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autore: Autore: Roberto Parmeggiani

Il modello calamaio

Negli ultimi anni il Progetto Calamaio ha tentato di declinare la propria azione educativa mettendosi in gioco in contesti differenti da quello più classico della scuola.
Il desiderio è, da una parte, quello di ampliare il campo di azione, dall’altra quello di tentare di condividere con altri gruppi la metodologia propria del nostro gruppo di lavoro, composto da persone disabili e non, che sceglie un’organizzare secondo una logica orizzontale che pone tutti sullo stesso piano, con ruoli diverse ma identiche responsabilità. Al contrario, spesso si finisce per scegliere un’organizzazione verticale nella quale si definiscono ruoli di gestione e altri subordinati, impegnati solo nel mero agire.
Forse perché il Progetto Calamaio nasce ed è cresciuto grazie all’idea di un gruppo di persone con disabilità di proporsi come cittadini attivi, pronti a rispondere alle istanze della società e, quindi, non restare solo oggetti assistenziali, pronti a ricevere e porre quesiti.
Forse perché il contesto creatosi nel tempo ha sempre privilegiato la relazione rispetto all’azione, consentendo quindi un confronto continuo e garantendo la messa in discussione di certezze e ruoli preconfezionati.
Forse perché gli educatori che, nel tempo, si sono alternati all’interno del gruppo hanno accettato la sfida di superare una certa idea di ruolo educativo che li poneva al di sopra della relazione e hanno scelto un modello che permettesse una co-conduzione della dinamica lavorativa.
Forse per queste e molte altre ragioni, il Progetto Calamaio si è costruito, nel tempo, un modello di azione e organizzazione differente, che si pone l’obiettivo di portare ogni membro a costruirsi una propria professionalità animativa ed educativa, capace di rendere attivo il proprio ruolo all’interno della società, intendendo con questa la famiglia, la scuola, il tempo libero e il mondo lavorativo in genere.

Il ruolo sociale attivo
Per una persona normodotata è chiaro cosa significhi avere un ruolo sociale attivo, come esercitare i propri diritti e come rispondere ai propri doveri, sia sulla carta che nella realtà quotidiana.
Per una persona con disabilità il rischio che i diritti e i doveri rimangano solo belle parole, è molto alto, non solo per impedimenti dovuti a carenze legislative o handicap diffusi, ma anche per un atteggiamento proprio della disabilità: la pretesa di risoluzioni al posto di un impegno in prima persona.
Lo so, sto generalizzando e il discorso è ben più complesso, ciò non toglie però che per poter esercitare un ruolo sociale attivo è necessario che, per prima, la persona con disabilità entri in campo e si impegni, secondo la pedagogia, delineata dallo studioso brasiliano Paolo Freire, dell’oppresso che educa l’oppressore, dell’assunzione, cioè, di chi vive una situazione di svantaggio della responsabilità di proporre modelli e soluzioni alternative a quelle comuni.
Come dice Tatiana Vitali, un’animatrice del Progetto Calamaio: “È indispensabile, però, che siano le stesse persone disabili, uomini e donne, a darsi da fare allo scopo di contribuire alla modificazione di certi modi di pensare, perché dobbiamo essere noi stessi gli artefici di questo mutamento. La maggior parte delle volte, infatti, ci aspettiamo che siano gli altri gli autori dei miglioramenti della nostra vita mentre siamo proprio noi che dobbiamo assumerci in prima persona le nostre responsabilità”.

Metodo calamaio
Quello che a noi piace definire modello è innanzitutto un’esperienza maturata grazie a continue prove e confronti con persone, esperienze e esperti; un’esperienza che ci porta oggi a tentare di strutturare una modalità operativa che, oltre a essere replicabile, possa favorire quel cambiamento culturale che a noi sta tanto a cuore.
Ci sono alcuni elementi che costituiscono le fondamenta del modello.

L’accoglienza, come conoscenza del gruppo e di se stessi.
Il primo passo, fondamentale per la costruzione del gruppo, è la conoscenza che crea un clima di benessere relazionale, che consente a ognuno di sentirsi accolto e a proprio agio e di mostrarsi per quello che è e che sente, senza giudizi o imposizioni.
Un’accoglienza fatta in cerchio che permetta a tutti di guardarsi negli occhi, di esprimere il proprio pensiero, di mettersi in gioco e, allo stesso tempo, di ricevere, come si fosse davanti a uno specchio, la propria immagine attraverso il punto di vista dell’altro.

L’accoglienza porta necessariamente a un confronto diretto con il gruppo di lavoro, composto da persone con disabilità e non.
Un confronto che ti offre l’opportunità di conoscere la storia che ha permesso la formazione del gruppo stesso, gli strumenti e le metodologie che vengono messe in atto per realizzare le animazioni educative, le dinamiche quotidiane che creano momenti di confronto e di crescita comune.
Un incontro che a volte è scontro con un modo di pensare la disabilità piuttosto alternativo e che mette in crisi, che destabilizza quel tanto per poter ritrovare un nuovo equilibrio.
Da questo confronto con il gruppo nasce, ovviamente, l’incontro diretto con la disabilità, sia la propria, se parliamo della persona con disabilità, sia quella dei colleghi, se parliamo dell’educatore normodotato.
Il fatto che tutti i protagonisti del gruppo siano chiamati a confrontarsi con la disabilità, anche se in modo diverso, è un passaggio fondamentale del modello calamaio, che comporta un cambiamento culturale innanzitutto nei componenti del gruppo, secondo una logica di consapevolezza e, successivamente, di accettazione.
La consapevolezza è un obiettivo personale, che il gruppo può appoggiare e favorire, ma necessita di un percorso tutto proprio.
Per la persona con disabilità consapevolezza significa incontro/scontro con ciò che è; vuol dire “fare i conti con” e “prendere le misure”, entrare in relazione con una parte di sé che, da una parte è estremamente speciale ma dall’altra è banale come lo sono i capelli o le unghie.
Per l’educatore normodotato consapevolezza significa liberazione dal sentirsi arrivato, dal pensare di avere tutte le risposte e da un ragionare fatto di stereotipi e preconcetti. Anche per lui è necessario un cambiamento di prospettiva e un nuovo modo di relazionarsi con la disabilità, non più intesa come “problema” dell’altro ma come strumento per il sovvertimento dei preconcetti e fondamento per una nuova cultura dell’integrazione.
Per agevolare questo processo di consapevolezza il primo strumento è il confronto con persone che il percorso lo hanno già completato, attraverso il dialogo e la condivisione di attività, di spazi non strutturati e di domande senza pregiudizi: ovviamente nel rispetto dei tempi di elaborazione necessari a ognuno per affrontare la disabilità.
Successiva alla consapevolezza è l’accettazione, passaggio fondamentale che permette alla persona con disabilità di rendere la disabilità una risorsa e non più un handicap.
Solo a questo punto si può lavorare sulla valorizzazione delle abilità esistenti e sull’acquisizione di nuove. Le abilità, in una persona con disabilità, rimangono spesso nascoste o poco valorizzate e, troppo spesso la persona con disabilità, si presenta, come ama dire Claudio Imprudente, con un biglietto da visita perdente.
Valorizzare le abilità non serve per negare la disabilità, anzi è proprio nel momento in cui ci scopriamo anche abili che accettiamo definitivamente la disabilità.
Questo processo di valorizzazione, infine, permette di raggiungere un alto livello di professionalità, cioè la possibilità di esplicitare il proprio ruolo sociale e, attivamente, godere dei diritti e rispondere ai propri doveri.
Attenzione, però, a non confondere professionalità con produttività, possono coincidere ma sono anche piuttosto diverse: la professionalità ha a che fare con la relazione che, agite in ogni ambito di vita rendono sociale il ruolo, mentre la produttività ha a che fare con le azioni, necessarie, invece, per rendere attivo il ruolo.
In conclusione è opportuno dire che il modello calamaio riuscirà nella misura in cui si realizzerà in gruppo, secondo una logica di corresponsabilità. Non è pensabile, infatti, un gruppo nel quale c’è chi ha responsabilità e chi subisce le scelte oppure dove c’è chi deve cambiare punti di vista e chi, invece, funge da modello. L’organizzazione è orizzontale, secondo una logica di stessa responsabilità con ruoli diversi.

Profili di donna

Donna, una parola che indica qualcosa di molto preciso, identificabile, chiaro ma, allo stesso tempo raccoglie in sé migliaia di volti, espressioni, esperienze.
Una parola che raccoglie un mondo di idee, pensieri, sogni, opinioni, modi anche molto diversi di vivere il proprio essere donna.
Ciò che mi piacerebbe proporre, quest’anno, in questa rubrica sono le diverse facce della parola donna, le sfumature necessarie per raccontare una realtà tanto varia e interessante.
Profili diversi e, allo stesso tempo accomunati da tante sfumature, profili di donne che tentano di volgere al femminile la realtà che vivono, comuni, quotidiani, vicini.
In questo primo numero vorrei dare voce a quattro donne, diverse per età e condizione, alle quali ho chiesto come si vedono nel tempo che passa, come si immaginano guardando avanti di dieci anni, come vedono e come desiderano il ruolo della donna nella società e, soprattutto, nel mondo del lavoro.
Buoni incontri!

“Tra dieci anni avrò 29 anni. Mi immagino con un lavoro, che mi figuro sarà l’aspetto della mia vita a cui terrò di più. Il mio lavoro sarà collegato con ciò che oggi sto studiando, quindi nell’ambito dell’informatica. Immagino anche di avere una persona accanto, un compagno (non un marito!) che mi comprenda per ciò che sono e con cui vivere. Tra dieci anni la mia famiglia sarà sempre importante per me, parte integrante della mia vita.
Nel futuro uomini e donne non avranno gli stessi ruoli nella società. Le donne dovranno sempre togliere tempo al lavoro per occuparsi della famiglia e questo, secondo me, non è negativo, ma naturale. Quindi non desidero che questo aspetto della società cambi.
In quanto donna, per il mio futuro desidero semplicemente avere normalità, tutto ciò che banalmente e felicemente si sogna fin da piccoli.
Penso che essere donna non sia un limite e che la parità non possa esistere, per il semplice fatto che uomini e donne sono diversi. Le donne hanno già un ruolo molto attivo e vincente, soltanto l’hanno in campi diversi da quelli degli uomini”.

“Come mi vedo nel futuro? Ti posso dire come spero di essere, poiché ‘del doman non c’è certezza’, soprattutto con i tempi che corrono. Oppure ti posso dire come ho paura di essere. La discriminante fra le due ‘forme di essere’ è, dal mio punto di vista, il lavoro. Se, come spero, avrò un lavoro non dico remunerativo, ma per lo meno stabile (leggi: un contratto a tempo indeterminato), mi vedo sposata e con due figli. Mi vedo mamma lavoratrice, insomma. Immagino il mio lavoro gratificante e utile, decoroso e creativo. Immagino di lavorare alla pari con colleghi maschi, senza timore di essere prevaricata, sostituita o licenziata nel caso di maternità o malattia. Vorrei che il duplice ruolo di mamma e donna lavoratrice, e per questo doppiamente produttiva, fosse riconosciuto: non intendo ricevere medaglie al valore, ma solo essere sostenuta e rassicurata dal mondo del lavoro in tale duplice impegno.
Se il lavoro ci fosse ma fosse precario, così come è adesso, allora come mi vedo? Come mi vedono gli altri? Saremo tutti sulla stessa barca o mi dovrò sentire ripetere all’infinito che ho fatto delle scelte di studio, di vita, di impegno sbagliate, e che era meglio se avessi fatto, se avessi scelto, se non avessi fatto, se non avessi scelto… Dovrò sentirmi dire ancora una e poi mille volte ‘te l’avevo detto?’.
Ecco cosa significa, secondo me, la dignità del lavoro: potersi sempre dire fieri delle scelte di vita, e quindi lavorative, che si sono fatte, perché tali scelte hanno portato ai risultati sperati: stabilità, indipendenza, gratificazione, libertà di scelta”.

“Dal mio punto di vista la donna deve essere attiva e integrata nella società e non solo considerata una parte: i due sessi devono essere interscambiabili. La donna ha la propria identità, è diversa da quella maschile. Nella nostra società non c’è niente di femminile, né una filosofia, né una religione, né una politica, né una linguistica e la donna viene utilizzata dalla società come un bene domestico vedi veline, letterine in tv… Non condivido assolutamente l’utilizzo del corpo femminile come oggetto e propaganda.
Io sono una donna lavoratrice e soddisfatta del lavoro che ho scelto e cerco di assumermi le mie responsabilità per cercare di modificare e cambiare così l’atteggiamento culturale che riguarda le donne disabili. Spero, in futuro, avendo investito nello studio tanto tempo, di poter continuare lo stesso lavoro però magari con una remunerazione più sicura e più gratificante. Io mi sento una persona attiva all’interno della società e in futuro auspico che ci sia un cambiamento che ci possa portare ad avere più pari opportunità, dimostrando così le nostre capacità quali ad esempio, il saper mediare, essere contro la violenza, essere più sensibili…
In futuro penso che il valore dell’uomo e della donna non debbano essere pesati su una bilancia come parità, ma che la donna possa esprimersi nella sua pienezza, possa dar voce ai suoi diritti che ancora oggi non sempre vengono riconosciuti, possa riconoscere i suoi doveri e possa far conoscere la loro grande energia.
Con tutta la voglia di vita che possiedo voglio invitare tutte le donne, soprattutto le giovani, ad avere fiducia nel futuro, però devono impegnarsi a considerare molto di più alcuni valori fondamentali per il rispetto della persona.
Finché alcune donne useranno il loro corpo come mezzo per avere successo o carriera o altro, non si riuscirà a fare emergere il nostro pensiero che è certamente paritario a quello maschile ma che, a volte, viene considerato inferiore a causa di questi comportamenti.
Il mio punto di vista è che occorre avere tanta fiducia ma ci vuole anche l’impegno di dimostrare, creare, fare, e se ognuno in questo puzzle ci mette la sua parte il mondo andrà avanti meglio”.

“Beh, dal momento che ora ho 63 anni, direi che andando avanti tenderò a invecchiare! Tuttavia non è questo che mi spaventa, ma il timore di non riuscire a realizzare tutto quello che vorrei. Mi piacerebbe infatti continuare nel mio progetto di scrittura-ricerca per la conservazione della memoria femminile, dedicare ancora più tempo alla lettura, agli/alle amici/che, ai miei cari, ai luoghi del mio cuore, alla bellezza della natura e dell’Italia in generale… E ancora? Un altro sogno? Cantare in un coro! Ma temo che ormai la voce non sarebbe più limpida.
Per il mio futuro desidero conservare la mia salute e le molte energie che mi permettono di vivere a modo mio, senza poi dimenticare la serenità con cui vivo la mia vita familiare.
Per tutte le donne, invece, mi auguro un futuro di maggiore consapevolezza della dignità di ciascuna. Ritengo infatti che molta sia la strada che abbiamo percorso nella conquista dei diritti e della coscienza di genere, ma ora si stanno affacciando nuove realtà che ci vengono da altri paesi con le quali tutte ci dobbiamo confrontare. Non possiamo dimenticare il passato nostro e delle nostre madri, per cui è necessario che ci attrezziamo per rendere visibili disagio e condizioni altre: trovare canali, inventare strategie, aprire dialoghi con quelle culture e religioni che costringono le donne in situazioni di sudditanza. Dunque, ancora un cammino lungo e faticoso per le donne.
Sono tuttavia convinta che le donne del futuro vivranno il loro essere-donne come un valore aggiunto, che andrà ben oltre la parità tanto decantata dai governi e mai considerata. Sarà questa certezza a dare ancora più forza al loro agire”.

Essere, semplicemente essere, è una sfida

a cura di Roberto Parmeggiani, educatore e scrittore

Entriamo nella stanza.
Ci togliamo le scarpe.
Ci sediamo in cerchio.
Bruno (il regista) ci chiede perché abbiamo scelto di frequentare un laboratorio teatrale.
C’era chi era lì per la seconda o terza volta, chi per la prima si cimentava col teatro, chi aveva seguito il fidanzato o l’amico… Insomma una varia umanità disposta a investire una sera a settimana per…
Ecco Bruno, per fare cosa?
Bla bla bla il corpo bla bla bla il gruppo bla bla bla l’identità.
Il laboratorio si svilupperà dal diario in cui Ahmed racconta ciò che ha cessato di essere, il viaggio di ritorno da se stesso cominciato il giorno della sua nascita, anzi il giorno in cui il padre e la madre suggellarono il patto del segreto: il nascituro sarebbe stato un maschio anche se fosse nata una bambina. E Ahmed, per sua sventura, nacque proprio femmina.

15 aprile. Ho dato abbastanza da parte mia. Adesso cerco di risparmiarmi. Per me è stata una scommessa. L’ho quasi persa. Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è un’illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa. Essere, semplicemente essere, è una sfida. Sono stanco e stanca. Se non ci fosse questo corpo da riaccomodare, questa stoffa consunta da rappezzare, questa voce ormai grave e arrugginita, questo petto esausto e questo sguardo ferito, se non ci fossero questi spiriti ristretti […] se non ci fosse l’asma che affatica il cuore e questo kif che mi allontana da questa stanza, se non ci fosse questa tristezza profonda che mi insegue… Aprirei queste finestre e darei la scalata ai muri più alti per raggiungere la cima della solitudine, la mia sola dimora, il mio rifugio, il mio specchio e la strada dei miei sogni.
(Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia)

Ahmed, nostra guida in questo viaggio-laboratorio, è simbolo dell’identità vietata, dell’impossibilità di essere ciò che si dovrebbe essere. Ha due facce ma nessun viso, ha due modi di camminare ma nessuna strada da percorrere, ha due stili di amare ma nessuno da abbracciare.
Ha una sola fedele compagna: la solitudine.
Chissà se Ahmed è esistita davvero, tutti coloro che ascoltano la sua storia se lo chiedono.
È un romanzo il suo, una storia senza tempo, il contrasto tra ciò che la natura propone e ciò che l’uomo dispone. È una storia di fantasia ma, come spesso accade, la realtà supera l’immaginazione, e per questo, guardandosi attorno, sono tante le storie realmente accadute, in cui la vera personalità e identità sessuale di una persona viene repressa, mutilata, condizionata, disturbata, violata, impedita, inventata e chi più ne ha più ne metta.
Per noi del laboratorio, il tentativo di sperimentare l’imposizione e l’assunzione di un diverso modo di essere, è stato piuttosto impegnativo. Entrare in contatto con la nostra identità di genere, prendere coscienza del proprio corpo, di quali parti di esso e di quali movimenti era necessario modificare per poter assumere, in modo credibile, l’identità opposta stando attenti a non cadere nei classici stereotipi, è stato difficile, abituati come siamo a poterci esprimere in libertà.
O forse no?
Forse solo a credere di poter esprimere in libertà ciò che siamo.
Quello dell’identità, in effetti, è una delle grandi sfide dei nostri tempi.
Una sfida che travolge non solo la dimensione più intima di ogni persona ma anche la sfera dei diritti e dei doveri.
Le necessarie lotte delle femministe hanno messo in atto un processo che progressivamente ha sdoganato la donna da una serie di ruoli-prigione (dai quali però sembra non vogliano distaccarsi mai del tutto); parallelamente l’uomo si è trovato disorientato, in bilico tra ruoli professionali, affettivi e familiari, in ricerca di un proprio modo di essere uomo, di una propria identità maschile, di nuove modalità di comportamento condivise. A questo aggiungiamo la messa in discussione della dualità eterosessuale, dovuta alle continue incursioni culturali della parte omosessuale.
Madre di tutte le differenze è, in effetti, questa tra maschile e femminile.
E padre di tutte le sfide quella di non omologare, cadendo in un individualismo che invece di accettare e valorizzare le differenze le elimina, le nega, le considera un limite.
Assicurare la libertà dell’espressione e della manifestazione della propria diversità è diritto essenziale sia perché la persona possa avere uno sviluppo affettivo e intellettivo sano sia per garantire i diritti basilari sanciti da tutte le costituzioni democratiche.
Non solo sfide, quindi, ma anche rischi.
Da una parte, come ancora troppo spesso accade, quello di negare la vera identità della persona definendo i ruoli a priori, senza tener conto delle specificità di quell’essere umano, senza lasciare spazio alle sfumature interne a ogni genere. Finiamo cosi per crescere tanti Ahmed, esseri umani insoddisfatti della propria esistenza perché costretti a vivere un’identità che percepiscono come un corpo estraneo.
Dall’altra parte, cosa di cui invece non siamo molto coscienti, il rischio di considerarci liberi quando liberi non siamo. Condizionati da una cultura (di mercato) che definisce, oltre ai nostri bisogni, anche le modalità della nostra libertà di espressione: se mi vesto/penso/compro così vuol dire che appartengo a questa categoria, se invece mi vesto/penso/compro cosà appartengo a quell’altra… Finiamo per accettare di vivere in gabbie dorate. Anche Ahmed “liberamente” (pensava lei) decise che avrebbe vissuto una vita da maschio, con tutti gli onori che la sua cultura riservava ai primogeniti, ma si accorse ben presto che era una libertà illusoria perché non legata alla sua verità bensì a quella imposta dal padre.
Tra questi due rischi si deve collocare il cammino di un’educazione che desidera condurre alla vera libertà, quella che ti permette di valorizzare le specifiche differenze di ognuno.
Una pratica educativa che, parafrasando Claudio Imprudente, possa far suo il concetto di diversità svincolandolo dal territorio dell’handicap e affini, per traghettarlo nel mondo dell’educazione, rendendolo cardine di un nuovo modo di valorizzare la persona nella sua complessità, agevolando la possibilità di fare le cose, vivere le esperienze e stare nelle relazioni con un “modo proprio”: infine poter diventare ciò che si è.

La violenza del mio paese è anche in questi occhi chiusi, in questi sguardi distolti, in questi silenzi fatti più di rassegnazione che di indifferenza. Oggi sono una donna sola. Una donna sola e già anziana. Con i miei venticinque anni compiuti. Due vite con due modi di sentire e due volti, ma gli stessi sogni, la stessa profonda solitudine […] Non c’è più nulla che mi trattiene, ho soltanto un po’ paura di quello che sto per intraprendere; ho paura perché non so esattamente ciò che farò, ma sono decisa a farlo. Effettivamente avrei potuto restare rinchiusa in questa gabbia dove do ordini e da dove dirigo gli affari di famiglia. Avrei potuto accontentarmi del mio stato di uomo potente e quasi invisibile […] Ma la mia vita, le mie notti, il mio respiro, i miei desideri, le mie voglie sarebbero stati condannati. Ho, da allora, orrore del deserto, dell’isola deserta, della casetta isolata nel bosco. Voglio uscire, vedere la gente, respirare i cattivi odori di questo paese e allo stesso modo i profumi dei suoi frutti e delle sue piante. Uscire, essere spinta dalla gente, stare tra la folla e sentire che una mano d’uomo mi accarezza maldestramente il culo. Per molte donne è estremamente sgradevole, ma le cattive maniere, i gesti volgari, possono talvolta avere un po’ di poesia, giusto quel che ci vuole per non prendersela.
(Ibidem)

Uscire da se stessi.
Partire senza mettere ordine e tuffarsi in qualcosa di poco chiaro ma che è necessario affrontare. Liberare la farfalla che vive dentro l’elefante e riappropriarsi della propria identità diventando così protagonisti di un processo culturale che, spostando l’attenzione dall’ambito individuale a quello collettivo, si impegni per assicurare diritti ancora non garantiti, non solo attraverso leggi specifiche quanto attraverso un reale e concreto cambiamento nei pensieri, nelle parole e nelle opere.
Con un solo avvertimento: cosa succederebbe se dopo aver liberato la farfalla, imprigionassimo l’elefante al suo interno?
Il cambiamento sarebbe solo apparente e il valore della diversità, ancora una volta, finirebbe relegato in vecchi schemi.
E Ahmed? Nessuno lo sa, la sua storia si perde nella sabbia, come il suo diario…
Io deposito qui davanti a voi il libro, il calamaio e il portapenne perché è arrivato il momento che una storia nuova, diversa venga scritta.