di Arianna Casali, psicologa presso la cooperativa sociale “Progetto Crescere” di Reggio Emilia e Simona Tagliazucchi, responsabile area trattamento, abilitazione, rieducazione presso la stessa cooperativa.

Quando si pensa alla mente, generalmente, ci si sofferma sulle percezioni e sulle idee, trascurando il movimento che tuttavia ha un ruolo centrale nei processi di rappresentazione mentale fin dalle prime fasi embrionali. I movimenti non sono un semplice atto meccanico, un mezzo per raggiungere qualcosa: le azioni motorie hanno una funzione importante per formazione della mente, condizionano l’apprendimento e sono alla base del linguaggio.
Se pensiamo allo sviluppo motorio del bambino, possiamo notare una correlazione tra motricità e linguaggio. La capacità di comprendere e di esprimere attraverso la parola viene acquisita in seguito ad altre funzioni, possiamo quindi descrivere vari precursori del linguaggio che riguardano il corpo. Il neonato all’inizio ha un ruolo prevalentemente passivo rispetto al suo ambiente circostante: nota una serie di movimenti e azioni dei genitori che, se benevoli, causano effetti positivi e benessere. Ben presto è però il neonato stesso che produce azioni che determinano modifiche nell’ambiente che lo circonda, e tale sviluppo della motricità è un processo graduale che avviene secondo tappe ben precise. Le azioni motorie del bambino diventano sempre più coordinate, selettive e sequenziali, divengono un susseguirsi di atti che il bambino utilizza per situazioni specifiche. In seguito queste sequenze si arricchiscono di sempre più complesse sequenze muscolari, finalizzate a imitare anche le espressioni facciali dell’adulto. Tali sequenze di atti (chiamate anche script) vengono memorizzate dal bambino e codificano sequenze di movimenti che vengono riproposti per rispondere a situazioni specifiche. Le memorie di atti motori vengono chiamate “procedurali” perché implicano una serie di procedure e non di significati, come avviene per le memorie “semantiche”, ed esse costituiscono il punto di partenza per il successivo apprendimento linguistico basato su sequenze motorie che non sono molto diverse da altri movimenti, come quello della mano, del braccio o della testa, ma che servono per produrre una serie coordinata di suoni significativi.
Non solo gli “script comunicativi” sono alla base del linguaggio, ma ci sono altri esempi di come lo sviluppo motorio si integri con il linguaggio e ne sia un suo precursore. Il bambino già dai primi mesi di vita ha la capacità di imitare con il volto le espressioni del viso di un adulto, così come possiede altri segni tipici di comunicazione non verbale. L’imitazione sembra essere uno dei precursori fondamentali per la comunicazione sociale e interpersonale. Fin dalla prima infanzia i bambini imitano i movimenti del corpo, le posture e le espressioni facciali di altre persone attraverso azioni sugli oggetti, imitano anche il comportamento vocale di chi li accudisce ed è proprio questo meccanismo che permette l’instaurarsi di una comunicazione sociale e di una sincronia sulle emozioni (Gopnik & Meltzoff, 1994). Più specificatamente, la cosiddetta “sincronia interattiva” dei neonati, basata soprattutto sul corpo, è uno dei primi segni di comunicazione. Se si osserva un neonato di qualche giorno di vita mentre gli si parla, si nota che il piccolo muove il corpo in risposta alle nostre parole. Il bambino compie una serie di micromovimenti in risposta al linguaggio umano, una specie di danza con il corpo che viene attivata dalla voce umana, dal ritmo della lingua (sincronia interattiva). Ciò ci fa capire come il linguaggio non sia solo un atto puramente mentale o astratto, ma coinvolga anche il corpo; tale affermazione si può notare anche successivamente negli adulti che accompagnano il proprio linguaggio con movimenti (gesti e mimica facciale) che lo rendono maggiormente significativo.
Un ulteriore aspetto da non tralasciare nella correlazione tra sviluppo motorio e linguaggio riguarda l’utilizzo dei gesti nei bambini piccoli. I primi gesti che compaiono tra i 9 e i 12 mesi vengono chiamati performativi o deittici: sono gesti utilizzati per mostrare, offrire, dare e per fare richieste ritualizzate (ad esempio estendere il braccio con la mano aperta e il palmo in su o in giù; aprire e chiudere il palmo della mano come un gesto di prensione a vuoto). Essi esprimono un’intenzione comunicativa e si riferiscono a un oggetto o evento esterno, che tuttavia si ricava esclusivamente osservando il contesto. A differenza delle azioni di tipo strumentale come l’afferrare, questi gesti sono inadeguati per raggiungere l’obiettivo in modo diretto, ma servono e sono adeguati per comunicare tale obiettivo a un’altra persona. I gesti deittici sono accompagnati dallo sguardo diretto al destinatario del gesto; in alcuni casi il bambino guarda alternativamente il destinatario e lìoggetto/referente del gesto. La natura di questi gesti è triadica (bambino-adulto-oggetto/evento): mentre il bambino compie il gesto non manca, infatti, il contatto visivo e l’alternanza dello sguardo fra bambino e interlocutore. I gesti deittici vengono utilizzati sia per chiedere l’intervento o l’aiuto dell’adulto (funzione di richiesta) sia per attirare l’attenzione e condividere con l’interlocutore l’interesse per un evento esterno (dichiarazione).
A partire dai 12 mesi circa, fanno la loro comparsa i gesti referenziali o rappresentativi, veri e propri precursori del linguaggio. Questi non soltanto esprimono un’intenzione comunicativa, ma rappresentano anche un referente specifico, il loro significato cioè non varia in conseguenza del variare del contesto (Caselli 1983; Acredolo e Goodwyn 1985). Si tratta di gesti usati in una molteplicità di situazioni per riferirsi a oggetti, eventi o azioni: ad esempio aprire e chiudere la mano per significare “ciao”. Questi gesti vengono appresi prevalentemente per imitazione e nascono per lo più all’interno di routine sociali o di giochi con l’adulto. In seguito essi si distaccano dai contesti originari per decontestualizzarsi sempre più, sono utilizzati sempre più per scopi comunicativi piuttosto che come schemi di azione o di gioco simbolico. I gesti referenziali hanno, appunto, un’origine sociale, ovvero non sono dati biologicamente, ma vengono appresi attraverso l’uso che gli altri ne fanno, hanno cioè un significato convenzionale e presentano una loro variabilità culturale. Da questo punto di vista essi rappresentano un ponte verso l’apprendimento del linguaggio, con cui condividono alcune proprietà (come la referenzialità), ma rispetto al quale sono carenti nella portata esplicativa delle interazioni comunicative, data la loro natura iconica e analogica. Nello stesso periodo, compaiono le prime parole, anch’esse molto legate al contesto e che solo man mano si decontestualizzano. Quando il linguaggio verbale comincia a consolidarsi e il vocabolario raggiunge le 50 parole, l’uso dei gesti referenziali diminuisce gradualmente fin quasi a scomparire. Questa diminuzione spontanea dei gesti con l’arrivo del linguaggio verbale sottolinea ulteriormente l’importanza dei gesti, quando i bambini sono piccoli, per esprimere le loro intenzioni comunicative.
Si può concludere sostenendo che la motricità occupa una posizione molto rilevante nella nostra mente e nelle strategie cognitive che utilizziamo. Da ciò che si è scritto precedentemente, si nota come nel movimento, non giochi un ruolo centrale solo il soggetto in modo autonomo, ma sia fondamentale anche l’ambiente e le persone che circondano il bambino nei primi periodi di vita. Questa affermazione viene confermata da studi neurofisiologici recenti, in cui si è scoperto che il nostro cervello reagisce in modo inconscio anche ai movimenti compiuti dagli altri: noi non ce ne rendiamo conto, ma la corteccia cerebrale “fotocopia” i movimenti che vediamo compiere dalle persone intorno a noi attraverso i  mirror neurons (neuroni specchio), localizzati, appunto, nella corteccia premotoria. Tali neuroni sono un tipo particolare di cellule caratterizzati dalla capacità di “rispecchiare” i movimenti altrui.
L’area motoria del nostro cervello è quindi implicata (almeno come innesco) nella comprensione delle azioni e delle percezioni che accadono intorno a noi. I neuroni specchio stabiliscono una sorte di “ponte” tra osservatore e attore, sono quindi al centro di comportamenti imitativi, che diventano fondamentali  nella fase infantile per l’apprendimento di schemi motori; tali neuroni tuttavia hanno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza linguistica.
Per quanto riguarda l’apprendimento motorio possiamo pensare a quando per la prima volta un bambino vede un movimento nuovo eseguito da un altro bambino: nel suo cervello si attivano in modo automatico i mirror, che elaborano lo schema del movimento (cioè le sequenze muscolari per compiere quel movimento) che fino a quel momento il bambino-osservatore non ha mai compiuto. In questo modo il bambino, prima ancora di compiere concretamente il movimento, ha già interiorizzato le sequenze motorie necessarie per farlo grazie ai mirror..
Questa stessa dinamica accade anche quando un bambino piccolo impara a imitare i suoni degli adulti, cioè a compiere quei movimenti delle labbra e del volto che lo porteranno a imitare, anche se con qualche sforzo, i movimenti che ha visto mettere in atto dagli adulti per comunicare tramite il linguaggio le sue intenzioni: la motricità e i mirror neurons ne facilitano quindi alcuni aspetti. 
È quindi attraverso l’osservazione e l’azione motoria che un bambino compie una serie di apprendimenti concreti, che man mano, si trasformeranno in concetti astratti.
Ciò significa che la base del nostro apprendimento è di natura motoria e che la comprensione non viene gestita solo su base simbolica, in un’area di elaborazione elevata che non comunica con l’area motoria, ma che “il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende” (So quel che fai…Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). La comprensione e l’apprendimento di nuovi concetti non sarebbero solo dipendenti dalle “mappe mentali” individuali, ma dipenderebbero soprattutto da eventi collegati tra loro in uno stato di “sintonizzazione” tra pattern interni ed esterni. Quando si pensa alla mente e all’apprendimento si privilegia spesso una concezione logico-astratta, a scapito dell’aspetto più concreto e motorio dell’apprendimento, pur sapendo che azioni e movimenti hanno un ruolo centrale nei processi di formazione e rappresentazione mentale. La concretezza è un aspetto importante sia per l’apprendimento del linguaggio che per l’apprendimento in generale: i bambini hanno bisogno di esempi concreti e palpabili, di manipolare la realtà e di fare giochi attivi e di movimento, perché si comprende meglio da ciò che si vede e si trae più soddisfazione da ciò che si è realizzato.

Per saperne di più:
www.progettocrescere.re.it

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