Il gruppo che compone il Progetto Calamaio è un gruppo, ci piace spesso sottolinearlo, formato da persone estremamente diverse tra loro, non solo per la presenza o meno di una o più disabilità, ma per storie, età, caratteri, provenienze e sfere d’interesse. Le nostre individualità, lo abbiamo scoperto piano piano, ci qualificano anche come uomini e donne, nei rapporti sociali e nei confronti dell’altro sesso. Non è un caso se in questi anni abbiamo lavorato molto su temi legati al corpo, l’estetica, l’affettività e la sessualità, su quanto il piacere e l’immagine agiscono nella percezione di noi stessi dentro e fuori dal tessuto sociale. Perché è anche su questi aspetti che si fonda la nostra autonomia, il nostro essere o meno riconosciuti come parte di qualcosa in cui essere attori di cambiamenti personali e culturali.

La vera novità di quest’anno è stata tuttavia una presa di distanza, complessa e in certi casi destabilizzante, che ci ha permesso di portare il discorso su un livello successivo. Tutto è nato da una semplice domanda: quanto il nostro pensare e agire verso l’esterno è condizionato dalla nostra appartenenza di genere? O meglio, quanto l’essere maschi o femmine influisce sulle nostre scelte, desideri e paure in ambito familiare, lavorativo e privato? Cosa trasmettiamo, da questo punto di vista, nel nostro lavoro a scuola?

La parola “genere”, abbiamo scoperto, apre a tanti mondi, non essendo solo legata al puro dato biologico (quello è il sesso!) ma alle categorie e agli stereotipi che storia, cultura e società hanno finito per disegnare e imporre sui ruoli dell’uomo e della donna. 

A sollecitare la nostra curiosità e ad aprire ufficialmente il dibattito ci ha pensato il recente incontro con la Casa delle donne di Bologna, nato nell’ambito del progetto “Biograf-fie” e dedicato al complesso rapporto violenza-fiducia. Ad aiutarci, il confronto con i ragazzi del Servizio di Giustizia Minorile di Bologna grazie, perché no, al loro confuso e irrisolto punto di vista in cui non è stato affatto difficile riconoscersi. Non sono mancati spunti anche dall’arte, raggiunti grazie alla visione di alcuni spettacoli teatrali nell’ambito della rassegna di teatro ragazzi “Teatro Arcobaleno”, dedicata per l’appunto al tema delle differenze di genere, cui abbiamo avuto accesso presso Pubblico, il teatro di Casalecchio di Reno e La Baracca Teatro Testoni Ragazzi, con l’idea di avvicinare i più piccoli alla diversità.

Raccogliere ora tutto questo e dare un punto di vista personale, ammetto, è una bella impresa… Trovo sempre molto scomodo il coinvolgimento nella disputa dialettica tra le presunte qualità superiori delle donne o degli uomini perché di mio ho sempre percepito una forte e implicita complementarietà tra i due sessi.

I ruoli possono e devono, a volte, differenziarsi proprio per sopperire alle manchevolezze dell’uno o dell’altra in una spirale di vicendevole aiuto. È inevitabile che in questa spirale subentri, spontaneamente e in modo del tutto inconsapevole, quel “gioco al massacro” che vede la parte più debole, il più delle volte femminile ma non sempre, subire le scelte della parte più dominante. Le recriminazioni che ne conseguono sono, molto spesso, il frutto di caratteristiche individuali che ingabbiano ognuno in uno specifico ambito d’azione. Capita, dunque, che, chi mostra per natura un atteggiamento più remissivo o poco competitivo, sia portato a evitare qualsivoglia tipo di scontro e ad accettare così quasi con rassegnazione le decisioni altrui. Ma questo, lo sappiamo, è un fatto di carattere e il sesso c’entra poco.

Però è anche vero che Madre Natura ha decretato da sempre elementi distintivi tra i due generi, maschile e femminile, per cui alcune mansioni sono più ad appannaggio dell’uomo rispetto alla donna e viceversa. Così, è sempre più probabile che ci siano più figure maschili in sedi di comando che non femminili, in quanto il potere si associa meglio con aspetti comportamentali legati più al cinismo, alla prevaricazione, alla forza, alla sicurezza di sé. Tutte queste caratteristiche elencate appartengono per naturale attribuzione più agli uomini che alle donne, alle quali si addice più un ruolo di maggiore sensibilità emotiva e caratteriale. Non a caso i figli, quando avvertono carenze affettive, ricercano al loro fianco la figura femminile della madre, mentre quando sentono il bisogno di un aiuto più deciso e forte guardano la figura paterna. So che la maggior parte delle donne che mi leggerà non la penserà così ma io credo, e farò con ciò un’affermazione forte, che dietro ogni stereotipo ci sia un fondo di verità. Ma questo è il mio punto di partenza, non certo la mia conclusione.

Al di là di ogni distinzione di tipo antropologico possiamo comunque parlare anche di altro, utile ad aiutarci a scardinare o riaffermare luoghi comuni che, nostro malgrado, finiscono con l’influenzare la nostra opinione sulla realtà che ci circonda e, molto spesso, ci sovrasta e influenza. Sarà per questo che, quando a 19 anni mi sono casualmente ritrovato tra le mani un succinto libercolo a carattere filosofico e sociologico sui comportamenti umani plasmati dalla società ho avuto l’irrefrenabile curiosità di leggerlo e tra le sue righe ho potuto riscoprire quanto di sciocco e al contempo intrigante ci sia nel modo di agire dell’essere umano. 

Partendo dal pensiero di Karl Marx, si puntava infatti l’attenzione soprattutto sull’aspetto economico delle relazioni umane, sottolineando così come il benessere diffuso abbia aiutato a scalfire, ma non superare del tutto, le discrepanze sociali tra chi possiede in termini materiali di danaro e chi invece possiede in altre qualità. È certo che chi ha un maggiore benessere economico e monetario, ha la grande chance di svolgere una vita più agiata e tranquilla, di conseguenza il suo modo di rapportarsi al mondo sarà più sicuro ed elitario. 

Oggi come oggi, la donna assume sempre più un ruolo di supporto all’uomo nel bilancio economico familiare, provvedendo anche lei a rimpinguare le casse della propria famiglia attraverso un lavoro extra familiare. Proprio in quest’ultima definizione lavorativa della donna sta il nuovo disagio femminile, in quanto se fino a un cinquantennio fa il gentil sesso provvedeva innanzitutto alla cura e alla gestione degli affari interni alla famiglia, adesso deve supportare la stessa propria famiglia attraverso un impegno lavorativo aggiuntivo, in grado di sopperire a un qualche buco finanziario di casa. Sempre nello stesso opuscoletto si affermava, riprendendo e facendo propria la concezione filosofica di Feuerbach, che la società è il frutto dell’azione degli individui, che attraverso scelte politiche apportano cambiamenti a volte radicali nella costruzione di quella evoluzione sociale che, a sua volta, finisce con l’influenzare e il ridisegnare i comportamenti umani all’interno della collettività. Nessuno, uomo o donna che sia, è esente da tutto questo processo di cambiamento e di evoluzione, che impone una graduale trasformazione della propria ottica e del proprio raggio di azione. La donna, in ogni fase storica di evoluzione sociale, si è ritrovata a dover adattare le sue specifiche qualità a ciò che il sentire comune imponeva. In questo scambio tra l’individuale bisogno di riscatto e i canoni sociali predominanti è stato inevitabile quella sorta di travaso di privilegi dalla parte fino ad allora più favorita alla parte più svantaggiata. Tutto questo ha comportato una ridefinizione delle mansioni e dei compiti, come dei diritti e delle opportunità tra i due generi.  Questa, che può apparire come una fase transitoria, rivela solo una trasformazione sociale che è e sarà sempre in itinere, conducendo il genere umano alla scoperta di nuove forme di relazione, sia all’interno della famiglia che fuori di essa, nel mondo circostante.

Forse basterebbe ricominciare da capo, dall’educazione, dall’osservazione dei bambini. Quanto li lasciamo liberi di esprimersi indipendentemente dal genere? Ci avete mai pensato? Vi invito a leggere quanto scrive la mia collega Lorella sullo spettacolo Io Femmina, e tu? di Letizia Pardi e Francesca Pompeo, visto qualche tempo fa a La Baracca Teatro Testoni Ragazzi. Cosa ne pensate? 

Sul palcoscenico c’era al centro un ring, dove due attori, un ragazzo e una ragazza, indossavano dei guantoni da boxe.

Dibattendo sui vari ruoli tra maschi e femmine, lei diceva a lui: “Dato che voi maschi dite che noi femmine lavoriamo meno di voi, adesso voi maschi provate un po’ voi a tener dietro a una casa, facendo tutti lavori domestici accudendo anche i bambini, mentre io vado a lavorare e facendo i lavori da uomo, come l’elettricista, o attaccare quadri. Vedrai che non dirai più che i lavori domestici di noi donne sono meno faticosi dei lavori maschili!”.

Questa frase, pronunciata dall’attrice all’inizio dello spettacolo prima di far fare al suo amico tutto quello che gli aveva detto, mi ha colpito molto e un pomeriggio ci ho improvvisamente ripensato, osservando i miei nipoti muoversi davanti al baule dei loro giochi, accanto a cui mi siedo anch’io quando devo fare loro da babysitter. Mi sono accorta che la mia Giulia, oltre a giocare con i giochi da femmina, come le bambole, i puzzle o leggere i libri di fiabe, adora giocare soprattutto con un camioncino di nome Ivo. Con Ivo si divertono tutti e due, sia Giulia che suo fratello Lorenzo, perché il camioncino elettrico emette una musica parlante, che fa: “Io sono Ivo il fuoristrada sportivo, ho grandi ruote per correre veloce, a perdifiato per la città”. La cosa bella poi, è che Ivo permette loro di giocare insieme anche se sono un maschio e una femmina e hanno età diverse.

Anche Lorenzo, a dirla tutta, prende spesso i giochi di Giulia, come al solito tutti mischiati con i suoi nel baule, e nella maggior parte dei casi si tratta di bambole.

Francamente non so se come zia ci avrei fatto caso se non fossi andata a vedere questo spettacolo. I bambini presenti al Teatro Testoni erano molto divertiti. Chissà con che cosa hanno giocato quel pomeriggio!