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autore: Autore: Carla Ferrero

1. Sportaccessibile

di Carla Ferrero

Spero che leggendo il titolo non vi aspettiate di trovare delle soluzioni, o meglio tutte le soluzioni. Si può affrontare il tema dei percorsi possibili, ma il primo scoglio è proprio insito nell’approccio generale, che si propone di considerare “ogni cittadino”. È un approccio sempre problematico, anche perché se fossero realmente attivi dei percorsi per ogni cittadino (cioè per tutti), avremmo già la soluzione al problema e nessuno di voi sarebbe interessato a quest’articolo.
Partiamo dal titolo: “sportaccessibile” porta inevitabilmente, come primo pensiero, a quella che viene tecnicamente definita accessibilità strutturale.

Dove posso andare a praticare sport?
L’Italia è stato il primo paese europeo a produrre una legge che prevedeva l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici, promulgata nel lontano 1979. Fra varie deroghe e circolari applicative, venne dato come termine ultimo per l’adeguamento delle strutture pubbliche o aperte al pubblico l’anno 1996, inserendo nelle strutture pubbliche anche gli impianti sportivi.
La legge aveva però delle notevoli incongruenze: la prima, che non prevedeva nessuna multa o ammenda, di carattere economico e non, per chi non si fosse adeguato. Si sanciva l’obbligatorietà ma non…la pena.
La seconda grossa incongruenza era che la legge prevedeva come standard di accessibilità esclusivamente l’accessibilità per i disabili motori (in carrozzina), non prendendo in considerazione gli handicap sensoriali e gli handicap mentali che necessitano anche loro di accortezze sull’accessibilità (argomento il più delle volte obliato, non solo nell’ambito sportivo).
La terza, e qui prendiamo solo in riferimento quanto riguarda direttamente lo sport, prevedeva la fruizione dei grandi impianti sportivi da parte di persone con disabilità attraverso l’abbattimento di eventuali barriere architettoniche, la presenza di bagni attrezzati e l’obbligo di riservare una percentuale di posti definiti “protetti” per le persone disabili in carrozzina; percentuale stabilita nel 4% utilizzando i parametri della presenza di handicap motori nella popolazione.
Ottima cosa, anche se sancisce un diritto per alcuni ma non tutela ogni cittadino.
Il D.P.R. n° 503 del 24 luglio 1996 aggiorna in parte la legge per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici. In parte, perché oltre a non affrontare mai l’handicap mentale, tralascia un piccolo particolare: i disabili non sono solo spettatori, sono anche atleti. L’accessibilità degli stadi, dei palazzetti, non prevede nella maggior parte dei casi, sia a livello progettuale sia negli eventuali adattamenti, l’accessibilità al campo di gioco ed agli spogliatoi da parte di un atleta disabile, perché nessuno ha pensato che gli “handicappati” potessero essere anche degli sportivi, degli atleti. Questa è la barriera più grande che attualmente ci troviamo a dover abbattere, e non è previsto in merito nessun finanziamento o contributo legislativo.
È comunque diritto di qualsiasi persona disabile impossibilitata a fruire di un luogo pubblico denunciarlo alla pubblica autorità, che dovrebbe provvedere all’immediata chiusura. Una rivelazione statistica privata assicura che l’86% delle strutture pubbliche sono accessibili, ma con quale livello di accessibilità?

A chi mi devo rivolgere per poter praticare uno sport?
In Italia abbiamo nel panorama sportivo tre realtà: le federazioni sportive, gli enti di promozione e le attività amatoriali-ricreative.
Per quanto riguarda le federazioni sportive, il CONI non prevede l’inserimento di attività sportive svolte unicamente da atleti disabili nelle federazioni di categoria. Ultimamente è stata data la possibilità a qualche atleta disabile, dopo lunghe battaglie, di iscriversi a competizioni per atleti normodotati. Per l’organizzazione di campionati nazionali, partecipazioni alle Paraolimpiadi od altre manifestazioni internazionali, esiste la FISD – Federazione italiana sport disabili che gestisce gli sport ad alto livello agonistico suddivisi in categorie: handicap fisico, handicap sensoriale, handicap mentale.
Per chi non volesse immediatamente essere catapultato nell’agonismo puro, in Italia, unica realtà mondiale, esistono gli Enti di promozione sportiva, presenti a livello nazionale e locale, che hanno come obiettivo l’organizzazione e la promozione di attività sportive rivolte a tutti i cittadini.
Esistono poi realtà a livello locale come polisportive, società sportive o associazioni, che promuovono al loro interno sia attività rivolte a persone disabili sia il possibile inserimento, in particolare per l’handicap mentale lieve o medio-lieve, nelle loro iniziative.

Cosa mi serve per praticare uno sport?
Non tutti gli sport possono essere svolti dalle persone disabili senza accorgimenti tecnici, definiti ausili. A tal proposito da segnalare è la legge regionale E.R. 29/97 “Norme e provvedimenti per favorire le opportunità di vita autonoma e l’integrazione sociale delle persone disabili”, che all’art.10 prevede l’erogazione di contributi diretti alla persona disabile al fine di acquisire eventuali ausili o attrezzature idonee per migliorare l’autonomia.
Sempre nella stessa legge, integrativa regionale della legge quadro sull’handicap n° 104, all’art. 5 sui finanziamenti per il servizio di aiuto personale, lo sport viene inserito fra gli ambiti di indirizzo prevalente. È stato un passaggio molto importante, anche se solo a livello locale, sancire lo sport come attività non secondaria ma presente a pieno titolo nella vita di una persona.
Se avete trovato un impianto accessibile, all’interno del quale vengono proposte delle attività anche per persone disabili, e siete riusciti ad ottenere anche l’ausilio necessario, il gioco è fatto! Ed invece no! Rimane un piccolo scoglio, purtroppo a tutt’oggi irrisolto, o che perlomeno non ha una soluzione legislativa.

Chi mi rilascia il certificato medico
Qualsiasi persona che desidera praticare dello sport, anche solo a livello scolastico o amatoriale, deve essere in possesso del certificato di sana e robusta costituzione rilasciato dal medico generico, se l’attività non è agonistica; altrimenti, bisogna rivolgersi ad un medico sportivo presso un centro di medicina sportiva per il rilascio dell’autorizzazione alla pratica agonistica.
Ora, nei concetti comuni, una persona con una disabilità è tutt’altro che una persona di sana e robusta costituzione. Il concetto di sana e robusta costituzione andrebbe perciò completamente rivisto prevedendo la definizione: “la persona è idonea alla pratica sportiva generica” o, in caso di agonismo, “è idonea alla pratica sportiva del basket…”
Mentre è ovviabile il problema con un medico generico in quanto la sana e robusta costituzione è a sua discrezione (non esistono dei parametri stabiliti), per quanto riguarda la pratica agonistica, il certificato viene rilasciato previo superamento di alcune prove ben specifiche, “tecniche”.
La formazione, perché in questo caso non si può parlare altro che di formazione, dovrebbe riguardare i medici sportivi che non hanno inserito nel loro percorso di studi nulla che riguardi nello specifico l’handicap; si trovano a dover gestire una materia conosciuta solo dai loro colleghi fisiatri, che però non hanno a loro volta una formazione sportiva.

Io voglio fare sport!
L’ultimo sforzo o forse il primo.
Lo scoglio più grosso, ed in alcuni casi la paura, che si presenta per una persona disabile è …la pratica di quel determinato sport non fa bene, non è terapeutica, non è riabilitativa. Perché dovrebbe esserlo? Io voglio fare dello sport, io voglio fare solo dello sport, perché in quanto disabile qualsiasi movimento io faccia deve per forza farmi bene, riabilitarmi? Di solito a questa domanda vi viene risposto o con un silenzio o con un: non solo non ti aiuta a riabilitarti, ma ti può far male, rischi di farti male.
Certo uno sportivo rischia sempre di farsi male, sia che sia disabile, sia che non lo sia.
C’è fra i lettori uno sportivo o meglio un ex atleta che può dichiarare che lo sport non gli ha lasciato degli strascichi fisici?
Ironia a parte, nonostante le difficoltà evidenziate e grazie in parte anche alle piccole soluzioni descritte, le persone disabili che scelgono di essere atleti sono sempre di più, e contemporaneamente aumentano i percorsi possibili per far sì che finalmente lo sport sia sportaccessibile.

11. Bolas de boccia

di Carla Ferrero

Boccia!
Palla?
Não, Boccia!
Pallone?
Não, Boccia!
Bocce!
È più o meno il dialogo avvenuto qualche anno fa quando, in uno scambio di esperienze a livello europeo, cercavamo di capire quale sport venisse praticato all’interno della LPDMCRS (associazione portoghese di persone cerebrolese e spastiche).
Come da manuale, le nostre “barriere” mentali non ci permettevano di comprendere la cosa più ovvia, con inoltre la presenza dell’handicap di un dialogo zoppicante italo-portoghese. Il nostro collega, Mario Nuno Moreira, alle nostre domande rispondeva “boccia”, ma essendo per noi impossibile che uno spastico giocasse a bocce, cercavamo di tradurre un qualcosa volendo comprensibilissimo in qualcosa di conosciuto e per noi normale.
In pratica nel giro di pochi minuti “noi esperti” eravamo riusciti a commettere l’errore tipico a cui va incontro una persona quando sente parlare di sport ed handicap: non contemplare che qualsiasi sport può essere praticato da tutti, al di là dell’handicap . Perché il fattore handicap influenza il gioco o lo sport richiedendo solo degli adattamenti di regole e l’eventuale presenza di ausili a seconda della tipologia di disabilità.
La conferma della grande scoperta è stata immediata quando alla domanda: chi può giocare a boccia, la risposta fu: todos, tutti!
boccia, in tutto uguale al gioco delle Bocce internazionale, si gioca a squadre composte da un minimo di 1 giocatore ad un massimo di 3, con l’unico vincolo che le squadre avversarie siano composte dallo stesso numero di giocatori e appartenenti alle stesse categorie:
– BC1 atleti con disabilità gravi che hanno come abilità il solo controllo dello sguardo: possono utilizzare l’auxilier che interviene solo se chiamato dallo sguardo dell’atleta e fruire della colha (una specie di rampa lunga al massimo 2,5 metri, concava, che viene appoggiata sulla spalla del giocatore il quale tiene ferma la boccia al suo interno facendo una lieve pressione del capo verso la spalla). Quando attraverso lo sguardo (unico elemento di comunicazione in suo possesso) il giocatore ha indicato al suo auxilier la direzione verso cui puntare la colha e l’altezza della stessa da terra (fondamentale per determinare la velocità delle boccia), alzando il capo dà via libera alla boccia ed alla sua azione di gioco.
– BC2 atleti con disabilità gravi che hanno come abilità il movimento di una o due braccia, ma non la forza di lanciare. Utilizzano la colha
– BC3 atleti con disabilità gravi che hanno come abilità il controllo di una o due braccia e la forza di lanciare. Non utilizzano nessun ausilio.
Ma al nostro arrivo in palestra, in campo erano presenti anche delle persone non disabili. L’entusiasmo di aver trovato un altro sport come il calcio in carrozzina, dove l’atleta disabile e lo spingitore sono un’unica unità/atleta, ci aveva immediatamente infervorato. Errore! Per saperne di più, indicando quello che per noi era un atleta normodotato, abbiamo chiesto quali erano le sue funzioni; abbiamo ricevuto una risposta inaspettata: lui? è solo un auxilier, è solo un ausilio, un attrezzo. Incredibile: il primo ausilio umano che vedevamo.
Ma qual è la differenza fra essere ausilio o compagno di squadra? L’essere ausilio comporta la passività decisionale; l’auxilier ha il compito di sistemare la carrozzina, o la “colha”, solo seguendo le indicazioni visive (sguardi) dell’atleta, senza poter influire; per assicurare la neutralità l’auxilier si siede a terra di fianco all’atleta, volgendo le spalle al gioco.
Riassumendo: è forse uno dei pochi SPORT per TUTTI? Sì, ma anche dappertutto, perché come campo di gioco può essere utilizzato qualsiasi terreno liscio, all’aperto o al chiuso, che sia largo almeno 3 metri, mentre la lunghezza può essere varia e determinerà la potenza del gioco.
Vedendo le nostre espressioni, forse anormali dallo stupore, Mario Nuno Moreira si
accingeva a spiegare dalla A alla Z come si gioca a bocce, lo fermammo subito: almeno questo lo sapevamo. Tutti in Italia almeno una volta nella vita hanno avuto la possibilità di giocare a bocce! A dire il vero fino alla conoscenza di questa esperienza non proprio tutti, ma da adesso possiamo togliere il “non proprio”.
Ed allora: bolas de boccia (lanciamo il boccino) con l’obiettivo di partecipare alle prossime Paraolimpiadi; perché in questi anni l’esperienza portoghese ha fatto il suo percorso ed ha raggiunto il traguardo di diventare sport paraolimpico.