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Di paresi spastiche e tiri liberi

di Stefano Toschi

C’era una volta un principe che si sentiva un fenomeno: bello, ricco, potente. Soprattutto bello. Un giorno gli fa visita una vecchina, molto brutta: in realtà è una strega. La caccia fuori dal castello, sotto la tormenta e lei, per fargli capire cosa conta davvero nella vita, lo trasforma in una bestia orrenda: solo l’amore incondizionato di una fanciulla, che saprà andare oltre le apparenze, potrà salvarlo. La bella e la bestia continua a fare scuola, tanto che, ancora oggi, ci sono trame di pellicole cinematografiche che ne copiano diligentemente la storia. È il caso di Tiro libero, un film che, avevo letto, doveva essere incentrato sulle vicende di una squadra di basket in carrozzina. Invece, il protagonista è una sorta di principe-Bestia. Uscito a settembre 2017, distribuito in qualche sala, con un discreto cast di attori italiani, racconta di un ragazzotto belloccio e arrogante, ricco di famiglia che, a seguito di un incidente automobilistico in cui ferisce gravemente una ragazza, viene condannato a tre mesi di lavori socialmente utili.
Visto che è un bravo giocatore di basket, lo “condannano” ad allenare dei ragazzini in carrozzina, scoprendo a sua volta di essere malato di distrofia muscolare e finendo per trovare l’amore della vita in una volontaria che, insieme ai ragazzini, diventeranno per lui, da seccatura preannunciata, una fonte determinante di ispirazione, tenacia e forza d’animo, anche nella malattia. Insomma, senza grande fantasia, il copione è un po’ sempre quello: la disgrazia può capitare a chiunque e i disabili sono esempio di virtù. La verità è che, pur apprezzando lo sforzo di farci percepire come esseri superiori, non lo siamo affatto. Siamo poveri peccatori come chiunque, magari con meno possibilità di fare del male a chicchessia, il che non significa meno desiderosi di farlo. Non tutti, intendiamoci: annoveriamo buoni e cattivi in pari proporzione che in qualsiasi altra categoria, dai bancari, ai calciatori, ai malati di tumore.
Una differenza fondamentale è data dall’acquisizione o meno dell’handicap nel corso della vita: è chiaro che, per chi, come me, è nato così, è più semplice.
Qualsiasi cambiamento di vita destabilizza chiunque, figuriamoci la notizia di una disgrazia. Io, che a basket non ho mai giocato, non ne posso sentire la mancanza. Indubbiamente, la nostalgia di qualcosa è una forma più grave di disperazione rispetto all’impossibilità di provarla. Per questo io evito sempre l’atteggiamento del santo o del virtuoso, anzi, rivendico il mio diritto a essere un povero peccatore, come tutti. Eh, già: vale anche il pensiero! Scherzi a parte, sarebbe sciocco negare che, appunto, le disgrazie della vita in cui chiunque di noi può incappare siano amplificate da una condizione di partenza già di svantaggio. Ad esempio, ho letto di recente di un ex assessore di un ricco comune lombardo che, per una serie di vicissitudini, si è ritrovato a vivere per strada. Da imprenditore e amministratore locale per oltre un ventennio a clochard. Il suo senso della dignità personale, peraltro, gli ha impedito per lungo tempo di chiedere aiuto a parenti e amici, e le Istituzioni, alle quali invece si era rivolto subito, avendole servite per anni, gli hanno voltato le spalle. La porta gliel’hanno aperta solo la Caritas e altre realtà locali del Terzo Settore. Racconto questa storia perché, del protagonista, mi ha colpito soprattutto il fatto che, nella sua intervista, quasi marginalmente accennasse di essere affetto da emiparesi spastica dalla nascita, raccontando di come tale condizione deficitaria di partenza avesse amplificato le difficoltà della vita di strada.
Mi ha molto turbato leggere che una persona spastica (seppure, a quanto pare, non in forma grave) potesse essere costretta a vivere per strada, anche perché, come racconta il protagonista, deve assumere costantemente farmaci e integratori molto costosi. Perdendo la residenza anagrafica (molti comuni della ricca Lombardia non ne hanno una fittizia per i clochard, come avviene, invece, a Bologna) ha perso anche il diritto all’assistenza sanitaria pubblica. Un cittadino italiano, che ha servito per anni il proprio Comune di residenza, si è ritrovato ad essere senza diritti di cittadinanza. Queste due storie, una cinematografica, una vera, mi hanno indotto, negli ultimi tempi, a riflettere molto sulla mia condizione e, più in generale, sulla concezione della disabilità nel nostro Paese. A fronte di film e romanzi che raccontano un po’ il “mito del buon disabile”, al pari del rousseauiano mito del buon selvaggio, dal quale passa il riscatto morale dell’umanità corrotta dal materialismo, ecco che un disabile vero, in carne e ossa, finisce a vivere per strada. Mi fa riflettere il fatto che la disabilità prevede costi sociali che, di solito, costituiscono il primo “taglio” a qualsiasi forma di budget pubblico: il welfare non può essere considerato solo un appesantimento dei costi perché, senza di esso, le ricadute sociali sono ben più gravi.
Quando nego la residenza al disabile che finisce senza alloggio, non faccio che aggravare i costi sanitari e creare nuovi costi. Il Terzo Settore sopperisce a molte mancanze del welfare pubblico e lo fa a prezzi più contenuti: buona cosa in ottica sussidiaria, molto meno nell’ottica della civiltà di una Nazione. Anche perché non succede quasi mai che il Terzo Settore abbia, poi, i giusti riconoscimenti per la propria opera sociale. Se una persona viene sostenuta sin dalle sue prime difficoltà e nelle cose fondamentali, difficilmente, poi, la situazione peggiorerà e diventerà una multiproblematicità da affrontare. Anche nella disabilità, chi ha maggiori possibilità economiche ha una vita migliore e più lunga: una banalità, certo, ma questa sperequazione è più grave se, a farne le spese, sono persone cui la propria condizione nega del tutto possibilità di riscatto, grazie a qualche dote personale. Se due persone normodotate nascono, a parità di requisiti individuali di intelligenza e salute, ugualmente povere e socialmente disagiate, è possibile che una delle due, o entrambe, trovino la via del riscatto sociale. Per due disabili la cosa diventa oltremodo problematica: per dire, se mia mamma mi avesse abbandonato in una struttura, probabilmente nessuno si sarebbe reso conto che le mie difficoltà di comunicazione con l’sterno non corrispondono a un’intelligenza sotto la media. Allora, insomma, rivendico volentieri la mia possibilità di essere considerato una persona cattiva, a patto che mi vengano fornite pari condizioni di partenza di chiunque altro. Senza pretendere di fare cose al di sopra dei miei limiti oggettivi (no, non voglio correre la maratona di New York), ma con la possibilità di vedere valorizzati i miei talenti, anche se, per farlo, necessito di maggiore assistenza rispetto a chiunque altro. Se un disabile viene considerato solo un costo sociale, si perde di vista il valore intrinseco della persona.
Ho conosciuto molte persone con qualche handicap lieve che si sentono un peso per la famiglia e la comunità, perché l’ambiente circostante non è in grado di valorizzarne le diverse abilità. Per contro, conosco individui che cercano ogni modo per potersi approfittare dei benefici del welfare pubblico, anche forzandone le maglie del diritto e ricorrendo ad escamotage incredibili. Per questo ritengo più che mai necessaria una svolta culturale che non dipinga la persona con handicap come un “buono sempre e comunque”, ma nemmeno come un costo pubblico. Si potrebbe cominciare chiamando le persone per nome e non per categoria di deficit e garantendo il diritto all’uguaglianza e alla ricerca della felicità, parafrasando la Costituzione degli Stati Uniti d’America.



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