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autore: Autore: Maria Grazia Berlini

Clima di classe

CLIMA DI CLASSE

La comunicazione implicita o esplicita che sia, verbale o non verbaleriguarda la capacità del singolo o di un gruppo di mettersi in relazione,imparando a gestirsi nella comunicazione privata per accedere progressivamenteal circuito della comunicazione sociale e pubblica. E, rovesciandone ilcontenuto, ogni forma di comunicazione di sé agli altri è opportunità diespressione personale. Dal momento che si decide di incontrarsi è naturalemettersi in dialogo. Se il dialogo risulta significativo, diventa necessario faruscire l’autenticità di sé stessi per incontrarsi.

di Maria Grazia Berlini (*)

La comunicazione implica un feed-back di ritorno, in quanto la possibilitàdi conoscere progressivamente gli altri e, approfondendo la relazione, capiremeglio la personalità di chi ci sta di fronte, permette parallelamente diacquistare fiducia in sé stessi. Trasferisco la mia riflessione al mondo dellascuola, attraverso alcuni concetti mutuati da Celestin Freinet, "…unaconcezione pedagogica che vada incontro alle effettive esigenze dei ragazzi, sipone come obiettivo fondamentale quello di realizzare negli alunni la conoscenzadi sé stessi e del mondo attraverso un controllo dello stesso processoeducativo; questo controllo si basa sul ruolo centrale che assumono: lacomunicazione e la cooperazione sia fra gli alunni che fra gli insegnanti; lasoddisfazione dei bisogni primari di motivazione, di esplorazione e diorganizzazione dell’informazione, attraverso la pratica continua della ricerca;la manifestazione continua delle potenzialità creative ed intellettuali diciascun alunno; infine il rapporto immediato tra scuola e vita comeriappropriazione continua del processo educativo."(1)

Un clima di classe cooperativo

La ricerca della comunicazione e l’acquisizione di competenze prende vitadalla creazione di un clima di classe cooperativo; tale clima può essererafforzato dalla pratica conversazionale. All’interno della classe, ciascuno deipresenti è contemporaneamente osservatore e osservato, la mediazione inizialepuò essere definita dall’osservare le situazioni che si creano, prendersi tempoper tranquillizzarsi nella relazione e riflettere su sé stessi. Ogni ragazzoriferisce, parla, si analizza esprimendo il proprio punto di vista; l’insegnanteviene a conoscenza di come i ragazzi procedono mentalmente ed emotivamente equesti ultimi conoscono l’insegnante. Ecco il significato che alcune insegnantiattribuiscono all’importanza del creare relazioni e del comunicare all’internodella classe: la possibilità di avvicinarsi vicendevolmente rendendo proficui e’profondi’ gli apprendimenti. Alcune tra queste, Lella Giornelli e Marisa Brighidella scuola media "Gianni Rodari" di Cesenatico (Fo), hanno pensatoal percorso didattico come ricerca-azione ed alla necessità, per renderepossibile la comunicazione, di utilizzare le conversazioni tra ragazzi e ragazzee quelle tra insegnanti e ragazzi come mediatori emotivi e degli apprendimenti,affinché la classe cresca.

Con-versazioni

Le conversazioni sono forme di relazione, possono essere utilizzate cometecniche per insegnare e apprendere. A quali obiettivi sottendono? Socializzarele forme di conoscenza di ciascuno, ma anche controllare la comprensione (ciòche l’altro ha compreso può essere uno stimolo alla mia originalecomprensione); possono favorire un apprendimento armonizzato e anche permetteredi ricercare assieme degli accordi. Le conversazioni che riguardano le attivitàscolastiche sono molto gratificanti per i ragazzi. E’ importante individuarel’atteggiamento da adottare durante le conversazioni, dello studente edell’insegnante. Lo studente ascolta, comunica, e può apprendere dagli altri;l’insegnante può riflettere sull’attività, rilanciare l’apprendimento, e certoha un insegnamento di ritorno. Risulta fondamentale fissare regole scritte perla comunicazione, affinché siano gli adulti i primi a rispettarle (in quantoadulti fatichiamo ad attribuire valore a tutto quanto i ragazzi decidono dicomunicarci, o riteniamo di avere già risposte sufficientemente strutturate dapermettere di risparmiare tempo nella ricerca e conquista da parte dei ragazzi;ancora, fatichiamo a dedicare tempo alla decodificazione dei linguaggiutilizzati dai ragazzi per comunicare tra loro e con noi). Quanto detto sino quinon presenta caratteristiche valide in assoluto e in qualsiasi situazione,perciò le prime conversazioni possono essere caratterizzate dai silenzi edall’imbarazzo, proprio perchè non si è ancora pronti e sereninell’affrontarle. Obiettivo principale deve rimanere quello di ascoltare eparlare. La conversazione può essere facilitante ed assumere una valenzapedagogica sostanziale: per incontrarsi e conoscersi; per chiarire idee propriee ordinare manifestazioni proprie (conoscere sé stessi); per portare conrispetto, anche se in disaccordo, alla cooperazione.

Conversare sugli errori

Sandra di Leva e Bruna Paolucci, insegnanti di Villa Verucchio (Rn) hannocominciato così: ; da questo punto di vista potevano permetterci di entrarenella storia dei bambini, aiutarli a porre e porsi delle domande. Nella praticadidattica ci siamo lasciate guidare dall’inatteso che per noi non ha maisignificato spontaneismo né casualità. Se un bambino ci chiede perchè il redi Francia si chiamava Franco I e il re di Spagna (nella stessa epoca) Carlo III,prendiamo in considerazione quella domanda, non fornendo un risposta risolutiva,ma attivando una ricerca nella classe. Questo non significa perturbarecontinuamente il programma previsto, bensì ricollocare questo all’interno di ungruppo-classe composto da originalità. L’apprendimento rimane una cosa privatae interna, l’insegnante in questo senso è un facilitatore. L’errore o ladomanda imprevista divengono incidente di percorso, recuperabile e non solo:aiutano a rispettare le teorie e le ipotesi di tutti, permettono di lavorareassieme per rovesciarle e individuare quelle corrette. Questa riflessione haportato prima di tutto alla nostra crescita come insegnanti: eravamo noi a farefatica nel raffrontarci con gli insuccessi dei bambini della nostra classe.Assieme a loro, conversando, ci siamo avvicinati agli stili di apprendimento diciascuno e alla pluralità delle intelligenze."
Le riflessioni di Sandra e Bruna mi permettono di fare un passo successivo versouno degli aspetti sottolineati anche all’interno dei programmi della scuolaelementare: separare il momento della produzione da quello della correzione.Altrettanto importante è evitare di interrompere durante la ricerca di unproprio modo di esprimersi, di comunicare, di codificare e decodificare isignificati. Si può rimandare la discussione e la correzione ad un secondomomento, quando il bambino si è ‘fatto capire’ e ‘ha capito’. Le conversazioni,come tecniche comunicative, hanno un valore in quanto possibili elementiorganizzatori di un progetto di ricerca nella classe, a partire dallacostruzione di regole e consegne, dalla definizione di responsabilità,dall’autocontrollo dei comportamenti e degli apprendimenti. Regole e istituzioniche scaturiscono dall’uso delle tecniche, hanno il compito di sviluppare, enello stesso tempo, di mediare le relazioni tra i sistemi individuali,attraverso la costruzione di un terreno comune di incontro, confronto e ancheconflitto. Come già sottolineato precedentemente è fondamentale la definizionedi regole concordate per i procedimenti conversazionali: non dare niente perscontato; valorizzare e non penalizzare gli errori; chiedere il"come?" e il "perchè?", i procedimenti, ed individuaretempi e ritmi. Una comunicazione significativa e voluta presuppone unatteggiamento attento da parte dell’adulto; un atteggiamento che renda possibilile parole di Don Lorenzo Milani: "L’opera di un educatore consistesoprattutto nell’avere tanta autorevolezza da scoprire l’educatore che ènell’altro e da farsi educare dall’altro".

(*) Si presenta qui rielaborata, la postfazione di Maria Grazia Berlini allibro "Attesi Imprevisti" di Paolo Perticari, Bollati Boringhieri,Torino, 1996
(1) Elise Freinet, "Nascita di una pedagogia popolare" EditoriRiuniti, Roma, 1973; per una bibliografia di approfondimento sugli strumenti P.Perticari (a cura di), "Della Conversazione", Guaraldi 1993, e A.Canevaro, M.G. Berlini (a cura di), "Potenziali Individualid’Apprendimento", La Nuova Italia, Firenze 1996.

L’occhio del lupo

a cura di Maria Grazia Berlini

Il ragazzo è immobile, ritto davanti al recinto del lupo. Il lupo va e viene. Gira in lungo e in largo senza mai fermarsi. “Che scocciatore, quel tipo…”. Ecco quel che pensa il lupo. Sono ormai due ore che il ragazzo sta davanti alla rete, piantato lì come un albero gelato, a guardare aggirarsi il lupo.
“Che vuole da me?”
Questo si chiede il lupo. Quel ragazzo lo turba. Non lo spaventa (un lupo non ha paura di niente), ma lo turba.
“Che vuole da me?”
Gli altri bambini corrono, saltano, gridano, piangono, fanno la linguaccia al lupo e nascondono il viso nella gonna della mamma. Poi vanno a fare i buffoni davanti alla gabbia del gorilla e ruggiscono davanti al naso del leone che frusta l’aria con la coda. Ma quel ragazzo lì, no. Rimane in piedi, immobile, silenzioso. Solo i suoi occhi si muovono, seguono il viavai del lupo, lungo la rete.
“E che, non ha mai visto un lupo?”.
Dal canto suo, il lupo non riesce a scorgere il ragazzo che una volta su due. Perché non ha che un occhio, il lupo. Ha perduto l’altro lottando contro gli uomini, dieci anni fa, il giorno in cui fu catturato. All’andata dunque (se quella si può chiamare andata) il lupo vede lo zoo tutto interno, con le sue gabbie, i bambini che impazzano e in mezzo a loro quel ragazzo del tutto immobile.
Al ritorno (se quello si può chiamare ritorno) il lupo non vede che l’interno del recinto. Un recinto vuoto, perché la lupa è morta la settimana passata. Un recinto triste, con la sua unica roccia grigia e il suo albero morto. Poi il lupo fa dietrofront ed ecco lì di nuovo il ragazzo, col respiro regolare che emana vapore bianco nell’aria fredda.
“Si stancherà prima di me” pensa il lupo continuando il suo andirivieni. E aggiunge:” Sono più paziente di lui”. E aggiunge ancora:” Io sono il lupo”.
Ma il mattino dopo, svegliandosi, la prima cosa che il lupo vede è il ragazzo, in piedi davanti al recinto, sempre nello stesso punto. Per poco il lupo non è trasalito. “Non avrà mica passato la notte qui? … Il lupo aggrotta le sopracciglia. Gli secca porsi tutte quelle domande a proposito del ragazzo. Si era ripromesso di non interessarsi mai più agli uomini.
E da dieci anni mantiene la parola: non un solo pensiero per gli uomini, non uno sguardo, niente.
Il giorno dopo il ragazzo è sempre là. E il giorno seguente. E l’altro ancora.. Così che il lupo è obbligato a ripensare a lui.
Improvvisamente il lupo si sente molto stanco. C’è da pensare che lo sguardo del ragazzo pesi una tonnellata.
“D’accordo” pensa il lupo. “D’accordo!”, “L’hai voluto tu!”
E , bruscamente si ferma. Si siede eretto, proprio davanti al ragazzo. E anche lui si mette a fissarlo. Non quello sguardo che vi passa attraverso, no: il vero sguardo, lo sguardo fisso.
Ci siamo. Adesso sono faccia a faccia. Non un visitatore, nel giardino zoologico.
Non c’è che il ragazzo. E quel lupo azzurro dal pelame azzurro.
“Vuoi guardarmi? D’accordo! Anch’io ti guardo! Si starà a vedere…”. Ma c’è qualcosa che disturba il lupo; un particolare stupido: lui non ha che un occhio, mentre il ragazzo ne ha due.
A un tratto il lupo non sa in che occhio del ragazzo fissare lo sguardo. Esita. Il suo unico occhio salta da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il ragazzo non batte ciglio. IL lupo è maledettamente a disagio; per niente al mondo stornerebbe lo sguardo, di riprendere la marcia non se ne parla.
Così il suo unico occhio impazzisce sempre più e ben presto, attraverso la cicatrice dell’occhio morto, spunta una lacrima. Non è dolore, è impotenza, è collera. Allora il ragazzo fa una cosa curiosa, che calma il lupo, lo mette a suo agio. Il ragazzo chiude un occhio. Ed eccoli là che si fissano, occhio nell’occhio, nel giardino zoologico deserto e silenzioso, con un tempo infinito davanti a loro.
(Daniel Pennac, “L’occhio del lupo”)

Comincia con uno sguardo. Uno sguardo che non lascia indifferenti e che costringe… a guardare.
E’ uno sguardo tra un lupo che ha vissuto una vita da lupo, braccato, fuggitivo nella gelida Alaska e un ragazzo che ha attraversato tutta l’Africa, diventando un famoso narratore di storie. I due si ritrovano davanti alla gabbia di uno zoo, si fissano in silenzio. Il lupo, chiuso nella sua disperazione, guarda il mondo con un occhio solo. Allora anche il ragazzo, con estrema delicatezza, chiude uno dei suoi e, attraverso queste due solitudini, fluiscono le immagini vissute che portano alla confidenza reciproca.
Si può provare a vedere dal “punto di vista” dell’altro da sé; un punto di vista che permette di “vederne” la storia. In questa storia, poi, si tratta proprio di “chiudere un occhio” per vedere attraverso l’altro com’è il mondo fuori. E c’è un tempo lungo di attesa: ogni mattina lì… cosa vorrà da me? (Mi fa venire in mente l’incontro con adolescenti che hanno vissuto già nell’infanzia difficoltà scolastiche come un dato caratteristico – non capisco niente, così mi è sempre stato detto -non riescono a capire e sono diffidenti, come possa esistere qualcuno che si interessa a loro così come sono, per gli interessi e le passioni che hanno, e non per ciò che devono o possono realizzare nella società).
I tentativi portano Africa (così si chiama il ragazzo, identificato con il continente che ha attraversato) a decidere che potrà ascoltare solo se saprà prendersi un tempo, il tempo necessario; quello che mette l’altro nella condizione di prendere l’iniziativa: quello che si può definire gesto interrotto. Sono le situazioni nella vita che hanno portato Africa a mettere in atto la pazienza dell’attesa.
Chiudere un occhio è conseguente ad un gesto dell’altro che vuole comunicare qualcosa. Nell’ambito della pedagogia attiva si parla di meta – comunicazione: di aspetti ed atteggiamenti che possono disturbare o migliorare la comunicazione. Il gesto interrotto è un’azione intrapresa, ma lasciata volutamente inconclusa, per consentire all’altro di completarla secondo un proprio percorso.
Implica l’attesa di un completamento originale, una scelta che si intreccia con una volontà altrui, che può essere anche molto diversa da ciò che noi avevamo in mente
Per Africa il gesto di chiudere un occhio non è una rinuncia ad agire; è, invece, l’accettazione dei limiti della propria azione. Lo “costringe” a “stare in attesa”
L’attesa che Africa attiva può portarlo a comprendere l’altro.
Il significato etimologico di comprensione come “atto del comprendere, del racchiudere, afferrare, ed anche capacità di intendere e penetrare con la mente; capacità di considerare con simpatia sentimenti, opinioni, azioni altrui”, porta in sé alcuni caratteri antitetici: racchiudere l’altro nell’interpretazione che do a ciò che avviene nel contesto e tra di noi, ma anche avvicinarmi alla sua originalità, a ciò che è veramente.
Ma Africa non intende incontrare il lupo per una forma di controllo o potere su di lui (in fondo, fra i due, chi può scegliere di andarsene è proprio Africa); lo incontra per le storie che il lupo può raccontargli e che non ha mai ascoltato da nessuno.
Perché “raccontare è condividere” (P. Jedlowsky) e decidere di non farlo è un modo per difendere la propria storia, la propria memoria dall’incursione di altri.
Diverso è : chi ha deciso di vedere da un solo occhio, per evitare di “scoprire” la propria storia, di doverla condividere con qualcun altro non significativo (ed anzi vissuto come minaccioso): almeno la storia rimarrà libera dalla gabbia di uno zoo e potrà rimanere incontaminata, vicino al contesto (l’Alaska in questo caso) in cui ha senso.
Quanti bambini e ragazzi decidono rispetto ai “fallimenti” (all’essere in gabbia) della vita scolastica di riservarsi uno spazio (una via di fuga) che non corrisponde alle aspettative: il fallimento attiva una via conosciuta che potrebbe non essere più abbandonata oppure, e anche questa è una possibile interpretazione, un solo occhio permette di vedere solo una parte di un mondo già spiacevole.
Nello zoo Africa trova gli animali che aveva già incontrato , liberi, in precedenza ; ne conosce le storie.
Gliene manca solo uno… il lupo grigio dall’occhio chiuso: vuole incontrare anche questo. Camminare per il mondo in questo modo, con l’ottica dell’Incontro ha fatto si che Africa abbia già incontrato alcuni degli animali portandone con sé le storie: li ha portati con sé tanto da reincontrarli in un’altra fase della sua vita. Africa è un grande ascoltatore ed è un grande “raccontatore di storie” (questo gli ha salvato la vita un po’ come a Sherezade) e saper raccontare è saper mantenere un’attesa. Raccontare è una relazione, è il bisogno di farsi sentire – ascoltare – capire.
“Si possono percorrere milioni di chilometri – ci ricorda Pino Cacucci in “Camminando”.- in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del Viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da Raccontare”.
Africa, oltre a ciò, ha ben chiaro un riferimento, che ci indica Jedlowsky: narrare ha qualcosa a che fare con l’amore. Quando si ascolta si entra con amore nella storia dell’altro; quando si decide di raccontare si permette all’altro di entrare nella propria storia.

12. Giocare allo scout

di Maria Grazia Berlini, caporedattrice della rivista nazionale scout dei lupetti e delle coccinelle Giochiamo, pedagogista, è consulente del comune di Cesena

“Silvio era un terremoto incontenibile, non un istante fermo… Al gioco dei silenzio, però, diventava un serpente che silenzioso strisciava tra gli arbusti fino alla meta, imprendibile. Gli chiesi come faceva lui a farlo così bene, lui, che era così confusionario, mi disse: Se si gioca, si gioca !”“Un verde prato, una radura in mezzo ad un bosco, una calda spiaggia estiva, un campetto alla periferia della città, una piazza libera dalle auto, angoli e vicoli…ci sono tanti luoghi per giocare insieme con gli amici. Dobbiamo però delimitare il campo da gioco! Servono delle porte. Chi sa una “conta” per dividerci in due squadre? Qualcuno conosce qualche gioco nuovo?”. E inizia la grande avventura di un gioco tra bambini!!!
Quella proposta è l’introduzione ad un minimanuale rivolto a tutti i bambini e le bambine tra gli 8 e i 12 anni, che la rivista “Giochiamo” propone, in particolare, ai lupetti e alle coccinelle scout. Perché fare “quasi tutto attraverso il gioco” significa anche prepararsi a giocare il “grande gioco della vita”.
Attraverso lil gioco ci si sperimenta, si mettono a frutto le cose per le quali si è portati e si affinano quelle in cui non si è mai stati molto “forti”; si scopre il territorio, ampliando i riferimenti conosciuti, ci si predispone circoscrivendo la zona di gioco e il contesto in cui lo stesso avverrà.
Un secondo elemento da sperimentare è la possibiltà di giocare con fantasia. Non servono, infatti, grandi strutture di gioco, parchi immensi dove l’attrazione siano sofisticate evoluzioni tecnologiche.
Per giocare è sufficiente il nostro corpo, qualche materiale, la voglia di stare insieme e di giocare insieme con “gioia e lealtà”. Il fondatore dello scoutismo, sir Robert Baden Powell (in meglio conosciuto come B.P.) utilizzava il gioco come preciso strumento metodologico e come metafora della vita.
Alcune frasi possono fornire ulteriori riferimenti (con un’attenzione: vanno contestualizzate, per poterne comprendere appieno il significato innovativo, nel periodo tra la fine del 1800 e il 1941 – anno di morte di B.P., e tra Inghilterra e Sudafrica).
“La vita dello scout è come una partita di calcio. Sei selezionato come attaccante? Gioca il gioco! Gioca per il successo della tua squadra! Non pensare alla tua gloria personale o ai rischi che puoi correre: la tua squadra è dietro te. Gioca a fondo e sfrutta al massimo ogni possibilità che hai. Il calcio è un bel gioco ma ancor più bello di esso e di ogni altro gioco, è il gioco della vita”.
Oltre a questo invito a giocare in fondo, mettendo a frutto le capacità personali, che ha che fare con un aspetto, quello delle specificità, che riprenderemo in un altro capitolo, è presente una chiara sottolineatura dell’originalità e la possibilità di essere quel che si è mettendo a frutto quel 5% di buono che c’è” anche nella peggiore situazione di partenza (quello di tanti ragazzi in difficoltà, ad esempio), di esprimersi liberamente, di esprimere al meglio le proprie potenzialità.
“Siamo proprio come i mattoni di un muro. Ognuno di noi ha il suo posto, anche se può sembrare un piccolo posto, in confronto alla grandezza del muro. Ma se un mattone si rompe, o scivola fuori posto, gli altri cominciano a dover sopportare uno sforzo anormale. Appaiono fessure e il muro si sgretola” (B.P.). Per questo ha inventato o riproposto grandi giochi di una intera giornata, giochi di Kim (che tengono allenati i sensi e vengono molto utilizzati in ambito scolastico per il riconoscimento di oggetti, suoni, sapori, odori), giochi di osservazione di situazioni e deduzione che ne consegue, giochi all’aperto e di conoscenza del territorio ma anche al chiuso, giochi atletici, giochi d squadra per permettere a ciascun bambino e bambina di prendere possesso del proprio corpo, di conoscere i propri limiti, di esplorare gli spazi di libertà di cui dispone, di provare “a vuoto “ certe funzioni fisiche e mentali di cui si avrà bisogno da adulto, di “giocare” a fare quando non può ancora fare, di simulare situazioni che si presenteranno più tardi senza incorrere nei conseguenti rischi, per sfogare il suo istinto “combattivo” e il suo bisogno di far rumore e schiamazzo.

Il mondo come un campo da gioco
“L’istinto naturale del bambino è sviluppare la propria personalità tramite un esercizio che chiamiamo gioco; ha un desiderio innato di realizzarsi, vuol fare cose e superare difficoltà per essere soddisfatto” (B.P. in “Taccuino”).
Vi sono alcune caratteristiche che riguardano il gioco scout:
– ha uno scopo;
– non premia solo il risultato materiale, ma lo stile e la qualità del gioco;
– tutti possono, per quanto possibile, essere attori e nessuno spettatore permanente;
– non emargina i meno dotati, ma , al contrario, permette loro di esercitarsi;
– può essere competitivo tra squadre, non tra persone; di frequente ha un tema, un’ambientazione (un esempio? Il libro della Giungla nella branca lupetti forma il tema dell’intero gioco del lupettismo, oltreché dì singoli giochi ed attività);
– non disdegna giochi fisicamente “duri”, non brutali, perché una certa misura di rischio è necessaria alla vita, ed una certa misura di allenamento nell’affrontare i rischi è pure necessaria per prolungare questa vita;
– non ci sono modelli ben precisi, ma alcuni suggerimenti generali da adattare alle circostanze locali, al terreno e all’intervento dei bambini;
– deve anche essere entusiasmante e divertente, se non offre più allegria, gioia di vivere, apprezzamento dei lati belli della vita non è più gioco.
Infine è un modo in cui guardare all’esistenza: “non prendere le cose troppo sul serio, ma trai il miglior partito da ciò che hai, considera la vita come un gioco ed il mondo come un campo da gioco”. Prendere la vita come un gioco non è un invito alla “‘leggerezza”, ma, da un lato richiamo ai propri stessi limiti (non prendere le cose troppo sul serio comincia da se stessi), dall’altro un invito all’ottimismo, alla gioia, alla capacità di godere la vita.

Se si gioca, si gioca
Ci sono parole, in quanto è stato scritto sino ad ora, che sembrano fornire elementi che non necessitano di ulteriori riflessioni per essere connessi al tema dei giochi e l’handicap, il deficit la difficoltà. Ma vorrei proporre un racconto per introdurre.
Silvio era un terremoto incontenibile, non un istante fermo, come il coperchio di una pentola a pressione. Al gioco dei silenzio, però, diventava un serpente che silenzioso strisciava tra gli arbusti fino alla meta, imprendibile. Gli chiesi come faceva lui a farlo così bene, lui, che era così confusionario, mi disse: “Se si gioca, si gioca”!
“Non serve a nulla avere uno o due ragazzi brillanti…” dice B.P. e suggerisce di considerare vincitore colui che è riuscito a migliorare di più i propri risultati da una gara all’altra: ognuno si impegna, in questo modo, con se stesso”.
Il gioco è il primo educatore perché è la cosa più importante della vita di un bambino ed una bambina. Li attira e nello stesso tempo chiede loro di migliorarsi, di acquistare coordinamento. di allenarsi, di mantenersi in forma; nel gioco sono coinvolti intelligenza. affettività, corporeità; per questo a nessuno, qualsiasi sia suo handicap, è preclusa la strada di accesso al gioco che a sua volta diventa esso stesso occasione dì superamento dei propri limiti. Il gioco serve a formare il carattere creando uno spirito ottimista, pronto a lanciarsi nelle imprese senza badare al profitto. Il giocare ha in sé la sua ricompensa, è un’attività gratuita come gratuito è lo spirito adatto per avere la vita come una bella avventura.
E soprattutto il gioco di squadra è scuola dì collaborazione e solidarietà. Nel gioco dì squadra ognuno può trovare un suo ruolo utile, sentirsi importante e, se demotivato, sentirsi stimolato a fare di più. Il gioco stesso porta a questo: è un linguaggio universale che parla oltre ogni barriera, oltre ogni handicap e immediatamente lega gli animi facendo dimenticare ogni differenza . L’esca è il riconoscimento che ne deriva, la fiducia che fa credere nelle potenzialità della persona al di là di ogni prova contraria, l’essere pronto a scommetterci, l’autonomia e la responsabilizzazione: porta a far scattare nella mente di ciascuno (anche in difficoltà, anche chi si sta occupando di restare a galla in una situazione difficile) che il progetto è suo e dipende da lui il risultato del gioco, oltre che decidere di starci.
Aspettarsi molto da tutti i bambini e chiedere a ciascuno lo sforzo di “fare del proprio meglio”.
E qui tornano in mente le specialità, che derivano da speciale: è quello che ciascuno sa, sa già fare e può mettere a disposizione di altri, continuando ad approfondire, oppure è qualcosa che non si sa, che per questo incuriosisce e si ha l’opportunità di approfondire.
In un progetto educativo, così come proposto, si intende avere presenti “contemporaneamente” sia la differenziazione delle identità (incarichi, specialità, interessi, gusti e caratteristiche, progressione personale) che le strutture di connessione (i contesti educativi: la squadra nel gioco, la squadriglia, gli obiettivi generali comuni). La situazione rende significativi i modi di agire, i comportamenti e gli stili comunicativi.

Gioca…non stare a guardare!
Un’ultima riflessione rivolta agli adulti educatori potrebbe essere l’invito a recuperare uno spirito per cui anche “il nostro lavoro diviene leggero se lo consideriamo come un gioco, in cui noi siamo i giocatori di una squadra, che giocano ciascuno al suo posto, e tutti insieme giocano per il bene dela squadra; e quando ne comprendiamo lo spirito, facciamo presto a scoprire che non è un gioco ma in grande gioco”.