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autore: Autore: Claudio Imprudente

La macedonia dell’educatore – Superabile

Un giorno di febbraio ero a Catania per una conferenza e mi son ritrovato a pranzare in un ristorante tipico della città, che aveva una splendida terrazza con vista sul mare. Dopo aver gustato pesce di ottima qualità, non ho resistito alla tentazione di ordinare una bella macedonia! Quella che mi è stata servita era un vero e proprio trionfo di sapori: c’erano pezzi di mela, pesca, arancia, fragola, kiwi, banana, e poi mango, papaia, anguria, mapo e ananas. Mentre i vari gusti si intrecciavano e si mescolavano tra loro, dando gioia alle mie papille gustative, mi sono accorto della presenza di un ulteriore frutto, che non mi era mai stato servito prima in una macedonia, ma che dava alla portata un sapore particolare e decisamente inaspettato: le noci.
Chi aveva preparato quella macedonia doveva tenere davvero tanto alla qualità del suo lavoro. Quanta professionalità! Una macedonia qualunque funziona benissimo anche senza noci e si prepara anche in maniera più celere! Le noci non sono succose come un’arancia, non si sbucciano facilmente come una mela e bisogna rompere il loro guscio resistente. Per di più, una volta aperte, alcune sono anche da buttare. Quel giorno, però, la macedonia che ho mangiato a Catania, grazie all’aggiunta di quell’ insolito ingrediente, ha surclassato tutte le altre nella mia personale classifica…. E dire che ne ho mangiate a migliaia, di macedonie!
Da questo piccolo e semplice particolare ho riflettuto sull’importanza… di essere dei buoni educatori.
Molti educatori che lavorano nell’ambito scolastico con ragazzi diversamente abili affetti da deficit, vengono spesso relegati in uno stanzino, in una dimensione parallela, separata dal resto della classe, perché non interferiscano con il regolare svolgimento della lezione e, di conseguenza, dei programmi didattici. Si presuppone così, che i ragazzi diversabili non disturbino le lezioni, e di certo non lo possono fare così distanziati dal gruppo classe! L’insegnante, dal canto suo, potrà portare avanti il programma molto più facilmente, rispetto a quanto non farebbe con la presenza di un bambino con deficit; forse il resto della classe imparerà a leggere e scrivere un po’ più velocemente.
Un buon educatore deve, allora, avere una grande professionalità, proprio come colui che mi ha preparato quell’ottima macedonia, nel senso che deve riuscire a mescolare le varie realtà e le loro potenzialità con creatività, azzardando anche l’aggiunta di un ingrediente in più, senza accontentarsi del gusto abituale delle cose.
Solo così si potrà costruire un contesto di reale integrazione, dove ogni persona potrà esprimere le proprie abilità e mettere a disposizione degli altri la propria identità e diversità. Insomma, un educatore avrebbe qualcosa da imparare dal cuoco che ha preparato quella succulenta macedonia: con frutti di diversa provenienza e differente sapore si può creare un nuovo gusto, piacevole non solo ai sensi, ma anche all’umore…
Già il piacere del palato si sposa perfettamente col clima di festa che anima un pranzo; figurarsi quando questo si conclude con un’eccellente macedonia con tutti i colori vivaci dei frutti che la compongono. Se, poi, il cuoco ha l’accortezza di aggiungervi quel non so che di particolare, come le noci, allora riesce a dare un vero e proprio tocco di qualità all’intero pranzo. Lo stesso tocco di qualità, che potrebbe dare un educatore, nel momento in cui saprà apprezzare le doti del bambino che si trova in una situazione di handicap o di disagio.
Chissà quante volte avrete mangiato una macedonia senza aver notato quel tocco speciale, ma se ve ne siete accorti cliccate pure su claudio@accaparlante.it e…buona macedonia a tutti.
Claudio Imprudente

 

La liberazione delle carrozzine – Superabile

“L’estate sta finendo, un anno se ne va…”, dicevano i mitici Righeira. Chissà che fine hanno fatto…
Quando ero bambino avevo l’abitudine di passare ore sul terrazzo, dietro la ringhiera, come un piccolo guardiano del faro, a contare le macchine che transitavano sotto casa mia: non so se era più un modo di abituarsi a far di conto, come si morde tutto quando devono crescere i primi denti, o se era una passione per le macchine stesse, le loro forme, la loro velocità, i loro colori. Comunque, ricordo che quell’attività mi piaceva molto, e spesso la passione infantile diventa un “vizietto” nell’età matura.
Vi racconto un episodio capitatomi questa estate. Diciamo che più che essermi capitato, l’ho fatto capitare. Ero seduto sotto la veranda di un ristorante nel centro di Cattolica (ci vado spesso a Cattolica, quando l’estate sta iniziando e anche quando l’estate sta finendo…), davanti ad una strada pedonale, e aspettando di mangiare la succulenta frittura mista di pesce, ad un certo punto mi parte un trip, come direbbe un giovane oggi… sicché ho cominciato a contare le carrozzine che passavano. Ma non solo le contavo: come con le macchine, ne osservavo la forma, le dimensioni, i colori, le ruote, i freni e … i proprietari, perché se c’è una cosa bella è che le carrozzine fanno vedere tutto, anche di chi ci è seduto sopra. Faccio una breve rassegna: persone in sandali, col pareo, senza pareo, occhiali da sole, infradito, bikini o costume intero, abbronzate o meno, copricapo, bandana, cappello di paglia…
Mi ha colpito il numero: nemmeno un’ora (o poco più di un’ora, non siate fiscali) e ne erano passate ventuno. Subito la mia mente è andata indietro di trent’anni, quando non era nemmeno immaginabile una cosa simile. Le carrozzine erano più rare delle Ferrari nere quando stavo affacciato al balcone. Ma senza che allo scarso numero corrispondesse lo stesso fascino. Figuriamoci.
Mi è venuto un flash improvviso, questo termine: LIBERAZIONE. Ma dovevo giustificare questa immagine e spiegarla meglio anche a me stesso: liberazione da chi e da cosa?
Liberazione dalla logica della vergogna: la vergogna di far vedere il proprio corpo, che così poco si adatta all’idea di bellezza fisica vigente; la vergogna di far vedere un corpo “trasportato” da un altro.
Liberazione dai pregiudizi: i pregiudizi veicolati anche dagli sguardi, già in primo luogo dagli sguardi, che penetrano dentro chi è guardato e creano un forte disagio.
Liberazione, inoltre, dalla poca fiducia in se stessi, che sfocia in una ancora minore autonomia e, allo stesso tempo, nella mancanza di relazioni forti con le altre persone….la storia del gatto e della coda la conoscete tutti…ovvero, senza sviluppare autonomia e relazione, la vergogna, i pregiudizi e la sfiducia aumentano, e più queste aumentano più le altre continueranno a mancare.
Mentre la frittura stava raggiungendo la temperatura giusta perché potessi gustarla senza ustionarmi, pensavo che si tratta proprio di un processo di LIBERAZIONE che sta avanzando, soprattutto in questi anni. Come sapete gioco spesso con le parole, e, secondo me, la LIBERAZIONE non basta, perché significa solo LIBERA-AZIONE. Ci vuole qualcosa di più: una LIBERA-REL-AZIONE.
E voi, tentate un processo di LIBER-AZIONE o di LIBER-RELAZIONE?
Cliccate su claudio@accaparlante.it

Claudio Imprudente

 

 

 

La cameretta della diversabilità – Superabile

Chi di voi ricorda la sua cameretta, il suo lettino e il suo arredamento?
Quando si viene al mondo, appena dopo la culla dell’ospedale, più o meno anonima per ovvie necessità, di solito veniamo trasferiti in una stanza pensata per noi, ma che noi, per altrettanti ovvi motivi, non abbiamo potuto pensare. Si può giudicare in molti modi quello che si intende per arredamento della stanza di un infante, ma resta il fatto che la decisone viene presa da altri. A quanto pare alcuni oggetti non possono mancare per ragioni fisiche (magari per stimolare l’attenzione e il movimento di alcuni sensi), o per creare un’atmosfera particolare (un ambiente caldo, intimo, protetto), o per qualche teoria delle forme che non conosco. Proviamo ad elencarne alcuni: scene di cartoni animati alle pareti (spopolano Bambi e i Sette Nani che tornano felici dalla giornata in miniera…solo loro possono tornare felici da simili fatiche, il proletario di solito è di tutt’altro umore…); api o gabbiani che penzolano sopra la culla; un lettino colorato e armadi modello Ikea, peluche di animali in via di estinzione (panda, delfini, orsi polari…). Ormai gli stessi peluche rischiano la scomparsa sotto i vigorosi colpi (di mercato) di Goku e affini.
Ma prima o poi tutti sentiamo il bisogno di fare dei nostri spazi degli spazi nostri. Avvertiamo la necessità di rispecchiare noi stessi anche negli oggetti che usiamo e negli spazi che viviamo. Così la nostra identità può crescere e mettere delle radici. Giorni fa, parlando con un educatore di una residenza per disabili di Pordenone, ragionavamo proprio su questi aspetti e su quanto, in genere, vengano trascurati nella progettazione e realizzazione di quegli spazi. Di solito, infatti, si presentano come spazi anonimi, asettici, dove le singole identità non hanno modo di proiettarsi, esprimersi e riconoscersi. O, ancora, di mostrare i loro eventuali cambiamenti.
Con questo non si vuol riconoscere un’importanza eccessiva agli oggetti che ci circondano o di cui ci circondiamo. L’affermazione, la costruzione di un sé passa in primo luogo attraverso pratiche, relazioni, simboli, cioè “momenti” del tutto immateriali. Ma gli spazi, gli ambienti e gli oggetti solo raramente si mantengono come presenze morte, passive e neutre: gli oggetti raccontano e conservano ricordi.
La mancanza di spazi connotati individualmente si riscontra spesso laddove ad un pur necessario intervento di tipo assistenziale non si affianca un intervento, o, meglio, un processo mirato ad una progressiva autonomia della persona. Se il discorso sull’autonomia e sulla maturità di un soggetto riguarda tanti aspetti ed attività che si svolgono di necessità nel mondo esterno, quali l’ attività professionale, i momenti di condivisone con i propri amici, le attività del tempo libero, altri di uguale importanza riguardano quelle attività che una persona può o potrebbe svolgere in uno spazio che sente suo. Per cui, il passo successivo è quello di rendere possibile che gli spazi, i luoghi per disabili possano diventare spazi e luoghi dei disabili che li vivono. Questo passa anche attraverso un’autonomia nell’espressione dei propri gusti, delle proprie preferenze, delle proprie scelte di un arredamento. Appendere delle foto, mostrare, a se stessi e agli altri, la propria storia e il proprio presente è conquistare ed affermare un’identità.
E voi che arredamento preferite? Raccontatemi le vostre camerette cliccando su claudio@accaparlante.it
Buon arredamento a tutti.

 

La bomboniera del Down – Superabile

Sicuramente avrete sentito la notizia divulgata da tutti i telegiornali di quel ragazzo down che è stato picchiato dai suoi compagni di classe. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per parlare e riesaminare il fatto, più di una trasmissione televisiva ha avuto questo argomento come cavallo di battaglia della sua scaletta giornaliera. Il filmato trasmesso su internet ha creato un enorme scandalo, anche perché è capitato in contemporanea con l’episodio della professoressa che attuava strane pratiche sessuali con i suoi studenti.
La mia intenzione non è quella di ribadire le accuse contro i ragazzi, ma vorrei sottolineare un fatto che dal mio punto di vista è degno di riflessione. Parto ponendomi un paio di domande cruciali: Perché ha fatto tanto scalpore questa notizia? E che cosa sarebbe successo se al posto di un ragazzo disabile ci fosse stato un ragazzo normodotato?
Credo che se al posto di quel ragazzo down ce ne fosse stato uno qualunque la notizia non avrebbe avuto tutte queste morbose attenzioni, poiché le zuffe tra compagni di classe sono una cosa quasi normale o quantomeno comune. E’ quindi la presenza della disabilità che ha fatto scattare in noi tutti quei meccanismi di curiosità e scandalo che i mass media hanno molto abilmente saputo utilizzare.
Un luogo comune che ci accomuna tutti è l’associare alla persona down alcune caratteristiche: dolcezza, allegria, l’essere indifesi, il bisogno di protezione… e nel momento in cui una persona down viene picchiata sentiamo come calpestate e maltrattate anche tutte queste caratteristiche: per dirlo metaforicamente, è come rompere una bomboniera piena di confetti che appartengono anche a noi, è come se qualcosa di estremamente prezioso e fragile che ci ispira senso di protezione venisse attaccato. L’aspetto che più ci colpisce è il fatto che dei soggetti forti si coalizzino e approfittino della loro potenza contro soggetti “più deboli”, colpendoli in ambiti in cui non hanno possibilità di difendersi. La cosa ci ferisce personalmente perché ognuno di noi, a piccole dosi, si scontra quotidianamente con situazioni di questo tipo. Questo scatena un grande senso di rabbia, la rabbia scatena accanimento che a sua volta produce audience.
Ma che tipo di immagine della disabilità è passata dai media che hanno approfittato della situazione? Chiaramente ne è uscita rafforzata l’immagine di svantaggio e di debolezza del mondo della disabilità, vista solo come vittima indifesa, poiché in quel contesto non aveva opportunità di riscatto. Ma va sottolineato che in un ambito, in un contesto diverso un diversabile può “giocare in casa” e può vedere riconosciute le sue qualità di persona e non essere etichettato come “carino, indifeso e allegro” secondo i luoghi comuni.
Resta ancora viva in me una domanda: Che cosa sarebbe successo se un ragazzo down avesse picchiato un ragazzo normodotato con gli occhiali?
Mi potete scrivere su claudio@accaparlante.it
Claudio Imprudente
 

Vent’anni di macchie d’inchiostro – Superabile

Scommetto che molti di voi non conoscono la storia del liquido che contengo… ah, ho dimenticato di presentarmi…io faccio un lavoro molto antico che è quello di contenere un liquido estremamente prezioso per la comunicazione dell’umanità: sono un piccolo contenitore di inchiostro ormai in disuso: sono il Calamaio! Vorrei raccontarvi un paio di storie che si intrecciano in me: quella dell’inchiostro e quella dell’educazione alla diversabilità. Che cosa ci azzecca l’inchiostro con la diversabilità? Forse niente, ma se mi date un minuto posso provare a raccontarvelo: l’inchiostro serve alla comunicazione tra le persone, i popoli, le religioni, le culture, i politici …insomma, senza inchiostro non si potrebbe scrivere né trasmettere cultura. Un ruolo di una certa responsabilità, non vi pare?
Vent’anni fa, poi, nel 1986, all’interno del Centro Documentazione Handicap di Bologna alcuni “diversamente abili” (come direste voi, ma per me sono dei mutanti), mi hanno scelto come simbolo di un progetto di educazione e formazione alle diversità. In questi venti anni di incontri, viaggi, scontrini autostradali, faccine sorridenti dei bambini, colazioni negli autogrill, favole da raccontare, imbarazzi da superare, mense scolastiche da evitare, burattini da costruire, e chi più ne ha più ne metta, ho intuito che la diversabilità è come l’inchiostro che contengo. Ci sono due motivi per i quali dico questo. Il primo è che la diversabilità macchia, sporca, disturba quelle realtà che l’uomo vorrebbe perfette; sporca la tranquillità, perché le persone con deficit destabilizzano le certezze; sporca la comodità, perché il rapportarsi alle realtà altre fa sudare, mette a disagio le persone che vengono ad interagire con la diversabilità; sporca le regole del perbenismo e, del galateo; sporca il nostro concetto di giustizia, dato che giustizia non significa dare a tutti le stesse opportunità, ma significa tener conto delle abilità che ciascuno possiede; sporca infine l’illusione della nostra stabilità e della nostra quotidianità. Insomma, per vent’anni il Progetto Calamaio ha macchiato in migliaia di incontri tutte queste cose.
Il secondo motivo è che la diversabilità, come l’inchiostro, serve per trasmettere la cultura e scrivere delle storie che si intrecciano con quella dell’umanità. Ma che storie ha da raccontare la diversabilità? Storie che spingono alla flessibilità, alla creatività: uno stimolo a trovare soluzioni per affrontare sfide sempre nuove, in una parola, diverse. Ecco perché dopo vent’anni è necessario festeggiare il calamaio! Perché, con il contributo di tutti, esso possa continuare a crescere e a macchiare la società. Perciò unitevi ai festeggiamenti al Convegno “Storie di Calamai e di altre creature straordinarie: disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola” che si terrà il 24 e 25 novembre 2006 nell’Ex Convento di S.Cristina a Bologna. Per informazioni: www.accaparlante.it
Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

 

Il cassetto dei segreti – Superabile

Salve a tutti,
Sono sicuro che ognuno di voi ha o ha avuto un cassetto dei segreti, avete capito di cosa sto parlando vero? Il cassetto dei segreti è quel nascondiglio che ognuno ha e in cui ripone una miriade di oggetti strettamente personali, che lo identificano profondamente e che contribuiscono a creare la propria dimensione di intimità. Dentro vi si possono trovare gli oggetti più disparati: dal diario segreto, alla foto di un divo del cinema, l’anello del primo fidanzato, i giornaletti porno, la collanina d’oro regalata dalla nonna il giorno del battesimo, un bigliettino di una fidanzata, il primo paio di scarpe coi tacchi, i calzini sporchi e sudati con cui si è vinta quella partita speciale (rigorosamente mai lavati per il rispetto della cabala), un regalo speciale… dentro ci sta proprio di tutto, c’è una grossa parte di noi.
Specialmente nell’età dell’adolescenza questo luogo privato assume una importanza fondamentale per la formazione della propria identità; è quindi un passaggio irrinunciabile che ogni persona deve percorrere.
Ma come fa una persona con disabilità ad avere un cassetto dei segreti? Come è possibile che ciò avvenga dal momento che è sempre circondata da una marea di persone? Ecco che qui entra in gioco la creatività di ciascuno: si ha talmente tanto bisogno di questo cassetto dei segreti che si arriva ad elaborare strategie davvero impensabili!
Generalmente il cassetto dei segreti si trova in camera da letto o in bagno, per i veri “ciapinatori” (coloro che fanno lavoretti in casa fai-da-te) può trovarsi in garage o in cantina, oppure in sala o in cucina per chi ama molto cucinare e colleziona ricette preziose…Generalmente comunque si trova in un luogo sicuro, in un posto che riconosciamo come franco. Il mio cassetto dei segreti, per esempio, si trovava … nel pulmino della scuola! Si, il pulmino era la mia zona franca: passava a prendermi tutte le mattine e mi riportava a casa, gli autisti cambiavano, ma lui era sempre lo stesso…(che pulmino fedele!). Avevo quindi trovato un luogo senza controllo da parte di adulti (che cambiavano di continuo) e io potevo tranquillamente fare quello che volevo: portare giochi, giornali, oggetti personali a scuola e decidere di averli con me in un posto che era solo ed esclusivamente mio. Mia madre non ha mai saputo che io portavo le carte a scuola… tutti i giorni! Questo è stato fondamentale per la mia crescita e per la formazione di una mia identità. Perciò è importante mettere in moto strategie efficaci per avere sempre dei cassetti dei segreti a portata di mano, essi fanno parte della nostra vita e ne abbiamo bisogno anche da adulti!
Quali sono i vostri cassetti segreti? Che cosa ci custodite gelosamente dentro? Dove si trovano? Ma soprattutto: quali strategie avete utilizzato per crearveli? Scrivetemi su claudio@accaparlante.it e… Aspetto idee perché il pulmino della scuola non passa più da un pezzo!
 

Il biondo tartarugo piano piano supera la mora lepre: ovvero, la logica della lentezza – Superabile

Come sapete a Bologna nel mese di dicembre c’è stata la famosa kermesse di Handymatica alla quale ho partecipato con un intervento per il convegno sulla comunicazione nei mass media. Pochi giorni fa mi è arrivata una lettera da parte di un’educatrice che mi ha dato l’occasione di tornare a riflettere riguardo ad un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la logica della lentezza. L’educatrice nella lettera lamenta il fatto che nella società odierna, invece di essere aperti a nuovi orizzonti, a nuovi scambi e modalità, si ricerchi il monopolio assoluto sui sistemi di comunicazione, tagliando fuori il linguaggio dei segni o la comunicazione non verbale, in sostanza si rifiuta tutto ciò che non è immediato, istantaneo.
La prima volta che ho sentito parlare della logica della lentezza è stato quando nel mio mangiadischi (ormai oggetto d’antiquariato) ho messo il disco di Bruno Lauzi e ho ascoltato “la tartaruga”.
Riascoltandola poi negli anni mi son sempre più convinto che questa canzone è davvero un inno alla lentezza. La tartaruga che un tempo era un animale che correva a testa in giù e filava via come un siluro, più veloce di un treno in corsa, dopo un incidente rallentò e… si accorse andando pian pianino di moltissime cose che non aveva mai notato: “un bosco di carote, un mare di gelato e un biondo tartarugo che ha sposato un mese fa”.
Questa canzone testimonia una grande verità: dovremmo recuperare la lentezza come un valore, specialmente in un mondo che va ai mille e mille all’ora. Il ruolo della diversità ha questa funzione: dimostrare che ci sono diversi tipi di velocità e andature: la lentezza può in questo senso diventare una risorsa. Il saper rallentare, il saper guardare ti dà la possibilità di cogliere delle occasioni che correndo troppo non vedresti neppure. Credo che questo sia uno dei ruoli delle persone con deficit: fare recuperare alla collettività la logica della lentezza. Già solo sentendo il termine ci viene spontaneo associarlo a pensieri negativi: noia, stanchezza, perdita di tempo, voglia di anticipare, debolezza, vecchiaia… Ma perché questo termine ha acquisito queste accezioni negative? Perché un termine che di per sé non ha connotazione negativa, nella nostra società viene naturalmente associato a queste sensazioni di pesantezza? L’esempio della moviola risulta in questo caso decisamente calzante: diciamoci la verità: le riprese alla moviola sono molto più affascinanti di quelle normali perché si possono vedere tutti i particolari: le espressioni,i gesti atletici, le gocce di sudore e gli sguardi dei giocatori…
E se la lentezza diventasse un’angolazione particolare da cui osservare il mondo? Sicuramente la diversabilità diventerebbe un osservatorio speciale ed interessante per fare emergere quei gesti, quelle parole che la velocità non permette di cogliere. Un mio gesto che potrebbe essere classificato all’interno della “lentezza” è la mia lavagnetta con le lettere tramite cui comunico col mondo. Spesso la gente mi ringrazia perché ascoltandomi può tranquillamente prendere appunti, e le frasi entrano meglio facilitando lo scambio e il confronto, dunque il dialogo. Ecco che la lentezza nella comunicazione diventa una marcia in più invece che un deficit.
Quali sono i vostri gesti lenti? Cliccate lentamente su claudio@accaparlante.it e con calma vi rispondero’!

 

Festa e integrazione – Superabile

Pochi giorni fa, curiosando su e giù per la rete, leggendo qua e là notizie e notiziole, ho saputo di un interessante progetto di integrazione nato e cresciuto al’interno dell’Istituto Tecnico Commerciale Leonardo da Vinci di Santa Maria di Capua Vetere (Caserta), conclusosi con il Convegno Laboratorio dal titolo “Sensibilizzazione e momento di riflessione da parte degli operatori della scuola e della popolazione scolastica sul mondo delle persone diversamente abili: educare gli allievi normodotati (…) ad accogliere e crescere con gli alunni diversamente abili”. Mentre riflettevo su quanto fosse stata buona questa occasione per gli alunni di quella scuola, mi rimbombavano in testa tutti quei vocaboli e quei concetti che spesso associamo alla parola integrazione: inclusione, diversità, educazione, diritto, difficoltà, sfida, incognita… Poi poche righe più in là, stava scritto che, a detta degli organizzatori, quello che era nato come convegno, si era trasformato in… Festa! E così, con le immagini di una intera scuola che fa baldoria, ho realizzato che sarebbe stato molto difficile vedere qualunque altro convegno, parlasse esso di economia aziendale o di altro, trasformarsi così spontaneamente in una festa .
Ed eccomi qui a parlarvi di ciò che questa bella notizia a mio parere rivela.

Grazie all’esperienza maturata negli anni di vita mondana, ho imparato che una vera festa è tale se coincide con l’idea di buon umore, di allegria e di entusiasmo, e se, soprattutto nel clima sereno dell’occasione, riusciamo a sentirci protagonisti, a mettere qualcosa di nostro nel tempo che passiamo insieme agli altri, se cioè ci percepiamo come parte del gruppo che festeggia. E si sa, che la festa riesce bene solo quando tutti gli invitati si divertono e si lasciano trascinare dall’euforia. Ma so anche che per fare questo, dobbiamo essere capaci di creare un clima accogliente, in cui ognuno a suo modo possa sentirsi a suo agio, senza timore di essere inadeguato.

E che cos’è questa se non il presupposto che dovrebbe essere alla base anche di ciò che possiamo definire integrazione? Una dinamica degna di questo nome difficilmente può avere luogo accostando semplicemente persone diverse le une alle altre; al contrario è necessario che esse, con la propria storia e con il proprio essere allo stesso tempo uguali e diverse tra loro, si trovino ad agire in un contesto che sentono come amichevole, come accogliente e come capace di rispondere ai loro singoli bisogni. Così se non manca la volontà di mettersi in gioco, correndo i rischi che questo implica, se ognuno è pronto ad essere protagonista di relazioni e legami, a creare contatti sulla base delle differenze e dei punti in comune che lo legano agli altri, si potrà iniziare a parlare di integrazione.

E ragionando in questo modo, salta all’occhio come l’ euforia e la voglia di essere protagonisti e stare bene, tipiche dell’atmosfera di festa, vivono delle relazioni e dei contatti che i partecipanti stabiliscono gli uni con gli altri, ed è facile intuire come proprio l’eterogeneità degli invitati e la voglia di scoprirsi a vicenda possa dare colori del tutto speciali ad ogni occasione.
Sono consapevole che per creare una simile condizione servono gli sforzi di tutti coloro che in un dato contesto agiscono, nessuno escluso; ed è forse anche per questo che le cronache parlano troppo spesso di ciò che accade quando l’integrazione manca. Ma la vicenda dell’Istituto tecnico Leonardo da Vinci dimostra che fare integrazione è possibile, a patto che si coinvolga ogni singolo componente della comunità scolastica nel creare un clima accogliente e si faccia in modo che ogni diversità sia al centro di una rete di relazioni e che si sostenga l’idea di una scuola che non è solo didattica e docimologia, ma anche spazio di relazioni, comunicazioni, incontri.

E a voi piace festeggiare? Preferite le feste ai convegni? Le vostre feste assomigliano troppo a dei convegni? Come vi piace festeggiare? Scrivetemi a claudio@accaparlante.it.
Claudio Imprudente
 

Eutanasia o relazione – Superabile

“Della vita e della morte si parla spesso, talvolta con grande leggerezza, e oggi l’argomento, attraverso le polemiche intorno all’eutanasia, è di grande attualità.
Auspichiamo che le conclusioni tratte dalla nostra lunga esperienza di vita in questa "regione di confine" possano fornire un utile contributo al dibattito in corso.” Queste parole pronunciate da Marco Espa , presidente dell’associazione ABC (associazione Bambini Cerebrolesi) incrementano la discussione riguardo all’argomento.
Sicuramente nei giorni passati abbiamo sentito dal telegiornale la richiesta di Piergiorgio Welby al presidente della repubblica Giorgio Napolitano a cui chiedeva di poter ottenere l’eutanasia. E’ diventato subito un caso di Stato strumentalizzato da alcuni politici senza essere nemmeno approfondito; ma l’argomento è davvero molto delicato poiché in esso si intrecciano moltissimi valori della vita umana. Credo che in ogni discorso, articolo o parola espressa sull’argomento ci sia il forte rischio di cadere nel baule della retorica e del giudizio, ma cerco di balbettare (ma come si fa a balbettare in un articolo?) qualcosa per aprire un micro-dibattito con voi… A mio parere il fulcro della questione è la RELAZIONE. Marco Espa nel suo articolo ha centrato perfettamente il bersaglio con queste parole:
“Numerosi esempi – alcuni presentati anche dai mass media – dimostrano che il desiderio di vivere non dipende tanto dalla gravità delle limitazioni funzionali, quanto piuttosto dalla ricchezza della rete di relazioni in cui una persona è inserita.
Nella cultura dominante si tende a dimenticare che l’uomo è soprattutto un essere di relazione, un individuo sociale e che l’essenza della qualità di vita è determinata soprattutto dai legami d’affetto.
Chi soffre o è affetto da disabilità percepisce con maggiore intensità la mancanza di questi legami e, quando è sopraffatto dal vuoto di affetti, perde ogni motivazione alla vita.”.
Sono pienamente d’accordo con queste parole: l’uomo vive di relazioni che si instaurano non solo nel benessere, ma anche nella malattia e nella sofferenza , e se proprio queste ultime sono il fulcro di una rete di relazioni allora ancor di più non è possibile eliminarle.
Nel mio girovagare per la penisola di città in città, di paese in paese, di casa in casa, di osteria in osteria, ho incontrato centinaia di situazioni drammatiche in cui attorno alla sofferenza si era instaurata una fitta rete di relazioni tali per cui essa veniva alleggerita del peso della difficile situazione. Ecco perché mi fa molta paura l’eliminazione del dolore, proprio perché si va ad intaccare un concetto fondamentale, quello della condivisione. Relazione è sinonimo di condivisione: senza l’una viene a mancare l’altra e senza di esse viene meno il senso della vita.
Ma è ora che la smetta di balbettare, balbettate un po’ voi quello che pensate.
Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

 

Diversabilità in TV – Superabile

Oggi piove… Apro la posta e trovo un invito al convegno dell’Asphi: “Comunicare ai disabili, comunicare la disabilità”. Mi chiedono un titolo per il mio intervento, e io mi arrovello indeciso per trovarne uno originale. Ecco il risultato: “Tra pirati e corsari: comunicare una diversabilità che piace”. Mi domando: esiste una diversabilità che piace? E come si fa a comunicarla? Risponderei alle due domande con un’unica riflessione. Sicuramente esistono canali direttissimi e collaudati per parlare dell’argomento: ambiti in cui si dialoga con persone che già conoscono e sono venute in contatto con la diversabilità e in cui ci si serve di strumenti privilegiati tipo conferenze, incontri, convegni… ma esistono canali comunicativi che sembrano precludere a priori la possibilità di affrontare l’argomento. Tempo fa ho ricevuto la lettera di un educatore che mi ha espresso il suo parere su un fatto: durante la trasmissione “C’è posta per te” di Maria De Filippi è stato mandato in onda un gruppo di ragazzi down mentre si esibivano in una danza. Questo semplice fatto ha scatenato una marea di polemiche : il ballo di questi ragazzi poteva risultare come la “spettacolarizzazione della diversità” Ora che finalmente anche la persona diversabile ha la possibilità di accedere al mezzo televisivo non solo come fruitore, non capisco perché si debba improntare sempre tutto sulla serietà e sulla pesantezza, focalizzandosi solo su ciò che lo rende “diverso”. Questo quello che ha scritto l’educatore: questo quello che penso anch’io.
I media forniscono quotidianamente dei surrogati che noi, spesso, assimiliamo senza protestare. Da questo, risulta che ciò che passa dai media viene riconosciuto come appartenente alla collettività e alla “normalità” della vita comune; ciò che ne rimane escluso non lo si considera parte della vita pubblica e sociale. Una rappresentazione televisiva della disabilità significa quindi acquisire la visibilità necessaria affinché essa si trasformi da un problema di pochi a esperienza condivisa di tutti.
Bisogna inoltre stare molto attenti affinché la disabilità passi nel modo “giusto” come “soggetto di un processo” e non “oggetto di una notizia” (che spesso è di denuncia, di richiesta e raramente, invece, è propositiva e positiva.) Far vedere un gruppo di down che balla in televisione vuol dire renderli soggetti di un momento comunicativo o oggetti di una notizia? Vuol dire mostrare il lato gioioso e spensierato a cui queste persone hanno diritto come chiunque altro o seguire la solita via della strumentalizzazione e del sensazionalismo? Smettiamola di pensare che l’unico modo di “fare passare” l’handicap in tv sia indurre alla commiserazione. Ricordiamo che stiamo parlando di persone. Quindi l’alternativa è tra parlare della disabilità come oggetto di comunicazione o collocarla come soggetto che entra nel mondo mediatico e diventa protagonista di un suo spazio. Sono due prospettive molto diverse. Che cosa ne dite? Cliccate su: claudio@accaparlante.it

 

Diversabilità e pace – Superabile

Ieri ero in via Rizzoli, nel pieno centro di Bologna, là dove le vetrine danno il meglio di sé. Ero accompagnato da due ragazzi appena diciottenni e chiacchieravo con loro sul Servizio Civile, quando, per fare un po’ il saggio di turno, ho citato le origini dell’obiezione di coscienza. Come introdurre l’argomento, se non parlando del maestro della non-violenza, Ghandi? Ho letto lo sgomento nei loro occhi: “Gandhi chi?!” mi fanno loro. Silenzio imbarazzato. “Ah, sì, quello che ha fatto la pubblicità della Telecom!”. Al che mi sono alzato e me ne sono andato, sdegnato. Scherzo ovviamente, però avrei voluto andarmene sul serio. In un nanosecondo mi sono venuti in mente un turbinio di riflessioni, soprattutto collegate al tema della diversabilità. Ma che relazione c’è tra la cultura della pace vissuta da Gandhi e la diversabilità? Penso infatti che la diversabilità sia la base per una cultura di pace. “E perché?”, direte voi.
Ragionando con Fabrizio, amico e collega, ci siamo resi conto che una relazione di pace parte dal condividere le cose che si hanno in comune per poi valorizzare le abilità e le potenzialità dell’altro. Questo approccio permette di arricchirsi delle diversità senza perdere la propria preziosa identità. Il concetto di diversabilità non è altro che questo e va ben oltre l’ambito, ormai per me un po’ angusto, dell’handicap. Così il significato di questa parola-strumento può essere allargato a tutte le relazioni di cui l’uomo è protagonista, compresi i rapporti uomo-donna, uomo-ambiente, uomo-Dio.
Tra una birra e un limoncello ci siamo convinti che, perché si concretizzi questo modo di porsi di fronte all’altro, sono necessari tre espedienti: il primo è buttarsi nella relazione, cioè prendere coraggio per essere disposti anche ad andare dove non si è mai andati, mettersi cioè in discussione.
Il secondo è toccare con mano, cioè fare esperienza diretta per conoscere sulla propria pelle la realtà in questione. Sporcarsi le mani è sempre molto faticoso, ma mettersi i guanti in lattice non permette di conoscere a fondo la realtà.
Il terzo è guardarsi negli occhi, cioè creare una relazione alla pari, entrare in empatia, condividere.
Quando nei convegni voglio spingere il mondo cosiddetto normodotato ad avere una relazione alla pari con il mondo dell’handicap mi “scappa” il concetto di abbassarsi per potersi guardare negli occhi. Se pensiamo al fatto che io sono seduto sulla carrozzina e che chi mi vuole parlare deve sedersi, quindi abbassarsi al mio livello, l’immagine calza. Ma quante volte però, gli obiettori, e non solo loro, mi hanno ringraziato perché nello stare con me hanno percepito come un alzarsi, cioè si sono sentiti crescere!
Mi piacerebbe conoscere i vostri gesti non–violenti che hanno contribuito a far crescere una cultura della pace.
E che dire, fate l’amore, non fate la guerra!
Claudio Imprudente

 

Un diversabile a sei corde – Superabile

Giorni fa sono stato invitato a Camisano Vicentino per tenere un incontro alla cittadinanza in serata.. Quando siamo arrivati era un po’ presto, così ci siamo potuti godere il tramonto : il cielo era terso e i raggi del sole filtravano tra i rami delle piante nel parco adiacente alla scuola elementare, ma ormai la temperatura cominciava a calare… fortunatamente, anche lì, come in tutte le piazze che si rispettino, c’era il famoso Bar Sport. Senza dubbio alcuno, siamo entrati. Due cioccolate calde e un Campari liscio. Le due cioccolate se le sono trangugiate i miei colleghi, il Campari vi lascio immaginare dove sia finito. Come voi ben sapete, il Campari ha delle qualità terapeutiche antidepressive, che ti liberano la mente, come dice Finardi. Ed è con quest’animo che sono salito sul palco. Fra un intervento e l’altro, a rallegrare l’atmosfera del fantomatico salottino accuratamente predisposto, c’era anche un giovane e famoso chitarrista, Luca Francioso. Appena il mio sguardo si è posato sul suo strumento, mi si è aperto un file ipertestuale. Mi sono sentito tanto una chitarra. Disabilità sta a chitarra come accompagnatore sta a chitarrista. E come mai? Provate a rimembrare quelle estati della vostra giovinezza, quando ci si riuniva attorno al falò a cantare…chi di voi, ragazze, non ha mai subito il fascino della chitarra, e non si è mai innamorata di chi la suonava?
Il chitarrista che strimpella la canzone del sole (ovviamente!!!) è come se avesse un alone di mistero attorno a sé che lo rende affascinante, attraente, irresistibile agli occhi di tutte le donzelle che attorno a lui ascoltano con sguardi sognanti. Questo discorso vale allo stesso modo se al posto di “chitarra” e “chitarrista” poniamo: “diversabile” e “educatore”. Mi spiego meglio: quando un educatore porta fuori un diversabile diventa protagonista indiscusso di tutti gli sguardi e le attenzioni: ne risulta come valorizzato, su di lui scende lo stesso alone di mistero che avvolge il suddetto chitarrista. Inoltre se un educatore è ben preparato e sa entrare in relazione e in empatia con il diversabile si crea una relazione bellissima, che nel nostro paragone è come la meravigliosa melodia che esce dalla chitarra.
Più il chitarrista è bravo e abile più la melodia sarà raffinata e bella, e lo stesso vale per l’educatore: tanto più è bravo, tanto più riuscirà a far emergere le potenzialità e le qualità del diversabile.
Una relazione di questo tipo è decisamente vantaggiosa per entrambi, e questo è un discorso che vale per tutti i tipi di relazione: se si ha la capacità di valorizzare l’altro il guadagno è di tutti.
Ma voi carissimi lettori, come vi sentite? Chitarre o chitarristi? E che tipo di chitarre? Fender, Ibanez, Eko, Gibson, Rickenbacker, oppure basso, chitarra elettrica, liuto, mandolino…suonatemi la vostra melodia su claudio@accaparlante.it
 

Il certificato di Icaro – Superabile

Volare è sempre stata un’ambizione dell’uomo: librarsi liberi sopra le nuvole, vedere che oltre i cirri c’è il sole che taglia l’orizzonte ( domanda: ma il sole taglia davvero l’orizzonte? O è l’orizzonte che taglia il sole?), guardare dall’alto città, paesi, fiumi, montagne, laghi…immaginare che nelle case ci siano persone piccolissime che cucinano, dormono, studiano, ridono… andare ad una velocità superiore a quella dell’uomo dà un senso quasi di onnipotenza. Ogni volta che volo mi viene in mente il mito di Icaro, e capisco perfettamente perchè abbia speso tutte le sue energie per provare questa sensazione straordinaria, fantastica e meravigliosa e dico: caspita, meno male che io non ho bisogno di ali di cera! Ma chissà se a Icaro avevano a suo tempo chiesto dei certificati di volo. Questa domanda me la faccio tutte le volte che devo prendere un aereo ( vale a dire almeno una decina di volte all’anno) per andare da un capo all’altro dell’Italia e dell’Europa. Mi spiego meglio. Ogni volta che devo volare, mi devo prima recare dal dottore per farmi rilasciare ben due certificati da presentare all’aeroporto: il primo che dichiari che tipo di patologia ho, il secondo che dica che quest’ultima mi permette di volare. Ma il bello è che chi mi accompagna non deve presentare alcun tipo di certificato. Curioso, no? Non è una forma di discriminazione? Ovviamente le compagnie aeree affermano che tutto questo è dovuto a motivi di sicurezza e di responsabilità nei miei confronti. Certo, sarà anche per questo, ma a mio parere la cosa nasconde tanti micro-pregiudizi e tante mini-false immagini che persistono sulla disabilità. Il concetto di disabilità è equiparato a quello di malattia: quindi chi è disabile è malato? Allora, per la proprietà transitiva, chi è malato è disabile? Questo concetto è discriminatorio. Solo perché una carrozzina è visibile scatta il bisogno di essere rassicurati tramite dei certificati medici. E se il mio accompagnatore fosse un cardiopatico? Lui può sedersi tranquillamente sulla poltrona e godersi quel che il buon Icaro ha potuto provare solo per pochi istanti, senza dover dimostrare di non avere nessuna patologia alle belle ragazze del check-in. Un disabile, invece, deve sempre (ogni volta) dimostrare di essere sano. Ma non sarebbe sufficiente avere una tessera, una volta per tutte? La disabilità non è una malattia ma un deficit che è oggettivo, ovviamente alcuni tipi di deficit sono causati da malattie, ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Vorrei che voi lettori mi raccontaste come fate a volare, quali difficoltà oltre alla forza di gravità incontrate,cosa mangiate sull’aereo, se scegliete tra menu di carne o di pesce, se, come me, avete mai fatto delle avances ad una hostess, se avete dovuto presentare dei certificati a causa del vostro aspetto (per esempio se portate gli occhiali)…
Condividete con me i vostri personali piaceri del volo!
Buon decollo a tutti
Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it
 

Diversabilità: camerino o sgabuzzino? – Superabile

Vi siete mai chiesti che cosa avviene in un camerino prima dell’inizio di uno spettacolo? Ma soprattutto, vi siete mai chiesti che cosa c’entra la disabilità con i camerini degli attori? Il fatto è che un attore possiede un camerino, dove si trucca, si traveste, trova la concentrazione per calarsi nella parte, si consulta con il regista e firma gli autografi. Una comparsa, invece, non ha un camerino proprio, di solito non ha un luogo definito dove si può vestire: che lo faccia nel corridoio, nel bagno o nel cortile, non ha molta importanza. Un paio di anni fa sono stato ingaggiato per recitare una parte in un film sulla vita di Sant’Antonio da Padova. Avevo una minuscola particina come disabile medievale: ero vestito di stracci, abbandonato lì sul terreno; niente carrozzina con le gomme gonfie, niente lavagnetta di plexiglass per comunicare, niente orologio e figuriamoci il cellulare! È lì che ho capito una cosa fondamentale: il mondo può essere diviso in due : ci sono gli attori e ci sono le comparse. La domanda successiva è stata fulminea: ma le persone diversabili da che parte stanno? Sono giunto alla conclusione che se passiamo in rassegna, fotogramma per fotogramma, il grande kolossal della storia dell’umanità, ci rendiamo immediatamente conto di come i diversabili vengano relegati a ruoli di second’ordine, da comparse appunto. E anche io, all’inizio, avevo pensato di essere una mera comparsa e quindi di non aver diritto a un camerino! Fermiamoci ora a ragionare: il camerino segna la differenza tra un attore e una comparsa. Ma cosa possiamo trovare dentro a un camerino? Una cosa che non manca mai è lo specchio, davanti al quale l’attore si trucca, cioè “cambia faccia”, trasforma la sua immagine. Poi c’è sicuramente una vasta gamma di vestiti e di accessori, grazie ai quali l’attore può facilmente cambiare identità. Un momento può essere Don Diego della Vega e quello dopo l’implacabile Zorro, in sella a Fulmine. Nel mondo della diversabilità è necessario costruire tanti camerini, ovvero tanti spazi in cui potersi reinventare, in cui “giocare” con i ruoli per cambiare la percezione di noi stessi e riappropriarci della ricchezza insita nella nostra personalità.. Un esempio: trent’anni fa io avevo un unico ruolo, quello di disabile; oggi ne ho molti, diversi fra loro: giornalista, scrittore, formatore, conferenziere. Sono ruoli che ho imparato “a interpretare” reinventandomi nel camerino del Centro Documentazione Handicap di Bologna. Così, passando dall’unico ruolo di disabile a ruoli molteplici che hanno valorizzato le mie abilità, sono progressivamente diventato protagonista della mia storia personale e mai più mi sono limitato a fare la comparsa! E’ chiaro quindi come il camerino sia essenziale se si vuole fare il salto di qualità tra l’essere comparsa e l’essere attore. E voi, amici interattivi, vi sentite attori o comparse? E soprattutto, com’è il vostro camerino? Pieno di trucchi, maschere, costumi, nasi di gomma…? Cliccate su claudio@accaparlante.it e…ciack, si gira!
Claudio Imprudente

 

Bulli e pupe – Superabile

Il dibattito sul bullismo è un argomento molto affrontato ultimamente specialmente in seguito ai molti fatti accaduti nelle scuole denunciati e documentati dai ragazzi. Inutile è ricordare i numerosi esempi avvenuti solo nell’ultimo anno partendo dal ragazzo down picchiato, continuando con i filmati delle umiliazioni subite da ragazzi da parte dei loro compagni. Il bullismo non è un fenomeno nuovo, anzi! Forse l’attenzione rispetto adesso sta aumentando a causa delle nuove tecnologie che permettono di rendere pubblici questi avvenimenti dando loro un’audience che prima non avevano mai avuto. Anche l’équipe del Progetto Calamaio (www.accaparlante.it), che lavora, tramite i percorsi nelle scuole, a stretto contatto con i ragazzi, si interroga rispetto a questo tema. Insieme alla dottoressa-psicologa Grazia Stella è stato avviato, a partire da quest’anno, un percorso apposito. Il progetto è stato finanziato dalla Regione Emilia Romagna che ha istituito un bando dal titolo: “Azioni a sostegno di misure per l’antidispersione scolastica e di formazione del personale” che incoraggia le istituzioni ad affrontare l’argomento del bullismo partendo dal concetto di “benessere a scuola”. A questo punto una domanda sorge spontanea: che ruolo ha la diversabilità all’interno di un discorso di questo tipo? E ancora: la diversabilità può migliorare il benessere a scuola? Ecco ciò che è venuto fuori dall’incontro delle esperienze del Progetto Calamaio e della psicologa grazia Stella che hanno collaborato confrontandosi in una serie di incontri settimanali durante i quali si è unito lo stile del Calamaio con le conoscenze di Grazia:
“La diversabilità è l’opposto dell’omologazione delle abilità delle persone.
La diversabilità è la possibilità di stare a scuola con un modo proprio quindi è la dimostrazione concreta che possono esserci “modi propri” per fare le cose e vivere le esperienze.
Questo processo genera benessere perché permette di dare spazio alle persone e aiuta tutti gli studenti a coltivare delle parti autentiche di sé stessi.
Ma se ci sono delle abilità standard vuol dire che ci sono dei criteri per valutare cosa è normale, cosa è desiderabile e cosa no.
Certi contesti non si chiedono se la diversità rispetto alla norma può mostrare risorse utili, non si chiedono se la ricerca di normalità porta ad un appiattimento delle persone; questi sono i luoghi che parlano di deficit solo come disabilità.
La diversabilità vive di logiche di rispetto e di incontro, di creatività finalizzata al benessere del singolo in armonia con gli altri.
In quali scuole questo tipo di diversabilità migliora il benessere?
Sicuramente in quelle per cui tutto questo è desiderabile”.
Questo incontro ha dato origine ad un paio di percorsi nelle scuole che si stanno svolgendo proprio in questo periodo. Credo che questa sia la strada migliore per far uscire la diversabilità dal settore “handicap” e farla approdare al settore “educazione”.
E che dire… comunicatemi le vostre idee o suggerimenti così da trovare un modo ancora migliore su claudio@accaparlante.it