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6. Handicappati all’università: parlano le facoltà

di Maurizio Serra e Stefano Toschi

L’ Università dovrebbe essere il luogo in cui vengono elaborati concetti che diventano patrimonio comune prima degli studenti e in un secondo momento dell’intera società. Per intenderci lo studente che frequenti le lezioni all’Università non dovrebbe apprendere soltanto delle nozioni ma usufruire di quelli che sono i risultati del lavoro di ricerca dei docenti nell’ambito delle loro materie o anche dei risultati della ricerca fatta al di fuori dell’università.

Questo che dovrebbe essere il compito dell’Università, cioè fornire allo stesso tempo conoscenze e metodi di ricerca, in qualche caso viene disatteso. Succede, per esempio nelle facoltà umanistiche, che qualche docente ripeta nelcorso degli anni praticamente sempre i medesimi argomenti, senza ampliare ulteriormente le proprie ricerche; oppure che tratti argomenti troppo settoriali, con la conseguenza di non far giungere i risultati dei propri lavori ad un pubblico sufficientemente vasto, trascurando inoltre altri aspetti che pure sono essenziali nell’ambito della propria materia. Comunque al termine del suo curriculum di studi lo studente oltre a possedere delle conoscenze relative alle materie trattate ha ricevuto una formazione culturale che travalica il suo campo specifico e che lo accompagnerà anche nelle sue scelte di vita al di fuori dell’esperienza universitaria. Quindi l’Università è il luogo dove vengono prodotti e lanciati dei messaggi culturali di vario genere tra i quali dovrebbe essere compreso anche quello riguardante l’handicap e la diversità. Abbiamo detto dovrebbe essere perché anche le facoltà che nel loro ambito di studio dovrebbero inserire un discorso sull’handicap non sempre lo fanno in modo esauriente come dimostrano le risposte avute dai nostri interlocutori.
A questo proposito vogliamo ricordare le difficoltà che abbiamo incontrato pertrovare dei docenti che ci esponessero la loro opinione sull’idea che dell’handicap e della diversità esce dall’Università. Alcuni dei docenti interpellati hanno manifestato il loro imbarazzo ad affrontare il tema proposto e altri pur dichiarandosi disponibili a un colloquio non hanno fornito risposte sufficientemente calzanti sull’argomento.
Abbiamo identificato tre facoltà che direttamente o indirettamente affrontano o trattatano del tema dell’handicap o della diversità. Sono la facoltà di Medicina e Chirurgia, quella di Magistero col corso di laurea in Pedagogia e Scienze Politiche col Dipartimento di Sociologia. Inoltre abbiamo interpellato alcuni studenti o laureati delle facoltà di Medicina e del corso di laurea in Pedagogia che hanno scelto come ambito professionale il lavoro con persone handicappate oppure come specializzazione post laurea in Medicina branche come la neuropsichiatria o la puericultura che con l’handicap sicuramente dovranno confrontarsi. Inoltre questi studenti o laureati intervistati non hanno solo una conoscenza teorica di tutto ciò che è l’handicap ma hanno anche rapporti con soggetti handicappati al di fuori dell’ambito lavorativo.

Medicina: l’handicap come patologia
Incominciamo dalla facoltà che più ha a che fare con l’handicap, ossia Medicina. Abbiamo interpellato il preside dì questa facoltà, prof. Salvioli, che, essendo anche il direttore dell’istituto di Neonatologia e Pediatria preventiva, ci sembrava una delle persone più indicate per rispondere alle nostre domande sull’handicap.

Come vive la tematica dell’handicap un esperto studioso di Pediatria?
Noi, assieme agli ostetrici, curiamo e ci interessiamo della prevenzione o di una diagnosi precoce dell’handicap e quindi di una precoce riabilitazione. Agli studenti siillustrano e si insegnano queste situazioni ed inoltre abbiamo un rapporto con le associazioni laiche di categoria, come le famiglie dei bambini con sindrome di Down, l’A.I.A.S., l’A.N.F.F.A.S.,con le quali cerchiamo di affinare maggiormente la prevenzione. Quindi l’handicap è soprattutto oggetto di ricercascientifica e di prevenzione.

Noi non auspichiamo certamente una società di persone handicappate però temiamo che col termine prevenzione (si previene sempre qualcosa di negativo) si dia un’immagine sostanzialmente negativa all’handicap e che si veda l’handicap solo dal punto di vista scientifico e non anche dal punto di vista umano. L’immagine dell’handicap che possiamo cogliere fra la gente è quella di una persona “ammalata”, in cui la patologia del “male” occupa tutta la persona.
L’handicap non è un male o una vergogna, ma non per questo riteniamo che il lavoro di ricerca sulle cause dei vari handicap sia inutile, anzi pensiamo che sia opportuno e indispensabile e che se è possibile migliorare le condizioni di vita di ogni uomo si deve fare di tutto perché ciò avvenga. A tale proposito ci è sembrato utile sentire il parere dei laureati o laureandi in Medicina. Concordiamo con quanto ha detto Bruno: “Con prevenire si intende evitare che si verifichi un evento mettendo in atto tutte le misure possibili ed efficaci, perché si considera l’evento come sfavorevole. In questo senso credo non ci sia nulla di negativo, anzi. Negativo è semmai giudicare le persone handicappate riferendosi ad un concetto di normalità, una disabitudine a vedere il positivo”. La mancanza di un approccio umano e psicologico all’handicap ci è stato confermato anche da Alberto: “Non credo sinceramente di poter dire di aver ricevuto un messaggio sull’handicap: al massimo se ne parla velatamente (sempre come qualcosa di negativo) da un punto di vista puramente scientifico (descrizione-prevenzione)”. Carlo ribadisce che “sull’handicappato come entità, cioè di una persona con un danno che gli impedirà di svolgere qualche attività, la facoltà di Medicina non si esprime”. Queste risposte confermano ciò che abbiamo già detto, cioè che nel curriculum di studi di un medico manca un messaggio specifico sulla problematica dell’handicap che viene visto solo come una delle tante patologie da cui l’uomo è affetto. Carlo rispondendo ad un’altra domanda ha delineato bene questo concetto: “Per la facoltà di Medicina il soggetto handicappato è un malato da riabilitare. L’handicap è l’esito di una qualche patologia e i medici tendono a dimenticare gli esiti. Per esempio nel caso di paralisi cerebrale infantile la persona handicappata è considerata soltanto finché il danno è inevoluzione, ma quando questo ha prodotto le sue conseguenze e la situazione si è stabilizzata essa non rientra più nell’ambito tipico di intervento della Medicina”. Quest’ultima risposta evidenzia una mentalità pragmatica per cui si parla di handicap fino a quando si può fare qualcosa in sensoriabilitativo o preventivo ma non se ne parla più quando l’handicap diventa unasituazione di tutti i giorni. Questo ci sembra il limite del messaggio che la facoltà di Medicina offre attualmente dell’handicap (quello che si riferisce al vissuto quotidiano del soggetto handicappato) oltre al fatto che questa impreparazione si riperquote anche sul delicato momento della comunicazione alle famiglie della nascita o della probabile nascita di un figlio handicappato. Questa come ci ha detto il prof. Salvioli “è difficoltà di sempre per tutte le attività del medico, una corretta comunicazione con i parenti. Il problema è di far capire con parole semplici cosa succede. Non sempre il medico ha questa facilità di esposizione, non sempre c’è da parte della famiglia la capacità di comprendere le cose”. Questa difficoltà di espressione rischia di portare il medico a semplificarefino a banalizzare le conseguenze della patologia che ha scatenato la disabilità, e da qui anzichè dire che un ragazzo avrà delle difficoltà motorie o di apprendimento far capire che non camminerà o non capirà mai nulla il passo è breve.

L’handicap e pedagogia: un tema per specialisti
II secondo interlocutore della nostra ricerca è rappresentato dal corso di laurea in Pedagogia della facoltà di ‘ Magistero. Ci siamo rivolti al prof. A. Palmonari (docente di Psicologia sociale) per conoscere in quale modo questo corso di laurea affronti il discorso sull’handicap. Come per la facoltà di Medicina abbiamo integrato le risposte del prof. Palmonari con quelle di alcune pedagogiste da noi interpellate.
Vogliamo ricordare che all’interno del corso di laurea in Pedagogia esiste il corso di Pedagogia speciale tenuto dal prof. A. Canevaro e dai suoi collaboratori. Questo fatto provoca delle conseguenze: infatti il prof. Palmonari ha “l’impressione che la presenza del prof. Canevaro con i suoi corsi così dettagliati sull’handicap faccia si che gli altri docenti di Pedagogia o che insegnano nel corso di laurea in Pedagogia, non si soffermino un gran che a parlare delle problematiche concernenti gli handicappati.
Questa opinione ci è stata confermata anche da tutte le pedagogiste interpellate: secondo Daniela “Non si può pensare che un esame, dato che attualmentesolo il corso del prof. Canevaro riguarda specificatamente l’handicap, riesca adare quella professionalità che poi nel campo del lavoro è richiesta”. Elisa ribadisce il fatto che “l’approccio all’handicap all’interno delcorso di laurea in Pedagogia rischia di essere ghettizzato essendo appannaggio dell’insegnamento di Pedagogia speciale e non comparendo poi di fatto nell’orizzonte di analisi di altri insegnamenti”. Questa forma di delega del discorso handicap al prof. Canevaro, ci sembra un modo per far si chel’handicap diventi un discorso specialistico che riguarda soltanto un gruppo di lavoro che da anni produce cultura in questo settore.
Tale approccio all’handicap secondo noi è piuttosto limitante, anche perché uno degli sbocchi occupazionali di un laureato in Pedagogia è rappresentato proprio dal lavoro con bambini o ragazzi handicappati.
Questa nostra convinzione ci è stata confermata dalle pedagogiste interpellate che da anni lavorano o hanno a che fare con persone handicappate sia fisiche che mentali. Daniela ritiene che “un solo esame non riesca a dare quella professionalità che poi nel campo del lavoro è richiesta ed inoltre troppo spesso si ricevono elementi lontani dalla realtà e ci si ritrova intellettuali disoccupati senza una chiara identità professionale. Daniela ed Elisa sono d’accordo lei ritenere che “una preparazione su base puramente teorica nonè mai in nessun caso sufficiente per la pratica avorativa, e tanto più questoavviene avorando con bambini handicappati”. ‘Nella formazione degli educatori che Operano nel settore dell’handicap è importante l’unione tra le conoscenze: teoriche e le abilità pratiche. Nella migliore delle ipotesi lo studente che 9sce dall’Università può sapere tutto dell’osservazione, ma nonsa osservare perché non lo ha mai fatto, e questo vale anche per la programmazione, le attività, la comunicazione non verbale”. Noi concordiamo con le indicazioni offerteci dalle due pedagogiste e riteniamo che questa indicazione concreta parta da chi sperimenta sul campo le teorie studiate all’Università possa essere proposta anche a livello operativo, in quanto “come futuri educatori si è chiamati ad abbandonare quell’atteggiamento di delega che troppo spesso ci accompagna quando si parla dei problemi degli handicappati”.

Sociologia: un’occasione per l’handicap
Un terzo interlocutore è stato il dipartimento di Sociologia nelle persone deldott. S. Porcu (ricercatore di Sociologia sanitaria) e del prof. Sellasi (Sociologia).
Una prima cosa che è emersa dall’incontro con il dott. S. Porcu è stata una sorta di autocritica per lo scarso interesse che la Sociologia sanitaria ha finora rivolto all’handicap: “Qui in dipartimento sono alcuni anni che ci occupiamo di sociologia sanitaria e abbiamo individuato alcuni campi di ricerca: gli anziani, la famiglia e altri temi, ma è difficile dire perché proprio questi temi siano stati gli unici ad imporsi.
Una delle ragioni di questo disinteresse è dovuta al fatto che molte ricerche effettuate dal dipartimento di Sociologia vengono effettuate su richiesta di alcuni committenti, come ad esempio gli enti pubblici. Ciò a nostro avviso è piuttosto deludente perché la ricerca universitaria non dovrebbe seguire soltanto le indicazioni di “mercato” anche se deve essere sempre collegata ai problemi reali.
Siamo senz’altro d’accordo che al continuo aumento della fascia d’età anziana debba conseguire un approfondimento degli studi sull’impatto che questo fenomeno provoca nella società, però in questo modo si corre il rischio di analizzare soltanto quei fenomeni che sono caratterizzati dai grandi numeri (anziani, tossicodipendenti, ragazzi a rischio, ecc.) tralasciando altre categorie ugualmente deprivilegiate, con meno appartenenti, ma non per questo con meno impatto sull’immaginario collettivo.
A questo proposito il prof. Sellasi che collabora ad una ricerca (che si svolge in Canton Ticino) riguardante proprio l’immagine che dell’handicap si forma la collettività, ci ha detto: “Sono state fatte ricerche per esempio sulle barriere architettoniche, però non sono state fatte ricerche sugli ostacoli psicologici. Qui diventa molto più problematico conoscere ciò che realmente pensa la gente, la quale alle nostre domande risponde dicendo quello che si dovrebbe fare e non ciò che realmente pensa dell’handicap. (…) Noi siamo invece convinti che di fronte all’handicap ci siano proprio delle barriere psicologiche e culturali molto più grandi e che permangono molto più a lungo di quanto non permangono le barriere architettoniche”.
Questo discorso è in sintonia con ciò che abbiamo sempre sostenuto riguardo ai limiti culturali che l’Università dimostra di avere nei confronti degli studenti handicappati che vi si iscrivono.
Ma veniamo alla domanda fatta al dott. Porcu: il dipartimento di Sociologia ha mai cercato di costruire e di proporre un messaggio sull’handicap? “No ncredo che questo messaggio sia mai stato lanciato in modo organico sia a livellodi ricerca che di scuola culturale, fatte salve iniziative, esperienze di gruppo o individuali che ci possono essere. Sicuramente l’handicap è uno degli aspetti che più sono stati oggetto di rimozione anche nelle scienze sociali”.
La rimozione di cui ha parlato il dott. Porcu provoca inevitabilmente il pregiudizio così come è anche vero il contrario: che i pregiudizio provoca o causa la rimozione. Così dicendo siamo tornati al tema delle barriere culturali di cui sicuramente il pregiudizio è una delle principali cause. Tale opinione è risultata anche dal colloquio con il prof. Ricci Bitti (direttore del Dipartimento di Psicologia) il quale ritiene che “i limiti culturali sono molto evidenti.
È sulla base di una sostanziale ignoranza che nasce, cresce e si nutre il pregiudizio, che è quello che spesso fa associare la disabilità fisica con il ritardo mentale: c’è un danno motorio o sensoriale e quindi è tutto danneggiato”.
Esistono o possono crearsi dei rimedi ad una situazione di questo genere? “Questo tema – sostiene il prof. Ricci Bitti – può essere affrontato e uno dei modi migliori per farlo è sempre quello dell’informazione, anche se non è sufficiente: l’informazione agisce sul livello dell’atteggiamento, del pregiudizio, ma questi hanno anche altri livelli, che sono emotivi, comportamentali, su cui l’informazione pura e semplice non ottiene grandi effetti. Effetti su questi livelli si ottengono con le esperienze concrete”.
A proposito di esperienze concrete il dott. Porcu ci ha confermato che la presenza di uno studente handicappato in un suo seminario è stata “un bagno di realtà”. “La presenza di un handicappato durante un seminario sulle politiche sociali fu l’irruzione dei problemi reali dentro il seminario e quindi ci costrinse proprio ad una concretezza molto maggiore diquella che probabilmente ci sarebbe stata senza la sua presenza. Ciò dimostra ancora una volta che ogni studente handicappato o non handicappato ha in sé un patrimonio culturale. Tale patrimonio culturale, secondo il dott. Porcu può essere recepito e sfruttato dall’Università in quanto “nell’ambito universitario le barriere culturali sono abbastanza aggredibili. (…)
Per altri ambiti, diciamo di vita quotidiana, sono portato ad essere molto meno ottimista perché mi sembra che proprio il mutamento culturale di questi ultimi anni vada in direzione del tutto opposta rispetto a quella che può consentire l’integrazione del portatore di handicap. La stessa espiosione della cultura del corpo degli ultimi 10 anni, l’individualismo spinto, il narcisismo dilagante sicuramente non sono compatibili con una socializzazione, una integrazione del portatore di handicap”.
Noi concordiamo pienamente con questa analisi che riguarda l’ambito della vita quotidiana, ma ci chiediamo se questa cultura non ha influenzato in qualche modo anche la stessa Università che invece secondo il dott. Porcu ne sarebbe rimastaindenne. Il discorso che le barriere culturali dovrebbero essere più fragili in ambito universitario vale soprattutto per quelle facoltà in cui la presenza di studenti handicappati è stata maggiore e forse non a caso sono quelle di Lettere e Scienze Politiche, mentre non ci sentiamo di estendere questa considerazione anche ad altre facoltà che finora o non hanno mai sperimentatola presenza di studenti handicappati oppure hanno avuto presenze molto sporadiche. Proprio le facoltà in cui esiste l’immagine dello studente un po’ più “scalcagnato” sono quelle in cui anche gli studenti handicappati hanno trovato più possibilità di integrazione mentre laddove esistono modelli di studente “perfetto” non c’è neanche questa disponibilità alla loro accoglienza.
E ALLORA?

A quali considerazioni finali possiamo giungere dopo questa ampia analisi dellevarie situazioni nelle diverse facoltà? La facoltà di Medicina non parla dihandicap se non dal punto di vista patologico; il corso di laurea in Pedagogiadelega ad un unico docente quasi tutto il lavoro sull’handicap; il Dipartimentodi Sociologia non si occupa del discorso handicap nemmeno con la Sociologia sanitaria; il Dipartimento di Psicologia non collabora con le facoltà universitarie relativamente ai problemiche l’iscrizione di uno studente handicappato provoca all’interno di una facoltà. Quindi la nostra domanda “qual’è l’immagine che l’Universitàoffre dell’handicap” è rimasta senza risposta. L’Università nel suo insieme escludendo la felicissima isola rappresentata dal dipartimento di Scienze dell’educazione non produce, nemmeno nelle facoltà che possono essere interessate a questo discorso, una cultura dell’handicap. Resta un discorso per pochi specialisti e attuato in termini puramente scientifici. Quello che invece vorremmo diventasse un dato acquisito è che l’handicap non riguarda solo gli addetti al settore o chi lo vive personalmente, ma la persona handicappata è portavoce di un patrimonio culturale che non deve essere perso perché interessa ogni uomo. Ma è proprio a questo punto che i limiti culturali evidenziati dal nostro lavoro emergono più rilevanti: alla persona handicappata, come agli altri esponenti delle categorie deprivilegiate, vengono assicurati i mezzi per esprimere il proprio patrimonio culturale?



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