“Il mio disinteresse verso i prodotti finiti e 

le ‘affermazioni definitive’ illustra quest’idea”.

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 39)

Il perimetro

“Sto sperimentando fisicamente il perimetro di un certo spazio. Dopo che ho segnato un certo spazio e creato un bordo, o dei confini, sono fisicamente consapevole dei miei limiti. Ho creato i miei confini e il mio spazio. Poi inizio a lavorare da una certa area e ci costruisco sopra finché ho riempito o preso in considerazione tutto lo spazio precedentemente delineato”.

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 37)

Niente, come il concetto di limite, può descrivere meglio l’arte di Keith Haring.

Limite come spazio circoscritto, come contenitore, come opportunità.

A partire dalle esperienze artistiche che vedono Haring riempire di disegni le metropolitane newyorchesi. 

“Non ricordo come ho iniziato a fare disegni nella metropolitana. Ricordo quando ho iniziato, ma non il perché. Ricordo solo un pannello perfettamente vuoto che sembrava il posto ideale per realizzare un disegno così ho comprato un gessetto e mi sono messo a disegnare”.

(Christina Clausen, L’universo di Keith Haring, documentario, Italia, Francia 2007)

Quasi come se l’atto fosse più importante del contenuto, un’energia incontenibile lo spingeva a riempire quegli spazi vuoti con segni semplici ma che catturavano l’attenzione dei passanti.

Nel pubblico e nella verifica immediata del valore del suo lavoro si trova una delle motivazioni che lo muovono a continuare nonostante il rischio di venire arrestato o multato.

Le persone che incontrava per strada o in metropolitana, in fondo, difficilmente entravano in un museo, in questo modo Haring riusciva a portare il museo da loro, allargando il limite della fruizione artistica.

Alle persone che gli chiedevano perché lo facesse rispondeva che non era per soldi bensì perché tutti potessero goderne.

Quel disegno, in fondo, riempiva un vuoto, fisico e culturale.

Il rapporto con il pubblico rimase sempre l’orizzonte della sua arte.

“Definire la mia arte equivale a distruggerne lo scopo. L’unica definizione legittima è la ‘definizione individuale’, l’interpretazione individuale, un’unica risposta personale che può solo essere considerata in quanto opinione. Nessuno sa qual è il significato definitivo della mia arte perché non c’è”. 

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 36)

Le opere di Haring si possono coniugare solo alla prima persona singolare.

Parlano un linguaggio universale, comprensibile a tutti però in modo assolutamente personale, soprattutto perché, come dice lui, la sua arte non ha significato se non quello che ognuno di noi gli attribuisce.

Attraverso le sensazioni provate, l’identificazione o il rifiuto dei modelli proposti e per ciò che producono negli spettatori che le guardano.

“I miei dipinti, di per sé, non sono importanti come l’interazione tra le persone che li vedono e le idee che portano con sé quando non sono più in presenza del mio lavoro – i pensieri e le emozioni che ho provocato in loro come risultato del loro contatto coi miei pensieri ed emozioni visti attraverso la realtà fisica di immagini/oggetti”.

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 39)

Rischiando a modo suo

L’evoluzione artistica di Keith Haring è descritta, involontariamente, nei diari nei quali raccoglie pensieri e riflessioni. È tra quelle parole che l’ho incontrato e conosciuto, che ho cominciato ad amare il suo modo di essere artista, i suoi dubbi e le sue affermazioni, è lì che ho seguito, con interesse da esploratore, il tema del limite come filo conduttore della sua vita.

Prova ne è anche ciò che scrive nel 1977 e che apre la collezione dei suoi diari.

Dopo aver scorrazzato in autostop per tutta l’America, torna a Pittsburgh e si iscrive all’università per poi, poco dopo, trasferirsi a New York.

Scrive, il 29 aprile 1977: “Questo è un momento triste… è triste perché sono di nuovo confuso, o forse dovrei dire ‘ancora’? Non so quello che voglio né come ottenerlo. Mi comporto come se sapessi quello che voglio e sembra che mi stia muovendo rapidamente in direzione della meta, ma quando arrivo al punto non so neppure cosa sia. Credo che dipenda dalla paura. Ho paura di sbagliare. E credo di aver paura di sbagliare perché mi confronto continuamente con gli altri, con le altre esperienze, con altre idee. Invece dovrei guardare a tutte queste cose in prospettiva, senza far paragoni. Continuo a mettere la mia vita a confronto con un’idea o un modello di vita completamente diverso. Invece dovrei fare affidamento alla mia vita soltanto, perché ogni esistenza ha aspetti positivi e negativi. Ognuna è autonoma, l’unico merito di chi si è guadagnato la mia ammirazione o ha suscitato in me il desiderio di imitarlo è stato quello di avere corso un rischio, rischiando a modo suo. È cresciuto attraverso diverse situazioni e ha toccato picchi di felicità e infelicità. Se cerco continuamente di modellare la mia vita su quello di qualcun altro, finisco per sprecarla riproducendo le cose per puro e vacuo spirito di accettazione. Ma se vivo la vita a modo mio e faccio in modo che gli altri [artisti] mi influenzino solo come riferimenti esterni o come punti di partenza, posso costruire una consapevolezza ancora maggiore invece di restarmene qui inattivo”.

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 3)

Il rischio, come limite da affrontare, sul quale correre per superarlo e dimostrare la propria unicità, facendosi influenzare senza copiare. Le forti amicizie che Haring ha instaurato con Andy Warhol, Basquiat e molti altri artisti della scena underground newyorchese, pittori o graffitari, musicisti o breaker, insomma chiunque potesse fornirgli uno stimolo creativo sono il segno di una continua ricerca di relazione e difesa dell’autonomia, di dipendenza ma anche di un forte bisogno di libertà. Sensazioni contradittorie dell’uomo Haring, che rappresentano la colonna vertebrale, l’ossatura sulla quale si costruisce l’Haring artista.

Lo “Sperma demonio”

L’AIDS colpì anche lui.

Negli anni ’80 tutti avevano a che fare con la “malattia del sesso”, direttamente o indirettamente.

Keith Haring era figlio legittimo di quegli anni e non si era mai risparmiato, tantomeno nel rapporto con le droghe e una certa libertà sessuale.

Finì per avere un confronto diretto con il vero limite che ognuno di noi deve affrontare, la morte.

Fin dalla nascita tutti noi sappiamo che prima o poi moriremo, però è come se ne diventassimo realmente consapevoli solo nel momento in cui leggiamo la data di scadenza.

È per questo che gli ultimi lavori dell’artista si pongono l’obiettivo di informare rispetto al tema della malattia. Terrore, paura, rischio, “non può più esistere il sesso anonimo” dice.

Sintesi di una vita, questo periodo esplicita la caratteristica che più mi affascina di Haring, la sua generosità, il suo essere tutto, per tutti. Generoso nel regalare disegni, nel donare il suo tempo, nel pensare all’altro, pubblico o individuo. Generoso nel non chiudersi nel suo limite ma nel renderlo sempre più ampio e accogliente.

“Dopo averci scioccato per salvarci, Haring combatte la depressione con un lavoro forte e commovente… sfida il terrore. Ci mostra che la continuità va cercata nello spirito della sua arte e non nel suo corpo destinato a morire”.

(Keith Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. XXV)

Generoso anche nei doni che ci fa.

Non lui al centro bensì la sua arte, le sue opere, le sue idee, le sue intuizioni.

E un pensiero lungo e largo, che parte da ieri e arriva a domani, che si occupa dell’altro e che rende eterna, illimitata, la sua vita.

“Giunto a questo punto, c’è qualcosa che avresti voluto fare e non hai fatto?

Sì: dei disegni sulla sabbia. Disegni nel deserto. Disegni come quelli nelle Ande. Li saprei fare bene. E un parco per bambini… Ho dato vita a una fondazione che avrà abbastanza denaro per costruirlo. È un dono che voglio fare a tutti i bambini di New York”.

(Keith Haring, L’ultima intervista, Milano, Abscondita, 2010, p. 84)

Un conto è amare un artista e scrivere di lui.

Un altro è scrivere di lui e, per questo innamorartene.