Quando questa rubrica verrà pubblicata, il film di cui parleremo non sarà più in sala da tempo: cercatelo, comunque, se possibile in modo legale, ma non negatevi la possibilità di vivere il racconto di Jacques Audiard, regista nei confronti del quale personalmente nutro una considerazione ambivalente, ma che con l’ultimo Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os) ci offre numerosi spunti di riflessione e “acuminate” ragioni d’emozione…

Un film in cui, “accidentalmente”, la disabilità/handicap si inserisce e “lavora” in uno dei modi che più ci convincono, ovvero come elemento costante, qui anche presente in modo esplicito sin dai primi minuti, ma non limitante e riferito a un singolo individuo. Anzi, come tratto che qualifica non tanto la persona, quanto il mondo che questa vive e sulla quale questo preme. 

Come scrivono i due autori della sceneggiatura, Audiard stesso e Thomas Bidegain, nelle note di regia, riferendosi al libro (edito in Italia da Einaudi) da cui il film trae ispirazione, “C’è qualcosa di veramente coinvolgente nella raccolta di racconti Ruggine e ossa (Rust and bones) di Craig Davidson: il quadro di un mondo vacillante, all’interno del quale dei percorsi individuali, dei destini semplici, si trovano enfatizzati dal dramma e dagli eventi. Una rappresentazione degli Stati Uniti (ma il film è ambientato in Francia, n.d.r.) come un universo razionale dove i corpi lottano per procurarsi un loro spazio, per tentare di stravolgere il destino che gli è stato riservato”. 

È questo “destino disabile/handicappato” che accomuna tanti personaggi del film e che non riguarda la sola Stephanie (un’ottima Marion Cotillard), che perde le gambe in seguito a un incidente di lavoro. Un elemento che imporrebbe uno scarto sofferto nelle vite di ognuno il quale può essere perseguito e raggiunto e, contemporaneamente al contrario, restare come possibilità inespressa. In entrambi i casi, attraverso un percorso che Audiard è abile a mostrarci in tutta la sua sofferente dolcezza e ambivalenza. Utilizzando una regia “espressionista” e, cito sempre le note di regia, esprimendo “un’estetica brutale e contrastata”: non si pensi però a una regia nervosa, adrenalinica o, peggio, voyeuristica, maliziosa, morbosa. Audiard, in questo lavoro, sembra capire i suoi personaggi e sa come restituirne il dolore, i limiti, i bisogni, gli errori, le tensioni reciproche. Delineando l’uomo come essere fallace e dolce, insieme di contraddizioni vissute ed espresse, subite e replicate, in un rapporto con la società che lo vede sempre come produttore e vittima delle contraddizioni e dei contrasti che quella determinano e informano. Mai, in definitiva, come semplice essere oppresso. 

In questa realtà contrastata, indefinibile, si inserisce anche la condizione di disabilità di Stephanie che, da persona bisognosa di un aiuto per superare o almeno convivere con quella condizione imposta e acquisita, si rivela motore di conoscenza e cambiamento altrui. È convincente questo tentativo di narrare la “liquidità” dei rapporti e delle condizioni umane, mai date una volta per tutte, se l’individuo si mostra consapevole di poter modificare, in qualche modo, la sua sorte: e l’elemento liquido, introdotto già dai titoli di testa e relativo al lavoro svolto da Stephanie (istruttrice di orche), è un elemento formale costante, che partecipa alla costruzione di momenti esteticamente ed empaticamente molto coinvolgenti. 

Convince anche la dolcezza con cui il regista “tocca” e racconta il corpo menomato di Stephanie, che, nel suo “mancare di qualcosa”, sempre secondo questa sorta di logica dell’imperfezione delle cose, paradossalmente compensa la prestanza e la compiutezza del corpo di Alì (Matthias Schoenaerts), il vero personaggio principale della pellicola. E il corpo di Stephanie, pur non subendo trasformazioni successive (protesi removibili a parte), si modifica nella misura in cui Stephanie stessa modifica il rapporto che ha con questo nuovo corpo che è stata costretta ad abitare. E poi, o insieme, libera di imparare ad amare e godere.

Anche a questo livello fisico, materico (il titolo restituisce bene anche questo senso) di notevole importanza nell’economia narrativa del film, il regista tesse una tela complessa di rimandi, contrasti, repulsioni, affinità, dolore e desideri. Una rigenerazione, una riscoperta fisica (un abuso consapevole, se volete, nel caso di Alì) che accompagna e sollecita (o può minacciare) una rinascita emotiva ed esistenziale. 

Audiard pure sul punto, a volte, di “scivolare” nella costruzione di questo racconto naturalista, riesce comunque a mantenere una tensione dell’immagine forte e non compiacente o conciliata, e a descrivere quasi con rabbia i destini di persone intente a riprendersi il tempo che resta. 

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os)

(Belgio, Francia, 2012)

Durata: 120’
Regia: Jacques Audiard                                                                                                             Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Juliette Welfling
Musiche: Alexandre Desplat                                                    
Interpreti: Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Céline Sallette, Bouli Lanners, Corinne Masiero, Jean-Michel Correia, Armand Verdure
Produzione: Page 114, Why Not Productions, France 2 Cinéma, Les Films du Fleuve
Distribuzione: BIM