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autore: Autore: Claudio Imprudente

Le seduzione della pesca – Superabile

Per voi disabilità fa rima con seduzione? Disabilità e seduzione possono viaggiare insieme? Seduzione è un termine che mi richiama alla mente …la frutta! In verità io non sono un grande amante della frutta ma devo ammettere che possiede una certa capacità di “attirare l’attenzione”. Nell’immaginario collettivo, uno dei frutti considerati più seduttivi è la pesca. Forse vi starete domandando perché…ebbene: la pesca è un frutto dalla superficie morbida vellutata (non a caso per complimentarsi con una persona dell’aspetto della sua pelle si dice “hai una pelle di pesca”) e dai colori sfumati e brillanti, che variano dal giallo all’arancione, al rosso…ma soprattutto, la pesca è un frutto molto succoso e dissentante. Tutte queste caratteristiche la rendono dunque molto seduttiva e appetibile!
L’alter ego della pesca, ossia uno dei frutti meno seduttivi, è la noce. Già solo l’aspetto non solleva l’interesse: ha un guscio rugoso, irregolare, duro e legnoso ( da qui l’espressione “ ti do una noce in testa”, per dire “ti do un pugno”). Per di più la noce senza uno schiaccianoci è immangiabile e, confrontandola con la pesca, è assolutamente priva di succo. Avrete già capito dove voglio andare a parare con questo discorso da agricoltore esperto: ovviamente la noce rappresenta la seduzione nel mondo della disabilità, che è chiusa in un guscio, non immediata, anzi non riconosciuta. E’ difficile forzare il guscio per portarla allo scoperto se non si dispone di uno strumento adeguato: questo strumento è il contesto. Vi faccio un piccolo esempio illuminante: un giorno ero in un locale a Piazza Navona con una mia amica per un aperitivo (un Martini rosso): insieme ai calici il barista ci ha servito una vasta gamma di stuzzichini, tra cui una abbondante porzione di noccioline (che in questo caso considereremo come le sorelle minori delle noci!). ebbene, in quella circostanza nient’altro avrebbe potuto essere più seduttivo delle noccioline! In quel frangente mi sono reso conto di come basti modificare il contesto perché qualcosa che prima non sarebbe mai stato considerato seduttivo acquisti improvvisamente una carica seduttiva.
E’ questo il segreto: anche nel mondo della disabilità è necessario uno sforzo per modificare i contesti e far emergere quel potenziale seduttivo che in altre circostanze risulta oscurato o inesistente. Uno sforzo che coinvolge non solo i disabili ma anche tutti coloro che convivono colla disabilità e ne sono interessati a livello familiare, lavorativo, di gruppo sociale.
A mio avviso questo è un tema davvero molto interessante, che merita di essere ripreso in seguito. Suggerisco una domanda che potrebbe suscitare un dibattito con voi, Cari Lettori, e cioè “che frutto vi sentite?”. Un cocomero, un mapo, un melograno, una fragolina di bosco, un kiwi, una prugna secca della California…e quindi vi sentite verdi, acerbi, aspri, dolci, succosi, lassativi, maturi…? E che dire? Cliccate su claudio@accaparlante.it, e a me non resta che fare una bella macedonia!
Claudio Imprudente
 

A volte l’incubo torna – Superabile

C’è ancora l’incubo di tornare alle scuole speciali? Dove sta andando la scuola? Sono domande aperte, parte di un dibattito acceso. Io lancio l’amo un questo mare burrascoso tramite la lettera di una ragazza, Stefania Ferri, che ha appena fatto la maturità:
“A Roma è stata formata una commissione per riformare gli orientamenti scolastici. In questa ci sono 12 persone tra cui prof.Frabboni, prof.Canevaro e prof. Margherita Bonacini. A Roma va di moda chiamare i "Disabili" e gli Stranieri: "Soggetti/Persone che hanno Bisogni Educativi Speciali" e poi Handicap (inteso nel suo significato originario e Negativo) e Intercultura sono considerati come problemi scolastici che stanno sullo stesso piano. Infatti esiste la commissione specifica che si occupa di orientamenti relativi ad Handicap e Intercultura! Io per sdrammatizzare mi faccio delle gran Risate ma mi sembra un’altra categorizzazione inutile!.Io mi sento una Persona, con dei Bisogni, dei Pregi e dei Difetti che sono Uguali e Diversi da quelli del resto della Gente Disabile e non, ma tutto questo resta comunque qualcosa di Comune, Diffuso, Semplice, Normale e non Speciale! L’altro giorno Frabboni è venuto all’università a RE. Premetto che io adoro Frabboni e che la sua lezione mi è piaciuta molto. Al momento delle domande però, gli è stato chiesto come è possibile affrontare il problema dell’Intercultura e lui ha risposto citando la legge del 77 sulle scuole speciali dicendo che noi e gli inglesi siamo stati i primi a chiuderle, integrando i ragazzi Disabili in quelle "Normali", ha poi aggiunto che in Inghilterra sembra che le vogliano riaprire e che in Italia questo non succederà perchè noi siamo preparati ad Accogliere Tutti. Io al 90% sono d’accordo con Frabboni perchè so che la chiusura delle scuole Speciali è un grandissimo passo avanti, so che l’integrazione Scolastica non è facile e che si è fatto molto per migliorarla. Però invece di citare il 77 come data Gloriosa di inizio e quasi fine di una Grandiosa Impresa considererei l’intero 100% dove per me il 90% è quello che è stato fatto per migliorare e il 10% è quello che ancora c’è da fare! Non bisogna ricordare solo la data di Chiusura delle scuole Speciali, è importante ricordarsi ogni giorno perchè queste son state chiuse e soprattutto riflettere sui modi in cui molte persone sono state integrate nella scuola "Normale" ! E’ questo lo stimolo da cui partire per lavorare su quel 10% di strada in salita ancora da rendere accessibile a ciascuno di noi! Ci sono molti individui integrati ma anche alcuni che sono solo Assimilati! E io ho paura che la moda dei Bisogni Speciali sia un passo indietro perchè oggi spesso chi ha caratteristiche anche solo leggermente diverse da quella che definiamo "Normalità", è affiancato dall’insegnante di Sostegno, eppure c’è chi dice che in Italia le scuole Speciali non saranno mai riaperte perchè noi siamo pronti a tutto…!”
Che cosa ne pensate? Cliccate su claudio@accaparlante.it e buona scuola a tutti!
E io ho paura che la moda dei Bisogni Speciali, che sono svariati, sia un passo indietro perchè oggi spesso chi ha caratteristiche anche solo leggermente diverse da quella che, non si sa in base a cosa, definiamo "Normalità", è affiancato dall’insegnante di Sostegno, eppure c’è chi dice che in Italia le scuole Speciali non saranno mai riaperte perchè noi siamo pronti a tutto…!

 

Spuntano spunti dai rami degli alberi – Superabile

Lo ammetto: non è venuto in mente a me. Mi è stato proposto: perché non scrivi qualcosa sulla disabilità e gli alberi? Ora che si avvicina il Natale, gli abeti, quelli veri e quelli di plastica…
Una volta parlai di pesche e di noci, nel loro ruolo di frutti commestibili. Parlavo della loro forma, del loro gusto, di quanto quello della noce, per rivelarsi, richieda che il guscio venga rotto. Il gusto c’è, ed è ottimo, ma si nasconde sotto una scorza dall’aspetto non troppo appetibile. Questo mi offriva uno spunto per parlare di disabilità e altre questioni ad essa legate. Se volete recuperare l’articolo, potete farmene tranquillamente richiesta.
Ma disabilità e alberi?
Prima possibilità: costruiamo una società parallela sugli alberi e lì creiamo un mondo a dimensione disabili. Così non rompono, se ne stanno tra di loro, in un mondo tutto accessibile. Ma chiuso!
Seconda possibilità: usare l’albero nel senso dell’albero genealogico e ripercorrere alcune tappe fondamentali per il mondo della disabilità, attraverso una ricostruzione delle personalità che tanto hanno fatto per quello. Aggregandole tutte in una grande famiglia di emancipatori ed esploratori.
Poi ho pensato a quello che mio nonno mi diceva quando mi portava tra i campi: “Ancora prima di fare domande a me, scopri il gusto di scoprire le cose con i tuoi occhi, tramite l’osservazione dei cambiamenti, delle costanti, delle interferenze”.
Allora, terza possibilità: come è fatto un albero nelle sue parti costituenti? E, queste parti, possono essere un punto di partenza per parlare di alcuni argomenti relativi alle persona con abilità diverse?
Partiamo dal basso: tutto inizia con le radici. Ottimo, perché, nella loro importanza, le radici mi fanno venire in mente due cose fondamentali quando si parla di disabilità. Il discorso su di essa non può che essere un discorso radicale. E sapete come un discorso può risultare tale, oltre che ad essere radicale in se stesso? Può esserlo solo se riesce a radicarsi nelle persone, nella cultura che condividiamo, a mettere radici solide. Senza di queste non può crescere, ampliarsi, essere discusso, così come senza radici nemmeno un germoglio vedrebbe la luce.
L’albero poi prosegue con il tronco: lasciamo un attimo la parte esterna del tronco e concentriamo sui cerchi che descrivono la vita singolare di ogni albero. Ecco, proprio la singolarità che quei cerchi raccontano ci fa ragionare sulla necessità di non considerare la disabilità come un insieme indistinto di persone, ma come un universo di individui con le proprie peculiarità, la propria soggettività, i propri desideri, i propri timori e i traumi subiti. Esiste un desiderio “down”? Esiste un timore “spastico”? Figuriamoci. Anche qui sono delle singolarità che si esprimono, non dei sentimenti patologicamente standard.
Poi l’albero cresce, si sviluppa verso l’alto, con i rami e le foglie. E qui arrivo ad un punto che mi sta molto a cuore: ogni albero, con le sue foglie, ha un ruolo fondamentale, anche se, in quanto pianta, non può che svolgerlo da fermo: infatti ossigena il mondo, assumendo in sé quello che invece lo intossicherebbe. Certo, non tutti i disabili sono immobili, ma immaginiamo, per rendere più reale il paragone, un disabile in carrozzina: è fermo, ma può riuscire così bene ad ossigenare le nostre idee, a depurarle da pregiudizi e distanze artificiali. Insomma, un ruolo di creativo purificatore.
Visto? Spesso al mondo vegetale si associa l’idea di inazione, di incapacità di influire sulle cose. Invece l’analisi di un albero può darci tanti spunti per affrontare questioni strettamente umane.
Potete essere molto più “vegetali”, e radicali, di quanto pensate! A partire da questo Natale.
Scrivetemi a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.
Buon Natale a tutti!!
Claudio Imprudente
 

La favola delle lettere – Superabile, maggio 2008

Qualche giorno fa, Maria Dorotea Guida mi ha spedito un racconto, per scrivere il quale si era ispirata ad un mio intervento all’interno di una trasmissione della RAI. Quella è stata l’occasione in cui ci siamo conosciuti a distanza di chilometri e con uno schermo di mezzo.
In generale, a Maria piace riflettere sul fatto che spesso le persone con limitate capacità motorie riescono ad avere un ruolo attivo nella società ed agire nel e per il mondo. In questo caso, però, più che affrontare questo tema, è riuscita a dipingere molto bene, e in modo “poetico” e di finzione, la progressione che può avvenire nell’incontro tra un “normale” ed una persona disabile, che in questo racconto presenta le mie caratteristiche fisiche e comunicative. Maria è stata, a mio avviso, bravissima nella descrizione delle strategie creative che possono essere trovate e azionate in una situazione simile. Noi, senza nemmeno accorgerci, inventiamo ed utilizziamo strategie comunicative ogni volta che ci rapportiamo ad un’altra persona, ma, chissà perché, ci sembra di notare la loro presenza o la loro necessità solo in condizioni che ci sembrano poco “naturali”. Questo non è vero, e un altro pregio di questo racconto è proprio quello di descrivere con leggerezza e sensibilità la straordinaria normalità di un incontro.
Vi regalo, e Maria con me, questa bella e intensa lettura, dal titolo “Lettere dell’Alfabeto”.

<Per oggi non viene più> Un gorgoglio sale dalla sua gola come se quei pensieri si volessero trasformare in parole. Invece no, non si trasformano, rimangono solo pensieri perché non c’è nessuno al momento che possa pronunciarli al posto suo. La sua gola rimane arsa forse desiderosa di un po’ d’acqua, ma neppure quella può far arrivare al suo organismo visto l’impossibilità a muoversi. I pensieri continuano a formularsi in continuazione, come un turbinio, ma quelle corde vocali rimangono immobili come tutto il suo corpo.
Fuori è già scuro, la cena è stata la solida brodaglia inconsistente e adesso verranno a metterlo a letto. Riduce al minimo i suoi bisogni poiché non può comunicarli e si disinteressa momentaneamente del suo corpo come se non fosse il suo.
Ma i pensieri non può farli zittire anzi, li vorrebbe gridare, urlare, cantare, proferire o solamente sussurrare, ed invece non può.
La cosa che più gli sta sulle scatole dell’essere nato e di dover vivere come un vegetale è il non riuscire a comunicare. Una grande conquista spuntata al suo dramma personale è il fatto che muovendo gli occhi può indicare delle lettere dell’alfabeto su una lavagna di plexiglas trasparente.
Ad interpretare e dar voce alle mille giravolte dei suoi occhi, prima c’erano i genitori, poi si sono susseguiti gli amici, alle volte i volontari.
Anche Giorgio che da anni gli era rimasto vicino, adesso deve salutarlo per un felice breve periodo d’assenza: il matrimonio.
C’è già una candidata pronta a brandire la lavagna di plexiglas, sarebbe dovuta venire oggi, ma quando mai le donne sono di parola?
Perché farsi prendere dalla delusione? Infondo se ne può stare per un giorno zitto, non è la fine del mondo! Anzi gli hanno sempre detto che con quegli occhi da cerbiatto ha sempre parlato troppo!
Invece è deluso ed arrabbiato ma passerà presto.
Adesso gli occhi cercano un po’ di riposo nella penombra anche loro hanno diritto alle loro ore di dolce far niente.

E’ giorno adesso e i numeri della radiosveglia proiettati sul soffitto indicano le otto e trenta.
Ci verrà almeno un’ora prima che possa prendere posto nella sua sedia gestatoria e iniziare a pontificare con le sue instancabili pupille.
Accostato alla sua scrivania la tecnologia non manca: computer, internet, sintetizzatori vocali e, la sua lavagnetta. E’ come se fosse stata messa in castigo lì, appoggiata alla parete in attesa che mani sensibili la prendano a se.
Ora è solo ed aspetta. Aspetta questa ragazza che dovrà arrivare. Il suo nome è Monia e sa già che sarà un’immane fatica insegnarle a seguire i suoi occhi lungo il sentiero dell’ABC.
Sente una voce femminile di là dalla porta e non può far a meno di sorridere a se stesso perché oggi forse è la volta buona e si ricomincerà a parlare.
E’ entrata, si avvicina un po’ indecisa sul da farsi e mi dice: «Io sono Monia. Ciao»
<Io questo lo sapevo> mi dico tra me. Tenta di abbozzare un contatto ma ritira immediatamente la mano e si avvicina a baciarmi la guancia.
<Scusami per qualche bava> anche se questo non lo può sentire. Devo fare uno sforzo sovrumano a girare questi occhi dall’altra parte ad indicare la scrivania e la lavagnetta; speriamo che capisca subito. Tutto inutile e lei risponde: « Che cosa vuoi che faccia?»
< E già, perché sei qui? Per una lezione di ballo?> Stai calmo Claudio, non serve a nulla irritarti, alla fine capirà, mi dico. Forse ha capito si dirige verso la scrivania e afferra la lavagnetta.
<Però! Non sembra così imbranata>

«Vai pure» mi dice, invitandomi a guardare le lettere, di sicuro andrei pure via, ma lei questo non lo sa. Stringe il plexiglas con le sue mani piccoli, a momenti lo inumidisce di sudore, è agitata e lo tiene troppo in basso. Mi farà venire un blocco alle vertebre cervicali se continua a tenerlo così in basso. Provo ad indicarle qualche lettera.
Spennello velocemente la C, la I, la A, e la O. Ma lei ripete solo C. Forse sono andato un po’ veloce.
Lei mette giù la lavagnetta e mi dice: «Ciao»
Per lei è una vittoria! Come se avesse risposto giusto all’esame per la patente di guida.
Riprendiamo il nostro lavoro, Monia mette la lavagna di nuovo all’altezza della sua pancia, o forse è il ventre? Non so, disquisiremo più in là. Comincio di nuovo ad inseguire le lettere perché mi fa già male il collo. Riprendo da dove ho lasciato, poiché lei mi deve pronunciare tutte quelle che guardo (o quasi tutte) e non solo la prima. Altrimenti se io dico C A R C I O F O lei mi dirà Cavallo e così via.
C-I-A-O Adesso lei ripete due volte Ciao. La prima volta perché effettivamente ha individuato le lettere che le ho indicato, la seconda volta perché è compiaciuta.
Stavolta ci siamo, ha capito l’archibugio. Adesso posso continuare.
P I U e poi A L T A, spero che riesca a leggere perché ho il collo anchilosato.
Lei capisce perfettamente e ripete ma nello stesso tempo si guarda le scarpe da ginnastica che rivelano impietosamente che lei non è più alta di un metro e sessanta.
Almeno è spiritosa. I miei occhi ridono con lei, che devo fare? Ci vuole pazienza prima o poi entreremo in sintonia.
Mi tocca riprendere il filo del discorso. P I U A L T A L A L A V A G N A.
Adesso lei ride tanto, meno male che ha il senso dell’ironia, anche perché di questo passo ci metteremo mesi prima di esprimere una frase sensata.
Ora le racconto una barzelletta, so che la capirà per l’ora di pranzo, ma io sono tenace e non demordo. In fondo oggi è il suo primo giorno di scuola.
I miei occhi cominciano ad inseguire le lettere, e me la rido tra me e me.

 

Se siete interessati ad altre cose che Maria ha scritto, magari chiedete a me come reperirle, sempre e ovviamente scrivendo a claudio@accaparlante.it
Buona lettera-tura a tutti.

Claudio Imprudente
 

Tempo di vacanze, tempo di barriere – Giugno 2008 – 2

L’estate è tempo di svago, riposo, abbandono delle cose di ogni giorno… Ma questo tempo di pausa, di solito, richiede, paradossalmente, una lunga preparazione. Preparazione fisica: ci si scopre di più (non è esibizionismo, il caldo è un dato di fatto), e non vorremmo che gli altri scoprissero che durante l’inverno non ci siamo fatti mancare dolci, zuccheri e grassi di ogni tipo. Preparazione logistica: le possibili mete di un viaggio sono infinite; è necessario scegliere, valutare, prenotare. Per non rischiare di dormire nella sala lavatrici di un albergo di terza classe del riminese…
Preparazione mentale: non siamo abituati a riposare. Non possiamo dare per scontato che riusciremo a valorizzare tutto il tempo che l’estate ci mette a disposizione. Rischia di assomigliare ad un periodo di pensione anticipata. Nei periodi feriali la nostra vita è spesso organizzata da altri, a volte nostro malgrado. Orari e scadenze non dipendono molte volte dalla nostra volontà. Ma siamo bravissimi a fare di necessità virtù, e finiamo spesso per considerare parte necessaria della nostra vita delle occupazioni che, da soli, non avremmo mai scelto e che, invece, la riempiono.
Vedete quante preoccupazioni per organizzare un “vuoto” di cose ordinarie? Anche il divertimento, lo svago, presuppongono una preparazione, un cambiamento, un riadattamento.
Come se non bastasse, per una persona con disabilità l’onere dei preparativi è ancora più invadente. Perché? Vi siete mai trovati a curare tutti quegli aspetti che renderebbero la villeggiatura di una persona disabile una vera vacanza e non un corso di sopravvivenza? Un momento di riposo e di attenzione per se stessi e non un occasione in cui collezionare delusioni, disattenzioni, recriminazioni e proteste? O una palestra per migliorare self-control e forza d’animo?
Non sto esagerando: è necessario sapere tutto di tutto, e spesso non è sufficiente raccogliere pazientemente informazioni relative all’accessibilità di sentieri, passerelle, ascensori, spiagge, stanze d’albergo, stazioni balneari, bagni…Sarebbe sempre preferibile valutare di persona l’effettiva accessibilità di questi spazi e servizi. O, almeno, avere la possibilità di delegare ad una persona fidata una visita in loco.
Il risultato, ancora, è che io (come tanti altri) posso scordarmi di vedere tantissimi posti che mi hanno da sempre incuriosito, suggestionato, o che mi interessano per ragioni di amicizia, di conoscenza…
A contrario di tanti, quindi, per una persona con disabilità la possibilità di fare quel che vuole dove vuole è monca anche in estate. A decidere, in un certo senso, è ancora qualcun altro. Spesso le negligenze degli altri.
Nel mio piccolo, posso darvi questo consiglio: a questi recapiti potete trovare informazioni e richiedere copia cartacea di numerose guide sul turismo accessibile relative a varie parti d’Italia:
Coloplast:
numero verde: 800 – 018537
chiam@coloplast.it; www.coloplast.it

 

Se vi siete stancati di spendere più tempo nell’organizzazione della vacanza che nella vacanza stessa e nella preparazione al bagno che nell’immersione in acqua, partecipate al sondaggio qui sotto.
E che dire? Buone vacanze e occhio alle “barrierine”.
Come sempre, attendo risposte a claudio@accaparlante.it

Claudio Imprudente

 

Stessa spiaggia…stesso castello – Superabile, agosto 2008

Mi riprometto ogni anno di non caderci, ma è più forte di me. All’approssimarsi di ogni cambio di stagione non resisto alla voglia di scrivere un articolo “stagionale”…e dal momento che ad avvicinarsi è l’estate, l’articolo sarà di carattere “balneare”.
Della spiaggia si può dire quel che si vuole, c’è a chi piace e a chi no, chi non sopporta di vedere tante pance all’aria, o la carnagione abbronzata, la propria o l’altrui, e chi vive l’inverno e il freddo solo in funzione del caldo e della vita estivi che verranno. Ma se c’è una cosa che a tutti piace (o è piaciuto) fare, questa è costruire dei castelli di sabbia. Perché? Quale può essere la ragione di questa costante?
Ho provato ad azzardare alcune risposte:

-sempre meno persone svolgono lavori manuali, e, non sapendo costruirci la nostra stessa e vera dimora, ci accontentiamo di costruirne una, fittizia, in riva al mare;
-il piacere di svolgere occupazioni quasi inutili: infatti, pur sapendo che il sabbioso artefatto avrà una durata effimera, studiamo tutti i modi per posizionarlo affinché resista a maree ed onde (o al piede disattento del primo passante);
-il desiderio di sfidare altri costruttori di castelli: come fossimo signori o duchi quattro-cinquecenteschi, ci sfidiamo a chi realizza l’architettura più bella ed imponente, segno al tempo stesso di potere e buon gusto;
-varie ed eventuali.

Ma c’è una ragione che più delle precedenti, a mio avviso, spiega il perché di questa passione. Infatti, costruendone uno, è come se, insieme alle mura di cinta, al torrione e alle altre parti costitutive, ci immaginassimo nella posizione di chi abita quel castello ed ha il potere di realizzare le proprie idee, le proprie certezze sul mondo, la propria idea di giustizia e di sovranità, fissandole in quell’oggetto.
Allora, direte voi, è proprio questa la cosa interessante: il desiderio di governare un mondo che risponda alla nostra visione di esso. Sbagliato! A guardare bene, l’aspetto intrigante sta nella fragilità e caducità del castello stesso. Come fa ad essere affascinante una cosa debole? Ma è proprio questa caratteristica che ci dà la possibilità di tornare a confrontarci con noi stessi e con il castello che non abbiamo ancora costruito e la vita e le leggi che non abbiamo ancora immaginato. Questo può permetterci di non ancorarci a delle idee immutabili, definitive…a delle architetture sempre uguali.
C’è anche un altro aspetto però: pensiamo ad una persona disabile: quante volte avrà avuto la possibilità di costruirsi il suo castello-mondo? Non è vero, forse, che pensare ad un mondo “disabile” ci fa una strana impressione? Ma solo per questo dovremmo pensare che un mondo “disabile” sia un mondo “impossibile”? Che castello può creare una persona disabile? Quanto sarà diverso dal nostro? Quanto cambierà, nel tempo? Quanto cambierà i nostri castelli?
Avanti, gente, non risparmiatevi: speditemi le fotografie del vostro castello e le vostre lettere in cui mi raccontate che mondo vi siete immaginati, con quali leggi, con quale sovranità…e…attenti ai colpi di sole!
Il mio indirizzo d’estate NON cambia: scrivete a claudio@accaparlante.it

Claudio Imprudente
 

I gradini delle scuole italiane – Superabile, settembre 2008

I gradini delle scuole italiane cominciano ad affollarsi dopo le vacanze estive. Qualcuno si affaccia per la prima volta in una classe, di qualsiasi ordine e grado: chi di anni ne ha tre, sei, undici…incomincia un’avventura, o si appresta a proseguire quella intrapresa qualche anno prima, ricca di obiettivi, impegni, gioie, delusioni. E fatiche.
Per gli insegnanti, oltre a quelle, a loro note, legate all’attività di docenza, se ne aggiungono altre relative alle loro sorti professionali.
Non so se avete notato con quanta regolarità, da tanti anni a questa parte, si prospettino e si pratichino tagli ai finanziamenti pubblici alla scuola. I segnali e gli atti più recenti fanno immaginare una futuro ancora meno sopportabile.
Se fino a poco tempo fa non riuscivo a dare una risposta certa a questa domanda “ma la scuola è fondata sulla pedagogia o sull’economia?”, pur ritenendo che, tutto sommato, la prima continuasse a mantenere un peso preponderante, ora le idee mi si sono fatte più chiare. Purtroppo. Chi decide della scuola pubblica segue una pedagogia scritta evidentemente dal Ministero dell’Economia. E a senso unico.
Mi vengono i brividi solo a pensarci. Credo davvero che sia una non-logica quella che si cela dietro a decisioni simili: la scuola è il luogo di formazione, socializzazione e inclusione più importante e dovrebbe essere la destinataria di risorse aggiuntive e via via crescenti. E invece? Via centomila docenti, via il tempo pieno, via le insegnanti di sostegno e, per finire…via i disabili?
Si fa notare spesso, riferendosi al rapporto insegnanti-allievi, che in Italia è il più basso d’Europa (tutt’altro che un demerito, a mio avviso), e che i docenti di sostegno sarebbero quasi “colpevoli” di abbassarlo ancor di più. Ma se si usa la lente economica, troppe sono le cose che sfuggono alla nostra vista. Non ci si rende conto che tutti gli insegnanti, non solo quelli di sostegno, realizzano quotidianamente un progetto di integrazione dei disabili (e dei non disabili) che non ha uguali nel mondo e del quale, come cittadini italiani, possiamo davvero essere orgogliosi? E che un vero lavoro sull’integrazione scolastica, sociale, pedagogica e sulla cultura della diversità e della disabilità vale molto di più di cento corsi di nuova “educazione civica”? Peraltro, è cosa ormai nota che la qualità e il buon funzionamento della scuola dipendono anche da buone pratiche di integrazione, a livello didattico e di “formazione alla vita” di tutti gli studenti. E che, quindi, puntare sull’integrazione è necessario anche da un punto di vista strettamente funzionale.
Ma allora: la disabilità è un peso economico o una opportunità pedagogica? Dipende tutto, ripeto, dalle lenti che decidiamo di vestire. Lenti da vestire e soldi da investire. So bene che il discorso sulla disabilità è prima di tutto un discorso culturale, di immaginario e di rappresentazione e su questo lavoro da anni: ma non si può ignorare che certe possibilità pedagogiche e culturali possono darsi solo a fronte di risorse economiche appropriate.
Sarebbe bello se si riuscisse a tornare in piazza con i numeri delle manifestazioni degli anni settanta e ottanta. Sono convinto che, anche grazie al lavoro svolto dalla scuola pubblica in questi decenni, si vedrebbero tantissime carrozzine.

Sentivo di dover prendere una posizione netta su questo argomento di stringente attualità. Ma non rinuncio ai pareri altrui: secondo voi, allora, per guardare alla scuola, dobbiamo vestire lenti pedagogiche o lenti economiche? Rispondetemi, come sempre, a claudio@accaparlante.it.
Claudio Imprudente
 

La disabilità come monitor sociale – Superabile, novembre 2008 – 2

Il 15 novembre p.v. si terrà a Cagliari il convegno "Buone prassi e convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Sociale, scuola e sanità: un cambiamento che ci riguarda”, promosso dall’ Associazione Bambini Cerebrolesi Sardegna e dall’Associazione Bambini Cerebrolesi Federazione Italiana, in collaborazione con la Cattedra di Psicologia dell’Handicap e della Riabilitazione dell’Università di Cagliari.
La giornata sarà dedicata all’approfondimento di alcune tematiche “calde”.
In primo luogo, quelle legate alle c.d. buone prassi, alla luce dei recenti cambiamenti legislativi in materia di decentramento e politiche sociali: la costruzione di un welfare di qualità che sia partecipata e realmente “dal basso”, nell’ottica dei diritti all’inclusione e della partecipazione attiva, il principio di sussidiarietà, il ruolo dei cittadini e delle associazioni all’interno di un processo che dovrebbe vederli sempre più protagonisti.
In secondo luogo, si cercherà di affrontare criticamente il tema della centralità della persona nel sistema dei servizi. Si rifletterà sui limiti di un approccio unicamente medico alla disabilità (anche grave) e sulla effettività della partecipazione della persona disabile alla definizione delle cure che ritiene utili e appropriate ed alla progettazione del suo intervento di assistenza.
Infine l’attenzione si sposterà sull’integrazione scolastica, affrontata dal punto di vista delle risorse disponibili e delle competenze didattiche e relazionali. La scuola è sempre stata attrice privilegiata e imprescindibile nella definizione di buone pratiche di integrazione: riuscirà ad esserlo anche in futuro, dovendo spesso fronteggiare tagli di spesa e di personale e riforme didattiche controverse? E il corpo docente viene aiutato a sviluppare le competenze necessarie attraverso efficaci percorsi di formazione?
Per informazioni e richiesta del materiale prodotto, potete rivolgervi a: www.abcsardegna.org.
Io non riuscirò ad essere presente, ma credo che una riflessione seria su questi argomenti, in questo momento storico, sia di particolare importanza.
E’ necessario fermarsi a ragionare sui passi avanti compiuti negli anni, su conquiste che mai possiamo considerare garantite e su pratiche che necessitano di essere riviste; è necessario mantenere uno spirito vigile e un atteggiamento propositivo.
Queste sono le ragioni per le quali ho dedicato il “mio” spazio alla diffusione delle informazioni relative al convegno cagliaritano.
In attesa della pubblicazione degli atti, vi invito a sviluppare alcune questioni insieme: come sempre, potete scrivere a claudio@accaparlante.it

Claudio Imprudente

 

 

Ba-ba-ba baciami piccina… – Superabile, novembre 2008 – 1

Carissimo Claudio,
come te la passi? Ti devo troppo raccontare cosa è successo ieri sera! Ero seduta sulla panchina vicino al bar della piazzetta. Prova a indovinare chi è uscito dal bar, con la sua coca in mano, per sedersi di fianco a me? Lui! Marco! Quel tipo troppo figo che mi piace tanto! Cuore a mille, sudori freddi, non sapevo cosa dire. Abbiamo chiacchierato, non ricordo più neanche di cosa. So solo che all’improvviso, mentre cercavo qualcosa di sensato da dire….
E’ stata la prima volta! Tu mi chiederai: la prima volta? Beh no, è stato il primo bacio. E ti assicuro che non me lo scorderò mai. Adesso ti saluto, vado a sognare il mio principe azzurro.
Ti scrivo presto, un bacio.
M.

Quante emozioni! E quante cose non dette in questa lettera! Quanti significati possono stare dietro a un bacio! Quante storie, quante fantasie e quanti ricordi suscitano i baci!
In fondo il bacio è uno dei gesti più profondi con cui uomini e donne esprimono la loro affettività e le loro sensazioni da sempre. Infatti l’origine del bacio risale ad un’abitudine degli uomini preistorici: quella di nutrire i propri piccoli con la bocca, dato che la madre sminuzzava il cibo passandolo poi ai neonati.
La bocca è in effetti il primo mezzo attraverso il quale un bambino appena nato riesce a instaurare un rapporto con il mondo esterno riconoscendo il seno materno grazie alle labbra e alla lingua. Tale gesto si è poi conservato e trasferito in età "adulta" come gesto d’amore.
Dietro ad ogni bacio ci sono messaggi, significati, sensazioni e legami molto diversi, ed è inutile dire che per ogni occasione e per ogni momento c’è un bacio più appropriato. E solo noi, nel profondo del nostro cuore, sappiamo qual è o quale vorremmo che fosse.
Nella lettera, che ho riportato solo in parte, ho volutamente omesso le parti in cui M. descriveva le sue sensazioni, quelle nelle quali si sforzava di spiegare il suo stato d’animo. Sia per lasciare spazio alla vostra immaginazione, sia per evitare che i suoi ricordi confondessero i vostri.
Ma chi sarà questa M.? Sarà giovane o sarà adulta? Sarà italiana o no? Forse è disabile?
Credo che, ovviamente, sia poco importante sapere tutte queste cose. Ciò che importa è che, al di là di ogni differenza, di ogni diversità, di ogni storia, possiamo trovare in ognuno di noi lo stesso piacere e lo stesso bisogno di emozionarci e di creare un contesto di piacevolezza. Questa piacevolezza nei rapporti, deriva da ciò che è unico, straordinario e irripetibile in ognuno di noi. In questo stesso senso, anche la disabilità può essere fonte di piacevolezza? Mi spiego meglio: se la disabilità è fonte di sfida, se spesso ne ho parlato come di qualcosa che aggiunge pepe alla vita, davvero allora volete escludere che una simile condizione posta costituire una sempre nuova fonte di emozioni e di contatto?
In questo periodo di vacanze, oltre ad invitarvi a baciarvi e a mangiare i cioccolatini del capoluogo umbro, vi sollecito ad inviarmi a claudio@accaparlante.it i racconti delle vostra prima volta… cioè… del vostro primo bacio.
E che dire? Se un bacio non è altro che un apostrofo rosa tra le parole “Ti amo”…apostrofiamoci!

Claudio Imprudente

 

 

Uno, due, tre, dieci, cento chiodi – Superabile, ottobre 2008

Tempo fa fece scalpore una scena del film di Ermanno Olmi, “Centochiodi”, nella quale si vedevano i libri di una biblioteca inchiodati al pavimento ed alle pareti della stessa. Lo sfregio veniva realizzato da un docente-ricercatore evidentemente insoddisfatto dell’esistenza dedicata, fino a quel momento, interamente agli studi, alla scrittura (e alle glorie da essi derivate).
La critica, in modo piuttosto superficiale, volle vederci una specie di protesta contro le incrostazioni culturali dell’uomo, in nome di una presunto invito ad una vita sollevata dal peso delle convenzioni, delle lettere, delle letture, delle speculazioni, etc. e quindi più immediata, sincera, rispettosa. Altri ci videro un tentativo di contrapporre la cultura alta a quella “bassa” e di rivalutare la seconda a scapito della prima.
Più modestamente, e più saggiamente, lo stesso Olmi cercò di spiegare quale fosse l’intento di quella scena (peraltro molto bella, simbolica ed evocativa) e di altre parti del film: non un attacco alla cultura in generale, ma ad un certo modo di fruizione della stessa. Ad una possibile deriva dell’attività di fruitori. Un accorato “attenzione!” che, lungi dal colpevolizzare la produzione culturale in sé, piuttosto invitava ad avvicinarsi ad essa con altri strumenti, con altro spirito e con un approccio diverso.
Un invito a vivere il libro e a non essere vissuti da esso.
Mi è tornato in mente questo film ragionando sulla scuola, alla luce dei rischi che corre a seguito delle recenti disposizioni governative, ma anche in riferimento al corso, diciamo così, naturale dell’insegnamento.
Perché spesso si tendono a confondere apprendimento ed educazione con la somministrazione e l’acquisizione di concetti e di nozioni. Un fraintendimento pericolosissimo che sembra informare le scelte politico-economiche dei nostri governanti. Non so quale esperienza della scuola abbiano avuto; ma chi dentro la scuola lavora bene sa che l’equiparazione tra un sapere nozionistico ed educazione non è corretta nei termini e, se dà risultati, questi hanno un valore effimero ed in definitiva inesistente. A seguito degli ultimi provvedimenti (e mi riferisco in particolare ai tagli ai fondi e al tempo pieno, all’insegnante unico, al ritorno del grembiule) sembra proprio questo l’obiettivo di fondo: ammaestrare i bambini da cittadini “perfetti”, riempirli di nozioni trascurando la cura della loro creatività e delle loro emozioni, della loro capacità relazionale, dell’acquisizione di un “modello di vita” responsabile.
La scuola, infatti, dovrebbe essere un laboratorio sociale e di pratica di linguaggi nuovi, personali, non il classico imparare a “leggere, scrivere e far di conto”.
Lo scontro di idee, allora, è su questo che deve concentrarsi, per una scuola che sia anche scuola di vita e scuola di emozioni. Cosa significa, questo, tornando al punto di partenza, che la scuola deve insegnare a disinteressarsi alla cultura, alta o bassa che sia? No, ovviamente, perché la cultura è imprescindibile (e piacevole) strumento di educazione e perchè educare è fare cultura, in senso ampio. Significa, invece, che la scuola dovrebbe insegnare a muoversi nella cultura per farne una cosa propria, a viverla e non ad esserne vissuti, a problematizzarla, criticarla e produrla: in testi, immagini e soprattutto azioni ed emozioni.
Ad essere inchiodata, e credo che Olmi mi appoggerebbe, deve essere quell’idea imperfetta e svalorizzante della pratica dell’insegnamento.
Con uno, due, tre, dieci, cento…chiodi.
Rispondetemi a claudio@accaparlante.it

Claudio Imprudente

 

Un cartellone scomodo e uno…troppo comodo – Superabile, febbraio 2010 – 2

Il meccanismo doveva essere più o meno simile a quello utilizzato in Italia nel 1991 per lanciare la serie televisiva “Twin Peaks” diretta da David Lynch. Ricordate? Compariva la frase “Chi ha ucciso Laura Palmer?” senza altre aggiunte. Un tormentone sopravvissuto alla soluzione del caso e alla fine della serie. Poi arrivarono le puntate, peraltro tra le cose più belle della tv degli ultimi venti anni.
Verso la fine del 2009 in Svizzera è scoppiata una forte polemica a seguito dell’affissione di alcuni manifesti che inizialmente recitavano, nero su bianco: “I disabili devono restare a casa” e “I disabili non vogliono lavorare”. La campagna pubblicitaria era stata voluta dal locale Ufficio Federale per le Assicurazioni sull’Invalidità e prevedeva che, a seguito dei primi perentori cartelloni, ne uscissero altri in cui l’ “offensività” delle frasi veniva contestualizzata e, così, spiegata. L’intento della prima esposizione, quella fulminea e provocatoria, doveva essere quello di creare, appunto, una sensazione di disorientamento, tensione, imbarazzo o, almeno, di curiosità nei passanti-lettori.
Ma, a seguito di proteste diffuse, anche da parte di associazioni ed enti del “settore disabilità”, il meccanismo è stato interrotto prima che potesse terminare il suo corso naturale. E’ stato accelerato. Insomma, l’Ufficio Federale per le Assicurazioni sull’Invalidità ha dovuto pubblicamente svelare l’intento antidiscriminatorio dei cartelloni, sostituendoli subito con quelli maggiormente esplicativi e concilianti, del quale vedete un esempio nella foto in alto: “I disabili devono restare a casa. Perché non hanno un lavoro”. E l’altro: “I disabili non vogliono lavorare…meno degli altri”.
Al di là del giudizio etico-estetico sulla trovata pubblicitaria, e al di là del fatto che l’intento antidiscriminatorio poteva essere intuito anche senza la successiva precisazione, credo che le modalità comunicative utilizzate siano giustificabili. In che senso? A mio avviso testimoniano di quanta strada ancora si debba fare perché si possa parlare di una integrazione reale e non solo formale. I toni solitamente si esasperano o, come in questo caso, si fanno provocatori, di fronte a situazioni che stentano a cambiare e prendere una direzione diversa, così da risultare esse stesse provocatorie (per chi le subisce) e frustranti.
Tornando, invece, agli elementi di forma e significato dei manifesti, mi è tornata in mente una campagna pubblicitaria di circa un anno fa, forse qualcosa di più, che non sollevò alcuna polemica, ma che mi mise a disagio. Si trattava di cartelloni che ritraevano i volti delle classiche figure “deboli” della società: immigrati, vecchi, disabili… ognuna di queste persone portava impressa sulla fronte il tipo di azione che avrebbe dovuto “subire” per godere di una condizione migliore: ad esempio, sulla fronte dell’immigrato campeggiava la scritta “accogliere”, su quella dell’anziano “assistere” o giù di lì. Non ricordo quale fosse l’ente promotore della campagna pubblicitaria, ma non è questo che importa. Importa, invece, il tipo di messaggio che veniva trasmesso, che inevitabilmente relegava queste figure in uno stato di passività e in una condizione di bisogno a prescindere. E dava l’idea che fosse solo “il già incluso”, “il già accolto”, “il già educato” a detenere il diritto di parola e la consapevolezza di quello che serve all’altro. In sostanza a determinare le regole e i trattamenti, a sapere cosa si deve fare.
Credo che la pubblicità volesse descrivere gli ambiti d’intervento di quell’ente o invitare le persone a realizzare quel tipo di azioni o, ancora, poneva in modo paradossale quelle figure deboli come dispensatrici delle stesse; ma, involontariamente, a me trasmetteva un’idea di fondo che non potevo condividere e mi faceva perdere completamente di vista il messaggio principale e intenzionale. Potere della forma…
Se un elemento di debolezza si può contestare alla campagna pubblicitaria svizzera è che forse, oggi, siamo sin troppo abituati a espressioni di quel tenore, per cui più che realizzare una vera provocazione, cartelli come quelli strappano al massimo un sorriso passeggero. E’ difficile stimolare sensazioni forti e durature e pensieri profondi che sappiano trasformarsi in pratiche di reale inclusione. E’ molto difficile in questo ambito trovare le modalità giuste per sensibilizzare le persone, trovare parole che non siano offensive o al contrario innocue, avanzare rivendicazioni minime e legittime. Forse la debolezza è insita nel fatto stesso che di rivendicazioni si tratta. Ai punti, comunque, direi che vince la pubblicità svizzera che almeno ha il pregio di essere avvertita meno come una delega a qualcun altro a parlare a nome delle persone disabili o deboli. E che punta a creare le condizioni per una loro presenza attiva nella società (il lavoro, in questo caso) piuttosto che a garantire loro prestazioni assistenziali quali che siano.
Due esempi che, comunque, confermano quanto sia importante, anche per il cd. Terzo Settore, porre la giusta attenzione alle pratiche, alle forme e agli strumenti di comunicazione. E voi, lettori-pubblicitari, con che modalità fareste una campagna di sensibilizzazione? Quali strategie utilizzereste? Scrivetemi a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudent
 

Il Grande Fratello “mongoloide” – Superabile, febbraio 2010 – 1

Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera da parte di un signore, Romano, che riporto qui sotto:
Salve signor Claudio,le scrivo dalla Calabria. Ho 37 anni e sono affetto da amiotrofia muscolare spinale II. Sono tetraplegico.
Abito in un piccolo comune e mi conoscono, ammirano, compatiscono e vogliono bene, tutti. Sto chiedendo da tempo all’amministrazione comunale un lavoro e finalmente ”pare” che ci sia in progetto l’apertura di uno sportello per affrontare il problema del disagio giovanile.
Si sono presentate a casa due signore (una che lavora a contatto con le carceri minorili, l’altra un assistente sociale) e vorrebbero usare la mia situazione come esempio da dare ai ragazzi. Vorrebbero fare un vero e proprio servizio giornalistico su di me.
Secondo lei è giusto?Vorrei un consiglio su cosa fare.
Poi, due giorni dopo, sbagliando canale, mi imbatto in questa scena molto “Grande Fratello”, nella quale una concorrente reagiva a qualcosa (cosa?) esclamando, con intento offensivo e all’indirizzo di un collega (di cosa?), la parola “mongoloide”. Da lì in avanti il gruppo domestico più famoso d’Italia ha adottato l’espressione con grande entusiasmo e, come dire, era abbastanza affascinante vedere dall’esterno queste persone che si davano del “mongoloide” a tutto spiano, senza differenza di sesso e religione. Non ricordo se utilizzavano variazioni sul tema, del tipo “handicappato” o “spastico”…mi sarei sentito onorato! Cosa c’entra la lettera di Romano con questo episodio? A me è sembrato che stiano in un rapporto quasi paradossale: il ragazzo calabrese si preoccupa dell’ “eticità” di un semplice servizio a lui dedicato (la cui diffusione immagino non sarà così capillare e reiterata come quella del Grande Fratello), chiedendosi se ha senso parlare di un disabile come di un individuo esemplare, una sorta di possibile guida o modello, e quindi renderlo un oggetto-spettacolo, a suo modo, a partire da un dato involontario, come quello della disabilità. Qui interessa che Romano si sia posto la domanda, al di là della “grandezza” del servizio che dovrebbe vederlo protagonista: che intenti avranno le due persone che intendono realizzarlo? C’è un modo per raccontare e rappresentare in modo più giusto ed inclusivo una persona con deficit o, in generale, la disabilità? Come si racconta, eventualmente, la normalità di una persona con deficit e ha senso raccontare una normalità? Mi chiedo se la televisione si ponga questo tipo di domande e se sia consapevole dei danni che alcune “disattenzioni” possono provocare a livello del sentire comune e della cultura diffusa. Vanificando in parte, in pochi minuti catodici, il lavoro lento e paziente di tante realtà e singole persone che credono nella possibilità di realizzare mattoni d’integrazione. E lentamente costruirci qualcosa. Ora, non voglio insistere troppo su questioni nominali, ma credo sia pacifico che la televisione abbia un enorme potere di influenzare e, cosa forse peggiore, che non dia la possibilità di una risposta esterna immediata; lo spettatore è per certi versi passivo di fronte al flusso di immagini e suoni e in questo c’è una differenza enorme con Internet, e i vari strumenti che consentono qualche forma di interazione, la quale può anche assumere la forma della reazione e della sanzione. Credo sia quasi scontato che un programma così pensato e realizzato come il Grande Fratello punti molto, per la sua stessa sopravvivenza, a creare situazioni esasperate (non solo nel senso del litigio), in cui l’insulto è uno degli strumenti privilegiati di relazione, confronto ed è garanzia del mantenimento di tempi, diciamo così, televisivi. E’ il programma che lo richiede e, indubbiamente, è anche il pubblico a casa ad aspettarselo. Pubblico che, in larga parte, è un pubblico giovanile, per cui più sensibile al tipo di educazione che il mezzo televisivo può veicolare. Ecco che la parola, le espressioni assumono una portata diversa, perché è il contesto stesso a determinare in parte il loro peso. Le parole non sono svincolate dall’esperienza, non hanno quasi mai un significato “in sé”. Né lo stesso potere, se pronunciate in situazioni diverse. Ecco, quindi, che la televisione ha, o dovrebbe avere, una percezione più fine delle sue responsabilità. Non so se leggete mai la rubrica “Parabole” di Adriana Zarri su “Il Manifesto”: inizia sempre segnalando un esempio di errore/orrore lessicale: l’utilizzo apparentemente innocuo di alcuni termini si rivela per quello che è (una scelta del senso che si vuole comunicare) e descrive in modo vivido la società che ne fa uso. Se in una trasmissione come “Il Grande Fratello” si utilizza ripetutamente un’espressione come “mongoloide” in senso offensivo, questo non può che rafforzare un comportamento e una tendenza (magari già diffusi), anziché ridurli: in questo caso quelli di associare alla persona “mongoloide” caratteristiche quali l’incapacità, la debolezza, l’inadeguatezza a stare al mondo…Offendendo direttamente, come scriveva l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) nella sua nota di protesta, “49 mila persone con la sindrome di Down e le loro famiglie che vivono in Italia” e restituendo (a tutti gli spettatori) una rappresentazione della realtà infedele e meschina ("Avere la sindrome di Down- continua l’AIPD – vuol dire avere un ritardo mentale, ma essere comunque persone, persone che vanno a scuola, che si sforzano di acquisire una certa autonomia, che qualche volta lavorano, che ridono, che piangono, che hanno dei sentimenti, che sanno dare e ricevere"). Un suggerimento ad Alessia Marcuzzi, per riparare in modo più costruttivo a quanto successo: silenziare e oscurare per una sera i concorrenti del “Grande Fratello” e mandare in onda, al loro posto, uno dei bellissimi documentari prodotti dall’AIPD stessa (tra gli altri, “Lavoratori in corso”, “A proposito di sentimenti”, “Futuro presente”), interessanti anche dal punto di vista formale. Sarebbe un ottimo modo per fare cultura, svelare una parte di realtà di cui la televisione tende ad occuparsi raramente e spesso in modo inappropriato e proporre “prodotti” di qualità che meriterebbero un passaggio in prime time.
Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it, cercate il mio profilo su Facebook e procuratevi i documentari dell’AIPD…da vedere, dalle 21:00 in poi, ogni lunedi!
Claudio Imprudente
 

A tavola con Mago Merlino – Superabile, gennaio 2010 – 2

Certamente tutti conoscete il cartone animato disneyano “La spada nella roccia”, dove si narra di Semola, giovane garzone di un burbero proprietario terreno, che viene notato da Mago Merlino, il quale capisce che il ragazzo ha quelle potenzialità che potranno fare di lui il celeberrimo re d’Inghilterra Artù. Così Merlino decide di curare l’educazione di Semola, insegnandogli che il cervello, al contrario del credo che (forse) imperava nel Medioevo, vale assai più della forza. Comunque a me di Semola, in questo articolo, interessa ben poco. E’ sul Mago Merlino che voglio concentrarmi, e non su quello di Disney (mago pasticcione dalla lunga barba bianca e travestito/trasformista ante litteram, in alcune scene memorabili), ma su quello che ci restituiscono i vari libri del “ciclo bretone” e delle “leggende arturiane”.
Chi è stato infatti Merlino, secondo questi testi? Non tutte le fonti riportano le stesse notizie, ma molte concordano sul fatto che sia stato lui a creare materialmente e a dar vita (in senso politico-giuridico) alla Tavola Rotonda. Questa era, in effetti, un vero e proprio strumento amministrativo, di gestione del reame, che in ultima istanza doveva garantire il potere di Re Artù e prevenire l’insorgere di conflitti di prestigio armati e cruenti. Merlino stesso, a quanto pare, aveva diritto ad un posto attorno alla Tavola, ma questo dettaglio non è importante (per noi, per Merlino sicuramente sì!) e nemmeno certo.
Analizziamo meglio le caratteristiche della Tavola Rotonda: intanto la sua forma, che permetteva ad ognuno di avere un posto uguale a quello di tutti gli altri e a tutti di guardarsi reciprocamente negli occhi; non poteva esistere cioè, nemmeno fisicamente e a livello sensibile, un capotavola, un primus inter pares, pur sedendovi anche il re. Inoltre, come dicevamo, la tavola doveva favorire la prevenzione e la soluzione dei conflitti attraverso un metodo di confronto e cooperazione.
Ancora, esso era uno strumento di potere: garantiva e allo stesso tempo aumentava il potere di tutti, come singoli e come collettività.
Riassumendo, quindi, potremmo dire che le caratteristiche proprie della Tavola e quello che essa permetteva erano parità (uguaglianza); cooperazione (aiuto reciproco), e potere. Tirate le somme, non posso che associare la Tavola Rotonda alla mia Tavola Trasparente, anch’essa in un certo modo “magica”, soprattutto negli effetti che produce.
Per prima cosa, proprio come la Tavola Rotonda, essa favorisce rapporti paritari, permette a tutti di guardarsi negli occhi e di entrare in relazione allo stesso livello.
Inoltre, e questo aspetto è strettamente legato al primo, richiede come metodo, per il suo stesso funzionamento, una cooperazione, un impegno reciproco: o, meglio, favorisce la cooperazione e, insieme, la richiede per la sua stessa esistenza.
Terza cosa, porta ad un aumento di potere, attraverso il cambiamento: trasforma la mia immagine, perché, se per “la gente” sono l’icona della non comunicazione (non parlo, non mi muovo e non mi posso avvicinare alle persone), essa mi permette di avere un peso culturale, sociale, politico. La tavola trasparente cambia la mia “carta d’identità”, divento uomo comunicante e relazionale, come per magia; mi conferisce potere, rendendomi, da oggetto di cura, un soggetto protagonista della sua esistenza e delle sue relazioni.
Strumento magico, quindi, come la bacchetta di Mago Merlino? Certo, c’è un alone di magia attorno all’oggetto, che rende affascinante la Tavola e attraverso di essa, rende più affascinante anche me stesso. Ma, non a caso, ho impostato il parallelo con la Tavola Rotonda, attorno alla quale sedevano persone in carne ed ossa. Infatti la Tavola Trasparente è stata pensata da uomini, è stata realizzata da mani umane e viene utilizzata e attivata da uomini: l’unica dimensione, quella umana, con la quale mi piaccia confrontarmi e della quale mi piaccia conoscere, e subire a volte, i limiti; ma anche unica dimensione che possiamo sperare di modificare: a prescindere da poteri sovrannaturali e bacchette magiche.
E che dire? Merlino mi aspetta a tavola per pranzare…non vorrei tardare, dovesse trasformarmi in un topolino sarebbe un problema…
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Claudio Imprudente
 

Una chitarra ritrovata – Superabile, gennaio 2010 – 1

Circa tre anni fa sono stato invitato a Camisano Vicentino per un incontro con la cittadinanza su temi legati alla disabilità. La serata prevedeva degli stacchi musicali strumentali, che interrompevano i miei discorsi dando alle persone la possibilità di riflettere un po’ su quanto appena detto…o meglio, questo forse era l’intento degli organizzatori, ma il musico era così bravo che credo che tutta l’attenzione della gente, in quei momenti, fosse concentrata sulle note che uscivano dalla sua chitarra e dalle sue dita. A fine serata, come mi capita spesso, salutandolo gli ho detto “Chissà se prima o poi c incontreremo di nuovo?”, augurandomelo, dal momento che l’esecuzione aveva colpito anche me. Questa qui sotto è la cronaca di un incontro fortuito. In effetti ho rivisto Luca Francioso, il chitarrista, altre volte: per me sono state occasioni per frequentare meglio la sua arte, per lui è stato un modo per conoscere meglio il mondo della disabilità. Tanto che alla fine ha voluto spedirmi questo scritto, nel quale, appunto, riflette sulla casualità e sulla diversità e sull’impertinenza di certe domande…

Una domanda impertinente
Luca Francioso

“Una serie di accadimenti perfettamente coordinati dalle sapienti mani della vita, mi ha condotto ad una domanda assai impertinente, una questione su cui – sebbene ci abbia pensato molto, a volte con attenzione e a volte distrattamente – ancora rifletto, come se una sola e definitiva risposta in effetti non bastasse.
L’intreccio degli episodi è cominciato con il racconto di un amico di vecchia data. Un amico con un sogno. È davvero confortante sapere che ci sono ancora persone pronte a rinunciare all’apparente sicurezza che il mondo continua a propinarci – simile ad uno scaltro venditore che le prova tutte pur di rifilare prodotti scadenti – per investire su ciò che prima o poi finisce con il rivelarsi talento e scopo della nostra vita. Ed è con questa meraviglia che ho ascoltato il sogno di Davide, un progetto individuale e sociale davvero importante che, se compiuto, avrebbe potuto cambiare totalmente il suo cammino. L’eventualità di questo sconvolgimento lo aveva spinto verso la guida di persone il cui simile progetto aveva già un posto e una forma e così, tra le parole di quel sogno, ho sentito per la prima volta parlare della comunità MARÀNA THÀ, un gruppo di famiglie vicino Bologna che condivide tutto, dal tempo allo stipendio, non imbottigliati nel sottovuoto delle religioni, ma aperti al respiro della fede. Cosa assai diversa. Non è passato molto tempo da quel racconto per me così rivelante che io e Davide, spinti da un’urgenza differente ma comune, già stavamo parlando di un mio concerto in comunità. La cosa si è decisa talmente in fretta che da lì a qualche giorno tutto era confermato. Avrei suonato per le famiglie e la gente del posto.
L’intreccio è poi proseguito con una e-mail di qualche giorno dopo, in cui Giulia dell’associazione IL GERANIO di Prato chiedeva il mio intervento musicale ad un incontro che stava progettando per gli studenti di una scuola pratese con Claudio Imprudente. Avevo già conosciuto Claudio ad un incontro simile, a Camisano Vicentino, e il piacevole ricordo di quell’evento mi ha spinto subito a dare la mia disponibilità. In effetti mi faceva piacere rivederlo e riproporre qualcosa insieme, promessa – fra l’altro – che ci eravamo fatti. Una cosa però non capivo. Il nesso a cui il messaggio alludeva. Giulia si era riferita al mio prossimo concerto alla comunità MARÀNA THÀ (la rete aiuta molto la divulgazione, a quanto pare) quando aveva spiegato le strade che l’avevano condotta a me e proprio non ne intuivo la ragione.
Solo quando sono arrivato in comunità per il mio concerto, ultimo nodo di questo strano aggrovigliamento, e vedendo Claudio tra le famiglie, ho messo a fuoco tutta la faccenda, partita dal racconto di un sogno e arrivata alla condivisione di una realtà. Ora che sapevo che viveva lì, il mio intervento con lui a Prato si colorava di una nuova sfumatura, forte della certezza, sempre più ricca di esclamativi, che la vita gioca le sue pedine con astuzia e rara precisione.
Ed ecco la domanda impertinente che questo giro di avvenimenti ha distillato. Il tema dell’incontro a Prato: la disabilità è una sfiga o una sfida? L’ho letta più volte sullo schermo del mio computer, nella successiva e-mail di Giulia che mi informava sulle questioni tecniche, perché le domande apparentemente semplici nascondono insidie. La provocazione, infatti, mi aveva subito portato a rispondere quello che intuivo essere una risposta sensata, cioè che la disabilità è una sfida, ma ho aspettato prima di dirlo ad alta voce. Neppure in macchina, durante il viaggio la sera prima dell’incontro, ho sentenziato il mio verdetto, cominciando a dubitare che la risposta potesse essere una sola. E definitiva.
La mattina dopo, di fronte ai tantissimi sguardi dei ragazzi della scuola, attenti e distratti, curiosi e svogliati, accanto alla carrozzina di Claudio e alla sua lavagna trasparente e agli operatori che lo seguivano, non avevo ancora un’idea al riguardo. Ero agitato ed eccitato allo stesso tempo, non riuscivo a stare fermo! Le parole scambiate con Claudio poco prima dell’incontro erano servite a scegliere un modo quanto mai informale per proporre l’argomento, ma ritrovarmi davanti a tutto quel potenziale adolescenziale pronto ad essere espresso mi aveva comunque spiazzato. Mi accade sempre di fronte ai ragazzi: hanno una forza genuina e disarmante, soprattutto in gruppo, con cui riescono a metterti a nudo senza dire o fare niente, solo con qualche occhiata fra di loro o una risata trattenuta. È incredibile come ogni volta io mi senta esposto e indifeso. Neppure un teatro pieno zeppo di adulti mi fa questo effetto!
Ad ogni modo, il tentativo di stemperare la formalità ha dato subito un buon risultato, considerate le risate che qualche battuta di Claudio, degli operatori e mia ha suscitato. E l’incontro, in effetti, è proseguito senza intoppi emotivi, né nostri né dei ragazzi, che sembravano assorbire le parole e la musica come spugne. Spiavo con discrezione le loro occhiate curiose su Claudio e la sua disabilità, sui suoi metodi di comunicazione, e lentamente il loro slancio sincero e un po’ impacciato e le loro domande curiose hanno funzionato come uno spillo che ha fatto esplodere tutti i palloncini di disagio che avevo gonfiato, ritrovando l’agio nelle mani, sulla chitarra e nella voce. E lucidità.
Alla fine, grazie a questa fortissima interazione, mi è apparsa improvvisamente chiara la risposta a quella domanda impertinente, posta da Claudio e arrivata a me con quel giocoso e inevitabile incastro di situazioni. Mentre i ragazzi uscivano dall’Auditorium della scuola ho avvertito una profonda normalità nelle diversità di ciascuno: in quella di Claudio, più evidente agli occhi, in quella mia e in quella dei ragazzi, tutte miscelate in un’intensa condivisione. Ecco che allora sono arrivato a pensare che la disabilità non è né una sfida né una sfiga. È normale diversità. Sono sempre convinto che non ci sia una risposta unica e definitiva. Ma è così che la voglio vivere”.

Non mi resta che salutarvi e consigliarvi di ascoltare le sue canzoni e informarvi sui suoi concerti. Potete farlo qui: www.lucafrancioso.com e qui: www.myspace.com/lucafrancioso

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Claudio Imprudente
 

Baby Down – Superabile, dicembre 2009 – 2

Tempo fa scrissi un articolo a partire dalla notizia dell’uscita di un modello di Barbie-musulmana. In quell’articolo facevo anche riferimento alla commercializzazione di un bambolotto down, credo fosse proprio quello “spagnolo” che ora arriva in Italia: Baby Down.
Riferendomi al nuovo modello di Barbie, facevo notare che, al di là delle recenti e cicliche polemiche e discussioni sulla liceità o meno dell’utilizzo in pubblico del velo (chador, burqa, e altri modelli), se finora i modelli di Barbie cercavano di rappresentare un prototipo di realizzazione perfetta (secondo canoni discutibili) all’interno del mondo occidentale, appoggiando e favorendo l’affermazione di una serie di stereotipi molto riconoscibile, ora, almeno apparentemente, sembravano volersi smarcare da questo ruolo per farsi più rappresentativi di “altri” mondi che, con quegli stereotipi, entrano (almeno apparentemente e, comunque, in modo legittimo) in conflitto.
Ma se il “personaggio” di Barbie sembra svolgere con perfezione il compito di “congelare”, eternare uno pregiudizio di un certo tipo, non avvierà forse lo stesso meccanismo con uno stereotipo differente? Mi spiego meglio: non rischia di evidenziare ed accentuare una differenza piuttosto che invitare ad uno scambio, ad un relazione e a dar vita ad una chiara discussione? O, ancora, non rischia di descrivere una parte di un mondo facendoci credere di poterlo descrivere per intero e nella sua essenza (“questa è una donna musulmana”)? Sostenendo cioè questa equiparazione: “Barbie-musulmana” uguale donna musulmana tout court.
In questo senso, infatti, commetterebbe un secondo errore nel momento stesso in cui sembra voler correggere il primo, finendo per rappresentare in modo grossolano una realtà diversa dopo aver già rappresentato in modo distorto ed incompleto la nostra.
La questione del bambolotto Down mi sembra per certi versi differente e meno controversa e l’intento di avvicinare, attraverso una bambola, i bambini piccoli a persone (coetanei o meno) con quei tratti somatici per mostrarne la normalità e la quotidianità potenzialmente positivo. Però, senza sottovalutare l’importanza che il mondo materiale, oggettuale ricopre nella nostra vita, nel nostro sviluppo, nella nostra educazione (questa, certo, passa anche dagli oggetti e dalla nostra esperienza con e degli stessi), credo che non sia sufficiente mettere a disposizione un bambolotto “speciale” per modificare la sensibilità riguardo a certe tematiche o per introdurle come oggetto di discussione. Si pone la necessità di accompagnare la presenza di un bambolotto dai tratti particolari con la disponibilità e la capacità, degli adulti in questo caso, di dare un senso a quella presenza.
Ecco, solo se l’oggetto si fa ispiratore di domande e dubbi (dei bambini) che poi qualcuno (i genitori, la scuola…) possa raccogliere, soddisfare, allora avrà svolto il suo compito, producendo degli effetti e smarcandosi dalla sua concretezza finzionale per avvicinarsi a quella del reale. Altrimenti rischia di aggiungersi a quel milione di stimoli cui, anche involontariamente, siamo esposti ogni giorno senza avere nemmeno la capacità e la curiosità di collocarli, interrogarli, coglierne una possibile profondità. La coscienza di questa necessità mi sembra emergere dalle parole di Francesca Bernaroli (presidente della coop. Il Martin Pescatore): "Stiamo lavorando con le scuole elementari e materne per portare Baby Down nelle classi: vorremmo avviare un progetto più ampio di formazione, coinvolgendo operatori e associazioni per spiegare ai bambini il senso del bambolotto".
C’è da augurarsi che questo possa avvenire e, allora e di conseguenza, potremmo augurare a Baby Down un’incisiva diffusione: importante, peraltro, che a soddisfare le eventuali richieste per quanto riguarda sartoria ed imballaggi saranno lavoratori con disabilità psichica della cooperativa…il primo effetto positivo del bambolotto?
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Claudio Imprudente