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Autore: Nicola Rabbi

10. Scambiamoci due bit, via internet

di Viviana Bussadori

Le interviste si possono fare in tanti modi: di persona, al telefono, via fax. Questa volta abbiamo utilizzato un mezzo ancora differente: Internet. Una scelta sensata visto che Š proprio di questa forma di comunicazione che vogliamo parlare. E gli interlocutori, una decina di persone sparse in tutta Italia che trascorrono dalle 2 alle 8/10 ore al giorno in Internet, non hanno esistato a rispondere, con incredibile tempestivit…, alle nostre domande.
EasyChat, ovvero una delle tante chat line (comunicazione diretta tra due o più utenti collegati in rete) che si trovano su Internet; creata nell’aprile del ’96 ha registrato fino ad oggi oltre due milioni di collegamenti. Due milioni di persone, tutta la popolazione di Milano, quattro, cinque volte quella di Bologna o Firenze… impressionante. Almeno per noi neofiti di Internet.
Visto dal di fuori sembra un mondo un po’ assurdo, popolato di nomi spesso fantasiosi: Copperfield, Celine, Deltaplano, L’Eclettico, Ginge. Certo, per capire occorre provare, farsi rapire dalla vertigine di questo gioco, dallo scenario sconfinato che probabilmente ti si apre davanti quando tenti di muovere i primi passi in Internet; e chissà, forse anche dopo.
Ma chi è che popola le chat lines? Chi sono i cybercomunicatori. Che cosa rappresenta per loro questo spazio su cui digitare pensieri, sensazioni, aspettative. E i loro interlocutori. E le parole “in diretta”, quasi come nella comunicazione interpersonale, ma scritte, senza sguardi, gesti, inflessioni della voce…
I nostri dubbi hanno trovato risposte proprio in alcune delle persone che da qualche mese si scambiano messaggi su EasyChat. “Parlare” con loro è stato semplicissimo: è bastato inviare alla loro e-mail le domande che fanno da filo conduttore di questo nostro piccolo viaggio nella nuova forma della comunicazione. Hanno risposto quasi tutti, con estrema semplicit…, confermando in qualche caso le nostre presupposizioni e in qualche altro caso ribaltandole completamente.
Vediamo dunque di inoltrarci in questo mare di parole, in questo piccolo spaccato dei dialoghi telematici e di quello, o di chi, ci sta dietro.

Chat line, parola magica
<Le chat forse non sono altro che i nostri sogni diventati interattivi: oggi puoi fare la donna, domani il bykers, dopodomani il prete e via dicendo…>. L’affermazione di Dario coglie immediatamente uno dei punti più controversi: quello di uno spazio comunicativo in cui l’identità da mettere in gioco si può sfaccettare in molteplici identità Per taluni può diventare un gioco, per altri un modo di scoprire propensioni, aspetti di sé‚ che nella realtà non si avrebbe il coraggio di manifestare… > <Le chat – scrive Marco – “L’Eclettico”, provider di professione – possono essere utilizzate in molti modi. Purtroppo una grandissima parte dell’utenza ha scelto il modo peggiore; molti infatti si rifugiano dietro il comodo anonimato che le chat danno per offrire pubblicamente il peggio di sé>.
Ma il dialogare sulla chat line, curiosamente, viene anche associato con frequenza alla droga: <La chat – dice Umberto, 21 anni, chat master -….potrei definirla una droga! Trovo assurdo in effetti il passare ore e ore collegato alla chat, non ho mai capito perch‚ lo facevo e perchè, quando ho la possibilità, lo faccio ancora; forse dipende dal fatto che a me è sempre piaciuto chiacchierare, ma per tutta una serie di motivi, l’unico mezzo che ho per farlo è la chat>.
<Da quando ho scoperto Internet – afferma Alessandro-“Cesa”, 21 anni, studente – sono quasi un drogato; un termine forte, ma rappresenta la situazione in cui mi trovo, non ne posso fare a meno. Per quanto riguarda le chat sono un mondo fantastico, mi distrae dalla solita monotonia quotidiana>.
Ed ecco un altro elemento: il bisogno di dialogo, di relazioni sociali e la scoperta di un modo semplice, forse anche meno pericoloso, di rapportarsi agli altri. Scrive infatti Francesco-“Ginge”: <Chat line, parola magica. Una droga, per me che, come molti, qualche problemino di comunicazione sociale ce l’ha. Fondamentale l’anonimato che consente di potere dire tutto e il contrario di tutto, lampi di genio e depravazioni più aberranti, far finta di incontrarsi e incontrarsi davvero>.

Faccine 🙂 & Co
Internet dunque come il luogo della comunicazione per eccellenza, dove lo scambio di informazioni è tra pari, dove le distanze si annullano e il mondo delle relazioni si dilata all’inverosimile. Ma come esprimere le proprie emozioni in questi dialoghi senza voce, senza interlocutori in carne e ossa? Come non travisare il significato dei messaggi telematici? Il surrogato di quell’intreccio di significati che voce e corpo sanno suggerirci è rappresentato dalle “faccine”, o “emoticons”, simboli ottenuti combinando i segni di interpunzione e le lettere, che denotano l’atteggiamento, l’emozione che sta dietro al contenuto. Qualche esempio? 🙂 sorriso. 🙁 tristezza. 😉 occhiolino, richiesta di complicità :-> risata sarcastica. :-X bocca cucita…
<Diventa una bella sfida capire il messaggio che arriva dal virtuale – dice Helga, 40 anni, imprenditrice – e soprattutto farsi un’idea di chi lo manda. Però – conclude – è un ottimo esercizio per affinare le proprie capacit… di valutare le persone>.
Ancora una lettura tutto sommato “positiva” da parte di Alessandro: <Ci possono essere dei problemi perch‚ il linguaggio del corpo (movimenti delle mani, sguardi ecc.) sono molto importanti, però anche se mancano non è detto che la comunicazione sia più complicata e la comprensione più difficile. Come i libri in cui uno si immedesima nei vari personaggi>.
Eppure…
<Sicuramente la capacità di comprensione viene ampiamente penalizzata – spiega “Elettra”, ventunenne, studentessa – proprio dalla mancanza della mimica facciale dell’individuo e, nonostante si possa ricorrere all’utilizzo di punteggiatura e segni convenzionali, rimane sempre forte un interrogativo su cosa l’interlocutore voglia esprimere. Le conseguenze sono molteplici, dalle semplici travisazioni di discorsi futili, alla possibilità di astrazioni complesse, con relative rappresentazioni effimere di rapporti di varia natura. L’esempio più lampante è dato dalle pseudo-relazioni sentimentali (relazioni virtuali) che nascono via Internet, sinonimo spesso di dilatazioni dell’affettività che celano, talvolta, un disagio. Potendo interpretare liberamente il messaggio dell’altro, esso viene manipolato ed interiorizzato secondo le necessità del soggetto, portandolo ad un’erronea comprensione dell’evento. Si assiste non ad una percezione della realtà reale ma di una realtà elaborata>.
Il “problema”, evidentemente, sta tutto in come si usa Internet e in quali investimenti le persone fanno su di esso. <Il messaggio trasmesso tramite Internet, o tramite qualsiasi altra forma di comunicazione telematica, risulta inevitabilmente falsato – afferma “Cocò”, quarant’anni, impiegato nel campo informatico -: falsato dal non poter percepire le inflessioni vocali e quindi non capire se l’interlocutore sta assumendo un atteggiamento serio o scherzoso; falsato dal non poter guardare negli occhi la persona con cui si sta scambiando il dialogo, senza quindi essere in grado di capire quanto ci sia di sincero nelle sue parole. In definitiva – conclude Cocò – il messaggio è freddo, schematico e privo di qualsiasi accompagnamento emotivo. Va benissimo per i rapporti di lavoro, ma molto meno per i rapporti sociali>.
Affascinante infine l’interpretazione data da Dario: <La dematerializzazione dell’interlocutore e l’obbligo di “scrivere” invece che “dire” agevolano la creazione di quelle maschere pirandelliane che già usiamo nella vita reale. Per la prima volta abbiamo una gestione libera di esse, nel bene e nel male; la piena coscienza della nostra finzione può essere la base di una più completa conoscenza di noi stessi>.
E a proposito di maschere… gli “emoticons” a cui si accennava prima rappresentano una soluzione simpatica per sottolineare le emozioni di chi parla, ma al tempo stesso evidenziano la potenziale ambiguità della comunicazione telematica: si tratta infatti di emozioni digitate su una tastiera con un atto di volontà, qualcosa che si decide di fare sapere al nostro interlocutore. Volete mettere con un bel sorriso spontaneo?

Il corpo nascosto
Fino a non molto tempo fa il termine “navigare” evocava immagini avventurose, magari ereditate dalle letture adolescenziali, o romantiche o, nel peggiore dei casi, di passatempi da ricchi; sempre, comunque, non si poteva prescindere da un’idea di dinamicità Oggi invece si naviga standosene comodamente seduti; si fanno viaggi lunghissimi e per giunta in tempi estremamente ridotti. Si viaggia a tariffa più che agevolata (nella maggior parte dei casi quella di una telefonata urbana) con buona pace di chi è da sempre avverso alla vita sedentaria e ai suoi effetti. Azioni il cui significato sembrava inattaccabile e assolutamente consolidato, il viaggiare, il navigare appunto, si sono all’improvviso rivelate anche qualcos’altro. Qualcosa in cui il corpo, se vogliamo anche la fatica fisica, lo spazio attraversato, le distanze hanno perso improvvisamente di sostanza. Volatilizzate, inutili, relative… Siamo insomma passati nel giro di pochissimo dal “reale” a quell’altra parolina, oggi cos di moda e fors’anche abusata: il “virtuale”. Capita allora sempre più di frequente di sentire parlare di amori virtuali, città virtuali, negozi virtuali in cui fare acquisti neanche a dirlo standosene comodamente a casa, di musei virtuali… A questo punto la domanda sorge più che spontanea: ma che ne Š del nostro corpo? Della fisicità, della percezione di sé‚ in un ambiente? Ecco cosa ci ha risposto chi Internet lo usa davvero.
<Personalmente mi sento sempre pienamente cosciente della mia fisicit… – spiega Marco-“l’Eclettico” – anche quando sono “rapito” in lunghe navigazioni. Devo ammettere che c’è stato un periodo durante il quale mi sono molto identificato con il mio ego-virtuale e ho navigato nel cyberspazio perdendo leggermente il contatto con la realtà Credo comunque che ciò fosse dovuto esclusivamente al fatto che il mezzo Internet era per me una novit… e come tale ha potuto catturarmi; ma l’episodio è stato di breve durata. In altri casi, di cui sono stato testimone, questo trasportare se stessi nel virtuale fino a perdere il contatto con il proprio corpo fisico si è rivelato un fenomeno ben più duraturo nel tempo e per certi versi preoccupante>.
<Tutto dipende da come la persona vive questo annullamento tramite la rete – esordisce Dario -; penso che il rapporto con il proprio corpo possa entrare in crisi solo quando si vive in Internet come in un mondo a se stante nel quale rifugiarsi per “sopportare” la realtà>.
<L’utilizzo delle moderne tecnologie di comunicazione – dice invece “Elettra” – induce il soggetto ad una fase di estraniamento fisico-mentale. La persona si trova proiettata in una dimensione in cui i normali parametri di percezione fisica subiscono differenti metamorfosi, correlate da dilatazioni o restringimenti della coscienza stessa. L’utente – prosegue “Elettra” – diviene entità pensante e l’unico contatto con la realtà rimane l’atto della digitazione sulla tastiera…>.
Ancora differenti le letture fatte da Attilio, quarant’anni, imprenditore e da “Deltaplano”, cinquantacinquenne impegnato nel campo informatico; secondo il primo infatti <Se una persona non ha seri problemi di percezione di sé‚ nel contesto fisico, può vedere le nuove tecnologie come una semplice, nuova estensione degli strumenti per trasmettere e ricevere meglio le proprie e altrui personalità>. Secondo “Deltaplano” invece: <Dopo un primo attimo di smarrimento e stupore, l’individuo viene proiettato in una dimensione inusuale che gli permette una maggiore libertà di espressione>.

Anonimi e democratici
Bianco o nero, uomo o donna, bello o brutto, ricco o povero: da dietro al mio video posso permettermi di essere tutto e niente. Uno pseudonimo, una firma magari costruita con semplici caratteri grafici, un indirizzo di posta elettronica che rivela solo da quale sistema di computer collegato alla rete sto transitando. Questo è tutto quello che si può sapere di me. Per le persone con cui dialogo sono solo ciò che dico, credibile o meno esso sia; non esistono barriere, differenze, gerarchie…
Tutto questo ci sembra plausibile, almeno potenzialmente. Non è un caso infatti che da tempo si parli di Internet come di un nuovo sistema democratico, egualitario; un mondo senza confini dove si realizza quello che nella realtà politica e sociale l’uomo non sa pienamente conquistarsi.
Ma è proprio così? Riusciamo davvero ad essere nello spazio virtuale ciò che nella vita pratica ci riesce tanto difficile? O forse queste nuove tecnologie della comunicazione stanno creando nuove differenze, quelle tra chi questi mezzi riesce innanzitutto a possederli, malgrado il costo relativamente contenuto, e poi a padroneggiarli, a imparare ad usarli? Ed infine: è proprio vero che Internet è un sistema “dal basso”, su cui i grandi poteri economici e politici non possono mettere le mani come invece Š accaduto sistematicamente per tutti gli altri mezzi di comunicazione (tv, stampa, radio ecc)?
<Ritengo – afferma Marco-“l’Eclettico” – che i grandi potentati economici avranno sempre il modo di influenzare le masse anche qualora mezzi “liberi” come Internet dovessero prendere ulteriormente piede; chi ha potere economico tender… sicuramente ad imporre il proprio messaggio occupando la rete telematica. Se per democraticità si intende invece la libera partecipazione di persone di diverse estrazioni sociali, culturali, razziali, religiose o sessuali il discorso è validissimo; però lo è finch‚ si tratta di un utilizzo “statico”. In parole povere chiunque può avere un sito e farsi vedere. I problemi vengono alla luce quando si utilizza Internet in modo dinamico ed interattivo (leggi: chat e forum di discussione) dove sono le persone, ancora troppo legate a vecchi schemi, che hanno talvolta la tendenza a rialzare quelle barriere che Internet si propone di abbattere>.
Simile, seppure ancora più drastica la risposta di Dario: <Non si può ancora parlare di democraticit… perché‚ è la coscienza collettiva che rimane indietro; ormai il divario tra progresso tecnologico e progresso sociale sta aumentando a dismisura. Abbiamo a disposizione una forma telecomunicativa altamente democratica e la sprechiamo per insultarci a vicenda…>.
<Nel corso dei secoli molte scoperte, molte innovazioni tecnologiche avrebbero dovuto annullare le gerarchie, le classi, le differenze razziali, sessuali, ma puntualmente tutte queste belle speranza sono state disattese – dice “Cocò”. Ciò è dovuto all’ignoranza che da sempre accompagna alcuni gruppi di persone, quelle che si ritengono superiori ad altre… Chi è razzista lo è per colpa delle cose che gli sono state insegnate nell’ambito familiare o in quello delle amicizie; in ogni caso l’idea razzista si forma molto prima che possa contattare persone “diverse” tramite Internet o altri mezzi. Quindi credo che non si potrà mai raggiungere la democraticità sperata. Il costo delle innovazioni telematiche, per quanto possa ormai definirsi “basso”, è sempre un costo che impedisce alle persone di considerarsi tutte sullo stesso piano. Se a questo si aggiunge il fatto che le categorie di persone che non potranno avere accesso a questi mezzi di comunicazione sono praticamente le stesse già parzialmente emarginate dalla società, viene spontaneo pensare che tutto ciò servirà ad amplificare le preesistenti disparità, piuttosto che contribuire ad annullarle>.
Diversa l’opinione di Copperfield, trentaseienne, impiegato: <In rete ognuno è libero di dire la sua, dal Papa al presidente degli Stati Uniti all’ultimo dei barboni. La democrazia credo che sia una delle più grosse conquiste fatte in questo ambito. Adesso chi non può connettersi resta tagliato fuori ma penso che nel giro di pochissimo tempo la cosa sarà talmente diffusa che il problema non sorgerà più. Già adesso negli USA ci sono un sacco di Cyber-Bar dove si può entrare, sedersi e connettersi su Internet da un terminale posto vicino al tavolo. Da noi ci cono posti (ce n’è uno anche qui a Livorno) dove per adesso si può fare solo con il VideoTel, ma è facile immaginare quale sarà l’indirizzo futuro>.

I figli della telematica
Essere tagliati fuori. Questa è un’espressione e una preoccupazione che ricorre ogni volta che subentrano quelle innovazioni che richiedono, per potere essere padroneggiate, una serie di conoscenze . Pensiamo ai computer. Oggi è abbastanza raro che persone di 60 o anche 50 anni utilizzino i pc; quando questo accade ne hanno appreso l’utilizzo per esigenze di lavoro. Spesso la conoscenza dei programmi si limita al minimo indispensabile, ad operazioni ripetitive e codificate. Le nuove tecnologie della comunicazione, e sempre Internet in primo piano, hanno determinato un nuovo scatto in avanti: chi possedeva già un certo bagaglio di conoscenze è sicuramente avvantaggiato rispetto a chi non ha mai nemmeno sfiorato una tastiera.
Poi ci sono le nuove generazioni. Per loro il computer è un oggetto estremamente familiare, che fa con sempre maggiore frequenza parte integrante della loro quotidianità Una bella conquista se si pensa che già oggi, per moltissime professioni, è indispensabile l’uso delle nuove tecnologie; a questo possiamo aggiungere la ricchezza di informazioni, di sapere che, attraverso i sistemi interattivi e multimedialità, si spalanca davanti a tutti noi e alle nuove generazioni in particolare.
Eppure, anche da questo punto di vista, non tutto è così perfetto. C’è infatti chi ha già cominciato a riflettere sui danni che l’uso indiscriminato delle nuove tecnologie possono determinare sulla formazione della struttura mentale: binaria, dicono alcuni, cioè orientata a prendere in considerazione solo due possibilità: bianco o nero, giusto o ingiusto…; e ancora: incapace di memorizzare una grande quantità di informazioni, di misurarsi con argomenti complessi; in difficoltà di fronte al pensiero astratto, di fronte all’esigenza di realizzare sintesi di creare analogie. Poi ci saranno i rapporti interpersonali, la capacità di misurarsi con gli altri, di relazionarsi con persone, fatte quindi di sfumature, di incertezze, di dubbi…
<Molto dipende dai padri- afferma Dario -; i “figli della telematica” avranno più possibilità di raccogliere informazioni ma avranno anche più rischi di annichilirsi in esse. La telematica ha le stesse problematiche di tutte le tecnologie; è moralmente neutra e l’uso che se ne fa può essere buono o cattivo. Purtroppo le potenzialità dell’era informatica sono talmente elevate che, in caso di fallimento o uso sbagliato, le conseguenze sarebbero disastrose>.
Le risposte di Helga e “Elettra” toccano lo stesso aspetto, seppure arrivando a conclusioni molto differenti: <Saranno apparentemente isolati dai rapporti sociali, – dice Helga – in realtà avranno una grande apertura ai rapporti con gente di tutto il mondo; potranno avere molto più interscambio di informazioni e di esperienze…>. <Probabilmente – afferma invece “Elettra” – si assisterà alla formazione di individui che riusciranno ad allacciare relazioni interpersonali solo attraverso un mezzo informatizzato, perdendo cos la capacità di instaurare rapporti basati sulla fisicità Certo – conclude – questo momento è ancora lontano, ma il largo consenso che sta ottenendo il cyber-sex è una dimostrazione della futura diffusione di questo modus vivendi>.
Concludiamo infine con le parole di “Ginge” <Se domani avrò un figlio vorrei che percorresse le strade informatiche, se non altro per non essere tagliato fuori dal gioco, ma senza perdersi dentro. Vorrei che dopo un paio di refresh, un download e tre back up, avesse voglia di prendere un pallone e andasse a sudare e a sporcarsi d’erba in un prato. A quel punto il problema sarebbe: cosa faccio, mi siedo al computer lasciato libero, o mi metto in porta e cerco di parargli il rigore?>

3. La porta dell’inferno

Riportiamo di seguito i brani da Vestita di nuvole di Maria Simona Bellini, Sperling & kupfer editori, Milano, 1996

Furono pochi i giorni che riuscii a trascorrere serenamente.
Infatti, una notte mi svegliai di soprassalto. C’era un rumore strano nella stanza, come di singhiozzo soffocato.
Accesi la luce spaventata e il mio sguardo si posò subito su Letizia. Il suo corpicino era contratto e aveva preso una strana posizione a U. Le gambine erano dritte verso l’alto e cos la testina. Dalla sua gola usciva uno sbuffo strozzato.
Non sapevo cosa fare e avrei voluto urlare, ma mi trattenni e svegliai Tony con delicatezza.
Nel frattempo Letizia si era nuovamente rilassata e sembrava riposare serenamente.
Spiegai a Tony cos’era accaduto. Si alzò immediatamente e si avvicin•òalla culla con un’espressione preoccupata, ma la bambina era lì che dormiva, avvolta nel lenzuolino rosa.
La sua espressione cambiò all’improvviso. Era infuriato.
Aspettò qualche minuto seduto sul bordo del letto con la testa tra le mani, poi rivolgendosi a me, disse in un sussurro: “Dormi, Simona, ti prego, dormi. Io non ce la faccio più a vivere così. Dormi per favore”.
Io non era pazza e non avevo le allucinazioni! Perchè questo avevo letto sul suo viso.
Mio Dio! Come ne sarei uscita?
La sera successiva portai Letizia a letto, dopo il pasto, con la morte nel cuore.
A casa l’atmosfera si era fatta molto pesante e mi ero resa conto, con stupore e dolore, che cominciavo a trattare male i miei bambini per un nonnulla.
Mi sentivo come sull’orlo di un precipizio, nel quale avevo tanta voglia di cadere.
Ecco, ricominciava!
Letizia era di nuovo in quell’assurda posizione. Si rilassò e si irrigid di nuovo per diverse volte.
Con una voce calma e glaciale, che non riconobbi come mia, chiamai ancora una volta Tony.
Seguì anche lui due o tre fasi di quello strano alternarsi di contrazione e quiete.
E subito dopo mi disse: “Chiama Aldo, per favore, … e scusami…”.
Non me lo feci ripetere due volte e nel primo pomeriggio del giorno dopo Aldo Pennacchi era seduto con noi al tavolo della stanza da pranzo.
“Sicuramente è un problema neurologico”, esordì, dopo le necessarie spiegazioni, rivolgendosi a Tony, “ma se tua moglie afferma che nella sua famiglia sono presenti alcuni casi di epilessia, probabilmente non si tratta che di questo.”
Io annuivo senza fiatare.
“Questa malattia comunque non deve spaventare. È abbastanza diffusa e nella maggior parte dei casi perfettamente controllabile. Però non è possibile effettuare disgnosi senza qualche approfondimento. Io lo farei. Potrebbe trattarsi d’altro, o di niente. Credo che la cosa migliore sia portare la bambina all’ospedale, per una visita neurologica.”
“Neurologica… neurologica… neurologica…”
Ero al punto di partenza!
Bisognava assolutamente fissare un appuntamento con un neurologo.
Lo ottenni per fine agosto.
La smilza signorina allo sportello mi restituì il foglietto rosa con la richiesta di una visita specialistica, dichiarando con entusiasmo: “Siete fortunati. Oggi visita il professor G: È un vero luminare. Volete prendere l’appuntamento per il controllo?”
“No, grazie”, risposi. “Spero proprio che non ce ne sia bisogno.”
“Accomodatevi nella stanza alla vostra destra e auguri per la piccola.”
La carrozzina fece per prima il suo ingresso nella stanza con Tony e me dietro. Era la prima volta che mettevo piede in un ambulatorio di neurologia.
Richiusiria non termina qui. Abbiamo ancora tanta strada da fare!
Non è possibile sentirsi appagati dai risultati raggiunti, anche perché il futuro incute ancora un po’ di timore.
Per esempio, io non ho la più pallida idea di cosa un giorno Letizia diventerà. Ho solo una certezza: so esattamente cosa non diventerà!
Non sarà Ettore, Paolo, Emanuela, o altre decine di bambini devastati che ho incontrato lungo il mio percorso.
Non trascorrerà la sua vita in un letto, in attesa solo di morire.
Non sarà un neonato a vita!
A nessuno permetterò dunque di affermare quali siano i limiti di mia figlia. Anche perché Letizia smentirebbe ancora una volta tutte le nuove, terribili previsioni. E allora perché farne?
Io non ho elementi per sostenere che Letizia a vent’anni non avrà alcun problema oppure il contrario. Anche perché, francamente, m’interessa poco.
Considero fondamentali per il suo benessere solo poche semplici cose: l’autosufficienza, una salute discreta, il porgersi serenamente alla vita.
Sul primo elemento stiamo lavorando, al secondo ha provveduto la natura, il terzo sarà una conquista tutta sua. La più importante! E tutto il resto sarà un regalo.
A questo punto combatto con un unico, grande tormento: il pensiero delle migliaia di bambini ai quali non vengono offerte tutte le opportunità per uscire dal tunnel della lesione cerebrale.
Non è importante in che condizioni possano uscirne, se su una carrozzella o privi di parola. Essenziale è che possano dare il massimo che la lesione consenta loro, che il potenziale possa venire sfruttato pienamente.
Qualcuno potrebbe superare addirittura i propri compagni privi di handicap. Ma questo non interessa né ai bambini cerebrolesi né a noi genitori.
A noi occorrono solo conquiste, obiettivi da raggiungere, la voglia di sperare ancora. Perché non esiste mai  attesa troppo lunga per un genitore che spera.
Letizia è una bambina serena, allegra, disponibile verso gli altri in modo pressochè totale e nella nostra casa non si respira atmosfera di tragedia.
È strano? Siamo pazzi? O incoscienti?
No. La nostra è la serenità di chi, voltandosi indietro, non dovrà recriminare su quanto non ha voluto o potuto fare. Di chi ha contribuito a migliorare il futuro del proprio figlio. Magari combattendo battaglie che sembravano perdute in partenza.
Quanti scontri, discussioni, controversie. E quanti avversari da superare: i pregiudizi culturali, la nostra disperazione, la presunzione di chi dovrebbe aiutarti ma non ti capisce. E non fa nulla per capirti.
Anche per questo ho stipulato un patto con me stessa. Niente nomi di medici, paramedici o di quei campioni di umana ignoranza che hanno reso ancor più difficoltoso il nostro cammino! Un po’ per pietà, un po’ per vigliaccheria. Per lasciare spazio invece a quanti hanno illuminato la nostra strada.
In salita, faticosa, ma rivolta a vette irraggiungibili da una famiglia normale.
E della Letizia di oggi cosa dire?
Letizia rappresenta la fiducia in un mondo dove ognuno possa dare quanto può, nella certezza di avere comunque un ruolo, una missione da poter integrare con quella degli altri.
Perché questo è il senso della vita dei bambini come lei.
Quanto ha ricevuto da quelli che l’hanno aiutata? E quanto ha dato loro?
È da questo abbraccio di ruoli che Letizia è sbocciata nuovamente alla vita, avendo oggi poco a che fare con la bimba di prima, quella chiusa nel guscio.
I suoi grandi occhi verdi, la sua salvezza, sono l’unica immagine riconoscibile della Letizia di cinque anni fa.
E vorrei che fosse così per tutti i bambini in difficoltà.
Ma non ho mezzi, sono impotente.
L’unico strumento che possiedo sono queste mie parole, che spero possano dare anche un solo barlume di speranza a coloro che ne hanno bisogno.
Perché un giorno anch’essi possano vedere con gli occhi del cuore quella grande insegna che campeggia sulla porya di casa mia.
C’è scritto: SILENZIO! MIRACOLO IN CORSO.

12. Il cavaliere inesistente

di Italo Calvino

La notte, per gli eserciti in campo, è regolata come il cielo stellato: i turni di guardia, l’ufficiale di scorta, le pattuglie. Tutto il resto, la perpetua confusione dell’armata in guerra, il brulichio diurno dal quale l’imprevisto può saltar fuori come l’imbizzarrissi d’un cavallo, ora tace, poiché il sonno ha vinto tutti i guerrieri ed i quadrupedi della Cristianità, questi in fila e in piedi, a tratti sfregando uno zoccolo in terra o dando un breve nitrito o raglio, quelli finalmente sciolti dagli elmi e dalla corazze, e, soddisfatti a ritrovarsi persone umane distinte e inconfondibili, eccoli già tutti che russano.
Dall’altra parte, al campo degli Infedeli, tutto uguale: gli stessi passi avanti e indietro delle sentinelle, il capoposto che vede scorrere l’ultima sabbia nella clessidra e va a destare gli uomini del cambio, l’ufficiale che approfitta della notte di veglia per scrivere alla sposa. E le pattuglie cristiana ed infedele s’inoltrano entrambe mezzo miglio, arrivano fin quasi al bosco ma poi svoltano, una in qua l’altra in là senza incontrarsi mai, fanno ritorno al campo a riferire che tutto è calmo, e vanno a letto. Le stelle e la luna scorrono silenziose sui due campi avversi. In nessun posto si dorme bene come nell’esercito.
Solo ad Agilulfo questo sollievo non era dato. Nell’armatura bianca, imbardata di tutto punto, sotto la sua tenda, una delle più ordinate e confortevoli del campo cristiano, provava a tenersi supino, e continuava a pensare: non i pensieri oziosi e divaganti di chi sta per prendere sonno, ma sempre ragionamenti determinati ed esatti. Dopo poco si sollevava su di un gomito: sentiva il bisogno d’applicarsi a una qualsiasi occupazione manuale, come il lucidare la spada , che  già era ben splendente, o ungere di grasso i giunti dell’armatura. Non durava a lungo: ecco che già s’alzava, ecco che usciva dalla tenda, imbracciando lancia e scudo, e la sua ombra biancheggiante trascorreva per l’accampamento. Dalle tende a cono si levava il concerto dei pesanti respiri degli addormentati. Cosa fosse quel poter chiudere gli occhi, perdere coscienza di sé, affondare in un vuoto delle proprie ore, e poi risvegliandosi ritrovarsi eguale a prima, a riannodare i fili della propria vita, Agilulfo non lo poteva sapere, e la sua invidia per la facoltà di dormire propria delle persone esistenti era un’invidia vaga, come di qualcosa che non si sa nemmeno concepire. Lo colpiva e inquietava di più la vista dei piedi nudi che spuntavano qua e là dall’orlo delle tende, gli alluci verso l’alto: l’accampamento nel sonno era il regno dei corpi, una distesa di vecchia carne d’Adamo, esalante il vino bevuto e il sudore della giornata guerresca, mentre sulla soglia dei padiglioni giacevano scomposte le vuote armature, che gli scudieri e i famigli avrebbero al mattino lustrato e messo a punto. Agilulfo passava, attento, nervoso, altero: il corpo della gente che aveva un corpo gli dava si un disagio somigliante all’invidia, ma anche una stretta che era d’orgoglio, di superiorità sdegnosa. Ecco i colleghi tanto nominati, i gloriosi paladini, che cos’erano? L’armatura, testimonianza del loro grado e nome, delle imprese compiute, della potenza e del valore, eccola ridotta a un involucro, una vuota ferraglia; e le persone li a russare, la faccia schiacciata nel guanciale, un filo di bava giù dalle labbra aperte. Lui no, non era possibile scomporlo in pezzi, smembrarlo. Era e restava a ogni momento del giorno e della notte Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbetraz e Sura, armato cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez il giorno tale, avente per la gloria delle armi cristiane compiuto le azioni tale e tale e tale, e assunto nell’esercito dell’imperatore Carlo Magno il comando delle truppe tali e talaltre. E possessore della più bella e candida armatura di tutto il campo, inseparabile da lui. E ufficiale migliore di molti che pur menando vanti cosi illustri; anzi, il migliore di tutti gli ufficiali.
Eppure passeggiava infelice nella notte.

3. Disabili a scuola

di Carlo Hanau, docente di programmazione ed organizzazione dei servizi sanitari , facoltà di scienze statistiche università di Bologna

Il simbolo dell’handicap è la carrozzella e molti ritengono che il fenomeno della disabilità riguardi soprattutto i sensi (vista e udito) e il movimento. Questa opinione non è vera, in particolare se consideriamo la fascia dell’infanzia. Sembra perciò opportuno delineare, in termini quantitativi, l’entità del fenomeno e la sua diffusione in Italia. Una fonte molto utile per quantificare il fenomeno dell’handicap fra i minori è la rivelazione degli alunni certificati come portatori di disabilità nella scuola materna, dell’obbligo, e nella scuola secondaria superiore. Secondo i dati dell’Ufficio studi, bilancio e programmazione (settore integrazione) del ministero della Pubblica Istruzione, nell’anno scolastico 1994/1995 gli alunni certificati come handicappati erano complessivamente 108.712, così suddivisi tra i vari tipi di scuola, con un lieve aumento nella materna e nella secondaria rispetto all’anno precedente. L’integrazione dei disabili nelle scuole pubbliche italiane raggiunge livelli superiori a quelli raggiunti in altri paesi, sia per quantità considerando che i casi di ragazzi dichiarati “non scolarizzabili” a causa di handicap sono un numero praticamente trascurabile, sia per la qualità, in quanto la stragrande maggioranza dei disabili viene inserita singolarmente in classi di alunni normodotati, all’interno delle quali opera un insegnante di sostegno nella misura media di uno ogni due disabili (il che significa che per i gravi c’è la possibilità del rapporto 1 a 1). Con riferimento ai dati precedenti la grande maggioranza di questi oltre centomila alunni viene certificata per una disabilità mentale che comprende sia la disabilità intellettiva (ritardo mentale) che le pi ù rare psicosi ad esordio infantile e tutte le disabilità nel comportamento, fra le quali le sindromi autistiche, meglio definite come disturbi pervasivi dello sviluppo.

La disabilità mentale il problema più grave
Nella scuola materna la disabilità mentale è più difficile a riconoscersi e ancor più difficile a certificarsi, mentre questo deficit emerge già con forza nella scuola elementare, per toccare le punte massime nella scuola media inferiore; il calo degli alunni certificati nella scuola secondaria superiore è dovuto all’abbandono scolastico dopo la scuola dell’obbligo, che ovviamente interessa maggiormente coloro che presentano deficit mentali; tuttavia, rispetto all’anno precedente, nella superiore che si verifica il maggior aumento. Occorre ricordare che una parte di disabili non vengono neppure certificati, sia perché non hanno nessun interesse al riconoscimento, come nel caso di una disabilità esclusivamente motoria che lascia integre le capacità di apprendimento, sia perché alcuni genitori rifiutano di chiedere la certificazione, non accettando di riconoscere la disabilità mentale dei figli.
D’altra parte si deve considerare che gli alunni certificati possono appartenere anche a corsi di nati in anni precedenti quelli corrispondenti alla nascita dei loro compagni di corso, in quanto il fenomeno della ripetenza è più frequente fra i disabili mentali, per cui la frequenza viene ad essere sopravvalutata rispetto ad una analisi della popolazione relativa alla popolazione generale. Vi sono infine casi di bambini dichiarati non scolarizzabili e che perciò non vengono certificati proprio perché molto gravi.
In particolare per quanto riguarda i dati riferiti alla scuola media inferiore, dove la disabilità mentale diventa più evidente, i 42.710 alunni certificati nell’anno scolastico 1994-95 sono il 2,32 % del totale degli allievi nella media italiana, ma le medie regionali presentano forti dispersioni, passando dal 3,56 % nel Trentino Alto Adige al 1,76 % nel Molise.
Il totale nazionale si ripartisce invece come segue:
– 21.777 (50,99 %) con lieve prevalenza psichica;
-15.014 (35,15 %) con accentuata prevalenza psichica;
– 3.549 (8,3 %) con prevalenza psichica;
– 2.370 (5,55 %) con altri tipi di minorazioni (vista, udito).
È quindi evidente come la disabilità mentale sia il problema più grave a risolversi, sia per la difficoltà insita nella disabilità stessa, sia per il numero degli alunni colpiti.
Vi sono, pertanto, 93.715 alunni certificati come disabili mentali, di cui meno della metà gravi, cosi suddivisi:
– 8.035 nella scuola materna;
– 45.340 nella scuola elementare;
– 40.340 nella scuola media inferiore.

2. I disabili nei paesi poveri

(Articolo tratto dalla rivista “Amici dei lebbrosi”, n. 8 settembre 1996).

Nei paesi industrializzati il 10% della popolazione ha qualche tipo di disabilità: la percentuale scende al 4% nei paesi in via di sviluppo per via delle minori possibilità di sopravvivenza. In questi paesi i servizi riabilitativi esistono solo nelle grosse città. La Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) è un tentativo di una nuova metodologia di approccio all’handicap.
Nel 1991, analizzando i dati di inchieste svolte, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato che il 10% circa della popolazione nei paesi industrializzati soffriva di handicap, mentre nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) la percentuale sembrava essere intorno al 4-7% della popolazione (compresi tutti i tipi di disabilità, sensoriali, motori e intellettuali). La differente prevalenza di disabilità tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, riflette la mancanza di adeguati servizi e l’alto tasso di mortalità infantile per i bambini disabili. Tra i bambini disabili, poi, la mortalità è più alta fra le femmine. Inoltre nei PVS la maggior parte di queste persone si scontrano con barriere culturali e sociali, per cui sono escluse dal sistema scolastico e lavorativo e sono emarginate dalla società. Oltre alla mancanza di servizi, anche la percezione delle cause dell’handicap da parte della comunità determina delle barriere sociali e culturali nei confronti delle persone disabili. Per esempio, le disabilità causate dalle lotte o dalle guerre vengono viste spesso come segno di coraggio e perciò meritevoli di oneri sociali mentre le disabilità causate da malattie infettive spesso sono percepite come punizioni divine originate da qualche peccato. Esiste infatti uno stigma sociale che fa risalire tutti i problemi della disabilità ad una colpa, del disabile stesso o della famiglia, che tende a nasconderlo perché ne prova vergogna. Verso certi handicap le comunità rispondono con maggiore ostilità come le disabilità mentali e quelle causate da malattie come l’hanseniasi. Inoltre vi sono altri fattori che influiscono sul ruolo delle persone disabili nelle comunità come, ad esempio, lo stato di povertà delle famiglie, il ruolo della donna nel contesto culturale e religioso per cui le comunità tendono a destinare le poche risorse disponibili per i membri produttivi (i maschi nelle famiglie) e ad ignorare i bisogni delle parti più deboli. In alcuni paesi le madri mettono fine alla vita dei loro figli disabili. Là dove ci sono già difficoltà ad accudire gli altri figli si preferisce sacrificare il figlio handicappato a quello sano. Spesso ciò accade non perché la famiglia sia malvagia e risolva il problema liberandosi del figlio menomato, ma perché a volte si trova in situazioni che non sa gestire in modo corretto e da cui non riesce più a venirne fuori.

La riabilitazione classica
I servizi specializzati di riabilitazione intesi nel senso più vasto (cioè riabilitazione medica, fornitura di ortesi e protesi, scuole speciali, formazione professionale, ecc.) sono concentrati nelle grandi città e solo una piccolissima parte delle persone che ne hanno bisogno possono accedervi. Si stima che attualmente solo il 2-3% dei disabili benefici di programmi di riabilitazione. Nei PVS però l’istituzione non esiste, quindi si arriva o alla morte o alla segregazione. Ma non possiamo chiedere ai familiari di essere responsabili di un figlio disabile quando non hanno le adeguate conoscenze sulla disabilità e non ci sono strutture adeguate per assisterlo. Occorre quindi trasmettere informazioni e conoscenze ai familiari in modo che possano essere in grado di gestire il problema. Le informazioni però vanno anche trasmesse alla comunità, perché l’obiettivo è quello di stimolare il volontariato affinché sia la comunità a farsi carico dei problemi della comunità stessa e soprattutto delle persone più deboli e bisognose. L’approccio ‘istituzionale’ che finora è il più usato, presenta tra gli altri i seguenti limiti: – nei PVS il personale di riabilitazione è scarsamente qualificato; – le costruzioni e le attrezzature so no prodotte all’estero e, quindi, sono molto costose oltre a rendere problematica la manutenzione degli impianti; – i centri specializzati non sono distribuiti equamente su tutto il territorio, quindi non danno uguali opportunità a tutti i cittadini. Per questo il vecchio modello istituzionale si è dimostrato superato ed è nata una nuova metodologia di approccio all’handicap denominata’riabilitazione su base comunitaria.

Il Ruolo della comunità
La RBC consiste in una riabilitazione di tipo attivo, che fa appello alla comunità nel suo complesso nel farsi carico della salute dei componenti della comunità stessa. La RBC si basa sulle risorse della famiglia e della comunità per reinserirvi le persone disabili evitando, per quanto possibile, il ricorso a strutture sanitarie istituzionalizzate (ospedali, manicomi, ecc.). Tale modello nasce da un duplice ordine di esigenze: da una parte, consentire il reinserimento del malato nell’ambito sociale dei riferimento evitando l’isolamento di lunghe degenze in strutture specializzate; dall’altra sopperire all’insufficiente copertura sanitaria da parte di tali istituzioni, prevalentemente concentrate nei centri urbani. Secondo questa strategia, la comunità è chiamata a discutere dei bisogni dei pazienti, cercare al suo interno le risposte ad ogni singolo caso e, successivamente, farsi carico della riabilitazione del malato utilizzando i servizi a disposizione. In tal modo si rovescia il modello classico: è la comunità, la famiglia a farsi carico della sua salute e ad utilizzare i servizi predisposti a questo scopo; non sono più i servizi ad utilizzare le comunità, magari dicendo alla famiglia cosa fare e come intervenire. Questo permette alla comunità di crescere, di maturare, in quanto la si responsabilizza in merito ai bisogni dei propri componenti. Un momento importante di tale sistema è l’inevitabile contatto che si viene ad instaurare fra l’operatore sanitario, con il suo bagaglio di conoscenze, e la comunità che dispone, invece, di conoscenze proprie, di pratiche e di tecniche tipiche di quel determinato gruppo sociale. La RBC permette che tale contatto avvenga sulla base del rispetto e della condivisione. Da una parte, infatti, la comunità è stimolata da input esterni a utilizzare i mezzi a disposizione per garantire il benessere a tutti i suoi componenti; dall’altra parte l’operatore sanitario amplia il bagaglio delle proprie conoscenze attingendo ad un vasto patrimonio culturale della popolazione indigena. Questo fa della RBC uno dei più validi strumenti a disposizione per consentire alle comunità di partecipare direttamente al processo terapeutico, valorizzando, nel contempo, la propria identità culturale.

Le persone disabili si organizzano
Contemporaneamente alla nascita di questo nuovo approccio comunitario, gli handicappati hanno preso coscienza della necessità di sviluppare le loro capacità, di prendere il controllo delle loro decisioni e, riunendosi in associazioni organizzate, di lottare per ottenere il rispetto dei loro diritti come uomini e cittadini. Cosi sono nate le prime organizzazioni che si propongono di aiutare i disabili ad affrontare gli innumerevoli problemi che incontrano nel loro ambiente socioeconomico, che è costruito senza rispettare le loro attitudini e bisogni. Le organizzazioni delle persone disabili hanno per: filosofia: l’autodifesa, l’auto rappresentazione e la partecipazione delle persone handicappate. Scopo: la promozione integrale delle persone disabili. Obiettivi: permettere ad ogni persona handicappata di raggiungere un livello di indipendenza totale e un’integrazione completa nella società. Strategie: dare un’immagine positiva delle persone handicappate, costituire un gruppo di pressione. Le organizzazioni delle persone handicappate e i programmi RBC hanno molti punti in comune, ad esempio lottano:
– contro l’ignoranza per la comprensione e lo sviluppo di una presa di coscienza dei disabili;
– contro l’emarginazione per la partecipazione e le pari opportunità;
– per l’integrazione sociale;
– per il cambiamento e la costruzione di una società aperta ed accessibile alle persone disabili.

7. Il mio e il tuo aiuto

di Silvana Donini

Nel mondo della cooperazione internazionale si è operato secondo una concezione di relazione di aiuto a senso unico, dove il ricco Occidente ha deciso come aiutare i paesi in via di sviluppo. Bisogna mettere in condizione i paesi poveri di esprimere le proprie necessità secondo i loro universi culturali di riferimento. In campo educativo esiste l'”appoggio istituzionale”.
La cooperazione internazionale presuppone una relazione d’aiuto tra paesi ricchi, che ritengono di avere qualcosa da dare, e paesi poveri, che si ritiene abbiano bisogno di interventi e finanziamenti.
Il mondo della cooperazione internazionale è composto da un notevole apparato di ONG, organismi delle Nazioni Unite, uffici ministeriali, esperti e volontari che spesso fondano la progettazione e la realizzazione dei loro interventi su un modello occidentale di relazione di aiuto; ma questo modello non è stato utile per risolvere il problema del sottosviluppo di gran parte del mondo.
Bisogna dunque ripensare la relazione di aiuto, sia nei ruoli che nelle finalità, basandosi sul rispetto delle identità culturali differenti da quella occidentale, che faccia acquisire un peso maggiore ai paesi destinatari degli aiuti. La cooperazione internazionale fino ad oggi ha operato per soddisfare bisogni ritenuti tali dal mondo occidentale, tramite interventi prevalentemente di carattere economico. Mettere in condizione i paesi del Terzo Mondo di esprimere le proprie necessità secondo i loro universi culturali di riferimento, può contribuire a modificare la relazione di aiuto esistente: un passaggio da una concezione a senso unico tra chi dà e chi riceve, verso uno scambio paritario finalizzato ad un reciproco arricchimento.
La progettazione degli interventi di cooperazione basata su questa concezione di relazione d’aiuto, che persegua obiettivi concordati con i partner locali, può concretizzarsi in nuove modalità di realizzazione dei progetti. Un esempio di tali modalità in questo senso, già operante in alcune esperienze di cooperazione, è rappresentata dall’appoggio istituzionale, che mira al rafforzamento delle istituzioni locali esistenti, senza la creazione de strutture occidentali parallele. Un modello che deve ancora diffondersi, ma che ha già dato risultati interessanti.

Rifondare la relazione di aiuto
Un punto di partenza possibile consiste nel mettere in discussione la cultura che sta alla base della relazione di aiuto come viene attualmente intesa.
Storicamente la relazione di aiuto è alla base di molti rapporti umani: gli antropologi che andavano a studiare i popoli “primitivi”, i missionari che hanno diffuso il Cristianesimo nel mondo, i conquistatori coloniali sono accomunabili dal fatto che oltre alle proprie finalità (studio, evangelizzazione o occupazione), credevano sinceramente di andare a portare un aiuto a popolazioni che vivevano in condizioni ritenute insufficienti. Una ideologia di superiorità presente negli occidentali, trova conferma nella letteratura coloniale e missionaria dell’epoca, nelle descrizioni delle civiltà non occidentali. Esse venivano dipinte come primitive o barbare e le strutture sociali venivano a volte paragonate a quelle animali.
Molte invasioni si sono quindi basate sulla convinzione di andare a portare un aiuto a popoli bisognosi. Chi invadeva era sicuro di avere una fede, un bagaglio di conoscenze (scientifiche, filosofiche, matematiche) o uno stile di vita superiore a quello dei paesi da occupare: si agiva quindi pensando di instaurare un rapporto di aiuto verso chi era in condizioni inferiori. Questa dunque la relazione di aiuto presente nella storia: chi si credeva superiore era legittimato a portare aiuto alle popolazioni ritenute inferiori, tramite ogni mezzo.
Il concetto di reciprocità dello scambio era già presente: secondo la cultura araba era indispensabile dare e ricevere e i colonizzatori del Sud-America prendevano l’oro ma pensavano di portare alle tribù locali una civiltà superiore. Alcuni testi dell’epoca giustificavano i saccheggi affermando che era ben poca cosa avere oro e pietre preziose, in cambio della civiltà e della fede che avrebbero portato la salvezza eterna: lo scambio veniva considerato addirittura come più favorevole per i popoli invasi.
In tutte le civiltà ed in tutte le religioni è considerato importante il rapporto di aiuto, che viene, ovviamente, concepito in forme differenti. Tra le regole fondamentali del Cristianesimo, dell’Islamismo e della religione ebraica vi è l’aiuto ai poveri, un’obbligo molto importante, che tuttavia si svolge a senso unico.
Per le culture orientali il rapporto di aiuto non è autentico se non è basato sullo scambio reciproco, mentre questo aspetto non è fondamentale per l’Occidente. Per una rifondazione della relazione d’aiuto si può prendere spunto da questa concezione di reciprocità, che porterebbe ad un cambiamento dei rapporti come sono concepiti oggi.
Occorre rimettere in discussione il significato dei termini “relazione” e “aiuto”, e ridefinire chi sono i soggetti che “donano” e quelli che “ricevono”. L’ipotesi proposta è la diffusione del concetto di relazione reciproca, nella convinzione del superamento della relazione a senso unico, responsabile di tanti problemi sociali ed economici.
La visione eurocentrica ha posto i paesi occidentali al centro dell’umanità, cos essi si sono visti come gli unici capaci di trasmettere una cultura superiore alle altre.  Ciò ha portato alla creazione di rapporti non equilibrati e alle attuali relazioni di dipendenza e dominio. Anche per contrastare questa tendenza è importante rivalutare il concetto di scambio reciproco diffuso nelle culture orientali.

La concezione culturale del donatore
Se si ritiene necessaria una relazione d’aiuto che vincola i soggetti ad uno scambio reciproco, va definito ora “cosa” un soggetto può dare all’altro. In Occidente fino ad ora ci si è domandato cosa si guadagna e cosa si perde (una forma di guadagno è presente anche nelle relazioni impostate sulla gratuità). Quello che si perde deve venir infatti compensato da qualcos’altro e, inoltre, non si può dare di più di quanto serve a se stessi. Ma nella cultura occidentale si sono creati bisogni talmente elevati che ciò che rimane da dare agli altri è molto poco.
Per ciò che riguarda l’individuazione di chi si trova in stato di bisogno, cioè di chi si trova “oggettivamente” in condizione di inferiorità, questa viene attualmente valutata secondo la concezione culturale del donatore, che non sempre coincide con quella di chi riceve. Si entra nella dimensione culturale del problema, anche se spesso tale individuazione viene delegata dalla società agli esperti e ai competenti in materia.
È la concezione culturale del donatore che determina i destinatari e il tipo di aiuto da dare, ma ancora oggi è forte la convinzione che le valutazioni fatte secondo il metro occidentale siano valide per tutta l’umanità.
Per una rifondazione della relazione di aiuto l’individuazione dello stato di bisogno non deve essere fatta da chi offre aiuto ma da chi lo riceve, sulla base del proprio modello culturale.
Per costruire un ospedale in un paese del Terzo Mondo è necessaria la conoscenza almeno della medicina locale e della concezione tradizionale della cura e, in ambito scolastico l’esportazione del modello occidentale non è appropriata a molte culture differenti, basate su altri modelli di trasmissione del sapere.
Un altro concetto va precisato, in quanto interpretato in modo differente dalle diverse culture e che si può esprimere con una serie di interrogativi: quanto hanno fatto finora i paesi del Terzo Mondo? L’aiuto che si intende fornire è meritato oppure no?
Vi è infatti la tendenza ad aiutare popolazioni che hanno modi di vita simili ai propri; gli occidentali hanno aiutato prevalentemente chi parla la loro lingua e dimostra di volerne seguire lo stile di vita ed i paesi comunisti hanno fatto lo stesso.

Le reazioni dei destinatari
Per quanto riguarda la reazione dei destinatari all’aiuto si possono riscontrare tre dinamiche principali: la reazione all’aiuto come strumentalizzazione, l’aiuto come minaccia all’autostima e l’aiuto che porta alla creazione di un obbligo.
La prima è chiara: l’aiuto viene dato per progetti che gli occidentali hanno l’interesse a voler realizzare. Oppure spesso vengono donate “briciole” di benessere materiale di cui ci vogliamo liberare, i destinatari lo sanno e accettano.
Per quanto riguarda l’autostima va ricordato che chi riceve dichiara pubblicamente di non essere autosufficiente, ammettendo la superiorità del donatore. In casi estremi ricevere aiuto può provocare anche il risentimento dei destinatari, proprio perch‚ rende coscienti delle misere condizioni in cui si trovano. L’accettazione di aiuto umilia e crea la percezione che il beneficiato ha capacità inferiori. L’impossibilità di rifiutare aiuto può provocare crisi di identità e minacciare l’autostima delle popolazioni del Terzo Mondo, nonostante tutta la buona volontà dei cooperanti.
Si può affermare che ricevere aiuto mette il ricevente in situazione di riconoscenza verso il donatore, e ciò è sentito nei paesi di culture differenti più intensamente di quanto non lo sia in Occidente. Vengono toccati la dignità e l’orgoglio della persona che ha ricevuto l’aiuto.
Se una cooperazione basata su una relazione di aiuto unilaterale provoca dipendenza, disistima e perdita di identità, si propone una progettazione degli interventi che si fondi su una relazione di aiuto reciproca.
La formazione di cooperanti e volontari su questo nuovo modo di concepire la relazione d’aiuto potrebbe portare a risultati migliori nella conduzione degli interventi e nell’utilizzo dei finanziamenti. Se ciò accadesse la cooperazione non sarebbe più quella di oggi: sulla base di una rifondazione della relazione di aiuto si avrebbe anche un rinnovamento delle modalità di lavoro della cooperazione internazionale.
Secondo A. Chieregatti, docente di Psicologia all’università di Bologna, vi sono alcuni aspetti delle relazioni d’aiuto presenti nei rapporti interpersonali, come la spontaneità, il rispetto reciproco, la non ricerca del tornaconto, che possono essere utili spunti per un nuovo modello di aiuto da trasferire nel mondo delle relazioni internazionali.
La rivalutazione dell’alterità (l’altro inteso come il diverso, che porta arricchimento) può migliorare le relazioni tra appartenenti a culture differenti, riscoprendo la complessa rete di interdipendenze nella quale siamo inseriti.
Se, come conferma Latouche, nel mondo occidentale vi è l’egemonia dell’economia sugli altri settori, la relazione di aiuto che si realizza in questo contesto non può che essere una relazione economica, dove i paesi ricchi domineranno sempre su quelli poveri.
Ma la cooperazione ha la possibilità di passare da “insieme di strumenti per aiutare che ha bisogno” a strumento di collaborazione e di scambio.
Con l’apporto di altri universi culturali, si pensi alla concezione di relazione di aiuto nei paesi asiatici o africani, si pu• ipotizzare un modello di cooperazione decentrata, basata su iniziative di reciprocità
In questo contesto vanno collocate le modalità di lavoro che mirano a coinvolgimento delle popolazioni nei progetti di sviluppo, tramite il sostegno ai poteri locali.
Nella cooperazione in campo educativo esiste già una pratica che si muove in tal senso, definita strategia di appoggio istituzionale.

L’appoggio istituzionale
Nella definizione di S. Gandolfi “l’appoggio istituzionale mira a rafforzare le istituzioni locali e nazionali e a migliorare l’efficacia delle loro capacità di intervento. La sua motivazione principale è rendere progressivamente indipendenti gli attori nazionali, in modo che possano, con sforzi e risorse autonomi, gestire i propri programmi di sviluppo. La filosofia dell’appoggio istituzionale è quella di sostenere ciò che già esiste, di rispettare la cultura locale, il sistema di organizzazione e di gestione interna, di stimolare l’interazione fra settore privato e settore pubblico e di consolidare lo statuto delle istituzioni interessate”.
Poichè‚ l’appoggio istituzionale non rappresenta un’altra forma di esportazione di modelli occidentali, esso si adatta con flessibilità alla realtà istituzionale esistente, stimola l’impegno delle persone, le coordina, dà loro responsabilità, e crea una relazione contrattuale nella quale ogni partner può dare un contributo commisurato alle sue possibilità. Una tale strategia presuppone un cambiamento radicale di prospettiva perchè‚ cerca di tener conto di regole, procedure, metodi, specificità culturali propri di ciascuna comunità.
Alla base dei progetti vi è una negoziazione che prevede diritti e doveri da parte di ciascuno, fondata sul rispetto delle differenze culturali. Quando i fattori culturali non sono stati tenuti in considerazione si è avuto il fallimento dei progetti, sia perchè‚ trapiantati in un ambiente naturale e culturale inadatto sia perchè‚ hanno proposto agli attori sociali uno sviluppo inteso come crescita, progresso unidimensionale, e come tale inadatto alle società tradizionali.
L’appoggio internazionale è dunque una strategia particolarmente indicata per la progettazione e la conduzione degli interventi nelle istituzioni formative, un quanto sostiene il diritto dei popoli alla differenza e si basa sulla convinzione che per vivere ogni popolo ha bisogno di radici culturali. Se le società non occidentali vivono una situazione di alienazione culturale, le istituzioni di insegnamento sono impossibilitate a svolgere la loro funzione.
La cooperazione allo sviluppo non deve, quindi, introdurre sistemi educativi estranei alle culture o sostituirsi alle istituzioni politiche locali, ma deve instaurare una collaborazione paritetica con i paesi del Terzo Mondo, affinch‚ essi trovino nella loro cultura le strade per la risoluzione dei problemi.

6. Diversi, non inferiori

di Marco Grana

Tra cooperante e controparti vi è una distribuzione critica del potere, il primo è fonte di denaro, il secondo conosce la mappa della realtà. Le soluzioni dei latino-americani per i loro problemi sono sicuramente migliori…”. L’esperienza di un educatore che è partito con un progetto del Mlal di Verona per lavorare in Nicaragua.
Era l’agosto del 1990, un pomeriggio caldissimo, avevo passato la mattinata da solo senza pensare a niente in particolare; in quel periodo lavoravo come coordinatore di una ricerca epidemiologica, molto seria, importante e ben finanziata. Era una occupazione prestigiosa e remunerata come si deve.
Credo che sia di molti l’esperienza di un filo di inquietudine che coglie poco dopo l’adolescenza, una volta terminati studi e obblighi sociali vari (servizio di leva, per esempio), e che, una volta sentito il sapore dell’età adulta, porta molte persone a confrontare le passioni, le eresie, le speranze, il senso di giustizia di pochi anni prima, e ancora fresco nella propria coscienza, con il realismo che invece tende a imperare una volta presa la decisione di essere diventati grandi.
Quel giorno, forse a causa del caldo, forse di qualcos’altro, il realismo si fece per un attimo da parte, e quel filo di inquietudine ebbe il tempo di trasformarsi prima in pensiero e poi in progetto: perch‚ non darsi ancora un po’ di tempo per vedere il mondo, magari in un modo più interessante che da turista, in modo più approfondito e certamente più economico: perch‚ non provare a inserirsi in un progetto di cooperazione internazionale?
Dal progetto alla realizzazione passarono esattamente tre anni: uno per stabilire un contatto solido con una ONG (Mlal, Movimento laici america latina, di Verona), altri due di orientamento, selezione, e formazione. Questi tre anni furono la misura della motivazione, ovvero della solidità di quel filo di inquietudine, che resistette alla prova non solo del tempo, ma anche di un figlio che giunse nel frattempo e delle tante cose cominciate in Italia e quindi da interrompere, da me e dalla persona con cui condividevo il progetto.

L’esperienza del Mlal
L’orientamento fu una esperienza importante da molti punti di vista: non solo mi aiutò a fare la riflessione fondamentale sulle mie personali motivazioni (cosa che chi pensa di aiutare gli altri dovrebbe sempre fare con molta onestà), ma, grazie ad un atteggiamento di rara professionalità del Mlal, mi aprì la mente al grande universo della gruppalità e del lavoro di gruppo, cosa che, sia nell’esperienza che poi avrei fatto, sia in seguito sarebbe stata determinante. La selezione fu severa, sia dal punto di vista emotivo, sia dal punto di vista del funzionamento mentale e relazionale richiesto: si trattava di stare per tre giorni all’interno di un gruppo composto da altri undici candidati e due selezionatori, nel quale bisognava affrontare dei compiti (per esempio: quali competenze deve avere un volontario? Preparazione di un progetto di intervento,….) in una situazione del tutto destrutturata.
La formazione era costituita da incontri, sempre residenziali, sulla realtà socioeconomica, storica, e culturale dell’America Latina, sull’atteggiamento politico e pedagogico del Mlal, sulle tecniche e le strategie specifiche per i vari settori, nel mio caso l’educazione popolare, la comunicazione con le comunità e il territorio, i vari temi che investono i problemi di ordine sociosanitario, soprattutto nel settore materno infantile (che è uno di quelli selezionati in genere per gli interventi di cooperazione). I contenuti della formazione erano di buona qualità, molta attenzione era dedicata alle metodologie didattiche; ma al termine di ogni seminario la cosa più importante era sempre l’intreccio con i percorsi umani degli altri candidati, alcuni ex-cooperanti o ex-volontari, altri alla prima esperienza come me: da un lato si andava a definire con sempre maggior chiarezza e precisione delle aspettative rispetto alla realtà che avremmo incontrato, dall’altro lato si andava formando una identità di volontario-internazionale, o meglio del volontario internazionale del Mlal. Solo questa esperienza era ricca e importante.
Il Mlal aveva una connotazione politica pronunciata: in Italia era individuabile come l’incontro tra il settore critico e di base della chiesa cattolica, e il settore radicale e impegnato della sinistra, in particolare del PCI. Forte e chiara era la connotazione latinamericana: il Mlal era collegato a doppio filo, attraverso persone, idee e fatti, alle comunità di base della teologia della liberazione. Non a caso la storia del Mlal è la storia di un gruppo missionario della diocesi di Verona che, ad un certo punto, più di una ventina d’anni fa, sulla base di una profonda riflessione critica e autocritica, decide di far nascere una realtà di missionariato laico a tutti gli effetti.
Questi due anni furono anni di frequenti spostamenti a Verona, a Brescia, a Vicenza, cioè nei luoghi di svolgimento degli incontri (si trattava sopratutto di conventi e seminari), senza avere mai la certezza che l’effettiva partenza si sarebbe mai realizzata, perch‚ i primi anni ’90 furono gli anni della grande crisi della cooperazione italiana, durante la quale molte ONG storiche finirono strangolate dall’assenza o dai ritardi dei finanziamenti, e comunque tutte dovettero ridurre drasticamente le partenze.

La partenza per il Nicaragua
L’abbinamento al progetto avvenne nella primavera del ’93, dalle prime notizie si trattava di andare in Nicaragua all’interno di un progetto di salute materno-infantile in qualità di operatore sociale e sociologo, a lavorare nella formazione di educatori sanitari e nella produzione di materiali didattici.
La partenza era prevista per l’estate, e in quei mesi mi parve logico approfondire il progetto, quello approvato dal ministero, e studiare tutto il materiale possibile relativo ai compiti che mi si chiedeva di svolgere. A Verona feci il corso intensivo di spagnolo, ricevetti un’altra dose di formazione, specifica per i volontari in partenza. Anche in questo caso il fatto realmente più importante era condividere con altri l’esperienza di quel particolarissimo momento. Ricordo con grande affetto altre famiglie in partenza per il Perù, in un progetto di lavoro con bambini di strada, una infermiera, schizzinosa e igienista, che avrebbe passato due anni della sua vita in mezzo alla foresta amazzonica con un gruppo di indios, dove si sarebbe potuta nutrire solo di gamberetti di fiume, e ad un giorno di barca dal primo avamposto di civiltà; ricordo anche un sindacalista della CGIL in crisi con la sua organizzazione, che stava per andare in Cile a offrire know how e a sostenere le prime forme di organizzazione sindacale dei minatori cileni, e un agronomo sardo che stava per andarsene in Venezuela con la moglie boliviana conosciuta e sposata in un precedente viaggio di cooperazione.
Partire voleva dire, tra le altre cose, preparare una quantità inimmaginabile di documenti (tra cui la dichiarazione di uno psichiatra di sanità mentale), affidare la casa a qualcuno, chiedere (e fortunatamente ottenere) l’aspettativa dal lavoro, salutare gli amici e i familiari, sospendere tutti i progetti e le fantasie legate all’Italia, e vivere il disorientamento di non poter ancora sostituirle con progetti e fantasie legate all’altrove in cui si sta per andare, perch‚ Š questo stesso altrove ad essere un progetto o una fantasia. Vivere, quindi, uno spaesamento.
All’aeroporto di Managua fummo accolti dai nostri colleghi, il capo progetto, il coordinatore del Mlal in Nicaragua, l’ostetrica con cui avrei lavorato. La sensazione di avere la necessità di un cordone ombelicale a cui aggrapparsi, dopo venti ore di viaggio con un bimbo di un anno, era fortissima, e avevamo talmente bisogno di essere rassicurati da quelle persone che non avevamo mai visto prima, che tutte ci davano un senso fortissimo di familiarità: erano sconosciuti di cui avevamo bisogno come di fratelli.
Il viaggio in auto dall’aeroporto all’albergo che ci avrebbe ospitati per i primi tre giorni non fu traumatico solo perch‚ ci era già capitato di sbarcare in una capitale latinamericana.
Ma Managua, come tante altre capitali di paesi poveri, è veramente l’immagine dello scandalo e dell’ingiustizia storica e antropologica in cui versa il pianeta. Managua porta intatti i segni del terremoto del ’72, dei bombardamenti aerei ordinati da Somoza nel ’78, e della povertà e della violenza delle politiche di “aggiustamento strutturale” imposte dal Banco Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ai paesi latinoamericani dall’epoca di Reagan.
Dunque al primo momento il sentimento più forte fu la dipendenza dai nostri compagni del Mlal, il senso di pericolo e precarietà nell’ambientamento a Managua, il senso di abbandono rispetto a tutte le nostre abitudini, alle nostre certezze, al nostro paesaggio.
A Managua da ogni punto della città si vede l’orizzonte, non esistono indirizzi, ma, come in quasi tutta l’America Latina, per trovare un recapito è necessario avere un punto di riferimento specifico (un monumento, una chiesa, una piazza) e da questa contare gli isolati (cuadras) orientandosi con i punti cardinali (o, per esempio, proprio a Managua, un lago, o il mare, o una montagna).
Per esempio un recapito può essere cos: de la catedral de S.Ilario dos cuadras abajo y tres al lago).
All’arrivo ci sentivamo deboli e fragili, la razionalità, la progettualità in quel momento non contavano niente, contava moltissimo essere in compagnia di persone rassicuranti.
Dopo tre giorni arrivammo a Leon, la città dove avrei lavorato, fummo accompagnati nella casa che avevano preparato per noi, nel giro di un paio di settimane avrei dovuto migliorare il mio spagnolo e poi, dopo qualche altra settimana avrei potuto cominciare e pensare al progetto vero e proprio.
In qualche giorno ci ambientammo (nel senso che cominciavamo a capire dove comprare il latte o la verdura, o come si prendevano gli autobus e come si faceva per pagare il biglietto, come erano organizzati i tragitti), e scoprimmo la straordinaria importanza che assumeva per noi la relazione col vicinato (si, proprio i vari vicini di casa, che non erano colleghi del progetto, ma famiglie nicaraguensi), anche a causa del nostro bimbo di un anno per il quale desideravamo che potesse giocare con altri bimbi, ma non solo per questo.

Si inizia a lavorare
Dopo la fatica del viaggio, dopo il profondo disorientamento subito in quelle primissime settimane, appena arrivato un attimo di calma, cresceva il desiderio di fare, cioŠ di cominciare a lavorare mantenendo fede al progetto che mi era stato presentato in Italia. Naturalmente la cosa più grande era la voglia di mettersi in gioco e iniziare.
Così, in questo stato fui presentato alla controparte: il vicecoordinatore del Movimiento Comunal di Leon e il direttore del Ministerio de Salud di Leon. Il Movimiento Comunal è una organizzazione volontaria che aveva avuto un ruolo fondamentale sia durante la rivoluzione sandinista, sia durante il decennio di governo sandinista, era considerata la base militante, ma in realtà, da subito dopo la sconfitta elettorale era composto anche da volontari di altre provenienze politiche. Si occupava di vertenze relative alla proprietà della terra e della casa (problema storico fondamentale del Nicaragua legato al passaggio da Somoza ai sandinisti prima, e da Ortega alla Chamorro poi), relative all’allacciamento degli acquedotti, delle linee elettriche e telefoniche negli insediamenti occupati, e si occupava anche di educazione sanitaria. Per quanto riguarda il Ministerio di Salud, il Nicaragua, su indicazione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), si è organizzato in modo decentrato, quindi la mia controparte era paragonabile ad una nostra AUSL.
Il primo elemento degno di nota è dunque il seguente: il volontario internazionale appena giunto sul posto (nella fattispecie, io) viene presentato e ha come interlocutori le massime cariche sanitarie e sociali della seconda città del Nicaragua.
Dopo pochi giorni venni presentato ai promotores de salud (gli educatori sanitari) che avrei dovuto formare alle metodologie didattiche e di comunicazione,e insieme ai quali avrei dovuto produrre materiali didattici. Parlando con loro mi resi conto che non avevano una minima idea del progetto (quello scritto, stilato dai dirigenti del Movimiento Comunal insieme a quelli del Mlal e ai volontari che precedentemente avevano lavorato l), non avevano la minima idea di che cosa ci stessi a fare io in quella situazione, erano però gentili, spaventosamente accondiscendenti, davano per scontato che sarei stato per molto tempo con loro, e si dimostravano desiderosi di imparare da me qualunque cosa avessi voluto insegnargli.
Così ebbi la curiosità di approfondire la storia del progetto in sé: non la storia della sua realizzazione (che non era ancora avvenuta), ma quella della sua formulazione e approvazione.
Ecco com’era andata (più o meno): durante il decennio sandinista il Mlal si era distinto in Nicaragua per l’eccellente rapporto col Frente, i suoi volontari lavoravano dentro i ministeri a Managua e svolgevano mansioni importanti (l’informatizzazione di alcuni ministeri, per esempio), i volontari Mlal in Nicaragua erano stati fino a trentacinque. Con la vittoria della Chamorro, le cose cambiarono, il Frente perse molta della sua capacità di mantenere relazioni con la cooperazione, e, anche a causa della crisi italiana, la presenza del Mlal declinò rapidamente.
Ad ogni modo, nell’89 il Mlal decise di mantenere impegni strategici, e quindi puntò tutto sul Movimiento Comunal che rappresentava certamente la parte più sana e dalle prospettive migliori del movimento sandinista. Così, nel ’90 il Mlal presentò un progetto di sostegno complessivo al Movimiento Comunal in tutto il Nicaragua del valore di 1.000.000 di dollari, che prevedeva interventi in tre città diverse (Managua, Matagalpa, Leon) su diversi settori: edilizia, salute materno-infantile, educazione popolare. La filosofia era quella di sostenere un processo di autorganizzazione e autopromozione su larga scala, che stava allora cominciando.
Nel 1993 il progetto terminò l’iter previsto dal ministero degli Affari Esteri, e venne finanziato per meno di un quarto. In quegli anni intanto l’autorganizzazione aveva fatto alcuni passi: in alcuni casi positivi, in altri semplicemente di dissoluzione dei soggetti con i quali si era costruito il progetto. Immediatamente il Mlal selezionò le parti di progetto che si potevano realizzare con quel finanziamento e con i soggetti rimasti in campo, e cominciò a cercare il personale previsto: un epidemiologo, un pediatra, un infermiere. Dopo diversi mesi l’epidemiologo non saltava fuori, e in Italia c’era un sociologo, che aveva esperienza di ricerca epidemiologica, che stava aspettando di partire, in più nel progetto originale era richiesto un operatore sociale che si doveva occupare del settore edile. Il settore edile non c’era più, ma la figura poteva ancora venire buona, così in Nicaragua arrivai io. Non ero un epidemiologo ma ero in grado di lavorare sulle metodologie didattiche e di comunicazione con i promotores. Il problema era che i promotores stavano aspettando un medico. Per la cronaca neanche il pediatra si trovò, e giunse al suo posto una neuropsichiatra, e l’infermiere fu vantaggiosamente sostituito da una ostetrica.
Sta di fatto, che giunto sul posto mi resi conto che in tutti i modi il progetto era da rielaborare.
Ma con chi? E perché?
Questa situazione e queste domande fanno parte del 99% delle storie dei volontari e dei cooperanti, non solo italiani, ma di tutti i paesi che fanno cooperazione.

Le motivazioni di un volontario
Nel mio caso decisi di partire dal basso: mi misi al livello dei promotores, in ufficio con loro, a passare il tempo seguendoli nei loro talleres (seminari), e con loro cercai di identificare dei bisogni formativi, o più semplicemente il tipo di contributo che potevo offrirgli.
Ma la domanda relativa al “Perchè‚” era più difficile da rispondere. Il perch‚ dei soldi che guadagnavo (mille dollari al mese, compresi i familiari a carico) era il progetto, al limite la domanda già espressa dalla controparte, ma qual’era il senso di accordarmi con la controparte rispetto a dei bisogni o delle domande che potevano essere espresse fondamentalmente in relazione a me, quasi per gratificarmi?
Ecco allora, in quella fase, assumere una importanza fondamentale la coscienza che quella esperienza era una esperienza di conoscenza prima che di aiuto, di curiosità esistenziale, di solidarietà sì, ma non nei confronti di un popolo svantaggiato, in via di sviluppo, no, era una solidarietà diretta a esseri umani diversi, con i quali confrontarsi, scambiare qualcosa, con i quali fare insieme un po’ di strada. Va pagata dallo stato questo tipo di solidarietà? Non lo so, più avanti, forse, ci sarà qualche elemento in più per rispondere.
Questo periodo durò circa tre mesi (ricordavo l’insegnamento di un ex che diceva: per tutto il primo anno il volontario dovrebbe starsene zitto zitto e buono buono, far niente e guardare solo), da una parte c’era il timore e l’ansia di non aver nulla da fare lì, dall’altra finalmente ero nella condizione di soddisfare il mio desiderio di conoscere: andavo nei villaggi rurali, parlavo con persone che vivevano in capanne, scoprivo la dignità di un popolo, la distanza abissale che c’è tra la nostra idea di povertà, o via di sviluppo, e il gusto di vivere, il senso della festa, che è qualcosa che in Occidente si è completamente perso, scoprivo la straordinaria capacità di tirare avanti senza soldi, vidi l’economia del baratto (el troque), mi abituai ai buoi e gli asini per strada, cominciai ad accettare che la gente si relazionasse con me solo nella speranza di ottenere qualcosa (soldi sostanzialmente) e intanto qualcuno, dei più conosciuti finalmente cominciava a riorientare le sue aspettative nei miei confronti.
Decisi comunque che non avrei fatto niente di niente fino a quando non mi fosse esplicitamente richiesto da qualcuno della controparte. La mia decisione era rischiosa, in teoria avrei potuto stare senza far niente per due anni. D’altra parte mille volontari intorno a me si arrabattavano a inventarsi attività e occupazioni importantissime e fondamentali che servivano solo a placare la loro disperazione per quel senso di girare a vuoto di cui subito avevo avvertito la vertigine.
E questo problema ce lo avevano proprio quelli che concepivano il loro volontariato come aiuto, non essendo capaci di accettare qualcosa in cambio da quella esperienza.
Nel frattempo, seguendo il consiglio che mi era stato dato da due o tre persone (tra cui una pedagogista brasiliana che lavora in Italia), avevo iniziato a fare un lavoro di analisi del Movimiento Comunal dal punto di vista della sua organizzazione: lo avrei proposto ad una rivista italiana su richiesta di un suo redattore.
Finalmente, forse incuriositi dal fatto che mi vedevano scrivere al computer tutti i giorni qualcosa di ignoto, a cui ogni tanto i dirigenti davano un’occhiata veloce, i promotores mi chiesero di aiutarli su problemi specifici: il modo di impostare un seminario, come coinvolgere i partecipanti, che quantità di informazioni dare, come darle, come organizzare i tempi, come sistematizzare il lavoro, come utilizzare i cartelloni. Allo stesso tempo la direttrice di uno dei tre distretti sanitari della città, che mi conosceva indirettamente attraverso una cooperante austriaca, mi chiese di tenere un corso di relazioni umane per il personale a causa di problemi nel rapporto con i pazienti nelle zone rurali.
Nel primo caso, insieme ai promotores stessi organizzai alcuni seminari (sia di formazione, rivolti a loro, sia di educazione sanitaria, col loro, ma rivolti direttamente alle popolazioni), mentre con la direttrice del distretto sanitario vi fu una vera e propria contrattazione formativa nella quali io proposi di organizzare e condurre una serie di incontri tra personale sanitario (medici e infermieri) e popolazioni (gli abitanti dei villaggi); e dove, alla fine, decidemmo di organizzare prima gli incontri di preparazione tra medici e infermieri, e poi in un secondo momento quelli con le popolazioni. L’approccio sarebbe stato quello della ricerca-intervento.
L’aspetto più importante di questa fase, che mi confort• profondamente, era dato dal fatto che se esisteva un clima nel quale poteva aver senso un contrattazione, allora quella era la prova che nei miei confronti vi era una domanda di competenze e non semplicemente un riflesso automatico di lusinga al ricco straniero portatore di dollari.
A quel punto, gli stessi dirigenti delle due parti, quelli che mi erano stati presentati all’inizio, mi chiesero di collaborare per migliorare la qualità del coordinamento tra gli operatori ministeriali e quelli dei volontari (e questo era un altro degli obiettivi del progetto originale), e cos organizzammo un grosso seminario (di circa un centinaio di persone) sul problema, al quale partecipò il grosso del numero delle persone interessate.
Il mio lavoro di analisi dell’organizzazione proseguiva, e man mano che andava avanti l’interesse dei dirigenti verso quel lavoro cresceva. Passati altri cinque o sei mesi mi chiesero un maggior impegno come consulente dell’organizzazione su problemi più interni connessi alle dinamiche della leadership.
Di fronte a tutte queste persone, promotores, medici, infermieri, dirigenti del Movimiento Comunal, con le quali ero finalmente riuscito a stabilire una relazione di lavoro seria e reciprocamente capace di critica, ebbi la possibilità di rendermi conto della complessità del tipo di situazione che si crea tra il cooperante e le sue controparti, cercherò di esporle in forma schematica, avvertendo che si tratta di un modo molto sintetico di comunicare qualcosa di elaborato con l’esperienza, la riflessione e la discussione con altri, ma soprattutto con molta fatica, sofferenza e anche qualche soddisfazione.

Quale relazione di aiuto tra cooperante e controparte
– Tra cooperante e controparti vi è una distribuzione critica del potere: il cooperante è fonte di denaro e di risorse materiali, qualche volta anche di competenze, la controparte conosce la mappa di realtà, domina il territorio, in senso concreto e in senso metaforico. Alle controparti interessa il denaro, al cooperante interessa, in genere, far vedere quanto è utile agli altri, la situazione che si crea, di conseguenza, è di grande precarietà.
– Le società tradizionalistiche, come quelle latinoamericane, si muovo all’interno di una realtà in cui le competenze più importanti sono la memoria e la conoscenza specifica di tecniche cose e persone, noi occidentali, invece, siamo abituati a concepire il lavoro in termini di astrazione, e definizione di funzioni aspecifiche. Il concetto di ruolo è difficilmente concepibile da un latinoamericano, cos come non ha molto senso parlare di metodologie, quando data la particolarità del contesto latinoamericano è possibile al massimo riflettere su qualche abitudine.
Deve essere chiaro, che non sto parlando di una supposta inferiorità dei latinamericani: i latinamericani non sono in via di sviluppo, essi sono già sviluppatissimi, come tutti gli altri, solo che sono sviluppati in modo differente, probabilmente la causa della diversità va cercata nella storia, nelle caratteristiche ambientali, nell’attuale organizzazione sociopolitica mondiale, ma è di diversità che stiamo parlando, e non di inferiorità; in genere, diciamo quasi sempre, le soluzioni che i latinamericani trovano per i loro problemi sono migliori di quelle che può trovare un occidentale proiettato l dalla sua voglia di aiutare, il problema è che quest’ultimo dispone delle risorse economiche, il latinoamericano no.
– In linea di principio il cooperante può avere qualcosa da insegnare alle sue controparti, può anche essere utile, ma la condizione perchè‚ lo possa fare è che apprenda da loro almeno altrettanto, e che si renda conto che il suo compito non può essere di incidere sulla realtà locale a prescindere da quello che la realtà locale gli dice o gli chiede;
– Detto tutto questo, l’esperienza di collaborazione tra un italiano, europeo occidentale ricco, e un nicaraguense, latinoamericano tradizionalista povero, è meravigliosa, formativa, e comunque di straordinaria umanità.

La fine di un progetto
Dopo sette-otto mesi avevo finalmente trovato una collocazione gratificante; fui scelto dal Mlal come capoprogetto, dal momento che quello precedente era rientrato in Italia.
Il lavoro andava bene, e il Nicaragua è un paese centramericano caratterizzato da due oceani, laghi e vulcani, bellissimo da visitare nelle condizioni di vantaggio nelle quali noi ci trovavamo in quanto ricchi stranieri, potendo disporre di buoni mezzi di trasporto e amici locali e che ci consigliavano le situazioni più interessanti. In quel periodo però per due volte fummo visitati dai ladri, e la seconda ci rendemmo conto che facevano sul serio dal momento che non fuggirono di fronte ai colpi di pistola di un vicino (noi eravamo in casa, e loro nel nostro patio). Il Nicaragua, d’altra parte, con tutta la sua bellezza, è un paese che viene da vent’anni di guerra, e le armi che circolano ancora sono pari alla quantità di violenza. Un giorno, di ritorno da una gita al mare, un individuo in divisa militare, ci sparò addosso con un AKA (il famoso kalashnikov) e con un arma che serviva a sfondare i blindati, per fortuna non ci colpì, ma la paura fu tanta, non saremmo stati certo i primi cooperanti a subire gravi conseguenze per quella situazione. Scoprimmo poi che l’individuo era un giovane con problemi psichiatrici in preda ad una crisi di panico, gli furono tolte le armi e la divisa, e al padre fu raccomandato di stare più attento al figlio.
La situazione ambientale era dunque complessa, ma ancora più complessa era la situazione della cooperazione: i finanziamenti che dovevano servire a sostenere il nostro progetto (per pagare il personale locale, gli strumenti medico-sanitari, altre cose) non arrivavano, e dai fondi circolanti si riuscivano a ottenere solo gli stipendi per i volontari.
La cosa per me era piuttosto imbarazzante, perch‚ man mano che si andava avanti il paradosso emergeva con sempre maggiore chiarezza: nessuno metteva in discussione i nostri stipendi, ma noi stavamo lì e un po’ alla volta il progetto rallentava, fino ad essere vicino a fermarsi, tranne che relativamente ai nostri compiti, che però, almeno teoricamente, dovevano procedere insieme a quelli del personale locale.
Queste due questioni, messe insieme al fatto che aspettavamo il secondo figlio, ci fecero decidere che dopo un anno di cooperazione potevamo anche tornare a casa.
A casa scoprimmo tre cose:
1) eravamo cambiati, non eravamo più le persone che erano partite, 2) il cambiamento era irreversibile: noi non eravamo più italiani o europei semplicemente come lo eravamo stati prima, né‚ certamente eravamo diventati latinamericani. Non lo saremmo più stati, l’essere entrati in contatto con l’altro di un altra cultura ci aveva come disincantati rispetto all’appartenenza culturale, 3) la nostra esperienza era incomunicabile (tranne che agli altri volontari rientrati), non solo sapevamo di non poterla spiegare, ma, soprattutto, a nessuno interessava.
Rispetto a quest’ultimo punto capimmo di aver operato una sorta di tradimento affettivo e culturale nei confronti delle persone che ci erano vicine, e al ritorno eravamo trattati come traditori (questa è un’iperbole, s’intende).
La mia analisi organizzativa del Movimiento Comunal venne pubblicata in Italia, ma soprattutto fu utilizzata dal Movimiento Comunal per rileggersi e rivedersi da un punto di vista esterno, e questa fu una grossa gratificazione.
La ricchezza più grande che ci è rimasta di quella esperienza sono state comunque le persone, le voci, gli sguardi, gli odori, i gesti, l’intelligenza, l’umorismo, la tristezza e la gioia, la povertà, la disperazione, la rabbia, il coraggio, la forza, il merengue, le processioni, il sapore dei cibi, lo spirito rivoluzionario, la retorica rivoluzionaria, la dignità di un popolo.

5. Educare e cooperare

di Nicola Rabbi

Da una parte l’opera, il lavoro sociale svolto dall’educatore, dall’altra l’intervento educativo, formativo dei cooperatori che lavorano in varie parti del mondo, nei paesi poveri. Tra queste due condizioni abbiamo cercato di intrecciare un discorso che riguarda le motivazioni delle persone coinvolte, la relazione di aiuto che si instaura a livelli diversi, la necessità di superare vecchi stereotipi culturali.
La relazione di aiuto che si instaura tra un operatore sociale e l’altro (un disabile, o un qualsiasi individuo in una situazione di svantaggio) cosa ha un comune con la relazione di aiuto che lega un cooperatore con la controparte? Sono la medesima cosa? O possono essere solo paragonate? Perchè‚ una persona decide di partire e perchè‚ lavora nel sociale?
Abbiamo cercato di rispondere a queste domande con due interventi che affrontano da una diversa prospettiva le medesime questioni. Nel primo articolo un educatore racconta la propria esperienza di cooperazione nel Nicaragua che lo porta a fare i conti con le proprie motivazioni che lo hanno indotto a partire e sul senso della relazione che ha instaurato con gli abitanti del luogo; una relazione di aiuto che si trasforma in un’esperienza di conoscenza che lo porta, come spesso accade quando si incontra la diversità radicale, ad un cambiamento profondo e non comunicabile a chi non lo ha vissuto.
Chi da e chi riceve in una relazione di aiuto? E che cosa si riceve e che cosa si da? Con queste domande potrebbe essere riassunto il secondo contributo scritto da un’educatrice che ha lavorato all’interno di un progetto di formazione all’università di Phnom Pen in Cambogia. L’idea di relazione di aiuto tra cooperatore e controparte molte volte si basa su un modello culturale che vede una parte che da e una che semplicemente riceve, a discapito di quest’ultima che viene svilita; di qui la proposta di superare queste relazioni a senso unico per valorizzare la ricchezza che anche l’altro ha.
E questo vale solo per la cooperazione internazionale?

4. L’arredatore dei sogni

Riportiamo di seguito due capitoli tratti dal romanzo “Le tre chiavi” di Paolo Fallai, edizioni Junior Mondadori, di prossima pubblicazione.

Mio padre fa lo scenografo perchè‚ non è riuscito a fare il pittore. O meglio, questo è quello che mi ha raccontato lui quando ho cercato di capire perchè‚ gli altri padri la mattina andavano tutti a lavorare e lui dormiva.
Io ancora non ho capito che razza di lavoro sia, ma è certo che mio padre si diverte moltissimo.
Quando qualche regista vuole mettere in scena una commedia oppure deve girare un film, chiamano mio padre. Lui fa un sacco di disegni, costruisce dei modellini bellissimi che non si possono toccare sennò sono guai. E, alla fine, quello che lui ha pensato viene costruito in grande nel teatro oppure sul set.
L’ultima volta che mi ha portato in teatro e ho visto su tutto il palcoscenico la versione gigante della casetta che aveva costruito nel suo studio, ho pensato che era veramente straforte.
Era tutto uguale: le pareti, i quadri, il tavolo, il divano, perfino la poltrona a fiori nell’angolo. A casa per foderare il modellino avevamo tagliato, senza farci vedere, la gonna di una vecchia bambola di mamma. In teatro ho avuto i brividi: per foderare la poltrona grande dovevano aver distrutto mille bambole.
La sera della prima dello spettacolo eravamo tutti vestiti benissimo. Mio padre aveva perfino una cravatta e infatti non la smetteva un minuto di toccarsi il collo. Mia madre era bellissima.
Lo spettacolo era di una noia spaziale. Sulla poltrona a fiori si saranno seduti s e no due volte. Non ho capito molto di quello che dicevano.
Gli spettacoli – dice lui – sono come i sogni. Non sempre si deve capire tutto.
Qualche giorno dopo mia madre mi ha portato in visita a casa di una delle attrici. Non è stata zitta un attimo, insomma, una petula supermaxi. C’era una gran confusione in quell’appartamento con un tipo che continuava a tirare fuori stoffe e disegni.
– Vede, signora, per le tende userei questi colori pastello…
– Ma sì, ma s, eravamo già d’accordo – rispondeva quella, antipatica come una talpa arrabbiata – non vede che ho ospiti. Ma che carino questo bambino.
Avrei ringhiato volentieri.
Finito lo strazio chiesi a mia madre:
– Chi era quel signore?
– L’arredatore.
– E cioè?
– Vedi, la nostra amica ha deciso di cambiare i mobili, le tende, i tappeti della sua casa e l’arredatore è un signore che la consiglia nelle scelte.
Fu un’illuminazione. Finalmente sapevo cosa dire a scuola a quell’antipatico di Lorenzo che c’ha il padre giornalista e non fa che vantarsene.
– Mio padre scrive sul giornale e il tuo?
– Il mio fa l’arredatore dei sogni.

Perché
– Perchè‚ hanno arrestato papà?
Mia madre era appena tornata e le avevo lasciato il tempo di mandare Rosetta a casa e la nonna a riposarsi gli occhi gonfi. Anche la mamma, per la verità aveva la faccia tutta rossa. Ma se c’è una domanda lei ha una risposta. Spesso le risposte arrivano prima delle domande. Non questa volta.
– Perchè‚ hanno arrestato papà?
– Non lo so, Andrea. Sono stata fino ad ora con il nostro avvocato. Sicuramente è un errore. Devi stare tranquillo.
– Ma lui dov’è adesso?
– Alla caserma dei carabinieri.
– In televisione hanno parlato di una truffa.
– Hanno già dato la notizia?
– In tre telegiornali.
– Non devi essere triste – disse mia madre con gli occhi velati.
– Non sono triste, voglio capire se è un imbroglione.
– Andrea! Non parlare di tuo padre in questo modo.
– Ma lo dice il vocabolario… insomma…
– Insomma non è il momento di dire queste cose. Non hai fiducia in lui? Cosa penserebbe se ti sentisse parlare così?
– Ma che ha fatto?
– Non lo so. Quindi ora l’unica cosa che possiamo fare è andare avanti. Fare tutte le cose che dobbiamo fare, compresi i tuoi compiti. Domani telefonerà a scuola per dire che starai a casa qualche giorno e mi farà dire dai professori cosa devi fare per non rimanere indietro con il programma.
– Ma papà…
– L’avvocato sta già lavorando perchè‚ papà torni a casa.
Il tono era di quelli che non ammettono repliche.

1. Gli insegnanti di Handimatica

di Fabio Casadei

Si è svolta recentemente a Bologna, una mezza giornata seminariale dal titolo “La tecnologia per favorire l’integrazione scolastica: la formazione dei docenti”. Il convegno rientrava nell’ambito di “Handimatica”, la grande manifestazione nazionale sulle tecnologie avanzate, l’informatica, la telematica e l’elettronica per l’integrazione delle persone disabili nel mondo della scuola, del lavoro e della vita indipendente. Organizzata dall’ASPHI, l’Associazione per lo Sviluppo di Progetti Informatici per gli Handicappati, “Handimatica” si è proposta non solo di far conoscere le soluzioni hardware e software e i servizi esistenti a fronte delle diverse disabilità, ma anche di permettere il confronto sulle problematiche e sulle soluzioni emergenti in questo settore. È tenendo ben presente questo obiettivo che il convegno, nell’affrontare i suoi molteplici temi, è voluto partire da esperienze reali e concrete, che sono stare illustrate da esponenti del mondo scolastico e politico.
Il tema del perseguimento di una reale integrazione dei disabili attraverso il ricorso agli ausili informatici è stato il filo conduttore di tutto il convegno, che ha avuto il merito di mettere in luce come la formazione dei docenti dia punto di partenza imprescindibile di tutto ciò. Essa, in particolare, deve diventare la base di un nuovo modo di vivere e gestire l’handicap da parte delle istituzioni scolastiche, che consista nel ricomprendere il concetto di una didattica del sostegno all’interno dell’idea di una didattica della normalità Tutto questo, infatti, può essere favorito dal supporto dei nuovi strumenti informatici, che sono in grado di esercitare, sulle tradizionali metodologie di lavoro, un’influenza decisiva a favore della strategia di integrazione dei disabili. Rimane impensabile, però, che un cambiamento culturale di questa portata possa essere realizzato senza la piena condivisione e il convinto sostegno della maggioranza del corpo docente.

Il progetti Multimed
Sesto Vigiani, Ispettore del ministero della Pubblica Istruzione, ha voluto mettere l’accento sulle opportunità offerte ai disabili dalla multimedialità  e dalle reti di comunicazione nel sistema scolastico italiano. Vigiani ha precisato, innanzitutto, che queste opportunità possono essere colte da tutti i disabili, indipendentemente dal grado di quest’ultimo. Si pensi, in particolare, al campo della prevenzione dei ritardi nello sviluppo o nell’apprendimento. Se con un maggiore utilizzo didattico delle tecnologie informatiche si arrivasse a contrastare la tendenza alla moltiplicazione progressiva dei bambini affetti da questi ritardi dalle classi elementari a quelle medie, ecco che la forbice tra didattica di sostegno e didattica normale comincerebbe di per sè a ridursi. Una seconda e ben più drastica riduzione, però, è quella che ci si aspetta dall’introduzione quotidiana dell’informatica nella metodologia scolastica. Introduzione quotidiana significa, in primo luogo, portare l’informatica in scuole che non siano solo tecniche o professionali e, in secondo luogo, superare il concetto di laboratorio attraverso la creazione di aule multimediali per la didattica. E proprio questi sono i punti innovativi del progetto Multimed messo in cantiere dal ministero della Pubblica Istruzione. Questo progetto, infatti, che interessa 160 scuole di ogni ordine e tipo in 20 città, si propone la creazione di aule multimediali che costituiscano qualcosa di diverso dai soliti laboratori e il cui accesso viene regolato da specifici addetti muniti di apposita chiave. Il ruolo del tecnico di informatica, in particolare, viene assunto da un docente per ogni scuola coinvolta, il quale, mantenendo agli occhi dei suoi colleghi il carattere di insegnante, viene formato come futuro tutor per il resto del corpo docente di quella scuola. È chiaro che un’impostazione di questo genere implica, da parte degli insegnanti, un ripensamento di tutta la loro attività didattica attraverso un uso in prima persona del computer, che smette cos i panni di ausilio necessario solo a superare il disagio dell’handicap. A questo proposito due sono gli scalini da superare perch‚ si possa un giorno decretare il successo di Multimed: la disponibilità dei docenti a rivedere il loro modo di lavorare e la loro alfabetizzazione. Per quanto riguarda il primo aspetto, c’è da sottolineare come l’uso del computer, dilatando i tempi di una lezione normale, comporta concetti essenziali di apprendimento. Per quanto riguarda il secondo aspetto, in ogni scuola si prevede l’installazione di due postazioni destinate esclusivamente alla formazione del corpo docente, ossia del tutor e degli insegnanti da questi coinvolti. La ratio è chiara: pensare alla formazione dei docenti prima ancora che al loro successivo impiego, in maniera tale che nessun finanziamento venga elargito senza una chiara dimostrazione di competenza effettiva. La stessa introduzione di aule multimediali al posto di laboratori, del resto, è tesa ad evitare una sottoutilizzazione delle strutture informatiche, che possono tutte essere impiegate per un’attività didattica ordinaria. Niente sprechi, quindi, e la regola dei tre terzi per le cifre stanziate: un terzo serve all’acquisto delle macchine, un terzo a quello dei software e un terzo alla formazione dei docenti. Solo in seguito a quest’ultima, perciò, verrà dato il via libero definitivo al finanziamento dei progetti di sviluppo che hanno l’obiettivo di coinvolgere 15.000 scuole nei prossimi 3 anni. Anche qui attenzione però: la selezione degli istituti avverrà a livello provinciale sulla base della disponibilità dimostrata dagli stessi a servirsi degli ausili informatici per la formazione dei docenti e l’attività  didattica. Devono essere le scuole, quindi, a proporsi e a dimostrare cos la loro propensione verso una didattica del quotidiano che, abbracciando tutta la loro organizzazione, abbia di mira l’integrazione di competenze, strumenti, elementi organizzativi e organizzatori della didattica.

Il Fondo sociale europeo
Grazie al Fondo sociale europeo l’Italia ha potuto elaborare il progetto Cigno che ha l’obiettivo di favorire l’integrazione dei giovani disabili sul mercato del lavoro nelle aree depresse del meridione. Anche in questo caso, però, la via dell’integrazione passa attraverso la formazione e non l’assistenza, dal momento che il progetto Cigno, consiste in un pacchetto multimediale che parte dai bisogni dei docenti, spesso afflitti da deficit in materia di terminologia clinica che impediscono loro di venire a conoscenza delle capacità residuali dei disabili. Il fiore all’occhiello di questo pacchetto multimediale è costituito da un software interattivo che consente di ricevere informazioni su come gestire una classe nella quale sono presenti ragazzi handicappati. La formazione, in questo caso, non è rivolta a modificare il modo di fare scuola, ma a migliorarlo in relazione alle esigenze di questi ultimi. I docenti, infatti, necessitano di strumenti in grado di agevolarli nel favorire l’inserimento dei giovani disabili nel ciclo lavorativo.

La rete dei centri di documentazione
L’esigenza di una riorganizzazione delle conoscenze di campo già acquisite è presente, inoltre, nell’esperienza dei centri di documentazione. I risultati prodotti da questi centri di servizio territoriale nel settore dell’handicap sono stati ricordati da Patrizia Ghedini, dell’assessorato Politiche Sociali, Familiari, Scuola della regione Emilia Romagna. Nati da un accordo del 1992 tra regione e consigli di amministrazione di determinate aziende, questi centri intendono costituire una rete di collegamento che individui non solo precisi percorsi operativi di qualificazione professionale, ma anche luoghi per lo scambio delle competenza tra enti diversi. L’obiettivo è quello di superare la frammentazione degli approcci monodisciplinari, favorire l’affermazione di una cultura della continuità dei sostegni, svolgere un’attività di documentazione, informazione e formazione che sia rivolta ai ragazzi disabili, ai loro insegnanti e alle loro famiglie. La logica su cui si basano i centri che hanno finora aderito è quella di un rapporto di scambio e complementarietà gli uni con gli altri al fine sia di verificare le difficoltà incontrate a livello dei vari enti locali che di realizzare dei centri di formazione di base per documentarsi per documentaristi dediti all’aggiornamento delle banche dati esistenti nel settore del disagio. L’eterogeneità di questi centri, diversi sia per origine che per vocazione è, però, un fattore che ha sicuramente contribuito a creare difficoltà nel trovare dei terreni e dei linguaggi comuni tra essi. In altre parole, anche se la loro sopravvivenza stentata è spesso più imputabile alla scarsità di personale e delle risorse finanziarie, questi centri non sono riusciti a entrare in una logica di rete che privilegiasse in particolare l’aspetto delle attività su quello della formazione. Logica di rete, invece, che è stata realizzata con positivi risultati dal progetto Marconi, come ha ricordato Aldo Costa del Provveditorato agli Studi di Bologna. Questo progetto, infatti, costituisce un modello di scuole a rete che, oltre a offrirsi reciprocamente servizi di consulenza, interagiscono con altre realtà del territorio quali il comune di Bologna, l’Università, il Consiglio Nazionale di Ricerca, etc. Ciò permette alle scuole coinvolte di essere protagoniste nelle attività del proprio rinnovamento con una formazione continua e flessibile dal punto di vista organizzativo sulle nuove tecnologie informatiche applicabili all’interno del mondo dell’handicap. In particolare, vengono approntati corsi tradizionali di primo e secondo livello per sensibilizzare i docenti su queste problematiche, e viene svolta un’attività di consulenza e informazione attraverso la pubblicazione di un bollettino. È prevista, poi, una rassegna biennale durante la quale insegnanti e ragazzi possono raccontare direttamente le loro esperienze. È prevista, inoltre, la ricerca di un’azione con il CNR, l’ASPHI e il Comune, nella quale siano coinvolte 27 scuole, per dare spazio a comuni approfondimenti e a 15 programmi diversi con 15 modalità diverse. Ancora una volta, quindi, ecco che ritorna la logica dell’integrazione, sotto forma di costanti aggiornamenti e verifiche dirette che realizzino quella piena circolarità di informazioni che deve divenire parte integrante di ogni didattica che si avvalga di ausili informatici.

6. Pacifisti e specialisti

Riportiamo di seguito un paragrafo tratto da “Telematica per la pace” di C. Gubitosa, E. Marcandalli, A. Marescotti, edizioni Apogeo, Mi, 1996.

Il popolo della pace non si esprime più con gli slogan o con i sit in o con le tavole rotonde: è entrato in uno spessore di concretezza che lo riscatta finalmente dal sorriso di tanti dottori della legge
– mons. Tonino Bello

Una provocazione…
Agosto 1993: come sarebbero arrivati 58 non violenti a Sarajevo senza Arturo, un pacifista che durante il… servizio militare aveva imparato a guidare di tutto, corriera compresa? E’ tempo di imparare a fare cose nuove, dunque. E, se non piace la parola “specialisti”, a diventare dei bravi artigiani. Spetta quindi agli “artigiani della pace” il compito di usare ogni mezzo nonviolento per giungere ovunque ed essere presenti con un’azione di pace e una testimonianza di impegno umano.

Non solo marce
Far passare il “popolo della pace” dalle sole “marce della pace” a effettive “competenze” all’interno dei conflitti e dei contesti è il nuovo banco di prova delle peace research. Finita l’epoca del confronto nucleare in cui i movimenti si erano assunti il compito di “coscienza esistenziale del genere umano”, è iniziata una stagione di inedite situazioni in cui non è più sufficiente la cultura del movimento pacifista elaborata negli anni ’80. Cruciale, nel contesto di questa riflessione verso la “concretezza”, è l’elaborazione di un sistema informativo autonomo del movimento per la pace.

Sharing all the world…
“Imagine all the people \ sharing all the world…”
“Immagine tutta la gente\ che condivide il mondo intero..”
cantava John Lennon.
Condividere il mondo come se fosse una cosa sola, rompere il muro del silenzio che avvolge la guerra, le violazioni dei diritti umani, la sofferenza e i soprusi, spostando non le persone ma le informazioni e le idee: sono questi gli obbiettivi che la telematica per la pace si pone.

La “comunicazione fredda”
I computer sono sempre stati sinonimo di “comunicazione fredda”, di spersonalizzazione, di artificiosità di torre d’avorio per un’élite; ed evocano l’immagine orwelliana del Grande Fratello.
Oggi si sta però facendo strada un’immagine nuova: quella del S.O.S. disperato affidato al messaggio telematico che vaga fra le reti mondiali con il suo drammatico contenuto, come la bottiglia del naufrago fra le onde, che attende la risposta della nostra attiva solidarietà.

Le computer conference
È oggi possibile realizzare “tavole rotonde” e “assemblee” mondiali senza dover prendere l’aereo, pagare albergo e ristorante, chiedere permessi al proprio datore di lavoro. Questa modalità di uso della telematica si chiama “computer conference”. La computer conference permette di far dialogare, mediante tastiera, più persone senza farle muovere da casa. A muoversi sono così le informazioni e non le persone. La conferenza telematica non avviene nel medesimo istante ma ognuno si collega nell’orario che gli è più comodo, consulta gli interventi precedenti e poi decide se aggiungere un proprio intervento o no.
Nella computer conference l’accesso è illimitato in quanto non vi sono “ragioni di spazio” che limitano la comunicazione (come sui giornali). Ragioni “tecniche” per cui tagliare gli interventi o censurarli non esistono. Sono così possibili “assemblee permanenti” del movimento pacifista mondiale. Stessa cosa è possibile per il movimento pacifista italiano, usando la telematica come strumento di comunicazione dell’informazione.

Utopisti con il computer
Le energie, l’entusiasmo e le competenze di centinaia di “pacifisti col computer” costituiscono un tesoro nascosto in un movimento che fino a molto tempo fa tendeva a privilegiare il “bel parlare”, i cortei e, al massimo, il fax.. Oggi il pacifismo comincia a diventare più concreto, specializzato, fattivo.
Quando le reti di solidarietà e di comunicazione crescono, si interconnettono e “abbracciano” il mondo, allora un monopolio vacilla e viene insidiata la base di quel potere globale che controlla le reti mondiali della comunicazione. L’utopia della nonviolenza cessa di essere tale quando – giorno dopo giorno – si forzano i limiti che i “pessimisti della realtà” giudicano immutabili.
“È perfettamente esatto e confermato da tutta l’esperienza storica – scrisse Max Weber – che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile.”

4. “El Pelouro”, integrare in Spagna

di Camilla Fabi

È difficile raccontare con le sole parole un’esperienza scientifica e di vita che si può cogliere nella sua complessità e bellezza solo facendone esperienza di persona.
“El Pelouro”, Centro Singolare di Innovazione psicopedagogica e Integrazione è situato in Spagna a Caldelas de Tuy, nella provincia di Pontevedra in Galizia. E’ stato fondato nel 1973 da Teresa Ubeira Santoro, pedagogista e psicoterapeuta e Juan Rodriguez de Llauder Riesco, neuropsichiatra infantile e pediatra, funzionario della Sanità per la provincia di Barcellona e della Catologna e membro del Consiglio Nazionale per la promozione della salute. Questi due professionisti, insoddisfatti per le limitazioni poste alla salute del bambino dall’istituzione pubblica, sul finire della dittatura franchista decisero di costruire un mondo che fosse l’ambiente naturale del bambino, qualsiasi bambino in grado così di accogliere il bambino sano come quello nevrotico, psicotico o autistico.
A tutt’oggi il Pelouro è una scuola parificata che rilascia il diploma della scuola dell’obbligo, e accoglie un numero di bambini che va da 70 a 120. Di questi, durante la settimana scolastica, una parte alloggia al Pelouro per motivi terapeutici o di lontananza dalla famiglia, e una parte al termine delle attività giornaliere fa rientro a casa. Il Pelouro è però più di una scuola : con l’esperienza del Pelouro è stato teorizzato un metodo di apprendimento che è insieme educativo e terapeutico e produce lo sviluppo massimo del potenziale dell’individuo, lo strutturarsi di un sé coeso, intero, affettivo e storico  ovvero l’integrazione dell’Io (Iozizzazione Basilare, Llauder e Ubeira 1984).
Ogni bambino che entra al Pelouro partecipa alle attività giornaliere secondo le proprie esigenze e desideri. Il progetto di apprendimento giornaliero è individuale ed è studiato e pensato dall’équipe di mediatori (professori e artigiani), dai due metamediatori (Teresa e Juan, fondatori del centro che supervisionano l’andamento complessivo dei progetti educativi) ed infine è proposto al/dal bambino sotto forma di attività giornaliera.

Incontrare la diversità fin da piccoli
A livello teorico i punti fondamentali del metodo sono:
1) L’individuo è concepito come un soggetto agente, autore cosciente e realizzatore del proprio progetto di educazione e terapia: autoeducazione e autocura.
2) Il motore del conoscere è il desiderio stesso del bambino, ed è su questo che si fonda il progetto di apprendimento. Così infatti ogni mattina il gruppo di bambini si riunisce e ogni bambino riflette su tre attività che vuole svolgere nel corso della giornata. Con questa riflessione prendono coscienza della propria responsabilità di esistere e progredire e si impegnano così a realizzare il progetto pensato.
3) Sviluppo globale ed integrato dell’individuo in interrelazione col gruppo eterogeneo. L’obiettivo dei fondatori è stimolare la curiosità del bambino e l’interesse a conoscere e sperimentare il completo campo delle attività umane : dall’arte alla matematica, dalla tessitura, alla botanica, ecc…, ispirandosi al modello dell’uomo rinascimentale. È inoltre convinzione che una realizzazione completa dell’uomo possa avvenire solo in un contesto di continua negoziazione di significati col gruppo a cui l’individuo appartiene.
4) A differenza delle scuole pubbliche in cui il bambino vive in un gruppo omogeneo composto da coetanei “normali” ed in alcune nazioni ad esempio in Inghilterra anche appartenenti alla stessa classe sociale, il gruppo dei bambini del Pelouro è eterogeneo per livello cronologico , sociale e mentale. In questo modo il bambino fa esperienza della diversità ed insieme maestro e scolaro, nel senso che apprende insegnando mettendo a disposizione del gruppo saperi e abilità che va acquisendo.
5) L’individuo è soggetto agente di un progetto evolutivo non solo individuale ma di gruppo. La convivenza quotidiana permette l’incontro e l’intreccio dei diversi cammini. Si costituisce giorno dopo giorno il sentimento di un presente, passato e futuro comune di esistenze legate, vincolate e interdipendenti.

I riferimenti terapeutici
I pilastri terapeutici di riferimento sono:
1) Il Lavoro Produttivo Ioizzante a Termine. Con ciò si intende l’attuazione di un lavoro finalizzato alla creazione, al mantenimento o al restauro di un oggetto, un ambiente, ecc., occasione per l’integrazione dell’Io e con un limite prestabilito nel tempo.
2) Il maneggio” della frustrazione. Al Pelouro si lavora molto con la possibilità del bambino di elaborare la frustrazione connessa ai tempi di attesa, di crescita, del non sapere…. Questa capacità ha molto a che fare con la possibilità/occasione di manipolazione-trasformazione della materia.
3) La presenza di varchi, cioè spazi/tempi del desiderare – conoscere in cui è possibile per il bambino sperimentare la propria esistenza e soprattutto la scoperta del mondo in libertà.
4) Il recupero del gesto quotidiano come contenitore e “trasmettitore” di conoscenze. Il gesto ripulito del superfluo dall’esercizio quotidiano (tutti i bambini ad esempio si occupano del mantenimento delle infrastrutture, dal cucinare allo spazzare il salone alla fine del pasto) ritorna ad essere espressione delle generazioni passate riconnettendo l’individuo alle sue radici, alla sua storia. Infatti vengono recuperati anche antichi rituali dei contadini della Galizia come l’uccisione del maiale, la festa delle streghe, o la cattura della lampreda. Questi gesti non solo trasmettono saperi antichi ma sono trasposti e ricreati in altri contesti (laboratorio di danza, di teatro, ecc.).
Il metodo teorizzato con la Ioizzazione Basilare riguarda sia il tipo di psicoterapia specialistica e di educazione legata alle figure dei direttori del Centro e delle persone artigiani-professori che mediano le attività, sia il tipo di contesto situazionale cioè l’ambiente di vita quotidiana che riveste un importante ruolo terapeutico di per sé a prescindere dalle persone che lo abitano. Spesso si trascura infatti che questa dimensione esterna plasma l’individuo non solo ne è trasformata.
Particolare attenzione i due fondatori hanno riposto nella concezione di spazi di esperienza flessibili, trasformabili, interrelati, vivi, dinamici e di tempi di vita strutturati in presenti dilatati “super-temporali” (tempi di crescita e cambiamento che scandiscono un tempo proprio), oltre che in ritmi fissi di attività e in tempi dell’occasione/evento che emerge in un momento dato e si ritiene opportuno sfruttare.
Il contesto situazionale comprende anche l’organizzazione e il funzionamento secondo precisi criteri terapeutici di elementi quali il gruppo (eterogeneo e variabile), la proporzione bambini-adulti (strutturata in modo da non invadere lo spazio del bambino), le attività (dall’idroterapia, all’ergoterapia, alla psicomotricità, alla cucina, alla coltivazione dell’orto, ecc., l’esperienza fisica è ritenuta la base per lo sviluppo del processo di conoscenza che quindi da un livello pratico conduce verso livelli gradualmente più astratti), i materiali, gli obiettivi e le strategie (la ricerca creativa da parte dell’individuo di un’identità separata e unica è favorita da strategie terapeutiche ed educative di valorizzazione positiva dell’individuo, di trasmissione di amore per la cosa in sé, di distacco dalla figura dell’adulto, di situare l’individuo sempre a livello di isole di salute).

Un bambino in relazione di scambio
Al Pelouro vengono creati contesti sempre nuovi che permettono non solo al bambino ma anche al mediatore di situare sé stessi e l’altro, individuo o gruppo, sempre in zona di sviluppo potenziale. I contesti creati infatti sono significativi per l’individuo perché emotivamente molto coinvolgenti e poiché riguardano la sua realtà quotidiana, motivandolo al cambiamento.
Il risultato della Ioizzazione Basilare è la progressiva integrazione dell’Io che si manifesta con l’emergere di un Io razionale e creativo, autonomo in interdipendenza con l’ambiente in cui vive. Il bambino sano è stimolato da tutto ciò che lo circonda, è capace di impegnarsi in uno sforzo prolungato approfittando delle risorse che l’ambiente gli fornisce, agisce sulla realtà trasformandola e ricreandola. È un bambino in relazione di scambio con l’altro, capace di creare un clima che favorisce l’altro nell’espressione di sé. Agisce sulla base di principi cooperativi ed evolutivi.
Il tipo di integrazione dell’Io individuale e collettivo che si realizza nel contesto del Pelouro è molto diversa dalla normalità-patologica prodotta invece dal modello educativo-terapeutico attualmente diffuso nella società capitalistica. È proprio da una riflessione sui valori e sulla concezione del bambino nel mondo capitalistico e sulle reali necessità dell’individuo che si fonda la proposta di Teresa Ubeira Santoro e Juan Rodriguez de Llauder Riesco.

4. A scuola di diversità

a cura di Luca Baldassarre

Intervista a Claudio Imprudente, ideatore del Progetto Calamaio e coautore del libro omonimo.

Raccontami quando e dove è nato il Progetto Calamaio.
Se dovessi spiegare in, una parola la nascita del Progetto Calamaio direi: “fiducia”.

Perché proprio fiducia?
Beh, perché sono cresciuto in un contesto che aveva fiducia nelle mie possibilità, mi offriva cioè una chance. È proprio, questo il punto, offrire una chance. Per un disabile questa opportunità non è scontata, anzi talvolta l’ambiente che lo circonda non solo non gliela offre, ma spesso contribuisce a creare di lui una immagine distorta, per non dire sbagliata. Dimostrare che sia sbagliata non è, almeno secondo il mio punto di vista, difficile. Provate a pensare ai termini che vengono associati ad una persona in situazione di handicap; sfiducia, sfortuna, sofferenza, … e mi fermo qui per non annoiarvi. Ci si sente cioè etichettati e vi assicuro che non è nient’affatto facile tirarsi via questa specie di francobollo. Toglierselo vuol dire riconoscere di essere diversi, accettare quegli: “sguardi”, quei “poveretto”, quei “come va, tutto bene?”. Non sempre se ne ha voglia, e poi perché se ne dovrebbe avere voglia? Sa qual è il paradosso? Prima che nascesse il Calamaio venivo trattato come un inabile-incapace. Ora sono diventato un personaggio, eppure sono sempre lo stesso: leggevo prima e leggo adesso, adoravo il Milan quando c’era Rocco, figuriamoci adesso con Capello e Tabarez. Curioso no?

Si hai ragione …È curioso. Tornando alla nascita del Calamaio….
Mi ricordo che nel 1981 insieme ad alcuni amici disabili e non decidemmo di fondare nella nostra città Bologna, un Centro di Documentazione sull’Handicap, che poi risultò essere il primo in Italia…

Secondo te perché un’idea cosi è nata proprio a Bologna?
Senza voler azzardare delle analisi sociologiche, direi che probabilmente dipende dal fatto che Bologna è sempre stata attenta alle fasce di emarginazione, quindi c’erano tutte le condizioni affinché un progetto come questo avesse successo.

Torniamo alla domanda precedente…
Si, allora, come dicevo poc’anzi, l’intenzione era quella di creare un posto dove potersi incontrare e discutere, non necessariamente solo di handicap, ma anche di politica, di sport, insomma un luogo di “cultura” nel senso nobile del termine. Oggi il CDH, come lo chiamiamo noi, è un’associazione autonoma, mentre per molti anni abbiamo fatto parte dell’Aias (Associazione italiana per l’assistenza agli spastici) di Bologna. Ha diversi dipendenti, possiede diecimila volumi sull’handicap, archivia più di trecento riviste del sociale, pubblica una rivista bimestrale a diffusione nazionale (HP.Accaparlante), che proprio l’anno scorso (nel ’95) ha vinto il premio della FIVOL (Federazione italiana del volontariato) come migliore rivista del settore; un bollettino provinciale (Metropoli) che è una sorta di osservatorio sulle fasce di emarginazione cittadine. Inoltre gestisce corsi di formazione per insegnanti, educatori, e operatori sociali, sui temi: sessualità ed handicap, la relazione d’aiuto, l’adolescenza, rapporto operatore-famiglia e la prima informazione (l’informazione che viene data ai genitori quando nasce un bambino con deficit). Tutto questo avvalendosi della collaborazione di uno staff di giornalisti, psicologi e pedagogisti. Offre la possibilità di documentarsi su molti argomenti come: AIDS, alcoolismo, anziani, extracomunitari (solo per fare alcuni esempi), per mezzo della raccolta e dell’archiviazione di articoli tratti da riviste e quotidiani nazionali. E infine promuove attività di animazione e sensibilizzazione con il Calamaio.

Che cos’è il Progetto Calamaio e perché si chiama così?
Grazie per questa domanda; come tutti sanno il calamaio è un contenitore per l’inchiostro. A noi piaceva l’idea di poter disporre di una riserva d’inchiostro che ci consentisse di esprimerci per molti anni a venire. Ad ogni modo il Calamaio è come le dicevo nella risposta precedente, un progetto di sensibilizzazione all’handicap e alla diversità attraverso attività di animazione e corsi di formazione.

Quali sono gli obiettivi che intendete perseguire?
Favorire l’integrazione delle persone disabili valorizzando la propria e quindi altrui diversità, cercando cioè di coglierne gli aspetti positivi. La finalità è quella di creare una “cultura” basata sull’accettazione della diversità, che io ho ribattezzato “Nuova Cultura dell’Handicap” che si antepone ad una “vecchia” fondata invece sul rifiuto o anche sulla negazione di tali diversità, accrescendo l’indifferenza e fomentando il sospetto e gli stereotipi. Sono convinto che questa operazione passi innanzitutto da una informazione corretta, che ha il pregio di smascherare i luoghi comuni ed incoraggiare la conoscenza. In una parola contribuisce a ridurre le distanze. Anche perché, molto spesso, queste barriere pregiudiziali si erigono per difendersi; in particolare nei rapporti sociali. Per spiegarmi meglio voglio farti un esempio, raccontandoti un episodio della mia vita che potremmo definire ” esemplare”. L’altro giorno sono entrato in un bar, sapete quei bar con centinaia tra sacchetti di patatine e pacchetti di caramelle accatastati sugli espositori… Accompagnato da un mia collega mi siedo ad un tavolino. Dopo qualche minuto arriva il barista, un signore di mezza età con camicia bianca e gilet a fiori d’ordinanza, si avvicina e chiede cordialmente: “Che cosa prende?”. Rivolgendosi al mio accompagnatore. Dopo aver riportato sul suo taccuino l’ordinazione aggiunge: “E il suo amico?”. A scanso di equivoci voglio subito dire che questo banale episodio di vita quotidiana non vuole  e non deve essere letto con significati polemici, vuole invece soffermarsi sulla relazione intercorsa tra me ed il barista, anzi per meglio dire la non-relazione. Nella. normale vita sociale il disabile è spesso “protagonista” di questo genere di relazione. Mi sembra inutile sottolineare che da questo tipo di rapporti si possa trarre ben poco, pur riconoscendo loro una logica ed una funzione nelle relazioni interpersonali. Ad ogni modo è da queste semplici considerazioni che si può intuire l’utilità e anche la controtendenza di un progetto come il Calamaio, che di fatto “costringe” a rapportarsi con la diversità. Vedi, se tu vuoi comunicare con me è necessario che prendi in mano la tavoletta trasparente e che mi guardi negli occhi. È a questo punto che l’handicap, la diversità acquista valore, diventando occasione di crescita attraverso il confronto. Questo mi pare possa essere definito un obiettivo specifico.

Me ne indichi alcuni generali?
Sicuramente educare alle diversità vuol dire educare al rispetto dell’altro, non necessariamente disabile, ma anche di diversa cultura, o appartenenza politica o religiosa. Si arriva così a parlare di educazione alla tolleranza e alla multietnicità. Altro importante obiettivo del Progetto Calamaio è legato alla. formazione di gruppi come il nostro, che possano portare, avanti i nostri stessi obiettivi, magari con metodologie diverse. E’ proprio quello che è successo a Parma grazie soprattutto al Comune che ha incoraggiato e appoggiato la nostra iniziativa. Se mi concedi due righe mi piacerebbe citare una frase di Martin Luther King che mi ha sempre colpito. In un famoso discorso lui ha detto: “I have a dream”. Io credo che ciascuno di noi dovrebbe recuperare questa capacità di sognare, non so se l’ho esercitata più di altri, però io un sogno ce l’ho: vorrei che nascessero, in tutte le città del mondo progetti come il Calamaio.

A chi vi rivolgete?
Con il tempo la, nostra area d’intervento si è allargata molto. Quando siamo partiti lavoravamo soltanto nelle scuole, oggi invece pur avendo scelto di riservare alla scuola un posto privilegiato, abbiamo una vasta utenza che ci contatta: gruppi di volontariato, gruppi di genitori, operatori del settore, scuole per terapisti, infermieri ed altro. A queste vanno aggiunte le richieste di collaborazioni sul territorio, gli inviti ai convegni nazionali ed internazionali, che per noi rappresentano un importante occasione di interscambio. Vorrei aggiungere due parole sulla scelta della scuola come settore privilegiato d’intervento. Tu sai che la. scuola è, dopo la famiglia, l’agenzia educativa più importante. Va da sé che un progetto che fa cultura in senso ampio, possa e debba intervenire in quest’ambito. Quindi se vogliamo la scelta è stata obbligata.

Come lavorate alla preparazione degli incontri?
Nel nostro caso l’esperienza del lavoro di gruppo è stata ed è fondamentale. Il Progetto Calamaio si articola in due distinti gruppi di lavoro: uno si occupa delle materne ed elementari, l’altro delle medie inferiori e superiori.
Il percorso per ogni ordine scolastico prevede, oltre alle attività di animazione con gli alunni, incontri di programmazione e verifica con gli insegnanti, indispensabili per calarsi nella realtà della classe che incontreremo. Prima di andare oltre, mi pare sia importante farti un esempio sulle diverse modalità delle relazioni che intercorrono tra noi e gli studenti nei vari ordini scolastici. Nel corso di dieci anni di attività abbiamo potuto elaborare una vera e propria casistica sul loro comportamento. Nelle scuole superiori solitamente c’è molto più imbarazzo e diffidenza che nelle elementari o nelle materne. Risulta infatti chiaro che in un bambino il pregiudizio è meno radicato che in un adolescente. Di conseguenza è più facile che domande come: “Ma tu perché sei così?” ci siano rivolte da un bambino di quattro anni che da un ragazzo di quindici. Comunque questo non vuol dire che con gli studenti più adulti non si ottengano risultati, ma semplicemente che occorre, un po’ più tempo per rompere il ghiaccio. Per farti capire meglio: quando entriamo in queste classi di solito c’è quel brusio classico delle aule studentesche. Nel momento in cui varchiamo la soglia dell’aula subentra un silenzio assoluto, quasi irreale. Noi l’abbiamo ribattezzato “effetto Calamaio”.

Prima parlavi di formazione di altri gruppi come il vostro. Siete a conoscenza dell’esistenza sul territorio nazionale di gruppi come il Calamaio? Se esistono c’è collaborazione tra di voi?
Attualmente esistono solo due esperienze in Italia simili al Calamaio e si tratta comunque di esperienze che hanno preso spunto dalla nostra. L’uno è un progetto attivato a Roma, con il quale però abbiamo avuto contatti soltanto all’epoca della sua nascita. L’altro è naturalmente quello di Parma che fa capo al Consorzio delle Cooperative con il quale abbiamo collaborato in modo proficuo per diversi anni come testimonia questa pubblicazione. Oltre a queste, abbiamo creato una rete di relazioni e collaborazioni esterne al fine di evitare il rischio di autoconfinarsi in una realtà importante ma pur sempre parziale come quella dell’handicap. In quest’ottica vanno lette le collaborazioni con il gruppo Exodus e Libera. Come saprai Exodus, il cui ideatore è Don Antonio Mazzi, è un progetto per il recupero dei tossicodipendenti attraverso il soggiorno in comunità terapeutiche. Siamo stati invitati presso una delle comunità per tenere alcune lezioni ad ex-tossicodipendenti divenuti poi operatori sociali. E’ stata l’occasione per confrontarci sui temi della difficoltà e dell’accettazione di sé partendo dalle nostre esperienze che, seppur diverse, presentano interessanti analogie.

12. Corpi in scena

a cura di R. D. S.

Dalla parola al corpo/ Che cos’è lo psicodramma di Moreno e perchè viene così utilzzato in ambito comunitario. L’ostilità iniziale della psicoanalisi verso questa forma di psicoterapia di gruppo che privilegia l’uso del corpo. Intervista ad Alfredo Rapaggi psicoterapeuta, direttore della Scuola di Psicodramma di Bologna, direttore del Centro Studi Mosaico Psicologie.

Dove è nato lo Psicodramma?
Lo psicodramma è stata la prima forma di psicoterapia di gruppo, in Italia è arrivato tardi rispetto ad atri Paesi, ma bisogna pensare che tutte le altre psicoterapie di gruppo derivano o hanno seguito lo Psicodramma. È nato da J.Levi Moreno, che prima a Vienna all’inizio del secolo e successivamente in America ha avuto l’idea di portare il pubblico, parte del pubblico e in particolare un soggetto sulla scena a rappresentare le proprie esperienze, in modo particolare le proprie le fantasie.
Dobbiamo pensare che, in quel periodo l’altra psicoterapia, unica, che si stava diffondendo era la psicoanalisi, quindi lo psicodramma,  ha seguito a ruota la psicoanalisi e il giudizio che Freud ha dato dello psicodramma non è stato assolutamente positivo. Allora Freud praticava la psicoanalisi al segreto di uno studio. All’inizio Freud faceva le sedute direttamente a casa dei pazienti, poi proprio per arrivare in un ambiente protetto il più possibile aveva portato i pazienti nello studio.
Lo Psicodramma è stato a lungo nascosto; in Italia negli anni 70 sono arrivate le prime forme di psicoterapie di gruppo Gestalt, Rogersiani, bioenergetica, tutto quelle che erano le esperienze americane di  Palo Alto. I gruppi venivano chiamati psicoanalisi di gruppo e non di gruppo, come se il gruppo fosse qualcosa di casuale, dove rimane l’individuo l’elemento principale. In Italia le prime esperienze di Psicodramma  furono dei francesi, ma la psicoanalisi non le gradiva, Salomon Resnik, ad esempio fu allontanato dalla società di psicoanalisi perché ritenuto ribelle.
Lo psicodramma nella forma analitica, come mezzo di analisi del profondo, è abbastanza recente perché viene dalle Scuole Lacaniane, da Lemoinie, che ha cercato per primo di fare questo incontro fra psicoanalisi e lo psicodramma, ma lo psicodramma non è una forma di analisi, non pretendeva di essere una psicoanalisi, Moreno diceva che era una forma di psicoterapia. Il soggetto che viene sulla scena gioca “qui e ora” i suoi sentimenti, “qui e ora” le sue emozioni, le sue difficoltà, i suoi personaggi, qui, nel presente non nel passato. Il concetto del qui e ora  è stato poi ripreso insistentemente dalla Gestalt, che è più’ giovane come nascita ed ha preso molto dallo psicodramma.

Come si svolge lo psicodramma e quali sono gli elementi che lo compongono?
Il mio modo risente della mia formazione, di altre psicoterapie come la bioenergetica e le tecniche attive reichiane e quindi ho introdotto il corpo. Il corpo c’è con i suoi cinque sensi, questa è una grossa differenza perché’ nella psicoanalisi,  il corpo è una proiezione fantasmatica. Nello psicodramma il corpo c’è e di conseguenza il corpo non è solo visibile, ma reagisce, con le emozioni e stati d’animo tocca ed è toccato.
Gli elementi sono: il palco, il pubblico, il protagonista  cioè colui che è impegnato  a esplorare con l’azione il proprio mondo psichico,  a cui viene richiesto di rappresentare il proprio mondo cioè se stesso sul palcoscenico; nello psicodramma la persona entra nella parte e rappresenta se stesso non recita, il conduttore che è responsabile di tutto quello che avviene sul palcoscenico, protegge il protagonista, interviene nella scena.

Lo psicodramma è molto utilizzato in ambiti comunitari  che ne pensi?
Lo psicodramma, può essere utilizzato in molti campi, ma ha delle regole e quindi i conduttori devono essere preparati non solo dal punto di vista tecnico, ma personalmente, devono essere persone solide e stabili che conoscono i confini di quello che stanno facendo. Ho visto fare, purtroppo, lo psicodramma, in modo assurdo, senza la giusta preparazione del conduttore, confuso con le recite teatrali, questo è il pericolo. Nelle comunità può essere molto efficace perché c’è un lavoro comune, di gruppo, che è anche divertente. Nello psicodramma si usano molti materiali, quindi  si possono unire le persone e farle lavorare per un progetto,  ad esempio le luci, le musiche, i vestiti … è un intervento bellissimo, ma ci vogliono operatori preparati, con un training personale. L’efficacia c’è in quando il conduttore sa  a quale obiettivo vuole arrivare.

5. Formare tutti gli insegnanti

Recentemente alcuni rappresentanti dell’équipe del Progetto Calamaio, del centro Documentazione Handicap di Bologna, sono stati convocati a Roma dalla Commissione Cultura e Istruzione della Camera per essere ascoltati in merito ad una inchiesta che è stata attivata dalla stessa Commissione per verificare l’attuazione della legge sull’integrazione scolastica. L’équipe del Progetto Calamaio, formata anche da animatori ed educatori disabili, da più di dieci anni  lavora nelle scuole per educare i bambini e formare gli insegnanti proprio sui temi dell’integrazione e di una nuova cultura dell’handicap, e ha avuto modo di farsi un’idea di quali siano i principali ostacoli all’integrazione anche a livello scolastico. Il testo che riportiamo è lo stesso che abbiamo letto all’udienza presso la Commissione Cultura: “La nostra decennale esperienza di animazione e formazione nelle scuole ci porta ad affermare che l’integrazione scolastica degli alunni portatori di deficit è un processo che si sta realizzando molto faticosamente e si presenta in modo molto differenziato nelle scuole del territorio italiano.
Abbiamo tre considerazioni generali da fare che corrispondono a tre aspetti dell’integrazione scolastica che ancora, nella concretezza della quotidiana vita scolastica, non sono di fatto accettati e di conseguenza realizzati.
a) Il bambino handicappato mette necessariamente in crisi la scuola, che trova una maggiore difficoltà ad accogliere la sua diversità. La nostra esperienza ci insegna che il “problema” non è tanto del bambino disabile in quanto tale ma di una scuola che è handicappata ed handicappante: handicappata (ovvero in difficoltà) perché non sa trasformarsi ed adattarsi alle esigenze diverse degli alunni, handicappante perché ovviamente determina una situazione nella quale i primi a pagare sono proprio gli alunni con deficit psichico o fisico.
b) La scuola non è solo un luogo dove si acquisiscono competenze ma un luogo dove si fanno esperienze significative per la vita. Qui la persona disabile può diventare una risorsa per il gruppo-classe perché la sua presenza può rivelarsi uno stimolo insostituibile ed efficace per affrontare aspetti fondamentali di una maturazione personale (accettazione di se’ e degli altri, superamento delle difficoltà con un approccio creativo, sperimentazione di nuovi codici comunicativi, ecc…). Nel nostro lavoro constatiamo che nelle classi dove è presente un alunno disabile il grado di integrazione di questo alunno influenza proporzionalmente anche i suoi compagni, in termini di maturità e di arricchimento per tutte le intelligenze (non solo quella sociale ma anche per la logica o la linguistica).
c) La scuola deve misurarsi con gli alunni difficili, non con quelli già bravi. Gli alunni con disabilità o più in generale in situazione di difficoltà costituiscono la cartina tornasole di un buon funzionamento della scuola, sono la vera sfida per il lavoro dell’insegnante, sono i veri destinatari del suo lavoro proprio perché sono coloro che ne hanno maggior bisogno.
Se l’integrazione scolastica di alunni disabili stenta a decollare, questo è un dato preoccupante perché significa che è la scuola nel suo complesso a non funzionare. Se la scuola fallisce con gli alunni disabili, cioè proprio con quelli che hanno maggior bisogno di lei, è evidente che la scuola non è in grado di garantire una piena educazione nemmeno per gli alunni normodotati.
In particolare notiamo una certa difficoltà ad integrare soggetti cosiddetti “gravi”, dove in realtà grave a nostro avviso è la situazione per cui la scuola non riesce ad attingere a tutte le risorse previste dalla legge per permettere l’integrazione anche di questi soggetti (attraverso ad esempio progetti integrati con altre strutture educative del territorio). Una dimostrazione di quanto soggetti gravi possano risultare risorsa per la scuola è proprio data dal nostro Progetto Calamaio, nel quale operano disabili cosiddetti “gravi” nel ruolo di animatori ed educatori.
Per promuovere una integrazione scolastica nello spirito della legislazione attuale a nostro avviso va potenziata la formazione non solo di insegnanti di sostegno ma anche e soprattutto degli insegnanti curricolari sui temi legati all’handicap, partendo dalla prospettiva che l’handicap è soprattutto un problema di tipo culturale. Ultimamente stiamo verificando che i corsi di formazione su temi legati all’handicap trovano interesse anche presso insegnanti curricolari. Questa è una constatazione che ci fa molto piacere perché significa che l’alunno disabile, da “problema” dell’insegnante di sostegno, viene visto come alunno della classe e la sua integrazione viene vissuta anche dagli insegnanti curricolari come un obiettivo fondamentale da raggiungere. Il vero problema non è tanto l’handicap specifico di un alunno disabile, che va affrontato con una competenza specifica da parte appunto di un insegnante specializzato, ma l’insieme degli handicap derivanti da una mancata integrazione tra l’alunno con deficit e gli altri soggetti scolastici  (il gruppo classe, gli insegnanti, i genitori ecc…). Con una adeguata formazione (purtroppo constatiamo che questo aspetto è piuttosto lasciato troppo alla buona volontà personale) l’insegnante curricolare può affrontare questi handicap, ad esempio sradicando i pregiudizi, propri e dei propri alunni, nei confronti dell’alunno con deficit, coinvolgendo maggiormente l’alunno con deficit e valorizzando la sua presenza nei percorsi educativi insieme agli altri compagni di classe. Certo questo è un lavoro difficile, perché ogni disabile è diverso dall’altro e tutta la creatività dell’insegnante viene messa a dura prova ma è proprio questo che qualifica il suo lavoro, è questa la sfida della scuola, sfida alla quale non può rinunciare pena la contraddizione del decadimento da scuola di tutti a scuola per chi in realtà non ha bisogno della scuola.
A nostro avviso l’integrazione scolastica non è qualcosa che si realizza unicamente tramite una legge ma la legge deve fare di tutto per promuovere le condizioni affinché questa integrazione sia possibile. C’è infatti una differenza fondamentale tra legge e giustizia, tra legge ed educazione alla legalità, tra legge e onestà interiore.
L’integrazione è infatti una sfida sia per il sistema-scuola sia per le singole persone che ne fanno parte. Si deve pretendere che la legge venga attuata soprattutto nella scuola in quanto sistema: abbattimento delle barriere architettoniche, valorizzazione della collegialità dei docenti e di conseguenza della collaborazione tra insegnanti specializzati e insegnanti curricolari, raccordo tra la scuola ed altre agenzie educative, sinergia tra vari Enti attraverso accordi di programma ecc…Ma esiste una sfida e una conquista a livello personale corrispondente ad una acquisizione a livello culturale di alcuni concetti guida: presa di coscienza e valorizzazione delle diversità degli altri, costruzione di una nuova cultura dell’handicap che veda nel disabile un soggetto attivo di cultura e non un oggetto passivo di assistenza e cure.
Per concludere, affermiamo che in dieci anni di  lavoro nelle scuole abbiamo visto dei piccoli ma significativi passi in avanti nel processo di integrazione di alunni con deficit, soprattutto nella consapevolezza degli insegnanti di come costruire una scuola sempre più a misura d’uomo. La strada ancora è molto lunga ma siamo convinti che sia percorribile, sia perché siamo confortati dalla nostra esperienza in cui abbiamo riconosciuto l’integrazione, sia perché constatiamo parallelamente un aumento della qualità della scuola in quanto tale.”