Priscilia, Cyril, Johan et les autres è un documentario semplice, lineare, che ha l’intento, esplicitamente dichiarato, di raccontare la vita quotidiana, e i principi che ne determinano ritmi e caratteristiche, così come si svolge nei centri di Allagouttes e Surcenord, in Francia. Qualità, quelle della chiarezza e non artificiosità espositiva, che ci sono di grande aiuto per avvicinarci a un modo di intendere la relazione e il lavoro con persone disabili per certi versi inedito in Italia, almeno sulla base delle esperienze conosciute da chi scrive.

L’Istituto Medico Educativo dell’Associazione “Le Champ de la Croix” opera nella regione dell’Haut-Rhin dal 1968, mettendo in opera, vivendo e cercando di far evolvere continuamente la pedagogia “curativa” proposta da Rudolf Steiner (rispetto alla quale, si rimanda per ulteriori approfondimenti alla curiosità dei lettori). 

I due centri accolgono e ospitano bambini, adolescenti e adulti che presentano deficit vari e multipli. Il documentario ci permette di vivere i gesti quotidiani delle persone che abitano in queste residenze, gesti che, diversamente da quanto accade nella maggioranza dei casi, hanno la possibilità di applicarsi a una varietà di situazioni sorprendente. Le interviste agli utenti, ai loro genitori e alle figure educative di vario genere che lavorano presso questi centri ci permettono di capire il valore di questa eterogeneità di attività e mansioni, l’una, si passi il termine, funzionale all’altra, all’interno di un disegno articolato e composito.

Alla base c’è un approccio alla persona intesa nel suo complesso, ovvero nella sua complessità irriducibile. Una visione dell’uomo “globale” (per rifarsi a un termine utilizzato da uno degli operatori), che determina l’attenzione a non schiacciare la persona su piani e modelli già determinati, già scritti, previsti, magari sulla base del tipo di disabilità che questa presenta. Un tentativo, quindi, di spezzare l’ovvietà spesso innaturale del vincolo causa-effetto, troppo stretto e cieco per costruire (per noi stessi, in primo luogo) un’immagine credibile e, in ultima istanza, effettiva della persona, di ogni persona, che presenti un deficit o meno. 

La varietà delle pratiche che si possono svolgere in questi centri è diretta conseguenza di questo approccio: si passa da quelle scolastiche, psicomotorie, laboratoriali, espressive, a quelle legate alla gestione comune della quotidianità (la preparazione dei pasti, della tavola, ecc.), a quelle, ancora, di dichiarata ricerca artistica: quest’ultima privilegiata, tra tutte, per la sua connaturata capacità di mettere la persona nella condizione di acquisire coscienza delle cose del mondo. 

La musica, la pittura, gli spettacoli (previa costruzione delle stesse) di marionette, la manipolazione di materiali di diverso tipo: ognuna di queste forme artistiche, in base a caratteristiche intrinseche, attiva parti della persona e crea, per la stessa, la possibilità di intraprendere un percorso nel senso della trasformazione (un elemento, questo, che non a caso ritroviamo molto spesso tra gli obiettivi dei laboratori integrati o delle compagnie che operano in ambito teatrale con persone disabili).

Ma il valore dell’espressività e della creatività, che la frequentazione, persino “passiva”, dell’arte attiva, mette in movimento, permette di capire in modo più nitido anche le vere aspirazioni e le capacità latenti di ogni singolo utente, anche, e questo è un passaggio fondamentale, in vista di un impiego lavorativo, ovvero della costruzione di abilità professionali. Il lavoro è una parte fondamentale all’interno di questi centri, declinato prevalentemente come lavoro agricolo, di giardinaggio, di cura (anche disinteressata) degli animali: tre ambiti professionali che richiedono competenze, attenzione, puntualità, dedizione quotidiana, fatica. 

In questo senso si capisce l’importanza che viene riconosciuta al rispetto del ritmo delle stagioni e, soprattutto, del ritmo della giornata (ai quali accordarsi in quanto elemento primordiale): si può essere più o meno d’accordo, ma, ad avviso di chi scrive, uno degli errori in cui più spesso si incorre in relazione a chi presenta deficit di vario genere è pensare la loro vita come qualcosa che dalla “pressione” della quotidianità possa prescindere (in termini di orari, mansioni, desideri) o che da quella non venga toccata, interessata. Senza vincoli di tempo.

Qui, al contrario, il contatto con il mondo, con i suoi ritmi, le sue cadenze viene facilitato, così come viene riconosciuta l’importanza di un accesso corporeo al mondo stesso, dimensione cui, in modo spesso colpevolmente inconsapevole, la vita di molti si distacca. Il rispetto di questi ritmi è il dato che la regista decide di proporre per primo, nella sequenza dei racconti degli operatori, quasi a proporcelo come una delle chiavi di lettura basilari dell’esperienza che di lì in avanti scopriremo. Principio rafforzato dal contesto in cui le residenze si trovano, una natura ricca, rigogliosa, che si impone con dolcezza sulla presenza umana. È dal rapporto con il mondo naturale che prende le mosse il racconto, per poi proseguire descrivendo le altre attività più strutturate e costruite, nelle quali, però, l’attenzione all’accesso sensoriale alle cose (e alle persone, all’altro) ricopre un ruolo fondante.

Il film inizia con una lunga introduzione priva di elementi narrativi esterni, i suoni e i rumori sono quelli prodotti dalla natura o dalle attività svolte da utenti e operatori: ci viene illustrata una giornata-tipo, dal momento del risveglio a quello del riposo serale. I momenti di vita in comune, quelli in cui le mansioni e gli impegni si diversificano, le pause. Il seguito è l’alternarsi delle immagini descrittive di quanto si svolge all’interno dei centri e delle testimonianze delle persone a vario titolo coinvolte. La presenza della regista, Anne Burgeot, è discreta, sensibile, capace di catturare momenti inattesi e spontanei, anche conflittuali. E sa tenersi a distanza da intenti celebrativi, fornendo piuttosto materia per una riflessione non solo educativa o riabilitativa, ma che può riguardare ognuno di noi nel rapporto con noi stessi e con quanto, da noi, è, o sembra soltanto essere, “fuori”, altrove.

Priscilia, Cyril, Johan et les autres

(Francia, 2009)

V.O. in lingua francese

Durata: 50’

Regia: Anne Burgeot (anne.burgeot@orange.fr)

IMP-IMPRO Association Le Champ de la Croix