Nell’uscita di marzo 2005 di “HP-Accaparlante”, avevamo tentato di accendere i riflettori su un’istituzione comunitaria poco nota: l’Intergruppo della Disabilità presso il Parlamento Europeo, nel quale europarlamentari di diverse nazionalità e appartenenze politiche lavorano fianco a fianco per la promozione dei diritti e il miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilità. L’Intergruppo, istituito nel 1980 (tra i primi in assoluto del Parlamento Europeo), ha la segreteria presso l’European Disability Forum, l’organizzazione indipendente rappresentativa delle persone con disabilità e delle loro associazioni a livello europeo, allo scopo di garantire una stretta interfaccia tra rappresentanti e rappresentati.
Sei anni fa, anche grazie alle interviste concesse dai due membri italiani Marta Vincenzi (oggi Sindaco di Genova) e Antonio De Poli, erano emerse alcune caratteristiche dell’Intergruppo: lo spirito di collaborazione tra membri di diverse nazioni e gruppi parlamentari (a differenza di quanto avviene nelle commissioni), l’esempio della battaglia vinta nel 2001 dal presidente Richard Howitt in materia di accessibilità degli autobus urbani, l’impegno allora in corso per una direttiva “orizzontale” contro la discriminazione.
In questi anni, molto è cambiato, e non solo perché le nuove elezioni dell’Europarlamento hanno imposto di rinnovare la composizione dell’Intergruppo: le bocciature sulla Costituzione Europea da parte dei cittadini di Francia e Paesi Bassi nel maggio/giugno 2005 hanno imposto uno stop alle politiche di integrazione continentale e avviato un loro ripensamento, che non può dirsi concluso dal Trattato di Lisbona del 2007; la crisi economica iniziata nel 2008 sta mettendo a repentaglio la stabilità finanziaria di diversi Paesi membri, e in discussione la tenuta dell’Euro; con le elezioni del 2009 si è rafforzata nel Parlamento Europeo la componente euroscettica o apertamente nazionalista, talora con venature di estrema destra (si pensi al British National Party). Recentemente, la Commissione Europea ha approvato la Strategia Europea sulla Disabilità 2010-2020, che definisce il quadro per le azioni in materia in questo decennio. Come si sta muovendo il nuovo Intergruppo della Disabilità in questo contesto non semplice? Abbiamo cercato di fare il punto con l’aiuto, anche questa volta, di due membri italiani dell’Intergruppo di differente appartenenza politica: Debora Serracchiani (PD – Gruppo Socialisti & Democratici) e Claudio Morganti (Lega Nord – Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia), che è anche uno dei vicepresidenti dell’Intergruppo.

Un presidente non comune, un’azione condivisa
Il nuovo Intergruppo della Disabilità si compone di 98 europarlamentari – in calo, va segnalato, rispetto ai 111 della precedente legislatura, ma sempre l’intergruppo europeo più popoloso. Dal momento che l’adesione è volontaria e legata a un particolare interesse per la tematica, ci si potrebbe attendere che i gruppi più numerosi siano quelli dei Paesi più avanzati in materia di integrazione sociale delle persone con disabilità, ma il quadro risulta più complesso: la nazione con il gruppo più nutrito è l’Ungheria con ben 14 europarlamentari (oltre la metà di tutta la rappresentanza a Strasburgo!), seguita dal Regno Unito con 13, dalla Grecia con 12 e dall’Italia con 10 – si segnalano anche i soli 2 rappresentanti per la Francia e la totale assenza di un rilevante “nuovo Stato membro” come la Polonia.
Alla presidenza dell’Intergruppo è stato eletto per acclamazione Adam Kosa, giovane europarlamentare ungherese che, insieme al collega francese Philippe Juvin, è il primo membro sordomuto nella storia del Parlamento Europeo. Kosa, avvocato 36enne e Presidente del FESZT, il Consiglio Nazionale ungherese delle organizzazioni di persone disabili, ha tenuto il 15 luglio 2009 il primo intervento in linguaggio dei segni che l’Europarlamento abbia mai ospitato, e continua a battersi per un più esteso riconoscimento delle lingue dei segni in Europa.
I parlamentari europei che fanno parte dell’Intergruppo sembrano più uniti dalla propria sensibilità per il tema della disabilità che divisi dalle differenti appartenenze politiche e nazionali: Morganti rileva che “i membri che lo compongono hanno tutti uno spiccato interesse per la materia, e cercano di agire al meglio, indipendentemente da condizionamenti vari, per cercare di essere il più possibile utili alla causa che hanno a cuore”. Al contempo, l’attività dell’Intergruppo dipende molto dall’impegno (e dagli impegni) dei suoi membri, e dall’altro dalle capacità di stimolo degli altri organi comunitari – è sempre Morganti ad affermare che “siamo soggetti anche a un maggiore o minore coinvolgimento a seconda della Presidenza UE di turno, e questo non ci agevola molto, poiché ci sono presidenze molto attive e altre un po’ più lassiste (come purtroppo quella ungherese del primo semestre 2011)”.

Le vie all’integrazione
Su quali linee si sta muovendo la legislazione dell’Unione Europea cui l’Intergruppo sta fornendo importanti contributi? Da un lato, rimangono al centro i concetti tradizionali di “accessibilità” e “non-discriminazione”: la Strategia Europea sulla Disabilità 2010-2020 si dichiara “incentrata sull’eliminazione delle barriere” in 8 ambiti. Ad esempio, parlando di diritto alla mobilità (tema al centro delle campagne dell’European Disability Forum nel 2011), Serracchiani segnala che “ci sarà prima uno studio che identificherà le barriere che limitano le persone a mobilità ridotta nell’uso di mezzi di trasporto o nell’accesso ai servizi pubblici. Lo studio fornirà le basi per lo sviluppo di una nuova legge europea sugli standard di accessibilità”. L’obiettivo finale in questo senso può essere lo “statuto dell’Unione sulla disabilità” che secondo Serracchiani è stato concordato tra Presidente dell’Intergruppo e Presidente del Parlamento Europeo, e che porterà a incontri biennali tra gli organismi dell’Unione per analizzare le sfide che rimangono da raggiungere per le persone disabili, o in altro senso una “Legge Europea sulla Disabilità” che stabilisca in tutti i campi gli standard minimi di accessibilità.
In altre attività degli organismi europei emerge tuttavia una linea guida sottilmente differente, implicitamente descritta da Morganti quando afferma: “vado molto fiero del fatto che oramai, in ogni discussione e provvedimento relativo al Bilancio dell’Unione europea, si faccia riferimento e si tenga conto delle necessità e peculiarità delle persone con disabilità: era un
impegno che mi ero assunto in qualità di vice-presidente dell’Intergruppo e Membro
effettivo della Commissione Bilancio del Parlamento europeo, e devo dire che ciò sta
funzionando”. Le esigenze delle persone con disabilità non sono quindi, almeno in alcuni casi, oggetto di norme e indicazioni specifiche, quanto integrate nella legislazione relativa a tutti gli ambiti che possono incidere su di esse – a partire, appunto, dalla destinazione delle risorse economiche comunitarie.
La differenza tra questi due approcci può apparire molto sottile, e probabilmente spesso lo è; un esempio può tuttavia essere significativo. In un’interrogazione alla Commissione Europea del 4 febbraio 2011 sul tema del diritto al lavoro, Morganti rileva “un drastico calo dell’occupazione delle persone con disabilità, nonché una scarsissima attività ispettiva e di controllo per valutare il rispetto delle regole in materia”, e chiede alla Commissione interventi più incisivi e dati sull’inserimento lavorativo nei diversi Stati europei. La risposta del Commissario Viviane Reding del 6 aprile conferma che “per le persone disabili la situazione del mercato del lavoro è sfavorevole in molti Stati membri e non è migliorata negli ultimi anni”, e rinvia a una serie di azioni proposte nelll’allegato alla Strategia 2010-2020. È però possibile chiedersi (e su questa rivista la domanda è già stata posta) se sia più efficace proporre iniziative specifiche sull’occupazione delle persone con disabilità, o piuttosto tentare di incidere sull’intero mercato del lavoro, per renderlo più accogliente (anche) per chi, essendo in situazione di handicap nel contesto di partenza, cerca di inserirvisi o di rimanervi.

Il piano nazionale e quello culturale
Un vincolo inevitabile all’efficacia delle attività dell’Intergruppo è legato al suo innestarsi in un processo decisionale europeo che, anche a causa delle battute di arresto all’integrazione prima citate, si rivela poco incisivo. Morganti non esita ad asserire che “l’Europa è per antonomasia il luogo del compromesso estremo, e quindi quasi tutte le decisioni si cerca di prenderle col massimo consenso possibile, magari a volte a scapito di una maggiore incidenza”. Forse ancor più rilevante è il fatto che le scelte adottate a livello europeo si traducono in provvedimenti concreti solo una volta recepite da leggi nazionali: è sempre Morganti a ricordare, a proposito della Strategia 2010-2020, che “in numerosi ambiti si dovrà agire seguendo il cosiddetto ‘metodo di coordinamento aperto’, ovvero che all’Unione europea spetta solamente la gestione e appunto il coordinamento delle politiche, e quindi sta ai diversi Stati membri implementarle nel migliore dei modi”. È pur vero che “il legiferare europeo ed italiano vengono necessariamente a contatto nell’implementazione delle norme comunitarie, e quindi i due processi diciamo che si fondono e si completano”, ma i meccanismi istituzionali attualmente in vigore rischiano di annullare o rallentare molto quel “traino virtuoso” con cui l’Europa potrebbe promuovere le migliori prassi nei vari Paesi, in materia di condizioni di vita delle persone con disabilità, elevandole a standard da rispettare in tutto il territorio dell’Unione – invece, secondo Serracchiani, “anche in questo, come in quasi tutti gli altri ambiti, la molteplicità degli ordinamenti e delle tradizioni dei vari Stati si riflette in una pletora di diversità”.
Anche per queste ragioni, l’esito dell’azione politica a livello europeo (e dello stimolo a essa portato dall’Intergruppo) va rilevato non solo nella definizione di regole giuridiche a favore delle persone disabili, quanto nella promozione di una cultura realmente e diffusamente inclusiva. Le differenze a livello europeo sono ancora marcate: se Morganti nota che a Bruxelles “molto è stato fatto per agevolare al meglio la vita delle persone disabili” in materia di mezzi di trasporto pubblici o di rispetto degli scivoli per carrozzine, Serracchiani avverte che “è sufficiente fare caso al numero di carrozzine che si vedono in strada per dedurne la maggiore o minore accessibilità di una società ai disabili: in Italia ne vediamo pochissime”. La concentrazione su un orizzonte culturale di lungo periodo non costituisce uno scarico di responsabilità per gli europarlamentari, ed anzi impone loro un impegno ancor maggiore perché mirato a cambiamenti profondi e duraturi, in un intreccio complesso con le diverse realtà sociali così espresso da Serracchiani: “la scuola è la madre dei grandi cambiamenti di lungo termine. Le campagne di sensibilizzazione sono certo utili, ma solo una radicata cultura dell’integrazione e del rispetto può modificare la vita dei disabili. In questo la politica ha una grandissima responsabilità, perché ci deve credere e investire, anche se forse non c’è consenso immediato”.

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