Il tema della cittadinanza è molto presente nel dibattito politico di questi mesi. La questione principale che viene posta riguarda il diritto di cittadinanza, che in Italia si ottiene, ad oggi, solo “per sangue” e non “per nascita” sul territorio italiano. Tuttavia, un caso particolare ha richiamato la mia attenzione. Il caso di Cristian Ramos va oltre il problema dello ius solis e dello ius sanguinis. Cristian ha, infatti, qualcosa in più di tanti altri: un cromosoma. Il cromosoma 21. Cristian ha la Sindrome di Down. Ha da poco compiuto 18 anni e ha già subito il primo abbandono quando era ancora in fasce. Il padre naturale, italiano (dunque, Cristian sarebbe di fatto già italiano, data la nazionalità paterna), non lo ha riconosciuto e ha abbandonato la mamma del ragazzo, colombiana, invitandola ad abortire o a confinare il piccolo in un istituto. Ma la mamma coraggiosa ha scelto di far nascere il suo bambino e di allevarlo da sola. In Colombia nessuno sa che Cristian è nato: la famiglia della giovane non avrebbe accettato la sua scelta, proprio come il padre. Per l’Italia, invece, Cristian non può neppure essere considerato cittadino italiano. Il motivo? Qualsiasi forma di deficit cognitivo pregiudica, secondo la legge italiana, la possibilità di prestare un giuramento consapevole e una manifesta volontà di diventare cittadino. Questo, nonostante l’Italia abbia da tempo ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone disabili (che all’articolo 18 stabilisce chiaramente come “il diritto alla cittadinanza non possa esser negato per motivi legati alla disabilità”). Il ragazzo frequenta le scuole superiori, ha tanti amici, gioca a pallone, nuota, ha degli hobby e una vita sociale brillante. Si sente perfettamente italiano e l’unica cosa che non capisce è il motivo per cui non possa esserlo anche di fronte alla legge. La domanda che viene da porsi prima di ogni altra è: sulla base di quale criterio lo Stato italiano giudica i cittadini stranieri che fanno domanda di cittadinanza perfettamente consapevoli dell’impegno che si stanno assumendo? Il testo del giuramento è il seguente: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ora, pensare alle parole di questo giuramento, da italiano, fa veramente sorridere. Sulla base di questa frase importantissima, dovremmo togliere la cittadinanza quantomeno a tutti quelli che delinquono. Non parliamo della fedeltà alla Costituzione: quanti sono i cittadini italiani che non l’hanno mai letta e non hanno nemmeno idea di cosa ci sia scritto nella principale fonte giuridica dello Stato? Quanti conoscono il lavoro e il pensiero dei Padri Costituenti sottinteso al cuore pulsante della nostra Repubblica? Una mia cara amica lavora allo Sportello Immigrati di un Patronato. Ha visto giurare tante persone analfabete, che avevano dovuto imparare a memoria, non senza un notevole sforzo, le semplici parole del giuramento. Figuriamoci quale consapevolezza potevano avere questi neo italiani! Ha visto giurare persone che non comprendevano in italiano cosa vi fosse scritto in quella frase ed è stata necessaria per loro una traduzione, per poi imparare a memoria la versione italiana. Ha visto tante donne residenti in Italia da anni ma tenute in casa dai mariti e chiuse all’interno della loro comunità diventare cittadine italiane senza avere mai nemmeno parlato una parola della nostra lingua o conosciuto una singola tradizione del nostro Paese. Cristian, che è addirittura nato in Italia, che non sa una parola di colombiano, non ha altri parenti che una madre coraggiosa, che ha sfidato tutto e tutti per farlo nascere e donargli tutto il suo affetto, incurante della disabilità del figlio, non è forse ben più consapevole di tanti italiani della propria appartenenza? Come possiamo considerare “ospiti” persone come Cristian e la sua mamma, quando spesso il nostro Stato premia con la cittadinanza persone che hanno commesso reati? Non dovremmo forse essere orgogliosi di avere concittadini così coraggiosi? A ciò si aggiunge anche il paradosso dei natali biologici del ragazzo, figlio di un italiano (sì, un italiano “vero”) che ha rifiutato di riconoscerlo appena appreso del suo deficit. Può dunque un cromosoma in più vincolare una scelta simile? Sappiamo che alla vicenda si è interessato anche il Ministro Cancellieri, che si è detta molto sensibile al tema, dunque ci auguriamo che tutto vada a buon fine. La cosa che mi fa più pensare è che questo ulteriore ostacolo per le persone con una qualche disabilità intellettiva, che, nel caso della trisomia 21, peraltro, può essere anche abbastanza lieve, incentiva ulteriormente quella mentalità dilagante sempre più orientata all’eugenetica. Ho letto recentemente che, in Italia, su 100 feti diagnosticati con Sindrome di Down entro il quinto mese di gestazione, ben 98 vengono eliminati mediante interruzione volontaria di gravidanza. All’atto di compiere accertamenti diagnostici invasivi come la villocentesi o l’amniocentesi, alla gestante che si accinge a effettuare le analisi vengono consegnate, durante la consulenza genetica, dunque ancora prima di conoscere l’esito dell’esame, tutte le indicazioni su modalità e strutture abilitate per effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza. Come se non fossero previste alternative. La futura mamma, già psicologicamente molto provata dall’attesa del risultato, si sente dire che la scelta più egoistica, quella che rovinerà la vita del bambino con deficit e di tutta la famiglia, è quella di farlo nascere, una scelta molto più egoista rispetto all’interruzione di gravidanza. Ritengo che questa sia una mistificazione, una deformazione della realtà. Di certo non voglio arrogarmi la capacità di discernere il bene dal male meglio di nessun altro, né intendo giudicare le scelte di alcuno, sia chiaro. Comprendo bene la sofferenza che porta con sé un simile dilemma, qualunque sia la soluzione ad esso. Ma posso portare il mio esempio. Io, fino a qualche giorno di vita, stavo benissimo. Un bambino sanissimo, qualsiasi diagnosi prenatale mi avrebbe definito perfetto. Poi, una breve malattia, i danni irreparabili, la tetraparesi spastica. La mia famiglia non ha potuto scegliere. Non ha potuto “sapere prima” cosa li aspettava. Certo, avrebbero poi potuto optare per l’istituto o chissà quale altra soluzione. Forse non hanno potuto manifestare il coraggio di una scelta, ma è chiaro che io voglio pensare che, in ogni caso, anche sapendo prima cosa li e ci aspettava, avrebbero scelto me. Me, che oggi sono quello che sono, con i miei limiti più “trasparenti” di altri, ma con tanti limiti che sono tipici anche delle persone cosiddette normali. Anzi, forse anche con qualche limite in meno, per certe cose. Voglio poter pensare che, nel bene o nel male, ho per lo meno “riempito” la vita dei miei genitori, di mia sorella, dei miei amici, delle persone che mi stanno accanto e che mi vogliono bene, pur con tutte le innegabili complicazioni del caso. Non voglio certo dire che la vita della mia famiglia sia stata facile… anche se mia mamma non ha mai dovuto preoccuparsi ad esempio delle uscite notturne in motorino o che facessi uso di droghe! Però, a parte le battute, esattamente come tutte le altre mamme, la mia ha dovuto preoccuparsi quando facevo tardi la sera con gli amici, quando sapeva che avevo bevuto un bicchiere di troppo in compagnia, quando sono andato veloce in macchina con qualche amico o ho fatto il bagno in mare subito dopo mangiato. Purtroppo, o per fortuna, oggi siamo in grado di prevedere, o meglio di diagnosticare, precocemente un difetto genetico di nostro figlio, ma come possiamo giudicare cosa sia meglio per lui? Non possiamo prevedere cosa diventerà nostro figlio. Quanti figli, nell’arco della vita, si rivelano essere come i genitori li hanno sognati? Eppure, chi di noi penserebbe mai di sopprimere un figlio che non sia all’altezza delle nostre aspettative? Quanti figli “normodotati” deludono profondamente i genitori, prendendo cattive strade? Quanti, invece, in presenza di qualche deficit, si rivelano ben al di sopra delle aspettative che erano state riservate per loro alla nascita, rendendo fieri e orgogliosi i propri genitori? Vi lascio riflettere sulle parole di Khalil Gibran: valgono per tutti i figli, “normali”, con deficit, con un cromosoma in più, con una abilità in meno.

“I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.

Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,

E benché stiano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,

Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,

Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.

Potete sforzarvi d’essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.

Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, 

e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.

Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;

Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l’arco che sta saldo”.