Tutto è iniziato nella Bassa Bresciana, città di Ghedi per la precisione, quando fui coinvolto da un mio collega nella sperimentazione di un laboratorio sportivo rivolto a bambini e adolescenti.

La sperimentazione, almeno dal mio punto di vista, era anche su me stesso: la mia esperienza con il mondo della diversabilità era piuttosto superficiale, la mia visione complessiva su sport e disabilità molto stereotipata.

Unire lo sport e la disabilità, secondo la mia prospettiva da profano, poteva voler dire una corsa con l’handbike (e solo grazie all’esposizione mediatica di Alex Zanardi), una partita di basket in carrozzina o qualche altra “strana” competizione vista in tv durante le Paralimpiadi pechinesi.

Per questo faticavo a capire, a concepire un laboratorio sportivo per ragazzi con handicap che fosse diverso dalle solite tecniche, dai soliti approcci, generalmente più fisioterapici che sportivi.

L’esperienza iniziale di Ghedi ha stravolto le mie convinzioni. 

Un gruppo di ragazzini, con età, deficit e qualità differenti tutti coinvolti da protagonisti in questa nuova avventura di gioco-sport adattabile.

Non riesci a correre su una gamba sola? Bene, le usi tutte e due ma lo fai saltellando.

Non riesci a saltare quell’ostacolo? Ok, ne mettiamo uno più basso ma lo salti due volte. 

Non riesci a realizzare tiri liberi a canestro perché è troppo alto? No problem, mettiamo il canestro più basso ma hai una sola possibilità.

Questi esempi casuali solo per mostrare l’approccio del laboratorio volto non a cancellare la difficoltà, ma semplicemente a modificarla: anche perché senza la difficoltà manca la sfida e di conseguenza il divertimento.

Rispettare i tempi e i modi di tutti, coinvolgere senza escludere nessuno, utilizzando l’enorme potenziale creativo presente nello sport: con questo pensiero abbiamo attivato dei percorsi “Calamaio e sport” in diversi istituti secondari di primo grado della provincia di Reggio Emilia.

Percorsi strutturati in tre giornate-incontro, animate da due educatori e un ragazzo diversabile, partendo da semplici giochi di ruolo utilizzati come attività di presentazione per conoscere i ragazzi e il loro rapporto (esistente o meno) con la pratica sportiva in generale.

Utilizzare lo sport per costruire integrazione partendo dalla possibilità di variare le regole, di adattarle in base alla specificità di ognuno proprio per rendere tutti protagonisti, disabili o meno.

Il compito assegnato ai ragazzi per l’ultima giornata è proprio questo: inventare un gioco con regole “modificabili” per permettere a tutti di poter partecipare, uomini, donne, giovani, anziani, disabili e normodotati. Tutti in gioco e tutti con un obiettivo preciso da perseguire.

La creatività è inventare nuove regole adattabili a chi gioca, non necessariamente adattarsi alle regole prestabilite. E saranno gli studenti in questione i primi a sperimentare questi possibili “nuovi sport”.

E posso assicurarvi che la fantasia dei ragazzi porta alla creazione di giochi spesso strampalati (forse sarebbe più coerente dire assurdi!), a volte modificati durante la prova stessa, ma sempre molto divertenti e soprattutto integrativi, come da obiettivo.

L’ennesima conferma che è possibile tirare fuori la creatività dallo sport, dal gioco e grazie a questa costruire l’integrazione.

Un esempio concreto è quello del baskin, abbreviazione di basket integrato.

Nel novembre scorso abbiamo partecipato a Cremona, città natale di questo nuovo sport, a un corso di aggiornamento per capirne qualcosa di più: il risultato è stato piacevolmente sconvolgente.

Se la storia dello sport ha sempre corso su due binari paralleli (es. giochi olimpici/paraolimpici) il baskin riesce a superare questi cliché mostrandosi in tutto e per tutto come sport integrante. 

Il baskin non è uno sport per disabili, è anche uno sport per disabili. 

Alcune tra le caratteristiche fondamentali sono quelle che cerca di trasmettere lo stesso “Progetto Calamaio” anche nelle attività al di fuori del discorso sportivo:

  • fare integrazione significa eliminare l’approccio unilaterale, dunque aiutarsi e venirsi incontro;
  • assegnare dei compiti, degli obiettivi, in base alle diverse capacità di ciascuno, in modo da ottenere un contributo da tutti;
  • cooperare, utilizzare lo sport di squadra come funzione socializzante evitando forme di assistenzialismo che possono minare crescita e capacità di migliorare;
  • norme di comportamento, regole chiare e condivise indispensabili per creare la cooperazione di cui parlavamo sopra;
  • incentivare le responsabilità individuali.

Ho fatto questo accenno al baskin perché ritengo personalmente questo sport esemplificativo se vogliamo parlare di integrazione sportiva.

Un altro laboratorio creativo sullo sport al quale ho partecipato è quello sulla lotta danza, un progetto ormai attivo a Bologna da anni. 

La lotta-danza è un metodo psicofisico che utilizza il gioco e il contatto fisico guidato per facilitare la comunicazione dell’individuo con se stesso e con gli altri.

La parte che lega questa attività alle altre che ho portato avanti è proprio questa duplice funzione: fare movimento e fare sport, ma senza mai sottovalutare la funzione sociale che lo sport stesso si porta dentro.

Un laboratorio davvero interessante, rivolto anche a ragazzi con gravi deficit cognitivi disposti a mettersi in gioco e “lottare” per raggiungere anche il minimo miglioramento/obiettivo. 

Concluso, fra l’altro, con il saggio finale e la conquista di una coppa per i nostri ragazzi…

Ma l’esperienza più significativa portata avanti quest’anno è quella dell’“Atelier motorio” un progetto nato dalla collaborazione tra la nostra cooperativa “Accaparlante” e la polisportiva “Masi” di Casalecchio di Reno.

L’idea era quella di imitare il progetto sopracitato partito a Ghedi, unire persone disabili e normodotate di ogni tipo, persone con le qualità più differenti, tutte insieme per fare giochi, sport, attività fisica, di tutto di più.

Qui mi sono reso conto ancora meglio dell’importanza di quella duplice funzione di cui parlavo sopra, un inizio sempre leggero, un “social time”, partendo dal nostro quotidiano, dai nostri problemi a scuola o nel lavoro fino alle nostre esperienze piacevoli, gli amori, i concerti, gli spettacoli. Poi tutti pronti a sudare con le più creative (a volte perfino improvvisate, viste le specificità degli utenti) e divertenti attività.

Non ci siamo fatti mancare proprio nulla, come in tutti gli ambienti sportivi che si rispettino, dalle urla di gioia per insperati risultati raggiunti fino ai pianti di dolore per imprevisti infortuni muscolari.

Ragazzi che hanno iniziato il corso con naturali dubbi e perplessità e hanno terminato l’anno sportivo (con pizza e birra tutti insieme) chiedendomi quando si sarebbe ripartiti. Una sentenza sulla riuscita di questo innovativo progetto. Una piacevole conferma sul fatto che è possibile integrare, utilizzando lo sport come strumento.

Immagino che testimonianze di questo genere ne avete già lette su “HP-Accaparlante”.

Questa è solo la mia esperienza. 

Indispensabile per farmi capire che è possibile trasformare in fatti tante belle parole.