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Autore: Nicola Rabbi

La mia creatura

a cura di Valeria Alpi

La mia bambina mi si parò davanti che era già andata a prendersi i miei orecchini belli, quelli con la perla vera, mi strattonava, pretendeva che la aiutassi a metterseli. Glieli appesi alle orecchie, la portai davanti allo specchio:
– Ma lo vedi quanto sei ridicola?
Per torglierglieli ci volle del bello e del buono, guarda che mi toccava fare: cercava di prendermeli dalle mani, c’è stato il rischio che si rompessero e mi sarebbe dispiaciuto, me li aveva regalati mia madre per il matrimonio ed è l’unica cosa che mi sia rimasta.
Non la piantava più, strillava. Per chiudere la faccenda le andai a prendere il pigiama comodo, quello chiuso ai polsi e alle caviglie che le ho comprato due anni fa in liquidazione. Glielo sventolai davanti perché capisse che era ora, anche se in effetti alla cena mancava ancora parecchio, ma tanto lei l’orologio non lo sa leggere. [. .. ] alla fine era tranquilla, la piazzai davanti alla televisione e mi misi a guardarla anch’io, che avevo le gambe stanche e male non mi faceva. Veramente i programmi per bambini mi piacciono poco, ma che altro vedere a quell’ora, e con lei, che si agita anche soltanto quando accendo il gas?
[… ] era ingrassata proprio, strizzata così le si vedevano pure le mammelle e i capezzoli che non è il caso. Prima o poi magari riuscirò a farla dimagrire, ma intanto una soluzione dovevo trovarla.
E così mi toccò uscire. Con lei. Comunque il negozio- sempre lo stesso, mi ci servo da anni – non è lontano da noi, e per la strada la bambina camminava quasi bene, con il mio passo, solo ogni tanto dovevo strattonarla un pochino perché si fissava a guardare gli alberi, le automobili, perfino il cielo che non ci sono nemmeno le rondini.
Nel negozio andai a colpo sicuro, le magliette che mi servono sono sempre le stesse, stessa marca e stessi colori, solo – quella volta – più grandi di una taglia. Ne presi tre, tutte dello stesso modello così mi facevano lo sconto. Ero alla cassa, la busta pronta da portare via, stavo già tirando il fiato. Macché, la bambina cominciò a strattonarmi verso il reparto della biancheria, toccava reggiseni imbottiti e mutandine di pizzo.
-Non mi serve niente – dicevo, e intanto cercavo di spingerla verso la porta. Lei insisteva, tirava dalla sua parte.
A un certo punto si fermò, mi piantò gli occhi in faccia, poi si guardò un dito e con uno sforzo del polso lo puntò su di sé:
-… me… – ha mugolato. E se ne restava lì col dito puntato, anzi lo spingeva sul petto a costo di farsi
[… ] Dovevo andare all’lnps, non potevo farne a meno. Mi facevano storie con la pensione da vedova. Persi già mezza giornata a mettere insieme carte, certificati, roba vecchia e roba recente. Ci perdevo la testa, io le impilavo via via e la creatura me le sparpagliava, ci giocava, mi costringeva a ricominciare da capo per verificare che non mancasse niente.
Ero così sfinita che l’idea di portarmela dietro mi sembrava intollerabile, avrei tanto voluto rimandare ma l’appuntamento era quel giorno, se lo saltavo chissà a quando mi avrebbero rimandato.
Le preparai una colazione speciale, la rimpinzai ben bene, così se ne sarebbe stata tranquilla.
Uscendo chiusi a chiave, vedi mai che le venissero strane idee o che aprisse a qualcuno che non è il caso.
[… ]Sotto casa c’era un po’ di gente, inquilini del palazzo e altri, c’era un camion dei pompieri con la scala come nei film. [… ]
Feci per entrare nel portone, mi fermò un vigile, non voleva farmi passare. Gli spiegai che abitavo lì, che avevo fretta.
-È pericoloso, è meglio aspettare – mi disse, e mi sbarrò la – Per sicurezza abbiamo fatto sfollare.
-Ma c’è la mia bambina che mi aspetta!
Ero certa che non avrebbe fatto obiezioni, invece quello perdeva tempo, mi chiese i documenti: come se non mi conoscessero tutti, lì intorno, come se non sapessero che abito lì.
-Abbiamo suonato a casa sua per farla evacuare, da dentro hanno provato ad aprire ma si vede che c’era il paletto.  Comunque non si preoccupi, la signora l’abbiamo portata giù noi.
La signora? Ma stavano parlando della mia bambina!
(Clara Sereni, La mia creatura, ebook della collana “I Corsivi” del “Corriere della Sera”, luglio 2013)

Sono stata di recente invitata come relatrice a un convegno sulla violenza alle donne con disabilità: mentre guidavo verso Pisa, sede del seminario organizzato dall’Associazione Frida, pensavo che dopo così tanti anni da quando ho iniziato a occuparmi di disabilità, dopo tanti anni anche di attività di Sportello lnformahandicap, nonostante sia io stessa una donna con disabilità e conosca donne disabili, in realtà non sono mai venuta a contatto con casi di violenza alle donne disabili, almeno se per violenza intendiamo percosse o abuso sessuale. Ho ripensato allora a tre parole: “silenzio”, “imbarazzo”, “invisibilità”. Silenzio perché a parte alcuni casi eclatanti che compaiono sui mass media tradizionali, e a parte alcuni approfondimenti egregi del Gruppo Donne UILDM, di fatto anche chi si occupa di disabilità non tratta l’argomento. Imbarazzo perché uno dei maggiori stereotipi sulla violenza alle donne è che le donne si siano rese provocanti e quindi attraenti, mentre pensare una donna con disabilità come persona che attrae risulta per molti “normodotati” un’operazione che rimette in discussione tante categorie mentali preconcette, creando quindi un senso di imbarazzo. Invisibilità perché i casi di violenza alle donne disabili restano invisibili. Ma invisibilità è la parola che più mi entra dentro, che mi smuove qualcosa di profondo: perché alla base di tutte le forme di violenza c’è essenzialmente la violazione di un diritto umano fondamentale, quello di essere “vista” come persona e come donna. Essere visibili vuol dire essere riconosciute come persone capaci e aventi diritto a esprimersi ovunque: in ambito familiare, scolastico, sociale, professionale.
Essere vista in quanto donna: quante volte viene violato questo diritto? Per violenza, infatti, non si devono intendere “solo” i casi di percosse o di abuso sessuale. La violenza si esercita in mille sfumature: tenendo ad esempio la donna segregata in casa, di-struggendole gli oggetti a lei cari, abusando del suo conto economico … Su una donna con disabilità può essere una forma di violenza non farle scegliere i vestiti che vuole indossare, o non chiederle come preferisce essere pettinata; vestirla male perché tanto “è disabile, non è bella, cosa importa se ha i pantaloni macchiati?”; non permetterle di fare vita sociale; non riconoscere che è diventata una persona adulta e non può essere un’eterna bambina. Quanti casi conosciamo di questo tipo? Tantissimi. Quanti ne abbiamo visti? Tantissimi.
Clara Sereni si occupa da molto tempo di disabilità, ha un figlio con disabilità e ha fondato insieme all’ex marito Stefano Rulli, notissimo sceneggiatore cinematografico, La Città del Sole, in Umbria, per ospita-re persone con disagio. Nota scrittrice e poetessa, il suo ultimo lavoro è un piccolo libro in formato ebook: solo 36 pagine di grande potenza. Si inizia, come lettori, pensando davvero che questa madre così tanto apprensiva e anche affaticata abbia una bambina piccola, forse di 11 o 12 anni. Sicuramente si nota che è una bambina problematica, forse con disabilità intellettiva. Però si è certi che è una bambina. Sicuramente dispiace come la bambina vie e trattata nelle sue scelte ad esempio di abbigliamento, con la madre che non se ne cura e pensa solo al risparmio comprando magliette tutte uguali in serie. Dispiace perché si pensa che la bimba stia crescendo e abbia nuove esigenze, ma è una madre sola e troppo aggravata dal peso della vita e quindi un po’ la si giustifica. Fino a quando, dopo l’intervento dei vigili del fuoco per un incidente domestico, viene svelato che la figlia non è una bambina, ma una “signora”. Una donna adulta a tutti gli effetti, sicuramente con delle problematicità, ma adulta, forse molto adulta, forse anche di 50 anni.
A questo ribaltamento narrativo mi è subito venuto in mente il termine violenza. La “creatura”, che prima sembra un termine affettuoso da madre a figlia, assume dopo connotazioni quasi mostruose: è una creatura, non una donna, è un essere anormale. Cosa si può fare per intervenire? Non lo so. Sicuramente un grande lavoro di informazione e sensibilizzazione, a più livelli diversi, dalla famiglia alla scuola agli ambienti di lavoro. Perché la donna con disabilità è perfettamente legittimata a richiedere di essere vista in quanto donna.

Il pittore che sentiva con gli occhi

 di Roberto Parmeggiani

Chi mi conosce sa che ho una certa passione per le serie televisive. Brevi o lunghe, mi appassiono alla vita dei personaggi. Mi piacciono i colpi di scena, l’invenzione della realtà, le colonne sonore strappalacrime. Una di quelle che negli ultimi anni ha riempito il mio tempo libero è Doctor Who, storica serie televisiva britannica. Nata nel 1963, racconta le avventure di un Signore del tempo che viaggia nello spazio e nel tempo attraverso il Tardis, una macchina del tempo dalla forma di cabina blu della polizia inglese.
In uno di questi viaggi spazio-temporali, il Dottore (così ha scelto di farsi chiamare questo Signore del tempo) atterra nel 1890, in Provenza, dove incontra Vincent Van Gogh e lo aiuta a sconfiggere un immaginario mostro che vede solo lui.
Credo che questa sia una delle letture più corrette, seppur fantastica, dell’arte e della vita di van Gogh: un uomo che percepisce la realtà in modo assolutamente soggettivo.
Nato in Olanda nel 1853, era figlio di un religioso e nipote di commercianti di oggetti artistici. Per questo Vincent, le sue sorelle e i suoi fratelli ricevettero una forte influenza da arte e religione. Il percorso che portò Vincent alla pittura fu travagliato e ricco di fallimenti. Questo però non riuscì ad abbatterlo e, dopo tanti fallimenti, prima come pastore, poi come commerciante, decise di tentare come artista: “A dispetto di tutto, mi alzerò ancora una volta!”.
Nonostante la buona volontà, però, resterà per tutta la vita un pittore povero, deriso e poco apprezzato, con molti momenti di forte depressione, considerato folle da tanti. Il suo particolare punto di vista, il suo modo di approcciarsi alla realtà e relazionarsi col mondo e una sorta di inettitudine, di incapacità a vivere hanno contraddistinto non solo il suo aspetto relazionale ma soprattutto quello artistico. Tanti limiti nell’approccio sociale hanno corrisposto, per lui, a tante capacità nella relazione e nell’espressione artistica. Perché Van Gogh non vedeva, sentiva, e questo sentire metteva in discussione, spaventava, disturbava.
Ciò che può descrivere meglio tutto questo è l’uso dei colori che, a chiunque si imbatta in un dipinto di Van Gogh, possono apparire a tratti eccessivi, pastosi, grezzi, potenti.
In una lettera che scrisse al fratello Theo, da Arles, 1’11 agosto 1888, dice: “Perché invece di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo più arbitrario, per esprimermi con più intensità”.
Un eccesso di colore che ci offre una visione del mondo estremamente realistica che, seppur in contatto con l’esperienza quotidiana della realtà, la trasforma e ce ne consegna un’interpretazione personale e unica. Un colore che esce dalle forme per esprimersi in maniera autonoma, libera. Van Gogh non inventa, non aggiunge, non trasforma. Lui, semplicemente, ci offre se stesso, nonostante tutto. Nonostante la depressione che lo costringeva a periodi di inedia e smarrimento. Nonostante il non-successo delle sue opere. Nonostante i sogni che, uno per volta, si infrangevano tra le zolle della Provenza.
Nonostante tutto questo Van Gogh è protagonista del suo tempo e della storia perché ci permette di vedere con i suoi occhi la realtà che lo circonda, perché fa del suo presunto limite la maggiore risorsa della sua arte, perché ci frega: se infatti lo avessimo incontrato di persona, probabilmente lo avremmo scansato o al più compatito, invece ci conquista, ci affascina.
Il suo ambiente prediletto resterà sempre la campagna, la vita contadina, gli oggetti del lavoro. Una vita fuori dalla storia, personaggi vinti che mai potranno modificare la loro condizione. Sullo stesso piano gli oggetti: le scarpe, le sedie, i letti e le stanze. Nature morte, quotidiane, ferme. A Vincent non interessa ciò che vede, ma ciò che sente, l’emozione che lo raggiunge, la storia rispetto all’apparenza. Per questo oggi riusciamo a vedere la sua anima.
C’è un dipinto che, tra i tanti, mi affascina ogni volta che lo vedo. Si tratta di Seminatore al tramonto (1888): un campo di grano e un contadino che al calar del sole lancia le ultime manciate di semi. Il sole è maestoso, con un colore intenso e brillante. Il tutto apparentemente risulta statico, finché lo sguardo non si posa sul gesto compiuto dal contadino, un giusto che è allo stesso tempo semplice ed estremamente vitale.
Ecco, questo dipinto racchiude in buona sostanza ciò che ho cercato di condividere con voi in questo articolo: è estremamente triste in quanto è perfettamente reale la percezione della vita immutabile del contadino ma, allo stesso tempo, rassicurante, perfino gioioso grazie all’uso, quasi improprio, dei colori che mettono in discussione la nostra prima impressione.
La puntata di Doctor Who si conclude in modo commovente. Il Dottore infatti porta Vincent nel futuro a visitare il Museo D’Orsay, il museo parigino che raccoglie le opere dei più grandi impressionisti, per cui anche parte di quelle di Van Gogh. Oltre a questo, che già basterebbe a sconvolgere il pittore e noi spettatori, il Dottore chiede a un critico presente in sala di descrivere l’opera dell’artista. L’emozione sale, la commozione pure. Purtroppo è solo fantascienza ma certamente Vincent Van Gogh se lo sarebbe meritato.

“Per me è il più grande pittore tra tutti. Il più famoso, il più amato. La sua padronanza del colore è magnifica. Trasformò il dolore, il peso della sua vita tormentata in un’estatica bellezza. Il dolore è facile da rappresentare ma usare la collera e il colore per rappresentare l’estasi e la gioia e la grandezza del mondo, nessuno lo aveva mai fatto prima e forse nessuno lo rifarà mai”.
(Vincent e il Dottore – BBC 2010)

Le incertezze dell’andare a casa: le famiglie e la deistituzionalizzazione delle persone disabili in Irlanda

di Massimiliano Rubbi

Le preoccupazioni da parte dei parenti delle persone disabili sul “dopo di noi” e la loro vita indipendente sono strettamente collegate al loro trasferimento da grandi istituzioni a/J’assistenza di comunità e familiare: un processo che in molti Paesi è più recente di quanto si creda, e ha interessanti interazioni con i bisogni e le opinioni delle famiglie – così come con le restrizioni al welfare dovute all’attuale crisi economica.
Abbiamo discusso il caso dell’Irlanda con Owen Doody, docente presso l’Università di Limerick e membro del comitato editoriale di “Frontline”, una rivista trimestrale irlandese sui temi della disabilità intellettiva; tra le sue numerose pubblicazioni, “Families’ views on their relatives with intellectual disability moving tram a long-stay psychiatric institution to a community-based intellectual disability service: an lrish context” (“Le opinioni delle famiglie sui loro parenti con disabilità intellettiva che si trasferiscono da un istituto psichiatrico di lunga permanenza a un servizio per la disabilità intellettiva basato sulla comunità: un contesto irlandese”), pubblicata nel marzo 2012 nel “British Journal of Learning Disabilities “.

Può descrivere brevemente quando e su quali basi è stato condotto il processo di deistituzionalizzazione per le persone con disabilità in Irlanda?
Il processo di deistituzionalizzazione in Irlanda è cominciato negli anni ’80, influenzato dalla filosofia della normalizzazione, dal riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità e dalla pressione di gruppi di lobby sul governo.

Come è stato influenzato il processo di deistituzionalizzazione (se lo è stato) dal fatto che un numero significativo di istituti di grande dimensione erano gestiti da gruppi religiosi?
Come risultato dei casi di abuso che sono stati evidenziati negli ultimi anni, c’è adesso molta diffidenza verso gli ordini religiosi, i servizi statali e i fornitori di servizi. Tuttavia, si può anche vedere come ciò abbia un impatto positivo, dal momento che le famiglie ora sono incoraggiate a diventare più attivamente coinvolte nelle vite dei loro parenti e a compiere azioni di promozione per loro conto. Ciò ha inoltre aumentato la consapevolezza dei diritti delle persone con disabilità in quanto persone vulnerabili, a livello nazionale.

Quali tipologie di strutture sono state utilizzate in genere per dare una sistemazione alle persone con disabilità in Irlanda dopo la dismissione dei grandi istituti, e quali adattamenti sono stati predisposti per “garantire che non si sostituisca soltanto un’istituzione con un’altra o un insieme di edifici con un altro”?
Inizialmente sono emersi servizi stile campus, che implicavano la sistemazione delle persone in residenze di tipo comunitario nel sito-base del servizio. Quelli con una disabilità lieve/moderata sono passa-ti a case a base comunitaria nella comunità locale, e in anni più recenti questo gruppo ha sperimentato il trasferimento  a  sistemazioni  semi-indipendenti/indipendenti a base comunitaria.
Come in molti Paesi, il movimento iniziale verso la comunità dipendeva dal trasferimento degli operatori in aggiunta alle persone con disabilità. Questo trasferimento ha posto molte difficoltà agli operatori, che potevano aver passato molta della loro vita lavorativa negli istituti. Come risultato, di fatto sono emersi mini-istituti, dal momento che l’attenzione del personale non era su integrazione e inclusione poi-ché avevano solo cambiato sede, mentre non è esistita una filosofia di cura, educazione e preparazione del personale.

La sua ricerca afferma la necessità sia di “equità tra i clienti” che di “programmazione dei servizi adattata ai bisogni di ogni individuo”. Come possono essere riconciliate queste necessità apparentemente contrapposte?
La parità tra i clienti si riferisce al fornire un servizio equo a tutti, e ciò dipende dal livello del bisogno. Le famiglie riconoscono che ci sono bisogni e richieste differenti, e non desiderano competere l’una contro l’altra, ma hanno bisogno di sentirsi sicure che il/la loro figlio/a stia ricevendo il livello appropriato di sostegno. Se i servizi si basano sul bisogno di individui/famiglie, diventano adattati a ogni individuo, e la famiglia/persona con disabilità si sente sostenuta, e questo livello di sostegno crea un servizio equo in cui i servizi sono progettati intorno all’individuo e alla sua famiglia.

Come possono essere maggiormente coinvolte le famiglie nel progettare i servizi per i loro parenti con disabilità nei servizi a base comunitaria?
Le famiglie devono essere incluse in ogni fase della deistituzionalizzazione, ad esempio attraverso tavoli di progettazione. L’educazione sull’ideologia della normalizzazione deve iniziare presto, quando i figli sono giovani. Le famiglie devono sentirsi valorizzate e parte del processo, dal momento che spesso i professionisti tendono a dirigere e le famiglie si tirano fuori quando non vedono il proprio ruolo. Pertanto, le famiglie hanno bisogno di essere sostenute e di avere un ruolo attivo nel prendere decisioni, così possono assumersi la propria responsabilità e giocare un ruolo significativo nei servizi che vengono forniti.

 E come possono le comunità locali nel loro complesso essere maggiormente coinvolte nel sostenere i bisogni delle persone con disabilità? Ci sono mai state in Irlanda tendenze verso il ritorno alla segregazione delle persone con disagio mentale, a causa della loro “estraneità” o in seguito a crimini violenti commessi da qualcuna di esse?
Non che io sappia. Le persone possono essere timo-rose della disabilità ma c’è una buona accettazione una volta che sono dentro la loro comunità locale. I Giochi Olimpici Speciali del 2003 [tenutisi a Dublino, NdR] hanno avuto un ruolo molto positivo nello sviluppare accettazione e comprensione della disabilità in Irlanda, dal momento che migliaia di volontari hanno supportato l’evento.

I genitori irlandesi si preoccupano del problema del “dopo di noi” a proposito dei/delle loro figli/e con disabilità?
Sì, la deistituzionalizzazione ha portato preoccupazioni aggiuntive per le famiglie, e ciò è accentuato dai vincoli fiscali e dalla mancanza di luoghi residenziali. In aggiunta, c’è poca programmazione anticipata, e i servizi non affrontano la domanda-chiave “cosa succede se io/noi non posso/possiamo più prenderci cura di mio/a figlio/a?”.

Nella sua ricerca, la formazione del personale e la sua stabilità nel tempo emergono come fattori-chiave per la qualità del servizio rivolto alle perone con disabilità, ma allo stesso tempo lei rileva una situazione di “non-sostituzione e blocco del personale” a causa dei vincoli economici. Queste dinamiche come influenzano la vita quotidiana nei servizi a base comunitaria?
Non conosco alcuna ricerca su questo argomento, ma ciò può portare a un personale che diventa meno motivato, più stressato e che ha carichi di lavoro aumentati. Un supporto continuo deve essere considerato per tutto il personale, e coloro che si sono impegnati nella formazione del personale devono sentire che ciò è di valore e avere un ruolo nel generare influenza sul resto del personale attraverso seminari, workshop o presentazioni. Questa condivisione di conoscenza e collaborazione può aiutare il personale a mantenersi aggiornato e promuovere un maggior senso di lavoro di squadra, per compensare i fattori di stress dell’attuale clima economico.

Data la crisi economica che ha colpito l’Irlanda pochi anni fa, e il fatto che i servizi sono “forniti in base alla capacità del governo di finanziare tali servizi”, c’è un rischio per le persone con disabilità di essere prima o poi “(ri)scaricate” soprattutto alle loro famiglie?
No, non credo, ma per le famiglie che vorrebbero che il/la proprio/a figlio/a si trasferisse da casa per vivere una vita indipendente, queste famiglie spesso sono costrette a adottare un’assistenza a lungo termine per il/la proprio/a figlio/a. Il finanziamento, o meglio la sua mancanza, ha portato a famiglie di bambini con bisogni molteplici e complessi che hanno limitati servizi di sostegno.

Mi sembra piuttosto raro trovare ricerche fondate sul “riconoscere che solo coloro che vivono in prima persona i fenomeni sono capaci di comunicarli al mondo esterno”. In che modo questo metodo fenomenologico può essere utile per effettuare migliori analisi sulle famiglie e le persone con disabilità?
I ricercatori nel campo della disabilità hanno bisogno di concentrarsi sulla ricerca partecipativa, che coinvolge le persone con disabilità e le loro famiglie nella ricerca, ma in aggiunta deve fare progressi la ricerca emancipativa, in cui le persone con disabilità e le loro famiglie dicono la propria su ciò che deve essere ricercato e sono attivamente coinvolte nel processo di ricerca dall’inizio alla fine.

Raccontare una nuova storia, insieme

di Maria Rosa Trombetti, insegnante di  scuola dell’infanzia

L’anno scorso il Progetto Calamaio ha realizzato alcuni incontri in una scuola dell’infanzia della provincia di Bologna. Tra le insegnanti presenti c’era una nostra vecchia conoscenza. Maria Rosa, infatti, è stata per anni educatrice ASL e si è occupata dell’inserimento nel Progetto Calamaio di alcune persone con disabilità. In particolare ha seguito tutto il percorso di Ermanno, l’animatore con disabilità che ha condotto gli incontri nella sua scuola. Le abbiamo chiesto di condividere con noi le sue emozioni.

A parte quello di Via col vento sono pochi i finali che ricordo. L’epilogo di un libro, le ultime scene di un film si trasformano in nebulose indistinte; so con certezza se una storia mi ha entusiasmato, che emozioni mi ha suscitato, ma dire, subito, come si è conclusa mi costringe a ripensare con attenzione, con caparbietà e a compiere un discreto sforzo di sollecitazione della memoria.
E poi al momento non mi garba che le storie finiscano, non mi gratifica più il “e vissero felici e contenti”, che si metta la parola fine a un racconto, a un’avventura, a un’esperienza.
La vita ci chiede sempre un dopo, che lo si voglia o no. Abbiamo un nuovo capitolo da vivere con le nostre esperienze concatenate che non si troncano, forse le dimentichiamo, ma le memorie si sedimentano e stanno con noi, ci modificano e ci fanno crescere, ci spingono a non fermarci, a guardare oltre, a compiere passi successivi e a scegliere cosa vogliamo fare e fare di noi. Consapevoli o ignari cambiamo, assumiamo nuovi punti di vista, vediamo le cose da prospettive diverse e scegliamo nuove strade da percorrere, arricchiti di una nuova storia da raccontare che diventerà un’altra storia e poi un’altra ancora.
Le storie sono fatte di parole:
parole che uniscono, parole che avvicinano;
parole buone e parole gentili;
parole di paura e di rabbia, di consolazione e di solitudine;
parole che ci sovrastano, parole che ci circondano;
parole vuote e inutili, sentite troppe volte;
parole della vita e parole della scuola;
parole delle maestre e parole dei bambini;
parole che dicono e parole che fanno essere;
parole dei sogni e parole dei desideri.

Ma le storie sono fatte anche di gesti:
gesti che uniscono, gesti che allontanano;
gesti di rabbia e gesti di affetto;
gesti inconsulti e gesti eroici;
gesti ponderati e lenti;
gesti memorabili;
gesti della scuola, delle maestre e dei bambini;
gesti quotidiani, rassicuranti e ripetitivi;
gesti che valgono più delle parole e gesti che lasciano senza parole.

In quella mattina di aprile ho visto gesti che mi hanno lasciato senza parole.
Mattina, Scuola dell’infanzia, ospitiamo il Progetto Calamaio.
Mi risulta difficile tradurre in parole la sensazione che ho provato quando Ermanno si è alzato dalla carrozzina per mettersi a disposizione dei bambini … La carrozzina, che era stata cavallo e locomotiva, è diventata trampolino.
Per pochissimo tempo Ermanno è stato in piedi, sorretto dai suoi colleghi di avventura, si è veramente innalzato in tutta la sua statura, al centro dello spazio della nostra cassettiera per poi sdraiarsi e mettersi a disposizione dei bambini: l’animatore al tappeto. In quel momento il mio sguardo era quello dell’insegnante che con emozione e trepidazione ha assistito alla messa in opera della disponibilità di una persona, alla gratuità di un gesto, alla concretizzazione di un modo di essere “diverso” divenuto strumento agito di meraviglia, trasformata in curiosità, accettata con spontaneità ed entusiasmo da parte dei bambini.
Un’esperienza che si propone sovente ai bimbi è quella di tracciare il confine della propria sagoma, mappa di noi stessi, confine tra noi e il mondo.
Ogni bimbo, quel giorno, ha potuto tracciare un tratto del confine di Ermanno, sdraiato in tutta la sua lunghezza su un grande foglio srotolato sul pavimento; osserviamo che la sua sagoma presenta un’anomalia rispetto a ciò che normalmente si ottiene dai risultati dei confini dei bimbi con le mani ben tese, le dita aperte; la mano di Ermanno resta chiusa anche sulla carta, un pugno: perché?
Perché è fatto così.
Semplice e perfetto, senza troppe parole.
“Facciamo misura”, nel nostro quotidiano, significa segnare l’altezza dei bambini su un cartellone verticale; nel corso dell’anno osserviamo le modifiche dell’altezza per poterci confrontare con noi stessi e con l’altro.
Nel momento di “facciamo misura” con Ermanno, la dimensione orizzontale ha posto un rovesciamento del punto di vista: alto è diventato lungo, ci confrontiamo e misuriamo stando sdraiati, rimanendo sempre noi.
In quella mattina di aprile ho avuto l’opportunità di guardare Ermanno da un’angolazione diversa, quella datami dalla precedente professione di educatore.
Con lo sguardo stupito e meravigliato di chi ha visto e conosciuto una sua dimensione differente.
Tornano alla memoria frammenti di vita quotidiana faticosa e tragica, vita da ripensare senza sapere come e quanto, senza potere dare risposte immediate e risolutive, solo nella condizione di immaginare percorsi e formulare proposte per cercare di trovare e dare senso a un ignoto futuro.
Nacque così la proposta di un progetto per l’inserimento nel Calamaio, che divenne per Ermanno prima di tutto un luogo.
La nuova sede della associazione da ristrutturare, i termosifoni da ridipingere, un luogo da rendere più bello, lentamente, con nuove risorse risvegliate.
Il Calamaio non si rivelò solo una stanza ridipinta, si trasformò in luogo dell’esperienza verso una nuova dimensione, della sperimentazione di possibilità di cambiamento, per trovare nuove parole e un modo diverso di raccontare un sé cambiato.
Linguaggio preferito di Ermanno sono le favole che si sono dimostrate un ulteriore valido strumento di mediazione per tentare di guardare a un orizzonte più ampio, come più ampi erano i confini che esplorava-no i suoi personaggi o le possibilità che si delineavano nei finali delle storie.
Il passo successivo fu sperimentare una nuova opportunità, quella di animatore nelle scuole.
Ricordo benissimo che, durante i periodici incontri di verifica con l’équipe educativa del Calamaio, sono sempre emersi l’entusiasmo e la sua adeguatezza nella relazione con i bambini. Un animatore trascinante e disponibile, immediato nel catturare l’attenzione con simpatia e naturalezza, mettendosi in gioco e giocando con i bambini; ho sempre creduto in questa capacità di Ermanno e nella corrispondenza delle risorse concrete del Calamaio per lui.
Come educatore non ho mai avuto la possibilità di vedere un’animazione.
Ora nel ruolo di insegnante ho avuto la favorevole opportunità di assistere alla sua reale dimensione calamaio; incrociare il suo sguardo acceso ha significato partecipare e condividere un nuovo capitolo di una storia che non è ancora finita.
Pomeriggio di aprile: nasce il confronto di verifica tra le insegnanti; oltre le parole di commento sull’esperienza proposta ai bimbi sono state palpabili le ricadute delle emozioni vissute e da cui ci siamo fatte pervadere. Nello sguardo delle colleghe ho ritrovato i miei stessi autentici sentimenti.
Tutte noi per esperienze diverse eravamo a conoscenza del Progetto e quel giorno lo abbiamo vissuto nella nostra scuola.
Ho immaginato che ciascuno abbia ricevuto in regalo una piccola macchia dell’inchiostro indelebile del Calamaio.
Nutro la certezza che i nostri alunni, co-protagonisti dell’avventura, con la loro naturalezza, con i loro gesti, domande, partecipazione spontanea e attiva, abbiano fatto sì che parole importanti come integrazione, superamento dell’handicap e diversità si trasformassero in azioni semplici di partecipazione, gioco, allegria e immagino che a loro volta abbiano regalato una piccola preziosa macchia ai loro genitori, segno concreto di una esperienza significativa.
Mattina di settembre: si concorda di riproporre per il nuovo anno scolastico una nuova avventura del Progetto Calamaio per continuare a vivere e raccontare una nuova storia, insieme.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Per iniziare il nuovo anno con il giusto spirito ci trasferiamo per un minuto in un pub… È successo davvero qualche tempo fa in uno spot americano di una nota marca di birra. Ne abbiamo riparlato insieme … Eccovi il risultato della conversazione!

Caro Claudio,
ti scrivo in merito all’articolo che hai recentemente scritto, commentando la pubblicità di una nota marca di birra che ha utilizzato un ragazzo con disabilità come “modello”. Può essere visto in chiave positiva o negativa, a seconda credo dell’idea di pubblicità.
Parto dalla percezione negativa. La pubblicità è per definizione uno spazio in mano alle aziende per promuovere la conoscenza e quindi la vendita delle proprie marche, prodotti e servizi. È quindi per definizione uno spazio commerciale. Secondo questa logica, l’utilizzo di persone diversabili potrebbe risultare sgradevole o, come minimo, opportunistico e quindi si crea una situazione di “sfruttamento” di immagine a fini utilitaristici. Estremizzando (molto) potremmo dire che vengono utilizzate le sfortune altrui per vendere di più. Questa logica, se vogliamo molto rispettosa dei ruoli, vive il processo di comunicazione solo come un mezzo per far arrivare al proprio target un messaggio e quindi non ammette che vengano passati certi limiti di condotta per vantaggi commerciali ed economici. Una specie di “codice deontologico” non scritto. La visione più aperta e positiva vede invece la pubblicità come una delle componenti sociali che aiutano a formare gli stili di vita delle persone, consigliandole, informandole e dando loro la possibilità di scelta. La pubblicità assume perciò un valore sociale, in quanto si fa partecipe della rappresentazione della nostra società e della formazione della propria coscienza civile. Ora è vero che molta della roba pubblicitaria che passa sotto i nostri occhi tutti i giorni non si può certamente inscrivere nel novero della “pubblicità progresso” però è anche vero che, nel bene o nel male, essa è uno specchio della società civile. Nona caso aziende, agenzie pubblicitarie, creativi, ecc. si avvalgono di ampi studi sui mutamenti e sulle tendenze della società in cui viviamo. Secondo questa logica, quindi, il messaggio che persone con e senza handicap possano giocare insieme uno sport agonistico, trovarsi insieme intorno a una birra, condividere luoghi serali come pub, è certamente un messaggio importante che un’azienda commerciale riesce a mettere in prima serata.
Ora, il tema è lungo e può assumere livelli di distinguo anche molto ampi. lo, da professionista della comunicazione, credo che le pubblicità abbiano il dovere di parlare alla società e non solo dei propri prodotti e marche, in quanto, se lo fanno bene, riescono a portare a  casa risultati molto più rilevanti. Credo che l’esempio della scura (bello il tuo titolo) vada nella direzione corretta.
Tu cosa ne pensi?
Un abbraccio, Federico.

Il rischio strumentale è sicuramente molto alto, ma in tutta sincerità preferisco mille volte uno spot come questo (ognuno lo interpreta con la sensibilità che ha)a uno di quelli che fanno leva sul lusso o, peggio ancora, sull’eros più o meno esplicito.
Tonia Baviello

lo invece lo reputo un bel messaggio di integrazione… L’ho capito nel senso che il disabile non può giocare da normodotato … sono quindi i suoi amici che devono sedersi sulla sedia a rotelle per poter giocare con lui … E poi tutti a bersi una birra in compagnia! Non ci trovo nulla di scandaloso, anzi manda un messaggio a tutti coloro che vedono noi disabili come soggetti estranei alla società.
Ivo Parmiggiani

Gli amici si “disabilitano” per essere al “livello” dell’amico, per poter giocare ancora assieme… con l’ex-compagno “abile” di una squadra di basket… ma tutti con lo stesso spirito e la stessa abilità nel bere in compagnia una buona birra… per me geniale!!! La seconda parte dell’articolo mi trova totalmente in disaccordo sulla strumentalizzazione… ma li avete visti come giocano? Si menano come fabbri!!! Molto più fisici e di contatto del basket. .. nemmeno per un momento ho pensato a “poverini”.
Andrea Berto

Ciao Claudio, tu hai avanzato due considerazioni apparentemente contrapposte. E se, invece, alla base di questa scelta, ci stessero tutte e due? Il cambiamento verso il positivo, penso, storicamente non può seguire una strada sola, una strada facile. Magari una strana commistione di “pietismo”, buoni propo-siti e realtà mostrata così com’è porterà lentamente a dei risultati. Della serie, purché se ne parli. Ti saluto con affetto.
Ancilla Artusi

Caro Federico e cari tutti, anche io ho riflettuto su questo spot e dico che dieci anni fa non avrei mai pensato che si potessero utilizzare dei ragazzi con disabilità, o la disabilità stessa, per promuovere e pubblicizzare un prodotto come la birra. Nell’immaginario collettivo infatti la disabilità e la birra sono agli antipodi. La birra è compagnia, freschezza, gioventù, festa… La disabilità di contro è solitudine, a volte vecchiaia, spesso è tristezza e malinconia.
Allora? Allora probabilmente in questo decennio che sembra volato qualcosa a livello socio-culturale è cambiato. I pubblicitari delle grandi multinazionali sanno sempre che aria tira e ne hanno preso atto… Certo il rischio di strumentalizzare la carrozzina è sempre in agguato, anche se, in questo caso, forse è stato fatto un salto in più. L’argomento, anche se presenta qualche contraddizione, è a mio parere ricco di suggestioni che spaziano non solo sull’immagine e la sempreverde questione dell’accessibilità ma prima di tutto sui concetti di divertimento e di normalità.
Allora grazie, Federico, della bellissima lettera…
Ci risentiamo alla prossima birra!

3. Documentare in società

di Massimiliano Rubbi

Nelle riflessioni sulle funzioni della documentazione in ambito sociale, spesso passa sotto silenzio un elemento che per molti aspetti ne costituisce la specificità: la capacità di contribuire a definire, per molti problemi sociali, coordinate concettuali ed operative tutt’altro che pacifiche, ed anzi oggetto di serrata contesa. In altri tempi si sarebbe potuto dire che la documentazione sociale, a differenza di altri tipi di documentazione più tecnici o “accademici”, non può sfuggire alla propria natura politica, perché anche quando, del tutto legittimamente, evita con cura di schierarsi per l’una o l’altra impostazione teorico-politica, di fatto contribuisce a consolidare l’uno o l’altro dei modelli esistenti, con le relative implicazioni in termini di politiche sociali preferibili. E tuttavia, ricondurre questi tratti distintivi della documentazione sociale al solo carattere politico appare riduttivo, in quanto essi sembrano correlati ad un meccanismo sociale complessivo, emerso con grande vigore all’attenzione della riflessione sociologica negli ultimi anni: la definizione della situazione.

Definire la situazione
“Se gli uomini definiscono reali le situazioni esse saranno reali nelle loro conseguenze”.
Questo è il cosiddetto “teorema di Thomas”, enunciato nel 1928 dal sociologo statunitense William I. Thomas. Non è un caso che questa asserzione sia stata elaborata dallo studioso pochi anni dopo aver scritto, insieme al sociologo polacco Florian Znaniecki, un’opera classica della disciplina: The Polish Peasant in Europe and America (1918-20), uno studio empirico sulla condizione degli immigrati polacchi negli USA – come si può notare, l’impostazione del problema dell’integrazione e dell’intercultura ha radici molto più antiche di quanto generalmente si creda.
Il teorema di Thomas è alla base di gran parte della sociologia americana di questo secolo, che si è sempre più orientata verso le capacità dei singoli e dei gruppi di creare/ricreare la realtà sociale per mezzo dei propri “atteggiamenti” (un altro concetto che deve molto a Thomas e Znaniecki). Mead, Blumer e Schutz hanno sistematizzato questo orientamento con il concetto di “definizione della situazione”, secondo cui ogni significato è costruito socialmente e non esistono (a grandissime linee) concetti dati che non possano essere ridefiniti da singoli o gruppi con un processo di interpretazione. La posizione più radicale in questo senso è quella di Garfinkel e della scuola etnometodologica da lui fondata negli anni ’60, con gli assunti di indicalità e riflessività, secondo cui ogni nozione è interpretabile solo entro un contesto che non viene mai esplicitato, ed ogni cosa di cui abbiamo esperienza è comprensibile solo come caso specifico di un concetto generale di cui però non possiamo avere esperienza come tale.
In ogni caso, sembra evidente che nella riflessione su fenomeni sociali complessi non si può più adottare l’atteggiamento naif secondo cui le cose rispondono ad una realtà precisa ed oggettiva, che ci si può limitare a comprendere “dall’esterno”. Di fatto, il modo in cui inquadriamo in concetti le realtà sociali (e soprattutto il modo in cui comunichiamo le nostre conclusioni al riguardo) contribuisce a plasmarle, inducendo i soggetti che di quelle realtà fanno parte a conformarsi più o meno inconsciamente ai modelli su di loro. Pertanto, secondo queste teorie, ognuno di noi detiene rispetto agli altri un rilevante potere di “definizione della situazione”.

Il potere della documentazione sociale
Questo breve sunto di sociologia costruttivista ci consente di inquadrare meglio il ruolo delle strutture di documentazione di ambito sociale; come tutti coloro che operano nel settore, infatti, esse intervengono nella definizione della situazione relativa alle questioni sociali di cui si occupano. E ciò è particolarmente rilevante perché i problemi di cui si occupano i centri di documentazione sul sociale, un elenco dei quali è fornito in altra parte di questa rivista, hanno spesso un inquadramento concettuale dibattuto e non condiviso, centro di polemiche tese a definire le soluzioni preferibili.
Il dibattito sui problemi sociali trattati si colloca a diversi livelli. Per alcune questioni, l’esistenza del problema non è oggetto di contesa, e anche sulle linee d’intervento sembrano esserci divergenze limitate; il problema pare piuttosto la penetrazione limitata di questi atteggiamenti specialistici e “illuminati” in un’opinione pubblica che tende a ricalcare modelli tradizionali e tradizionalisti sulla questione. Il caso dell’handicap è naturalmente il primo che ci viene in mente, nel senso che sulle tematiche dell’integrazione scolastica, dell’inserimento lavorativo, dell’accessibilità architettonica, ecc. si è consolidata un’impostazione sostanzialmente condivisa da operatori e formatori, ma permane il problema di diffondere una sensibilità collettiva più ampia a livello sociale – banalmente, quella che ti spinge a non parcheggiare davanti agli scivoli per carrozzine o a considerare il disabile esclusivamente come un “poverino” (l’attività del CDH, del resto, ha questo tra i propri obiettivi principali).
Altri problemi, invece, sono inquadrati in diverse e conflittuali maniere: il problema della tossicodipendenza, ad esempio, anche nel recente dibattito politico vede contrapporsi le politiche di “riduzione del danno” e di “recupero pieno” sulla base di diverse impostazioni teoriche di fondo (che, a loro volta, sono frutto di differenti concezioni generali della libertà individuale nei confronti del potere politico). Altre questioni sociali, ancora, sembrano impostarsi sulla contrapposizione tra sforzo collettivo, con relativi costi, ed atteggiamento NIMBY (“Not In My Backyard”, ovvero “non nel mio cortile” – certe strutture sono necessarie alla comunità, ma non devono esistere vicino a casa mia): un esempio potrebbe essere la questione degli zingari, per i quali la costruzione di relazioni per una pacifica convivenza comporta costi socio-economici inevitabilmente maggiori rispetto allo spostamento dei campi di accoglienza non appena le proteste dei residenti superano una determinata soglia.
Un discorso a parte, anche per la grande importanza attuale ed in prospettiva del tema, merita la questione “immigrazione-intercultura-rapporto Nord/Sud del mondo”, che già da questa denominazione evidenzia la propria estrema complessità. In esso, infatti, si intrecciano aspetti culturali, religiosi (convivenza pacifica o clash of civilizations?), economici (la distribuzione della ricchezza su scala globale) e politici, già complessi se presi individualmente e di fondamentale rilevanza per la società odierna. Non è un caso se questo è l’argomento trattato dal numero più alto di centri di documentazione in Italia, seppure declinato in diversi ambiti (accoglienza ai migranti, cooperazione allo sviluppo, educazione alla mondialità…).
In questo senso, il ruolo dei centri di documentazione di ambito sociale emerge in tutta la propria valenza socio-politica. Infatti, la loro struttura non le riduce a semplici biblioteche specializzate, fornitrici “passive” di un servizio ad una ristretta cerchia di utenti, ma le pone in condizione (e forse anche in dovere) di svolgere il ruolo attivo di diffusori di cultura sui temi in cui sono specializzati, nelle più diverse forme immaginabili. Pertanto, la prospettiva dalla quale inquadrano il fenomeno studiato, o suoi aspetti particolari, ha la capacità di incidere fortemente sulla percezione degli operatori del settore; né si può dare, almeno per i centri più attivi nella produzione di cultura, una posizione neutrale rispetto ai principali orientamenti ideologico-politici esistenti, ma solo una maggiore o minore consapevolezza di quello adottato. Come si è cercato di mostrare, spesso la semplice esistenza di un centro che documenta la situazione di un determinato problema si pone in implicito contrasto con altre posizioni che tenderebbero a minimizzarlo o a “ghettizzarlo” nella competenza di pochissimi, e dunque contribuisce in maniera decisiva a “definirne la situazione”.

Documentazione ed informazione: l’agenda-setting
Ai lettori più attenti non sarà sfuggito, alcune righe sopra, che si è esaltato il potere dei centri di documentazione di incidere sulla percezione degli operatori, ma non dell’opinione pubblica. Sarebbe infatti illusorio pensare che l’attività dei centri possa raggiungere direttamente le “grandi masse”, anche perché la complessità di alcuni temi è tale da rendere indispensabile una serie di competenze preliminari non disponibili a tutti. In effetti, si crea la situazione un po’ paradossale per cui l’attività dei centri, anche a causa della scarsa visibilità posseduta, finisce per rivolgersi prevalentemente agli “addetti ai lavori” che hanno coscienza della loro esistenza ed interesse alle tematiche trattate – proprio i soggetti che hanno meno bisogno di essere sensibilizzati ai problemi sociali documentati dal centro.
Di fatto, la principale fonte tramite cui l’”uomo della strada” viene a conoscenza di molti problemi sociali sono i media. La formalizzazione più precisa di questo fenomeno ormai generalmente riconosciuto è l’ipotesi dell’agenda-setting, secondo cui la percezione e la gerarchizzazione delle questioni di interesse sociale nell’opinione pubblica sono influenzate, in diverso grado, dalla rilevanza data ad esse dal sistema dei media. La principale ragione di ciò è che, sempre più, la complessità dei fenomeni sociali è tale da rendere insufficiente e distorcente la percezione diretta che se ne ha, imponendo agli individui di trarre informazioni indirette per farsi un’idea più completa – ovvero di rivolgersi ai media. In effetti, ad esempio, la questione della condizione carceraria non può essere inquadrata pienamente né da chi vi si trova direttamente coinvolto, né da chi non ha alcun legame con questa realtà; i media, in virtù di quella che potremmo definire “professionalizzazione dello sguardo sociale”, hanno la delega a dare la “versione completa” di fenomeni non percepibili integralmente da nessun singolo, consentendo ai loro utenti una definizione della situazione più avveduta.
Questa situazione genera spesso una vibrante polemica tra operatori di settore e giornalisti, in particolare con l’accusa dei primi ai secondi di banalizzare le questioni sociali e di drammatizzarle per incrementare le vendite o gli ascolti. A volte questa accusa sembra ignorare, ingenerosamente, il fatto che una notizia espressa in poche righe o pochi secondi non potrà mai avere l’approfondimento che porta a scrivere interi trattati sugli stessi temi, e che è proprio questa differenza a rendere la circolazione sociale della prima nettamente superiore a quella dei secondi. Tuttavia, è indubbio che la grande diffusione di queste notizie porta talvolta ad amplificare pregiudizi o visioni “non preferibili” e così a vanificare in breve il lavoro di anni dei centri nella società, con un effetto che sarebbe evitabile semplicemente con una migliore formazione dei giornalisti che si dedicano a tale settore. Anche qui, i centri di documentazione possono giocare un ruolo cruciale; le relazioni con i media, a volte trascurate a causa di anni di frustrazione o perché ritenute poco rilevanti, sono comunque canali decisivi nel fare sì che la cultura prodotta esca al di là della “cricca” di chi ne ha, di fatto, meno bisogno.
I centri di documentazione, dunque, hanno un importante ruolo socio-politico, e presumibilmente la loro importanza crescerà in parallelo alla coscienza della non tollerabilità degli squilibri sociali. Personalmente, ritengo che la loro consapevolezza di questo ruolo e di questo potere di “definizione della situazione” sia una risorsa fondamentale specialmente per la soluzione non conflittuale di molte questioni che, con gravità variabile e da tempi diversi, la nostra società rischia di ritenere connaturate fino ad uno scoppio non rimediabile.

Suggerimenti di letteratura
Becker, Howard S. 1978, Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Torino (ed. or. 1963)
Blumer, Herbert 1969, Symbolic Interactionism, Englewood Cliffs
Garfinkel, Harold 1967, Studies in Ethnomethodology, Englewood Cliffs
Shaw, E. 1979, “Agenda-Setting and Mass Communication Theory”, in Gazette (International Journal for Mass Communication Studies), vol. XXV, n.2

6. Infilateli presto nello sport!

a cura delle redazione

Intervista ad Antonietta Porrà

Innanzitutto il fatto…
Mauro già da dieci anni faceva pattinaggio artistico tra i normodotati (adesso ha diciannove anni) e ne aveva diciassette e mezzo quando l’allenatore della società l’ha mandato a fare le analisi, la visita medica agonistica con gli altri atleti, come Mauro Mosca, non come Mauro Mosca il Down. Inizialmente il medico gli ha fatto le visite poi ha chiesto l’eco cuore. Io un po’ allarmata ho voluto sapere se aveva sentito che c’erano dei problemi, e lui ha detto: “No, tutto a posto, voglio solo l’eco cuore e il certificato del neuropsichiatra”. Io faccio tutto le carte e alla fine mi dice che non poteva darmi l’attestato d’idoneità perché Mauro era Down. Tu capisci che è successo il finimondo, è stata proprio una discriminazione. Gli accertamenti erano andati bene: lo fermi perché Down? Questo ha fatto scattare la molla…

Era un medico sportivo del Coni?
Sì, tieni presente che il Coni non li dà neanche adesso i certificati, anche perché manca una legge chiara. C’è un decreto ministeriale del 1982 nel quale si dice che i portatori di handicap psichici non possono fare attività agonistica, nemmeno in competizioni tra loro.
Comunque Mauro aveva fatto le gare regionali lo stesso, perché un medico si era preso la responsabilità. La situazione generale è ancora a quel livello, ma per Mauro no, perché tutta questa storia l’ha fatto idoneo. Adesso può fare le gare per andare ai nazionali, quando sarà preparato per andarci, perché ancora non lo è. I giornali invece hanno scritto che era campione nazionale! No, se tu ti intendi di sport sai che prima bisogna passare all’agonismo. Il pattinaggio artistico in Italia praticamente lo fa lui e basta, e ha fatto un bel cammino. Noi ci battiamo per l’integrazione almeno fino a dove i nostri ragazzi riescono. È come se a Claudio, il presidente della vostra associazione, impedissero di scrivere dei libri. Voglio fare capire che dal 1982 se ne è fatta di strada e chi riesce va avanti.
Mauro ha partecipato ai campionati provinciali, regionali e ad una competizione nazionale a Fano delle Acli, per l’Accademia Rotellistica Sarda, che rientra nella Federazione italiana hockey e pattinaggio.

Che tipo di sensibilità e aiuti hai trovato per fare questa battaglia?
Tutti, tutti a favore mio: il ministro Guidi mi ha detto che se dovevano considerare la sua patologia avrebbero potuto impedirgli di fare il pediatra e il medico. Mauro ha il suo problema, però è abbastanza a posto per fare lo sport, eccetto che per il Coni. Petrucci, il presidente, continuava a dire questa frase, che loro volevano proteggere, non mi ricordo l’espressione esatta, ah sì…volevano tutelare i nostri figli. Io ho detto chiaro ai mass-media che i figli li tuteliamo noi, che non siamo così sprovveduti da mandare i nostri figli allo sbaraglio. Una volta che facciamo gli accertamenti e i nostri medici sportivi fanno tutti i controlli e anche di più, li abbiamo tutelati. Non li stiamo tutelando mettendoli in una scatoletta e impedendo loro di fare quello che sono in grado di fare.

Mauro come l’ha vissuta?
Ha sofferto anche psichicamente per questo. “Mamma, io da quel medico non ci vado più!” Perché è stato questo medico, in presenza sua, a dire: “Signora è un ragazzo Down”. Con Mauro abbiamo fatto di tutto per dire che essere Down non significa niente almeno dove lui riesce a fare. Dato che grazie a Dio lui è intelligente, ha sofferto veramente questa discriminazione. Poi si è visto fare i complimenti da molte persone, e anche lui ha fatto la battaglia con grandi soddisfazioni.

Tu hai anche altri figli. Come hai vissuto il tuo ruolo di mamma?
Con Mauro ho cambiato modo di vedere il rapporto con gli altri, perché adesso riesco a riconoscere le persone più umane e quelle più superficiali. Con la nascita di Mauro ho visto il mondo con altri occhi, insegnando a lui ho rivisto il mondo come quando ero bambina. Mentre gli altri figli crescono automaticamente, Mauro mi ha dato molto. Non è una frase fatta! Mi ha fatto rinascere una consapevolezza delle cose che contano, apprezzi di più quello che conquisti. Ogni cosa che ho insegnato a lui l’ho rivalutata anche per me. Però anche ogni suo impedimento, tipo questa storia, è stata una sofferenza per me, io mi immedesimo sempre in lui e cerco di capire come lui capisce le cose.

Che messaggio daresti ai genitori cui nasce un bambino Down?
Prendetevelo e godetevelo fin da quando è nato. La cosa più bella che possa succedere è partire da una piccola difficoltà e poi apprezzi tutto il resto, se poi la difficoltà è grande tu metti a frutto la tua sensibilità e capacità e ti rendi conto che non ti perdi. Quando è successa quella cosa dei due fratellini di Firenze, uno Down e l’altro no, che la mamma il primo non lo voleva, ho scritto in varie lettere che io non lo avrei mai lasciato perché l’avrei rimpianto. Non è una frase fatta: io non tornerei indietro, non avrei fatto l’amniocentesi, niente niente. Prendetevelo e godetevelo fin da quando è nato: piuttosto una cosa che possono fare è appoggiarsi alle associazioni, documentarsi subito e sapere che cosa sono in grado di fare per i loro figli, piuttosto che chiedersi cosa non saranno in grado di fare.

Cosa ha dato lo sport a Mauro?
Ha dato tantissimo, a tutti dà tantissimo. La prima cosa che dico alle mamme: infilateli presto nello sport perché la scuola vi darà pochissimo, non so quando potrà dare il cammino di vita… Ma lo sport aiuta moltissimo a migliorarsi fisicamente e psicologicamente, perché incide tanto e agisce molto sulla sveltezza mentale.

4. Sport ed handicap mentale

di Paolo Bertani

In questo articolo vogliamo soffermarci non tanto sugli effetti generali dell’attività sportiva nei soggetti praticanti, ormai conosciuti e studiati, ma analizzare più da vicino e proporre una riflessione sugli effetti specifici provocati in soggetti che soffrono di handicap mentale o comunque di disturbi nella sfera cognitiva o relazionale.
Premettendo, comunque, che gli effetti benefici comunemente riconosciuti alla pratica sportiva su persone cosiddette normali, lo sono vieppiù per persone più deboli o svantaggiate, in quanto vanno ad agire su quadri di sofferenza o disagio ancor più bisognosi di aiuto, sostegno, alleviamento, allontanamento dalla propria difficile realtà.
Pertanto, laddove il movimento provoca un miglioramento nelle condizioni fisiche del soggetto (apparato cardiocircolatorio, apparato respiratorio, tono muscolare, connessioni neuronali, funzioni neuro-vegetative, ecc.), tanto più troveremo i benefici di questo miglioramento amplificati in soggetti che, pur non avendo difficoltà motorie particolari, per la loro storia tendono ad una vita sedentaria, che risulta poco stimolante verso gli aspetti dinamici anche più banali (camminare, correre, saltare, salire e scendere scale, prendere l’autobus, andare in bicicletta, ecc…), che solitamente caratterizzano o dovrebbero caratterizzare la vita quotidiana delle persone.

Movimento e sviluppo armonico
Quando parliamo di effetti positivi sulle condizioni psicologiche di chi pratica sport (scarico delle tensioni e dell’aggressività, produzione di endorfine, soddisfazione, senso di appagamento, ecc.), allora dobbiamo pensare a quanto questo possa essere benefico in chi vive in uno stato di tensione interiore più o meno marcato, spesso costante nell’arco della giornata, e che più difficilmente può trovare occasioni di svago, di rilassamento psicosomatico, o magari non è in grado di canalizzare la propria aggressività ed è costretto dai suoi impulsi a sfogarla in modi anche violenti su cose o persone (con rischi per sé e per gli altri).
Una mancata esperienza di movimento produce nel disabile una condizione ancor più sfavorevole per l’esplicarsi delle connessioni neuroniche che stanno alla base sia dei possibili apprendimenti motori sia di quelli cognitivi. Per questo sarebbe ancor più fondamentale una pratica motoria fin dai primi anni di vita, periodo in cui si struttura lo schema corporeo, cioè l’immagine interiorizzata del nostro corpo e delle sue possibilità d’azione. Se, ad esempio, un bambino ha la possibilità di sperimentare una gamma di movimenti (capovolta in avanti, all’indietro, eccetera) il più ampia possibile, aumenterà esponenzialmente il numero delle sinapsi neurotiche, cioè di quelle connessioni tra cellule nervose, che rimarranno nel suo patrimonio neurofisiologico e che saranno utili per lo sviluppo armonico del soggetto nel suo complesso, dagli aspetti cognitivi a quelli mnemonici, da quelli emozionali a quelli intrapsichici.
Quando ci si rivolge a persone ormai adulte, possiamo intervenire solo nel mantenimento delle prassi acquisite o al più nell’apprendimento di movimenti semplici o basati su azioni già sperimentate.
Ma le abilità motorie non sono l’unico aspetto importante! È nell’ambito psicologico relazionale che possiamo giocarci la “partita”; i fattori motivazionali, emozionali, interpersonali sono sempre stimolabili e rinnovabili, possono migliorare di quantità e, soprattutto, di qualità.

Quale disciplina scegliere?
E qui anche la scelta della disciplina sportiva ha il suo significato. Tendenzialmente sarebbe meglio privilegiare i giochi di squadra, dove esiste una maggior quantità di possibilità relazionali, con i compagni di squadra, ma anche con gli “avversari”; e dove, dato da non trascurare, gli eventuali gap prestazionali tra uno e l’altro possono essere ovviati o superati proprio dal fatto di essere inseriti in un gruppo e nella distribuzione appropriata dei ruoli.
Non è da escludere, però, nemmeno la pratica di una disciplina individuale, in quei casi in cui abilità sufficienti e attitudine psicologica del soggetto lo permettano e lo consiglino. Tanto più se ci si rivolge a uno sport come l’equitazione, in cui il rapporto con l’animale offre ulteriori stimoli e implicazioni emotive particolari e non vi è un confronto diretto con gli “avversari”.
Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra sport di contatto e sport di confronto a distanza.
Nei primi si inquadrano quasi tutti gli sport di squadra (calcio, basket, pallamano, pallanuoto, ecc.) o discipline individuali quali ad esempio scherma, ciclismo, arti marziali, ecc.
Nei secondi si iscrivono la pallavolo (unico tra gli sport di squadra) o altri individuali come nuoto, tennis, bowling, sci, tennis tavolo, canottaggio, vela, solo per citarne alcuni.
In questo tipo di sport conta molto la motivazione del singolo, che deve essere piuttosto elevata, proprio per reggere al peso dell’impegno degli allenamenti e delle eventuali competizioni, che grava per lo più solo sul singolo atleta, supportato da un allenatore o da un altro compagno di allenamenti, quando presenti.
Rispetto a ciò gli sport di squadra sono più adatti a sostenere la motivazione e soprattutto consentono all’individuo di superare momenti di crisi, cioè, ad esempio, interruzioni dell’attività che, nel caso di disabili mentali, possono essere anche ripetute durante l’anno, a causa delle caratteristiche di instabilità e disagio proprie di alcune patologie.
Dopo un’interruzione, infatti, è sempre possibile reinserirsi in squadra, senza che vi siano state ripercussioni sull’attività, proprio grazie al numero di componenti, solitamente più che sufficiente.
Caratteristica fondamentale del gioco di squadra è il senso di collaborazione tra giocatori e il sentirsi parte di una catena in cui ogni anello è importante e porta il suo contributo.
Il rischio sarebbe quello di sentirsi un “anello debole”, nel caso di ragazzi meno abili di altri (non essendoci categorie su base di competenze, ci può essere una grossa differenziazione di capacità tra componenti della stessa squadra); questo solitamente non avviene perché nel disabile psichico gioca un ruolo molto più forte il senso di appartenenza al gruppo o a una squadra e il solo farne parte è motivo di enorme soddisfazione e orgoglio, indipendentemente dalle prestazioni fornite o dal minutaggio in partita. Un passaggio fatto bene, un tiro in porta, una parata sono esempi di obiettivi minimi, ma già motivo di soddisfazione e realizzazione.

Sentirsi vincenti
Ciò, ovviamente, non riguarda tutti i soggetti disabili; è più facilmente riscontrabile in soggetti con handicap più grave. In ragazzi meno danneggiati sembra prevalere il sentimento agonistico o l’ambito prestazionale, forse anche perché più in grado di fare confronti, di cogliere le differenze, e perché più sensibili al risultato positivo, nonché influenzati dalla cultura sportiva prevalente, cioè quella che emerge da giornali e televisioni, per cui conta chi vince.
Il significato della vittoria per un disabile mentale può assumere valenze particolari.
Nel corso della sua vita in quanti ambiti avrà potuto assaporare il gusto della vittoria, quali occasioni avrà avuto per sentirsi “vincente”? Un disabile non ha un vissuto di “sconfitte” praticamente costante nella sua vita? Pensiamo alla scuola, alle relazioni amicali, a quelle affettive o sessuali: in quante e quali di queste ha avuto rimandi positivi e riconoscimenti significativi, che potessero contribuire ad una strutturazione della stima di sé ed in cui rispecchiare un’immagine positiva di sé?
Pertanto lo sport può essere uno dei pochi, se non il primo ambito in cui provare queste sensazioni, in cui sentirsi realizzato e soddisfatto del raggiungimento di un obiettivo, e in una squadra, non dipendendo tutto dalle singole capacità ma dal collettivo, ciò è possibile anche per i soggetti più deboli, che altrimenti sarebbero penalizzati.
In un sistema psichico di collegamenti ciò può avere i suoi effetti benefici anche in altri campi, quali il lavoro o i rapporti familiari, o anche le relazioni amicali e affettive.

3. Quando è l’uomo a decidere di affrontare l’ostacolo

di Claudio Cantù

“L’handicap nello sport o lo sport nell’handicap”  era il sottotitolo del primo convegno organizzato nel 1996 dal Coordinamento Sport Handicap di Bologna. Questa frase doveva aprire ed evidenziare una serie di problematiche da affrontare in quella sede. Per molti ha avuto l’effetto di un sasso nell’acqua, provocando una reazione che ha condizionato il lavoro che in seguito è stato portato avanti.
Quella frase evidenziava una distanza ed una separatezza tra il mondo sportivo e la realtà dell’handicap, sollecitando la definizione di un rapporto anche se in chiave problematica. Quel convegno, nelle valutazioni fatte a posteriori, ha dimostrato la necessità di rivedere concezioni e luoghi comuni che condizionavano la presenza delle persone con deficit nelle realtà sportive. Apparentemente per molti la questione sottoposta non aveva soluzioni; troppo diverse le realtà e quindi non confrontabili. Da una parte la valorizzazione delle abilità dell’individuo per l’ottenimento di un benessere, di una gratificazione attraverso il confronto, l’applicazione di regole e parametri precisi. Dall’altra l’handicap che sfugge a definizioni e confini, un mondo popolato da persone che in quanto menomate sfuggono alle categorie precostituite e che vivono come unico riferimento la malattia. La diversità, l’anormalità, non si misura e diventa infinita, facendo saltare ogni suddivisione precostituita: le persone non sono né uomini, né donne, né intelligenti o stupide, né tantomeno atleti, sono handicappate.
Possiamo aggiungere a sostegno di questa visione alcune suggestioni dell’immaginario collettivo che vorrebbe l’atleta come emblema e sintesi della perfezione, della bellezza, dell’abilità, mentre invece l’handicap evocherebbe tutt’altre immagini.
Se scalfiamo anche solo leggermente la crosta che imprigiona l’intelligenza e che fissa queste definizioni, ci accorgiamo che non c’è nulla di più falso. È interessante comprendere che la vicinanza e le affinità tra il mondo dello sport e della disabilità non sono dettate da concezioni o impostazioni intellettuali, bensì dalla lettura e dalla conoscenza stessa dei due ambiti. L’unica capacità intellettiva richiesta per giungere a queste conclusioni è la disponibilità a rovesciare alcuni termini della questione, come avviene nella camera oscura di un apparecchio fotografico per restituire un’immagine fedele del soggetto inquadrato. Noi abbiamo due soggetti da inquadrare: il mondo sportivo e quello della disabilità. 

L’individuo, l’obiettivo e il contesto
Se tralasciamo l’immagine patinata e consumistica dei media, che vogliono le discipline sportive come passerelle per campioni in cui identificarsi, dobbiamo constatare che lo sportivo è alla ricerca di benessere attraverso l’utilizzo e lo sviluppo delle proprie abilità nel confronto con sé stesso e con gli altri. L’atleta si propone di superare continuamente barriere avvicinandosi ed imparando a conoscere e gestire i propri limiti. Che una disciplina venga praticata a livello agonistico o amatoriale o per diletto, i fattori da considerare sono grosso modo: l’individuo con la propria abilità e determinazione, l’obiettivo che si vuole raggiungere con i relativi ostacoli da superare, ed il contesto in cui si agisce fatto di regole e persone.
Stiamo cercando di mettere a fuoco l’immagine dell’attività motoria, sportiva e della realtà dell’handicap per capire che compatibilità c’è tra “disabile ed atleta”. Non è difficile accorgersi che, paradossalmente, dei tre fattori considerati per descrivere le due realtà almeno un paio possono essere interscambiabili.
Le due persone (il disabile e il non-disabile) che stiamo cercando di scoprire usano le stesse risorse, cioè le proprie abilità, facendo leva entrambi sulla determinazione personale: sono lo stesso individuo. Condividono anche un obiettivo che potrebbe essere lo stesso, perché è posto ai confini dei “propri” limiti raggiungibili attraverso il superamento di ostacoli. Verrebbe da dire a questo punto che è avvantaggiata la persona con deficit, in quanto per tutta la vita è abituata a sfruttare al massimo le proprie potenzialità, non deve scoprirle in allenamento! Per quanto riguarda gli ostacoli da superare, le barriere quotidiane sono sicuramente una “palestra” inevitabile.
I due mondi che inizialmente potevano apparire così distanti sono ora molto più vicini, anzi sembrerebbe addirittura superflua la domanda: deve essere lo sport a penetrare nel mondo dell’handicap o il contrario? Perché l’individuo, nel momento in cui svolge una determinata attività, in questo caso sportiva, deve potersi scrollare di dosso gli elementi di cui non si avvale. Lo sport di per sé concede questa possibilità, perché separa le dis-abilità valorizzando le abilità. La persona in tuta da ginnastica è un giocatore, un atleta, non un disabile, la carrozzina o l’ausilio utilizzato nella disciplina prescelta non è fattore discriminante riconducibile all’handicap, ma elemento proprio dello sport praticato. In palestra noi non vedremo mai dei disabili in carrozzina che giocano a basket, ma degli atleti che giocano a basket in carrozzina!
Si è accennato alla possibilità di disgiungere le dis-abilità; ovviamente questo può avvenire solo nel contesto sportivo, e deve essere chiara la differenza tra un’esperienza sportiva, anche se non necessariamente agonistica, ed un percorso terapeutico riabilitativo. La riabilitazione deve occuparsi della dis-abilità, lo sport delle abilità. Le competenze e le risorse da mettere in campo sono molto diverse, ed una demarcazione dei due ambiti è necessariamente il primo passo per avvicinare le persone con deficit alle potenzialità che l’attività motoria e sportiva offrono in termini anche di benessere psicofisico.
Dei tre fattori considerati; l’individuo, l’obiettivo ed il contesto, resta il terzo da analizzare per verificare l’assonanza tra sport e disabilità. Il contesto come insieme di regole, di organismi, di strutture che sovraintendono allo sport in generale rischia di apparire come anello debole della catena. Il contesto ambientale in cui si opera risente ancora troppe volte di un’impostazione arcaica, in cui la separatezza tra sport e handicap è incolmabile: discipline sportive non riconosciute ufficialmente, organismi competenti differenziati, impiantistica non accessibile (meglio: accessibile allo spettatore, ma non all’atleta), manifestazioni separate. 

Il vero spirito sportivo
Fortunatamente i segnali che registriamo ci indicano che la situazione si sta evolvendo positivamente. Non potrebbe essere diversamente, se si è disposti a finalizzare le regole all’inserimento anche del diverso o più semplicemente alla registrazione delle novità, delle nuove esperienze. Non si tratta di richiedere azioni “buoniste” di accoglienza nel mondo ufficiale dello sport; semplicemente di immaginare il contesto sportivo arricchito dalla presenza di nuove discipline e di nuove risorse umane. Perché nuove discipline? Perché le discipline sportive non vanno intese come rigide griglie attraverso le quali solo alcuni possono passare per avere accesso all’“Olimpo”. Ad ogni edizione dei Giochi, per esempio, vengono inserite addirittura nuove discipline, modificando o ridefinendo le norme che servono a definire le stesse. Allo stesso modo potrebbero avere diritto di cittadinanza le diverse attività adattate.
Uno degli argomenti che vengono frapposti allo sviluppo di queste riflessioni riguarda la presenza e la funzione degli ausili. Ancora una volta si cerca di introdurre un elemento di diversificazione: si cerca di evidenziare la differenza tra il gesto atletico compiuto dalla “macchina” umana e quello compiuto con il supporto di ausili. Un’argomentazione simile ci aiuta enormemente a comprendere che lo sport è una realtà dove la disabilità è addirittura quasi prevista e codificata, perché quando si richiede di utilizzare le abilità di una parte del corpo molte volte si limita e si disabilita l’uso di altre parti. Questa potrebbe sembrare una interpretazione forzata, mentre invece è sicuramente più lineare la comprensione della presenza degli ausili nello sport indipendentemente dalla presenza di handicap da superare. Sono gli ausili che caratterizzano le diverse discipline; ne troviamo di tutti i tipi. Non sono ausili ruote, bastoni o racchette che prolungano le capacità degli arti? Per eseguire il salto con l’asta non è indispensabile un ausilio?
Queste riflessioni o suggestioni probabilmente non risolvono le importanti problematiche che tutto il mondo dello sport ha di fronte per riuscire ad interpretare al meglio le esigenze e le domande degli strati sempre più ampi di popolazione che vi si avvicinano. Ci debbono comunque servire per scalfire vecchi luoghi comuni e false convinzioni che non avendo capito il vero spirito sportivo, la vera essenza dello sport, ne travisano le interpretazioni danneggiando non una categoria di persone, ma lo sport stesso. Le problematiche da affrontare sono sicuramente molto più vaste, ma noi sappiamo che nello sport è possibile a tutti confrontarsi, mettersi in discussione, soffrire e gioire, e ci vogliamo adoperare perché questo venga offerto con le stesse possibilità ad ognuno. Sappiamo, e lo sa chiunque abbia praticato una disciplina o si sia divertito in un campo da gioco anche per pochi momenti, che in quei momenti ci si spoglia di tutte le differenze, non si riconosce nell’altro un ceto sociale diverso, una professione o altro, ma semplicemente l’atleta che si sta impegnando. Questo forse non avviene ancora nei confronti dell’handicap.
La pratica sportiva, invece, è l’esperienza che per definizione elimina barriere costruite tra uomini, imponendo di confrontarsi tenendo unicamente conto delle regole sportive; questo ha permesso di anticipare il superamento, nella storia anche recente, di divisioni etniche, razziali, belliche, ecc. Se ancora ci accorgiamo che esiste una barriera costruita sulla confusione e sulla incapacità di misurare e comprendere la dis-abilità, vogliamo immaginare e partecipare all’abbattimento di questa ultima barriera. 

2. L’avviamento allo sport di una persona disabile

di Paolo Bertani

Per un disabile le modalità e i canali per avvicinarsi ad una qualche disciplina sportiva o praticare semplicemente un’attività motoria possono essere diversi, ma non sempre sono conosciuti o agevoli. Proviamo a fornire un quadro il più possibile esaustivo di questi canali, analizzando nel contempo le motivazioni personali e i vari approcci seguiti dalle proposte di sport che si possono trovare.
Nella panoramica delle possibilità che abbiamo registrato possiamo trovare motivazioni diverse in chi vuol praticare sport: dall’agonismo al divertimento, dallo stare insieme agli altri al professionismo; mentre dall’altra parte possiamo trovare proposte anche in chiave educativa o terapeutica, cioè agenzie educative o riabilitative legate ai Servizi socio-sanitari, che tra i loro interventi progettano gruppi di attività motoria o sportiva, con finalità educative o riabilitative, ma che a volte sono l’unica opportunità di movimento per un disabile.
Vista questa diversificazione, cerchiamo ora di fare chiarezza e di fornire alcune indicazioni utili per orientarsi nei percorsi di accesso alla pratica sportiva, intendendo col termine sport, per comodità di scrittura, qualunque forma di pratica motoria, dallo sport agonistico alla psicomotricità, dai gruppi socio-educativi alla riabilitazione e così via, riconoscendo ad ognuno di questi elementi la legittimità delle proprie caratteristiche.
Premesso che sarebbe opportuno che la pratica motoria si avviasse fin dall’infanzia, vi sono comunque possibilità di accesso allo sport a tutte le età, indipendentemente dal tipo di disabilità.
Generalmente i primi approcci al movimento di un bambino con una disabilità fisica sono legati al percorso riabilitativo all’interno delle strutture sanitarie; per l’handicap mentale si privilegiano, invece, le forme di psicomotricità; il mondo sportivo, inteso come società o associazioni sportive, solitamente non è preparato ad accogliere persone con disabilità fisica, e solo in alcuni casi, per la disponibilità dell’istruttore o allenatore, accetta bambini con handicap mentale all’interno delle proprie attività.
Anche nella scuola la via seguita è solitamente quella dell’esonero dall’educazione fisica. Negli ultimi tempi, col procedere anche di una nuova cultura e di una maggiore collaborazione tra le istituzioni pubbliche e private, si sono venute a realizzare iniziative rivolte anche a minori, tra cui segnaliamo i gruppi basket organizzati dal Coordinamento Sport handicap di Bologna, o alcuni gruppi educativi promossi dai Servizi per l’infanzia dell’Azienda Usl.
Con l’età adulta può divenire anche più difficile praticare sport: l’età migliore per gli apprendimenti motori è passata, le motivazioni calano anche a causa di una mancata “educazione” al movimento, le strutture e gli spazi scarseggiano, gli operatori sportivi non sono preparati ad affrontare la “disabilità”, le famiglie rimangono prigioniere delle proprie paure.
Tutto ciò comporta una mancata esperienza sportiva che possa essere anche formativa e occasione di crescita personale, ma che soprattutto impedisce di vivere in modo diverso e più completo la propria corporeità, di sperimentarsi, di “giocare” col corpo, di superare dei limiti, di divertirsi.
Questo vuoto è stato parzialmente colmato da alcune iniziative nel territorio bolognese, alcune delle quali sono descritte in questo numero.
In particolare citiamo l’esperienza del calcio in carrozzina dell’S.P.4.R., dell’hockey in carrozzina del C.S.I., del nuoto di UISP, CSI e altri, dell’equitazione di AIASPORT, del tiro a segno della Polisportiva Atletico-Borgo per quanto riguarda l’associazionismo privato, e del calcio a 6 del Settore Handicap Adulti dell’Azienda USL di Bologna (a cui vanno aggiunti, dello stesso, i gruppi palestra, piscina, basket, psicomotricità e pallavolo, nonché le attività di taglio più espressivo o terapeutico quali Flamenco, Biodanza, Danzaterapia) o della Psicomotricità e del Basket per adulti (Coordinamento Sport Handicap) tra le iniziative del Servizio Pubblico.
A tal proposito ricordiamo che a Bologna i Servizi per l’Handicap Adulto sono stati delegati dal Comune all’Azienda USL; pertanto, le iniziative in ambito motorio-sportivo sono gestite dai Servizi Socio-Sanitari, e nelle loro finalità ed obiettivi hanno un’impronta prettamente socio-educativa, che in parte ne connota e delimita l’aspetto meramente sportivo, ma che non elimina l’approccio e il vissuto dei partecipanti, nei quali si può riscontrare lo stesso entusiasmo ed impegno dei giovani che si dedicano allo sport.
Finora ci siamo riferiti ad attività sportive, agonistiche e non, gestite da agenzie al di fuori dell’egida del C.O.N.I., l’ente preposto al governo dello sport, organizzato in Federazioni.
Come è noto lo sport agonistico ufficiale per disabili è gestito dalla Federazione Italiana Sport Disabili, che cura l’organizzazione delle competizioni nazionali delle varie discipline sportive praticate dai disabili, nonché la partecipazione alle competizioni internazionali (Olimpiadi, Campionati del mondo, ecc.), anche se per quest’ultime le difficoltà di partecipazione degli atleti sono notevoli e questi non sono sempre adeguatamente supportati.
Pertanto chi desidera praticare sport ad un certo livello (anche professionista, quando possibile) può rivolgersi alle sezioni della FISD presenti nelle principali città, ad eccezione di alcune discipline, la cui parte agonistica è gestita in prevalenza da altri organismi, quali l’hockey in carrozzina (CSI/UILDM), il tennis (UISP), il calcio in carrozzina (gruppi autonomi).
A Bologna, accanto a queste iniziative, possiamo riportare anche l’esperienza maturata negli anni nel campo della riabilitazione in acqua dal Centro Bernardi e dalla Polisportiva Masi.
A proposito dell’associazionismo sportivo vogliamo sottolineare l’importanza di una sempre maggiore integrazione dei disabili nelle realtà sportive per tutti, in quanto fonte di ricchezza non solo per quelli, ma soprattutto per il mondo dei “normali”, che nel confronto con la diversità, o diversabilità, possono trovare un’occasione di crescita e di concreta condivisione, nonché di allargamento dei personali punti di vista e dei mondi possibili.
Su questo diventa determinante la preparazione e la formazione di tutto il personale che vive nel mondo dello sport; ci riferiamo a dirigenti, allenatori, atleti, insegnanti di educazione fisica, che dovrebbero essere pronti e preparati ad accogliere chiunque si rivolga a loro per praticare sport, indipendentemente dalle difficoltà, anzi da queste stimolati ad una ricerca e mossi da una curiosità conoscitiva, che non dovrebbe spegnersi mai.
Solo in questo modo lo sport diventerebbe un reale campo di applicazione dei diritti di cittadinanza e di uguaglianza, sanciti dalla nostra Costituzione a favore di tutti, nessuno escluso.
Questo vuole essere un invito al mondo dell’associazionismo sportivo a creare o usufruire di tutte le occasioni di formazione e confronto, che vanno costituendosi da più parti, al fine di dotare il proprio personale degli strumenti idonei ed efficaci all’accoglienza e al rapporto con chi è più in difficoltà, fonte di maturazione e crescita sociale ed individuale.
Rinviando alla guida, presente nel sito www.sporthandicap.com del Coordinamento Sport Handicap Città e Provincia di Bologna, in cui si segnalano tutti gli indirizzi a cui rivolgersi, concludiamo rimarcando la molteplicità e la legittimità di tutte le motivazioni che spingono una persona a fare sport, sia che si vogliano perseguire risultati agonistici di un certo livello sia che ci si voglia misurare con i propri limiti, che si miri ad una riabilitazione del proprio corpo o che ci si voglia divertire con gli amici; sapendo che ogni manifestazione del proprio essere e ogni esperienza sono motivo di crescita interiore, di una sempre maggiore conoscenza di se stessi, dei limiti (da provare a superare o anche da accettare) e delle capacità (da migliorare), l’occasione per ampliare i propri orizzonti, le relazioni sociali e amicali, per una migliore qualità della propria vita. E vogliamo, in ultimo, rivolgere un invito alle famiglie che vivono con persone disabili a superare tutte le resistenze, che inevitabilmente sorgono, a far svolgere al loro familiare una qualsiasi attività sportiva; siamo convinti che fare sport, oltre ad essere un diritto di tutti, ma proprio tutti, sia anche un’esperienza che arricchisce chi lo fa e anche chi gli sta intorno, che porta effetti positivi in tutti gli elementi coinvolti: dal fisico al carattere dell’“atleta”, dalla sua capacità di instaurare buone relazioni alla tranquillità del ménage familiare, dall’imparare regole di vita all’adeguatezza del comportamento nelle varie situazioni, per non parlare dell’acquisizione di autonomie personali, che possono anche inizialmente spaventare, ma che hanno un’enorme ricaduta positiva sull’intero ambiente familiare, a partire da un sempre minore bisogno di assistenza e accudimento.

1. Sportaccessibile

di Carla Ferrero

Spero che leggendo il titolo non vi aspettiate di trovare delle soluzioni, o meglio tutte le soluzioni. Si può affrontare il tema dei percorsi possibili, ma il primo scoglio è proprio insito nell’approccio generale, che si propone di considerare “ogni cittadino”. È un approccio sempre problematico, anche perché se fossero realmente attivi dei percorsi per ogni cittadino (cioè per tutti), avremmo già la soluzione al problema e nessuno di voi sarebbe interessato a quest’articolo.
Partiamo dal titolo: “sportaccessibile” porta inevitabilmente, come primo pensiero, a quella che viene tecnicamente definita accessibilità strutturale.

Dove posso andare a praticare sport?
L’Italia è stato il primo paese europeo a produrre una legge che prevedeva l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici, promulgata nel lontano 1979. Fra varie deroghe e circolari applicative, venne dato come termine ultimo per l’adeguamento delle strutture pubbliche o aperte al pubblico l’anno 1996, inserendo nelle strutture pubbliche anche gli impianti sportivi.
La legge aveva però delle notevoli incongruenze: la prima, che non prevedeva nessuna multa o ammenda, di carattere economico e non, per chi non si fosse adeguato. Si sanciva l’obbligatorietà ma non…la pena.
La seconda grossa incongruenza era che la legge prevedeva come standard di accessibilità esclusivamente l’accessibilità per i disabili motori (in carrozzina), non prendendo in considerazione gli handicap sensoriali e gli handicap mentali che necessitano anche loro di accortezze sull’accessibilità (argomento il più delle volte obliato, non solo nell’ambito sportivo).
La terza, e qui prendiamo solo in riferimento quanto riguarda direttamente lo sport, prevedeva la fruizione dei grandi impianti sportivi da parte di persone con disabilità attraverso l’abbattimento di eventuali barriere architettoniche, la presenza di bagni attrezzati e l’obbligo di riservare una percentuale di posti definiti “protetti” per le persone disabili in carrozzina; percentuale stabilita nel 4% utilizzando i parametri della presenza di handicap motori nella popolazione.
Ottima cosa, anche se sancisce un diritto per alcuni ma non tutela ogni cittadino.
Il D.P.R. n° 503 del 24 luglio 1996 aggiorna in parte la legge per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici. In parte, perché oltre a non affrontare mai l’handicap mentale, tralascia un piccolo particolare: i disabili non sono solo spettatori, sono anche atleti. L’accessibilità degli stadi, dei palazzetti, non prevede nella maggior parte dei casi, sia a livello progettuale sia negli eventuali adattamenti, l’accessibilità al campo di gioco ed agli spogliatoi da parte di un atleta disabile, perché nessuno ha pensato che gli “handicappati” potessero essere anche degli sportivi, degli atleti. Questa è la barriera più grande che attualmente ci troviamo a dover abbattere, e non è previsto in merito nessun finanziamento o contributo legislativo.
È comunque diritto di qualsiasi persona disabile impossibilitata a fruire di un luogo pubblico denunciarlo alla pubblica autorità, che dovrebbe provvedere all’immediata chiusura. Una rivelazione statistica privata assicura che l’86% delle strutture pubbliche sono accessibili, ma con quale livello di accessibilità?

A chi mi devo rivolgere per poter praticare uno sport?
In Italia abbiamo nel panorama sportivo tre realtà: le federazioni sportive, gli enti di promozione e le attività amatoriali-ricreative.
Per quanto riguarda le federazioni sportive, il CONI non prevede l’inserimento di attività sportive svolte unicamente da atleti disabili nelle federazioni di categoria. Ultimamente è stata data la possibilità a qualche atleta disabile, dopo lunghe battaglie, di iscriversi a competizioni per atleti normodotati. Per l’organizzazione di campionati nazionali, partecipazioni alle Paraolimpiadi od altre manifestazioni internazionali, esiste la FISD – Federazione italiana sport disabili che gestisce gli sport ad alto livello agonistico suddivisi in categorie: handicap fisico, handicap sensoriale, handicap mentale.
Per chi non volesse immediatamente essere catapultato nell’agonismo puro, in Italia, unica realtà mondiale, esistono gli Enti di promozione sportiva, presenti a livello nazionale e locale, che hanno come obiettivo l’organizzazione e la promozione di attività sportive rivolte a tutti i cittadini.
Esistono poi realtà a livello locale come polisportive, società sportive o associazioni, che promuovono al loro interno sia attività rivolte a persone disabili sia il possibile inserimento, in particolare per l’handicap mentale lieve o medio-lieve, nelle loro iniziative.

Cosa mi serve per praticare uno sport?
Non tutti gli sport possono essere svolti dalle persone disabili senza accorgimenti tecnici, definiti ausili. A tal proposito da segnalare è la legge regionale E.R. 29/97 “Norme e provvedimenti per favorire le opportunità di vita autonoma e l’integrazione sociale delle persone disabili”, che all’art.10 prevede l’erogazione di contributi diretti alla persona disabile al fine di acquisire eventuali ausili o attrezzature idonee per migliorare l’autonomia.
Sempre nella stessa legge, integrativa regionale della legge quadro sull’handicap n° 104, all’art. 5 sui finanziamenti per il servizio di aiuto personale, lo sport viene inserito fra gli ambiti di indirizzo prevalente. È stato un passaggio molto importante, anche se solo a livello locale, sancire lo sport come attività non secondaria ma presente a pieno titolo nella vita di una persona.
Se avete trovato un impianto accessibile, all’interno del quale vengono proposte delle attività anche per persone disabili, e siete riusciti ad ottenere anche l’ausilio necessario, il gioco è fatto! Ed invece no! Rimane un piccolo scoglio, purtroppo a tutt’oggi irrisolto, o che perlomeno non ha una soluzione legislativa.

Chi mi rilascia il certificato medico
Qualsiasi persona che desidera praticare dello sport, anche solo a livello scolastico o amatoriale, deve essere in possesso del certificato di sana e robusta costituzione rilasciato dal medico generico, se l’attività non è agonistica; altrimenti, bisogna rivolgersi ad un medico sportivo presso un centro di medicina sportiva per il rilascio dell’autorizzazione alla pratica agonistica.
Ora, nei concetti comuni, una persona con una disabilità è tutt’altro che una persona di sana e robusta costituzione. Il concetto di sana e robusta costituzione andrebbe perciò completamente rivisto prevedendo la definizione: “la persona è idonea alla pratica sportiva generica” o, in caso di agonismo, “è idonea alla pratica sportiva del basket…”
Mentre è ovviabile il problema con un medico generico in quanto la sana e robusta costituzione è a sua discrezione (non esistono dei parametri stabiliti), per quanto riguarda la pratica agonistica, il certificato viene rilasciato previo superamento di alcune prove ben specifiche, “tecniche”.
La formazione, perché in questo caso non si può parlare altro che di formazione, dovrebbe riguardare i medici sportivi che non hanno inserito nel loro percorso di studi nulla che riguardi nello specifico l’handicap; si trovano a dover gestire una materia conosciuta solo dai loro colleghi fisiatri, che però non hanno a loro volta una formazione sportiva.

Io voglio fare sport!
L’ultimo sforzo o forse il primo.
Lo scoglio più grosso, ed in alcuni casi la paura, che si presenta per una persona disabile è …la pratica di quel determinato sport non fa bene, non è terapeutica, non è riabilitativa. Perché dovrebbe esserlo? Io voglio fare dello sport, io voglio fare solo dello sport, perché in quanto disabile qualsiasi movimento io faccia deve per forza farmi bene, riabilitarmi? Di solito a questa domanda vi viene risposto o con un silenzio o con un: non solo non ti aiuta a riabilitarti, ma ti può far male, rischi di farti male.
Certo uno sportivo rischia sempre di farsi male, sia che sia disabile, sia che non lo sia.
C’è fra i lettori uno sportivo o meglio un ex atleta che può dichiarare che lo sport non gli ha lasciato degli strascichi fisici?
Ironia a parte, nonostante le difficoltà evidenziate e grazie in parte anche alle piccole soluzioni descritte, le persone disabili che scelgono di essere atleti sono sempre di più, e contemporaneamente aumentano i percorsi possibili per far sì che finalmente lo sport sia sportaccessibile.

15. L’orgoglio delle proprie radici

di Robson Max De Oliveira Souza, educatore e fondatore Spazio Culturale Vila Esperança, Goias Velho – Brasile

Il Brasile non fu trovato o scoperto nel 1500, come nessuna terra lo fu. Prima vi erano già state centinaia di culture diverse. Ma con le Caravelle oltre alla schiavitù arrivò un’altra piaga: l’etnocentrismo. Determinati interessi economici, politici e religiosi, ci educarono a sputare contro la nostra immagine, a non trovare niente di bello in ciò che lo specchio rifletteva e, come dice Eduardo Galeano, a sputare contro lo specchio.
Nel 1991, un gruppo si incontrò in una comunità dell’interno del Brasile, nella regione centro-ovest, alla periferia di una città chiamata Goias, che è una città coloniale, e là creammo, insieme alla comunità, lo Spazio Culturale Vila Esperança. Cos’è? È una scuola, ma insegna qualcosa di più che a leggere e scrivere. È nata per costruire la dignità di un popolo. Noi crediamo che il diritto alla propria identità sia fondamentale, così come l’autostima e il rispetto di sé. La diversità, l’alterità sono basilari per la costruzione di un mondo diverso, quello che noi sogniamo: la società possibile. Nella Vila facciamo parte di una comunità periferica, ci prendiamo cura di un gruppo di 200 bambini, figli di 150 famiglie in tutto. Siamo collegati alla rete pubblica scolastica, al consiglio municipale e statale di salute. Siamo impegnati nelle questioni culturali, trattiamo il ruolo della donna nella società, ma non quello ereditato dalla cultura, bensì quello reale: quello della donna che sostiene la famiglia grazie alle economie informali. Trattiamo progetti politici e programmi religiosi. Lottiamo insomma affinché tutti abbiano uno spazio, affinché i bambini possano essere bambini, affinché l’anziano possa essere valorizzato con le sue esperienze accumulate, nella sua ricchezza di vita.

Le nostre radici, le nostre materie
Le nostre fonti di ispirazione sono la cosmovisione indigena, e quella africana. Abbiamo essenzialmente due forme di lavoro: la scuola e la ludoteca. Sono inserite in un calendario annuale che prevede un’interazione continua tra le varie attività. C’è il progetto Afoxé e Odelé, ovvero “la casa magica”. Afoxé e Odelé nasce con i bambini ed è aperto a tutta la città, è un’opportunità di lavorare con la pace e la giustizia, è collegato alla natura, agli elementi primordiali, fuoco, acqua, terra e aria, e ha una radice afro-brasiliana. Il secondo progetto è chiamato “Ancestralità”. In esso è elaborata la questione delle tecnologie popolari ancestrali, la medicina tradizionale, tutte le “capacità del fare” che si stanno perdendo con i nostri anziani.
Si guarda così all’anziano non come “persona inutile”, ma quale depositario della saggezza e la ricchezza della comunità. Il terzo è il progetto “Andereco”, che in lingua Guaranì significa il “nostro modo di essere”. Studiamo tutte le culture indigene, dal centro-ovest del Brasile all’America Latina fino al mondo intero. Ogni anno scegliamo due culture da approfondire. Un altro progetto, “Festa della terra”, è legato in Brasile al ciclo di giugno e luglio, perché in Brasile le feste “juninas” (di giugno) sono molto importanti. La festa della terra è la festa del fuoco e della raccolta, si celebra il valore dell’uomo che lavora la terra. Terra che ci sostenta, che ci accoglie tutti. C’è inoltre il programma ecologico “Chico Mendes” che affronta la questione dei conflitti per la terra, della preservazione ambientale. Chico Mendes era un «seringueiro» (estraeva il lattice da un tipo di albero che si chiama seringueira) ed un sindacalista. Fu assassinato perché difendeva i lavoratori della foresta amazzonica contro gli interessi economici e di depredazione dei gruppi economici. Noi, anche in sua memoria, facciamo concretamente riforestazione e viviamo nella parte interna dello Stato, in quello che resta delle foreste. Abbiamo anche il progetto OE, è il nostro programma di salute ed è legato un po’ a tutti gli altri. Parte dalle nostre radici afro-brasiliane, dalla razza Bantu, dalle culture di Angola, Congo, Mozambico, Togo, Ghana. Consiste nel coltivare erbe medicinali e nel riscoprire il nostro concetto di malattia e cura. Inoltre, riscoprendo le nostre radici “afro”, combattiamo il razzismo frutto di 500 anni di educazione colonialista e “bianchista”.

Il governo dei bambini
I bambini sono molto coinvolti ed hanno un loro governo chiamato Mirim.
Mirim in lingua Guaranì significa ciò che è piccolo. Il Mirim è organizzato così: il gruppo, formato da 25-30 bambini, elegge il suo deputato. Dai due progetti maggiori, Scuola e Ludoteca, vengono eletti i senatori. Dall’assemblea generale dei bambini e dei giovani del progetto Vila Esperança, alla quale noi prendiamo parte come sostegno, ausilio, consiglio, è scelto un presidente. Il secondo più votato automaticamente è il vicepresidente, e in seguito entrambi scelgono i loro ministri che sono divisi per area di interesse della Vila Esperança: salute, ambiente, cultura indigena, cultura afro-brasiliana, educazione, arte e gioco. I candidati, fin dal primo gruppo dei deputati, presentano le loro proposte di governo, ciò che vogliono fare, e come pensano di rappresentare il loro gruppo. Con Mirim i bambini imparano nella pratica come sono organizzate realmente le strutture politiche. Scoprono come è complessa la questione della gestione del potere; dall’attuazione fino ad arrivare alla corruzione (“se mi voti ti do delle caramelle”), passando per le promesse che non potranno essere mantenute.

Diodé, la caccia a te stesso
L’altra esperienza concreta è il Diodé.Il Diodè è il dio della caccia, ma stavolta cosa si caccia? Te stesso, la tua “brasilianità”. Noi abbiamo un villaggio, fatto con materiali di tecnologia tradizionale, molto semplice, che rappresenta la brasilianità.
Brasilianità che trovi nel canto, nel suono, nei tamburi, nella danza e nella simbologia del movimento. Il corpo racconta la storia, la ruota della filosofia, il racconto corporeo è poi discusso e rielaborato.
Insegniamo la tessitura, la pittura e le lingue come Urubà, Bantu e Guaranì. Facciamo molta attenzione alle lingue perché ogni lingua racchiude una filosofia di pensiero, una visione del mondo. Affrontiamo anche la cultura del cibo, della festa, del «terreiro» (luogo dove si realizzano celebrazioni del culto feticista afro-brasiliano: candomblé, macumba).
Con questa esperienza si cerca di dare un saggio della società trasformata e trasformatrice. Crediamo che il percorso si possa fare solo camminando, e che dal piccolo, dalla azione localizzata, si possa giungere ad un’azione globale. Attraverso l’educazione, l’arte, la cultura e l’identità arriviamo all’autostima, a dare la possibilità quindi di essere soggetti della propria vita. Lavoriamo con i bambini proprio per dare loro le opportunità che noi stessi non abbiamo avuto.

14. La Carta dei popoli per la salute

di Meera Shiva, Rappresentante dell’Assemblea dei popoli per la salute

La Carta di Alma Ata, nel 1978 affermava la salute come un diritto del cittadino, riconoscendo che un approccio meramente curativo, basato su farmaci, medici e dispensari, non poteva rispondere pienamente alle esigenze sanitarie dei popoli. Purtroppo il concetto generale di salute di base è stato distorto e ridotto a pochi aspetti selezionati, quali il monitoraggio della crescita, l’idratazione orale, l’allattamento al seno, l’immunizzazione, la pianificazione familiare, l’alfabetizzazione femminile e l’integrazione alimentare. Non solo, esso è stato ulteriormente falsato e “annacquato”, fino a comprendere un limitato numero di interventi contro malaria, tubercolosi e HIV-AIDS. Contemporaneamente, i sistemi di sanità pubblica si stanno sfasciando sotto i colpi dell’aggiustamento strutturale. Il modello biomedico occidentale diviene la base su cui diagnosticare i disturbi e cercare soluzioni sanitarie. Queste ultime, a loro volta, sostenute dal crescente complesso medico-industriale, danno vita ad un fenomeno senza precedenti di sanità commercializzata. In questo modo salute comunitaria, sanità pubblica e sanità di base vengono sistematicamente demolite in quanto costose; i trattamenti medici curativi sostituiscono la sanità e le cure mediche diventano causa principale di indebitamento. Il Rapporto Mondiale sulla Salute del 1985, riconoscendo le crescenti disuguaglianze all’interno e tra i paesi, ha introdotto una nuova Classificazione Internazionale delle Malattie, in cui compare la categoria della povertà estrema. Povertà che aumenta con la conseguenza della crescita delle malattie ad essa correlate. Numerosi studi hanno evidenziato che la ricomparsa di malattie trasmissibili e la mancata garanzia di cibo, risultato di programmi crudeli e menefreghisti di aggiustamento strutturale, hanno provocato la morte di milioni di esseri umani, soprattutto donne e bambini. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 1999 ha affermato in modo chiaro che i regimi di mercato internazionale incrementano sia il divario economico che quello tecnologico. Così per difendere gli interessi del commercio e del mercato, si colpiscono i poveri, specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove scarsa o nulla è la previdenza sociale, dove i governi sono indebitati e dove la “tassa sui servizi”, prescritta dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale (BM), rende i servizi sanitari inaccessibili. In aggiunta a quanto appena detto, non dimentichiamo l’introduzione di programmi “top-down”, verticali, centralizzati, non integrati e basati sui prestiti condizionati della Banca Mondiale, da restituire con gli interessi.
Sfortunatamente la BM ha strappato il ruolo di leadership all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sostenendo, insieme al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione Mondiale del Commercio, gli interessi capitalistici dei paesi sviluppati. Tuttavia bisogna sottolineare che in termini di risorse investite, la BM destina alle spese sanitarie quanto l’intero budget dell’OMS. Volete un esempio eclatante? Il settore marketing della compagnia farmaceutica americana Pfizer ha più personale di tutto l’OMS. Tremendo è il potere che la Banca Mondiale è in grado di esercitare su paesi indeboliti e indebitati, come sono i paesi in via di sviluppo, e su vari altri settori oltre a quello sanitario.

GATS: Accordo Generale sul Commercio e sui Servizi
Siamo seriamente preoccupati che l’accordo generale sul commercio e sui servizi sottometta i governi democratici di tutto il mondo a regole di mercato globale stabilite e rafforzate dall’OMC. Per oltre due decenni abbiamo lottato e lottiamo contro i TRIPs per l’accesso ai farmaci essenziali, ma in questo momento, con il GATS, ad essere seriamente minacciato è addirittura l’accesso pubblico ai servizi. Infatti, le restrizioni create dal GATS andrebbero ad interessare tutte le misure di governo relative al commercio e ai servizi, dalle leggi sul lavoro alla tutela del consumatore, includendo anche regolamentazioni, linee guida, sussidi, sovvenzioni e norme sulla concessione delle licenze per l’accesso ai mercati. Le regole del “Trattamento nazionale”, all’interno del GATS, permettono che le multinazionali di servizi con base all’estero possano accedere ai sussidi governativi e ai fondi nazionali destinati ai servizi pubblici. Il GATS costringe così i governi a concedere a fornitori stranieri di servizi l’accesso illimitato al mercato, senza tener conto dell’impatto che ciò può avere a livello ambientale e sociale. Alle corporazioni di servizi è garantito l’accesso ai mercati nazionali in tutti i settori, compresi sanità, istruzione e acqua. Ritengo che, quando ci si accorge che salute, istruzione e acqua hanno un valore di mercato, si comprende quanto sia urgente fare irruzione in queste politiche, senza tante discussioni e dibattiti, insieme a coloro che ne subiscono gli effetti sulla propria pelle.

E l’acqua divenne cara come il petrolio
La rivista americana Fortune ha affermato: “Oggi, compagnie come la francese Suez fanno a gara per privatizzare l’acqua, poiché hanno intuito che essa sarà per il XXI secolo ciò che il petrolio è stato per il XX”. Siamo molto preoccupati dalle richieste di completa liberalizzazione e deregolamentazione del settore idrico, siamo preoccupati dai cambiamenti per i quali il governo dovrebbe facilitare il mercato, il che significa più servizi nel settore privato, e dalle pressioni affinché vengano eliminati tutti i sussidi, che vengono accusati di “alterare” – cioè abbassare – i prezzi e il mercato. Siamo preoccupati nei confronti di chi difende i diritti di proprietà sull’acqua. L’acqua non è un diritto, ma un bisogno umano. Gli investitori che la vedono solo come diritto di proprietà stanno modificando difatti i diritti umani. Le proteste di massa del 1999 a Cochabamba, in Bolivia, dimostrano come le insurrezioni popolari saranno conseguenza inevitabile del raddoppio delle tariffe dell’acqua in comunità povere. Dopo le proteste in Bolivia, conseguenza del contratto tra la comunità locale e la multinazionale Bechtel (con base a San Francisco), le tariffe sono state ridotte, il contratto riconsiderato e annullato. Se pensiamo che il 75-80% dei problemi sanitari sono legati all’acqua, che il 40-50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, che il peso dell’approvvigionamento idrico grava soprattutto sulle donne, se consideriamo che il riscaldamento globale sta provocando terribili carestie e siccità e che in molti paesi i servizi sanitari sono allo sfascio, è evidente che dobbiamo combattere la privatizzazione dell’acqua con le unghie e con i denti.

Regole valide solo per i vincenti
I governi e i cittadini di tutto il mondo hanno dovuto prendere atto, come di un fatto compiuto, che a stabilire le regole del gioco sono, guarda caso, i maggiori beneficiari delle regole stesse. I potenziali vincenti spingono sui nuovi regimi globali, mentre i perdenti si oppongono, nonostante si tenti di rendere sempre più illegale il loro diritto di opposizione, come si è visto nelle proteste di Seattle, Praga, Melbourne e Genova. Non è strano se si pensa che più di 1/4 dei 4 miliardi e mezzo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo non gode neppure dei diritti umani di base. Inoltre, in molti paesi, più del 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà ed è costretta ad una vita priva di dignità. Allo stesso tempo, le fusioni transnazionali hanno avuto una crescita esplosiva, passando da 900 miliardi di dollari nel 1996 a 3400 miliardi di dollari nel 1999, mentre le acquisizioni USA sono salite da 12 miliardi di dollari nel 1974 a 330 miliardi di dollari nel 1998, fino a 1700 miliardi di dollari nel 1999. Le politiche nazionali sono state asservite ai regimi di mercato internazionale e le multinazionali hanno causato la chiusura di migliaia di imprese su piccola scala e di unità produttive locali. Tutto questo sposato al fatto che alle culture non occidentali, alle culture che mettono al primo posto le aspirazioni spirituali e non materiali degli individui, è negato ogni riconoscimento. Infine, per paradosso, le misure di austerità del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale sono pensate proprio per i poveri, non per i privilegiati.

Le vittime della globalizzazione: le donne
A subire le conseguenze di tutto questo, adesso più che mai, sono le donne. In molte parti del mondo hanno dovuto sopportare gli effetti negativi della globalizzazione: l’aumento di fenomeni quali disoccupazione, perdita dei mezzi di sostentamento, mancanza di terra, perdita di controllo sui beni e sulle scarse risorse, privazione, degrado ambientale e disastri (naturali e provocati). Tutto ciò ha reso molto più difficile la sopravvivenza per un gran numero di persone. In più le già scarse risorse nazionali vengono destinate all’acquisto di armi, mentre ai cittadini non sono garantiti neppure i bisogni vitali. Ci sono inoltre dati che attestano un aumento nella violenza fisica, mentale, sociale ed economica nei confronti delle donne. Violenza a volte palesi, spesso, invece, meno ovvia. Pensiamo alla contaminazione delle acque dei fiumi, al controllo sulle sementi e sull’agricoltura, esercitato dai nuovi e ingiusti regimi internazionali di mercato, al mercato di prodotti chimici tossici, alle scorie pericolose, alle tecnologie azzardate e ad un tipo di industria potenzialmente rischiosa. Politiche che toccano il mondo agricolo, da secoli “femminile”. Perché, ricordiamolo, se combattiamo le donne, combattiamo chi dà da sempre da mangiare al mondo.

Conoscenza e risorse indigene, un “esubero” per l’Occidente “pirata”
I cambiamenti nei regimi dei brevetti difendono i diritti delle corporazioni, facendole passare per “riproduttrici di piante”. Questo ruolo dà loro vari privilegi, tra cui quello di brevettare e commerciare i semi, mentre diventa illegale per i contadini conservare e scambiare i semi, come hanno fatto per secoli. La liberalizzazione del mercato sta dando vita ad una nuova classe di persone “in esubero” e sta compromettendo la sopravvivenza di un mondo di profughi senza terra, legati al settore agricolo, tra cui gli artigiani e i pescatori, i quali sono doppiamente colpiti dalla perdita dei loro mercati tradizionali. In India, la grande carestia del Bengala del 1942 (prima dell’indipendenza) uccise oltre 3 milioni di persone e fu in qualche modo conseguenza di un mercato alimentare ingiusto. Champaran Satyagraha, guidata da Gandhi a Bihar nel 1917, fu una protesta dei contadini di Champaran, costretti a produrre l’indaco naturale per le fabbriche di Manchester, pur non avendo di che nutrirsi. Satyagraha fu un esempio di disobbedienza civile: Gandhi aveva affermato che le leggi ingiuste sono fatte per essere infrante. Sempre guidata da lui fu la marcia di Dandi, il 2 marzo 1930, in cui migliaia di persone protestarono contro la legge coloniale britannica che negava loro il diritto di utilizzare e produrre il sale a livello locale. Furono picchiati a sangue ma continuarono ugualmente a marciare. Questi fatti avvennero durante il colonialismo inglese. Oggigiorno, come stati “liberi” con governi “democratici”, siamo costretti ad accettare regimi di mercato internazionale.

Undici bambini morti di fame in una settimana
Sta accadendo in Orissa, in India, flagellata dal ciclone nel 1999 e devastata quest’anno dalle alluvioni. Siccità e carestie si sono invece verificate in altre località. Tra il 27 luglio e il 28 agosto sono stati segnalati 20 casi di morte per fame nel distretto di Kashipur, nello stato di Orissa, dove la gente cercava di sopravvivere mangiando noccioli di mango. Ad Udaipur, nel Rajasthan, la siccità continuerà ancora per un altro anno: 800 bambini delle comunità tribali sono morti di fame, 11 in una sola settimana. Altri casi di morte per fame sono stati riscontrati, nello stato di Maharashtra, nei distretti di Dhule e Thane. Le scorte di riso sono passate da 13 a 22 tonnellate mentre quelle di grano da 872 a 2411. Nei depositi del governo è accumulato tre volte lo stock di riserva necessario alla sicurezza alimentare degli stati. Allo stesso tempo, le cifre di cui dispone il governo parlano di 50 milioni di persone, sempre in India, prostrate dalla fame, più del doppio rispetto a quelle che l’hanno sofferta durante la grande carestia del Bengala del 1942. Ogni anno 1 milione di tonnellate di cereali va perso nei depositi, mentre 325 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e 50 milioni rischiano la morte per fame. Contemporaneamente i sussidi alimentari vengono tagliati e la gente ricomincia a morire di fame, come durante la carestia in Bihar. Inoltre, come conseguenza dell’aumento dei costi di produzione alimentare – con l’introduzione di pesticidi e fertilizzanti da parte delle industrie – gli agricoltori sono costretti ad una condizione di indebitamento crescente. Nell’ultimo decennio i casi di suicidio tra gli agricoltori, fenomeno sconosciuto in passato, si contano a migliaia. A questo si è aggiunta la liberalizzazione delle importazioni seguita all’abolizione delle restrizioni quantitative. Ciò ha prodotto come risultato il crollo dei prezzi dei prodotti locali. Il tutto “condito” da politiche commerciali aggressive che hanno invaso il mercato con cibi costosi, qualitativamente scadenti e poveri a livello nutrizionale, modificando l’intera cultura alimentare. Sopra i negozi, lungo le strade principali e nei ristori “Dhaba’s” hanno fatto comparsa enormi cartelloni pubblicitari della Coca Cola e Pepsi Cola. Queste cole di proprietà multinazionale hanno soppiantato non soltanto le cole locali, ma anche le bibite e le bevande alla frutta sicuramente più dissetanti ma soprattutto legate a mezzi di sostentamento locale. Famosa è la risposta della regina Maria Antonietta a chi le faceva notare che la gente non aveva pane: “Se non hanno pane, date loro brioches”. Lo stesso fenomeno si sta ripetendo oggi per quanto riguarda l’accesso all’acqua: “Se non hanno acqua, date loro coca cola”.

Biopirateria: diritti d’autore anche sulle forme di vita
Oltre ai TRIPs, oggi viene concesso il diritto d’autore a farmaci vecchi con una nuova combinazione o un nuovo dosaggio, prolungando così l’esercizio del diritto. Preoccupante è il fatto che la medicina occidentale stia soppiantando la medicina tradizionale e che, isolando i principi attivi, si applichino i diritti d’autore alle conoscenze e alle risorse indigene. La legge americana sui diritti d’autore non riconosce infatti il sapere non occidentale. Gli USA considerano piante, animali, prodotti e processi non biologici e microbiologici come oggetti su cui applicare la legge. Le forme di vita andrebbero esentate dal diritto d’autore. Così come le conoscenze tradizionali e indigene. Andrebbe anche svelato e tutelato il paese di origine della fonte biologica e delle conoscenze associate. Peccato che gli USA affermano che chiedere a chi applica i brevetti di specificare l’origine del materiale genetico o delle conoscenze tradizionali risulterebbe poco pratico! Sostengono che “le comunità possono trattare con i detentori dei diritti d’autore”, ovvero: “vittime della biopirateria negoziate con i vostri potenti biopirati!”.(…)

L’Assemblea dei popoli per la salute
Negli ultimi vent’anni, molte reti di comunicazione si sono occupate con serietà e determinazione delle questioni legate all’equità sociale, economica, sanitaria e di genere. È nata così, dall’idea di un gruppo infervorato di attivisti e dei network a cui facevano riferimento, l’Assemblea dei popoli per la salute. Questi network, tra cui International People’s Health Council, Health Action International, Asian Community Health Action Network, Gonaswasthya Kendra Consumer International, Third World Network e Women’s Global Network for Reproductive Rights, costituivano il gruppo di coordinamento per l’organizzazione dell’Assemblea dei Popoli per la Salute e offrivano gratuitamente i propri servizi. Gonoshasthaya Kendra, Centro per la Salute dei Popoli a Savar (Bangladesh) ha ospitato le 1453 persone provenienti da 92 paesi che, dal 4 all’8 dicembre 2000, hanno preso parte all’Assemblea dei popoli per la salute. Mentre di giorno si tenevano laboratori e assemblee plenarie su temi quali l’accesso ai farmaci, TRIPs, sistemi di medicina tradizionale, violenza sulle donne, militarizzazione e impatto delle politiche della Banca Mondiale, di sera si svolgevano attività culturali. I partecipanti, provenienti da varie regioni e paesi del mondo, rallegravano il pubblico con spettacoli culturali, nell’ottica di un processo educativo che si propone la comprensione e il rispetto delle diversità. I pasti venivano serviti in più di 15 piccole capanne di bambù dove le donne del villaggio cucinavano e servivano ai partecipanti piatti genuini della cucina locale.

La Carta dei popoli per la salute: l’Assemblea dei popoli per la salute, Dhaka, 2000
La Carta dei popoli per la salute è sostanzialmente un’idea, un’affermazione, uno strumento che consente di riunire le persone attorno alla questione dei diritti sanitari, un riferimento per quanti credono fermamente che ogni essere umano abbia il diritto di essere rispettato e vivere con dignità. La Carta mette in discussione in modo deciso una visione del mondo secondo la quale una fetta della società sia in eccesso dal momento che non ha potere d’acquisto. La Carta sfida la proposta aggressiva di modelli di vita non sostenibili, consumo sfrenato, controllo esercitato dalle corporazioni e da una ristretta minoranza sulla maggioranza degli esseri umani. Ecco alcune delle questioni sollevate dalla Carta:
– Preoccupazione per la destabilizzazione dell’ambiente e dell’ecologia. I poveri sono accusati del degrado ambientale, quando un privilegiato 20% del mondo consuma l’80% delle risorse del pianeta.
– S’oppone al terrorismo occulto che sta trasformando migliaia di persone normali in poveracci, prostitute, rifugiati economici e popolo dei ghetti. Questo terrorismo si esercita nell’eliminazione dei loro già miseri mezzi di sostentamento, nella distruzione delle loro risorse e nelle politiche aggressive di espansione portate avanti dalle multinazionali e da quanti altri ricavano guadagni spropositati da queste politiche ingiuste.
– Combatte la crescente militarizzazione. Richiama alla necessità di considerare tutte le forme di terrore, tra cui l’incidenza inaccettabile e patologica di pochi paesi sul riscaldamento globale e sui cambiamenti climatici, un elemento che sta causando distruzione, cicloni, siccità, carestie, alluvioni, terremoti, frane e ondate di caldo.
– Si schiera contro quelle sanzioni commerciali illegali responsabili della morte di migliaia di bambini innocenti, come avviene in Iraq, dove sono gli innocenti a pagare per le azioni dei loro governanti. Il silenzio dell’OMS e delle autorità sanitarie a questo riguardo è assordante.
– Contesta l’adozione e l’uso arbitrari di qualunque tecnologia e chiede regolamentazione e responsabilità, in quanto l’uso improprio di certa tecnologia pericolosa, la negligenza e il trattenimento di informazioni vitali hanno causato migliaia di morti. Un esempio è la tragedia del gas a Bhopal, in cui la Union Carbide nascose le informazioni sul sodio tiosolfato, antidoto all’avvelenamento da cianuro, ma anche antidoto all’isocianuro metilico. Pensiamo allo scarico di scorie radioattive che provocano malformazioni congenite e “jelly babies”, come è accaduto in Papa Nuova Guinea in seguito al commercio non regolamentato di rifiuti tossici. Pensiamo a tutti gli esseri umani, soprattutto bambini, resi storpi e mutilati dall’Agente Arancio e da pericolosi pesticidi, ai test clinici su farmaci rischiosi effettuati senza informare sugli effetti collaterali (es. l’effetto teratogeno). Pensiamo ai malati di AIDS, malaria, tubercolosi, privati persino dei servizi sanitari di base, vuoi per colpa delle politiche di aggiustamento strutturale, dei TRIPs o del GATS.
– Individua una seria minaccia nell’offerta aggressiva da parte dei mercati di stili di vita, modelli ricreativi e alimentari insostenibili, insieme ad una brama insaziabile di avere sempre di più. Ogniqualvolta sono assicurati i bisogni primari, l’alfabetizzazione, i mezzi di sostentamento e i servizi sanitari che garantiscono la sopravvivenza dei bambini, le famiglie diventano automaticamente meno numerose. Ma a questo non si può arrivare con la coercizione o con gli imbrogli tecnologici. Non si può controllare l’inquinamento atmosferico con maschere facciali, né l’AIDS e le altre malattie sessualmente trasmissibili solo con i profilattici, né la demografia esclusivamente con i mezzi di contraccezione. È fondamentale, per la sostenibilità della società e del pianeta, un controllo volontario dei consumi.

Combattere in modo originale
Assistiamo allo smantellamento dei diritti più importanti: i diritti dei lavoratori, il diritto alla salute, al cibo, all’acqua, alla terra, ad un’esistenza dignitosa. Sacrificando questi si sacrificano anche le sicurezze. Forse il senso della nostra presenza qui ad Assisi è proprio ribadire gli impegni che ci siamo già presi con l’Assemblea dei Popoli per la Salute e la Carta dei Popoli per la Salute. È evidente che, per garantire la sopravvivenza e la salute dei più deboli bisognerà combattere battaglie politiche, intellettuali, psicologiche, e bisognerà farlo in modo originale. Occorre un sistema di comunicazione più stretto, veloce ed efficace tra quanti difendono le sicurezze e i diritti umani. Sono fermamente convinta che questo potere collettivo abbia una forza immensa. Altrettanto importante è l’esigenza di creare alternative. Le carte e gli accordi che difendono i diritti umani e sociali devono essere implementati. Mi riferisco, ad esempio, alla Carta di Alma Ata, alla dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali del lavoro (ILO), al convegno sulla biodiversità, al protocollo sulla biosicurezza, alla dichiarazione dell’ONU sui diritti umani.
A scuola mi hanno insegnato che Gesù, giustamente arrabbiato, una volta cacciò i mercanti dal tempio di Dio. Anche noi possiamo essere giustamente arrabbiati per le sofferenze di altre persone, in un’epoca di vistose ingiustizie, in cui le forze che perseguono il profitto si alleano per realizzare uno sfruttamento ancora più violento. Daremo sfogo alla nostra preoccupazione e alla nostra rabbia in modi diversi, sia a voce che per iscritto.
L’opposizione e la protesta seguono la consapevolezza, da parte delle persone, di cosa stanno perdendo e di come lo stanno perdendo. Stanno perdendo ciò che a loro spetta di diritto. Opposizione è anche lo sforzo della collettività di prevenire la formulazione di leggi e politiche di mercato ingiuste. Anche prepararsi a violare leggi ingiuste è un aspetto importante della resistenza pacifica predicata da Mahatma Gandhi.
I milioni di persone private del diritto al cibo, all’istruzione, specialmente i bambini, alle cure sanitarie di base, insieme all’aumentare di malattie, epidemie e morte dei propri cari hanno già suscitato forme spontanee di protesta a livello locale. Noi che siamo qui ad Assisi ci siamo già schierati e siamo pronti a pagarne il prezzo. Che questo convegno ci dia la forza morale e il sostegno di cui abbiamo bisogno per affrontare il lavoro e le sfide che ci attendono.

9. Sotto il burqa

Deborah Ellis, Sotto il burqa, Fabbri, Milano, 2002
Questo libro è stato scritto circa un anno prima che l’attentato dell’11 settembre facesse conoscere a tutto il mondo la realtà della popolazione civile afgana. Delle donne e delle bambine, in particolare. E’ un romanzo ma nasce dai racconti, veri, di tante donne, tante bambine che si trovano nei campi profughi del Pakistan.
E così diventa viva e reale Parvana che ha 11 anni e vive a Kabul sotto l’incubo dei talebani e delle loro proibizioni. Parvana che si traveste da ragazzo e lavora per procurare un po’ di cibo alla sua famiglia costretta in casa. Parvana che non vuole dimenticare e dice all’amica: “Dovremo ricordarci di tutto questo. Quando le cose andranno meglio e saremo grandi, dovremo ricordarci che c’è stato un giorno, quando eravamo bambine, in cui avremmo dissotterrato ossa per poi venderle perché le nostre famiglie potessero mangiare” (p. 108). Parvana  che, nonostante le difficoltà, riesce ancora a guardare avanti e a sperare “…il futuro si stendeva sconosciuto davanti a lei….che cos’altro l’attendeva, Parvana non poteva dirlo. Qualunque cosa fosse, si sentiva pronta. Non vedeva l’ora di andargli incontro” (p. 160).

Leila Sebbar, La ragazza al balcone, Shorts, Mondadori, Milano, 1999
Una storia semplice e breve che parla di cose normali, scuola, adolescenti, amori e ribellioni ai genitori. Con una piccola differenza. Che la storia si svolge in Algeria dove una minoranza integralista tiene in pugno il paese. E così, insieme a Melissa, i lettori e le lettrici dovranno fare i conti con le mille difficoltà che si incontrano per condurre una vita “normale” e potranno conoscere la realtà tragica e poco nota di un paese martoriato da anni di guerra civile. Di un paese che vive nella paura, paura di fare cose del tutto normali come andare a scuola o al lavoro, a comprare il pane, a fare una gita. Di un paese dove fa paura innamorarsi, ridere, sentire musica o uscire a viso scoperto. Così potranno immedesimarsi (almeno un po’) nella ragazzina che si chiede. “Perché una donna musulmana non deve essere allegra e carina da vedere? Perché una donna, se ama Dio, deve essere triste e brutta?” (p. 47).

Xavier-Laurent Petit, L’oasi, Super Junior Mondadori, Milano, 1998
Un bellissimo romanzo che ci tuffa con forza nella realtà tragica di un paese, l’Algeria, in cui la guerra civile ha fatto in pochi anni decine di migliaia di vittime. Attraverso gli occhi del giovane protagonista vediamo come è nata questa guerra, sentiamo sulla nostra pelle la fatica di vivere, o forse sopravvivere, in un paese privato delle libertà più elementari.
Un libro appassionato che scuote le coscienze assopite e pronte a dimenticare. Un libro che può aiutare i ragazzi a capire, almeno un po’, quello che sta succedendo. E non sta succedendo solo in Afganistan.

STRUMENTI
Tahar Ben Jelloun, L’Islam spiegato ai nostri figli, Bompiani, Milano, 2001
Un libro per evitare confusioni, divisioni approssimative fra buoni e cattivi. Un libro per rispondere ad alcuni dei tanti perché che i bambini e i ragazzi si pongono di fronte ad avvenimenti tragici come l’attentato alle Twin Towers ma che si pongono anche osservando il compagno di banco di fede musulmana o di origine araba.
Dice Jelloun: “Questo libro non vuole essere né una predica né un’arringa. Non cerco di convincere nessuno, racconto il più oggettivamente possibile la storia di un uomo diventato profeta e anche la storia di una religione e di una cultura che tanto hanno dato all’umanità…ho cercato di restituire in poche pagine quindici secoli di storia, nella speranza di comprendere anche solo qualcosa di ciò che sta accadendo oggi” (p. 13-14).
Un libro dunque che ogni insegnante dovrebbe leggere con i suoi ragazzi per mettere le basi di una vera educazione interculturale.

Ghaleb Bencheikh, Che cos’è l’Islàm? Per Favore Rispondete, Mondadori, Milano, 2002
Conoscere le differenze e le uguaglianze, scoprire con sorpresa che non siamo poi così lontani e che si può convivere nel rispetto reciproco. A questo punta l’autore che risponde alle domande più comuni e cerca di spiegare ai ragazzi con semplicità e chiarezza che cos’è veramente l’islàm, sfatando luoghi comuni e pregiudizi e “traducendo” correttamente termini, come per esempio jihad e fatwa, entrati nell’uso comune senza che se ne conosca il reale significato.
Non inganni la semplicità del testo, Bencheikh  è una vera autorità in questo campo: è vice presidente della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, insegna e cura un programma per la televisione francese dal titolo emblematico “Conoscere l’islàm”.

8. Nera farfalla, un nemico invisibile e pericoloso: le mine

… E cosa hai sentito
figlio dagli occhi azzurri?
Cosa hai sentito
dolce mio figlio?
Ho sentito il fragore di un tuono
e il suo rombo era un avvertimento,
ho sentito il fragore di un’onda
che potrebbe sommergere tutto il mondo,
ho sentito cento tamburini
e le loro mani erano in fiamme…
(A hard rain’s gonna fall di Bob Dylan)  

Henning Mankell, Il segreto del fuoco, I Delfini, Fabbri, Milano, 2002
Esistono Paesi di cui sappiamo pochissimo, in cui la guerra fa ormai parte della vita quotidiana. Il Mozambico è uno di questi e proprio qui si svolge la storia di Sofia, una bambina che esiste realmente e che è dovuta fuggire dal suo villaggio devastato dai guerriglieri. Sofia, che trova, insieme alla madre e ai fratelli, una nuova casa. Sofia, che mette il piede sopra una mina mentre gioca con la sorella Maria, che muore. Sofia, a cui bisogna amputare entrambe le gambe. Sofia, che non si arrende e impara a cucire per poter lavorare e anche perché “…tutta la vita è fatta di cuciture. Sono le cuciture a tenere insieme ogni cosa. Tra le persone esistono cuciture invisibili. I nostri sogni cuciono per noi i ricordi con i pensieri che ci vengono in mente durante la veglia. Se si vuole diventare saggi e imparare ad apprezzare le persone, bisogna cucire. Si può ricamare la propria nostalgia o il proprio dolore su un pezzo di tela, e ci si accorge che tutto diventa più facile” (p. 139). Sofia, che non dimentica la sorella Maria. Sofia che “riceve dal sarto del villaggio una macchina per cucire  e comincia a lavorare per la clientela che lui le ha lasciato”.
La lasciamo così, ma lei non ci abbandona: pensiamo alle guerre, note e meno note, e vediamo nei servizi televisivi quante volte riappare Sofia, in Asia, in Africa, nell’America latina.
“… vediamo benissimo tante protesi molto più povere di quelle fabbricate per Sofia, scorgiamo brandelli di pesantissima vita lavorativa: eccoli, i bambini, a fabbricare mattoni, a trasportare verdura, a lavorare nelle miniere, in fornaci, in fabbriche.
Questo altro mondo pieno di guerre, di fame, di malattie, di ferite, di protesi, è nel nostro stesso pianeta; con gli aerei e con Internet siamo tutti vicini di casa. A noi manca una vecchia Muazena (un po’ strega, un po’ maga, un po’ fata protettrice) ma potremmo segretamente chiedere a Sofia come si fa a ottenerne una. Ci direbbe, allora, che occorre meritarsela: se, privi del padre, della sorella, delle gambe, avessimo ancora anche noi tanta intensa voglia di vivere, allora la vecchia Muazena verrebbe anche da noi.
(…) Sofia ricostruisce se stessa, la famiglia, un piccolo reddito, un avvenire. Cuce e carezza la sua macchina: non ha i segni dell’abbondanza, non nuota nel nostro consumismo, ma trattiene il suo destino con la forza catturante di una macchina da cucire” (dalla postfazione di Antonio Faeti).

Silvia Forzani, Nera farfalla, AER, Bolzano, 2001
E’ rivolto ai più piccoli, ma non sarebbe sbagliato che anche i più grandi lo sfogliassero, questo bellissimo libro dalle vivide illustrazioni che, accompagnate da poche ritmate parole, raccontano di Abu che gioca con una mina e, nell’esplosione, perde una gamba.
Non ha bisogno di commenti e le due pagine centrali che illustrano l’esplosione sono sufficienti  a mostrare tutto l’orrore di uno dei peggiori strumenti di morte che l’uomo abbia saputo inventare.

Reine-Marguerite Bayle, Un nemico nascosto per Prich e Zaida, EGA, Torino, 2002
Non è un romanzo questo libretto ma racconta le storie vere di due ragazzi la cui vita è cambiata completamente dopo che sono stai feriti dall’esplosione di una mina. Vivono in due dei paesi più poveri e più minati del mondo, la Cambogia (una mina per abitante, un cambogiano su 236 ferito dalle mine) e il Mozambico dove non si riesce neppure a stabilire quante sono le mine nascoste nel terreno tanto che nessuna zona dello stato è considerata sicura.
Di Prich e di Zaida leggiamo le semplici storie fatte di povertà e guerra, poche speranze per il futuro…ma è bene che leggiamo anche gli approfondimenti che ci raccontano cosa sono le mine, dove sono, quanto costano le operazioni di sminamento …. e ci ricordano che le mine sono prodotte anche in Italia. L’Italia che, fra i paesi firmatari del Trattato di interdizione totale delle mine antiuomo, ha il primato delle mine conservate dalle forze armate.

STRUMENTI
Per saperne di più sulle mine:
www.stopmine.it sito italiano di informazione sulle mine e la loro messa al bando
www.halotrust.org sito dell’organizzazione no profit Halo Trust che si occupa dello sminamento con quasi 4000 operatori in 10 nazioni
www.icbl.org sempre per l’abolizione delle mine (la sigla significa International Campaign to Ban Landmines)