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autore: Autore: Maurizio Serra e Stefano Toschi

15. 900 anni di emarginazione. Alcuni dati

A cura di Maurizio Serra e Stefano Toschi

L’università degli studi di Bologna sta vivendo un periodo molto fitto di avvenimenti , di celebrazioni e di studi enlla riccorenza del suo IX centenario. L’università più antica del mondo riflette sul suo percorso culturale, sul suo significato e soprattutto sul ruolo di stimolo e di produzione del sapere che ha rappresentato in questo lungo arco di anni. Ed ecco che anche a noi ci troviamo ad esaminare quali sono i rapporti, gli ostacoli gli stimoli chye l’universitò ha prodotto nei confronti di una percentuale (molto) ridotta degli studenti che l’hanno frequentata, ma ugualemente molto scomoda ed in qualche csao anche imbarazzante: ci riferiamo agli studenti portati di handicaps che, soprattutto in questi ultimi anni, hanno frequenetato i corsi di laurea universitari.

Abbiamo svolto una ricerca basata su interviste ai vari organi dell’Università, che vanno dal personale non docente, ai docenti, ai presidi di Facoltà, a coloro che pur non facendo parte dell’Università sono dei validi interlocutori per il discorso delle barriere architettoniche: l’Istituto regionale per i Beni culturali e la Soprintendenza ai beni ambientali ed architettonici.
Cominciamo ad esporre i risultati di questo lavoro come è logico con qualche dato statistico.
Conoscere il numero esatto degli studenti disabili che in questi ultimi i anni hanno frequentato l’Università di Bologna non è impresa molto agevole dato che dalle procedure d’iscrizione questo dato non risulta. Quindi l’unico modo per disporre di i qualche riferimento numerico è stato quello di rivolgersi all’Azienda comunale per il Diritto allo Studio che in base alla Legge Regionale 31.1.1983 i n° 8 (Diritto allo Studio universitario) prevede interventi a favore degli studenti portatori di handicaps (vedi art. 9 della legge).
I dati di cui dispone l’Azienda comunale per il Diritto allo Studio è probabile che non coprano il numero effettivo degli studenti handicappati che si sono iscritti in questi ultimi anni; questo è anche il parere del sig. Selva 1 dell’Ufficio Assistenza dell’Azienda comunale che ritiene insufficiente la pubblicizzazione di tali interventi a favore degli studenti disabili (del medesimo parere è il prof. Genovese della “Commissione di verifica dei diritti degli studenti” – vedi intervista del prof. Canevaro sul n° 1/1988).
I contributi di legge cominciano ad essere erogati dall’Anno Accademico 1983-84 ossia dopo l’entrata in vigore della legge sopra citata. Riassumiamo in questa tabella i dati in nostro possesso:

ANNO                  Lettere        Medicina      Giurisp        Magistero      Scienze        Economia      TOTALE
e filos.                                                                      politiche       e comm.

A.A 1983/84              7                 3                  3                  1                  4                  1                    19
A.A 1984/85              6                 3                  2                  2                  3                  2                    18
A.A 1985/86              7                 3                  4                  4                  3                  1                    19
A.A 1986/87              4                 3                  4                  4                  3                  2                    16

Come vediamo un elemento salta subito agli occhi: la stragrande maggioranza di coloro che hanno ricevuto sovvenzioni dall’Azienda per il Diritto allo Studi  erano iscritti a Facoltà umanistiche, mentre le Facoltà scientifiche classiche sono disertate a parte tre studenti di Medicina e un paio di Economia e Commercio (che comunque non rientra completamente fra le facoltà scientifiche). I problemi della manualità, della presenza di prove scritte o di prove di laboratorio di cui andremo a discutere in seguito possono avere rappresentato un freno all’iscrizione verso i corsi di laurea scientifici.
Comunque la mancanza di dati precisi non ci permette di avere un quadro esatto di quella che è stata la presenza degli studenti disabili nelle facoltà universitarie.
Si diceva della scarsa pubblicità che ricevono queste forme di intervento. Questa percorre due canali principali: la pubblicazione del bando degli interventi a favore dei portatori di handi-caps sui principali quotidiani e la trasmissione dello stesso alle associazioni di categoria che poi dovrebbero renderlo noto ai propri soci. Manca probabilmente un canale d’informazione attraverso cui lo studente handicappato anche se non si reca di persona allo sportello delle segreterie al momento dell’iscrizione possa conoscere questo genere d’interventi: il problema potrebbe essere risolto con un apposito riferimento negli stampati utilizzati al momento delle iscrizioni al primo o agli anni successivi del corso di laurea. Tutti gli studenti si iscrivono e quindi tutti verrebbero raggiunti da questo genere d’informazione.

Problemi tecnici e manualità
I problemi tecnici sono i primi che si presentano ad uno studente disabile che voglia frequentare le lezioni all’Università, lo stesso, Stefano, ho optato per il corso di laurea in Filosofia (scelta di cui ora son ben contento) anche perché l’avevano scelto alcuni amici, che così potevano darmi un passaggio fino all’Università ed anche all’interno di questa aiutarmi negli spostamenti da un’aula all’altra. A quest’ultima esigenza ha fornito un valido contributo anche il personale non docente della facoltà di Lettere e Filosofia, per cui abbiamo voluto sentire dal coordinatore del personale non docente di questa facoltà, sig. Bianchi, se questo fosse uno dei compiti previsti nelle loro mansioni. “No, non era un compito previsto dal regolamento. Lo facevamo di nostra spontanea volontà”. Questa risposta ha trovato una ulteriore conferma nelle parole di due “bidelli” della facoltà di Scienze Politiche che svolgono il loro servizio a Palazzo Hercolani: “No, non c’è nessuna disposizione a tal riguardo, però umanamente lo facciamo. Quando uno studente in carrozzella deve andare a lezione al piano di sopra lo aiutiamo a salire”. Per il personale non docente non è neppure previsto un corso di formazione professionale incentrato sui loro compiti e tanto meno quindi sulla problematica della presenza di questa insolita utenza all’Università. Ma coloro che abbiamo sentito ne sentono la necessità; infatti alla domanda se ritenessero utile un momento di preparazione al loro lavoro nel quale fosse inserita la tematica dell’handicap hanno così risposto: “Pensiamo che l’amministrazione dell’Università dovrebbe rendere operante una cosa del genere, che sarebbe utile sia per noi che per gli studenti che hanno bisogno d’aiuto. Questo risulta necessario anche perché in facoltà (Scienze Politiche n.d.r.) ne sono iscritti diversi e non siamo preparati a comunicare (nel senso di superare le difficoltà di approccio) con loro”. “Quindi ancora una volta il volontariato è l’unico modo con cui si è cercato di risolvere le difficoltà tecniche degli studenti handicappati perché l’amministrazione dell’Università non ha mai regolamentato questo settore come ci è stato confermato dal prof. Susini (Preside della facoltà di Lettere e Filosofia): “È un problema dell’amministrazione universitaria, dato che un preside di facoltà non ha autorità sul personale non docente. Non ho mai avuto nulla che dall’ufficio del personale non docente mi avvisasse per esempio di corsi di qualificazione, di semplici istruzioni o altro”.
Comunque questa che possiamo definire impreparazione professionale di fronte allo studente handicappato fisico grave purtroppo non è solo del personale non docente, ma la si ritrova anche negli stessi professori universitari. Infatti da tutti i presidi di facoltà intervistati abbiamo ricavato perplessità e dubbi riguardo ai metodi di approccio e di comunicazione verso gli studenti disabili. Ancora dal prof. Susini: “Qualche professore mi ha detto che aveva un po’ di preoccupazione ad entrare in comunicazione con gli studenti handicappati, per esempio aveva la preoccupazione di capire la velocità di percezione da parte del candidato delle domande durante l’esame”.
Il prof. Salvioli (Preside della facoltà di Medicina e Chirurgia) parlandoci delle difficoltà che una facoltà incontra al momento dell’iscrizione di uno studente handicappato ha ribadito questa impreparazione del personale docente e non docente: “Credo che anche da parte del personale docente ai diversi gradi vi debba essere una preparazione più mirata al rapporto con gli studenti disabili. Forse siamo impreparati ad averlo”. Tutto dipende dal singolo docente ed in questo caso non dovrebbero esserci chiusure mentali tali da impedire la libera frequenza alle lezioni; i problemi sorgono quando si tratta di entrare direttamente a contatto con lo studente disabile o al momento dell’esame o nella collaborazione per la preparazione della tesi. È a questo punto che emergono i problemi dei docenti che sono sempre superati (se lo sono) a livello individuale, dato che in nessuna delle facoltà da noi interpellate esiste una forma di coordinamento fra i professori allo scopo di discutere e trovare rimedi a tali difficoltà. Gli unici momenti in cui si discute nei consigli di facoltà relativamente agli studenti disabili sono per motivi espressamente amministrativi ed istituzionali, come ad esempio per risolvere il problema della firma del verbale dell’esame qualora lo studente handicappato fisico sia impossibilitato a scrivere. Ad ogni modo anche in questo caso non esiste una norma valida per tutte le facoltà, dato che ognuna affronta o affronterebbe il problema soltanto qualora si presentasse direttamente. L’atteggiamento che abbiamo verificato negli incontri con i vari docenti ci è sembrato orientale alla disponibilità e al dialogo su questo tema. Abbiamo invece rilevato qualche perplessità quando si è parlato delle reali possibilità e degli sbocchi post laurea che uno studente senza il controllo degli arti superiori può avere soprattutto nelle facoltà scientifiche. Il prof. Saivioli ha puntualizzato che “la preparazione dello studente di medicina comporta tutta una manualità, poiché altrimenti diventa una preparazione teorica che non ha poi risvolti nella pratica (…) Non possiamo ipotizzare di dare una laurea in Medicina se non viene completata tutta la preparazione medica che non comporta solo quella biologica. Se invece lo studente possiede l’uso degli arti superiori in maniera soddisfacente, anche se non c’è una mobilità degli arti inferiori, questa consente quella manualità che lo studente deve acquisire per essere medico. Sennò prepariamo un biologo con delle nozioni di medicina”. Noi rispettiamo questo punto di vista perché ci sembra dettato dal cosiddetto buon senso, però d’altra parte ci sembra che il progresso tecnologico nel settore dell’informatica possa determinare degli sviluppi che aiutino a sopperire questa mancanza di manualità. Fino a qualche anno fa sembrava impossibile che una persona con un grave handicap fisico potesse scrivere, ora grazie agli sviluppi nella tecnologia informatica è possibile scrivere e disegnare, quindi nulla vieta di pensare che possa essere realizzato un sistema esperto in medicina che si serva di “terminali intelligenti” per compiere quelle operazioni manuali tipiche dell’attività del medico. Ma come viene affrontato l’analogo problema della manualità in un altro corso di laurea nel quale comunemente si ritiene che sia indispensabile?
Abbiamo formulato questa domanda al prof. Giacomelli (Direttore del Dipartimento di Fisica) prendendo spunto da un precedente famoso: quello del prof. Stephen Hawking, professore di Matematica e responsabile del “Gruppo di relatività” al Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica all’Università di Cambridge. Questo insigne uomo di scienza è stato colpito da sclerosi laterale amiotrofica, male che devasta i muscoli, che si atrofizzano e si rattrappiscono, non obbedendo più agli impulsi del cervello. Quindi per esplicare la propria attività scientifica si serve di altri studiosi in fisica che trascrivono e ripetono a voce alta quanto viene detto da Hawking. Dobbiamo precisare che il prof. Hawking è stato colpito da questa malattia dopo aver terminato gli studi universitari nel corso dei quali aveva già dimostrato tutte le sue potenzialità nel campo della ricerca. Il prof. Giacomelli ci ha risposto che “una persona come Hawking è a un livello eccezionale come attività di ricerca per cui penso che l’accetterebbero tutti. Però chiaramente se fosse ad un livello inferiore ho l’impressione di no. Sarebbe accettato nei momenti in cui uno parla di ricerca altrimenti ho dei dubbi”. Comunque il prof. Giacomelli non ritiene che il problema della scarsa manualità possa essere discriminante relativamente alle possibilità di frequentare e sostenere gli esami di fisica per uno studente disabile: “Ritengo che la stragrande maggioranza dei docenti non avrebbe difficoltà fino a quando il numero degli studenti disabili fosse ridotto, uno, due o tre, mentre se questo numero aumentasse nascerebbero dei problemi, perché la questione dovrebbe essere discussa nei consigli di corso di laurea, poi nel Dipartimento e così via”.
L’opinione secondo cui i problemi debbano essere risolti soltanto quando si verifichi una certa continuità di iscrizioni nel tempo è condivisa dal prof. Barbiroli (Preside di Economia e Commercio) il quale ci ha detto che presso la loro facoltà finora si è presentato solo qualche caso sporadico di studente handicappato che comunque conservava una certa manualità, per cui non avevano sentito la necessità di dare una risposta istituzionale a tutti quei problemi tecnici che possono verificarsi con l’iscrizione di uno studente handicappato fisico grave (come le difficoltà fonetiche all’esame, l’incapacità a scrivere). Il prof. Barbiroli ritiene che questa risposta istituzionale si possa dare solo se “la questione si ponesse in maniera significativa o quantomeno ripetuta, anche se fosse uno studente solo all’anno però uno ogni anno”. Questo dimostra ancora una volta che tutto è lasciato alla volontà dei professori e di coloro che si prestano a collaborare con lo studente handicappato perché possa con una certa regolarità frequentare le lezioni e sostenere gli esami. Infatti è impensabile che un numero cospicuo di studenti handicappati si iscrivano ogni anno ad una facoltà universitaria. Non vogliamo negare che la buona volontà dei docenti e di tutti coloro che ruotano attorno all’esperienza universitaria di uno studente disabile sia necessaria, tuttavia ci sembra che questo atteggiamento provochi un continuo rimandare di tutti questi problemi e quindi un non voler affrontare in modo organico la tematica della presenza di studenti handicappati (anche gravi) all’Università.
Le facoltà che genralmente affrontano le questioni che derivano dai problemi che interessano l’intera popolazione universitaria come ci ha ribadito il prof. Barbiroli: “Di fronte ai problemi enormi che noi abbiamo in una facoltà come questa (Economia e Commercio) dove la scarsità delle aule è diventata una situazione pressante, difficilmente si riesce ad affronteare un problema così rilevante, ma così circoscritto quantomeno nell’entità, come la presenza di studenti handicappati”.

16. I limiti culturali all’inserimento

A cura di Maurizio Serra e Stefano Toschi

Novecento anni fa probabilmente sarebbe stato impensabile che una persona handicappata fisica frequentasse l’università. Ora questa mentalità è un po’ cambiata anche grazie al progresso culturale di cui l’università è stata una culla. Quali difficoltà ci sono ancora all’interno di questa struttura che impediscono il pieno inserimento delle persone portatrici di handicaps nel campo dello scibili umano?

Il prof. Susini ritiene che “vi sia una pi-grizia nell’apparato istituzionale che continua a considerare il luogo dove si accumula il sapere esclusivamente finalizzato a professioni che esigono un optimum di rendimento fisico e non considera invece come l’accumulo del sapere e la sua elaborazione critica può specialmente oggi, avendo a disposizione dei mezzi straordinari di comunicazione, verificarsi anche attraverso professioni diverse, impieghi diversi, dalle comunicazioni di massa alla produzione culturale. In questo settore il portatore di handicap può dare in una maniera eccellente. (…) Si pensa al bibliotecario non già come uomo di pensiero che sa governare culturalmente la biblioteca ma al bibliotecario esclusivamente come a colui che distribuisce libri e riviste, si pensa al professore non già come colui che può mettere il suo pensiero a disposizione di una platea didattica anche senza disporre dei mezzi di comunicazione tradizionali ma solo come colui che sale sulla cattedra e fa -“Silenzio”! -. Sono i modelli che vanno rivisti e vanno allargati”. Il prof. Benvenuti (Dipartimento di Sociologia) ha individuato la radice delle difficoltà “culturali” che uno studente disabile incontra nell’Università nel persistere di “un senso di pietà o di assistenzialismo nei confronti degli studenti handicappati”. Secondo lui non esistono ostacoli chiari, o meglio, quegli ostacoli che alcuni pongono in modo esplicito sono taciuti dalla gran maggioranza “perché si vergognano per un presunto istinto di pietà”. Queste due risposte sono, a nostro avviso, molto valide perché mettono l’accento sulle barriere culturali che esistono ancora all’interno dell’Università. Secondo noi le difficoltà create da una mentalità pietistica sono difficilmente rimovibili, più ancora delle barriere architettoniche vere e proprie dato che questo conservatorismo culturale ci sembra ancora molto vivo. Gli altri docenti intervistati, sempre riguardo a questa domanda, hanno invece posto l’accento sulle barriere architettoniche che impediscono l’accesso e la frequenza degli studenti handicappati all’Università. L’analisi ed il confronto delle risposte che ci sono state fornite ci permette di introdurre il discorso delle barriere architettoniche con le quali ogni studente handicappato fisico dovrà fare i conti lungo tutto l’arco della sua permanenza all’interno di questa istituzione.

17. È tutta colpa delle barriere

a cura di Maurizio Serra e Stefano Toschi

Le barriere architettoniche sono considerate dalla maggioranza dei docenti come una delle cause che più hanno ritardato l’iscrizione di studenti disabili all’università.
Ci è stato fatto notare come gli edifici non proprio recenti siano ricchi di scale, passaggi poco agevoli, aule con banchi non praticabili da una persona che debba rimanere sopra ad una carrozzella. Le cause di tutto questo? Spesso una mancanza di volontà da parte dell’amministrazione che da sempre si è trovata a dover rispondere in primo luogo alle esigenze che interessavano la stragrande maggioranza degli studenti.
Un esempio di questa mancanza di volontà ci è stato riferito dal prof. Susini riguardo alle ridottissime dimensioni dell’unico ascensore della facoltà di Lettere e Filosofia. “Nella colonna montante che è situata a fianco dell’ascensore non è mai stato attivato un secondo ascensore perché l’amministrazione universitaria non ha mai stanziato la somma sufficiente, che una volta era di 2.000.000 mentre ora sarebbe notevolmente maggiore e così la colonna montante nella quale poteva essere installato un ascensore più grande è utilizzata come magazzino delle scope”.
Il rettore Roversi Monaco ci ha detto che ormai il discorso delle barriere architettoniche poteva dirsi in via di risoluzione dato che dal 20.4.1988 sarebbero partiti i lavori per l’eliminazione di tutte le barriere architettoniche da tutte le aule ed istituti dell’Unviersità (il testo integrale dell’intervista al rettore è stato riportata nel n° 1 diAccaparlante 1988). Abbiamo cercato di verificare con i presidi di facoltà, con l’Istituto per i Beni Culturali, con la Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici e con l’Ufficio Tecnico dell’Università le dimensioni di questo progetto. I presidi di Facoltà alla nostra domanda sefossero stati interpellati relativamente a questi lavori ci hanno fornitosoltanto risposte negative, anche se ci è stato detto che l’amministrazione universitaria e più propriamente l’ufficio tecnico potevano procedere anche senza sentire il loro parere. Ma anche le persone più direttamente coinvolte da questo discorso come l’architetto Gremmo (Soprintendente ai Beni Architettonici ed ambientali) non sono risultate a conoscenza di questo progetto per l’eliminazione delle barriere architettoniche. La Soprintendenza ha infatti giurisdizione vincolante sui palazzi storici che ospitano facoltà universitarie, come nel caso della facoltà di Lettere e Filosofia o del Dipartimento di Italianistica, e quindi l’Università, in ogni caso, deve presentare il progetto dei lavori alla Soprintendenza.
A questo punto abbiamo preso contatti con l’organo competente allo svolgimento di questi lavori, ossia l’Ufficio Tecnico dell’Università. Il capo servizio dell’Ufficio Tecnico ci ha detto che sono previsti lavori per l’adeguamento alle norme antiinfortunistiche ed anti-incendio e lavori per l’eliminazione delle barriere architettoniche. Ora stanno vagliando i progetti presentati dalle singole ditte prima di distribuire l’appalto. I finanziamenti ci sono, però i lavori non partiranno senz’altro prima di settembre e non è detto che si metta mano subito alle barriere. Questa notizia da un lato ci fa piacere perché conferma la volontà di eliminare le barriere architettoniche, d’altra parte ci fa pensare alla leggerezza e alla eccessiva sicurezza con cui il Rettore ha risposto alla nostra domanda cercando di fare apparire come immediato un progetto che vedrà la luce a circa un anno di distanza dalle sue parole. L’unica cosa che vorremmo sperare è che non si paragoni le esigenze di uno studente handicappato in materia di barriere architettoniche al pericolo di incendio o di infortunio.
Nel percorso obbligato di ogni studente universitario una tappa decisiva è rappresentata dalle biblioteche. Le tre biblioteche maggiormente frequentate dagli studenti dell’Università di Bologna sono la Nazionale Universitaria, (che nonostante il nome è sottoposta al Ministero per i Beni Culturali), l’Archiginnasio e la biblioteca di Palazzo Montanari (le ultime due di competenza comunale). Come tutti sanno queste tre biblioteche sono ospitate in tre palazzi ricchi di storia e di barriere architettoniche su cui è difficile, anche se non impossibile intervenire. Questa mancanza di volontà la possiamo riscontrare ad esempio per la biblioteca dell’Archiginnasio. In questo caso il dott. Pisauri (responsabile dell’Istituto per i Beni Culturali) ci ha detto che”non sarebbe necessario porre un ascensore dentro il quadriportico monumentale, ma poiché l’Archiginnasio ha un altro ingresso in Via Foscherari, qui potrebbe essere installato un ascensore che condurrebbe in pratica dietro la sala di consultazione della biblioteca”. Un modo per rendere accessibili alle persone disabili la quantità di informazioni contenute nelle biblioteche sarebbe quello di rendere operativo un sistema bibliotecario fra tutte queste strutture.
Ci spieghiamo meglio: per sistema bibliotecario la Legge Regionale 27.12.1983 n° 42 (Norme in materia di biblioteche e archivi storici di Enti Locali o di interesse locale – per ora ancora largamente disattesa) intende un collegamento attraverso una rete di terminali collocati nelle diverse biblioteche, ad un elaboratore centrale che contenga basi di dati bibliografici comuni alle diverse biblioteche del sistema: insomma una sorta di catalogo unico computerizzato fra diverse biblioteche. Inquesto modo una biblioteca senza barriere potrebbe collegarsi con l’elaboratore centrale e fruire delle informazioni contenute in esso. Questo sarebbe un primo passo per limitare i tempi della ricerca dei testi o dei documenti, sapendo con precisione dove andarli a cercare. Il sistema non evita però il fatto di doversi recare in una biblioteca che può presentare barriere architettoniche per prendere direttamente il volume richiesto.
Negli ultimi anni tuttavia, ma con costi ancora proibitivi sia per il produttore che per l’utilizzatore di questo genere di archivi, alcune iniziative sono state prese in due direzioni e precisamente: la disponibilità di avere attraverso il terminale il riassunto dell’opera desiderata e la possibilità di ordinare direttamente dal terminale i documenti desiderati. È auspicabile che anche in Italia si arrivi a questo livello di automazione bibliotecaria, anche se per il momento questi possono sembrare discorsi quasi fantascientifici. Una soluzione al problema delle barriere architettoniche che probabilmente risulta più praticabile e sicuramente meno lontana nel tempo di quella prospettata poc’anzi è rappresentata dalle possibilità di intervento su quelle che sono le “situazioni inmovimento” a livello di biblioteche bolognesi. Come ci è stato detto dal dott. Pisauri “nella stessa Bologna dovrebbe partire un grande progetto di sistemazione a biblioteca della ex Sala Borsa dove verrebbe trasferita la biblioteca di Palazzo Montanari. È in questi casi che è più facile intervenire, laddove si progettino modifiche ai contenitori, che non a freddo ottenere un intervento ad hoc su un monumento come l’Archiginnasio”. Un discorso analogo interesserà anche Palazzo Poggi (dove è sistemata la biblioteca nazionale universitaria) dove alcune sale saranno cedute all’Università dal Ministero dei Beni Culturali, mentre altre sale resteranno adibite a biblioteca. È su questi lavori di ristrutturazione che è possibile progettare anche una eventuale eliminazione delle barriere architettoniche. Ed è a tal proposito che cercheremo di sensibilizzare a questa esigenza la Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici e le autorità competenti allo svolgimento di questi lavori di ristrutturazione. In questo articolo abbiamo preso in considerazione l’Università nel suo complesso e cercato di descrivere quali sono le reazioni che provoca l’iscrizione di uno studente handicappato fisico, ma l’Università è uno dei luoghi dove si produce cultura. Il passo successivo del nostro lavoro sarà proprio quello di vedere quale immagine dell’handicap offre la cultura universitaria.

2. Più diversi degli altri: parlano gli studenti

di Maurio Serra e Stefano Toschi

Per inquadrare nel modo più esauriente possibile le problematiche che derivano dall’iscrizione di uno studente handicappato all’università abbiamo voluto sentire anche i pareri di alcuni organismi studenteschi presenti all’università: la lega degli studenti universitari, i cattolici popolari e un rappresentante del collettivo studentesco di fisica.
Abbiamo interpellato soltanto un rappresentante di un collettivo pur sapendo che in diverse facoltà sono presenti questi organismi: la scelta è stata condizionata da esigenze di tempo e di spazio ed anche dal fatto che la persona intervistata non era del tutto estranea alla tematica in questione.
Un’ultima notazione metodologica: a tutte e tre le persone intervistate sono state rivolte le stesse domande.

Cosa ne pensano gli organismi studenteschi dell’iscrizione di uno studente handicappato? È una parentesi inutile dato che poi gli sbocchi professionali sono molto limitati, è un gesto di rivalsa di persone “sfortunate” nei confronti di chi è geloso della propria normalità, è dettato dalle stesse motivazioni degli altri 65.000 studenti iscritti all’Ateneo più antico del mondo e che ora mostra qualche ruga per i suoi 900 anni?
Per la Lega degli studenti universitari, ideologicamente legata alla F.G.C.I., ci ha risposto Vincenzo Codispoti, studente calabrese, con una forma di disabilità che però non gli preclude l’autonoma deambulazione e non si ripercuote sulle sue capacità fonetiche. La Lega degli studenti universitari pensa che “il diritto allo studio universitario sia un sacrosanto diritto a cui tutti i cittadini devono accedere, quindi anche i portatori di handicap devono potervi accedere per una forma di realizzazione di sé stessi. Uno studente handicappato ha qualche cosa da dare come qualsiasi altro ed è quindi giusto che non venga frustrato nelle sue intenzioni. Le motivazioni per cui si iscrive non devono essere vincolanti: se per desiderio di rivalsa o per altro questo dipende dalla scelta operata dallo studente handicappato. Su questo nessuno può discutere. L’importante è che si assicurino gli strumenti affinchè lo studente handicappato possa giungere al termine dei propri studi universitari”.
Questo concetto è stato ribadito anche da Fabrizio Nerozzi del collettivo di Fisica: “l’iscrizione di uno studente handicappato all’Università non si può considerare una rivalsa e neanche una cosa inutile. Questa può avere le stesse motivazioni di un qualsiasi altro studente. È un patrimonio culturale in quanto anche la persona handicappata è un componente della società. (…) La società deve occuparsi anche delle categorie cosiddette marginali perché esponenti di un patrimonio culturale”.
Per i Cattolici Popolari siamo andati ad intervistare Davide Rondoni, responsabile del settore università. Il suo parere riguardo alle motivazioni che spingono uno studente handicappato ad iscriversi all’Università non differisce di molto da quanto detto dagli altri interlocutori: “II primo errore potrebbe essere nel cominciare a considerare la differenza dal punto di vista intellettuale. Per cui tagliando cappati a livello di collettivi. Come componente del collettivo di Fisico posso dire di no. Al momento ci occupiamo maggiormente del dibattito che ruota attorno alla scienza: la Scienza e il Disarmo, la non neutralità della scienza,ecc…”.
Come sappiamo il peso politico dei Cattolici Popolari all’interno dell’Università è molto rilevante e quindi era particolarmente interessante sapere se nei loro programmi avevano mai inserito la tematica handicap.”Nei nostri programmi l’attenzione verso il disabile è incentrata più verso l’Azienda per il diritto allo studio che non nei confronti dell’Università perché oggi il discorso sui disabili riguarda unicamente l’Azienda, all’Università lo studente disabile non è preso in considerazione. Noi abbiamo chiesto che i contributi in denaro erogati dall’Azienda venissero aumentati e soprattutto diversificati per le varie forme di handicap.
Abbiamo chiesto che il 30% dei 70 miliardi destinati ai lavori edilizi per l’Università (adeguamento alle norme antincendio e antinfortunistiche n.d.r.) siano destinati ad opere per gli studenti, intendendo con questo sia l’abbattimento delle barriere architettoniche, sia soprattutto la costruzione di nuove aule.”
Sia i C.P. che la Lega degli studenti universitari quindi fanno dei richiami nei loro programmi alle difficoltà degli studenti disabili, anche se poi non ci sembra che ciò abbia influito sulle decisioni prese dall’Università o dall’Azienda per il diritto allo studio. Si è limitata ad erogare delle somme di denaro ritenendo così di avere già risolto i problemi. Forse i 2,5 miliardi di residui attivi nel bilancio dell’Azienda hanno appesantito e offuscato le idee al consiglio di amministrazione dell’Azienda stessa.
Questi che abbiamo raccolto sono pareri di alcune organizzazioni studentesche che operano all’interno dell’Università.
Ma a livello di organi decisionali il peso delle proposte studentesche è molto limitato, forse anche a causa della scarsa partecipazione degli studenti alla vita politica all’interno dell’Università.

6. Handicappati all’università: parlano le facoltà

di Maurizio Serra e Stefano Toschi

L’ Università dovrebbe essere il luogo in cui vengono elaborati concetti che diventano patrimonio comune prima degli studenti e in un secondo momento dell’intera società. Per intenderci lo studente che frequenti le lezioni all’Università non dovrebbe apprendere soltanto delle nozioni ma usufruire di quelli che sono i risultati del lavoro di ricerca dei docenti nell’ambito delle loro materie o anche dei risultati della ricerca fatta al di fuori dell’università.

Questo che dovrebbe essere il compito dell’Università, cioè fornire allo stesso tempo conoscenze e metodi di ricerca, in qualche caso viene disatteso. Succede, per esempio nelle facoltà umanistiche, che qualche docente ripeta nelcorso degli anni praticamente sempre i medesimi argomenti, senza ampliare ulteriormente le proprie ricerche; oppure che tratti argomenti troppo settoriali, con la conseguenza di non far giungere i risultati dei propri lavori ad un pubblico sufficientemente vasto, trascurando inoltre altri aspetti che pure sono essenziali nell’ambito della propria materia. Comunque al termine del suo curriculum di studi lo studente oltre a possedere delle conoscenze relative alle materie trattate ha ricevuto una formazione culturale che travalica il suo campo specifico e che lo accompagnerà anche nelle sue scelte di vita al di fuori dell’esperienza universitaria. Quindi l’Università è il luogo dove vengono prodotti e lanciati dei messaggi culturali di vario genere tra i quali dovrebbe essere compreso anche quello riguardante l’handicap e la diversità. Abbiamo detto dovrebbe essere perché anche le facoltà che nel loro ambito di studio dovrebbero inserire un discorso sull’handicap non sempre lo fanno in modo esauriente come dimostrano le risposte avute dai nostri interlocutori.
A questo proposito vogliamo ricordare le difficoltà che abbiamo incontrato pertrovare dei docenti che ci esponessero la loro opinione sull’idea che dell’handicap e della diversità esce dall’Università. Alcuni dei docenti interpellati hanno manifestato il loro imbarazzo ad affrontare il tema proposto e altri pur dichiarandosi disponibili a un colloquio non hanno fornito risposte sufficientemente calzanti sull’argomento.
Abbiamo identificato tre facoltà che direttamente o indirettamente affrontano o trattatano del tema dell’handicap o della diversità. Sono la facoltà di Medicina e Chirurgia, quella di Magistero col corso di laurea in Pedagogia e Scienze Politiche col Dipartimento di Sociologia. Inoltre abbiamo interpellato alcuni studenti o laureati delle facoltà di Medicina e del corso di laurea in Pedagogia che hanno scelto come ambito professionale il lavoro con persone handicappate oppure come specializzazione post laurea in Medicina branche come la neuropsichiatria o la puericultura che con l’handicap sicuramente dovranno confrontarsi. Inoltre questi studenti o laureati intervistati non hanno solo una conoscenza teorica di tutto ciò che è l’handicap ma hanno anche rapporti con soggetti handicappati al di fuori dell’ambito lavorativo.

Medicina: l’handicap come patologia
Incominciamo dalla facoltà che più ha a che fare con l’handicap, ossia Medicina. Abbiamo interpellato il preside dì questa facoltà, prof. Salvioli, che, essendo anche il direttore dell’istituto di Neonatologia e Pediatria preventiva, ci sembrava una delle persone più indicate per rispondere alle nostre domande sull’handicap.

Come vive la tematica dell’handicap un esperto studioso di Pediatria?
Noi, assieme agli ostetrici, curiamo e ci interessiamo della prevenzione o di una diagnosi precoce dell’handicap e quindi di una precoce riabilitazione. Agli studenti siillustrano e si insegnano queste situazioni ed inoltre abbiamo un rapporto con le associazioni laiche di categoria, come le famiglie dei bambini con sindrome di Down, l’A.I.A.S., l’A.N.F.F.A.S.,con le quali cerchiamo di affinare maggiormente la prevenzione. Quindi l’handicap è soprattutto oggetto di ricercascientifica e di prevenzione.

Noi non auspichiamo certamente una società di persone handicappate però temiamo che col termine prevenzione (si previene sempre qualcosa di negativo) si dia un’immagine sostanzialmente negativa all’handicap e che si veda l’handicap solo dal punto di vista scientifico e non anche dal punto di vista umano. L’immagine dell’handicap che possiamo cogliere fra la gente è quella di una persona “ammalata”, in cui la patologia del “male” occupa tutta la persona.
L’handicap non è un male o una vergogna, ma non per questo riteniamo che il lavoro di ricerca sulle cause dei vari handicap sia inutile, anzi pensiamo che sia opportuno e indispensabile e che se è possibile migliorare le condizioni di vita di ogni uomo si deve fare di tutto perché ciò avvenga. A tale proposito ci è sembrato utile sentire il parere dei laureati o laureandi in Medicina. Concordiamo con quanto ha detto Bruno: “Con prevenire si intende evitare che si verifichi un evento mettendo in atto tutte le misure possibili ed efficaci, perché si considera l’evento come sfavorevole. In questo senso credo non ci sia nulla di negativo, anzi. Negativo è semmai giudicare le persone handicappate riferendosi ad un concetto di normalità, una disabitudine a vedere il positivo”. La mancanza di un approccio umano e psicologico all’handicap ci è stato confermato anche da Alberto: “Non credo sinceramente di poter dire di aver ricevuto un messaggio sull’handicap: al massimo se ne parla velatamente (sempre come qualcosa di negativo) da un punto di vista puramente scientifico (descrizione-prevenzione)”. Carlo ribadisce che “sull’handicappato come entità, cioè di una persona con un danno che gli impedirà di svolgere qualche attività, la facoltà di Medicina non si esprime”. Queste risposte confermano ciò che abbiamo già detto, cioè che nel curriculum di studi di un medico manca un messaggio specifico sulla problematica dell’handicap che viene visto solo come una delle tante patologie da cui l’uomo è affetto. Carlo rispondendo ad un’altra domanda ha delineato bene questo concetto: “Per la facoltà di Medicina il soggetto handicappato è un malato da riabilitare. L’handicap è l’esito di una qualche patologia e i medici tendono a dimenticare gli esiti. Per esempio nel caso di paralisi cerebrale infantile la persona handicappata è considerata soltanto finché il danno è inevoluzione, ma quando questo ha prodotto le sue conseguenze e la situazione si è stabilizzata essa non rientra più nell’ambito tipico di intervento della Medicina”. Quest’ultima risposta evidenzia una mentalità pragmatica per cui si parla di handicap fino a quando si può fare qualcosa in sensoriabilitativo o preventivo ma non se ne parla più quando l’handicap diventa unasituazione di tutti i giorni. Questo ci sembra il limite del messaggio che la facoltà di Medicina offre attualmente dell’handicap (quello che si riferisce al vissuto quotidiano del soggetto handicappato) oltre al fatto che questa impreparazione si riperquote anche sul delicato momento della comunicazione alle famiglie della nascita o della probabile nascita di un figlio handicappato. Questa come ci ha detto il prof. Salvioli “è difficoltà di sempre per tutte le attività del medico, una corretta comunicazione con i parenti. Il problema è di far capire con parole semplici cosa succede. Non sempre il medico ha questa facilità di esposizione, non sempre c’è da parte della famiglia la capacità di comprendere le cose”. Questa difficoltà di espressione rischia di portare il medico a semplificarefino a banalizzare le conseguenze della patologia che ha scatenato la disabilità, e da qui anzichè dire che un ragazzo avrà delle difficoltà motorie o di apprendimento far capire che non camminerà o non capirà mai nulla il passo è breve.

L’handicap e pedagogia: un tema per specialisti
II secondo interlocutore della nostra ricerca è rappresentato dal corso di laurea in Pedagogia della facoltà di ‘ Magistero. Ci siamo rivolti al prof. A. Palmonari (docente di Psicologia sociale) per conoscere in quale modo questo corso di laurea affronti il discorso sull’handicap. Come per la facoltà di Medicina abbiamo integrato le risposte del prof. Palmonari con quelle di alcune pedagogiste da noi interpellate.
Vogliamo ricordare che all’interno del corso di laurea in Pedagogia esiste il corso di Pedagogia speciale tenuto dal prof. A. Canevaro e dai suoi collaboratori. Questo fatto provoca delle conseguenze: infatti il prof. Palmonari ha “l’impressione che la presenza del prof. Canevaro con i suoi corsi così dettagliati sull’handicap faccia si che gli altri docenti di Pedagogia o che insegnano nel corso di laurea in Pedagogia, non si soffermino un gran che a parlare delle problematiche concernenti gli handicappati.
Questa opinione ci è stata confermata anche da tutte le pedagogiste interpellate: secondo Daniela “Non si può pensare che un esame, dato che attualmentesolo il corso del prof. Canevaro riguarda specificatamente l’handicap, riesca adare quella professionalità che poi nel campo del lavoro è richiesta”. Elisa ribadisce il fatto che “l’approccio all’handicap all’interno delcorso di laurea in Pedagogia rischia di essere ghettizzato essendo appannaggio dell’insegnamento di Pedagogia speciale e non comparendo poi di fatto nell’orizzonte di analisi di altri insegnamenti”. Questa forma di delega del discorso handicap al prof. Canevaro, ci sembra un modo per far si chel’handicap diventi un discorso specialistico che riguarda soltanto un gruppo di lavoro che da anni produce cultura in questo settore.
Tale approccio all’handicap secondo noi è piuttosto limitante, anche perché uno degli sbocchi occupazionali di un laureato in Pedagogia è rappresentato proprio dal lavoro con bambini o ragazzi handicappati.
Questa nostra convinzione ci è stata confermata dalle pedagogiste interpellate che da anni lavorano o hanno a che fare con persone handicappate sia fisiche che mentali. Daniela ritiene che “un solo esame non riesca a dare quella professionalità che poi nel campo del lavoro è richiesta ed inoltre troppo spesso si ricevono elementi lontani dalla realtà e ci si ritrova intellettuali disoccupati senza una chiara identità professionale. Daniela ed Elisa sono d’accordo lei ritenere che “una preparazione su base puramente teorica nonè mai in nessun caso sufficiente per la pratica avorativa, e tanto più questoavviene avorando con bambini handicappati”. ‘Nella formazione degli educatori che Operano nel settore dell’handicap è importante l’unione tra le conoscenze: teoriche e le abilità pratiche. Nella migliore delle ipotesi lo studente che 9sce dall’Università può sapere tutto dell’osservazione, ma nonsa osservare perché non lo ha mai fatto, e questo vale anche per la programmazione, le attività, la comunicazione non verbale”. Noi concordiamo con le indicazioni offerteci dalle due pedagogiste e riteniamo che questa indicazione concreta parta da chi sperimenta sul campo le teorie studiate all’Università possa essere proposta anche a livello operativo, in quanto “come futuri educatori si è chiamati ad abbandonare quell’atteggiamento di delega che troppo spesso ci accompagna quando si parla dei problemi degli handicappati”.

Sociologia: un’occasione per l’handicap
Un terzo interlocutore è stato il dipartimento di Sociologia nelle persone deldott. S. Porcu (ricercatore di Sociologia sanitaria) e del prof. Sellasi (Sociologia).
Una prima cosa che è emersa dall’incontro con il dott. S. Porcu è stata una sorta di autocritica per lo scarso interesse che la Sociologia sanitaria ha finora rivolto all’handicap: “Qui in dipartimento sono alcuni anni che ci occupiamo di sociologia sanitaria e abbiamo individuato alcuni campi di ricerca: gli anziani, la famiglia e altri temi, ma è difficile dire perché proprio questi temi siano stati gli unici ad imporsi.
Una delle ragioni di questo disinteresse è dovuta al fatto che molte ricerche effettuate dal dipartimento di Sociologia vengono effettuate su richiesta di alcuni committenti, come ad esempio gli enti pubblici. Ciò a nostro avviso è piuttosto deludente perché la ricerca universitaria non dovrebbe seguire soltanto le indicazioni di “mercato” anche se deve essere sempre collegata ai problemi reali.
Siamo senz’altro d’accordo che al continuo aumento della fascia d’età anziana debba conseguire un approfondimento degli studi sull’impatto che questo fenomeno provoca nella società, però in questo modo si corre il rischio di analizzare soltanto quei fenomeni che sono caratterizzati dai grandi numeri (anziani, tossicodipendenti, ragazzi a rischio, ecc.) tralasciando altre categorie ugualmente deprivilegiate, con meno appartenenti, ma non per questo con meno impatto sull’immaginario collettivo.
A questo proposito il prof. Sellasi che collabora ad una ricerca (che si svolge in Canton Ticino) riguardante proprio l’immagine che dell’handicap si forma la collettività, ci ha detto: “Sono state fatte ricerche per esempio sulle barriere architettoniche, però non sono state fatte ricerche sugli ostacoli psicologici. Qui diventa molto più problematico conoscere ciò che realmente pensa la gente, la quale alle nostre domande risponde dicendo quello che si dovrebbe fare e non ciò che realmente pensa dell’handicap. (…) Noi siamo invece convinti che di fronte all’handicap ci siano proprio delle barriere psicologiche e culturali molto più grandi e che permangono molto più a lungo di quanto non permangono le barriere architettoniche”.
Questo discorso è in sintonia con ciò che abbiamo sempre sostenuto riguardo ai limiti culturali che l’Università dimostra di avere nei confronti degli studenti handicappati che vi si iscrivono.
Ma veniamo alla domanda fatta al dott. Porcu: il dipartimento di Sociologia ha mai cercato di costruire e di proporre un messaggio sull’handicap? “No ncredo che questo messaggio sia mai stato lanciato in modo organico sia a livellodi ricerca che di scuola culturale, fatte salve iniziative, esperienze di gruppo o individuali che ci possono essere. Sicuramente l’handicap è uno degli aspetti che più sono stati oggetto di rimozione anche nelle scienze sociali”.
La rimozione di cui ha parlato il dott. Porcu provoca inevitabilmente il pregiudizio così come è anche vero il contrario: che i pregiudizio provoca o causa la rimozione. Così dicendo siamo tornati al tema delle barriere culturali di cui sicuramente il pregiudizio è una delle principali cause. Tale opinione è risultata anche dal colloquio con il prof. Ricci Bitti (direttore del Dipartimento di Psicologia) il quale ritiene che “i limiti culturali sono molto evidenti.
È sulla base di una sostanziale ignoranza che nasce, cresce e si nutre il pregiudizio, che è quello che spesso fa associare la disabilità fisica con il ritardo mentale: c’è un danno motorio o sensoriale e quindi è tutto danneggiato”.
Esistono o possono crearsi dei rimedi ad una situazione di questo genere? “Questo tema – sostiene il prof. Ricci Bitti – può essere affrontato e uno dei modi migliori per farlo è sempre quello dell’informazione, anche se non è sufficiente: l’informazione agisce sul livello dell’atteggiamento, del pregiudizio, ma questi hanno anche altri livelli, che sono emotivi, comportamentali, su cui l’informazione pura e semplice non ottiene grandi effetti. Effetti su questi livelli si ottengono con le esperienze concrete”.
A proposito di esperienze concrete il dott. Porcu ci ha confermato che la presenza di uno studente handicappato in un suo seminario è stata “un bagno di realtà”. “La presenza di un handicappato durante un seminario sulle politiche sociali fu l’irruzione dei problemi reali dentro il seminario e quindi ci costrinse proprio ad una concretezza molto maggiore diquella che probabilmente ci sarebbe stata senza la sua presenza. Ciò dimostra ancora una volta che ogni studente handicappato o non handicappato ha in sé un patrimonio culturale. Tale patrimonio culturale, secondo il dott. Porcu può essere recepito e sfruttato dall’Università in quanto “nell’ambito universitario le barriere culturali sono abbastanza aggredibili. (…)
Per altri ambiti, diciamo di vita quotidiana, sono portato ad essere molto meno ottimista perché mi sembra che proprio il mutamento culturale di questi ultimi anni vada in direzione del tutto opposta rispetto a quella che può consentire l’integrazione del portatore di handicap. La stessa espiosione della cultura del corpo degli ultimi 10 anni, l’individualismo spinto, il narcisismo dilagante sicuramente non sono compatibili con una socializzazione, una integrazione del portatore di handicap”.
Noi concordiamo pienamente con questa analisi che riguarda l’ambito della vita quotidiana, ma ci chiediamo se questa cultura non ha influenzato in qualche modo anche la stessa Università che invece secondo il dott. Porcu ne sarebbe rimastaindenne. Il discorso che le barriere culturali dovrebbero essere più fragili in ambito universitario vale soprattutto per quelle facoltà in cui la presenza di studenti handicappati è stata maggiore e forse non a caso sono quelle di Lettere e Scienze Politiche, mentre non ci sentiamo di estendere questa considerazione anche ad altre facoltà che finora o non hanno mai sperimentatola presenza di studenti handicappati oppure hanno avuto presenze molto sporadiche. Proprio le facoltà in cui esiste l’immagine dello studente un po’ più “scalcagnato” sono quelle in cui anche gli studenti handicappati hanno trovato più possibilità di integrazione mentre laddove esistono modelli di studente “perfetto” non c’è neanche questa disponibilità alla loro accoglienza.
E ALLORA?

A quali considerazioni finali possiamo giungere dopo questa ampia analisi dellevarie situazioni nelle diverse facoltà? La facoltà di Medicina non parla dihandicap se non dal punto di vista patologico; il corso di laurea in Pedagogiadelega ad un unico docente quasi tutto il lavoro sull’handicap; il Dipartimentodi Sociologia non si occupa del discorso handicap nemmeno con la Sociologia sanitaria; il Dipartimento di Psicologia non collabora con le facoltà universitarie relativamente ai problemiche l’iscrizione di uno studente handicappato provoca all’interno di una facoltà. Quindi la nostra domanda “qual’è l’immagine che l’Universitàoffre dell’handicap” è rimasta senza risposta. L’Università nel suo insieme escludendo la felicissima isola rappresentata dal dipartimento di Scienze dell’educazione non produce, nemmeno nelle facoltà che possono essere interessate a questo discorso, una cultura dell’handicap. Resta un discorso per pochi specialisti e attuato in termini puramente scientifici. Quello che invece vorremmo diventasse un dato acquisito è che l’handicap non riguarda solo gli addetti al settore o chi lo vive personalmente, ma la persona handicappata è portavoce di un patrimonio culturale che non deve essere perso perché interessa ogni uomo. Ma è proprio a questo punto che i limiti culturali evidenziati dal nostro lavoro emergono più rilevanti: alla persona handicappata, come agli altri esponenti delle categorie deprivilegiate, vengono assicurati i mezzi per esprimere il proprio patrimonio culturale?