Una notizia che ha attirato di recente la mia attenzione riporta il fatto che a Bologna è stata sperimentata l’arrampicata sugli alberi per ragazzini con disabilità. Sul momento, mi ha fatto molto sorridere l’immagine di questi ragazzi disabili sugli alberi, visto che Darwin ha fatto… scendere l’uomo dall’albero giusto un secolo e mezzo fa. E noi, che siamo ben strani, abbiamo ora l’ambizione di risalire sugli alberi! Poi ho pensato che sì, Darwin era proprio quello che parlava di selezione naturale. Due anni fa un insegnante di conservatorio scrisse su Facebook che era necessario il ritorno alla Rupe Tarpea, essendo venuta meno la selezione naturale per i disabili, cosa che aveva, a suo avviso, portato a un netto decadimento della specie. Nello stato di natura, effettivamente, le persone con qualche deficit non sarebbero sopravvissute. Ma l’uomo, appunto, si è evoluto. La cultura è stata in grado di fargli superare gli ostacoli che una natura inevitabilmente fallace aveva posto. Pensate a tutti quelli che, considerati veri geni, secondo questo criterio avrebbero dovuto, invece, essere gettati dalla rupe. Si pensi a Stephen Hawking, il fisico, matematico e cosmologo britannico che è riuscito a spiegare al mondo l’esistenza dei buchi neri dalla sua carrozzina high tech. Si pensi a Beethoven, Ray Charles, Van Gogh, Frida Kahlo, allo stesso Einstein o ai tantissimi personaggi famosi che presentano evidenti tratti autistici, per esempio. Ognuno di questi “grandi” aveva la propria disabilità ma ognuno, nel suo campo, è stato geniale e insostituibile. Riflettete sulla possibilità che tutti costoro fossero stati “geneticamente selezionati” e scartati perché imperfetti, oppure che fossero stati gettati, in fasce, dalla Rupe Tarpea. Allora sì che, senza di loro, l’umanità si troverebbe “al buio”, privata di questa ricchezza e del progresso nella scienza e nelle arti di cui tante persone con deficit sono state fautrici. Tutto ciò accade perché la “cultura” ha la capacità di superare la “natura”. Una carrozzina è uno strumento semplicissimo. Ormai, è banale pensare che un’invenzione così elementare abbia fatto superare le difficoltà motorie a tante persone con handicap. Certo, nella savana non sarebbe facile sfuggire al leone seduti su una carrozzina. Ma, fortunatamente, nella savana ci stanno le gazzelle e non i disabili. Ho letto su una rivista scientifica che la selezione degli embrioni dovrebbe essere un diritto di ogni genitore. Si tratta di selezione innaturale, più che di selezione naturale. Avere un figlio sano non può essere un diritto. Il diritto del malato è curarsi, accedere alla sanità migliore, usufruire dei progressi in campo medico-scientifico, ma non il fatto di essere sano in sé. Anche perché, spesso, il deficit non è una malattia, bensì una caratteristica. Dunque, non c’è principio, a mio avviso, in nome del quale sacrificare un’esistenza come la mia in virtù di una perfezione fisica apparente, che può comunque precludere alla malattia, del corpo ma anche dello spirito. A coniare il termine eugenetica fu Galton, cugino e allievo di Darwin. Il figlio di quest’ultimo addirittura, che succedette al padre e a Galton, avanzò la proposta di impedire con la forza alle persone geneticamente “deboli” di procreare. Inutile dilungarci su quello che è facilmente intuibile, ovvero sul fatto che sono state proprio queste teorie a portare alla folle idea di selezione della Germania nazista. A dispetto di questo, tuttavia, l’esperienza di vita, più che la filosofia, mi ha insegnato che il corpo è imperfetto e corruttibile, con il tempo si sgretola, mentre l’anima con il tempo si può addirittura irrobustire. Certo, questo avviene solo se siamo noi stessi gli artefici di questo cambiamento, ma noi, che la selezione naturale l’abbiamo già superata nella pancia della nostra mamma, nascendo, abbiamo il dovere di affermare la nostra superiorità sugli animali e sugli esseri irrazionali, curando la nostra anima, quella che ci fa essere, appunto, persone. Questo pensiero mi ha fatto superare quello delle mie imperfezioni. Uno dei brani del Vangelo che preferisco è quello delle famose Beatitudini, poiché, nel discorso della montagna, Gesù indica chi sono i santi, dunque i vincenti. E non si parla di eroi perfetti, ma si elencano solo persone imperfette, a cui manca qualcosa. Non i virtuosi e gli irreprensibili, ma quelli che hanno fame e sete, quelli che hanno qualche deficit. Non si tratta di una compensazione per i poveri e gli imperfetti nell’Aldilà, come molti pensano. Si tratta, invece, della consapevolezza tutta terrena di essere imperfetti in quanto uomini, chi più, chi meno, chi fisicamente, chi nello spirito. L’uomo “desidera”, cioè aspira a qualcosa che gli manca. Sempre, per sua natura. All’uomo manca costantemente qualcosa, è scritto nel suo DNA. Allo stesso tempo, capita che tutti arriviamo a sentirci ricchi di qualcosa, non necessariamente di beni materiali. In quel qualcosa ci sentiamo forti, e questo pensiero di relativa abbondanza rischia di farci dimenticare le altre imperfezioni, le altre carenze, di farci sentire pieni e invincibili, quindi di avere la presunzione di cavarcela bene anche da soli, senza Dio e senza gli altri uomini. Ecco perché siamo beati laddove ci manca qualcosa, nelle nostre debolezze, perché questo ci ricorda sempre chi siamo e che abbiamo bisogno degli altri. 

Arrampicarsi sull’albero può forse fornire un certo senso di libertà, soprattutto a un ragazzino disabile abituato a stare con i piedi ben ancorati per terra. Ma l’uomo è sceso dall’albero da molto tempo, per dimostrare a se stesso che, anche nella sua imperfezione, può migliorarsi, che non è perfetto, ma perfettibile e che, con i piedi ancorati al terreno, o alla carrozzina, si può fare tanta strada. Luca, nel suo Vangelo, ci racconta che il pubblicano Zaccheo desiderava tanto vedere Gesù a Gerico. Ma era molto piccolo di statura, dunque, per vedere meglio fra la folla, pensò di salire su un grande albero, su un sicomoro. Gesù lo vide e lo fece scendere dall’albero, facendosi addirittura invitare a casa sua: l’impedimento alla vista di Zaccheo non era la sua statura, ma una incapacità tutta spirituale di vedere quale fosse il Bene più grande per lui. La salita sull’albero di Zaccheo, tuttavia, gli fa onore: denota la volontà di ricerca del Bene, di capire e di conoscere. Allora, se può servirci a capire quanto vale e quanto sia prezioso, in realtà, il nostro deficit, e quale sia il bene più grande per noi, saliamo pure sugli alberi: sarà bello vedere, poi, che saranno in tanti a tendere la mano per aiutarci a scendere.