È di pochi giorni fa la notizia che la Corte d’Appello ha concesso l’adozione a una famiglia cui era stata negata in prima istanza dal Tribunale dei Minori, in quanto già genitori di un ragazzino disabile. Il tema dell’adozione è sempre molto delicato e riguarda la disabilità sotto molteplici punti di vista, nel caso siano disabili i genitori intenzionati ad adottare, il bambino da adottare o, come in questa circostanza, un fratello. Nel caso in questione, il Tribunale dei Minori aveva definito questi genitori “troppo vulnerabili”, perché completamente dedicati alle cure del figlio disabile. Dunque, secondo questa sentenza, i fratelli di disabili dovrebbero essere tutti soggetti infelici, trascurati, squilibrati. Ora, questo tema dei fratelli di disabili è diventato molto attuale, anche grazie ad “HP-Accaparlante”. Il tema è stato ben sviscerato e affrontato in maniera competente, seria e completa. Dunque, il mio intervento non vuole aggiungere nulla a tutto questo. Se non che, anche io, ho una sorella. Sana ed equilibrata, anche lei, come quasi sempre avviene, dopo la morte dei nostri genitori si è fatta carico della mia assistenza, seppure aiutata da assistenti domiciliari e amici. Tuttavia, chiaramente, lei mi aiuta a coordinare i rapporti con i miei operatori. Ha una sua famiglia e un lavoro, ma, fortunatamente, abita accanto a me. Come spesso succede, la malattia di mia mamma, seppure anziana, ci ha colti alla sprovvista, perché lei aveva quella forza d’animo e quell’energia che solo le mamme dei disabili possono trovare dentro di sé. Nostra madre, nonostante la malattia, ci sembrava immortale. Invece, infine, ci ha lasciati. Aveva sempre pensato lei a me in tutto e per tutto, con l’aiuto di un operatore e di tanti amici, perché, come avviene di frequente, i genitori di figli con handicap hanno l’idea, a ragione o a torto, che nessuno possa occuparsi meglio di loro del proprio figlio. Quindi, io e mia sorella, insieme, ci siamo trovati ad affrontare una ben pesante “eredità”. Il nostro rapporto è certamente cambiato, ma in meglio. Si è fatto più stretto, più confidenziale. Siamo più uniti e più affettuosi, anche se, talvolta, mia sorella mi confida di essere stanca, affaticata e, nei momenti più difficili, mi dice che, se avesse potuto scegliere, questa “eredità” l’avrebbe volentieri evitata. Mi racconta di come, da bambina e poi da ragazza, spesso si sia sentita trascurata e messa da parte da nostra madre che, al di là del carico della mia assistenza, era comunque una donna forte e dalla personalità ingombrante, dunque il rapporto madre e figlia, immagino, sarebbe stato ugualmente un po’ difficile, come solo fra donne sa essere. Ma fortunatamente per lei e anche per me nostro padre era molto presente in famiglia, anche se lavorava parecchio, e noi quattro eravamo uniti. Nonostante questo, nonostante i piccoli momenti di sconforto derivati dai tanti problemi quotidiani e dalla stanchezza, mia sorella è stata capace di rivoluzionare la sua vita per me, di modificare completamente la sua routine, di rendermi totalmente parte della sua famiglia. Si preoccupa per me esattamente come faceva mia madre, naturalmente con uno stile diverso. Ha imparato a fare cose che mai avrebbe immaginato di fare. D’altra parte, in qualsiasi famiglia il figlio maggiore si sente trascurato quando arriva un fratellino o una sorellina, che attira su di sé, inevitabilmente, la maggior parte delle attenzioni e delle cure dei genitori. Racconto tutto questo perché io e mia sorella siamo una ricchezza e un affetto insostituibile l’uno per l’altra. Ma, soprattutto per lei, le difficoltà della quotidianità sono tante. Dunque, pensare che a una famiglia sia stata negata l’adozione perché ha un figlio naturale disabile, mi fa sorgere molti dubbi. È un problema controverso. Certamente, non credo che i genitori del ragazzino disabile abbiano voluto adottare un bambino per trovare un futuro “badante” al loro figlio naturale. Questo mi sembra banale anche senza conoscere il caso specifico. Prima di tutto, come si suol dire, nessuno può sapere che figlio gli capita, anche se si parla di figli naturali. Non tutti i figli sono disposti, una volta cresciuti, a farsi carico del lavoro di cura della famiglia d’origine, sia che si parli di fratelli, sia che si parli degli stessi genitori, una volta anziani. Inoltre, può capitare che anche i ragazzini idonei all’adozione, soprattutto se non sono piccolissimi, abbiano a loro volta una serie di problemi, soprattutto psicologici e di adattamento. Dunque, un ragazzino adottato e uno disabile necessitano entrambi di attenzioni particolari. Qualche tempo fa, alla cronaca era balzato il caso, invece, di un genitore disabile a cui era stata negata l’adozione, nonostante il partner fosse assolutamente normodotato. Si trattava, peraltro, di una disabilità sensoriale, dunque che non inficiava così significativamente la capacità del genitore di assolvere appieno i suoi compiti. Tanto che, peraltro, sono tantissimi i genitori naturali che presentano lo stesso tipo di deficit. Pochi giorni fa, si è tenuta a Milano la Giornata delle Famiglie. Ad essa, ha aderito anche Ai.Bi. Amici dei Bambini, Associazione di ispirazione cattolica, il cui presidente ha preso una posizione molto decisa e, per così dire, audace, sul tema dell’adozione dei bambini disabili. Marco Griffini ha infatti dichiarato che “in assenza di famiglie adottanti, è giusto consentire ai minori con problemi di salute o handicap e a gruppi di fratelli, di essere adottati anche da persone single, com’è peraltro già previsto per l’adozione nazionale, e da adottanti con età superiore ai limiti stabiliti dalla legge vigente”. Una presa di posizione, questa di Ai.Bi., destinata a far molto discutere in ambito cattolico. Al “Family Day” ha provocato fermi rifiuti, ma anche caute aperture come quella di Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita. A noi non resta che raccogliere la sfida, perché credo che, riguardo a questo argomento, la voce delle stesse persone con disabilità, dei loro fratelli e genitori, sia la fonte più autorevole da cui partire per una riflessione approfondita, che non dimentichi di mettere sempre al primo posto il bene dei minori adottati o in attesa di esserlo. Una famiglia composta anche da un membro disabile può essere più aperta e più pronta ad accogliere le difficoltà di un bambino in adozione. Questa non è una regola generale che valga per tutti, ma è una possibilità collegata a tanti fattori. D’altra parte, che ci piaccia o no, la nostra vita dipende da tante casualità fortuite oltre che dalla nostra volontà e dalle nostre decisioni. Nessuno può scegliersi il padre e la madre così come nessuno può scegliersi il proprio figlio, è un dono del destino o, per chi crede, di Dio. Fortunatamente è ancora così, nonostante tutti i tentativi per programmare le caratteristiche e per evitare che nascano bambini con qualche problema. Questa sì che è una vera discriminazione. Così come l’eugenetica e la possibilità di scegliere le caratteristiche estetiche del proprio figlio sembrano un’aberrazione degna di Frankenstein o, più tristemente, di Hitler, altrettanto sarebbe terribile poter scegliere “sul catalogo” un figlio adottivo. Distinguere l’adozione di un bambino disabile o meno, già di per sé dovrebbe aprire qualche questione morale. Per questo, considerare motivo ostativo la presenza pregressa di un figlio naturale portatore di deficit significa quantomeno sottovalutare le capacità sia dei genitori, sia di entrambi i bambini interessati. Certamente, la procedura che porta all’adozione è lunga e complessa, dunque i casi specifici vengono valutati singolarmente, alla luce delle loro peculiarità. Tuttavia, dovendo esprimere un giudizio generale, credo che il deficit di per sé non debba mai essere motivo di limitazione di tutta una serie di azioni che non vengono negate a famiglie in cui l’handicap non è presente. Anche perché la disabilità, purtroppo, può sempre sopraggiungere in un secondo momento per qualche membro della famiglia, e a quel punto non si potrebbe certo revocare l’adozione. Credo, pertanto, che i motivi per cui una famiglia possa essere ritenuta “non idonea” debbano essere altri, ma comunque è giusto valutare caso per caso, come, difatti, la nostra legislazione prevede che avvenga. Il destino o la Provvidenza devono fare il proprio corso. L’uomo deve darsi delle regole ma non può pretendere di prevedere le vicende e di scegliere tutto, anche perché i bambini devono portare meraviglia che nasce dallo stupore.