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autore: Autore: A cura della redazione

I gruppi Calamaio in rete

a cura della redazione

Il 2 ottobre 2004 è stata una data storica. Per il prima volta, dopo tanti anni, il Progetto Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna ha riunito molti gruppi, rappresentanti di associazioni, di centri di documentazione, insomma una cinquantina di persone interessate all’educazione alla diversità nelle scuole. È stato un momento molto importante perché per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di conoscerci tutti, condividere le nostre esperienze e i nostri progetti. Abbiamo potuto con piacere constatare come la “filosofia calamaio”, ovvero un certo stile autoironico, allegro e che rifiuta la schematizzazione disabile = oggetto di assistenza, sia stata percepita da ciascuno di noi come l’elemento che ci lega, pur provenendo tutti da esperienze e campi educativi molto diversi (chi dalla scuola, chi dall’esperienza delle famiglie, chi da un lavoro di documentazione e informazione, ecc.).
Questo nostro primo incontro ha generato due proposte: la prima è quella di creare una vera e propria Rete di Gruppi Calamaio; la seconda intende costituire un’Associazione di Associazioni, il cui principale obiettivo è promuovere l’educazione alla diversità, a partire proprio da quei soggetti che in altri contesti sono definiti svantaggiati.
Siamo consapevoli della complessità di quest’ultima proposta, ma crediamo sia importante far in modo che esperienze valide e innovative vengano conosciute e messe in rete all’interno di un comune orizzonte educativo.
Per cominciare, abbiamo creato una mailing list, alla quale preghiamo di iscriversi tutti coloro che sono interessati a entrare a far parte di questa Associazione di Associazioni.
La nostra lista vuol essere uno spazio di condivisione e discussione sui seguenti argomenti:
– aggiornamenti relativi alle attività del Calamaio ed eventuali nuove proposte;
– considerazioni inerenti il tema dell’integrazione sociale delle diverse abilità;
– comunicazioni, progetti e idee provenienti da tutti i gruppi e le associazioni che si occupano dell’integrazione in ambito socio-educativo di persone diversamente abili.
Per iscriversi alla mailing list, mandare un’e-mail a sympa@liste.retelilliput.org, indicando nell’oggetto “subscribe progetto_calamaio”.

4. Famiglia e scuola: alcuni esempi di contesti di integrazione in Italia

a cura della redazione

Parlare in generale della situazione italiana riguardo al tema dell’inclusione delle persone disabili è un compito forse arduo alla fine di una monografia che ha raccontato la fatica e la passione di altre realtà per raggiungere livelli di integrazione sempre più soddisfacenti. Alcuni italiani potrebbero lamentare che anche nel nostro paese l’integrazione delle persone disabili non è poi così avanzata e che sicuramente si potrebbe attuare qualche azione in più. Eppure, leggendo le storie dei Balcani torniamo indietro di trent’anni, e nello stesso tempo siamo presi dalla vertigine della velocità con cui questi paesi stanno lavorando su temi, quali l’inclusione, che appartengono alle nostre battaglie culturali da sempre. Uno sguardo anche all’Italia dunque è indispensabile. Per noi del Centro Documentazione Handicap e della cooperativa Accaparlante, è stato fondamentale confrontarci con la nascita di altri Centri educativi e di documentazione, scoprire linee di pensiero in comune e vedere come determinate esperienze abbiano portato a cercare gli stessi nostri risultati. Abbiamo pensato perciò, per concludere, di chiedere ad alcuni nostri colleghi con disabilità, che sono inseriti in contesti di inclusione lavorativa e di integrazione sociale presso la nostra cooperativa, di raccontare, con parole loro, i vissuti personali in due contesti di integrazione specifici: la famiglia e la scuola. Ci siamo soffermati solo su queste due parole-chiave, senza prendere in considerazione temi come il lavoro o il tempo libero, perché tutto il filone dei Balcani ci ha portato a parlare delle famiglie, della scuola, degli insegnanti. Pensiamo che queste esperienze, di persone che oggi hanno tra i 25 e i 40 anni, possano essere una buona “memoria storica” sull’integrazione nel nostro paese, sul modo di approcciare la disabilità in maniera personale e istituzionale. I racconti che proponiamo, in forma anonima, vengono riportati rispettando il modo in cui sono stati scritti, senza correzioni da parte nostra. 

Primo racconto
Contesto familiare:
Io da bambina e da ragazza ho avuto e ho tuttora un carattere molto ribelle e testardo, quindi sono stata un carattere molto difficile da gestire, comunque i miei genitori mi hanno dato un’educazione autorevole e sono stati sempre coerenti nelle decisioni che prendevano per me anche quando io mi impuntavo e facevo le bizze. Per esempio: io facevo dei capricci per avere una cosa, mio padre mi diceva di no in continuazione e io insistevo per averla, oppure continuavo a piangere, insomma, se c’era qualcosa che io volevo e non c’era verso che io la smettessi, io potevo piangere fin che volevo ma lui non me la dava. Faccio un esempio: qualche volta poteva capitare che io non avessi voglia di andare nella struttura diurna dove vado ancora ora due volte alla settimana, ma questo non cambiava niente perché lui mi portava ugualmente. Io adesso che sono più matura, dico che sono stata cresciuta in una maniera buona, perché se fossi stata educata in una maniera permissiva a quest’ora forse sarei una delinquente!
Invece per quanto riguarda la mia disabilità, i miei genitori e mio fratello Riccardo, soprattutto mio fratello Riccardo, l’aveva presa molto male perché si aspettava una sorellina che camminava senza un appoggio, senza bisogno di un ausilio. Ma con il passare del tempo i miei genitori e mio fratello e i miei parenti di Padova si sono rassegnati. Anche se sotto sotto avrebbero ancora il desiderio che io camminassi.
I miei genitori e mio fratello mi amano, e soprattutto mio papà, per lui ero la sua principessa.
Contesto scolastico:
Alle elementari mi sono trovata bene, sia con le bidelle che con i miei compagni, per loro ero una di loro, una compagna. Anche per la scuola in generale, per le bidelle ero una cara scolara, per le insegnanti ero e sono ancora una cara alunna. Quando qualche tempo fa ho incontrato le due mie maestre delle elementari durante un percorso che ho fatto in una scuola elementare a Ceretolo mi hanno fatto una gran festa. Direi che tutti avevano accettato sia me che la mia disabilità.
Alle elementari avevo un’educatrice che mi voleva fare imparare solo a usare l’orologio che poi alla fine non l’ho imparato! E invece alle scuole medie mi ricordo che a parte uno, tutti gli altri mi prendevano in giro. Quello forse era l’unico compagno di classe intelligente. Però c’erano quattro miei compagni delle medie che mi prendevano in giro perché non riesco a camminare da sola, senza un ausilio. E mi dicevano: “Guarda quella ragazzina che non cammina!”. Poi mi guardavano in un modo molto sciocco, ridendo di me senza farsi vedere dalle insegnanti. Si capiva bene che mi prendevano in giro per la mia disabilità. Le insegnanti dicevano che erano stupidi, e lasciavano correre, il preside cercava di consolarmi, solo una professoressa in terza media disse a quelli che mi prendevano in giro: “O la smettete di prendere in giro la Tiziana che non cammina oppure vi mando dal preside”.
Per quanto riguarda noi come classe fortunatamente eravamo molto legati e quindi io mi sono fatta due amici veri. Comunque a parte la mia poca integrazione scolastica, io penso che la integrazione può essere una cosa molto positiva, perché ognuno facendo l’integrazione si può creare anche nuove amicizie.
Una mia esperienza di vita è che quando ero piccola tipo sette anni andavo al capo solare e mi ricordo che c’erano due ragazzini che mi prendevano in giro, continuandomi a provocare, dicendo delle parolacce: ogni volta che mi vedevano con la carrozzina elettrica mi trattavano come se io fossi stata ancora più disabile di quella che sono.
In quarta superiore avevo una educatrice che in poche parole era un disastro perché mi faceva venire i magoni, mi faceva soggezione e mi faceva venire i sudori freddi dalla soggezione. In questo modo io dicevo che aveva un modo brutto di insegnare.
Lei pensava di farmela pagare usando tutte queste cattiverie, lei in poche parole adorava farmi star male e farmi soffrire. Facendomi studiare agitatissima. E poi io cercavo di aiutarla e lei mi diceva “non prendere iniziative”.
Ho avuto problemi con i trasporti, perché mi portavano prima delle otto e un quarto allora anche questa è stata una cattiveria perché mi accompagnavano a scuola e mi lasciavano da sola.   

Secondo racconto
Contesto familiare:
Sto  bene con la mia famiglia, perché sono così disponibili ad aiutare a me nei momenti di difficoltà.
E quando mi fa la doccia, due volte alla settimana che, prima al Centro Bernardi e dopo mio fratello che con uno sdraio di plastica, mi aiuta mio fratello a farmi la doccia, con lo shampoo e il bagno schiuma, e una spugna col sapone per la pancia e le gambe a lavarmi il corpo col sapone.
E dopo vestito a puntino o la mamma o il papà mi portava  fuori a fare un giretto e andare in centro a guardare le vetrine e ogni tanto a fare shopping per il centro commerciale a comprare il giaccone per me perché quando vado fuori nei pomeriggi quando è sotto zero!  E vado fuori, per Porta Santo Stefano a vedere le vetrine che dopo se mi piace e la vedo che con un mio operatore, me le compro un paio di scarpe che all’angolo della porta, che quando ci sono i saldi che prima le provo e dopo se mi vanno bene, me le compro a metà prezzo!
E dopo quando mamma e papà possono andiamo nei centri commerciali, che, un paio di volte alla settimana, a fare un po’ di spesa, perché il frigo piange e noi abbiamo tanta fame!
E poi ci sono gli operatori che due volte a settimana mi portano fuori di pomeriggio che o al cinema o al ristorante o in pizzeria che andiamo a mangiare fuori che così mamma non cucina, cucina solo il papà perché ha fame.
Contesto scolastico:
A 6 anni ho iniziato ad andare alla Scuola Elementare “G. Pascoli” di Bologna.
Andavo a scuola a piedi con la mamma che mi teneva per mano, all’andata andavo al ritorno invece con la mamma di un compagno in maggiolone blu chiaro.
A quell’epoca ero normodotato.
La mia classe era al secondo piano ed era frequentata da un mucchio di bambini e bambine.     Andavo a scuola a piedi. Nella scuola “Giovanni Pascoli” c’era un’aula molto grande, su un piano rialzato c’era la cattedra e una sedia, con una persona molto buona, come un pezzo di  pane.
Lì per lì, il primo giorno che l’ho vista, mi sono preso paura, dopo l’ho conosciuta la maestra Bortolotti e grazie a lei e alla mia buona volontà ho imparato a leggere e scrivere, e poi ho iniziato con i temi e le poesie di Giovanni Pascoli e Ugo Foscolo.
Dopo le elementari e le medie sono andato alle scuole superiori “Aldini Valeriani”, andavo all’ITIS che fortuna che c’era il 13 e dopo il 19, l’autobus di una volta a due piani, e dopo mi hanno comprato il vespino. Andavo a scuola per far lo studente e imparare cose nuove per il futuro, così una volta fuori dalla scuola… che cosa devo fare? Booo!
E menomale che c’è il papa che è attuale che tramite un colloquio con foglio carta e penna divisi in gruppi di tre io risultavo il più idoneo a essere il più idoneo nel mondo del  lavoro.
Che prima, sono andato a fare uno stage con il treno su a Mestre con due o tre professori bravi per imparare e io con un mio collega andiamo fuori ad aggiustare la fabbrica, e gli uffici, che sono collegati fra di loro. E quando, imparando, mi rendo autonomo ed esperto, vado nelle fabbriche e negli uffici, dove hanno bisogno di me, nei momenti di difficoltà!

Terzo racconto
Contesto familiare:
È proprio nel contesto familiare che (il mio è caratterizzato da un rapporto molto complicato, a tratti quasi impossibile per me… ma il fatto che ne parli così non indica assolutamente che me ne stia lamentando; lo dico perché questo è semplicemente il mio vissuto personale viste le notevoli per non dire totali differenze caratteriali esistenti nel mio ambito familiare) ho trovato il maggiore “input” ad andare avanti nella mia ricerca della “normalità” perduta…
Vorrei poi parlare delle dinamiche fortissime createsi fra me e il resto della family: a partire da mio fratello che da personaggio alquanto riservato, schivo e taciturno quale era prima del mio incidente ha cercato di includermi maggiormente nei suoi giri e nelle sue peregrinazioni, oltre che cercar di capirmi maggiormente, mantenendo pur tuttavia una certa riservatezza; a mia sorella che invece (nonostante sia in e abbia passato un periodo non facile, c’è però da dire anche che lei è perennemente così nella sua vita) ha cercato di rispettare la mia dignità in maggior misura, anche se credo che per lei sia stato un colpo più duro che per gli altri (anche se lei non lo ammetterà mai…); per non parlare di mio padre che nonostante sia un egocentrista nato ho ri-scoperto abbia un sincero affetto nei miei confronti, che prima forse davo più per scontato. E per concludere, (è una mia piccola mania lasciare il meglio per ultimo, o dulcis in fondo) in questo caso parlerò del bellissimo rapporto instaurato con mia mamma, con lei in quanto avevo e ho tuttora un rapporto dolcissimo e davvero incoraggiante (già prima dell’incidente ero in ottimi rapporti con lei, ma adesso che siamo diventati confidenti riusciamo a capirci molto meglio e in maniera più approfondita).
Inoltre voglio narrarvi del bellissimo rapporto che abbiamo con Geova Dio. Lui ci unisce tutti e tre nella pura adorazione e perdona amabilmente e amorevolmente ogni nostra mancanza nonostante il clima pesante esistente in casa (è per questo che a Lui vanno il posto d’onore e le mie lodi più sincere e sentite).
Fra di loro, per i miei familiari penso sia stata una bella tegola in quanto prima ero parecchio meno esigente, pignolo e molto più indipendente (è d’obbligo dirlo) tanto che riconosco quanto sia impossibile a volte sopportarmi, ma nonostante questo loro, integerrimi, hanno continuato a essere al mio fianco. Di questa cosa ne sono molto fiero e felice (detto tra noi, penso d’aver seminato bene e questo ne è l’atteso raccolto).
Contesto scolastico:
Prima di partire devo dirvi che le scuole le avevo già terminate all’epoca dell’incidente a cui va la firma come autore della mia disabilità, quindi non posso parlare di prima persona; detto questo il periodo scolastico l’ho vissuto in maniera molto conflittuale, in quanto ero sempre visto come il diverso e denigrato, schernito a motivo della mia fede in Geova Dio, ma in modo incosciente sentivo l’importanza di quel periodo (l’ho sempre affrontata in modo scontato, e sinceramente, un po’ superficiale).
Con alcuni miei compagni mi trovavo davvero in sintonia, con altri lo ero molto meno, ma penso che questo sia nella norma. Nella mia esperienza scolastica ho visto che chi era affetto da una disabilità veniva trattato con rispetto, dignità e venire coinvolto nelle attività scolastiche relative alla classe (ad esempio, nelle gite fatte dalla nostra classe era d’obbligo coinvolgere anche chi era affetto da deficit, noi inoltre come classe eravamo molto solidali e vicini verso chi aveva dei disturbi). 

Quarto racconto
Contesto familiare:
Mi hanno ostacolata i limiti di orario e di una giornata alla settimana dati da mio padre, per le uscite serali. Mia madre inoltre non si sentiva di avere gente in casa, bambini in casa, i bambini fanno fare fatica e alle feste di compleanno fanno sempre una gran confusione e dopo non aiutano neanche. Diceva: “Mi tocca fare tutto a me! Già io faccio fatica e questo non mi va! Neppure i genitori mi aiutano a mettere a posto, i genitori che potrebbero farlo, non mi aiutano né padre né madre”. Per questo non se la sentiva di avere compagnia!
Non avendo avuto gente in casa non ho mai avuto la possibilità, il piacere di studiare con l’aiuto dei miei compagni, se non a scuola, ma a casa no, di conseguenza sono rimasta per anni in  casa a studiare e a fare i compiti da sola, per un confronto o uno scambio con i compagni dovevo aspettare il giorno dopo, cioè di essere a scuola, questo non ha facilitato la mia integrazione.
Da parte di mia nonna che ho avuto in casa, ogni volta che qualcuno di estraneo suonava alla porta per entrare a casa nostra, chiunque avesse tentato di avvicinarsi a lei, lei era piena di pregiudizi.
L’atteggiamento di iperprotezione che la famiglia ha nei confronti di familiari con deficit non facilita l’integrazione.
Contesto scolastico:
Io ho fatto le scuole normali, dalla materna in su, anche se con difficoltà, sono andata alle scuole elementari a 7 anni, il programma scolastico era come quello di tutti gli altri tranne una materia, ginnastica fisica, per la quale era scritto “Esonerata”.
Mi cambiavano le maestre del mattino ogni anno e questo non ha facilitato, certo era una difficoltà generale che si ripercuoteva anche su di me; ogni anno si ricominciava a spiegare! Ogni anno mi cambiavano anche le maestre d’appoggio: cosa che preoccupava molto i miei genitori, ricordo ancora le lunghe lotte con il direttore, i lunghi discorsi tra i miei genitori e le insegnanti che sono durati molti anni nei quali si discuteva proprio sul ruolo e i compiti dell’insegnante sia quella di ruolo appunto sia di sostegno.
Il problema era il direttore scolastico alla fine dei tre mesi di prova atti a stabilire se io fossi in grado di intendere e volere; diceva: “Ma capisce? Ma parla? E la testa ce l’ha?” Sì!
Coi miei compagni mi sono trovata bene, anche se non giocavano mai con me, tranne una! Con gli altri non è che si litigasse ma non mi facevano neanche dei grossi favori! I favori, non potevano farmeli dicevano loro! O forse non volevano! Che cosa ci posso fare? Mica li potevo obbligare?! Non ci posso fare niente! Secondo me non era una questione di cattiveria!
Ma piuttosto di “Non sono pratico, sono impacciato! Sono ignorante nel vero senso della parola! Di svogliatezza, dovrei ma non voglio, non ho voglia di imparare! Non mi va di mettermi lì ad imparare! Uff, sinceramente non sono neanche abituato a farlo! Che noia, che stress non finisce più! Sinceramente non mi piacciono molto queste cose, per cui non mi va di farle, mi va di stare sul divano a riposarmi! Sinceramente mi va di farne altre! Per la verità quelle cose mi stanno antipatiche!”.
Mi hanno fatto scrivere prima con la mano destra: facevo dei punti e delle linee. Volevano correggermi, a quel punto gli ho detto: “Fatemi provare con la sinistra! Vedrete che vi stupirò: Scommettiamo!”. A quel punto gliel’ho dimostrato: “Che ne pensate? Riesco a scrivere?”. “Sì, in effetti ha ragione, a scrivere ci riesce! Però!”. A quel però si è presentato un problema dell’interpretazione del linguaggio scritto. Ho visto subito le loro facce che c’era qualcosa che non andava! A quel punto gli ho detto: “Non preoccupatevi di questo ci devo capire io, ci devo studiare io!”. Gli insegnanti mi hanno chiesto: “Quando noi dobbiamo correggere i compiti se dobbiamo giudicarti, valutarti, come pensi di fare?”. “Si può sempre migliorare!”. “Come pensi di fare? Come pensi di risolverlo? Di affrontarlo?”. “Non lo so, ci dovrò studiare!”.
Si è posto un problema della “Sottovalutazione e Sopravalutazione”, problema che deve essere portato avanti e risolto direttamente dalla persona con deficit, con i suoi tempi lunghi, per questo, deve essere affrontato prima degli esami, prima della fine della scuola dell’obbligo.
Poi ho fatto una 2° quinta elementare, ho dovuto ripetere l’anno perché nella 1° quinta che ho fatto mi sono operata quindi non ho potuto seguire le lezioni. Alcuni compagni della 2° quinta me li sono portati dietro anche scuole medie inferiori.
Alle scuole medie inferiori con le compagne ho chiesto la gentilezza di prendere appunti e quello l’hanno sempre fatto come favore ma mi sono trovata un po’ peggio; alcune volte ho letto in loro dei sentimenti di risentimento di rabbia e di rivalsa le une verso le altre poi venivano da me con   comportamenti e movimenti a scatti di rabbia e di nervosismo, scatti di paura o di nervosismo? Io tutto questo l’ho capito, gliel’ho sempre letto in faccia!
Prima della mia entrata alle scuole medie inferiori è stato affrontato da mio padre in accordo con me il problema delle barriere architettoniche! È stata fatta la scuola nuova mentre l’ascensore è stato fatto in un secondo momento, a scuola già iniziata, per cui io e i miei compagni maschi abbiamo dovuto affrontare il problema delle barriere architettoniche perché alcune aule erano al piano superiore; il professore di Educazione Tecnica e di Fisica mi portava su e giù per le scale gradino per gradino giorno per giorno a come un sacco di patate, mentre i miei compagni portavano la mia sedia a rotelle!
Alle superiori ho scelto la scuola professionale En.A.I.P. come percorso privilegiato per trovare lavoro prima! Biennio professionale! La materia principale Gestione aziendale. Ho imparato il funzionamento del computer, il modo di “ragionare” del computer di rispondere alle nostre domande (che sono i comandi che noi diamo al computer), di selezionare immagazzinare catalogare informazioni di qualsiasi tipo.
Ho imparato l’esistenza dei registratori di cassa presenti in tutti gli esercizi commerciali come sono fatti e il loro funzionamento, come è fatto l’assegno, a compilarlo, la girata e dove vanno fatte le firme.
La calcolatrice, la macchina da scrivere prima quella manuale con scarsi risultati. I tempi erano gli stessi, la lentezza c’era comunque… Cosa era che cambiava? La fatica! I tasti troppo  duri! Ben presto ci siamo decisi per quella elettrica, quella manuale non ero in grado di usarla!
L’uso del computer il vecchio Olivetti M24 mi ha permesso di intravedere uno spiraglio per raggiungere risultati molto grossi, verso la soluzione di un problema di comunicazione scritta: per appunti personali non solo, mi ha permesso di vincere il mio annoso problema: scrivere riscrivere le stesse cose 2 o 3, o addirittura 4 volte, trasformare la mia calligrafia incomprensibile, ovvero l’ha resa più facilmente interpretabile decifrabile e traducibile da tutti in qualcosa di scritto in qualsiasi lingua, immediatamente comprensibile da tutti. 

Essere comunità in Angola

Nell’Africa sub-tropicale, sulla costa dell’Oceano Atlantico, a sud dello Zaire e a nord della Namibia c’é la Repubblica Popolare d’Angola. Indipendente dal 1975, dopo una lunga storia di colonizzazione portoghese, è stata per decenni dilaniata dagli scontri tra gruppi politici e tribali che sono stati sostenuti da potenze diverse, in primo luogo Stati Uniti e Sud Africa a cui faceva comodo la destabilizzazione del governo filosocialista.
Attualmente il paese sta vivendo una fragile pace ma le ferite di tanti anni di guerra sono ancora molto evidenti, basti considerare ad esempio il problema delle mine anti-uomo che sono state disseminate in vaste aree del paese e che provocano il ferimento di tantissime persone, uomini, donne e bambini. I sistemi economico e sanitario sono andati completamente distrutti, nelle città (dove si sono ammassate in cerca di rifugio migliaia di persone sfollate dai villaggi di appartenenza) la delinquenza dilaga e la situazione igienica è pessima.
In questa situazione le uniche strutture cha hanno cercato di lavorare anche nei lunghi anni di guerra sono state quelle missionarie. L’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau (AIFO) dal 1983 sostiene il lavoro sanitario di alcune missioni, in particolare a Saurimo. Molteplici sono le attività portate dalle Suore della Congregazione “Suore Francescane Missionarie di Maria”: evangelizzazione, salute, promozione della donna, educazione. Due suore infermiere si dedicano alle attività di sanità nel Centro Materno Infantile, nel lebbrosario di Camundambala (posto a circa 10 Km dalla cittadina di Saurimo), nel centro per rifugiati dallo Zaire, nel centro per gli sfollati dalla guerra. Alla promozione della donna e dei giovani lavorano due suore che insegnano cucito, ricamo, eccetera, ma trovare il materiale occorrente è molto difficile. Nel campo dell’educazione lavora una suora-maestra, anche lei con molta difficoltà per la mancanza di materiale e i prezzi altissimi. Molti alunni non hanno libri, quaderni, matite e penne. Per il lavoro sanitario le suore riescono ad ottenere una minima quantità di farmaci dallo Stato ed altri dalla Caritas Internazionale ma questi non bastano a rispondere alla richiesta dei malati sempre molto numerosi. Gli ammalati ospitati nel lebbrosario sono in totale 150, oltre a questi il centro sanitario ha alcuni posti letto che mette a disposizione per il ricovero dei casi bisognosi ed ha la possibilità di fornire assistenza specialistica per oculistica e chirurgia ricostruttiva. Nel 2000 sono stati identificati 20 casi nuovi di lebbra. L’AIFO si è impegnata a sostenere la manutenzione ordinaria e straordinaria del centro di salute e dell’area abitativa del lebbrosario.
Per il 2002 l’esigenza più sentita è quella di potenziare il centro sanitario. La Suora Responsabile ha chiesto all’AIFO un aiuto per equipaggiare due sale per le visite e il laboratorio.

Abbiamo intervistato Suor Dionisia Kandeia, responsabile del Centro Saude de Camundambala.

Quale definizione darebbe della comunità nella quale vive?
La nostra comunità si definisce in tre modi: insieme di uomini, donne e bambini segnati fisicamente e psicologicamente dalla storia del proprio passato fino ad essere esclusi e isolati dalla società; un gruppo che per molti anni è dipeso da assistenza e offerte; un gruppo in cui l’analfabetismo occupa molto spazio.

Come lei coinvolge la comunità nel suo lavoro?
Quello che faccio in questo momento è spegnere in loro l’immagine negativa del passato, stimolando ognuno a riconoscere i propri doni, le proprie capacità e la propria dignità (essendo ognuno figlio di Dio).

Quali sono gli strumenti che utilizza per comunicare all’interno e all’esterno?
Per l’interno utilizzo il lavoro come uno dei mezzi fondamentali per valorizzare e dare dignità all’uomo e alla donna. Ciò si ottiene attraverso piccoli progetti autogestiti nella comunità. Altro strumento sono i momenti di confronto periodico interni alla comunità, riflessioni bibliche e giorni di festa che si realizzano nella comunità. Per l’esterno: si promuovono contatti con persone di altri villaggi, attraverso spostamenti, incontri e servizi di apprendistato fuori dal villaggio.

Quali sono i più deboli nella comunità in cui vive, e come vengono coinvolti?
I più deboli nella comunità sono le donne. Le attività sviluppate abbracciano tutti i livelli, coinvolgendo uomini, donne e in particolare i giovani per evitare mentalità arretrate. Questo vuol dire che per ogni settore di lavoro la donna deve partecipare.

Come si comporta se la comunità ha valori diversi dai suoi?
Di fronte a valori diversi dai miei un primo passo è usare la parola rispetto.
Un secondo passo è analizzare ogni singolo caso. Se è positivo ne approfitto per la formazione di autostima. Se è negativo utilizzo una correzione generale attraverso principi morali.

Quali sono le risorse della comunità per arrivare a stare bene (Scannavino direbbe per raggiungere salute ed allegria)?
Utilizziamo un metodo di identificazione dei problemi della comunità e per far questo promoviamo incontri periodici. E’ fondamentale che le attività proposte siano stimolanti, con l’obiettivo di far partecipare le persone e farle sentire utili.

A che punto la sua comunità sta nel cammino di coscienza politica e nella elaborazione di strumenti di lotta? Quali pensa possano essere i prossimi passi in questa direzione?
Nella nostra situazione la comunità quasi si limita ad essere consapevole dei due momenti che si alternano nel nostro paese: guerra o pace.
I prossimi passi nella direzione di una coscienza politica sono favorire la formazione e l’informazione. Per fare ciò vorremmo installare un piccolo generatore che farà funzionare il televisore: in questo modo avremo la possibilità di vedere videocassette nel villaggio. Altro passo fondamentale è la scuola con lezioni intensive di alfabetizzazione: giovani, adulti e adolescenti già hanno iniziato il sei di maggio di quest’anno. Per ultimo stiamo attivando una formazione su tematiche psicologiche che verrà gestita da una consorella.

Storie di Calamai e di altre creature straordinarie: un convegno a novembre

A cura della redazione

Due giornate per riflettere
L’Associazione Centro Documentazione Handicap e la Cooperativa Accaparlante festeggeranno il ventesimo compleanno del Progetto Calamaio con un appuntamento “di studio e gioco” che si terrà il 24 e il 25 novembre a Bologna.
Due giornate in cui riflettere su questa esperienza in modo pubblico e condiviso con l’idea di riprendere in mano il patrimonio costituito da questi anni di incontri di animazione e formazione sulla cultura della diversità e di rileggerlo alla luce dell’oggi, dei cambiamenti che sono così incisivamente entrati nella società e quindi nella scuola.
Vent’anni di lavoro nelle scuole e nelle realtà associative a partire dall’idea di fondo che la persona disabile nei contesti di vita di cui fa parte (la scuola ma non solo), può svolgere un ruolo educativo forte attraverso la messa in gioco della propria esperienza e l’esercizio di una responsabilità che non è solo acquisizione personale ma bene comune.
A partire da questa specificità il Progetto Calamaio si è inserito con intenzionalità nello storico, e mai scontato, passaggio che vede la persona disabile da oggetto passivo e destinatario di cure a soggetto attivo, produttore di cultura, motore di un cambiamento che è prima di tutto nell’immagine mentale e sociale della disabilità.
È un impegno che contrasta i destini segnati e richiama la centralità della relazione educativa e della capacità organizzativa.

Vent’anni di incontri nelle scuole
Più di tremila incontri con e sulla diversità in tutta Italia, condotti da operatori ed educatori disabili e non, che da “colleghi” lavorano insieme.
Incontri pensati ed elaborati intorno a un tavolo di lavoro dove vengono messi in comune idee, conoscenze, strumenti, esperienze.
In questo procedere condiviso crediamo si possano ritrovare quei tratti di particolare incisività e quella forza di gruppo che sono anche gli elementi di riconoscibilità e di specificità.
Lo stile dialogico, aperto, sdrammatizzante degli incontri, si accompagna alla ricerca di strumenti e mediatori organizzativi che rimangano e strutturino cambiamento anche oltre l’intervento dell’équipe esterna.
È quindi una proposta di riflessione educativa che non mette a tacere le differenze individuali, né le difficoltà, ma le utilizza in maniera creativa con l’obiettivo di fare toccare in modo tangibile e coinvolgente come, per un’integrazione non fittizia, sia necessario smontare l’identificazione della disabilità come problema per ritrovarne le possibilità, le risorse, le aperture.
Una metodologia di lavoro del gruppo e nel gruppo che attraverso la partecipazione, anche di ordine emotivo, vuole favorire le condizioni per collegare idee e apprendimenti che non riguardano più e solo il/la bambino/a, la ragazza o il ragazzo con un deficit ma tutti, coetanei e adulti.

Ripensare oggi a questa esperienza significa per noi…
Ripensare oggi a questa esperienza significa per noi riflettere in modo pubblico su quanto si è prodotto, in noi e fuori da noi, rispetto alle attese dell’inizio, ai desideri e agli obiettivi che hanno caratterizzato negli anni gli interventi e i percorsi realizzati; costruire uno spazio di condivisione con chi insieme a noi e da posizioni diverse (persona disabile, insegnante, educatore, genitore, compagno di scuola) ha costruito un pezzo di questa esperienza; incontrare e far incontrare gli “altri animali straordinari” che come il Progetto Calamaio hanno tentato, sperimentato modi di una comunità di vita e di apprendimento attenta, rispettosa, in grado di accogliere e sostenere le singole identità; pensare con il contributo di molti a come andare avanti, quali direzioni rafforzare, quali condizioni per strutturare situazioni di integrazione stabile, quali innovazioni ricercare…

Un percorso per confrontare pensieri e valutazioni
Il Progetto Calamaio non è fatto solo dalle persone che compongono l’équipe di lavoro, ma si integra e si arricchisce dell’apporto dei vari interlocutori che, da ruoli e posizioni diverse, condividono l’esperienza degli incontri di lavoro. Insegnanti, bambini e ragazzi, genitori, educatori sociali: sono stati questi soggetti che, disponibili a incrociare la propria esperienza con quella portata dagli educatori/animatori del Calamaio, hanno reso ogni volta diversa questa opportunità di confronto e rielaborazione.
Affinché l’appuntamento di novembre possa essere quindi uno spazio/tempo costruito insieme a queste voci, abbiamo pensato fosse importante includere tutte quelle persone che hanno rappresentato e rappresentano, per noi e per il nostro percorso di evoluzione, un punto di riferimento importante sul piano della relazione e dell’affetto, ma anche e soprattutto sul piano della condivisione di idee e riflessioni.
Per questo, i mesi di preparazione hanno visto la costituzione di alcuni tavoli di lavoro tematici con l’obiettivo di compiere un lavoro di analisi e valutazioni da portare all’appuntamento di novembre.
Analisi e valutazioni che già nei primi giri di discussione hanno messo l’accento sulla necessità di tenere insieme gli elementi di memoria (storia, identità, stile) e di nuova progettualità, dove il termine “nuova” non vuole richiamare una generica volontà di cambiare per cambiare, ma una necessità di rendere maggiormente capaci interventi di questa natura, di dare strumenti di continuità a chi, nelle classi, tutti i giorni vive e opera.
Solo investendo in questa direzione il Progetto Calamaio può diventare una risorsa non solo legata al momento esperienziale in classe, ma si rende fruibile in più momenti, si fa più metodo, strumento didattico, diventa occasione di scambio e di lavoro di rete, utile anche per creare alleanze che vadano oltre il momento prettamente scolastico.

Per informazioni:
Sandra Negri
tel. 051/641.50.05 fax 051/641.50.55
calamaio@accaparlante.it
sandra@accaparlante.it

Se vuoi essere aggiornato sulle novità del Progetto Calamaio iscriviti alla mailing list, mandando un’e-mail a sympa@liste.retelilliput.org, con oggetto: subscribe progetto_calamaio.

“RITMìA”, dall’ascolto del corpo al fare musica

A cura della redazione

RITMìA è una nuova pratica di propedeutica musicale basata sull’espressione corporea che si propone di avvicinare i bambini alla musica in modo spontaneo e creativo, attraverso un percorso strutturato che valorizza le capacità e le predisposizioni proprie di ciascuno. Servendosi dell’integrazione dei linguaggi non verbali, tecniche grafico-pittoriche e gioco, l’educazione musicale diventa inoltre un tramite per superare le differenze individuali, in modo che anche i bambini stranieri o i soggetti in difficoltà possano trovare un più equilibrato inserimento all’interno del gruppo.
È a partire da un’analisi dettagliata delle metodologie di propedeutica musicale per bambini dai tre ai dieci anni abitualmente in uso che si è inserito il percorso innovativo di RITMìA: a seconda delle parti del corpo che il bambino muove e delle posture che assume nel gioco, derivano particolari sensazioni che egli interpreterà con gesti dal preciso significato simbolico. Per esempio, correre in punta di piedi con le braccia aperte gli permette di imitare il volo, mentre camminare pesantemente a quattro zampe suggerisce situazioni completamente diverse. Anche tramite l’interscambio con gli oggetti che lo circondano, il bambino sperimenta se stesso e si propone al mondo esterno mostrando di volta in volta calma, aggressività, fragilità, forza, ecc. Per comunicare le sue sensazioni tende a identificarsi con le immagini più diverse, per esempio un leone quando vuole esprimere aggressività e irruenza, oppure una farfalla per indicare fragilità e leggerezza.
Le sonorità che il bambino produce spontaneamente eseguendo i vari movimenti accentuano la sua immedesimazione nel simbolo. Durante il gioco, i suoni del respiro e della voce, i rumori creati dai movimenti e dalla manipolazione degli oggetti diventano prolungamenti del corpo nello spazio. Attraverso il loro insieme (suoni deboli e forti, successioni lente e veloci, tessiture acute e gravi, differenti timbriche) il bambino raggiunge gli altri, inducendo stati emotivi che comportano reazioni corporali toniche o motorie.
Con una guida adeguata i piccoli possono imparare facilmente che ciascun suono è la diretta conseguenza di un preciso movimento o della sollecitazione di un oggetto specifico, e che ogni sonorità è strettamente legata all’immagine espressa tramite i vari gesti. Sperimentando movimenti e suoni, ogni bambino può assumere le sonorità che più gli appartengono, invitare gli altri a viverle nel gioco, accompagnarli e a sua volta mettere in pratica le proposte dei compagni. In questo modo il suono diventa un linguaggio comune che ha il potere di suscitare sensazioni e reazioni. Con queste premesse, fare e ascoltare musica anche a livelli elementari acquista valore di comunicazione artistica, un veicolo per convogliare le emozioni che ogni individuo esprime attraverso la propria creatività.
RITMìA si richiama alla pratica della psicomotricità, che tuttavia, pur utilizzando la stimolazione sonora, non ha mai prestato sufficiente attenzione alla simbologia del suono in rapporto al movimento. Trova interazione anche con altre metodologie di didattica della musica, con l’educazione artistica, la danza, la drammatizzazione e le discipline orientali, tra cui lo yoga. Si possono evidenziare numerosi collegamenti con l’insegnamento della lingua italiana e della matematica.

Gli strumenti musicali di RITMìA
In questa nuova pratica di propedeutica musicale la scelta degli strumenti da proporre ai bambini non è casuale ma deriva da una ricerca etnomusicologica ben precisa. Si sono privilegiati alcuni tra gli strumenti musicali primitivi ( tamburo, flauto, voce e respiro, sonagli), che oltre ad avere un chiaro valore simbolico sono facili da reperire e possono servire come oggetti di uso comune nella mediazione con gli altri. Ciascuno di questi strumenti ha caratteristiche specifiche e, a seconda della forma, del materiale e del modo in cui viene sollecitato, mette in vibrazione determinate zone del corpo e induce posture, movimenti e sensazioni particolari.
Ogni strumento inoltre, viene usato per ricercare differenti sfumature timbriche. I bambini sono invitati a percepire le sensazioni che derivano da sonorità deboli o forti, acute o gravi, lente o veloci, imparando a scegliere e combinare il materiale sonoro per creare piccole composizioni da proporre agli altri e a cui dare un significato.
L’uso di questi strumenti è di per sé sufficiente a permettere la stimolazione di tutte le parti del corpo, la realizzazione di innumerevoli posture e andature e l’attuazione dei parametri musicali di base, ma potrà essere integrato con strumenti a corde, altri strumenti a fiato, vari tipi di idiofoni e con l’ascolto di brani musicali.

I “silenzi”
Insegnare ai bambini la percezione del silenzio è senza dubbio un obiettivo importante e ambizioso. Per la maggior parte di loro, infatti, fare silenzio significa semplicemente non parlare, e solo pochi si rendono conto che per non produrre alcun suono è necessario anche restare immobili. L’immobilità, tuttavia, è una condizione estranea alla natura dei piccoli, per i quali il movimento non è soltanto fonte di conoscenza ma anche di piacere. Abituare i bambini a mantenere brevi attimi di staticità intervallati dalla pratica motoria è un ottimo metodo per avvicinarli all’ascolto del respiro e alla percezione degli stati di rilassamento, di concentrazione, e alla ricerca di sensazioni. È altresì facile verificare che interrompendo all’improvviso il suono che accompagna qualsiasi movimento, il corpo tende spontaneamente a fermarsi in una posizione che conserva l’eco dei gesti appena eseguiti. Di conseguenza, questi attimi di immobilità-silenzio potranno essere usati per enfatizzare la percezione dei suoni e dei gesti precedenti o successivi all’immobilità.
Nella pratica di RITMìA il movimento deve avere connotazioni ben precise per enfatizzare la percezione delle sensazioni create dai suoni, e le posture da eseguire nell’immobilità dovranno essere scelte accuratamente. Il percorso prevede l’introduzione di posizioni e tecniche respiratorie tratte dallo yoga, che proprio per le loro caratteristiche permettono di stimolare particolari zone del corpo e facilitare la ricerca di sensazioni anche nel silenzio.

Il gioco dell’albero che cresce
Muovetevi liberamente in ogni direzione immaginando di essere semi di alberi trasportati dal vento. Il soffio del vostro respiro, che imita il sibilare del vento, vi accompagna. I piccoli semi in volo scenderanno verso la terra, si risolleveranno e si scontreranno. La guida, un compagno precedentemente incaricato, cantando un suono grave (basso), fermerà il volo dei semi, che cadranno al suolo. A questo punto, se la guida emetterà una nota acuta (alta), pronunciata piano, eseguirete la posizione yoga del piccolo albero: se la nota emessa dalla guida sarà invece acuta e forte farete la posizione yoga del grande albero. Manterrete la postura suggerita dal suono fino a che la guida non eseguirà il soffio del vento con il respiro. Il vento staccherà altri semi dagli alberi e il gioco potrà ricominciare da capo.

Questa è la posizione del piccolo albero:

Per eseguirla: 
in posizione eretta con i piedi uniti, mantenere la gamba destra tesa e piegare lateralmente la gamba sinistra, portando la pianta del piede ben appoggiata all’interno del ginocchio destro. Inspirando giungere le mani al petto ed espirare. Nel ritorno inspirare, e poi espirando sciogliere la posizione delle braccia e delle gambe. Eseguire la postura anche sull’altro lato.
Questa è la posizione del grande albero:

Per eseguirla: 
in posizione eretta con i piedi uniti, mantenere la gamba destra ben tesa e piegare lateralmente la gamba sinistra. Afferrando la caviglia sinistra, portare il tallone in appoggio al perineo della gamba destra. Inspirando sollevare lateralmente le braccia portandole tese sopra il capo, con le mani giunte. Espirando piegare i gomiti e sfiorare con le mani il vertice della testa. Nel ritorno, inspirare, e poi espirando sciogliere la posizione delle braccia e delle gambe. Eseguire la postura anche sull’altro lato.
Gli strumenti musicali consigliati sono la voce e il soffio del respiro.
Per eseguire le sonorità piano e forte si deve prima produrre un suono spontaneamente: aumentando la pressione del fiato il suono diviene più forte, diminuendo la pressione il suono si fa più debole. Si possono sperimentare e ottenere innumerevoli sfumature di intensità.

Suggerimenti per la pratica 
Nella fase di movimento libero che rappresenta il volo dei semi, si può alternare l’andatura di corsa a un procedere più tranquillo. Durante la corsa l’emissione del soffio del vento deve essere intensa, nell’andatura lenta sarà invece debole. In questo modo si sottolinea la stretta correlazione fra movimento e respiro. Il seme nella terra può essere rappresentato con una posizione rannicchiata e il passaggio da questa postura alle posizioni dell’albero deve essere lento. Ciò permetterà di percepire meglio l’appoggio dei piedi a terra, per poter mantenere più facilmente la postura in equilibrio. I piccoli potranno capire quanto sia importante la calma e la ponderazione per la buona riuscita di ogni azione. Le posizioni dell’albero si devono eseguire su entrambi i lati per equilibrare la percezione e le funzioni della parte destra e sinistra del corpo. Nel gioco dopo aver fatto la postura su un lato è opportuno che la guida ripeta la nota acuta, per indicare l’esecuzione della posizione dalla parte opposta.
I perché di questo gioco
L’ascolto di suoni acuti dà un forte impulso nervoso: i suoni gravi sono invece più distensivi. Le sonorità di forte intensità richiamano l’estroversione mentre l’introversione è evocata da quelle più sommesse. Le posture in cui il corpo è seduto o sdraiato al suolo danno solitamente sensazioni di stabilità e tranquillità. Per questo motivo si è associato un suono grave alla posizione a terra, che rappresenta il seme. La nota grave, inoltre, portando l’attenzione verso il basso, enfatizza la caduta dei semi al suolo. Un suono acuto è bene espresso da posizioni in piedi o dove il corpo, esteso verso l’alto, fa percepire una sensazione di movimento, di attivazione. Le sonorità nel piano si associano a dimensioni di chiusura, che portano all’introspezione; quelle nel forte a dimensioni di apertura ed espansione. Date le premesse, la nota acuta cantata piano e forte è un ottimo stimolo per rappresentare sia la crescita progressiva dell’albero verso il cielo che le due posizioni dell’albero, delle quali una è in chiusura e l’altra completamente aperta verso l’alto. L’utilizzo della voce permette di enfatizzare la stimolazione data dai suoni acuto e grave. La voce, che esce direttamente dal corpo dell’esecutore per entrare nel corpo di chi ascolta, consente pertanto una penetrazione simbolica e stabilisce quindi una comunicazione profonda. Questo mezzo sonoro è anche da considerarsi il primo e il più importante mediatore con la realtà circostante. Il suono vocale della madre viene infatti percepito dal bimbo fin dalla fase prenatale, e dopo la nascita è proprio questa voce che egli ricercherà come punto di riferimento costante. Attraverso la voce si espleta il linguaggio idiomatico. Il fischio del vento in accompagnamento al procedere libero permette una maggiore identificazione nei semi in movimento.

Benefici 
Il gioco porta a un maggiore autocontrollo. Il bambino amplia la percezione dello spazio in cui si muove, definendo le dimensioni alta e bassa, migliora la prontezza di riflessi, aumenta la coscienza respiratoria nell’esecuzione del respiro del vento e acuisce la sensibilità uditiva ascoltando e confrontando le differenti altezze e intensità dei suoni.

Per saperne di più:
www.ritmia.com

Il gioco- Nu

A cura della redazione

Situato al piano terra di un antico palazzo nel cuore del centro storico di Prato, Nu è un laboratorio di gioco dedicato a bambini dai 3 agli 11 anni d’età. È  un centro di servizi ludico-educativi per l’infanzia, uno spazio per bambini e bambine caratterizzato dall’attenzione alla qualità (dei materiali, degli ambienti, delle attività, dei ludo-operatori), dall’utilizzo del gioco come chiave d’accesso privilegiata alla comunicazione coi bambini e tra i bambini e dall’interesse per l’arte e le arti (il colore e le forme, il teatro, la cucina, le storie, la musica e il ritmo). Organizza e gestisce attività sia all’interno della sua sede che all’esterno (in tutta la Toscana, in scuole, piazze, negozi, case, giardini, ecc.), a seconda dei progetti.
Costituito da una sala gioco di più di 50 metri quadri, da una sala-biblioteca e da un grande angolo morbido (oltre ovviamente ad avere uno spazio-ufficio, dei servizi dedicati ai bambini e alle bambine e un piccolo magazzino per riporre i giochi più grandi quando non vengono usati), offre ai bambini attività laboratoriali di teatro, arte, psicomotricità, lettura e cucina. Nu – laboratorio di gioco propone  inoltre numerosi percorsi di formazione su gioco, arte, lettura, scrittura, teatro, musica, rivolti a educatori, genitori e insegnanti.
L’idea che guida il progetto di Nu è che il gioco sia l’ambito più importante e più naturale entro il quale i bambini e le bambine possono crescere armoniosamente, sia come individui, con possibilità e limiti, sia come soggetti di relazioni con altri. Il territorio del gioco, infatti, permette di agire e interagire in uno spazio protetto, senza tensioni o timori, imparando a gestire relazioni ricche e felici e a confrontarsi con le proprie capacità e con le proprie difficoltà.
Per questo al centro delle attività del laboratorio c’è il gioco-Nu: spazi e momenti in cui ai bambini e alle bambine sono proposte attività ludiche coinvolgenti, in cui il ludo-operatore ha un ruolo di contenimento ma non di direzionamento, permettendo contemporaneamente la possibilità di autonomia del singolo ma anche quella di relazioni serene e leggere. L’obiettivo è quello di creare un’esperienza fluida, senza vincoli e senza percorsi obbligati, mantenendo al tempo stesso una forte partecipazione del ludo-operatore. I bambini e le bambine possono quindi scegliere liberamente quale tipo di gioco o attività svolgere e gli spazi e i tempi in cui giocare, senza sentirsi incanalati in attività pre-strutturate ma neppure abbandonati a se stessi.
A questo proposito, lo spazio è suddiviso in tre diverse stanze:
la stanza-camaleonte: è il cuore di Nu, ed è pensata come una struttura pronta a cambiare, proprio come un camaleonte. Attrezzata con pareti mobili polifunzionali, può ospitare più di trecento giochi piccoli e grandi o trasformarsi in un grande spazio libero, in cui muoversi è facile e divertente; può diventare una vera officina di creatività, con tavoli e materiali o essere trasformata in una città di cartone, con decine di case-scatole sotto cui nascondersi e da cui sbucare; può essere sfruttata per feste di compleanno o per incontri di formazione, può diventare teatro o palestra, aprirsi agli adulti o essere terreno privato dei bambini e delle bambine. Tutti gli elementi con cui è arredata possono essere spostati e riposizionati in modo da creare spazi diversi. Anche il pavimento partecipa a questo gioco di continue metamorfosi, con i suoi Bolli Colorati che possono diventare capanne, pedane guadagna-punti e molto altro, a seconda delle attività che si svolgono;
l’isola di Nu è la stanza dei laboratori, con un grande angolo morbido destinato ai più piccoli: uno spazio pensato attorno alle esigenze dei bambini e delle bambine tra i 3 e i 5 anni, e dei loro genitori.  È un’isola, con pareti blu e azzurre e un vero mare con cui giocare (pannelli di idro-gel studiati appositamente per asili e ludoteche). È una stanza interna, che non dà sulla strada, in cui ci si sente protetti e caldi. Ospita tappeti in gomma espansa, cuscinoni, poltroncine, animali di peluche, libri in stoffa, dondoli, copertine e tutti i giochi e i materiali dedicati solo ai più piccoli;
l’albero dei libri, è lo spazio-biblioteca, una bella stanza luminosa in cui sono raccolti tutti i libri di  Nu. È una casa su un albero, con grandi foglie verdi sotto cui leggere, accoccolati in un’amaca o sdraiati su una chaise-longue o in mezzo ai cuscini. Il progetto ambisce a non fornire semplicemente volumi, ma una vera e propria selezione dei migliori libri per bambini e bambine in italiano e in altre lingue. L’Albero ospita incontri con gli autori e letture animate.
La musica ha un ruolo fondamentale per il gioco-Nu, sia che sia ascoltata (la musica dello stereo, la musica che accompagna il gioco e ne scandisce i tempi), sia che sia suonata (la musica degli strumenti musicali di Nu, alcuni dei quali possono essere costruiti dagli stessi bambini all’interno dei laboratori creativi).
Anche lo spazio in cui l’attività viene svolta diventa ludico, nel suo aspetto e nella sua struttura: i pannelli polifunzionali, la grande tenda-sipario, le capanne bianche, i contenitori mobili, i Bolli Colorati possono trasformarsi e diventare parte del gioco, in una rincorsa di immaginazione e fantasia.
Il gioco-Nu è festa e scoperta; relazione e sfida; è una possibilità concreta e vicina di interazione felice e di crescita divertita.
Responsabile di questa attività è Francesco Mele, uno psicologo dello sviluppo e dell’educazione, da anni impegnato nell’utilizzo del gioco quale strumento di lavoro psicologico privilegiato; porta in questo progetto e la sua esperienza con i ludobus in tutte le piazze e le scuole di Prato.

Per informazioni

Nu – laboratorio di gioco
Via Cambioni 14
59100 Prato (FI)
Tel. 0574/429.61
Fax 0574/48.41.26
E-mail: info@gioco-nu.it

La foresta furbastra: un cd rom educativo

A cura della redazione

Studi e ricerche pedagogiche hanno dimostrato come, nei secoli, la fiaba sia diventata genere letterario universale e patrimonio comune dell’umanità. Volta a cogliere le differenze di coloro che stanno ai margini, metafora iniziatica per “non iniziati”, essa avvicina i propri fruitori a tematiche quotidiane e comuni.
Situata nei luoghi dell’Altrove, affronta temi complessi quali l’amore, il dolore, la nostalgia, la morte, la vita, il distacco, la gioia e si insinua all’interno delle dinamiche personali interiori di ciascun individuo sfiorando le corde dei sentimenti, delle paure e delle attese. Servendosi di un linguaggio semplice e al tempo stesso sottilmente pungente, la fiaba parla di diversità gettando non solo un ponte tra infanzia ed età adulta bensì tra culture e popoli lontani. Essa prende per mano il lettore e lo conduce attraverso i luoghi dell’immaginario alla scoperta intima di sé e dell’altro.
Ma esiste un altro elemento che, così come la narrazione fiabica, ha il potere di condurre l’uomo verso l’altro ed è il gioco. Esso crea un tempo e un universo temporanei, fatti di regole, rumori, ruoli e sensazioni nuovi e diverse.
Sulla base di queste premesse nasce nel 2004, all’interno del progetto Scuolabile ideato da Disabili.com e realizzato grazie alla collaborazione della Regione Veneto e del Comune di Padova, una storia accattivante nell’ambito della quale i bambini, con la supervisione degli insegnanti a scuola e dei genitori a casa, si confrontano in modo divertente ed educativo con situazioni che normalmente non appartengono alla loro quotidianità. Un vero e proprio videogioco, insomma, i cui protagonisti sono dei fumetti: bambini e bambine, alcuni normodotati, altri disabili.
Inoltre, schede esplicative e carte da “gioco” didattiche allegate, consentono agli insegnanti e ai genitori di proseguire nel percorso istruttivo e culturale obiettivo del progetto.
Il racconto intitolato “La foresta furbastra” e i testi del gioco interattivo sono stati ideati dallo scrittore per ragazzi Luigi Dal Cin.
I personaggi della fiaba hanno caratteri buoni, forti e vincenti: principesse del buio (che non vedono), principi del silenzio (che non sentono e non parlano) o della forza (con braccia fortissime perché seduti su una sedie a rotelle. Sono state realizzate inoltre apposite carte da gioco per continuare, anche al termine della fiaba, il percorso educativo e culturale promosso da Scuolabile. Le carte possono essere utilizzate come traccia per inventare una storia nuova, oppure distribuite per completare con una sequenza nuova il racconto e costituiscono un aiuto concreto nella distinzione di ambienti reali e fantastici, protagonisti, antagonisti e sfidanti… stimolando il bambino a rielaborare le esperienze vissute nel gioco.

La foresta furbastra (breve riassunto)
In un castello (non molto lontano da noi), vive una bambina, Luna, buona e sensibile, insieme alla matrigna, vanitosa e antipatica, e alla sorellina, costretta su una sedia a rotelle, tenuta nascosta perché nel castello, essendoci troppe scale, non può muoversi. Un giorno arrivano al castello la principessa del buio, il principe del silenzio e il principe della forza: vogliono offrire i loro servizi e le loro capacità alla matrigna, ma vengono cacciati perché “diversi”. La matrigna decide di cacciare dal castello anche la figliastra, perché più bella di lei: è troppo vanitosa, non può accettarlo! Ma grazie all’aiuto dei suoi tre amici – la principessa del buio, il principe del silenzio e il principe della forza – la protagonista riuscirà a superare una serie di prove. La matrigna sarà eliminata, e Luna tornerà con i suoi tre amici al castello, dal quale, nel frattempo, la sorellina ha eliminato ogni barriera architettonica. E vivranno insieme, felici e contenti.

Per richiedere il cd rom del gioco rivolgersi a Disabili.com