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6. L’unico contratto

di Viviana Bussadori

Solo l’80% degli educatori lavora con uno dei sette contratti nazionali eistenti: nel centor-sud i maggiori problemi di tutela economica: 1. 800. 000 lire al mese per un educatore che lavora in uyna associazione. 1. 400. 000 per chi lavora in una cooperativa. L’esigenza di arrivare ad un unico contratto nazionale. Intervista a Mauro Alboresi.
Sette contratti nazionali per i 230.000 lavoratori del settore socio sanitario assistenziale educativo: 70.000 impiegati nell’ambito cooperativo, gli altri in quello associazionistico. Un piccolo esercito composto soprattutto da educatori e assistenti di base che, secondo le stime dei sindacati, potrebbe raggiungere nel giro di qualche anno le 3-400.000 unità.
Ma, forse ancora più che in altri settori, la situazione italiana si presenta con forti disparità tra regione e regione sia sul versante dell’applicazione dei contratti che su quello dei percorsi formativi. Per tracciare un quadro di insieme abbiamo intervistato Mauro Alboresi, sindacalista della Funzione pubblica della CGIL nazionale, da moltissimi anni impegnato su questo fronte.

Percentualmente quanti dei 230.000 operatori del settore socio sanitario assistenziale educativo privato sono oggi tutelati da uno dei sette contratti esistenti? E perché alcune realtà non hanno ancora applicato un contratto nazionale? Nel complesso possiamo parlare dell’80% dei lavoratori con un contratto nazionale?
Dove il contratto non è ancora applicato non si può parlare solo di una responsabilità dei datori di lavoro, associazioni e cooperative. In parte infatti dipende anche dalle scelte politiche compiute dalle diverse amministrazioni. Mi riferisco ad esempio alla scarsa programmazione e controllo del rapporto pubblico-privato in primo luogo sul versante del rapporto convenzionato. Da tempo stiamo lavorando affinché il rispetto dei contratti nazionali di settore siano posti al centro del rapporto di convenzione. Diventino insomma una delle discriminanti, accanto ad altri parametri, per potere accedere al rapporto convenzionato. Oggi questo accade solo in alcune limitate realtà mentre in molti altri casi ci troviamo di fronte ad un servizio pubblico che legittima la corsa al ribasso.

Quali disparità esistono a livello nazionale? Ci sono aree in cui la regolare applicazione dei contratti è particolarmente disattesa?È prevalentemente nel centro-sud che si registra una carenza di riferimenti contrattuali. Dal Lazio, Abruzzo, Umbria in già, incluse Sardegna e Sicilia, abbiamo certamente maggiori problemi per tutelare i lavoratori sia sul piano economico che normativo. Ci sono insomma regioni dove i contratti sono stati applicati, altre dove addirittura sono stati fatti degli accordi integrativi, e altre dove, ad esempio il contratto cooperativo, è largamente inapplicato. Questo deriva talvolta da una tendenza all’autorappresentatività delle singole realtà cooperative. Nel senso che noi facciamo fatica a rappresentarle e la stessa difficoltà la incontrano persino le centrali cooperative.

Perché si è venuta a determinare questa situazione di disomogeneità?
Dipende dalle caratteristiche tipiche di questo settore. Il versante associazionistico ha teso ad esempio a supplire a carenze pubbliche sul piano della gestione dei servizi. Dall’altra parte c’è stato un soggetto pubblico che ha teso a delegare completamente al privato la gestione di determinati servizi. Pensiamo ad esempio all’Aias che in Sicilia ha più di 4.000 addetti e, di fatto, il monopolio di tutti i servizi di riabilitazione.
La delega da parte del pubblico avviene a volte nei confronti di un privato autorganizzato e che ha come fine la tutela dei propri iscritti, ma che altre volte si pone anche sul piano commerciale e quindi con finalità di lucro.

Quali soluzioni state approntando per sanare questa situazione di disomogeneità e i rischi di corsa al ribasso delle convenzioni?
La strada è quella di una legislazione, sia a livello nazionale che territoriale, che sancisca l’obbligatorietà di determinati riferimenti tra cui l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro. L’obiettivo è fare si che la concorrenza all’interno di questo settore non avvenga più, come accade oggi, sul piano dei costi, ma sul piano della capacità progettuale e gestionale. Vogliamo mettere in concorrenza il soggetto pubblico e il soggetto privato, i vari soggetti di quest’area privata e lo vogliamo fare sul piano della capacità progettuale e gestionale. La rincorsa sul piano dei costi mortifica le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e mortifica le esigenze dell’utenza.

I sette contratti nazionali attualmente esistenti sono in taluni casi piuttosto diversi tra di loro, pensiamo ad esempio ad un confronto tra il contratto Anffas e quello cooperativo. Non può essere anche questa disparità una causa della corsa al ribasso?
La situazione attuale rispetto ai contratti Š il risultato di una precisa politica contrattuale, fatta a suo tempo da CGIL CISL e UIL; quella di prevedere per le realtà cooperative, nei diversi settori di riferimento, specifici contratti collettivi nazionali di lavoro. Quindi ogni settore cooperativo, dal socio sanitario assistenziale educativo a quello commerciale, ha uno specifico contratto di lavoro.
Accanto a tale scelta vi è la storia contrattuale delle altre realtà: Anffas, Aias, Avis hanno applicato, prima di arrivare al loro contratto nazionale, i contratti più disparati; solo per l’Anffas vi erano 28 riferimenti diversi. Abbiamo dovuto quindi procedere per gradi: omogeneizzare le singole realtà al loro interno definendo singoli contratti nazionali. Oggi l’obiettivo è quello di renderli tra di loro, nel rispetto delle singole specificità, sostanzialmente omogenei. Il passaggio successivo sarà quello di arrivare ad un unico contratto di lavoro per tutto il settore socio assistenziale educativo.

Quindi includendo anche il settore cooperativo?
Occorre ripensare allo specifico cooperativo e lavorare per inserirlo all’interno di questo contesto. Dobbiamo arrivare ad un unico contratto da porre al centro del rapporto di convenzione, per garantire condizioni di uguaglianza e spostare la competitività dal costo alla capacità progettuale e gestionale.

Attualmente quali sono gli elementi omogenei e quelli disomogenei nella parte economica e in quella normativa tra i sette contratti?
Ci sono molti riferimenti comuni tra alcuni di questi contratti; sicuramente tra Anffas, Avis, Aias e tra questi e il contratto Uneba-Anaste. Vi sono ovviamente anche molte similitudini con il contratto dell’Agidae e delle cooperative. Indubbiamente i primi che abbiamo citato sonno maggiormente simili tra loro.

Per fare qualche esempio?
Potrei citare l’articolazione dell’orario di lavoro, le modalità di assunzione e di risoluzione del rapporto di lavoro, le ferie, la regolamentazione dei permessi e delle aspettative, l’inquadramento del personale e le conseguenti retribuzioni; tra contratto Aias, Avis e Anffas ci sono, sotto questi aspetti, molti elementi in comune.

Quindi, per essere concreti, un educatore qualificato di una di queste tre associazioni, quanto percepisce mensilmente?
Lo stipendio per un educatore professionalizzato si aggira attorno a 1.800.000 lire al mese; è sostanzialmente lo stesso stipendio percepito dalla stessa figura che lavora nell’ente locale e nella sanità. Poi intervengono altri elementi che sono diversi tra pubblico e privato come l’incentivazione alla produttività.

Qual è invece lo stipendio dello stesso educatore se lavora per una cooperativa o per l’Agidae?
Attorno a 1.400.000-1.500.000 al mese.

Tra i sette contratti, uno solo, quello cooperativo, è scaduto praticamente da un anno. A quando il rinnovo e con quali novità?
Abbiamo definito la piattaforma che abbiamo proposto alle centrali cooperative e che vogliamo si traduca in un nuovo contratto di lavoro. Ci sono differenze molto rilevanti con il contratto attuale e questo perché l’obiettivo è quello di allineare il settore cooperativo con le altre realtà. Le differenze sono notevoli perch‚ notevoli sono oggi i problemi presenti all’interno di queste realtà in rapporto alle altre.

Qualche esempio delle cose che proponete di cambiare?
Per la malattia ad esempio proponiamo la tutela al 100% per tutto il periodo. Dal punto di vista dell’inquadramento abbiamo l’esigenza di reinquadrare il personale per arrivare ad una maggiore omogeneità. Inoltre, all’interno di questo diverso inquadramento, dobbiamo fare adeguamenti economici perché i livelli retributivi siano sostanzialmente gli stessi presenti nelle realtà similari.
Occorre poi garantire alla forza lavoro femminile, che fra l’altro è preponderante, l’integrazione al 100% della retribuzione durante il periodo di maternità.
Tendiamo insomma a recuperare quei limiti che abbiamo registrato la volta precedente e che non si può pensare di mantenere così. Occorre una adeguata valorizzazione delle figure professionali centrali, l’assistente e l’educatore, per le quali non possiamo continuare a pensare ai trattamenti odierni.

Il contratto cooperativo non è ancora rinnovato, e quindi allo stato attuale è molto diverso dal punto di vista economico; intanto però alcune aziende Usl, è il caso di Bologna, sono partite con le gare d’appalto. Non c’è un problema di tempi non coincidenti?
Sicuramente il quadro è molto complesso. Inoltre manca un riferimento legislativo a livello nazionale e spesso anche a livello delle singole Regioni; quindi è difficile avere un momento, una sorta di ora-x, rispetto alla quale potere determinare da un lato gli schemi di convenzione e dall’altra parte i rinnovi dei contratti di lavoro.

Quali sono comunque i tempi per il rinnovo del contratto cooperativo?
A fine marzo parte la trattativa con le centrali cooperative; lavoreremo per giungere in tempi rapidi alla definizione. L’ipotesi che posso fare è da qui alle ferie estive.

Se la piattaforma dovesse passare così ci sarebbe una profonda modificazione degli equilibri attuali…
Indubbiamente. Ma il nostro scopo è proprio un riassetto del mondo cooperativo e una sua qualificazione. Se per fare questo dobbiamo passare anche attraverso una modifica radicale degli attuali equilibri, siamo disponibili a farlo.

Per concludere, quali sono le prospettive nel settore socio sanitario assistenziale educativo?
Dal punto di vista sindacale pensiamo ad una valorizzazione del terzo settore che oggi rappresenta una risorsa nel processo di riforma dello stato sociale. Pensiamo ad un terzo settore che non operi in prospettiva solo attraverso rapporti di convenzione, ma che sappia trovare in sé, attraverso strumenti legislativi di sostegno, le risorse per potersi porre nei confronti delle esigenze di questa società.
Pensiamo ad un terzo settore che in futuro trarrò le risorse anche da interventi diretti dell’utenza, con un atteggiamento che non è quello di fare pagare all’utenza i servizi, quanto quello di mettere l’utenza nella condizione di potere costruire servizi a misura dei propri bisogni.
Pensiamo ad una economia sociale che vorremmo riuscire a sviluppare all’interno di questa realtà. In quest’ottica il contratto unico del settore rappresenta un importante strumento di governo e di qualificazione del terzo settore.



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