11. Mediazione culturale
- Autore: Antonella Gandolfi
- Anno e numero: 1996/50
di Antonella Gandolfi
Il mediatore, etimologicamente parlando, può essere un’individuo che ha la funzione di avvicinare due parti, un “intermediario”; o, pedagogigamente parlando, uno strumento (“oggetti, materiali, ruoli, compiti, consegne, spazi, ecc.”) che facilita la relazione tra educatore/altri e utente/individuo.
Ogni tipo di relazione usa, a volte in maniera inconscia ed automatica, a volte consapevolmente, dei mediatori. Quando due individui entrano in relazione, hanno bisogno di elementi in comune che rendano possibile la comunicazione.
Rispetto ai percorsi educativi l’uso di mediatori, come definiti da Canevaro – a volte consapevole e finalizzato fin dall’inizio, a volte analizzato e verificato a posteriori – appare strumento fondamentale. D’altra parte l’educatore è sempre, a sua volta, un po’ mediatore, dato che cerca di favorire lo sviluppo delle autonomie di un individuo disabile rispetto ad un mondo, fisico, sociale e di relazione, che usa codici e regole che non sempre tengono in considerazione le diversità.
Johnson e Enwereuzor del Cospe definiscono il mediatore linguistico culturale come colui che deve “facilitare la comunicazione e la comprensione, sia linguistica che culturale, fra l’utente di etnia minoritaria (e, per estensione, una comunità di etnia minoritaria) e l’operatore di un servizio pubblico, in un contesto di poteri mpari, rispettando i diritti di tutte e due le parti interessate”. Caratteristiche fondamentali del mediatore linguistico culturale sono quelle di appartenere ad un’etnia minoritaria, di essere un operatore “neutro”, chiamato dal servizio a svolgere funzioni di interpretariato, sia linguistico che culturale, rispetto a persone che non conosce.
Nei contesti reali è difficile svolgere il proprio ruolo così come teorizzato, soprattutto per quello che riguarda il concetto di “neutralità”. Esiste una certa difficoltà all’imparzialità in contesti in cui è evidente un’incomprensione culturale e sociale forte, e soprattutto, un diverso livello di potere. Occorre fare attenzione a non esercitare violenza culturale nei confronti dell’etnia minoritaria. Un rischio forte è quello che nel fornire informazioni rispetto ai diritti e ai doveri del cittadino ed al funzionamento dei servizi, il mediatore possa orientare forzatamente alcune condotte e alcune scelte, trascurando altre opzioni possibili, condizionato dagli orientamenti culturali e sociali dominanti; anche quando questi non siano imposti dalla legge italiana ma solo sanciti dal costume (per esempio se una donna di etnia minoritaria vuole partorire in casa, come è costume della sua gente, il mediatore deve assicurarsi che le siano date tutte le informazione necessarie a garantirle il diritto di scelta).
Il mediatore culturale deve essere consapevole della situazione di potere in cui si trova, e deve sempre fare attenzione a fornire tutti gli strumenti necessari perché‚ il singolo possa decidere liberamente.
Quando il mediatore è un italiano
Altro concetto di mediatore culturale è quello nato dall’esperienza presso le comunità zingare di Bologna. In questo caso il mediatore non è di etnia minoritaria e non si limita a facilitare l’interazione tra due sistemi culturali diversi attraverso l’interpretariato culturale ed il fornire informazioni, ma si pone come strumento di sostegno in questo percorso di interazione. Lavora con una comunità e quindi con individui di tutte le fasce di età, per cercare di favorire il percorso sia del singolo che dell’intera comunità verso il soddisfacimento dei propri bisogni.
Per fare ciò diventa fondamentale costruire un rapporto di conoscenza e fiducia con l’individuo e la comunità. D’altra parte anche il rapporto col mediatore, che è egli stesso rappresentante del mondo esterno, in quanto non appartiene all’etnia, diventa modello di un possibile dialogo.
Caratteristica fondamentale di un intervento di questo genere è il mantenimento di un giusto equilibrio tra la necessità di essere imparziali e la difficoltà a sostenere un ruolo del tutto neutrale. L’educatore/mediatore si trova da un lato a intrattenere con l’utente un particolare rapporto di fiducia, dall’altro rimane sempre un elemento esterno, il cui ruolo esige una posizione di sostanziale imparzialità. L’utente, soprattutto in situazioni di forte tensione emotiva e psicologica, tende a volte a delegare all’educatore un ruolo decisionale che l’educatore non può e non deve assumere. Mantenere un giusto equilibrio tra il coinvolgimento personale, indispensabile ad una relazione funzionante, e la necessaria imparzialità è, a volte, molto difficile.
Probabilmente, rispetto al ruolo e alla funzione del mediatore/educatore presso le aree di sosta, essere imparziali significa riuscire a mantenere un equilibrio tra coinvolgimento ed estraneità che passa attraverso fasi e momenti alterni, piuttosto che attraverso una condotta statica ed immutabile. A momenti l’educatore condivide chiaramente la posizione dell’utente; in altri momenti, invece, è interprete e sostenitore, anche deciso, di regole sociali e giuridiche imposte dalla relazione col mondo esterno.
L’educatore/mediatore non si limita a dare informazioni, ma sostiene anche il singolo in un percorso educativo. L’educatore progetta insieme all’utente ed ai servizi un percorso mirato e stabilisce con l’utente una relazione individuale che lo porta ad essere a sua volta un modello, poich‚ molte indicazioni di carattere generale vengono veicolate in prima istanza dalla relazione stessa, che diventa una sorta di laboratorio all’interno del quale si sperimentano empiricamente possibili percorsi di rapporti con gli altri.
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