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How long is now. La danza in carrozzina di Balletto Civile

di Lucia Cominoli

Più di ogni altra forma artistica la danza è rivelazione squisitamente corporea. Abitazione e scoperta di spazio, inciampo, incrocio e rinascita nelle forme dell’altro, riscrittura gestuale dell’intimità o espressione codificata… In qualsiasi modo lo intendiamo il ballo resta associato ai moti d’origine: slancio terrestre, ascolto impulsivo e azione comunitaria.
Quando la musica ha inizio o siamo in dialogo con uno o più partner, quello che si chiede al nostro corpo è infatti pur sempre la stessa cosa: dare una risposta. Uno scambio in apparenza semplice che può portare tuttavia a conclusioni complesse, a seconda, soprattutto, del tipo di vicinanza che vorremo instaurare e a chi intendiamo rispondere. Per le scuole di Danza Sportiva in Carrozzina per esempio, come la Wheelchair Dance Sport di Firenze, la prima sul territorio nazionale, la risposta consiste nella possibilità di esercitare un’abilità personale, più o meno residua, sulla quale i danzatori-atleti disabili agiscono con l’allenamento e la creatività fino a esibirsi combinati (un partner in piedi e uno su carrozzina) o in coppia (entrambi su carrozzina) in vere e proprie competizioni di tango, valzer, ecc., di fronte a un pubblico di appassionati e di giurati. Per il teatro danza, invece, pur attingendo alle pratiche della stessa disciplina, il centro si spinge dall’esplorazione delle abilità a quella delle difficoltà, fino alla loro acquisizione e trasformazione in gesto poetico, colloquio, tensione generativa di spostamenti e ipotesi in continua evoluzione.
How long is now, lo spettacolo ideato dalla coreografa Michela Lucenti con la compagnia Balletto Civile, che ha aperto lo scorso ottobre 2013 l’annuale stagione di danza contemporanea del Teatro Comunale di Ferrara, muove su queste linee di sguardo, facendoci partecipi di ferite corporee personali e storiche che mettono di volta in volta a confronto abilità e generazioni diverse in una riflessione sociale e politica legata al futuro del presente, combinandovi l’energia di parola e musica con personali e più sensibili impasti. Uno, due, tre, quattro… Quante sono le ruote della danza? Se lo sono chiesti con le loro carrozzine gli ospiti della Casa Residenza per Anziani di Ferrara e del Centro Sociale Ricreativo Culturale Rivana Garden, protagonisti dello spettacolo, insieme ai danzatori della compagnia e alla comunità rapita del pubblico che li ha osservati.

Quando ballare è un’etica. Storia di una compagnia “civile”
Che la danza sia capace di agire nella Storia così co-me di farsi interlocutoria e responsabile di impegni etici è un assunto che, ce lo dice il nome, Balletto Civile si porta dietro fin dalla nascita, anno 2003, grazie alla personalità della sua guida, Michela Lucenti, direttrice artistica, danzatrice e coreografa allieva di Pina Baush, la fondatrice del Tanz Theatertedesco, e di Thomas Richards, il più stretto collaboratore di Jerzy Grotowski, padre del Nuovo Teatro del Novecento. Oggi “il collettivo nomade di performers” è in residenza al Teatro Due di Parma e prosegue una ricerca artistica d’azione civile sulla linea degli esordi, co-me quando entrò nell’Ospedale psichiatrico di Udine per dare vita allo spettacolo di coreografie e canti // corpo sociale e a Psicoshow di Alessandro Berti, a partire dalla voce e lo studio delle lotte di Franco Basaglia.
È una danza che non rinuncia neppure alle commistioni di genere quella di Balletto Civile e che mette la parola sullo stesso piano del corpo, che fa degli interpreti dei danzatori-attori, che si sporca di liriche e canti popolari della tradizione, che ammicca al teatro musicale e alle fascinazioni delle arti visive, della natura e degli oggetti per porsi di fronte all’incontro e alla relazione con l’umano quale occasione fondamentale del vivere. Un metodo e un’attitudine che la Lucenti ha voluto mettere nero su bianco, con un manifesto e una dichiarazione d’intenti che meritano l’approfondimento:
“[ … ] Saper condurre senza violenza con delle idee sceniche.
Lasciarsi condurre veramente, quindi sorprendersi.
Capire che essere passivo contiene un’attività. Sapere che essere attivo contiene una passività. Porsi in uno stato d’ascolto totale in entrambe le posizioni.
Pensare che il dialogo contiene respiro per essere organico.
Imparare a non fare male e a non farsi male.
Avere un corpo pronto fisicamente allenato all’imprevisto.
Avere una mente duttile alla novità e continuamente all’invenzione.
Saper accogliere anche quando si rifiuta, o si è violenti, imparando il grande gioco del teatro.
Saper tenere a bada le proprie emozioni perché c’è qualcosa di più urgente e pericoloso di cui occuparsi (magari sostenere l’altro che sta per cadere).
Ascoltare le proprie emozioni che ci vengono dall’a-zione e non da qualcosa di pregresso.

[… ] Quello che ho imparato è che esercitarsi alla relazione è centrale nell’allenamento dell’attore e del danzatore, è il principio base su cui si fonda un’équipe di lavoro, ogni spettacolo non è altro per me che un progetto comunitario, un gruppo di persone che hanno un obiettivo che devono perseguire ogni sera (che è poi raccontare una storia e per me è indifferente che la storia sia solo fisica o con canti e paro-le) e l’obiettivo deve essere mantenuto vivo attraverso una prontezza fisica e mentale che rende ogni sera imprevista perché ogni sera le persone che condurranno l’azione saranno diverse, quindi anche se il materiale testuale o fisico sarà disegnato alla perfezione, ecco che entra in gioco l’umanità, quella di cui facevamo l’esempio prima immaginando lo scienziato alla conferenza, quell’allenamento di metodo che renderà pronti gli interpreti ad ascoltarsi realmente ogni sera, costruendo partiture che non si possono fare senza attenzione e senza coscienza, facendo sì che ogni sera sia speciale, insomma diversa, viva e che quindi includa chi guarda, che non assisterà al discorso specifico ma a qualcosa che, pur essendo specifico, li farà sentire inclusi perché parte di un discorso universale, cioè la relazione tra creature.

Il dialogo tra generazioni per sprigionare il presente
Perché per un giovane è così importante porre oggi domande agli anziani? Questione d’esperienza, si sa. E alle conseguenze chi ci pensa? Non è forse anche loro la colpa del fallimento, dello sfruttamento, degli individualismi sfrontati, delle volontà stanche? Eppure com’è che a trent’anni ci si sente più compresi da un ottantenne che da un quarantenne? Tocca a noi ricominciare tutto da capo? Ripristinare il rispetto prima delle retoriche del benessere? Voi ci pensate ai valori? E ai figli? E ai figli dei figli?
Sono corpi che si interrogano quelli sulla scena di How long is now, domande-strappo, incrinature custodite dal corpo, desiderio di recuperare tempi sottratti. Eppure non mancano il ritmo, la vivacità e la gioia di una giovinezza che non può essere altro che tale, che gioca e si confronta nel dialogo con una vecchiaia che sui tumulti si è fatta le ossa e che ora 1e ha anche Un anziano professore è il protagonista di una storia di vita ordinaria, la sua, che ripercorre sulla sua poltrona bianca nell’incontro di tutti i protagonisti che ne hanno scandito le tappe, misteriosi fantasmi familiari e ignoti, ora vicini ora lontani. Improvvisamente arriva un nipote, inadeguato, maldestro, cui lasciare il compito di tracciare i nuovi confini. Il cerchio si richiude. I padri tramandano ai figli e così via. Ma, in mezzo, cosa c’è stato? La musica della violoncellista Julia Kent degli Antony and the Johnsons conta il passo e la danza delle sedie a rotelle, accompagnate con leggerezza e ironia dagli artisti nella tipica struttura combinata della danza carrozzina e non solo, un volo oltre l’ostacolo e una simbiosi di esseri parti della stessa scommessa. Così ci provocano i vecchi, tornando a gattonare mentre i giovani discutono su quel futuro che è il presente.

Dissertazione poetica sul futuro impedito
“Quanto dura un attimo.
Ho invidiato lo sguardo di una centenaria.
Ho visto sulla sua pelle il sole che ha avuto in faccia. Il cinismo pneumatico a cui non ha ceduto.
Mi indigno se guardo Report.
E non trovo la serenità di chi ha vissuto sulla propria pelle due guerre.
L’incalcolabile adesso è nostra responsabilità. Un fiume in piena che si può placare.
Il presente bastardo ci fa sudare e faticare. Dobbiamo abbandonare i privilegi a trabocchetto? Immaginare una lista personale di cose da fare su cui impegnarsi?
E un’altra lista di cose da cui resistere? Cercare le cose perse.
Intendo nel corpo.
Scovare nel corpo quello che abbiamo lasciato per strada.
Siamo mappe che vengono lette da fuori, messe l’una di fianco all’altra.
Il nostro fisico racconta quando sprofondiamo o quando risaliamo.
In balia del grande mondo dell’Ora. La vita vera. Corpi evocativi che ricopriamo con più o meno stile, più o meno loghi, più o meno paure.
Ma poi arriva per un attimo intenso, breve, un’immagine captata con la coda dell’occhio che manda in cortocircuito il nostro cervello e la nostra ragione.
Refusi emotivi competitivi che vincono sul pensiero e si insediano nel corpo.
Inarrestabili, inconfutabili dilatano il tempo e raccontano più delle nostre mille parole.
Più o meno adeguate, più o meno pensate, più o me-no studiate.
Per questo lasceremo ai corpi la testimonianza di raccontarci una nuova parabola.
Uno spaccato di un pezzo di mondo che deve tornare insieme, e ricucire le ferite per assicurarsi un futuro sereno.
Un sistema pensionistico affettivo.
Mettere via piccole e preziose emozioni, capitalizzar-le e custodirle,
rivalutarle negli anni al netto dell’inflazione dei dolori e dello spread delle illusioni.
Non cedere alla finanza emotiva. Resistere” .

Lo spettacolo è un’iniziativa del progetto “Dentro le Mura” realizzato nell’ambito di Creatività Giovani, promosso e sostenuto dal Dipartimento della Gioventù – Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani con il sostegno di ASP – Centro Servizi alla Persona e Aterdanza.
Nel 2012 Balletto Civile ha ricevuto /Premio Nazionale della Critica.

Per informazioni:
www.ballettocivile.org
www.teatrocomunaleferrara.i



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