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Cosa pensano i genitori quando un figlio pratica sport

a cura di Tristano Redeghieri

I miei tre figli praticano calcio, pallavolo e nuoto. All’inizio dell’anno sportivo gli allenatori hanno dato un foglio a noi genitori sul quale c’era scritto come deve comportarsi un genitore quando accompagna il proprio figlio agli allenamenti e alle partite, sia che siano di campionato o amichevoli. Tutte regole che anch’io, nonostante sia un educatore, oltre che un genitore, a volte, faccio fatica a seguire.
Ma gli allenatori sanno cosa succede nella testa di un genitore quando il figlio gioca, e tutto quello che ne consegue a livello emotivo? Non ci è mai stato chiesto direttamente se è facile o difficile condividere le gioie e le frustrazioni che lo sport porta ai nostri figli. Non mi hanno mai chiesto se ho notato e visto miglioramenti per quanto riguarda l’autonomia, l’autostima… se i miei figli sono diventati più intraprendenti e se hanno migliorato il rapporto con se stessi e gli altri, migliorando o peggiorando le dinamiche di gruppo.
Se io mi pongo queste domande come genitore di figli “normodotati”, immagino che per i genitori di figli disabili sportivi le ansie e gli interrogativi siano nettamente amplificati. Queste considerazioni mi hanno stimolato a contattare genitori e fratelli di atleti disabili che risiedono lontano dal territorio in cui abito e lavoro, per non farmi condizionare da pregiudizi.
Di seguito riporto la testimonianza di Barbara Avola, Michele Ferrero e Maria Peluccio, Lucia Caruso che abitano in Sicilia, e più precisamente nella provincia di Siracusa.
“Sono mamma di tre figli, Alessio, Leo e Giulia. Fin dall’età della scuola primaria hanno provato vari  sport, dal basket al calcio al nuoto al tennis, e tutti quelli verso i quali hanno mostrato interesse. Giulia, la più piccola, ha ancora una disabilita psicomotoria derivante da lesioni cerebrali causate da complicazioni alla nascita. Nonostante le sue condizioni, oltre all’attività in piscina ha frequentato un corso di danza classica partecipando a due saggi. Ha successivamente partecipato ai corsi di minibasket e in seguito si è allenata con la squadra di nuoto a baskin con uno dei fratelli. Essendo io tra i promotori del baskin nella mia zona, ho incoraggiato la loro partecipazione insieme a me, che gioco in ruolo 4, e al mio compagno, allenatore e giocatore in ruolo 5.
Personalmente credo che il baskin sia una bellissima opportunità per tutti, perché ha dei ruoli che permettono di includere tutte le abilità. Lo trovo uno sport geniale.
Per me integrazione (ma parlo da educatrice professionale) significa avere rispetto per qualsiasi condizione, considerare l’altro, in qualsiasi condizione si trovi, come tutti, con le sue specifiche specialità e con i suoi specifici difetti. Significa equilibrio nelle relazioni, accettando i limiti che ognuno di noi ha e incentivare le potenzialità. Purtroppo la mancanza di preparazione generale e la superficialità degli operatori nel settore della disabilità non hanno permesso che io sperimentassi il piacere di percepire una reale inclusione. I genitori possono seguire un figlio con disabilità senza essere invadenti fino al punto in cui lo seguono quelli di coloro che disabilità non ne hanno; non credo sia cosa semplice non risultare invadenti, ma credo che un’educazione al dialogo sia una buona strada per esprimere bisogni e dissensi. Educazione all’empatia: credo che le famiglie che hanno in essere condizioni difficili, come possono essere quelle della disabilità, dovrebbero avere il supporto di consulenti psicoterapeuti per l’elaborazione del problema e da lì penso si possa procedere verso un discorso di equilibrio nella relazione con il figlio o la persona con disabilità in genere. Le dinamiche di gruppo che si sviluppano sono le stesse che si manifestano in tutte le altre squadre o per lo meno io mi adopero, vivendo la situazione in prima persona, affinché possano essere tali. Ci arrabbiamo se non giochiamo bene, motiviamo se si ritiene sia il caso, non si convoca alle partite chi mostra scarso impegno nel seguire gli allenamenti, si gioisce insieme per i successi conquistati. Si cresce nella civiltà nel più nobile dei suoi significati”.  (Barbara Avola)

“Sin da piccolo Salvatore ha dimostrato un particola-re interesse alla palla e provava piacere a giocare a calcio o a pallacanestro.
Pur avendo frequentato vari corsi di nuoto, notavamo che il basket era il suo gioco preferito e quando andavamo in un campetto vicino casa o all’oratorio – allora abitavamo a Rho – dava il massimo di sé nelle partite di pallacanestro, gratificandosi molto nel fare canestri. Solo quando ci siamo trasferiti a Noto, circa dieci anni fa, incontrando Vincenzo Spadaro e Marco Formica, bravi e pazienti allenatori di basket, abbiamo deciso di provare a inserirlo in alcuni corsi serali di pallacanestro in cui vi erano solo normodotati. Inutile nascondere che ciò comportava un notevole impegno sia da parte nostra, che abitiamo fuori città, sia da parte degli allenatori, che dovevano ave-re grande pazienza ed esperienza nel gestirlo.
Ma in considerazione del desiderio, della gioia e della voglia di Salvatore nel praticare questo sport, non potevamo esimerci dall’accontentarlo. Anzi, questa novità è stata per noi genitori di notevole stimolo per le attività future. Però, e qui c’è un però, Salvatore alla lunga cominciava a notare, all’interno della squadra, la sua parziale incapacità a giocare come i suoi compagni normodotati. Questo un po’ lo ha deluso, ma quando poi gli è stato proposto un nuovo tipo di basket appunto, lo ha molto apprezzato, superando di colpo le sue delusioni. Da allora è stato un crescendo di piaceri.
Certo, abbiamo fatto tutti un po’ di fatica a capirne le regole e anche i ragazzi sono rimasti all’inizio un po’ disorientati ma, passato il primo momento di smarrimento e con duri allenamenti, cominciando a capire ognuno il loro ruolo, non c’è stato più nessun problema. E la cosa più interessante è che fra di loro si aiutano e si sorreggono, specialmente nei momenti meno proficui, per dare di più. Molto positivo il fatto che in questo sport fra i disabili e i normodotati ci sia rispetto, un sollecitarsi a creare complicità per fare più canestri possibili, senza considerare importante se il pallone viene fatto entrare nel canestro più alto (quindi un lancio fatto da un normodotato) o in quello più basso (quindi un lancio eseguito da disabile grave in carrozzina). E per parlare anche della fa-miglia, siamo convinti che abbia un ruolo fondamentale in tutto ciò, in quanto non deve sostenere soltanto il proprio figlio, ma anche tutti gli altri, sia collaborando nella logistica delle attività sia moralmente verso i propri figli, in un gioco continuo di complicità totale, in modo da dare tutto quello che si può senza pretendere da nessuno nient’altro che la soddisfazione e la gioia dei propri figli. Nella nostra esperienza abbiamo notato che a Salvatore non solo fa piacere la nostra presenza, ma la pretende in tutte le sue partite o allenamenti, e notiamo che da ciò trae molta gratificazione, che poi è quello che noi vogliamo. È ovvio che non sempre è possibile accontentarlo, ma il nostro impegno è massimo. Desideriamo sottolineare, a questo punto, che il baskin è stato presentato anche alle scuole locali, con delle partite in cui Salvatore è stato uno dei protagonisti.
Questa esperienza di insegnamento agli studenti è stata estremamente gratificante per tutti.
In conclusione, la nostra visione attuale è senz’altro positiva e speriamo fortemente che abbia un futuro. Non nascondiamo che ci sono tante difficoltà nel realizzare questo progetto, dovute soprattutto al rapporto con le istituzioni e con le altre realtà coinvolte, ma da parte nostra c’è sempre disponibilità.
Una citazione particolare va a Peppe Battaglia, presidente della UISP di Noto, che ci coinvolge spesso nelle sue iniziative e al quale va il nostro personale ringraziamento per il suo impegno nei confronti delle persone disabili”.
(Michele Ferrero e Maria Peluccio)

 “Benito ha 53 anni e a causa dei suoi problemi motori non praticava alcun tipo di sport, per paura di farsi male; perché anche se cammina ed è autonomo, spesso perde l’equilibrio e cade. Quando ci hanno proposto il baskin, inizialmente eravamo diffidenti, perché non conoscevamo bene la tipologia di sport e le sue regole. Ma dopo aver assistito a un’esibizione pratica, i nostri dubbi sono spariti. Questo sport ha delle regole perfette che permettono ai diversamente abili di partecipare al gioco con tranquillità. Il disabile, che spesso nella vita quotidiana ha bisogno dell’aiuto dei normodotati, si sente protagonista. Il ruolo degli atleti disabili è fondamentale nello svolgimento del gioco, perché anche il disabile aiuta il normodotato, e questa collaborazione contribuisce ad accrescere l’autostima, la fiducia, la sicurezza in se stessi e l’interazione con i ragazzi. Infatti Benito è diventato più coraggioso, ed è riuscito lenta-mente a demolire il suo castello di paure. È tanta la passione per questo sport, che per la prima volta ha preso un aereo per andare a Cremona a partecipare al 1 ° campionato nazionale di baskin. Per, lui è stata un’esperienza fantastica. Non ho mai visto mio fratello così felice.
Questo sport valorizza il contributo di ogni componente della squadra, il successo dipende realmente da tutti; la collaborazione e l’interazione fra i ragazzi contribuiscono all’accrescimento della sensibilità di ognuno. Solo pochissime volte ho assistito a situazioni dove il normodotato, nelle dinamiche di gruppo di gioco, non ha coinvolto nel modo adeguato il diversamente abile; il voler essere protagonista, l’egoismo prevalgono a volte su tutto. Finalmente col baskin, in questa società di automi, i ragazzi diversa-mente abili fanno sentire la loro voce nel coro per dire ‘lo ci sono'”.
(Lucia Caruso)



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