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autore: Autore: Giovanni Catti

La pedaggogia dello spigolo

di Giovanni Catti

Il bambino di fronte all’handicap, alla differenza. Giovanni Catti ce lo racconta a modo suo, come un maestro. Ma il discorso non finisce qua. Sul prossimo numero rimarremo in classe….Assieme alle difficoltà di inserimento che incontrano i bambini stranieri nelle nostre scuole.

Parliamo del diverso e del differente, di persone e di cose diverse o differenti, e degli astratti: la diversità, la differenza. Nel medesimo tempo parliamo di conoscenza, e più specificatamente dei principi, degli inizi della conoscenza. Il motivo del discorso è la nostra ipotesi, che una prima conoscenza sia significativa e valida in sé, e che il suo significato e il suo valore diano al soggetto una inclinazione per le ulteriori conoscenze, pur senza determinare queste ulteriori conoscenze. Quando può esserci una prima, ma vera e propria conoscenza?
Se possiamo distinguere ambiti di vita biologica, di vita affettiva e di vita superiore, dobbiamo anche notare la graduazione di questo emergere di vita dall’uno all’altro, all’altro ambito ancora. Sulla via di una vera e propria conoscenza, intanto conviene promuovere la formazione di un essere umano cosciente.
È probabile che fin dal grembo materno possano essere! in questo essere umano inclinazioni verso la sicurezza e/o verso la insicurezza: questo essere umano può essere inclinato, ma non è detto che sia determinato. La inclinazione verso la sicurezza può assorbire rincontro/scontro con il diverso, con il differente. La inclinazione verso la insicurezza può dar luogo a una elaborazione sproporzionata dell’incontro/scontro.
Fantastico, e forse irragionevole, il fenomeno del capriccio continuo a palesare gli affetti, nella complessità della vita.
II capriccio di fronte al diverso, al differente, è fisiologico, è salutare, entro certi limiti. Sono i limiti riconoscibili da chi regolarmente e fermamente scruta tutto quanto possa essere interpretato come segno di un universo inferiore esistente anche se non ancora palese. Veniamo alle buone abitudini, alla loro acquisizione, attraverso i motivi presentati in modo vivido, e dunque attraverso una ripetizione motivata. Tra le buoni abitudini c’è questo pudore, misurato in modo da favorire l’incontro e da evitare lo scontro con il diverso e il differente quanto al sesso.
La pattuizione, non il patteggiamento, sembra un criterio opportuno nel campo della nostra ricerca. Vengono in mente i “patti di pace” cari a Francesco di Assisi, e quindi viene in mente il modo nonviolento, costruttivo, di affrontare il conflitto, senza rimuoverlo, senza rifiutarlo.
È inutile, anzi dannoso, far conto che il conflitto non esista. Ma la pattuizione può aprirsi, dalla fedeltà all’amore, all’amore di offerta. La offerta gratuita, sperimentata a proprio favore, può dar luogo a un senso di gratuità, da praticare a favore di ogni essere umano, di ogni essere vivente, di ogni essere.
Paradossalmente si potrebbe parlare di una “pedagogia dello spigolo”. Quando una bimba, un bimbo, crescono in statura, e le loro teste arrivano all’altezza di molti spigoli, accade che ti siano scontri tra teste e spigoli. Conviene imparare a chiedere scusa allo spigolo, e non a punire lo spigolo. Lo spigolo esisteva prima che la testa b potesse raggiungere. Allo stesso modo si potrebbe considerare rincontro/scontro con il prato e con l’albero. Si può chiedere al prato di essere soffice, ma non all’albero. All’albero si può chiedere di essere duro, ma non al prato.
Una malintesa tendenza a concepire l’essere umano al centro del mondo può dar luogo al pregiudizio. Al di là di questo pregiudizio c’è l’orizzonte della varietà, del cosmo inteso come mondo ordinato, secondo un ordine da scoprire, e non da inventare individualisticamente.
Il diverso, il differente stupiscono, e almeno qualche volta lo stupore da luogo all’ammirazione. Ma altre volte da luogo alla sofferenza.
Anche la sofferenza è un conflitto, e c’è modo e modo di affrontarla. C’è un modo costruttivo, quando si fa del proprio meglio per prevenirla, ma poi si fa del proprio meglio per trame il maggior profitto possibile.
È il momento della scoperta di un universo interiore, di una consapevolezza di questa nostra possibilità di affrontare sofferenza e conflitto con fiducia. Conviene praticare la massima reverenza per questa crescita, racchiusa nell’intimo. Conviene nel medesimo tempo favorire la crescita indirettamente, e qui non è fuori luogo usare termini come atmosfera e clima. Con facile metafora si può ripetere che i messaggi più opportuni per una prima conoscenza del diverso, del differente, possono essere trasmessi allo stato aeriforme: quando significati e valori sono come stemperati, nell’aria, e con l’aria si respirano.
Verrà il tempo dello stato liquido, della conversazione.
Verrà il tempo dello stato solido, della lezione.

I primi sette anni 
Ci sembra opportuno collocare il nostro discorso sullo sfondo di una tavola fatta in modo da poter cogliere con un’unica occhiata i suoi elementi. Sono gli elementi della formazione di un essere nel suo primo settennio, e quindi si tratta delle disposizioni naturali, della formazione del carattere e del senso sociale. 

Disposizioni naturali
Le strutture affettive, i dispositivi sensoriali e della motricità si stanno sistemando. Può essere! un orientamento, verso la sicurezza, e/o un orientamento verso la insicurezza. Incominciano ad essere sperimentati stupori e sofferenze nel contatto con le cose. Si scopre un universo interiore dove può esserci fiducia e/o angoscia.

Formazione del carattere
II fenomeno capriccio richiede regolarità, fermezza negli atteggiamenti di chi promuove la formazione. Possono essere acquisite buone abitudini: pudore, energia, rettitudine, cortesia. Senza la tristezza e la noia della insistenza. Può essere acquisito il senso della gratuità. Un’atmosfera di serenità favorisce uno sviluppo sano; un clima di fiducia favorisce la rettitudine.

 Senso sociale
II mondo intero esiste ma non per obbedire soltanto a me: di questo è opportuno essere persuasi. Si possono vedere ed ammirare piante e fiori, alberi ed arbusti, animali nella loro varietà. È tempo di condivisione con altri, di giochi, di dolci. S’impara che c’è gioia nel dare più che nel ricevere.

Slavi del sud

a cura di Giovanni Catti, sacerdote cattolico, rettore dell’università dei burattini

In tal modo la vita dei ragazzi della cittadina si svolge sotto il ponte e attorno a esso, tra inutili giochi e fantasie infantili. E fin dai primi anni dell’adolescenza ci si trasferisce sopra il ponte, dove i sogni giovanili trovano altro alimento e altre sfere d’interessi, ma dove cominciano già anche le preoccupazioni, le lotte e il penoso stento della vita. Sul ponte e vicino al ponte sbocciano i primi sogni d’amore, avvengono i primi incontri casuali, i primi approcci e sussurri. Qui si svolgono anche i primi lavori e gli affari, i litigi e gli accordi, gli appuntamenti e le attese. Qui, lungo il parapetto di pietra del ponte, vengono messi in vendita le prime ciliege e i meloni, i salep (bevanda turca calda e dolce) del mattino e il pane caldo. Ma qui si raccolgono pure i mendicanti, gli storpi e i tignosi, così come i giovani e i sani che desiderano farsi vedere o vedere qualcuno, o come tutti coloro che hanno da mettere in mostra qualche frutto, qualche abito o qualche arma speciale. Vengono spesso a sedersi qui uomini maturi e ragguardevoli per discorrere intorno alle cose pubbliche e alle faccende di interesse collettivo, ma ancora più spesso i giovincelli che non hanno mente ad altro che ai canti e agli scherzi. In occasione di grandi eventi e di storiche trasformazioni è qui che vengono esposti appelli e proclami (sul muro sopraelevato, al di sotto della targa marmorea con l’iscrizione turca e al di sopra della fontana), ma qui, fino al 1878, venivano anche impiccate o impalate le teste di tutti coloro che, per un qualsiasi motivo, erano giustiziati, e le esecuzioni, in questa cittadina di frontiera, specialmente negli anni turbolenti, furono frequenti e in certi tempi, come vedremo, perfino quotidiane. Non possono attraversare il ponte né cortei nuziali né funerali senza che ci si fermi alla “porta”. Qui, di solito, i convitati alle nozze si preparano e si mettono in fila prima di andare al mercato. Se sono tempi tranquilli e quieti si passano a turno la rakija (acquavite) e cantano, danzando il kolo (caratteristica danza circolare slava) e spesso si trattengono assai più a lungo del previsto. E durante i funerali coloro che portano il defunto lo depongono un po’ per riposarsi, proprio qui alla “porta”, dove del resto egli ha trascorso buona parte della vita. La “porta” è il punto più importante del ponte, così come il ponte è la parte più importante della cittadina, o, come scrisse nel suo diario un viaggiatore turco che venne ottimamente ospitato dai visegradesi, “la porta è il cuore del ponte, che è il cuore di questa cittadina, che a ognuno deve restare nel cuore”.
(Ivo Andric, Il ponte sulla Drina)

Ogni fiume sa sempre molte cose, le ascolta nel suo corso, e la Drina non fa eccezione a questa regola, quando passa fra la parte più grossa della città di Visegrad e il sobborgo sparpagliato lungo la strada, che conduce a Sarajevo. Basta questo nome per farci pensare dolorosamente alle differenze, alle diversità tra gli “slavi del sud”. In Ivo Andric si riflettono queste differenze, queste diversità. A Travnik in Bosnia nasce nel 1882, a Visegrad trascorre l’infanzia, a Sarajevo compie gli studi medi, a Zagabria compie gli studi universitari, a Spalato è arrestato perché sospettano di essere antiaustriaco, a Zagabria fonda una rivista. Come studente universitario è a Vienna, Cracovia e Graz; come diplomatico è a Roma, Bucarest, Madrid, Trieste, Ginevra, Bruxelles, Berlino. A Belgrado, occupata dai nazisti, scrive nel 1942 e nel 1943 la storia del ponte, costruito agli ordini di Mehmed Pascià, tre secoli prima dello scoppio della guerra nel 1914. Ancora una volta qualcuno per il solo fatto di esistere mette in crisi la nostra cultura, la nostra civiltà. Non riusciamo a collocare nella nostra mente la Bosnia, Visegrad, Sarajevo, Zagabria, Spalato. Non riusciamo quindi a sapere che cosa voglia dire essere bosniaci, serbi, croati, magiari, bulgari, romeni, albanesi, turchi tra tutti questi “slavi del sud” chiamati, un tempo, jugoslavi; e tanto meno riusciamo a sapere che cosa voglia dire essere cattolici, ortodossi, mussulmani o laici nell’una o nell’altra di queste etnie. Ivo Andric, per il solo fatto di essere esistito, mette in crisi la nostra cultura, la nostra civiltà. Ma scrivendo la storia del suo ponte emette un giudizio salutare sui nostri modi di risolvere il problema del differente, del diverso. “La tua morte è la mia vita”: sotto il segno di questo modo di risolvere il problema ci si racconta orribilmente l’impalazione di Radisav di Uniste, resistente alla violenza del turco venuto per costruire il ponte. “La tua vita è la mia vita”: sotto il segno di quest’altro modo di risolvere il problema è esaltata liricamente la funzione del ponte. E’ da notare che in questa lirica esaltante si accenni prima di tutto a giochi apparentemente inutili, a fantasie apparentemente non meritevoli di essere espresse in parole. Gli autori di questi giochi e di queste fantasie stanno sotto il ponte, o attorno al ponte: non sopra il ponte. Poi “le preoccupazioni, le lotte e il penoso stento della vita” sospingono adolescenti e adulti sul ponte: su questo ambiguo ponte, dove non sai più bene, se la vita del differente, del diverso, sia la tua vita o la tua morte.