, Sunil Deepak che è il moderatore di questo workshop voluto dall’AIFO, lancia sorridendo un invito: chi vuole può intonare un canto della propria terra. Per primo ci si butta un africano che inizia a cantare; è un po’ stonato (che stia usando una scala musicale che non conosco?), con un grande senso del ritmo, e canta in inglese (almeno mi sembra tale – curioso sentire i vari “inglesi” che il mondo propone: Meera Shiva, indiana, la frase “we think that disabled people” la pronuncia pari pari “vi tink tet disebl pipl”, ma ancor di più è l’inflessione, la musicalità della frase, con le improvvise accelerazioni e diverse cadenze, che stupisce). Il nero continua a cantare (si dice nero o negro? Non lo so più da quando in Brasile cercavo di spiegare, candidamente è il caso di dire, ad una infermiera che si autodefiniva negra che era forse meglio lei dicesse nera, preta: al che scotendo la testa ma con infinita pazienza ha preso in mano una borsetta e mettendoci il braccio vicino mi ha detto: “Questa borsetta è nera: la vedi la differenza?”) e continuando a cantare dall’inglese saltano fuori anche parole africane. Mentre canta inizia ad ondeggiare col corpo, e tutti sono presi dalla frenesia di battere le mani a ritmo: qualche asiatico ride soltanto, qualche altro si alza per danzare. Quando finisce con un inchino, tutti applaudono ma nel frattempo si è alzato un sacerdote brasiliano, che ho conosciuto il giorno prima. Padre João lavora con gli indios dell’Amazzonia, dal viso e dalla corporatura denota la sua provenienza dal nord est del suo paese. Ed esordisce così: “Mi sentivo un po’ imbarazzato quando avete chiesto di cantare qualcosa, ma dopo aver ascoltato il nostro amico dall’Africa, beh, ho pensato che non potevo fare tanto peggio di lui!”. Poi attacca con una vocina soave, intonatissima, una canzone che parla di un amore perduto, di un fiume, di una storia che si tramanda in generazioni, anzi prima di cantarla il padre la spiega, con un piglio proprio da padre, socchiudendo ogni tanto gli occhi e sollevando le braccia come se officiasse alla sua comunità, con voce ferma e calma. Da lui e da altri ho imparato a capire la lentezza, lo stile di comunicazione cui noi europei non siamo più abituati. Il padre, in uno dei due gruppi di lavoro ristretto di lingua portoghese (ce n’erano altri in inglese e in italiano) ci spiegava che se vuoi affrontare con uno yanomani un discorso, non bisogna iniziare subito da quell’argomento ma bisogna girarci intorno. Per il pensiero occidentale (in Brasile la convivenza di tre culture – la portoghese, l’africana e l’indigena – ha sempre visto dominante la prima), se si vuole congiungere due punti, la linea più veloce e pratica è quella retta: se voglio parlare di un particolare argomento lo affronto di petto, non per niente si dice “vai al nocciolo della questione”, o “vai al dunque” (come se l’argomentare sillogistico avesse automaticamente un valore in sé) è come se lo indicassi con una freccia. Per gli indios invece, quando bisogna arrivare ad un punto bisogna girarci intorno, l????? ??????? 0

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???? ???? ???? ??? ??? ??????? ????? ??chamama, la Grande Madre”. È lo stesso motivo per cui prima di bere si versa sempre un po’ del contenuto del bicchiere per terra per far bere prima la Grande Madre. Sono atti che interpellano noi europei profondamente.
In Europa la salute e l’allegria spesso stanno rigidamente separate, anzi quasi quasi non si può più ormai fare festa senza farsi del male, o non si può frequentare un ospedale senza provare quel senso di frustrazione e depressione a causa dell’asetticità delle cose o dell’incuria di muri grigi. Per fortuna che Patch Adams, il dottore inventore della clown therapy ha fatto proseliti con il suo: “Quando si cura la malattia si può vincere o perdere, quando si cura la persona si vince sempre”!
Sapete come Scannavino fa educazione sessuale? “Parto dal fatto che dovunque in Brasile, in qualsiasi villaggio, anche il più povero, c’è un campo da calcio. Allora si divide il gruppo in due squadre, si disegnano sul campo due enormi tube di Fallopio alle cui estremità ci sono due ragazze molto belle. Tutti gli uomini e ragazzi sono in fila ed al via devono correre per arrivare alle ragazze…quando gli spermatozoi sono arrivati, il gioco continua, fino alla nascita del bambino, e così via…è un modo divertente di spiegare l’educazione sessuale, in questo modo resta nella testa. Per convincere gli uomini spesso maneschi e con poco rispetto a usare il profilattico, abbiamo organizzato per le donne un corso di danza erotica utilizzando il preservativo”. Scannavino lavora in zone dove dominano i garimpeiros, i cercatori d’oro che terrorizzano le popolazioni indigene per farle lasciare i loro territori, favorendo così anche le multinazionali per lo sfruttamento dell’immenso patrimonio che è l’Amazzonia. Addirittura quando i garimpeiros scoprono una tribù che non è entrata mai in contatto con l’uomo bianco, portano un malato in modo che il morbo passi alla popolazione per sterminarla. Scannavino stesso quando visita i malati nella foresta utilizza una mascherina: sono popolazioni che ad esempio non conoscono le malattie ai denti.
Salute e allegria: un motto che è piaciuto immensamente a tutti i partecipanti al workshop dell’AIFO, che fossero asiatici, africani, sudamericani o europei. Un motto di cui il mondo ha bisogno, perché abbiamo bisogno di fare festa.

Percominciare

(…) il termine comunità si è sviluppato e diffuso (Tönnies, 1887) in contrapposizione a quello di società. Quest’ultima connota relazioni sociali basate sull’individualismo, l’utilitarismo e l’impersonalità mentre la “comunità” rimanda a relazioni affettive, familiari, in cui prevalgono gli interessi comuni. (pag. 84)

La comunità (…) è territorio, copresenza, rapporto faccia a faccia, trasparenza, democrazia, sicurezza. Anche da un punto di vista semantico del termine, la comunità può offrire più letture, sia che la si voglia leggere cum-moenia, ovvero territorio delimitato da mura, da confini; sia che si dia rilievo a quel munus (cum-munus) ovvero dono; dono di una parte di sé all’altro con il quale si stabilisce reciprocità di rapporto, fiducia, senso di appartenenza, sicurezza. (pag. 23)

La domanda di comunità può divenire una domanda di senso; il rischio però è quello di una eccessiva chiusura e sarà importante trovare un equilibrio fra il bisogno di mantenere un’identità locale e la necessità di apertura verso i cambiamenti e le trasformazioni. (pag. 91)

(…) permane il desiderio di comunità, di quella presunta casa naturale, di quel “cerchio caldo” e accogliente. Permane soprattutto il bisogno di sicurezza. (…) I vari attributi che sempre più spesso accompagnano il termine ne tradiscono la realtà surrogatoria:
– comunità “a tempo”, dove si ritrova chi vive sentimenti di incertezza, insicurezza, e che sente il bisogno di scambio (…)
– comunità “chiuse”, in cui si rifugia l’uomo affermato per staccarsi dalla caotica intimità della normale vita di città, per evitare gli “intrusi”. (…)
– comunità “ghetto”, ovvero quella nelle quale si organizzano coloro i quali hanno meno potere, quando non i marginali (…)
– comunità “gruccia”, gruccia sulla quale appendere le paure, le ansie vissute a livello individuale per riceverne una sorte di rassicurazione collettiva (…)
– comunità di gusto, basate su stili di vita, su affinità parziali, sul ritrovarsi insieme negli stessi spazi per fare le stesse cose – in una piazza, in un bar, in una discoteca (…) (pagg. 31 e 32)

Secondo Sonn e Fisher (1998) le persone possiedono una comunità primaria, che sarebbe quella che provvede valori, norme, storie, miti e un senso di continuità storica. (pag. 97)

Sottovalutare l’importanza della comunità territoriale non è irrilevante e può portare a conseguenze negative: ad esempio dimenticarsi, nella pianificazione urbana, delle persone che hanno minor possibilità di spostamento (bambini, anziani, persone povere, disabili); non opporsi allo smantellamento delle reti ferroviarie locali per favorire i grandi spostamenti e l’alta velocità, certamente più redditizia; favorire l’apertura di grandi centri commerciali a scapiti dei negozi di quartiere. (pagg. 99 e 100)

La pratica della democrazia per diventare effettiva, e non pura formalità, ha bisogno del coinvolgimento, della partecipazione, di un senso di responsabilità sociale e del senso del “noi”. (pag. 85)

La maggior parte delle persone ancor oggi vive per molti anni nella medesima comunità. (pag. 86)

Le citazioni sono tratte da: AAVV, Comunità, rete, arcipelago. Metafore del vivere sociale, a cura di Bianca R. Gelli, Carocci editore, Roma, 2002. In particolare quelle riportare dalle pagg. 23, 31 e 32 sono tratte dal capitolo Comunità: dalla metafora al concetto, di Bianca R. Gelli; le rimanenti sono tratte dal capitolo L’importanza della comunità territoriale e il senso della comunità, di Miretta Prezza.

Editoriale

Cosa significa essere comunità? Che sostegno può dare la comunità alle persone svantaggiate? Sono queste le domande da cui siamo partiti per costruire questo numero di HP, che non pretende di essere esaustivo (non sarebbe possibile), ma vuole presentare il tema mostrando punti di collegamento, ponti, analogie, tra realtà spesso considerate diverse. Il tema della comunità come prima risorsa, che accoglie e che fa partecipare, vale tanto per il nord quanto per il sud del mondo: esperienze come quella di Vila Esperança o quella di Saude e Alegria del dottor Scannavino in Brasile sono estremamente significative anche per chi come Renata Piccolo cerca risposta qui in Italia al bisogno di vivere autonomamente. La riabilitazione su base comunitaria, ovvero la strategia promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per dare una risposta alle tante situazioni difficili che si presentano nel sud del mondo, in realtà potrebbe essere applicata anche al primo mondo, dove si sta perdendo il senso di appartenenza alla comunità e magari ci si rifugia nel “virtuale” (vedi l’articolo di Valeria Alpi) o nell’individualismo mascherato di certe mode da “new age” (molto diverso dalla comunità arcaica che ci propone Massimo Mondini).
La comunità umana si è data, con la proclamazione dei diritti umani, un orizzonte di accoglienza: abbiamo voluto approfondire questo tema partendo dal diritto al delirio di Eduardo Galeano, passando per l’originale concetto di capacità umana di Martha Nussbaum, fino a toccare temi scottanti come il diritto alla salute (che coinvolge direttamente l’iniquo sistema capitalistico che sta affliggendo l’intero pianeta) o la cultura dell’accettazione della vita in ambito bioetico.
L’ultimo capitolo dedicato alla speranza è una risposta alla forte sollecitazione di padre Alex Zanotelli che troviamo come apertura di questo numero. Solo avendo una comunità di riferimento potremo resistere, come appunto scrive Pio Campo:-“nell’azione testarda e quotidiana dei miei compagni, nelle ore coi bambini, nella danza con Aparecida e i suoi colleghi un po’ folli, mi ricarico di speranza e me ne rivesto perché i miei occhi sappiano leggere”.
Desideriamo ringraziare l’Associazione Italiana amici di Raoul Follereau che ha collaborato moltissimo a questo numero, portando il patrimonio di esperienze e professionalità di Sunil Deepak, Francesca Ortali e ovviamente di Monica Tasssoni: inoltre per quanto riguarda gli articoli di Eugenio Scannavino, Meera Shiva e Max Robson de Oliveira abbiamo attinto dagli atti del Convegno nazionale AIFO svoltosi ad Assisi nel novembre dello scorso anno.

Infine desideriamo porre al lettore una domanda, che ci siamo fatti anche noi: qual è la tua comunità di appartenenza?

La comunità che cambia

Intervista a Teresa Marzocchi,
responsabile della comunità di accoglienza “La rupe” di Sasso Marconi (Bo)

Davide: L’occasione dell’intervista è la costruzione di un numero

di HP sull’intervento educativo nelle tossicodipendenze. Abbiamo pensato a te perché La Rupe rappresenta una istituzione comunitaria storica nel contesto bolognese e non solo e attualmente ancora molto attiva nel trattamento terapeutico delle persone con problemi di dipendenza.
La prima cosa che vorrei chiederti è se è cambiato, e se sì, come e perché, l’intervento comunitario nei confronti dei tossicodipendenti. Com’è il panorama delle comunità?

Teresa: Ci sono 2 filoni di cambiamento da quando abbiamo iniziato a lavorare in comunità. Adesso non si dice più comunità quanto trattamento residenziale. I cambiamenti sono avvenuti con una normale evoluzione: c’è stata un’evoluzione del fenomeno, un’evoluzione delle caratteristiche dell’utenza ed un’evoluzione propria di chi fa comunità, quindi educatori, operatori, responsabili, sia chi lo fa a livello politico che tecnico. E’ un’evoluzione di crescita professionale, di saperi e conoscenze.
Le comunità sono iniziate con un trattamento molto semplice e i cambiamenti sono avvenuti perché si è cominciato a capire come incontrare e lavorare con queste persone, a riflettere su quello che si faceva; ci si è resi conto che gli interventi proposti non erano sufficienti, ci voleva dell’altro, per cui l’evoluzione è normale. Se anche non fosse cambiato il fenomeno, l’evoluzione ci sarebbe stata ugualmente, perché se ti impegni seriamente se sei comunque in un’ ottica di miglioramento…
Adesso, secondo me, il trattamento residenziale è un trattamento conosciuto, consolidato e sperimentato soprattutto perché si è in grado di conoscere e a leggere l’esperienza che si è fatta.
Ripensando a quello che si è fatto si può dire, a mio parere, che ci sono due tipi di trattamenti residenziali di base che sono:
1- Un trattamento con caratteristiche prevalentemente pedagogico-riabilitativo, noi le chiamiamo le comunità di vita, perché sono quelle più vicine al modo con cui abbiamo iniziato a fare comunità; all’utenza che va in queste strutture viene offerta la condivisione, l’ascolto, spesso l’esperienza lavorativa anche di formazione, con un approccio relazionale prevalentemente educativo.
2- Un trattamento con caratteristiche prevalentemente terapeutico-riabilitative dove serve, spesso oltre alle caratteristiche della precedente proposta, una preparazione professionale più approfondita, dove si possono fare interventi individualizzati; i contenuti della proposta comunitaria hanno anche carattere psicologico, tecnico, specializzato per le diverse necessità dell’utenza (doppia diagnosi, mamme con bambini, trattamenti farmacologici).
Il cambiamento avvenuto nell’esperienza è stato complessivo: consapevolezza della necessità di professionalità in aggiunta alla motivazione personale, consapevolezza di non poter risolvere tutti i problemi, accettazione di fallimento dell’intervento. Si è poi acquisita anche l’accettazione dell’evidenza che il tossicodipendente può anche non guarire, o che non tutti possono guarire allo stesso modo……e questo è stato un gran passo rispetto alla metodologia di lavoro.

Davide: Quindi, tu dici che le prime comunità coltivavano davvero l’idea assoluta della guarigione?

Teresa: Quando noi abbiamo iniziato nell’83, la nostra convinzione era che tutti dovevano guarire dalla tossicodipendenza e che tutti erano guariti se assumevano anche un certo stile di vita! Noi abbiamo impiegato degli anni a capire che il percorso di trattamento doveva essere sempre e comunque una proposta di miglioramento delle condizioni di vita della persona e che non potevamo pretendere però che si rispettassero i nostri tempi o gli stessi tempi per tutti. Abbiamo poi acquisito la capacità di rispettare le scelte delle persone rispetto alle diverse modalità del reinserimento sociale.

Davide: Visto che voi vi occupate anche di riduzione del danno, era impensabile anni fa che una comunità si occupasse non più di guarigione?

Teresa: Premetto che fare riduzione del danno non significa escludere la possibilità di “guarigione”. Quando abbiamo iniziato non pensavamo nemmeno lontanamente di andare ad incontrare le persone che ancora usavano le sostanze, ci sembrava di avvalorare la loro scelta! Il nostro atteggiamento era quello di aspettarli quando ritenevamo avessero la motivazione a smettere di drogarsi; il tempo, i fallimenti, le numerose vittime ci hanno poi fatto capire che questo atteggiamento non bastava, era selettivo e stavamo lasciando fuori, proprio noi con una certo tipo di motivazione, lo persone che maggiormente stavano male. Così abbiamo iniziato, sicuramente in ritardo rispetto ai servizi, ma bisogna tener conto che gli interventi di riduzione del danno erano prevalentemente non residenziali e noi allora ci occupavamo quasi esclusivamente di residenzialità.

Davide: Quante comunità ci sono adesso che si occupano di riduzione del danno?

Teresa: Le nostre al 70%.

Davide: Del CNCA, intendi.

Teresa: Sì. Le comunità del Cnca al 70% accettano di trattare pazienti anche con metadone. La maggior parte solo per il trattamento scalare, altre anche tempi più lunghi; il fatto però di accogliere insieme persone a trattamento metadonico ed altre no è diventata una condizione normale. Il cambiamento grosso ha riguardato sì l’uso del farmaco, ma soprattutto la convinzione che era meglio intervenire prima che le persone si rovinassero a volte irrimediabilmente. Ho ben presente che per nel periodo iniziale abbiamo consigliato alle famiglie, indifferentemente, di chiudere fuori di casa i figli.

Davide: Io mi ritrovo, in maniera analoga, nel sostenere la famiglia nel gesto di chiudere la porta in faccia al proprio figlio, ma soltanto a patto di una valutazione globale del soggetto e del contesto familiare. Non si possono correre certi rischi.

Teresa: Vi è nel nostro settore una grande diversità di vedute. L’approccio ideologico di alcune comunità è che tutti devono guarire per forza, altrimenti legittimi la tossicodipendenza, e il tossicodipendente viene visto come cattivo perché tossico; mentre altre dicono che non è cattivo, ma ha dei problemi e per questo deve ricevere aiuto.

Davide: Che è malato.

Teresa: Non ho detto malato perchè poi si dice che tutti i tossici sono malati e si sanitarizza la problematica. Dico che bisogna pensare a risposte diverse a seconda di chi si ha di fronte. Il nostro approccio prevede tempi anche molto lunghi, fare riduzione del danno è anche questo, bisognerebbe riuscire a trasmettere l’informazione che fare riduzione del danno non significa tout-court aderire o legittimare la dipendenza.

Davide: Non conniviamo con la dipendenza.

Teresa: Però stiamo con loro, nelle loro dipendenze fin che loro vogliono, rispettando la legalità, i principi di coerenza….

Davide: Nel rispetto civile

Teresa: E sempre con l’ottica del miglioramento, noi siamo per fare incessantemente proposte verso l’emancipazione dalla dipendenza, senza però fare violenza, rispettando i tempi delle persone, mirando nell’immediato al miglioramento delle condizioni di vita.

Davide: E’ quel concetto di attesa che mi piace molto, intanto tu stai nella relazione, ci sei, però non da connivente.

Teresa: Io sono io, tu sei tu, io ti dico come la penso, tu mi dici come la pensi, stiamo insieme, andiamo avanti, però non nella connivenza. Questo è un approccio che non è condivisibile da tutta l’area delle comunità, però questo è l’approccio delle comunità del CNCA, ma non solo. La cosa bellissima è che da tempo questo è l’approccio condiviso da tutte le realtà della provincia di Bologna sia private che pubbliche. Vorrei poi sottolineare il fatto che, purtroppo, molti non hanno accolto l’uso del metadone come strumento perché è stato purtroppo usato da diversi servizi pubblici non con un approccio soggettivo; spesso il metadone è stato dato più di quanto si doveva dare, per tanti motivi, alcuni di carattere ideologico ed altri no, a volte anche perché non c’erano nei servizi le forze necessarie per offrire e gestire altro. Quello che a noi dispiace è che spesso, anche quando si poteva fare altro, è stato fatto solo quello, senza accompagnare l’adeguato sostegno psicologico o sociale. Questa situazione ha svalorizzato complessivamente la proposta di utilizzo del farmaco.

Davide: E’ chiaro che è un bilico sottile, poiché le politiche della riduzione del danno rischiano di confermare la dipendenza. E’ vero anche che se il farmaco è ben utilizzato e se la differenziazione
tra l’universo psicologico-culturale esistenziale del soggetto e quello del terapeuta o educatore, è ribadita, nel sostegno e nell’accompagnamento ad un certo punto succede qualcosa, poiché le relazioni producono qualcosa. Quindi io sono d’accordo sul fatto che non bisogna essere conniventi alla dipendenza; che significa che io ti accompagno, non ti posso forzare, sono qui però ti dico che hai altre possibilità, dopodiché fai tu. A un certo punto, può anche darsi che tu mi chiedi qualcosa, e a quel punto io te la posso dare e può essere qualcosa che con il metadone e con la dipendenza c’entra meno. Ti posso fare delle altre offerte.

Teresa: Ti faccio un esempio. Dalla nostra esperienza ci sembra di poter dire, riferito al discorso fatto prima di evoluzione degli interventi, che si possono prevedere tre macroaree di intervento residenziale:
1- trattamento volto alle cure di riabilitazione, dove si mira all’emancipazione dalle sostanze;
2- trattamento di pausa, di riduzione del danno, dove una persona può prendere fiato;
3- comunità di accompagno, dove le persone vengono accolte in un percorso che può richiedere tempi molto lunghi e senza obiettivi specifici nell’immediato se non la condivisione, la vicinanza.
Il trattamento residenziale è da concepirsi sempre più individualizzato, ma ogni singolo deve essere coinvolto nella condivisione dei problemi della comunità. Ogni tossicodipendente ha il suo programma, ma deve essere inserito nel trattamento comunitario: ciò significa non perdere, nel trattamento individualizzato, la matrice di fondo dell’uscire dai problemi insieme ad altri, con l’aiuto e lo strumento del gruppo.

Davide: Che è la grossa complessità del trattamento, credo, nel vostro contesto e che riguarda il rapporto tra individuo e gruppo.

Teresa: In questa dimensione anche regole e tempi di permanenza sono cambiati, non sono più uguali per tutti, anche all’interno della stessa comunità. Questo è possibile soltanto se si mantiene il nocciolo duro del trattamento comunitario; quando questo non avviene, è bene fare un trattamento altrove, non residenziale altrimenti la comunità viene snaturata e diventa un contenitore e basta.
L’altra riflessione sul trattamento residenziale è che ormai l’offerta comunitaria è molto diversificata. Ci sono interventi diversi a seconda del target (mamma bambino, doppia diagnosi, coppie…), del numero di ospiti (appartamenti terapeutici, moduli specialistici in comunità “normali”…), del tempo di permanenza. La grande chance è questa! Poi di fianco alla comunità ci vuole anche altro: prima, dopo e a volte anche durante.

Davide: Una diversificazione della risposta

Teresa: Proprio così.

Davide: Com’è il rapporto con i SERT?

Teresa: E’ vario! Rispetto al passato è molto migliorato. Dire poi che l’esperienza emiliano-romagnola è particolare; non ci sono pregiudizi di fondo, c’è un idea generale di integrazione, ci sono provvedimenti normativi che sostengono questo da tempo, molto prima che le normative nazionali lo prevedessero. Nella maggior parte dei servizi Emiliano-Romagnoli c’ è, sia da parte del pubblico che del privato, una grande tensione all’ integrazione; ovviamente ci sono anche difficoltà spesso legate alle politiche del momento (negli corso degli anni ci si è avvicendati nel ruolo di protagonismo rispetto al fenomeno). Le possibilità di integrazione sono poi fortemente condizionate dalle persone che operano concretamente nei servizi. Penso però che si possa dire che nelle comunità c’è maggior senso di appartenenza, condivisione dello stile di intervento, l’operatore della Rupe si sente tale e porta la filosofia della Rupe; nei SERT questo è meno sentito. Ci sono SERT che sono anche “gruppo”, altri sembra lo siano molto meno, l’identità è meno forte forse anche a causa delle continue modifiche istituzionali a cui sono stati sottoposti in questi anni.

Davide: E’ valutabile l’esito degli interventi nelle comunità?

Teresa: Sì valutabilissimo

Davide: Quando si esce e si perdono i contatti, è possibile calcolare l’incidenza delle ricadute?

Teresa: Questo sarebbe un nostro grande desiderio, ma non è mai stato fatto seriamente, né per i privati, le comunità, nè per i SERT. Per i SERT poi mi sembra ancora più difficile perché è meno definito quando finisce il trattamento. L’intervento comunitario invece si sa quando inizia e quando termina, ci sono più possibilità di riferimenti.

Davide: Questo è un fatto, ma noi abbiamo un idea di chi torna, di chi è guarito, dell’ incidenza del trattamento.

Teresa: Nel progetto nazionale di valutazione, quello dei SERT si è concluso, in quello del privato nonostante tutto ci sono state più difficoltà per mancanza di disponibilità a farsi valutare, per scarsità di dati. Della nostra comunità abbiamo tutti i dati, dall’inizio a oggi, con un monitoraggio annuale sugli andamenti. Non li abbiamo mai comunicati ufficialmente perché non abbiamo avuto le risorse per farli validare da un esterno e garantirne così la veridicità.

Davide: Però è un lavoro che fate? Il problema dei dati, da questo punto di vista, è molto interessante, poiché lo stereotipo è: l’ intervento in comunità guarisce. Tutti i dati che riguardano la ricaduta e all’ esterno non ci sono. Noi, come SERT, raccogliamo tutti i fallimenti comunitari che, però, all’ opinione pubblica non arrivano.

Teresa: I dati dovrebbero essere letti sia dal punto di vista vostro che delle comunità. Il problema è che bisognerebbe farlo in fretta perché i trattamenti residenziali stanno cambiando e cambieranno anche i parametri di valutazione. Noi avevamo chiesto alla Regione di finanziare il nostro progetto, occorrevano risorse per avere la copertura di esperti, in proporzione questi interventi costano davvero tanto anche se fatti su piccoli numeri.

Davide: Immagino ci siano parecchie resistenze nella raccolta dei dati.

Teresa: Si, si sono state per il passato ma un investimento in questo senso sarebbe davvero necessario e credo che ora le comunità sarebbero più disponibili e più strutturate per sostenere lo sforzo che nella nostra esperienza è stato davvero utilissimo anche per adeguare la nostra modalità di lavorare.

Davide: Una domanda politica: gli attuali orientamenti sulle tossicodipendenze. Sembra si sia molto portati all’ investimento su progetti di comunità, piuttosto che ai trattamenti pubblici dei SERT. Vi sentite più garantiti oppure no? E che ricaduta ha sulle comunità?
Ho letto un articolo che parlava della grossa enfasi su poche comunità che non hanno a che fare con il pubblico, mentre c’è un ostile silenzio sul 90% delle altre comunità, che tra l’altro collaborano con i SERT. Tu come vivi questo momento?

Teresa: Aspetto che passi perché spesso il nostro settore è sottoposto alle molte parole della politica e dei media. Le politiche delle tossicodipendenze non hanno mai condizionato più di tanto chi operava ogni giorno nel settore. La cosa che mi fa paura è la valorizzazione che questo governo fa degli interventi comunitari che ghettizzano i tossicodipendenti. Mentre non valorizzano il sistema integrato che ormai è consolidato, valorizzano il privato che, ora come una volta, rinchiude i tossici, li toglie dalle strade dalla vista di tutti e così si può non affrontare veramente il problema.

Davide: La classica politica dell’ esclusione.

Teresa: Io sono molto preoccupata per tutto il nostro settore, non solo per gli ambiti della tossicodipendenza, in egual modo è affrontato il problema dell’ immigrazione, teniamo le colf perché fanno comodo, teniamo solo gli immigrati che lavorano e per quando lavorano . Il resto non ci interessa, la loro vita, le loro famiglie…. La scelta che si è fatta è di sostenere coloro che hanno la minima di pensione ma per quelli che non hanno nemmeno quella non c’è un pensiero…esistono solo se sono funzionali. Poi la sussidiarietà si propone non ci trova d’accordo: l’intento è quello di delegare completamente al privato, ed in particolare al terzo settore, tutto il mondo dell’emarginazione che quindi non è più un problema di chi ha la responsabilità politica di governo. Questa delega non ci piace, noi vorremmo interagire ognuno mantenendo il suo ruolo. La dichiarazione fatta circa le comunità che dovrebbero essere autonome ed autosostenersi con il lavoro degli ospiti fa molta paura: allora il trattamento si riduce a far lavorare i tossicodipendenti. Sembra quasi che il nostro ruolo di educatori si stia emancipando verso la managerialità, una managerialità tra l’altro molto particolare che prevede l’utilizzo di manodopera gratuita. Se andiamo avanti così dovremo di nuovo ricorrere alle beneficenze per poter aiutare chi è in situazione di difficoltà!

Davide: Sai, viviamo in una società fondata sul lavoro. Il vero e unico valore che in questa società non viene messo in discussione è il lavoro. Nel momento in cui qualcuno lavora è incluso, tutti quelli che non possono lavorare sono esclusi e sono a rischio di emarginazione. Questa è la norma di questa società. Il lavoro normalizza, riabilita, guarisce.

Teresa: Noi alla Rupe pensiamo che il lavoro sia importantissimo; non rifiutiamo il concetto di far lavorare gli ospiti anzi, ma questo deve essere orientato alla ergoterapia, alla formazione professionale e ci deve anche essere lo spazio per fare altro, molto altro. Il lavoro è uno strumento terapeutico, spesso è subito, vissuto dagli ospiti come punizione ma certamente si può uscire da questa situazione mortificante.

Davide: Ti faccio una domanda provocatoria. A volte, certi programmi classici delle comunità sembra lavorino per ristrutturare la personalità deviante del tossicodipendente secondo il modello normativo, valoriale dei gestori. Certamente questo può consentire al soggetto di uscire da una condizione che l’ ha portato a fare della sua vita qualcosa di rovinoso, ma a volte significa anche appiccicargli addosso un cappotto che non è suo. Tu come la vedi questa cosa? E’ un rischio che le comunità continuano a produrre oppure no? Oppure davvero in questa diversificazione di risposte, che è il tentativo di far trovare ad ognuno il suo vestito e la sua modalità di muoversi nel mondo, le comunità si sono un po’ affrancate anche da un modello valoriale che è : bisogna essere così per poter vivere nella società, per poter essere brave persone, per fare qualcosa di buono nella propria vita?

Teresa: Secondo me, la situazione politica attuale può farci tornare indietro rispetto al percorso che è stato fatto; 80% delle reti trattamento residenziale garantisce la ricerca del proprio vestito; l’ altro 20% costruisce il vestito e dice che il vestito è uno solo.
Io sono convinta che per alcune persone è indispensabile accompagnare anche ad una scelta particolare di vita ma la maggior parte dei nostri ospiti hanno la possibilità di scegliere il loro futuro di reinserirsi sociale.

Davide: Per certe persone che hanno un’ identità che li ha portati nel vuoto e nella disperazione ed hanno un’ identità così fragile, mettergli addosso un vestito che non sarà neanche il suo, ma almeno è uno gli consente di rifarsi una vita ..Ma non si può concepire un mondo in cui c’ è un vestito unico per tutti. Quello che noi vediamo è che a volte quel vestito va bene solo se sta in un determinato contesto, dove tutti rinforzano quell’ identità lì. Nel momento in cui tu esci fuori con l’ offerta della varietà di identità con cui tutti noi giochiamo, uno poi si spezza.

Teresa: Sono d’accordo.

Davide: Avevo un’ altra domanda sulle famiglie: quanto si riesce a prendere in carico le famiglie nei trattamenti residenziali?

Teresa: Innanzitutto bisogna dire che le famiglie, ora, non ci sono più. Le persone che arrivano in comunità hanno circa 30 anni, hanno vissuto ormai lontani dalla famiglia per del tempo, molti dei nostri alla Rupe sono loro stessi famiglia. Tieni conto che abbiamo lavorato tanti anni con le famiglie, investendo moltissimo e ci siamo accorti che non si può lavorare con tutte le famiglie, bisogna prevedere investimenti mirati, con quelle che ci vogliono o ci riescono a stare, in altri casi bisogna avere il coraggio di dire che si lavora a prescindere dalla famiglia. Chi fa trattamento comunitario difficilmente può assumersi completamente anche le problematiche della famiglia. Ci si riesce se c’è bisogno di poco, se sono sul territorio….; per gli interventi complessi bisogna fare l’invio ad altri (i loro Sert ad es). Io credo che oggi, per la maggior parte, convenga trattare il tossicodipendente, che è un adulto, e creargli una situazione di emancipazione e affrancamento dalla famiglia.

Davide: Si, al limite lavori sui vincoli interni, non tanto su quelli esterni

Teresa: C’è da tener conto che influisce anche il fatto che noi ora abbiamo meno chances con le famiglie, all’ inizio eravamo vissuti come dei salvatori, c’ era molto pathos da parte delle famiglie nei confronti di chi gestiva le comunità; adesso siamo vissuti come una casa di cura, siamo professionisti, si vive più distacco anche nelle situazioni in cui le situazioni iniziali non sono cambiate (alcuni responsabili vivono ancora in comunità con le loro famiglie ma l’immaginario è comunque cambiato).

Davide: C’ è meno senso di appartenenza?

Teresa: Sì. Noi adesso per molte famiglie siamo come un SERT. Ovviamente questo non è squalificante per il servizio pubblico ma, in molti casi, non tiene conto della scelta motivazionale e di condivisione che in alcune comunità è ancora ben presente.

Davide: Bene Teresa, ho finito le domande. E’ stato un piacere questa chiacchierata. Ci vediamo la prossima settimana al CTT della riduzione del danno.

Teresa: Vieni a bere un caffè su in Comunità?

Come si fa a rinunciare a un classico dell’ospitalità comunitaria?

La comunità e le persone svantaggiate

Gli ultimi cinquant’anni hanno visto un crescente interesse intorno al concetto di comunità e sul ruolo della comunità nel fornire servizi e sostegno alle persone bisognose al suo interno. Vi sono diverse ragioni che hanno spinto a questa riscoperta del valore della comunità:
a) La crescente urbanizzazione assieme ad altri fenomeni ad esso collegati, come famiglie mononucleari con pochi bambini, paure collegate all’inquinamento e alle nuove tecnologie come gli alimenti geneticamente modificati, il vivere autonomo e anonimo nelle città, tanto per fare alcuni esempi, hanno creato una visione romantica e nostalgica delle “comunità”, viste come luoghi ideali dove i rapporti interpersonali ed i rapporti con la natura sono armoniosi e senza conflitti. Lo sviluppo delle tecnologie collegate a internet aiutano la creazione di nuove comunità virtuali, dove gli abitanti delle metropoli affollate e le persone che si sentono isolate dalle barriere fisiche e sociali possono conoscersi virtualmente.
b) Il ventesimo secolo aveva visto lo sviluppo dei sistemi governativi, dove lo Stato assumeva un ruolo predominante per assicurare i servizi educativi, sanitari e sociali a tutti i cittadini, soprattutto quelli più vulnerabili e svantaggiati. Gli anni ottanta e novanta del ventesimo secolo hanno visto il graduale affermarsi delle politiche neo-liberali dove lo Stato non dovrebbe garantire niente se non la stabilità, all’interno della quale le forze private del mercato possono garantire tutti i servizi necessari. Ma questi cambiamenti, con la privatizzazione dei servizi sanitari e sociali, devono scontrarsi con resistenze popolari. Scoprire allora il ruolo delle comunità per prendere cura dei bisogni delle persone diventa un modo per camuffare e giustificare il taglio dei fondi governativi destinati alle spese sociali.
c) Il periodo dopo la seconda guerra mondiale ha visto la nascita dei grandi organismi internazionali delle Nazioni Unite e le grandi istituzioni finanziarie quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Nello stesso periodo sono nati grandi programmi di cooperazione bilaterali nei paesi più industrializzati. Alla base troviamo una concezione occidentale e neoliberale dello sviluppo, per cui si realizzano grandi opere per milioni di dollari. Piccole organizzazione popolari, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, hanno denunciato i danni causati da questa concezione dello sviluppo e hanno proposto dei modelli alternativi di sviluppo partecipativo, radicati nella comunità e soprattutto tra i gruppi più emarginati e svantaggiati.

Lo sviluppo partecipativo

Le radici dello sviluppo partecipativo affondano nelle filosofie di Gandhi e di Paulo Freire. Gli esperimenti di Gandhi per la creazione di piccole comunità autosufficienti (Sarvodaya) e lo sviluppo della teologia della liberazione in America latina, fanno parte di questo processo che ha portato alla dichiarazione di Alma Ata nel 1978 e lo sviluppo delle strategie di salute comunitaria e di riabilitazione su base comunitaria.
Nell’ambito di un’iniziativa congiunta tra l’unità della riabilitazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e AIFO /Bologna, nel 1995 è stato deciso di avviare alcuni progetti sperimentali nelle bidonville di diversi paesi del sud del mondo per studiare se le comunità povere delle bidonville erano disponibili a prendersi cura delle persone più vulnerabili e svantaggiate tra di loro. Questi progetti prevedevano attività a sostegno delle persone disabili, dei tossicodipendenti e dei bambini di strada tramite la formazione dei volontari provenienti dalle bidonville. Quest’iniziativa si è conclusa alla fine del 2001. Le raccomandazioni dei progetti che hanno partecipato a questa iniziativa, comprendevano le seguenti considerazioni.
Nelle bidonville un gran numero di persone sono costrette a vivere affollate in piccoli spazi. Per la maggior parte dei poveri, lo spazio residenziale è una struttura precaria di fango o cartone o lamiere… Queste aree non hanno accesso ai servizi pubblici come luce, acqua potabile, centri sanitari, scuole. Le persone possono appartenere a diversi gruppi etnici, tribali e religiosi e spesso sono inconsapevoli del loro numero collettivo, della loro identità e dei loro diritti come cittadini.
Le comunità all’interno delle bidonville possono prendersi cura delle persone più svantaggiate tra di loro, se sostenute da servizi sociali e sanitari locali. I genitori e le organizzazioni di base locali possono iniziare programmi di riabilitazione per le persone disabili, se le comunità li conoscono e hanno fiducia in loro. I “leaders” delle comunità locali, sia quelli formali che informali possono avere un ruolo fondamentale in questo processo. E’ importante che i beneficiari delle attività abbiano la possibilità di esprimere i propri bisogni e influenzare le strategie adottate e le attività svolte.

La coscienza dei limiti della comunità

Spesso quando si parla di comunità si tende a vedere tutta la popolazione in una determinata area geografica e si pensa ad una partecipazione di tutte le persone della comunità alle attività. Di fatto, tutte le persone di una comunità raramente si lasciano coinvolgere in tutte le attività. Il coinvolgimento della persona è determinato dal suo diretto interesse ad una certa attività e da altri fattori culturali, sociali, familiari e personali. Per cui sarebbe più logico ragionare sulla partecipazione della comunità come gruppi dinamici di persone che cambiano a seconda dell’attività. Per esempio per le attività legate alle persone disabili si può prevedere che la comunità coinvolta sarà composta soprattutto da genitori, parenti e amici delle famiglie delle persone disabili, alcuni insegnanti, paramedici, studenti, ecc.
In ogni caso le comunità non possono sostituire il ruolo delle istituzioni e le strutture governative. D’altra parte le istituzioni e le strutture governative devono essere consapevoli dell’importanza del ruolo della comunità e dovrebbero organizzare il proprio lavoro in un modo da valorizzare questo ruolo della comunità.

* Del Dipartimento Medico-Scientifico AIFO