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autore: Autore: Nicola Rabbi

Una mailing list sul disagio

La telematica non è solo quella pubblicizzata dai mass media e dalla pubblicità, ma offre altre opportunità per chi voglia documentarsi, informarsi o semplicemente chiacchierare sui temi della disabilità. Uno degli strumenti più pratici per farlo sono le mailing list. In Italia su internet esistono quattro liste dedicate all’handicapLe mailing list sono dei gruppi di discussione che avvengono tramite la posta elettronica. Per poter partecipare occorre iscriversi mandando un messaggio ad un particolare indirizzo e scrivendo nel corpo del messaggio, nella maggior parte dei casi, la parola subscribe. Dal momento in cui uno si è iscritto riceve tutti i messaggi che gli altri iscritti mandano in lista e ogni suo messaggio (mandato ad un unico indirizzo, quello della lista) viene ricevuto da tutte le persone che in quel momento sono iscritte. Di solito a gestire automaticamente tutte queste operazioni è un particolare computer che può adottare programmi differenti (listserv, majordomo, listproc, smartlist…). Sempre grazie a questi computer è possibile eseguire altre operazioni, come la disinscrizione (unsubscribe) o la richiesta dell’elenco dei partecipanti (who is). Le operazioni che sono possibili dipendono da quali applicazioni usa il computer addetto e da altre scelte volute dall’operatore di sistema. L’informazione, nel caso delle liste, arriva direttamente alla persona, nella sua casella di posta elettronica e questo è un elemento da non sottovalutare, dato che l’utente non ricerca, ma riceve direttamente le notizie senza nessun sforzo (se non quello successivo di rispondere o partecipare al dibattito). Come per i giornali e gli altri mass media tradizionali, le mailing list sono lette da un numero di persone maggiore rispetto a quelle che intervengono direttamente nella discussione, anche se l’interattività, la possibilità cioè di partecipazione offerta dal mezzo telematico è proporzionalmente superiore. Le dimensioni di una mailing list sono molto variabili; si può passare dai 100 iscritti ai 10.000, con un traffico variabile di messaggi settimanali da 5 a più di cento. Una mailing list può essere moderata da una persona che provvede sia per gli aspetti tecnici (owner) che per quelli redazionali e si preoccupa del rispetto del tema e delle regole.

La netiquette e la scrittura

Con netiquette s’intende una serie di regole di comportamento, una sorta di galateo telematico che chiunque frequenti una mailing list, deve rispettare. Rimando per un approfondimento dell’argomento ad uno dei libri citati nella bibliografia finale (quasi tutti ne parlano); qui mi limiterò solo a spiegare le tre regole di comportamento più importanti ( almeno per la rete Peacelink). 1) Evitare gli “off topics” (abbreviato OT, ovvero “fuori tema”). Ogni mailing list nasce per discutere un determinato argomento, e, con una certa elasticità, tutte le sfumature di significati e temi collegati a questo. Spesso, soprattutto gli utenti nuovi, sono portati a postare i propri contributi in qualsiasi area di discussione indipendentemente dal tema oppure in più aree diverse contemporaneamente (in gergo “crossposting”). Questa è considerata una grave scorrettezza nei confronti degli altri. Dopo l’iscrizione, in genere si consiglia di seguire il dibattito tra i partecipanti prima di contribuire con le proprie idee, proprio per evitare queste situazioni. 2) Usare con parsimonia il quoting. Nei programmi che gestiscono la posta elettronica una particolare funzione chiamata reply permette di rispondere ad una persona riportando immediatamente tutto il messaggio da questa precedentemente scritto. In questi casi il messaggio riportato si distingue dal testo nuovo perché ogni inizio di riga è preceduto dal simbolo “>”. Questo se da un lato serve per ricordare di cosa si sta parlando, dall’altro, se usato senza scrupolo, fa aumentare a dismisura i messaggi che si sommano l’uno con l’altro. 3) La terza regola è specifica della realtà di Peacelink. Infatti il server che ne gestisce le mailing list attraverso internet, funziona anche da “gateway” (o porta di comunicazione) con rete “Peacelink” in tecnologia Fidonet (un modello di rete telematica amatoriale e di base, sorto nei primi anni ’80, connotato da un forte utilizzo politico ed impegnato, ed orientato alla diffusione popolare con bassi costi d’esercizio). Questo pone la limitazione, ad esempio, di dover convertire i caratteri accentati (es: ì, è, ò, ecc.) non ASCII standard in combinazioni ASCII (es: i`, e`, o`, ecc.) perché altrimenti non potendo essere interpretati dai computer legati ad una tecnologia datata, verrebbero sostituiti impropriamente creando seri problemi alla comprensione del testo da parte dei loro utenti. Quindi al posto dei caratteri è, é, ì, ò, à, ù, bisogna scrivere i caratteri e’, e’, i’, o’, a’, u’. Per lo stesso motivo non si posso mandare file allegati ai messaggi (“attachment”) che attraverso il gateway diventerebbero dati inutilizzabili. Un fatto bizzarro è che il livello di scrittura nelle mailing list e nella posta elettronica in generale, è più basso rispetto a quello su carta, sia per la correttezza ortografica che per lo stile; si tende a scrivere peggio, a essere più trascurati, forse perché si ha la sensazione – è solo un’ipotesi – che la scrittura in rete sia meno evidente, sia più “nascosta”, sia meno importante di quella riportata dalla stampa. Ne viene fuori una scrittura infarcita di “parlato”, di termini gergali (soprattutto tra gli addetti alla rete, il cosiddetto “telematichese”) che spesso porta a conseguenze che vanno al di là della correttezza grammaticale: data la poca dimistichezza dell’utilizzo dello strumento comunicativo telematico si tende a sottovalutare anche le proprie espressioni, a non considerare l’effetto che possono avere sul nostro interlocutore, così capita di passare per maleducati senza avere avuto nessuna intenzione di offendere. In rete si litiga (in gergo, “flame”) a volte per malintesi che nei rapporti diretti (in cui il linguaggio verbale si intreccia con quello non verbale, gestuale) o in quelli mediati da altri mezzi (telefono, lettera…), non capitano. Una volta che si avrà acquisito una maggiore padronanza del mezzo, questi problemi saranno superati.

Che cos’è e cosa tratta la mailing list sul disagio

300 messaggi in un anno, una media di 5-6 messaggi a settimana, 75 messaggi scritti dal moderatore (1/4 dei messaggi), circa 50 persone che contribuiscono al dibattito con un centinaio di persone iscritte dal lato internet e quasi altrettante dal lato Bbs. Sono questi i numeri della mailing list ospitata da Peacelink e di cui sono il moderatore dall’inizio del 1997. Fin dalle prime battute ho cercato di impostare un discorso di temi e di linguaggio abbastanza definito; esisteva già un’altra mailing list sull’handicap (Hmatica) caratterizzata da iscritti prevalentemente disabili che intervenivano soprattutto su argomenti relativi al software “speciale”, alle novità legislative e alle richieste di aiuto di persone in difficoltà. Volevo caratterizzare la lista diversamente per poter offrire qualcosa di complementare e che fornisse informazioni e opinioni diverse. Il Centro di Documentazione Handicap di Bologna (via Legnano 2, 40132, Bologna, telefono 051/641.50.05) dove lavoro, ha tra i suoi presupposti quello di fare un lavoro culturale (tramite la documentazione, l’informazione e la formazione) che coinvolge disabili e operatori sociali, utilizzando temi anche apparentemente lontani. Partendo da questo stile di lavoro ho scritto delle linee guida per la mailing list (in gergo si chiama policy -ogni mailing list ha una propria policy) in cui cercavo di definire il taglio della discussione. Quella che segue è la seconda versione modificata in base all’esperienza che mi sono fatto dopo un anno e mezzo di lavoro come moderatore. Ecco il testo.

La policy

“1) L’argomento centrale della conferenza è la disabilità con le conseguenti difficoltà che essa comporta. QUESTA PERO’ NON VUOLE ESSERE UNA CONFERENZA PER DISABILI, MA È DIRETTA A CHI È A CONTATTO CON IL TEMA DELLA DISABILITA’, PER MOTIVI PERSONALI O DI LAVORO. 2) Bisogna cercare di non porre delle barriere tra chi è disabile e chi non lo è, tra chi è svantaggiato e chi non lo è, tra l’operatore e l’utente, cercare di fare delle considerazione che coinvolgono ambo le parti. 3) È utile sentire la voce in questa lista anche di chi lavora (l’operatore sociale) o di chi fa il volontario in questi campi. Parlare del lavoro dell’educatore (nel senso più lato del termine). 4) Cercare di parlare di disagio in senso generale: anche se le situazioni dell’handicap rimangono centrali, i meccanismi di repressione, le fonti di ingiustizia, i pregiudizi e le stereotipie valgono per i disabili come per i minori, per gli immigrati, per i carcerati, per i nomadi…in questo modo si evita di fare delle categorie, di richiudersi ognuno nel proprio orticello coltivando la propria particolare diversità. 5) Parlare di temi generali che hanno una relazione con il disagio (le politiche sociali, la solidarietà, il volontariato, obiezione di coscienza…) per non limitarsi al caso, all’effetto, ma alle sue cause. 6) Privilegiare il rapporto di confronto e scontro con i mass media: come vengono rappresentati i disabili e chi vive in condizione di disagio dai mass media (giornali, TV…)? Sarebbe interessante fare una sistematica segnalazione di casi di cattiva e di buona informazione. Queste alcune linee; rimangono importanti le altre come, le segnalazioni di casi, di appelli, di novità legislative, di fatti di cronaca, di libri, convegni, di risorse informative utili sui mass media tradizionali e su quelli telematici. Il materiale interessante di questo tipo che arriverà al Centro di Documentazione Handicap cercherò (tempo permettendo) di riversarlo in mailing. Viceversa quando il dibattito lo permette vorrei riportarlo sulla rivista (HP) che editiamo, in modo che ci sia uno scambio.” L’ultimo paragrafo è stato scritto nell’intenzione di convogliare questa “massa informativa” dalla rete al mondo reale; volevo riportare alcuni interventi sulla rivista del Centro, HP, un bimestrale che è diretto ad un pubblico di persone che operano nel sociale (volontari, educatori, disabili, genitori, amministratori…). Questa operazione si è verificata solo in rari casi a testimonianza del fatto che il numero di persone presente in rete e la capacità informativa da essi convogliata, è ancora scarsa, soprattutto in Italia, e che ogni azione di alfabetizzazione informatica e telematica diretta al normale cittadino è un requisito per una maggiore incisività del mezzo.

Di cosa si scrive

Ma su cosa si discute, di che cosa si parla in questa lista dedicata al disagio e l’handicap? Da un lato abbiamo tutta una serie di informazioni e di richieste che riguardano strettamente chi è disabile e i loro famigliari, ecco allora le richieste d’aiuto per malattie, le richieste di volontariato, le informazioni sulla patente di guida e le omologazioni auto per disabili, le richieste di software e di informazioni tecniche per superare problemi di accessibilità dovuti a deficit visivi, uditivi o motori (e naturalmente, in alcuni casi, anche delle risposte puntuali a questi interrogativi). Dall’altro lato delle notizie incentrate sempre sul tema della disabilità, ma che spaziano in vari campi e arrivano a toccare un pubblico di lettori e “scrittori” ben maggiori, coinvolgendo gli educatori professionali, gli operatori sociali, il mondo del volontariato, le associazioni, le cooperative sociali… Così in lista passano notizie che segnalano convegni, seminari, corsi, la recensione di libri, problemi di certe categorie professionali del sociale, novità legislative, il tema della scuola e dell’integrazione scolastica (insegnanti di sostegno).

Cerco un o.d.c.

Per capire il linguaggio e i toni di questi discorsi faccio un esempio pratico di scambi di corrispondenza tra iscritti alla mailing list. La prima email è di S. che vorrebbe avere informazioni su come poter avere un obiettore di coscienza per essere aiutato nella sua quotidianità: “Ciao a tutti! Sono un disabile fisico con invalidità totale. Vorrei sapere, se è possibile, dove trovare informazioni per poter ottenere un obiettore di coscienza, senza che mi sia assegnato da un ente. Mi sarebbe inoltre utile, conoscere il modo in cui funziona “l’anno di volontariato”, dato che in alternativa all’obiettore andrebbe bene. Ho bisogno di queste informazioni, perché necessito di un’assistenza continuata che al momento è sempre più dura averla in famiglia. Grazie in anticipo e a presto. Bye!”.
Dopo poche ore arriva questa prima risposta: “Ciao S., ti riferisco quello che mi ha detto mio figlio, che ha svolto servizio di o.d.c.: 1) sarà molto difficile ottenere qualcosa direttamente, senza il tramite di un ente…; 2) se decidi di rivolgerti a un ente, e se non è quello al quale penso che sarai associato in qualità di disabile, se sei universitario c’è l’I.DI.S.U.- Istituto per il Diritto allo Studio Universitario che penso abbia sedi in ogni città sede di università; a Roma in… Oppure potresti rivolgerti alla Caritas della tua diocesi. 3) Come consiglio del tutto personale: se hai un amico che stia per fare l’o.d.c., potrebbe richiedere espressamente di esserti destinato, mi sembra che negli ultimi tempi gli uffici militari siano un po’ più ben disposti a soddisfare le preferenze che vengono loro segnalate”.
A distanza di pochi giorni arrivano altri due messaggi: “Ciao, sono un ingegnere e lavoro in un Istituto di ricerca (ICIE); in questo periodo stiamo lavorando ad un progetto di ricerca – FACILE – finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del programma… Il progetto prevede alla fine dei tre anni di ricerca (2000) la realizzazione di residenze “pre-dimissioni” collegate con le strutture ospedaliere dove l’utente anziano e disabile dimesso dall’ospedale, possa, prima di tornare nella propria abitazione, sperimentare una serie di servizi e ausili tecnici e telematici che consentano di migliorare l’autonomia domestica, quindi restando e vivendo il più a lungo possibile nella propria casa, adeguatamente attrezzata secondo le proprie esigenze… In bocca al lupo!”.
“Caro S., hai provato a rivolgerti all’assessorato ai Servizi sociali del tuo Comune, per chiedere l’assistenza domiciliare per avere più autonomia ed essere meno dipendente dai tuoi familiari? Dovrebbero assicurarti questo servizio secondo quanto stabilisce la legge 104/1992. Altrimenti potresti chiedere, sempre all’assessorato l’elenco delle associazioni di volontariato, presenti sul territorio del tuo Comune e verificare se sono disponibili. Ciao G”.
Questo è un tipico scambio di messaggi in una lista; quello soprariportato è un esempio però, felice, di una comunicazione che funziona. Capita anche che ad alcuni messaggi non venga risposto o che ci siano dei fraintendimenti, visto che il mezzo telematico non è semplice da assimilare e a volte ci si perde in questo groviglio di messaggi. Il più delle volte però la mancanza di risposte o la mancanza addirittura di messaggi per un certo periodo è da imputare alla scarsa diffusione del mezzo telematico e, andando a ricercare ancora più lontano la causa, ad un livello culturale nel campo dell’informatica, in Italia, veramente basso. Qui il compito di un moderatore diventa quello di un animatore che propone notizie e dibattiti; è quello che ho cercato di fare proponendo ad ogni uscita della rivista una serie di articoli e di temi ad essi correlati.
Viceversa in redazione abbiamo realizzato alcune inchieste sull’emarginazione proprio partendo da alcuni messaggi che ci avevano stimolato: “Ho letto il lungo intervento di G. riguardo i disagi a cui stanno andando incontro gli utenti e gli operatori dei centri diurni del comune di Milano. Mi ha stupito la somiglianza con quanto accade qui a Bologna. Dalla crisi dello stato sociale al taglio dei fondi per i servizi sociali il passo è breve. Bologna ha un’amministrazione di sinistra, ma certe cose si percepiscono anche qui. Quali cose? Centri diurni e servizi vari che vengono appaltati seguendo solo il requisito dell’ecomomicità a discapito della qualità, cooperative che applicano condizioni contrattuali ai propri dipendenti vergognose, alcuni dirigenti pubblici di servizi sociali calati unicamente in un ruolo di manager aziendale… Mi piacerebbe raccogliere delle altre cronache simili, in città diverse, qualcuno ha qualcosa da raccontare?”.
Oppure abbiamo (in questo caso cercato) di scrivere parte della rivista con il contributo dei partecipanti alla mailing list, proponendo un tema e chiedendo un commento o ulteriori approfondimenti: “Cari amici di seguito vi riporto un articolo pubblicato sulla rivista HP-Accaparlante; per il prossimo numero dedicheremo alcune riflessioni sull’argomento; c’è qualcuno in linea che ha da dire la sua? Se si rispondete al più presto…”
Non sempre si hanno delle risposte, non sempre si riesce a portare avanti lavori di carattere più complesso come quello sopracitato; non sempre è facile lavorare e collaborare tramite il mezzo telematico, ma non bisogna lasciarsi scoraggiare, più aumenteranno il numero di persone che parteciperà a queste liste, più ci sarà la possibilità di conoscere, di passarsi informazioni, di trovare le risposte (o i consigli) che si cercano.

Una vacanza a misura di…

Tour operator, associazioni, gruppi parrocchiali e gruppi informali di volontariato, ecco chi organizza le vacanze per disabili in Italia, un settore che stenta a decollare per motivi economici e culturali. Una serie di interviste ad operatori del settoreIn questi ultimi anni alcuni tour operator hanno aperto strutture interne dedicate al turismo per disabili; ma verificandone l’attività nel corso del tempo si nota come queste iniziative non durino mai molto e quando si domanda il perché di questa fragilità ai responsabili dell’organizzazione le risposte sono molto simili: “Il settore non rende, se un disabile vuole viaggiare e meglio che si organizzi da solo, telefonando alla proloco locale e all’ente del turismo del luogo dove vuole andare, là raccoglierà tutte le informazioni necessarie”.

Mondo Possibile

“Difficilmente un tour operator in Italia si specializza nell’offerta di servizi turistici ad una clientela disabile – dice Massimo Micotti, responsabile di Mondo Possibile – non c’è un mercato abbastanza appetibile”. Lui però lo sta facendo già da alcuni anni con Mondo Possibile, una sezione interna della Promotour di Torino (p.zza Pitagora, 011/309.63.63). I motivi per cui è difficile lavorare in questo settore sono vari.
Da un lato il disabile italiano, mediamente, non ha molti soldi da spendere per il turismo, ma deve far fronte a delle spese molto più immediate, come l’acquisto di ausili, di medicine, di servizi per il trasporto… e per far fronte a tutte queste esigenze la pensione di invalidità e l’indennità di accompagnamento non sono sufficienti.
Dall’altro, e in conseguenza anche di questo, i disabili e i loro famigliari tendono ad autorganizzarsi e a rivolgersi alle rispettive associazioni di sostegno per far fronte a questo genere di bisogni. Così i “distrofici” vanno via con le vacanze organizzate dalla UILDM, i disabili mentali con l’ANFFAS così via.
“ Di solito sono vacanze – afferma Massimo Micotti – organizzate in modo familiare che si appoggiano sull’opera volontaria, che scelgono la pensione a gestione famigliare piuttosto che l’hotel, che scelgono il pullman come mezzo di trasporto. E’ un turismo senza pretese che non utilizza strutture di qualità; tutto questo naturalmente per risparmiare, per non gravare con spese economiche poco sostenibili da parte del disabile e delle loro famiglie”.
E’ con l’estero invece che lavora molto Mondo Possibile, i disabili stranieri hanno in genere più soldi da spendere per questo e molte segnalazioni sono raccolte dal sito web del gruppo che viene visitato da molti stranieri ((www.tour-web.com/mondopossibile).
“Noi vogliamo offrire ai disabili – continua Micotti , spiegando la filosofia di fondo dell’iniziativa – le stesse opportunità di vacanza che offriamo ad un normodotato; lavoriamo come una normale agenzia di viaggi specializzata in questo settore. Forniamo tutti i servizi logistici possibili per venire incontro a delle esigenze particolari. Certo, se organizziamo una vacanza in Vietnam, poi i nostri clienti non si possono aspettare di trovare gli alberghi perfettamente a norma – in Vietnam non esistono alberghi a norma! – ma devono avere anche un certo spirito di adattamento, cosa che si richiede anche ad un normodotato in certe particolari situazioni”.

Fattori economici ed culturali

Non solo il fattore economico, ma anche quello culturale gioca in questa situazione; “Un disabile tedesco non è uguale ad uno italiano quando si tratta di andare in vacanza – sostiene Stefania Marson della Viaggeria (via Lemonia 161, Roma, 06/715.829.45) – quello tedesco è più intraprendente, si adatta più facilmente a situazioni spartane”.
La Viaggeria nasce dall’idea di un gruppo di quattro amici interessati al tema della disabilità; qualcuno di loro aveva anche una professionalità da spendere nel settore turistico e così è nata questa iniziativa che si è specializzata, all’inizio, nell’organizzazione di viaggi per gruppi di disabili sportivi che avevano la necessità di pianificare bene le lo trasferte. “Anche se rimane un nostro ambito privilegiato – dice Marson – ora organizziamo vacanze ‘normali’, al mare, montagna e, in collaborazione con agenzie straniere, anche verso le grandi città europee; quest’anno per la prima volta abbiamo anche pubblicato un opuscolo che mostra le nostre offerte [lo si può richiedere al numero soprariportato n.d.r.]. L’anno passato abbiamo fatto viaggiare circa un centinaio di persone disabili”.
E i prezzi? Quanto costa una vacanza per una persona che ha particolari esigenze nell’essere trasportato, nel dormire… Non è facile dare una risposta precisa, anche se è presumibile una maggiorazione nelle tariffe; dipende molto dove si va. Per Marson, “ Nei tragitti di medio raggio la differenza di prezzo non è diversa, varia se si vuole andare in posti esotici dove mancano le strutture per disabili”. In altre parole se in Perù l’unico albergo abbastanza accessibile è anche il più caro bisogna andare in quello visto che non c’è possibilità di scelta.

Ma per un disabile costa di più?

“La differenza di prezzo per i turisti disabili – sostiene Stefano Amati dell’AICS Turismo di Ferrara, via Cortebella 9, tel. 0532/20.9036 – si fa sentire anche nei mezzi di trasporto, la dove soprattutto mancano; mentre al nord Italia ceti servizi esistono già, al sud uno per averli deve rivolgersi ad un privato”.
Da questi nostri ragionamenti sui costi rimane fuori ogni calcolo sull’assistenza diretta del disabile; se un disabile ha bisogno di un assistente 24 ore su 24 è chiaro allora che il costo è destinato quasi a raddoppiare.
Stefanio Amati fa parte invece di un associazione nazionale (Associazione Italiana Cultura e Sport) che ha aperto un settore turistico. “Noi ci muoviamo su richiesta delle associazioni – dice Amati – oppure di singoli; ci rivolgiamo verso ogni tipo di disabiltà, ma soprattutto verso persone che hanno problemi di deambulazione; l’anno scorso abbiamo coinvolto circa 150 – 200 persone in viaggi diretti al mare, in montagna, verso alcune città europee”.
Non sono solo i tour operator professionali oppure le sezioni di associazioni operanti nel sociale ad organizzare questo tipo di vacanze; un disabile e i suoi famigliari possono contare anche su altre strutture che si basano sul volontariato, magari semplici gruppi parrocchiali o gruppi informali di amici, ogni anno, soprattutto nell’approssimarsi dell’estate sulle riviste che si rivolgono al mondo dell’associazionismo e del volontariato appaiono parecchi annunci di questo tipo.
Per chi invece, vuole fare qualcosa di completamente diverso da quello che fa nel corso dell’anno, può prendere in considerazione altre proposte, come quella della Tucano Viaggi Ricerca di Torino (via Bertolotti 2, tel. 011/561.70.61) che offre pacchetti di viaggio scontati per disabili e i loro eventuali accompagnatori verso mete lontane: la prima destinazione dell’iniziativa? La Tanzania.

L’informazione, il sociale e la telematica: cambiano le regole?

Internet e le nuove tecnologie danno la possibilità a chiunque di
informarsi, attingendo le notizie là dove prima arrivavano solo i
giornalisti o gli specialisti. Ora è possibile farsi delle opinioni al di là dei
mass media tradizionali: ma fino a che punto oggi questo può essere
vero? Il fatto di potersi collegare con siti che danno informazione da
ogni parte del mondo può essere uno strumento per conoscere cose
che normalmente non arrivano mai sulle pagine dei giornali o sugli
schermi televisivi e di cui non è possibile avere un’esperienza diretta; in questo modo possiamo conoscere dalle fonti dirette le informazioni che vengono dal sud del mondo, zone che tradizionalmente non vengono “raccontate” dai media.
Ma come non perdersi in questo oceano di informazioni, come fare delle
ricerche efficaci, come essere critici e consapevoli del mezzo
telematico?
Questo da un lato, dall’altro il discorso riguarda anche la possibilità di
informare direttamente la gente: quali opportunità nuove si aprono a chi
opera nel mondo dell’associazionismo per fare informazione sociale?
Quali sono i linguaggi, le forme da usare per fare una comunicazione
efficace? Quali sono e saranno i rapporti da instaurare con i mass
media tradizionali?
Gli articoli che seguono sono il resoconto del convegno omonimo svoltosi a Bologna e organizzato dal Centro Documentazione Handicap.

L’insegnante di sostegno tra autonomia scolastica e progetto di riforma

L’integrazione scolastica vede coinvolti vari soggetti, i disabili, le famiglie, la scuola, i compagni di classe e naturalmente anche gli insegnanti di sostegno che, in questo delicato meccanismo, hanno un ruolo di primo piano.
Di fronte alle novità che presenta quest’anno scolastico (l’autonomia scolastica) e a quelle che si presenteranno (progetto Berlinguer di riforma, la finanziaria ’99), abbiamo deciso di realizzare una serie di interviste che avessero come tema si l’integrazione, ma che si soffermassero proprio sul ruolo e le difficoltà degli insegnanti di sostegno.
Abbiamo sentito la voce di un rappresentante dei diretti interessati, poi quella di un esperto che da anni si occupa di integrazione scolastica e infine abbiamo intervistato un genitore presidente di un’associazione molto attiva. Da questo coro di voci, che rappresentano punti i vista diversi, abbiamo cercato di dare un quadro (fornendo anche dei dati) completo della situazione e dei suoi nodi problematici.

Un sostegno adeguato e formato

“L’autonomia scolastica, se male interpretata, può incoraggiare nuove forme di emarginazione…Il rapporto di 1 insegnante di sostegno ogni 138 alunni va rivisto anche in previsione dell’aumento dei ragazzi certificati nelle scuole…”. Intervista sull’integrazione e sul ruolo degli insegnanti di sostegno a Mario Tortello, del Comitato per l’integrazione scolastica di Torino e direttore della rivista Handicap e scuolaParliamo questa volta di integrazione dal punto di vista dell’insegnantedi sostegno: a quali difficoltà va incontro in quest’anno scolastico?

Alle difficoltà di sempre e a qualche problema in più. A meno che, nella prassi, cambi veramente qualcosa. O meglio: a meno che le esperienze positive realizzate in quasi trent’anni di integrazione scolastica vengano mutuate in modo capillare dalle istituzioni scolastiche che, per di più, si avviano all’autonomia organizzativa, didattica, … Mi spiego: è dalla fine degli anni ’70 che la normativa sottolinea la necessità di rifiutare un’impostazione che delega al solo docente per il sostegno l’integrazione scolastica degli alunni e delle alunne in situazione di handicap. Nel 1995, la premessa ai programmi vigenti dei corsi di specializzazione scrive con grande efficacia che l’integrazione è dovere deontologico di tutti gli insegnanti che la inverano, a partire da quelli curricolari. E’ la scuola, nel suo complesso, che si deve attrezzare per sostenere l’esperienza di integrazione; non un docente ad hoc, per di più all’interno d’un famigerato sgabuzzino di sostegno (sic!). Quest’anno, poi, ci possono essere alcune difficoltà in più: una riduzione effettiva del numero di insegnanti per il sostegno, dovuta anche all’aumento degli alunni certificati e presenti complessivamente nei vari ordini e gradi di scuola. Oppure, all’utilizzo, a tale scopo, di personale non preparato e in certi casi completamente a digiuno di nozioni relative alla situazione di allievi e allieve con bisogni educativi speciali. Ancora: possono essere state costituite classi alquanto numerose, pur in presenza di allievi handicappati inseriti. Le disposizioni definitive sulla formazione classi sono arrivate a Provveditorati agli Studi e alle scuole quando le operazioni burocratiche erano praticamente concluse, con gravi conseguenze in alcune situazioni che si traducono nel mancato rispetto dei diritti sanciti dalla legge-quadro sull’handicap e dalle altre norme vigenti.

Autonomia della scuola e docenti di sostegno: quali novità porterà neiriguardi di questa figura professionale?

L’autonomia scolastica può rappresentare una grande occasione per innalzare la qualità dell’integrazione degli alunni in situazione di handicap, sia per quanto concerne i rapporti fra scuole e la costituzione di vere e proprie reti di sostegno, sia per quanto attiene alle sinergie con altre istituzioni extrascolastiche, a partire dagli enti locali. Ma può essere anche un rischio: può incoraggiare nuove forme di emarginazione, più sottili e pericolose. Nella logica del risparmio, potrebbe riprendere fiato, ad esempio, la logica della concentrazione di personale e risorse in alcune scuole cosiddette particolarmente attrezzate. In questo caso, in nome d’un preteso efficientismo – la cui efficacia sull’educazione e sull’istruzione delle persone in situazione di handicap è ancora tutto da dimostrare – gli alunni con handicap verrebbero concentrati in alcuni plessi o in alcune classi, deresponsabilizzando tutte le altre scuole ordinarie. La logica dell’integrazione si muove invece sul terreno diametralmente opposto: sono il personale specializzato, le attrezzature, i sussidi che debbono raggiungere gli studenti là ove sono naturalmente inseriti, non gli allievi e le famiglie che debbono adeguarsi alle strutture esistenti.
“E veniamo così anche alle potenziali novità dell’autonomia scolastica rispetto al ruolo dei docenti per il sostegno.
“Nella prima ipotesi, quella di vera integrazione e di innalzamento della qualità degli interventi, tale insegnante può vedere molto arricchito il suo ruolo: egli rappresenta una risorsa importante non solo per il singolo alunno, ma per tutta la scuola e è chiamato ad attivarsi nella individuazione di tutte le altre risorse, umane, materiali e della storia a sostegno del lavoro di tutti i colleghi per la piena integrazione scolastica. Può aiutare il team docente nell’analisi della situazione di partenza dell’alunno con deficit e nella definizioni di interventi individualizzati, ma strettamente ancorati alla programmazione di classe; può attivare, anche in concorso con altri insegnanti, metodologie didattiche che fanno minor ricorso alla lezione frontale e sono più attente agli aspetti cooperativi; può incoraggiare la ricerca di risorse extrascolastiche, sia sul territorio che in rapporto alle competenze assegnate dal legislatore agli enti locali.
“Nella seconda ipotesi, quella di concentrazione degli alunni in alcune scuole o classi a secondo delle tipologie di deficit o della presunta gravità degli handicap, il docente per il sostegno vede, a mio avviso, ulteriormente mortificato il suo ruolo propositivo e fortemente amplificato il rischio della delega. Inoltre, poiché la concentrazione di alcune tipologie di alunni in poche scuole modifica il rapporto numerico naturale tra allievi in situazione di handicap e coetanei non handicappati, diventa più difficile ricorrere a una risorsa umana fondamentale per l’integrazione: i compagni di classe. Infine, negli anni, può scemare il livello di motivazione e di impegno degli stessi insegnanti, costretti a operare in un ambiente che può offrire minori stimolazione di quello della scuola comune e minori occasioni di interscambiabilità dei ruoli e dei compiti, anche come prevenzione del burn out.

La finanziaria del ’98 aveva diminuito il rapporto tra insegnanti disostegno e alunni; come si presenta la situazione quest’anno?

Più che diminuire il rapporto tra docenti per il sostegno e alunni handicappati, la Finanziaria per il ’98 ha modificato radicalmente i criteri di assegnazione del personale specializzato: non più in ragione di 1 ogni 4 alunni certificati, più le deroghe ritenute necessarie in caso di presenza di gravi deficit, ma nel rapporto di 1 ogni 138 alunni complessivamente presenti nei diversi ordini e gradi di scuola delle singole province. Il rapporto 1/138 si è subito rivelato insufficiente a coprire i fabbisogni documentati. Va detto che, inizialmente, il governo aveva previsto un rapporto ancora più sfavorevole: 1/150; poi, anche su sollecitazione dell’Osservatorio permanente sull’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap presso il ministero della Pubblica Istruzione, ha presentato l’emendamento recepito dalle Camere nel testo definitivo della manovra. Tuttavia, già nel volgere di pochi mesi, il rapporto 1/138 si è rivelato improprio e inadeguato. Nell’anno scolastico 1998-99, l’assegnazione dei docenti per il sostegno sulla base delle nuove norme si è rivelata alquanto macchinosa, anche per l’iter imposto dal legislatore alla definizione del decreto applicativo. Le disposizioni arrivate ai Provveditori hanno dato origine a molti dubbi interpretativi, con la conseguenza che in alcuni casi il fabbisogno di sostegno è stato coperto in maniera meno inadeguata solo a anno scolastico avanzato. La dimostrazione di tali disagi sta nel testo della Finanziaria ’99. Dopo un ampio dibattito parlamentare, il legislatore ha ulteriormente perfezionato le norme della manovra precedente, indicando in maniera esplicita la necessità di coprire comunque il fabbisogno nazionale di integrazione scolastica. Tuttavia, anche per l’anno scolastico 1999-2000, si ha la sensazione che esistano gravi carenze a questo proposito: Di fatto, le disposizioni ministeriali applicative sono arrivate agli Uffici scolastici provinciali e alle scuole fuori tempo massimo, quando molte operazioni burocratiche erano già state espletate. A una prima analisi, i bisogni dovrebbero essere maggiormente scoperti su due fronti: il numero di docenti per il sostegno, specie nella scuola superiore; la classi, nuovamente molto numerose. Com’è noto, quest’anno entrano in vigore le norme che innalzano l’obbligo di istruzione nella secondaria di secondo grado; ed è statisticamente significativo il numero di allievi in situazione di handicap che passa dalla media alla superiore, senza la possibilità immediata e chiara di coprire i conseguenti posti di sostegno in più. Un problema che va risolto con urgenza. Infine, pur avendo il Parlamento sancito che, di norma, le classi con alunni in situazione di handicap debbono essere costituite nuovamente con non più di venti alunni, pare che in sede di applicazione sia molto alto il numero di classi con 25 o più iscritti. E’ chiaro che in tale contesto di aggravano i rischi di delega al solo docente per il sostegno.

Quali sono le novità che si prefigurano nella prossima finanziaria?

A metà settembre ’99, le possibili innovazioni non sono ancora note. C’è da augurarsi che venga innanzitutto rivisto il rapporto 1/138. Com’è noto, a parte l’anno scolastico 1999-2000, storicamente, negli ultimi dieci anni, il numero complessivo di allievi continua a diminuire, mentre il numero di quelli certificati aumenta in modo significativo: nel 1998-99, gli alunni in situazione di handicap iscritti in tutti gli ordini e gradi di scuola erano oltre 117 mila (quasi 17 mila nella sola secondaria superiore). Se il rapporto per l’assegnazione dei docenti per il sostegno resta immutato, la forbice è destinata sempre più a allargarsi. Inoltre, vi è da ritenere che, nei prossimi anni, il numero di alunni handicappati sia destinato a crescere, per molti motivi: grazie ai progressi della medicina, diminuisce la mortalità neo natale, ma aumentano i casi di bambini che nascono con qualche malformazione; l’innalzamento dell’età media delle donne al primo parto, aumenta la possibilità di mettere al mondo figli con “diversità” genetiche; la presenza di famiglie immigrate registra anche l’aumento di minori con deficit, in tali nuclei, per diversi motivi. Ancora: gli allievi handicappati saranno complessivamente più numerosi per altre ragioni: l’aumento di iscrizioni nella scuola dell’infanzia; l’innalzamento dell’istruzione obbligatoria; l’accresciuta loro presenza nelle superiori, oggi ferma a percentuali molto basse rispetto agli altri ordini di scuola. E’ doveroso, quindi, ritoccare il rapporto 1/138, prevedendo, da un alto, un meccanismo di adeguamento automatico, senza rinviarlo all’approvazione di nuove leggi, d’altro lato stabilire una volta per tutti norme chiare e definitive per la formazione classi e l’assegnazione delle risorse per il sostegno, senza cambiare le carte in tavola di anno in anno, per di più fuori tempo massimo.

Progetto Berlinguer: che elementi di novità comporta per l’integrazione scolastica e in particolare per gli insegnanti di sostegno (in particolare quando si parla di “normalizzazione del sostegno” e di “riutilizzo intelligente degli insegnanti”)?

Nel febbraio ’99, il ministro della Pubblica Istruzione ha partecipato a tre audizioni presso la Commissione VII della Camera, riferendo fra l’altro sugli orientamenti generali per una nuova politica dell’integrazione. Rispetto al ruolo e ai compiti dei docenti, ha annunciato che intende ‘mettere a punto un profilo di insegnante nuovo, consono alla domanda attuale dell’insegnante specializzato per il sostegno’, con tre obiettivi. Primo: assicurare ‘un reale supporto alla classe nell’assunzione di strategie e tecniche pedagogiche, metodologiche e didattiche integrative’, per una progressiva riduzione della didattica frontale. Secondo: garantire ‘un lavoro di effettiva consulenza a favore della classe e dei colleghi curriculari, nell’adozione di metodologie individualizzanti e quindi dirette alla costruzione del piano educativo personalizzato’. Terzo: provvedere alla ‘conduzione diretta di interventi specializzati, centrati sulle caratteristiche e le risorse dell’allievo handicappato a partire dalla conoscenza di metodologie particolari, che non sono in possesso dell’insegnante curricolare’.
Sin qui, quello che prevede il ministro nel documento consegnato alla Camera. Mi pare che si tratti di una ulteriore puntualizzazione dei compiti già previsti dalle premesse ai programmi dei corsi biennali di specializzazione, in particolare di quelli del 1995, che dovrebbero essere meglio riletti e analizzati, per le molte sollecitazioni positive offerte alla ridefinizione dei docenti per il sostegno. Certo, va detto con chiarezza che – senza un intervento straordinario di formazione e aggiornamento sulle tematiche generali dell’integrazione scolastica destinato a tutti gli insegnanti, in primis a quelli di classe – non possiamo fare molti progressi. Si tratta di interventi indispensabili e urgenti, previsti da anni, ma di fatto mai proposti con la necessaria forza dall’amministrazione scolastica. Eppure, senza il coinvolgimento pieno di un intero team docente o di un intero consiglio di classe, senza supporti adeguati alla progettazione quotidiana degli interventi, senza la presenza di Centri di documentazione e risorse idonei a sostenere il loro impegno, l’esperienza di integrazione scolastica rischia di segnare il passo, se non addirittura di tornare indietro.

La formazione di un docente di sostegno è stato quanto di più caotico e contorto si sia potuto immaginare. In futuro, chi vorrà fare questa professione che studi dovrà intraprendere? Recentemente, i quotidiani (4 settembre 1999) hanno parlato della riapertura dei corsi di formazione per insegnanti di sostegno, corsi che fruttano alle associazioni che li gestiscono, miliardi e che i frequentanti pagano a caro prezzo: di cosa si tratta?

Nel nuovo quadro normativo, la formazione di base di tutti gli insegnanti e la loro specializzazione deve avvenire a livello universitario. Vale per i futuri maestri (si vedano i corsi di laurea in Scienze della formazione primaria, avviati nell’anno accademico 1998-99); vale per i neo-laureati in qualunque disciplina che aspirano a insegnare (le scuole di specializzazione partono quest’anno in molti atenei italiani, pur fra alcune incertezze e tanta disinformazione); vale anche per la specializzazione sulle disabilità.
La scuola, non solo italiana, è sempre più la scuola delle diversità. Perciò, vi sono alcune conoscenze e competenze che debbono diventare patrimonio di tutti i docenti, anche di quelli che non si specializzeranno per il sostegno. Ad esempio, l’Università di Torino ha indicato come esame obbligatorio per tutti gli studenti la Pedagogia speciale.
Per quanto concerne invece i percorsi di specializzazione a sostegno dell’integrazione scolastica, vanno registrate gravi preoccupazioni. In molti casi, i curricoli di studio previsti dagli atenei indicano per lo più discipline medico-cliniche e psicologiche. Ma in questi casi la specializzazione sarebbe carente sul fronte pedagogico e didattico. Forse, sarebbe utile una nota congiunta agli atenei da parte dei ministri dell’Istruzione e dell’Università, per sottolineare tali esigenze.
Per quanto riguarda i corsi di specializzazione appaltati dalle Università agli enti privati, onestamente, non mi pare un gran passo in avanti. E’ l’Università che deve assumere in prima persona la responsabilità di formare. Utilizzando il meglio delle competenze interne alle diverse Facoltà, ma senza la presunzione del sapere. Ci sono fior di esperienze sul territorio e formatori di grande qualità che non sono degli accademici. Se l’autonomia degli atenei non serve per valorizzare risorse come queste all’interno dei corsi universitari, perché spendere tante energie per realizzarla?.

Si riparla anche di fondi per le scuole speciali; ma non ne esistevanopiù in Italia? Che insegnanti andranno ad insegnare in quelle scuole?

C’è un disegno di legge approvato al Senato a metà settembre che prevede lo stanziamento di 60 miliardi in tre anni per concentrare in alcune scuole gli alunni sordi e ciechi, anziché garantire il personale specializzato e gli ausili in tutte le scuole comuni ove tali allievi sono naturalmente inseriti. Molte associazioni hanno illustrato a governo e Parlamento le gravi conseguenze di tali ipotesi normative. Al momento, il Senato si è mostrato sordo e cieco a ogni richiesta, ragionevole, che non venisse dalle lobbies delle associazioni storiche. E’ un segnale grave e preoccupante, un campanello d’allarme. Non mi stupirebbe se, tra qualche tempo, un ministro dichiarasse a qualche giornale che non tutti gli alunni handicappati possono e debbono frequentare la scuola. Avrebbe certamente un gran seguito popolare. Ma a patirne, come sempre, sarebbero i più deboli.

Se l’informazione passa sul web

Su internet, strumento per apprendere e conoscere sempre più usato anche in Italia (nonostante la bassa cultura tecnologica media), oramai si sono affacciate parecchie associazioni che si occupano di handicap acquisito, in particolare le organizzazioni di para e tetraplegici. In questo articolo cercheremo di capire che tipo di informazione viene fatta su questo tema, lo stile usato e la padronanza nell’uso del mezzo telematico (e quindi, indirettamente, il grado di assimilazione delle nuove tecnologie).
Internet si sta configurando sempre più come un mass media, anzi come il più grande fra tutti, (dato che potrebbe inglobare in sé televisione, radio e carta stampata) quindi diventa importante conoscere che tipo di immagine e luoghi comuni veicola quando tratta di handicap acquisito; come per la televisione, che, lo vogliamo o no, ci condiziona, in piccola o in grande parte, nella formazione delle nostre idee, così internet si appresta a diventare il “nuovo persuasore occulto”.
Anche lo spazio che riserviamo al modo in cui viene usata la telematica da parte delle associazioni di paralegici rientra nel nostro discorso proprio perché dal grado di consapevolezza di cosa offrano le nuove tecnologie dell’informazione possiamo renderci conto se internet diventerà il nuovo persuasore oppure no; la cosa non è di poca importanza e riguarda tutti i cittadini, disabili e non.

Fai girare il tuo motore di ricerca

E’ ormai risaputo che non esiste un indice completo di internet, un posto dove vedere che cosa contengono le milioni di pagine web pubblicate nel mondo; in mancanza di questo ci si affida a diversi mezzi di ricerca. I più famosi sono senz’altro i motori di ricerca (search engines). Veramente ve ne sono di diversi tipi e con funzioni differenti, ma prendendone uno a caso e facendo una serie di ricerche incrociate usando delle parole chiave come , “handicap acquisito”, “paraplegia”, “mielolesi”…, le risposte al nostro bisogno di informazione non sono poi così vaste. Le segnalazioni sono di alcune decine di siti, ma, visitandoli, il loro numero decresce notevolmente.
Intendiamoci, di siti sull’handicap in lingua italiana, ne esistono anche duecento, ma di siti specifici sull’handicap acquisito non ve ne sono poi molti. Cominciamo ad analizzare i più significativi.

Il tema preferito? L’informazione medico-scientifica

IL sito dell’APL (Associazione Paraplegici della Lombardia e delle altre regioni italiane) si presenta con una grafica sobria, vi sono qua e là dei banner (striscioni pubblicitari) e i collegamenti (link) riportano ad una serie di informazioni, quali la storia dell’APL , l’attività della decennale rivista “Ruota libera” di cui vengono però riportati solo 5-6 articoli, il progetto Omnihotel, un ipertesto sull’accessibilità degli hotel italiani, dove però ne troviamo segnalati pochissimi.
Informazioni più sostanziose le troviamo ad altri link. Nella pagina riguardante gli aspetti medici del problema e in quelle che si riferiscono al tema dell’autonomia personale. Infine vi sono pagine dedicate al tema della mobilità e ai corsi organizzati dall’APL (vela, shiatzu, dinamica mentale).
Le sezioni più consistenti del sito non sono suddivise in varie pagine web collegate tra loro, ma sono semplicemente una serie di lunghi articoli che si snodano come un papiro e che il lettore rintraccia facendo scorrere all’ingiù la freccetta del suo mouse per parecchio tempo.
In rete esiste anche un webring sul tema paraplegia; che cos’è un webring? Non è nient’altro che un serie di siti collegati tra loro per il fatto che si occupano del medesimo argomento (esistono centinaia di webring diversi). Il collegamento avviene tramite una barra di comandi posti di lato alla pagina principale di ogni sito (di solito in basso). Il comandi portano a passare in rassegna tutti i siti aderenti all’anello web (in modo casuale o consecutivo, oppure a balzi).
Nel nostro caso la maggior parte dei siti collegati tra loro sono in lingua inglese (per lo più statunitensi). Di “nazionalità italiana” incontriamo qui il sito dell’AIM (Associazione Italiana Mielolesi), dove non troviamo molta informazione, tranne qualche accenno ad argomenti di carattere medico e di prima informazione.
Collegato a questi sito troviamo quello della Rete Italiana del Midollo Spinale (i siti sono ambedue curati dalla medesima persona, F. Meriani). Qui abbiamo parecchie informazioni di carattere medico e scientifico e una raccolta di risorse relative alla paraplegia presenti sulla rete (molte in lingua inglese). Il tutto è impaginato in una sola pagina molto lunga e le varie informazioni non sono organizzate graficamente in modo da rendere più semplice la lettura (ad esempio tutti i titoli in neretto, i sottotitoli in corsivo e così via). Piuttosto particolare è la presenza di tutta una serie di strumenti che la tecnologia telematica offre; chi vuole può iscriversi o partecipare a mailing list, webchat e a forum (newsgroup). Non starò a spiegare dettagliatamente la differenza fra questi strumenti di comunicazione, dirò semplicemente che servono alla partecipazione diretta del lettore che in questi luoghi può dire la sua semplicemente scrivendo negli appositi spazi (o tramite posta elettronica) e senza dover conoscere programmi di comunicazione più complessi. Visitando la chat e il forum non abbiamo rintracciato nessun messaggio (erano vuote).
Simile nel livello grafico e nel tipo di informazioni (medico-scientifiche) ma più incentrato sulle proprie attività, è il sito dell’Istituto Santa Lucia, ospedale specializzato nella riabilitazione psicomotoria.
Per finire il genere ricordiamo anche il sito della FAIP (Federazione Associazioni Italiane Para-tetraplegici). Qui accanto ad un uso più sofisticato dell’impaginazione (vengono usati i frame, sorta di bordi che rimangono fissi anche se la pagina web scorre e cambia) abbiamo un’informazione legata all’associazione e un dettagliato indirizzario di tutte le unità spinali e i centri riabilitativi italiani.

… e poi le associazioni sportive

Esistono poi i siti curati dalle associazioni di persone paraplegiche che riguardano lo sport; ve ne sono diverse. Cominciamo da H81 (Associazione sportiva e culturale per persone disabili), graficamente molto curata, con frame e immagini in movimento; da un‘informazione soprattutto riguardante le discipline sportive che segue (basket, tennis da tavolo, pallamano). Sul sito si può leggere anche un manuale di tutela giuridica contro le barriere architettoniche.
Un esempio di pura presentazione dell’associazione viene offerto dal sito della POLHA (Associazione Polisportiva per Disabili) di Varese; al di là di questa informazione e di poche altre segnalazioni un lettore web non può leggere altro.
Più consistente, dal punto di vista informativo, si presenta il sito di SportABILI, che secondo le stesse parole degli autori “avrà due funzioni principali: come mezzo di comunicazione e di informazione sulle attività dell’associazione, e come luogo di contatto per tutte quelle persone che vorranno scambiare le loro esperienze di viaggio e di turismo in Italia e all’estero”. In che modo? Sfruttando l’immediatezza del mezzo telematico, verranno raccolte le esperienze e i suggerimenti di persone disabili che hanno intrapreso dei viaggi. Oltre a questo progetto (SportABILI Network) è possibile leggere i testi integrali del recente convegno su handicap e sport che si è svolto a Trento.

Che interattività con il lettore?

Uno dei modi per capire la qualità di informazione che viene offerta sul web è quello di verificare in che modo il lettore può partecipare al dibattito o dire la sua su un dato argomento, ovvero del grado di interattività. Il mezzo telematico è un medium che permette un tipo di informazione non più da uno a molti (come è il caso del giornale o della televisione), ma da molti a molti, ovvero l’informazione non viene calata una volta per tutte dall’alto, ma viene fatta da più parti, tramite la collaborazione, la cooperazione e il confronto delle opinioni.
Nel nostro piccolo campione preso in esame il problema, per la maggior parte dei siti, non si pone neppure, dato che internet non viene compresa come momento di “scambio”. Per alcuni invece questa consapevolezza c’è, ma il grado di partecipazione dei lettori sembrerebbe scarso (e allora si riduce solo alla sua possibilità tecnologica).

Lo stile del web

Scrivere sul web non è come scrivere un libro, valgono regole diverse. Il materiale deve essere organizzato non su un unico lungo foglio ma suddiviso in tante parti collegate tra di loro nel modo più opportuno (per associazione di temi, per opposti o anche come semplice continuazione del discorso). Dato che il mezzo telematico permette anche una (ridotta) multimedialità si può creare un testo web non di solo testo, ma anche corredato da foto, disegni, audio, animazioni per non parlare di tutti gli accorgimento grafici che si possono realizzare. Bisogna dotare anche il proprio sito di una sorta di attrezzatura per muoversi al suo interno senza perdersi e sapere sempre dove ci si trova e a che livello ( stiamo parlando dei comandi che riportano alla pagina principale e a quelle di riferimento, della mappa generale del sito – sotto forma di disegno, ad esempio, della sua struttura).
Questo tipo di consapevolezza non è presente nei siti esaminati, manca in generale una padronanza del linguaggio specifico (del web).
Questo tipo di mancanze, unito al discorso sull’interattività, non sono tipiche dei siti che abbiamo esaminato, ma sono mancanze che si riscontrano in generale nei siti web dedicati al sociale. Sottolineando questi difetti non si pretende che il sito di un’associazione che si occupa di paraplegia sia organizzata come il sito del quotidiano “La Repubblica” e dia una quantità di informazione corrispondente, ma che molto concretamente e semplicemente non si limiti ad essere una vetrina di presentazione di un’associazione ma faccia partecipare il suo lettore e lo che introduca ad internet fornendogli anche degli strumenti di orientamento (come ad esempio i collegamenti che alcuni siti suggeriscono).

Il confronto con la stampa di settore

Ma in conclusione che differenze vi sono con la stampa specializzata di settore?
Da un punto di vista quantitativo non abbiamo trovato molte informazioni, dal punto di vista tematico dobbiamo invece sottolineare una certa somiglianza. Se noi sfogliamo le riviste di settore notiamo come la gran parte degli argomenti trattati riguardino proprio l’informazione medico-scientifica, lo sport, le barriere e i trasporti e le storie personali (anche queste ultime presenti in rete ma non nei siti esaminati).
In questo caso ma anche in generale, la rete non fa altro che rispecchiare ciò che esiste nel mondo reale; non è vero, tanto per fare un esempio che su internet c’è maggior pornografia o pedofilia che nel mondo reale, la rete si limita, come ogni bravo specchio, a riflettere ciò che c’è già.
Così se ci allontaniamo ancora dal nostro oggetto – i siti delle associazioni – e ci rivolgiamo all’informazione prodotta on line dai mass media, il discorso non cambia; gli stessi difetti e vizi della stampa e della TV nei confronti dei disabili vengono riproposti.
Ma allora il nuovo dove sta, dove si nasconde? Il nuovo lo si può forse trovare non tanto sul web ma in tutti quei luoghi dove “il popolo della rete” si incontra; i messaggi di posta elettronica privati o collettivi (mailing list), nei gruppi di discussione Usenet (che a dire il vero oramai vengono “vissuti” anche sul web), nelle chat cioé nelle “chiacchiere” che avvengono in tempo reale tra le persone on line(tramite dei programmi specifici, o, ancora una volta, su web).
Leggendo i messaggi pubblici si possono trovare storie, confessioni, richieste di informazione, di aiuto, insulti, liti che avvengono tra persone paraplegiche, o tra queste e persone normali. E’ in questi luoghi che ci si confronta, parlando di cose che, prima dell’avvento della telematica alla portata di tutti, non era possibile comunicare. E’ in questo luoghi che nascono nuovi modi rapportarsi e di vivere, che si producono potenzialità inedite per i disabili, per i loro famigliari e amici. Queste potenzialità però sono segnate da una certa ambiguità; non è detto infatti che saranno solo uno strumento di liberazione del disabile, potrebbero anzi portarlo ad una ulteriore emarginazione

Fiducia e costruzione dei legami

“La fiducia è la possibilità di affidarsi all’altro avendo la speranza che l’altro abbia comunque rispetto per te…L’operatore dovrebbe avere la possibilità e l’energia per porsi dentro la relazione di cura in uno stato d’animo interlocutorio”. Intervista a Maria Cristina Pesci, medico e psicoterapeutaFiducia si può tentare una definizione di questo sentimento?

La fiducia è la possibilità di affidarsi all’altro avendo la speranza che l’altro abbia comunque rispetto per te. Il discorso della speranza non è un discorso scontato, nel senso che noi nell’operare quotidiano lo diamo come assunto, ma invece è una cosa che meriterebbe da un lato più attenzione e dall’altro dovrebbe essere verificato.
La fiducia è qualcosa che si costruisce nel tempo e si modifica nel procedere della relazione, è qualche cosa che con accenti diversi riguarda tutti e due i poli della relazione.
C’è anche una reciprocità oltre alla speranza che comunque è unica e speciale per ogni rapporto a due che si crea e quindi in questo senso irripetibile.
Ci troviamo a riflettere su due ambiti, uno intersoggettivo che implica la presenza e l’incontro tra due persone, e l’altro che riguarda la dimensione professionale, la consapevolezza che essendo coinvolto in una professione sei chiamato anche istituzionalmente a rispondere a una serie di bisogni e di mandati legati al ruolo.

E’ possibile ricostruire le “condizioni” che permettono il nascere e il consolidarsi dei legami di fiducia fra le persone?

Non solo è possibile, anche se a volte è molto difficile, ma uno dei cardini su cui costruire l’aiuto all’altro. Noi sappiamo che qualsiasi competenza , che qualsiasi risultato è possibile raggiungere soltanto con una “colorazione” affettiva che produce la spinta e rappresenta la molla al cambiamento.
Il cambiamento inteso come parziale abbandono di vecchie conoscenze certezze, sicurezze e salto nel nuovo, nel non conosciuto, nell’incerto, in sintesi in una condizione di instabilità. In questo senso la fiducia diventa particolarmente efficace.
Insegnare a un bambino con un deficit motorio a mettersi in piedi non è una mera esercitazione tecnica ma è essere con lui in una specie di esercizio senza rete nel quale abbandonare i vecchi schemi motori implica trovare il piacere di una diversa motricità che però è anche paura di cadere, di non essere capace o di non fare troppa fatica. In questo senso la fiducia in questa relazione diventa dalla parte del bambino la speranza che ciò che la terapista propone alla fine sarà più vantaggioso e piacevole. Dalla parte del terapista una speculare speranza che questo percorso sia il meno parzialmente raggiungibile nonostante il deficit.

Come il dare e il ricevere aiuto, che si presenta in modo asimmetrico, può portare all’instaurarsi di una fiducia reciproca? Ci sono aspettative ed attese diverse? Che ruolo giocano?

Ogni relazione di cura è fatta da ruoli e da aspettative diverse che devono in parte rimanere tali in modo che non si confondano completamente i ruoli di chi aiuta e di chi è aiutato. Questa diversità sana ha almeno idealmente un potente collante che dovrebbe essere la consapevolezza del piacere di prendersi cura da un lato, dall’altro nel piacere di sentirsi aiutato e riconosciuto nei propri bisogni. A questa dimensione legata al piacere bisogna affiancare, far convivere, un altro sentimento che ha a che fare con l’aggressività che le situazioni di bisogno evocano sempre.

Lavorare accanto a chi è in difficoltà può evidenziare alcuni rischi estremi: l’essere totalmente “assorbito”, l’essere totalmente separato. Come trovare un equilibrio empatico senza annullarsi in uno di questi due rischi?

L’operatore dovrebbe avere la possibilità e l’energia per porsi dentro la relazione di cura in uno stato d’animo interlocutorio; poter quindi permettersi di interrogarsi rispetto ai bisogni a cui sta rispondendo, non escludendo che parte della propria professione è anche prendersi cura di sé stessi e dei propri bisogni. Non confondere queste due ambiti permette forse la giusta distanza.
Un bambino, ad esempio, che all’interno di una classe crea problemi di disordine e di mancanza di rispetto delle regole può essere valutato e aiutato da diversi punti di vista. L’operatore che si occupa di aiutare questo bambino può costruire delle strategie di aiuto efficaci solamente se riesce a rispondere a due interrogativi; uno riguarda quali significati questa confusione sta “raccontando” in quel contesto e per quel bambino, l’altro riguarda il mio progetto di contenere questo disordine e deve tener conto anche della mia preoccupazione di operatore di rispondere a ciò che l’istituzione si aspetta dal mio ruolo professionale.

La fiducia nasce e cresce nell’incontro. La fiducia regge alla separazione?

La separazione è paradossalmente un tema importantissimo legato al tema della costruzione dei legami e della fiducia; perché molto spesso sia gli operatori che la persona che riceve aiuto vive in sottofondo una specie di contraddizione tra la temporaneità dell’intervento e la presenza di un legame che per certi versi rimane unico e indimenticabile, nel bene e nel male.
La fiducia regge alla separazione quando entrambi i soggetti di quella relazione hanno avuto la possibilità di costruire questo legame e quindi di sentire dentro di sé un cambiamento che solo la partecipazione umana può rendere vero, autentico. Questo nucleo forte e interiorizzato diventerà nella successiva relazione, con un altro operatore, un terreno fertile su cui costruire un nuovo percorso di fiducia.
Separarsi è qualcosa di doloroso e costruttivo là dove la relazione ha permesso di sentire uno scambio tra parti importanti di sé, caricate di un senso affettivo, che non significa solamente emozioni positive accoglienti ma anche la gamma più ampia che il sentire emotivo comprende.

Raccontare semplicemente una storia

Raccontare semplicemente una storia. Intervista a Guido Quarzo,scrittore per ragazziCon quale atteggiamento ci si pone davanti al fatto di voler raccontare una storia di diversità?

Non credo che sia necessario, per raccontare una storia intorno a una situazione di diversità, avere un atteggiamento particolare, diverso da quello che si ha quando si raccontano altre storie. Ogni storia in fondo nasce dalla definizione di un problema: può essere un problema soggettivo, di relazione con gli altri, o un problema più oggettivo come una situazione difficile in cui i personaggi vengono a trovarsi. Nello svolgimento delle storie poi i problemi si intrecciano e si complicano. Nel caso di “Clara Va Al Mare”, alle difficoltà ‘‘soggettive’’ della protagonista, si aggiungono quelle “oggettive” dovute al fatto che viaggia da sola. Ma raccontando questa storia non ho mai pensato che la ‘diversità’ di Clara richiedesse da parte mia un atteggiamento narrativo specifico. Credo anzi che la forza del racconto, se ne ha, stia proprio in questo, che ho cercato di trattare la materia senza nessun accorgimento particolare, con l’idea appunto di raccontare semplicemente una storia.Quali sono i rischi maggiori che si corrono?
Credo che i rischi più grandi che un narratore corre con storie di questo tipo siano di enfatizzare eccessivamente i problemi della diversità o, all’opposto, di minimizzarli, quasi per negare l’assunto iniziale che una diversità comunque esiste. Ho visto per esempio il film “L’Ottavo Giorno”, che parlava dello stesso problema e aveva per protagonista un ragazzo down, e non mi è piaciuto per niente: ho trovato esagerata l’insistenza sul rifiuto da parte della gente “normale” e poi altrettanto esagerata l’esaltazione della diversità come modello di confronto capace di mettere in crisi l’ipocrisia e l’egoismo.

Come e’ nata l’idea di scrivere il libro “Clara va al mare”?
Io sono prima di tutto uno scrittore di narrativa, questo è il mio mestiere e sono quindi sempre alla ricerca di storie interessanti. Molto del materiale narrativo che utilizzo lo vado a pescare naturalmente nel mio personale ‘magazzino mentale’. Ebbene, lì dentro c’erano anche alcune esperienze che, avendo insegnato per molti anni nella scuola elementare, ho avuto occasione di fare con bambini e bambine in qualche modo problematici. Tra questi, anche almeno tre casi di alunni down. L’idea di scrivere “Clara va al mare” è cresciuta un poco alla volta, da un primo abbozzo iniziale che conteneva solo l’episodio dei grandi magazzini e che pensavo di accorpare agli altri racconti del volume “Talpa Lumaca Pesciolino”. Mano a mano che scrivevo però mi tornavano alla mente episodi, espressioni e atteggiamenti, arrabbiature e tutta la grande carica affettiva che quei bambini sapevano comunicare. Direi che da un certo punto in avanti il racconto di Clara è diventato una sorta di sfida con me stesso: vediamo se sei capace, mi dicevo, di raccontare quel groviglio di emozioni e di portare questa ragazzina fino al mare.

Nella storia di Clara si ritrovano quotidianità e fantasia. Come si miscelano? C’è prevalenza dell’una o dell’altra?

Entro certi limiti si potrebbe dire che il personaggio di Clara incarna il mondo dell’immaginazione, delle pulsioni e dei desideri. Gli altri personaggi rappresentano, se vogliamo, il cosiddetto principio di realtà.
Ma non c’è una netta separazione tra i due mondi: il principio di realtà fallisce quasi ogni volta che tenta di ‘interpretare’ il pensiero di Clara e l’immaginario si trova a dover fare i conti con la realtà, nel dialogo fra il cane e Clara che, nonostante le apparenze, è uno dei momenti più realistici del racconto.
La risposta dei lettori: rispetto alle intenzioni, a ciò che si voleva esprimere, che tipo di reazione ha suscitato la lettura di testi come “Talpa, lumaca, pesciolino” e “Clara va al mare”?

Con Talpa Lumaca e Pesciolino ho avuto molte soddisfazioni nel corso di incontri con i lettori, sia adulti sia bambini. Ho l’impressione che sia stata ben colta l’idea che ognuno di questi racconti ha per soggetto la possibilità. La possibilità è qualcosa di diverso dalla speranza: la possibilità sta dentro di noi, è come una falda sotterranea e in qualche modo troverà uno sbocco.
Clara va al mare è un libro ancora troppo nuovo, ma finora i commenti sono stati lusinghieri. Mi piacerebbe che venisse letto come un breve romanzo, per il piacere della lettura soprattutto, senza etichette di genere o intenzioni didascaliche, questo sì. “Clara va al mare” è un fuori collana; come è stata voluta questa collocazione?

E’ stata una decisione di ordine puramente pratico: non si riusciva ad attribuire al racconto una precisa ‘fascia di età’ indicata per la lettura. Da una parte spiaceva all’editore proporlo come libro per ragazzi tout court, d’altro lato considerarlo un libro per soli adulti sarebbe stato un limite ingiustificato. Così se ne è fatto un fuori collana, e devo dire che Luigi Spagnol, il mio editor della Salani, ha avuto ragione: infatti Clara va al mare viene letto con interesse dalla quinta elementare alla scuola media, e anche dagli adulti.Il mio prossimo libro, che uscirà in ottobre per Feltrinelli e sarà intitolato “Il Fantasma del Generale”, avrà gli stessi problemi di “target”.
Fra i temi del racconto ritroveremo ancora quello della diversità, ma essendo una storia che si svolge alla fine del XIX secolo, l’atmosfera sarà molto diversa. Uno dei personaggi è addirittura ricalcato sulla figura di Cesare Lombroso, potete quindi ben immaginare…

Aspettando carosello

La comunicazione sociale, conosciuta in Italia soprattutto attraversol’operato di Pubblicità Progresso, è un settore in rapida ascesa. Solo nel1995 sono apparse 75 campagne di sensibilizzazione e di promozione sociale perun fatturato totale di 85 miliardi, che rappresenta però solamente il 3-4%degli investimenti che si fanno ogni anno nel campo delle comunicazioni. Questisono alcuni dei dati emersi da un convegno promosso dal Centro Studi PubblicitàProgresso, che si è svolto di recente alla I.U.L.M. (Istituto Universitario diLingue Moderne) di Milano.

Un Centro Studi per una pubblicità sociale più efficace

Il Centro Studi è stato istituito di recente proprio per supportare conl’approfondimento culturale e la ricerca le campagne di comunicazione nell’areasociale che spesso operano in mancanza di riscontri e che si affidano solamentealla intuizione dei creativi pubblicitari. "E’ una grandissimaresponsabilità – afferma Gianni Gottardo, presidente di Pubblicità Progresso -iniziare un’azione di sensibilizzazione a un tema sociale, senza averne fattouna verifica preventiva; l’eccessiva superficialità con cui a volte vengonoelaborati i messaggi può portare ad errori che sono dirompenti quando si fadella comunicazione sociale".
Oltre al pericolo di diffondere messaggi sbagliati, esiste anche il problemadella loro efficacia. La comunicazione sociale molte volte è un fatto episodicoche andrebbe accompagnato da azioni più articolate che vadano al di làdell’invito al ben operare. Per superare il problema, secondo Gottardo, occorre"che anche nella comunicazione non profit si instauri il principio delmarketing mix del sociale. Come per vendere un prodotto non si può prescinderedalla sua qualità, il suo confezionamento, il suo prezzo, la sua distribuzione,così anche chi opera nel sociale dovrebbe coordinare tutti gli elementi in mododa rendere più efficace la comunicazione".
Gottardo fa notare che le campagne di sensibilizzazione per la prevenzioni dellestragi del sabato sera hanno avuto approcci inefficaci, dal mieloso "nonucciderti" all’aggressione verbale (il "quattro pirla di meno" diOliviero Toscani). Un fenomeno così complesso deve essere affrontato non solocon uno spot che ne denunci la pericolosità, ma deve essere accompagnato ancheda altri mezzi. Supponiamo ad esempio che in Italia i taxisti decidano dipraticare uno sconto del 50% al sabato sera (come accade in Germania), questaopportunità unita all’informazione dei rischi penali a cui si va incontro puòformare un messaggio più efficace: "Allora sarà possibile ricorrere allapubblicità – dice Gottardo – che non dovrà andare a sollecitare o contrastaremotivazioni profonde, ma dovrà far conoscere l’esistenza di un determinatoservizio o strumento di repressione o prevenzione disponibile".

Non solo pubblicità: l’importanza della comunicazione allargata

Nella maggior parte dei casi lo strumento pubblicitario viene impiegato dasolo, senza il supporto di altri strumenti: anche questo ne diminuiscel’efficacia. "La comunicazione è tanto più potente – continua Gottardo -quanto più utilizza in modo integrato e organico i vari elementi dellacomunicazione allargata". In questo caso l’esempio della pubblicitàcommerciale insegna; oltre alle normali vie di pubblicità, ne vengono battutealtre per indurre all’acquisto di un prodotto. In questo modo è stata costruital’ultima campagna della Pubblicità Progresso per l’automiglioramento delcittadino. Oltre agli spot mandati in onda sono state organizzate una serie diiniziative tese al rafforzamento del messaggio; sono stati coinvolti cinque milaistituti secondari superiori per far discutere la cosa tra gli studenti che sonostati invitati anche a partecipare ad un concorso. I ragazzi che scriveranno imigliori dieci elaborati vinceranno una vacanza a Londra dove potranno visitareil Central Office of Information (COI). Infine è stato creato anche un evento:il prossimo 2 marzo sarà la giornata dedicata all’automiglioramento delcittadino che prevederà tutta una serie di iniziative.

Il linguaggio della pubblicità sociale

La comunicazione sociale ha un proprio linguaggio che non è completamentericonducibile a quello della comunicazione commerciale. Ma secondo GiovannaGadotti docente di Sociologia della comunicazione dell’Università di Trento,queste differenze non giustificano "La scelta stilistica dimessa esemplice, il tono doveristico proposto in termini di ingiunzione morale, divittimismo sentimentale o di vera e propria aggressione ricattatoria che sonopresenti nella pubblicità sociale".
Di fronte ad un pubblico abituato al linguaggio seduttivo, ricco disollecitazioni libidiche e alla spettacolarità delle pubblicità commerciali,quelle sociali rischiano di passare inosservate o addirittura di infastidire.Per Giovanna Gadotti invece "La pubblicità sociale dovrebbe usare queglistessi strumenti largamente usati dalla pubblicità commerciale. Non si puòfare a meno di quell’happy end che è una delle sue carte vincenti; il messaggiodeve sollecitare inoltre il passaggio all’atto come per i prodotticommerciali".

Il mondo patinato delle pubblicità commerciali

La comunicazione sociale, come viene suggerito da molti specialisti, perottenere migliori risultati dovrebbe impiegare le stesse tecniche dellacomunicazione commerciale; ma è anche vero che la pubblicità normale trasmettestereotipi e modelli di realtà che sono molto lontani da alcuni temi che lapubblicità sociale vorrebbe promuovere.
Gli interpreti degli spot sono persone fisicamente ineccepibili, anzi quasiperfette; con dei modelli di bellezza e di armonia così rigidi eirraggiungibili (se non, naturalmente, acquistando quel prodotto reclamizzato),qualsiasi discorso di relazione e di accettazione della diversità vienecompletamente escluso.
Anche le famiglie felici della pubblicità non sono certo rappresentative di unasocietà complessa e contraddittoria come la nostra, basata proprio sul consumoche la pubblicità commerciale tenta sempre di alimentare.
Fare della comunicazione sociale efficace, allora, non deve significare larinuncia alla critica di una società contraddittoria e disuguale a cui lapubblicità commerciale è funzionale.

L’adorabile creatura

Perché parlare di Frankenstein? Cosa ha a che fare questo personaggio con l’emarginazione, con la diversità, con il lavoro educativo? Parecchio, dato che Frankenstein è diventato dal 1816 (anno della sua "creazione") ad oggi, attraverso le sue riduzioni cinematografiche, un mito moderno della sua diversità, quella rifiutata e perseguitata perché fa paura.
Ma la creatura a cui ci riferiamo è soprattutto quella inventata da Mary Shelley, un mostro sì, ma dotato di una notevole sensibilità e che soffre per i rifiuti continui a cui è sottoposto, per la mancanza di comprensione della sua vera natura.
Frankenstein soffre per una contraddizione che è comunque tra chi vive ai margini, tra chi vive una particolare diversità (fisica, psicologica, etnica, religiosa…), ma che, in definitiva, è comune a tutti e che si può enunciare con questa domanda: come ci sentiamo dentro, e come ci vedono gli altri dall’esterno?
Nel caso del nostro eroe la distanza tra le due percezioni è enorme, così come deve esserla per il nomade che chiede l’elemosina alla colonna di auto ferme di fronte al semaforo rosso o per un disabile sulla sua carrozzina che incrocia gli sguardi della gente.
Nelle seguenti pagine troverete soprattutto un discorso sul Frankenstein cinematografico, quello reso più semplice, semplicemente mostro, spettacolarizzato al punto giusto da renderlo lontano da noi, non confondibile con la normalità, insomma un mostro in realtà più rassicurante di quello descritto dal libro.
L’operazione compiuta dal cinema ricorda quella compiuta dai mass media quando parlano della diversità. La ricerca dell’effetto, la mancanza di approfondimento, la riproposizione dei pregiudizi, di ciò che la gente già pensa, sono un modo per allontanare dal lettore o dall’ascoltatore qualcosa che potrebbe infastidire, qualcosa di irrisolto, dando una visione del reale semplicemente non vera.

La telematica come strumento di liberazione?

Internet non è solo il Web: applicazioni come e-mail, mailing lists, newsgroups e chat possono garantire una comunicazione più diretta, e schiudere ai disabili prospettive di autonomia pratica e socialità fino ad oggi impensabili. Non senza contraddizioni.La duttilità del digitale

In questo articolo cercheremo di descrivere come le nuove tecnologie possono e potranno cambiare la vita dei disabili; dico anche “potranno”, perché molti dei discorsi che faremo sono da riferire più al futuro che al presente, ma con una certezza, che questo futuro non si farà attendere troppo e che la velocità del cambiamento è in continua accelerazione.
I cambiamenti che la tecnologia ci propone ogni giorno, in forme sempre variate, non sono a senso unico, ma come le medicine hanno le loro controindicazioni, potranno avere una valenza positiva e subito vicino averne un’altra negativa.
Le nuove tecnologie basate sul digitale portano con sé un elemento di estrema duttilità che permette di includere tutti; “permette”, ma il pericolo di esclusione rimane pur sempre presente. Facciamo un esempio: l’invenzione della locomotiva come mezzo di trasporto ha permesso a tutti di spostarsi più rapidamente ma ha creato (naturalmente con il passare del tempo e in un clima culturale attento ai diritti dei disabili) dei problemi nuovi di accessibilità per i disabili motori; se i gradini rimangono insormontabili, se gli scompartimenti sono stretti o mal congegnati, a cosa serve ad uno spastico un Eurostar che raggiunge i 200 chilometri all’ora? A nulla. Così vale anche per le applicazioni delle nuove tecnologie: se non sono pensate anche per i disabili il rischio di esclusione rimane.
A differenza della locomotiva e delle altre invenzioni basate sulla meccanica, le tecnologie basate sul digitale hanno una caratteristica adattabilità, che permette di personalizzare le varie applicazioni a seconda del loro utente e delle situazioni che incontra. Un modo “visivo” per spiegare questa duttilità ci è offerto dal cinema; secondo Stefano Penge, progettista multimediale della Linx, un’associazione che produce cd-rom didattici, “In un film come Terminator 2 possiamo vedere la differenza tra il meccanico e il digitale”. Mentre nel primo film della serie (Terminator 1) il robot, interpretato da Arnold Schwarzenegger, è metallico e quindi si può ammaccare, la seconda creatura è un essere di “metallo liquido” molto più potente del precedente modello, perché questa sua caratteristica, il poter passare da uno stato solido ad uno liquido, lo rende adattabile a tutte le situazioni che incontra.

Di cosa parleremo

Qui non parleremo di ausili (che fanno parte dell’hardware) che aiutano i disabili ad usare i computer, o dei software speciali che vengono incontro alle necessità di un disabile motorio o sensoriale; questo tipo di applicazioni sono peraltro molto importanti perché permettono al disabile di compiere azioni altrimenti impossibili per lui, relative, ad esempio, al controllo dell’ambiente circostante, al gioco o all’utilizzo stesso del proprio computer per comunicare. In un certo senso questi strumenti sono il presupposto di quello di cui ci occuperemo. Ma noi parleremo soprattutto della telematica, ovvero del luogo dove l’informatica e la comunicazione si incontrano dando nuove e sostanziose possibilità a tutti, non solo ai disabili naturalmente. Parlando di telematica ci riferiamo, anche se la cosa non è del tutto vera, ad internet. Lo facciamo perché internet è la sua espressione più eclatante e anche vincente. Per prima cosa vedremo cosa offre, in termini di risorse informative in lingua italiana, la rete telematica (da adesso la parola rete sarà usata come sinonimo di internet), poi illustreremo quegli strumenti che permettono all’utente di agire direttamente (è il caso delle mailing list, dei newsgroup, delle chat…). Infine, cercheremo di descrivere quali nuove possibilità offre la telematica ai disabili (e ai loro famigliari) nel campo del lavoro e della vita sociale.

L’handicap in rete

Che materiale informativo è disponibile su internet a proposito di disabilità?
Al di là dei sensazionalismi e delle mode, si può con certezza affermare che in rete si trovano un certo tipo di risorse.
Vi sono siti abbastanza ricchi di materiale e aggiornati sul tema della legislazione e l’handicap, sugli ausili, software e hardware per le persone con disabilita’, sulla didattica; sono molto rappresentati certi tipi di deficit rispetto ad altri, numerosi sono infatti i siti che parlano di non vedenti e di persone con disturbi nella comunicazione e nel linguaggio, nonché della minorazione fisica; più rari sono invece i “posti virtuali” dedicati all’handicap intellettivo e, cambiando di campo, alle esperienze dirette di genitori, disabili e operatori.
Mancano banche dati riguardanti le pubblicazioni di settore, mancano infine le news, notizie fresche, aggiornate in tempo reale, come è possibile fare con questo supporto elettronico.
Il grande assente è però un altro, è il cittadino italiano che, vuoi per una generale e scoraggiante mancanza di cultura tecnologica, vuoi per una mancanza di incentivi offerti dallo stato tesi a superare questa situazione, rimane lontano dalla telematica e dalle possibilità che essa offre.
A dire il vero da tre anni a questa parte, da quando cioè abbiamo iniziato a monitorare costantemente i siti web dedicati al sociale in lingua italiana, molte cose sono cambiate, molto associazioni hanno fatto il loro ingresso in rete, molti privati cittadini hanno cominciato ad usare la posta elettronica in un numero e con una frequenza che solo tre anni fa era impensabile. Ma la crescita rimane limitata se confrontata a quella degli altri paesi occidentali. Inoltre, la presenza di tante associazioni in rete è sì un fenomeno importante, ma che, in sé, non dice come questo mezzo viene poi da esse usato; in altre parole, se l’uso della telematica si riduce alla sola presenza in rete, all’esserci come vetrina colorata che non fornisce servizi all’infuori degli indirizzi reali, allora l’impatto delle nuove tecnologie sarà comunque poca cosa.

L’interattività che cerchiamo

Interattività è una parola che ritorna spesso quando si parla di telematica e indica la più importante qualità del mezzo, ovvero la possibilità di agire, di retroagire, la possibilità di essere informati e di informare a propria volta, di chiedere e di rispondere senza filtri, senza mediazioni di qualcuno (come avviene quando ci rivolgiamo ai mass media).
Per un disabile e per i suoi famigliari questo può significare tanto.
Ma in che modo si può essere interattivi su internet? In molti modi e con diverse applicazioni (software). Normalmente parlando di internet si pensa alle pagine web, a quelle pagine scritte secondo un particolare linguaggio (l’html) e che vediamo, anche chi non ha mai acceso un computer, oramai pubblicizzate dappertutto, in televisione e sui giornali. Da qui, noi possiamo partecipare al “grande gioco” scrivendo delle lettere, compilando negli spazi appositi (form) le nostre richieste, cercando e scaricando materiale informativo. Tramite l’uso intelligente dei motori di ricerca (search engines) è possibile informarsi da casa propria sugli orari dei mezzi di trasporto, o fare degli acquisti (vedremo meglio più avanti questi aspetti). Ma altre grandi opportunità sono date da mezzi diversi, prima di tutto la posta elettronica (l’e-mail) che permette di comunicare rapidamente con qualsiasi parte del mondo, i gruppi di discussione ( i newsgroup) e, con delle caratteristiche un po’ diverse, le chat (applicazioni che permettono la comunicazione in tempo reale tra due o più persone).
Queste opportunità vengono utilizzate tramite dei software diversi dai normali browser (ovvero le applicazioni – Internet Explorer e Netscape sono le più note – che “sfogliano”, “vedono” le pagine web), anche se, molte volte, fanno parte del browser stesso, ne sono parte integrante.
Questi programmi consentono la comunicazione diretta tra le persone, ed è perciò in questi luoghi, più che sul web, che il “popolo della rete” si incontra, e in mezzo a queste persone vi sono anche numerosi disabili.

Le mailing list

Le mailing list sono dei gruppi di discussione realizzati tramite la
posta elettronica. Per poter partecipare occorre iscriversi mandando un
messaggio ad un particolare indirizzo e scrivendo nel corpo del messaggio,
nella maggior parte dei casi, la parola subscribe.
Dal momento in cui uno si è iscritto, riceve tutti i messaggi che gli altri
iscritti mandano in lista e ogni suo messaggio (mandato ad un unico
indirizzo, quello della lista) viene ricevuto da tutte le persone che in
quel momento sono iscritte. Di solito a gestire automaticamente tutte
queste operazioni è un particolare computer che può adottare programmi
differenti (listserv, majordomo, listproc, smartlist…).
A volte le mailing-list sono in modalità digest, ovvero i messaggi non vengono inviati agli iscritti immediatamente, ma sono raggruppati in un unico messaggio inviato con cadenza regolare.
L’informazione, nel caso delle liste, arriva direttamente alla persona,
nella sua casella di posta elettronica, e questo è un elemento da non
sottovalutare, dato che l’utente non ricerca, ma riceve direttamente le
notizie senza nessuno sforzo (se non quello successivo di rispondere o
partecipare al dibattito). Come per i giornali e gli altri mass media
tradizionali, le mailing list sono lette da un numero di persone maggiore
rispetto a quelle che intervengono direttamente nella discussione, anche se
l’interattività, la possibilità cioè di partecipazione offerta dal mezzo
telematico, è nettamente superiore.
Di diversa natura sono i newsgroup, i gruppi di discussione i cui messaggi non arrivano privatamente nella propria casella postale (elettronica) ma sono pubblicati in spazi pubblici cui chiunque può connettersi per leggerli (oltreché per partecipare). Sulle tematiche a noi care, in lingua italiana ne esistono due, uno dedicato all’handicap generale e uno a quello intellettivo; in più vi sono newsgroup che ne parlano trasversalmente (quelli dedicati al volontariato, all’obiezione di coscienza, agli scout). E’ possibile partecipare ai newsgroup sia dal web (quindi usando un browser), sia con delle specifiche applicazioni. Qui il tono delle discussioni si fa più leggero, meno impegnato; i messaggi che passano ogni giorno possono essere anche decine, e alcune discussioni durano delle settimane.
Per finire le chat, programmi che permettono una comunicazione diretta come quella telefonica, sia scritta, che audio (con l’ausilio di un microfono) o anche video (con l’aiuto questa volta di una webcamera). Qui la comunicazione non è più definibile o classificabile, perché in questi luoghi comunicativi può succedere veramente di tutto (dallo scambio di opinioni alla relazione amorosa).

Ma ai disabili la telematica serve?

Dopo questa carrellata in cui abbiamo cercato di definire il tipo di strumenti che possono essere usati dal disabile e dalla sua famiglia, veniamo ad alcune considerazioni pratiche.
Per molti disabili la telematica significa innanzitutto diminuzione delle deleghe. Dice John Fischetti, del Movimento della Vita Indipendente (Enil) e da anni impegnato nel settore: “L’aspetto più importante è l’annullamento della necessità di deleghe. Un numero sempre maggiore di operazioni e attività potrà essere svolto con mezzi e strumenti telematici, liberando così le persone con disabilità dalla dipendenza e restituendo loro privacy e autosufficienza. Non esiste forma di disabilità, per quanto grave, che possa impedire del tutto l’uso dello strumento informatico e telematico”.
Comprare un biglietto d’aereo, un armadio o un computer, può essere fatto da casa semplicemente connettendosi alla rete e utilizzando la carta di credito. Le normali operazioni quotidiane, o almeno un gran numero di esse, così difficili per un disabile, diventano possibili.
Anche sul piano delle relazioni sociali la telematica può portare delle novità; la possibilità per un disabile di uscire (virtualmente) dalla propria stanza, e di comunicare con il mondo intero, può permettere una qualità di vita migliore, e può portare a dei cambiamenti anche nella vita reale. Esiste anche la possibilità che il disabile nel mondo virtuale decida di avere un’altra identità, non più quella della persona con deficit. Il cambio di identità è un fenomeno abbastanza diffuso in rete, che si esemplifica nei nickname (i nick, i soprannomi che una persona assume in rete quasi a voler denotare un altro sé).
Per quanto riguarda l’istruzione e il lavoro, la rete permette cose sicuramente impensabili fino a poco tempo fa; si stanno sviluppando strumenti telematici (videoconferenza, teledidattica…) per la formazione a distanza, utilissimi per chi ha difficoltà a muoversi o per coloro per i quali muoversi significa spendere risorse enormi. Il telelavoro (il lavoro a distanza, a casa propria davanti al terminale) è sicuramente un discorso a venire che in Italia non è regolamentato; una cosa di cui si parla molto ma si pratica poco, e quel poco in condizioni ( in termini di diritti dei lavoratori) non esaltanti.
Abbiamo elencato tutta una serie di possibilità, offerte dalla telematica, importanti per un disabile, ma che comportano un altro effetto da non sottovalutare: chi telelavora, chi studia tramite la formazione a distanza, chi comunica con il mondo tramite una chat, lo fa al chiuso della sua stanza, nel posto da cui molti disabili vogliono invece uscire. E’ una contraddizione non facilmente risolvibile ma di cui bisogna sempre avere coscienza. Riporto un’altra interessante considerazione di Fischetti: “È ovvio che ignoranza e solitudine non si possono debellare solo con lo strumento telematico. I rapporti fisici, l’essere insieme e il crescere insieme sicuramente continuano ad essere basilari per ciascuna persona. In questo senso la telematica non deve assolutamente costituire un alibi per costringere le persone a rinunciare alla mobilità; la telematica non deve mai essere descritta come un sostitutivo degli incontri fisici, dei viaggi, dell’esplorazione del mondo. Può però costituire una ottima integrazione, e per chi oggi si vede preclusi gli incontri fisici, i viaggi e l’esplorazione del mondo, la telematica può costituire comunque un enorme passo avanti”.
Per finire un ultima considerazione doverosa.
Stiamo parlando di possibilità, di potenzialità (che oramai sono molto più che promesse) da cui viene esclusa la maggior parte della popolazione mondiale. La telematica ed internet sono cose da mondo occidentale, da paesi ricchi; laddove le infrastrutture (linee telefoniche, energia elettrica…) non esistono o dove l’analfabetismo è endemico, queste conquiste dell’umanità non arriveranno mai. Quindi un’altra contraddizione, un altro paradosso: questi benefici ricadranno là dove le condizioni di vita dei disabili sono migliori, e rischiano di non riguardare la maggior parte delle persone disabili che, come è noto, sono nei paesi poveri del quarto mondo.

Sostenere ed orientare

Sono più i maschi ad interrompere gli studi, a livello di scuola media superiore, per motivi connessi non a situazioni di povertà ma per il desiderio di immediato guadagno. Questo al nord, al sud Italia i motivi di abbandono rimangono legati a difficoltà economiche e di disagio sociale e avvengono più nella scuola dell’obbligo. Intervista a Vittorio Capecchi.

Intervistiamo sul fenomeno del disagio scolastico e dell’abbandono Vittorio Capecchi, docente di sociologia all’università di Bologna, che ha curato l’ultimo "Rapporto su scuola, università, formazione professionale e mercato del lavoro" dell’Osservatorio del mercato del lavoro della regione Emilia Romagna.

D. Quali sono i dati più recenti riguardo l’abbandono scolastico?

R. I dati più recenti sull’abbandono scolastico si possono ricavare dalle rilevazione fatte dal Censis, e si riferiscono all’anno scolastico 1992-93. Questi dati ci dicono che su 100 studenti solo 64 riescono a terminare la scuola dell’obbligo. I dati non sono però disaggregati tra maschi e femmine, distinzione che ne permetterebbe una lettura molto diversa.
In Emilia Romagna dove abbiamo questo tipo di disaggregazione, risulta che il 73 % delle femmine riesce a terminare la scuola dell’obbligo contro il 60 % dei maschi; è un differenza molto significativa. Altre differenze riguardano il divario tra nord e sud Italia, con questa caratteristica: nel sud l’abbandono è un fenomeno che riguarda la scuola dell’obbligo, mentre al nord esiste questo problema nelle scuole medie superiori.

D. Quali sono le principali cause che fanno si che uno studente si "perda" durante il percorso scolastico? E’ possibile parlare di diverse cause di abbandono a seconda dell’ordine scolastico?

R. Al sud l’abbandono, dicevo, riguarda la scuola elementare, la media inferiore; le cause sono da ricercarsi nei contesti familiari, di povertà, di emarginazione, per problemi legati ad all’uso del dialetto al posto dell’italiano…Al nord, l’abbandono prima del diploma ha invece un motivo ben preciso; in queste regioni il mercato del lavoro richiede con urgenza degli operai specializzati, soprattutto i maschi, che lasciano così la scuola per andare a lavorare. In questo modo si capisce anche la differenza di comportamento tra maschi e femmine; in passato accadeva l’opposto, erano le femmine che lasciavano la scuola perché venivano "utilizzate" in famiglia.

D. Facendo un discorso di andamento temporale, quali sono le oscillazioni che il fenomeno dell’abbandono scolastico ha avuto negli ultimi anni?

R. L’Italia ha senza dubbio recuperato rispetto agli anni precedenti, ma questi dati rimangono comunque allarmanti. Facendo un paragone con gli altri paesi industrializzati, in Italia la popolazione con il diploma in età compresa tra i 25 e i 64 anni, rappresenta solo il 22% del totale, contro il 36% della Francia, il 49% dell’Inghilterra, il 53% degli Stati Uniti, il 60% della Germania.

D. Come reagiscono la scuola, il corpo docente di fronte a questo problema? Quanto dipende l’abbandono scolastico dall’altro abbandono, quello educativo, dovuto cioè agli insegnanti?

R. La dispersione scolastica può essere risolta grazie ad un grosso impegno degli insegnanti; poi ci sono una serie di dispositivi offerti dalla comunità europea, che non sempre vengono utilizzati. Strumenti che diano una seconda chance, tramite l’orientamento e i corsi di sostegno, esistono e sono finanziati, ma a volte sembra che la scuola italiana non ne approfitti.

D. Quali saranno gli scenari futuri riguardo il disagio scolastico, quali nuovi o vecchi problemi si riproporranno?

R. Oggi viene enfatizzata la scuola come un bene diffuso, si dà molta importanza alla diffusione dell’istruzione; esistono alcune nazioni, come il Giappone, dove l’istruzione superiore di massa è stata realizzata; se si vuole raggiungere questo obiettivo anche in Italia occorre attuare tutta una serie di strategie.
La legge di riforma della scuola proposta dal ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer prevede appunto una serie di incentivi agli studenti "in difficoltà" attraverso la formazione professionale e l’orientamento.

Educare e cooperare

Da una parte l’opera, il lavoro sociale svolto dall’educatore, dall’altra l’intervento educativo, formativo dei cooperatori che lavorano in varie parti del mondo, nei paesi poveri. Tra queste due condizioni abbiamo cercato di intrecciare un discorso che riguarda le motivazioni delle persone coinvolte, la relazione di aiuto che si instaura a livelli diversi, la necessità di superare vecchi stereotipi culturali.
La relazione di aiuto che si instaura tra un operatore sociale e l’altro (un disabile, o un qualsiasi individuo in una situazione di svantaggio) cosa ha un comune con la relazione di aiuto che lega un cooperatore con la controparte? Sono la medesima cosa? O possono essere solo paragonate? Perché una persona decide di partire e perché lavora nel sociale?
Abbiamo cercato di rispondere a queste domande con due interventi che affrontano da una diversa prospettiva le medesime questioni. Nel primo articolo un educatore racconta la propria esperienza di cooperazione nel Nicaragua che lo porta a fare i conti con le proprie motivazioni che lo hanno indotto a partire e sul senso

della relazione che ha instaurato con gli abitanti del luogo; una relazione di aiuto che si trasforma in un’esperienza di conoscenza che lo porta, come spesso accade quando si incontra la diversità radicale, ad un cambiamento profondo e non comunicabile a chi non lo ha vissuto.
Chi da e chi riceve in una relazione di aiuto? E che cosa si riceve e che cosa si da? Con queste domande potrebbe essere riassunto il secondo contributo scritto da un’educatrice che ha lavorato all’interno di un progetto di formazione all’università di Phnom Pen in Cambogia. L’idea di relazione di aiuto tra cooperatore e controparte molte volte si basa su un modello culturale che vede una parte che da e una che semplicemente riceve, a discapito di quest’ultima che viene svilita; di qui la proposta di superare queste relazioni a senso unico per valorizzare la ricchezza che anche l’altro ha.
E questo vale solo per la cooperazione internazionale?

Integrare tutti

Fare il punto dell’integrazione scolastica oggi in Italia sarebbe stato un obiettivo forse troppo pretenzioso, anche se oggi questa sensazione di dover tirare le somme, gettare uno sguardo d’insieme, viene avvertita da più parti; dagli specialisti, dagli insegnanti, dalle famiglie. I motivi di questa riflessione sullo stato d’integrazione sono diversi, ne ricordiamo alcuni. Le situazioni di disagio a scuola, in classe, si sono profondamente trasformate negli ultimi 10-15 anni, ramificandosi, assumendo forme inattese e ponendo gli insegnanti di fronte a situazioni e a domande nuove. Chi è il soggetto da integrare? Solo quello munito di un foglio in A4 chiamato certificato o esistono emergenze che sono iscritte, in maniera drammatica e dolorosa, al di là di quel margine di carta? E chi pone, chi deve porre lo sguardo al di là del solito? Mai come oggi si avverte, proprio per quello che abbiamo appena accennato, come sia povera di prospettive la riduzione del processo di integrazione alla fetta dei disabili presenti in un sistema scolastico. "L’integrazione è una prospettiva complessiva", dice Andrea Canevaro, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione a Bologna, in un intervento che troverete su questa rivista. Forse l’equivalenza integrazione/handicappato non tiene conto del fatto che tutti gli studenti hanno bisogno di essere integrati, particolarmente oggi in un contesto sociale così complesso e disgregato. A tutto ciò si aggiunge un altro fattore, quello economico che in questa inchiesta però non tratteremo: i tagli al "sociale", nel senso onnicomprensivo, la riduzione dello spazio del Welfare State non può che porre altre domande sul dove si vuole andare. Con questi interventi non abbiamo voluto fare il punto della situazione, abbiamo semplicemente ascoltato le voci di alcune persone (un insegnante di scuola media superiore, un insegnante di sostegno, un pedagogista) che pongono al centro del loro lavoro la questione dell’integrazione, che viene così raccontata da tre angolazioni diverse. Un discorso comunque appena iniziato, da proseguire.

Cooperazione internazionale e disabilità

Cooperare con i paesi poveri, e in particolare proporre e realizzare progetti che riguardano i disabili; è questo il tema della nostra inchiesta che riporta le testimonianze di persone che lavorano in Palestina, in Nicaragua e in altre parti del mondo; un lavoro difficile che, accanto alla scarsità di risorse locali, deve fare i conti con situazioni politiche a volte difficili, al limite della pericolosità. Nonostante le difficoltà, da queste esperienze emergono risultati importanti e idee originali; è il caso della riabilitazione su base comunitaria, un metodo riabilitativo particolarmente adatto in certe situazioni di povertà. Raccontare queste esperienze è anche un modo per fare dei confronti fra chi opera nel sociale nel mondo occidentale e chi lavora in un contesto del tutto diverso, alla ricerca di punti di contatto e di presa di coscienza di un fatto: che il perseguimento dello sviluppo e del benessere non può essere pensato solo per una parte (piccola) del mondo, ma deve riguardare l’intero pianeta.