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Vocazione alla castita? Chi l’ha detto

di Claudio Imprudente

Il tema della sessualità nel mondo dell’handicap ha conosciuto negli anni ottanta una fioritura di articoli e convegni che hanno proposto come chiave di lettura unica questo pensiero: la sessualità per l’handicappato è un diritto.
Nel mondo cattolico questa riflessione si è sviluppata nella seguente frase: l’handicap ha la vocazione alla castità. Per me non è così. perché la
vocazione è una chiamata, e ad una chiamata bisogna dare una risposta. Io non ho scelto di essere handicappato, e dunque l’handicap non può scegliere.

Semmai la vocazione è accettare l’handicap. La libertà di questa scelta consiste nella decisione di diventare soggetto a pieno titolo oppure rimanere ancora oggetto. E da questo dipende anche la possibilità di concepire in modo nuovo il tema handicap e sessualità. Perché il problema è la sessualità e non la sessualità dell’handicap. Troppo dì frequente si propone quale assolutizzante immagine della sessualità il rapporto fisico, ma questo significherebbe porre un limite. Un solo criterio interpretativo, lo vorrei proporre una visione diversa, a partire da una variazione sull’interpretazione del rapporto sessuale. Poniamo di avere una torta alla panna e di rivolgere tutta la nostra attenzione alla ciliegina, solo perché si presenta bene. In questo siamo aiutati in vari modi dalle influenze sociali e dei media, che contribuiscono in vari modi a farne un mito. Il mito della ciliegina. Ma se qualcuno volesse proporre di considerare tutta la torta?
Stando al mito, l’handicap non può avvicinarsi alla torta. Se modifichiamo i termini però potremmo chiederci se l’handicap non rientra nei paradigmi o se sono i criteri di giudizio che vanno modificati. La mia proposta investe proprio tali criteri. E mi spingo a dire che l’handicap ha un posto di rilievo in questa tematica, perché fa riflettere sulla sessualità e su un possibile nuovo modo di interpretarla.
Riprendiamo il tema della vocazione. Definire l’handicap una chiamata alla castità significa relegare il problema in una zona franca, dove non disturba e dove non è disturbato. La sanità vive il suo rapporto con la sessualità, confina in un limbo tra l’eroico e il disgraziato l’handicap, e non se ne parli più. Che questa possa essere una risposta della società è anche concepibile. Rientra in una normale economia di pensiero. Ma che l’handicap non faccia niente per smuoverla è preoccupante. Queste note vorrebbero essere un tentativo di farlo.
L’handicap deve trasformare sé stesso da oggetto d’amore a soggetto d’amore. Osserviamo una fenomenologia usuale del rapporto dell’handicappato con il suo corpo. L’handynon cura il proprio aspetto, non si preoccupa dei vestiti che indossa, non usa profumi o simili. Perché dovrebbe abbellire il proprio corpo? Se un “normale” si atteggia a bullo, è un bullo; se lo fa l’handicappato è solo un povero scemo. Tutto questo dovrebbe cambiare a livello di immaginario collettivo. Basta credere alle potenzialità offerte dall’handicap. Si dice che l’handy non può camminare, e quindi è impotente; non può parlare, e quindi è impotente; non può decidere, e quindi è impotente. Mi permetto di dire che la mia esperienza conferma il contrario.
L’handicap è invece una potenzialità che bisognerebbe utilizzare per l’uomo, lo sono diventato soggetto d’amore, ho messo in atto quella potenza che c’è in ognuno di noi, handicap o no. E questo ha fatto sì che la gente attorno a me cambiasse e mi offrisse le sue potenzialità. È un fatto normale per tutti, io non amavo la mia situazione e il mio corpo. Mi chiedevo perché dovessi essere così, senza “colpa” da parte mia. Poi ho preso fiducia, considerando questa condizione come una delle tante, necessitante solo di essere messa a frutto. Ora non mi vergogno di essere cosi come sono, perché mi sono accettato. Questo è avvenuto nel mio caso quando mi sono sentito non solo accettato, ma, più ancora, amato, da Dio e dagli uomini. Perché quando uno si sente amato che può a sua volta amare la propria condizione fattuale. Si instaura un fenomeno inarrestabile, come una catena lungo la quale l’amore che si riceve si ritrasmette e permette che anche gli altri possano amare. Amare la mia condizione. E così se prima la gente veniva da me per dare qualcosa, ma il movimento era univoco, ora è uno scambio reciproco. Questa è la cultura che deve stare attorno e insieme all’handicap.



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