Ancora una volta lo spunto di riflessione mi viene suggerito da un fatto di cronaca. “Non vorrei mai che mio figlio vedesse bambini handicappati, potrebbe rimanere traumatizzato”, questo avrebbe detto una mamma, giornalista, ad alcuni colleghi, parlando del figlio che frequenta l’asilo nido. Sì, l’asilo nido: nell’età, dunque, in cui si è vere e proprie “spugne”, che raccolgono tutte le informazioni e gli stimoli nuovi che provengono dal mondo circostante. Quella dovrebbe essere l’età migliore per imparare la convivenza col “diverso”, per farlo divenire “normale”. Nel modo più naturale che esiste, ovvero nel processo di apprendimento del mondo circostante di un bambino piccolo. Io stesso vedo come i figli dei miei amici, in mia presenza, si divertano in modo del tutto spontaneo ad arrampicarsi sulla mia carrozzina, sulle ruote, non mostrando il minimo stupore o imbarazzo per la mia “trasparente diversità”, anzi, comportandosi con una tale spontaneità che conferma le teorie rousseauiane del “buon fanciullo”. Questi bambini percepiscono la diversità come una semplice caratteristica, senza darne un giudizio di valore. Solo col tempo, la vita in una società che ne condiziona il giudizio li porta a formulare categorie differenti, che li conducono a una classificazione più superficiale di categorie diverse di individui. Non credo che, in questo caso, si tratti della volontà di una madre di risparmiare traumi al figlio. Sono paure profonde, dovute, come lo sono molte paure immotivate, all’ignoranza. Questa mamma tenta di esorcizzare qualcosa che teme, probabilmente perché non lo conosce. Ritengo che si possa definire una forma di vergogna alla Sartre. In una società che ci impone il falso mito della perfezione, estetica e non solo, l’uomo non si scontra più solo con la propria coscienza, ma con una forma di coscienza collettiva. È il confronto con uno stereotipo artificiale che ci causa timore, senso di inadeguatezza, paura per tutto ciò che si discosta dal canone socialmente riconosciuto. La vergogna di sé e del prossimo può essere costruttiva se giustificata da un comportamento che si scontra con la nostra coscienza, che è quella che governa il nostro agire retto. Certamente, per non farci fuorviare, la coscienza deve essere correttamente istruita, altrimenti diviene un metro di giudizio dell’azione completamente falsato. Ma se la coscienza è retta, essa giudica per il meglio. Quando, invece, la nostra coscienza incontra il giudizio altrui, se è debole e poco allenata al giudizio proprio, si fa fuorviare da una serie di timori. Come dice Sartre, l’Altro irrompe con forza offuscando l’orizzonte libero dell’Io, della coscienza riflessiva. “Con l’apparizione di altri, sono posto in condizione di portare un giudizio su me stesso come su un oggetto, perché come oggetto mi manifesto ad altri”. La vergogna per Sartre è dunque riconoscimento: “Io riconosco di essere come altri mi vede”. Guardando con gli occhi di un bambino, invece, capiremmo davvero come la diversità non sia percepita come un limite dall’uomo, per sua natura. La diversità è quanto di più innato possa esserci: se pensiamo alla natura, vediamo come la biodiversità sia stato l’elemento che ha garantito cibo ed energia in tante zone della Terra, permettendo di salvaguardare specie vegetali e animali che, altrimenti, l’appiattimento genetico avrebbe reso deboli e portato all’estinzione. Anche il linguaggio che, pian piano, i bambini apprendono, favorisce il definirsi del concetto di diversità. Infatti, un linguaggio diverso è espressione anche di una diversa visione della vita. Nella Bibbia, per dire che Adamo riceve da Dio il dominio sulle altre creature terrestri, si legge: “Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui” (Genesi 2:20-21). Anche nell’antica Grecia il nome aveva un significato particolare. Nominare le cose significava dare ordine al mondo, conoscere le cose, classificare i concetti. Le divinità si potevano invocare solo se se ne conosceva il vero nome. Nell’Antico Testamento Dio non è nominabile, proprio perché non è conoscibile, l’uomo non può “farlo suo”. Gesù cambia il nome di Simone in Pietro, quando questi diviene suo Apostolo. Ancora oggi, anche in alcune zone d’Italia, si usa chiamare le persone con un nome che non è lo stesso di quello registrato all’anagrafe, per “ingannare” gli spiriti malvagi, invidiosi della felicità umana. Dunque, quando un bambino impara il nome che viene comunemente dato alla disabilità, allora ne percepisce l’esistenza. Finché non gli si impone un nome per definire la diversità, anche se percepita, il fanciullo non la considera comunque come qualcosa di anomalo. Anche perché, nei termini generici di “disabilità” e di “handicap” c’è un mondo intero di diversità. Raramente una disabilità viene chiamata col suo nome, proprio perché, appunto, non la si conosce. Si generalizza, segno di grande superficialità nell’approccio. Ogni persona è diversa, ma lo è anche ogni disabile: nessuno ha le stesse caratteristiche di un altro, sia esso “normodotato” o affetto da handicap. Dunque, che radici ha lo “scandalo” visto da questa mamma? Skàndalon significa ostacolo, inciampo. Per questa mamma l’handicap del compagno di asilo del figlio costituiva evidentemente un ostacolo morale. Nell’antica Roma, la pietra dello scandalo si trovava di fronte alla porta maggiore del Campidoglio. Dovevano sedercisi sopra coloro che avevano contratto dei debiti e non erano in grado di onorarli, dunque dovevano cedere tutti i loro beni ai creditori. Fatta questa pubblica ammenda, la colpa era ritenuta estinta e dal quel momento i creditori non potevano più rivalersi su di loro. Fu Giulio Cesare, si dice, a introdurre questo tipo di pena per sostituire una delle Leggi delle XII tavole che autorizzava i creditori a uccidere o ridurre in schiavitù il debitore. La carrozzina è come la pietra dello scandalo: l’handicap, in tutta la sua trasparenza, denuncia senza falsità e omissioni una condizione, una debolezza umana. Le persone “normali” hanno limiti talvolta ben più gravi, ma quasi sempre meno evidenti. Non siedono sulla pietra dello scandalo, dunque i loro limiti passano inosservati. Ma non per questo essi sono sanati: se non hanno nome, significa che non sono noti, non che non esistono. Dunque sarebbe opportuno che, fin da piccoli, i bambini si rendessero conto che ciò che più si teme è ciò che non si conosce, non ciò che è sotto gli occhi di tutti: chi non si nasconde ha in sé tutta la forza della schiettezza, dunque non può fare paura. I genitori che tentano di nascondere tutto ciò ai figli, questi sì, fanno paura.

 

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