9. Sperimentare la globalità
- Autore: Loris Trevisiol
- Anno e numero: 1998/61 (monografia su disabilità e televisione)
di Loris Trevisiol
L’apporto del metodo della globalità dei linguaggi nel quotidiano della comunità educativa per disabili Albatros-Lila di Venezia. Un metodo ideato e diffuso da Stefania Guerra Lisi attingendo idee dalla pedagogia attiva (di ispirazione montessoriana specie per quanto riguarda l’uso dei materiali e la percezione dei sensi), dalla psicomotricità e dalla cultura artistica.
La comunità educativa per disabili Albatros di Mirano (Ve) dell’Associazione”Lila” ha inserito al suo interno otto ospiti tra i quali quattro presentano minorazioni mentali di diverso ordine e grado: uno manifesta disturbi psicotici, uno è pluriminorato (tetraplegia con ritardo mentale), uno è portatore di handicap esclusivamente fisico (atassia spino-cerebellare), e uno presenta problemi di tipo psichiatrico. Il gruppo operatori, composto da 11 elementi con diversi ruoli professionali (psicologi, educatori, addetti all’assistenza), oltre al lavoro quotidiano, mantiene un costante monitoraggio sull’andamento della comunità dal punto di vista educativo, psicologico, assistenziale e ricreativo-animativo attraverso incontri periodici d’équipe, di supervisione, di aggiornamento e di formazione.
Allo scopo di dotare gli operatori di ulteriori strumenti professionali peraffrontare gli impegni quotidiani, la responsabile del progetto formazione della “Lila”, Loredana Gambuzzi, ha proposto ai suoi operatori ed agli ospiti delle sue comunità, un percorso formativo di durata biennale “nella globalità dei linguaggi” seguendo il metodo di Stefania Guerra Lisi (già docente di materie artistiche, è l’ideatrice del metodo della Globalità dei Linguaggi, di cui dirige una Scuola Quadriennale). Pertanto, dopo un processo di informazione, condivisione da parte di tutti, la proposta si è potuta concretizzare a partire da febbraio 1995.
Tale metodo consiste in una interessante proposta pedagogica innovativa ideata e diffusa dalla Guerra Lisi attingendo dalla pedagogia attiva (l’ispirazione è montessoriana specie per quanto riguarda l’uso dei materiali e la percezione dei sensi), dalla psicomotricità e dalla cultura artistica.
Il metodo della globalità dei linguaggi
È un continuo gioco di transazione da un piano teorico ad un piano pratico e viceversa di concetti, metafore, prove, esperimenti, simulazioni che si collegano alla simbologia del colore o alla teoria dei quattro elementi naturali o alla mitologia o ai detti popolari o alla bioenergetica. Pensiamo ad esempioad una attività con un materiale quale la farina: con questa noi possiamo simulare la creazione dell’universo (il passaggio dal caos all’aggregazione della materia), constatare il cambiamento dello stato fisico (gassoso, liquido esolido), sperimentare un linguaggio delle emozioni (tono-fonosimbolismo), metaforizzare il necessario distacco dal seno materno, concettualizzare il valore socializzante del “padre serpente” (sia seno che padre creati manipolando la farina impastata) e così via.
Ciò seguendo delle tappe precise che sviluppano nell’individuo attraverso le attività proposte con i materiali più vari, la protensione (motivazione), la prensione (vissuto-memoria, presa sulla realtà), la pressione (trasformazione creativa), l’assimilazione (l’apprendimento) e consentono di riportare la modalità di impatto, di contatto, di manipolazione e di comprensione della materia ad un piano più astratto che riguarda il proprio modo di porsi, di agire, di reagire, di “sopravvivere” di fronte alle situazioni personali.
È un percorso di consapevolezza del proprio corpo: delle parti di maggioricontrazioni toniche (queste congelate possono divenire nel tempo “corazze caratteriali”, così chiamate in bioenergetica); dei punti memoria della nascita (fondamenti di questa metodologia per individuare caratteristiche quali impazienza, direzionamento di sé, ostinazione, angustia, “base dell’io”); delle analogie corpo-mano e mano-bocca; per arrivare a definire il flusso di energia, proprio di ciascuno, da riattivare (laddove ce ne fosse bisogno) attraverso l’uso di materiali adatti.
È conoscenza più approfondita dei sensi umani, della loro compenetrazione e della memoria di cui sono dotati (sinestesia), nel tentativo di giungere ad una maggior consapevolezza dell’unità corporeo-sensoriale che caratterizza ciascuno di noi fin dalla vita intrauterina.
È attività ludico-creativo-espressiva tendente a far emergere in ognuno la propria traccia personale, a riconoscerla tra le altre, nelle analogie e nelle differenze, a immetterla nel circuito di scambio e condivisione che naturalmentesi crea, per arrivare a prenderne consapevolezza, compiacersene, nel compiacimento generale.
È attuazione di percorsi creativi in genere gratificanti dal punto di vista del risultato estetico per chi vi si cimenta, ma utili soprattutto per trovare una collocazione naturale (propria del genere umano) ad alcuni propri impulsi, ad alcune proprie modalità espressive ed anche ad alcuni comportamenti molto particolari (nei casi più eclatanti, ad esempio urli, dondolii, stereotipia) e apparentemente insensati, ritrovando in questi una “‘logica dei sensi”‘ comune a tutti gli uomini, che vede nella ricerca di situazioni rassicuranti e di piacere il proprio tentativo di accomodamento (in rapporto alle proprie forze) alla realtà, talvolta per poterci sopravvivere.
Il tutto in una cornice collettiva che vede l’operatore dapprima sperimentare su sè stesso gli effetti di tali esperienze ed in un secondo momento promuovere a sua volta iniziative appropriate nei riguardi dell’utenza.
Riascoltare insieme il profondo
L’approfondimento di tali argomenti è utile a noi operatori per comprendere meglio la funzione di alcuni comportamenti problematici e per cercare di individuare i tasti su cui far leva nel tentativo di innescare un cambiamento laddove ritenuto possibile ed utile.
Pensiamo ad esempio ai casi di stereotipia in soggetti con handicap psichico grave; immaginiamo la modalità frequente del dondolio che riporta la persona a livelli di regolazione sensoriale non sviluppati ma rassicuranti per soggetticome i nostri spesso non attrezzati per affrontare le difficoltà della vita.
Si potrebbe trattare di autostimolazione che riporta il soggetto alla ricerca disensazioni rassicuranti già provate, come quelle della vita intrauterina dove il dondolio è condizione pregnante durante un certo periodo e per questo totalizzante e rassicurante. Partendo da questi presupposti si simulano dal punto di vista psicomotorio le varie fasi della vita all’intemo del grembo materno spiegandone l’andamento. Per chiarire faccio riferimento concreto alla prima fase, detta di “annidamento dell’utero”: ogni partecipante, ingrado di farlo, si distende a terra in posizione raccolta con le braccia che avvolgono le gambe e ad occhi chiusi si dondola da un fianco all’altro.
In questa posizione ci si immagina di essere un punto (la morula), un organismo in sospensione completamente portato dall’ambiente (liquido amniotico) e ci si lascia contagiare dal gusto di farsi portare dalle onde e di lasciarsi dondolare.
Durante tale momento si individuano le connessioni tra i diversi sensi: si è parlato così della pelle (le nostre orecchie, i nostri occhi di allora), dei pori (la nostra bocca e il nostro naso di allora) che nello sviluppo del sistema nervoso riportano il piacere di quei dondolamenti fluttuanti ad un sistema, rappresentativo inconscio che nell’individuo si manifesta sotto forma di immagini di appoggio dondolanti (sinestesia).
L’affrontare discorsi anche così complicati (nella formula più opportuna naturalmente) ìn presenza dei ragazzi. rappresenta un’altra caratteristica del metodo della Guerra Lisi, che è teso a non ritenere impossibile a priori la comprensione di alcuni messaggi “difficili”: infatti quello che non può essere compreso a livello cognitivo può essere assimilato ad un livello più profondo, cercando di ascoltare il richiamo a emozioni/sensazioni “antiche”.
Di tipo cognitivo invece si può considerare l’estensione delle sensazioni provate su un piano più generale, del loro utilizzo e del loro influsso nelle realizzazioni di tipo artistico compiute dagli uomini in vari campi: dalla musica, alla scultura, alla pittura, alla poesia e alla letteratura, all’architettura. Così, dopo aver dondolato sui fianchi ad occhi chiusi, abbiamo provato a pensare quale tipo di musica si adattasse a quel tipo di movimenti e sensazioni ricordando, cantandole insieme, le nenie, le ninne nanne, le litanie, le canzoni di alcuni cantautori che conoscevamo e che riprendevano gli stili dondolanti, concentrici, ritmici, accelerati propri della prima fase. Abbiamo successivamente ripreso a dondolare sui fianchi canticchiando ognunol’aria musicale preferita. Siamo così passati alla rappresentazione grafico-pittorica delle sensazioni ricevute utilizzando dei colori a cera usati di taglio, proprio per la sfumatura del tratto, su un foglio grande da riempirecon movimenti circolari della mano e del braccio, producendo un disegno-macchia utilizzato dagli impressionisti, da Paul Klee ma anche da Leonardo.
Ciò nel tentativo di far sperimentare quanto l’uomo, anche quello stimato e apprezzato, quale può essere il grande artista, sia condizionato nelle proprie espressioni da elementi primordiali presenti in ciascuno di noi, quanto egli sia unità psico-fisica con un corpo sensoriale che non viene meno neppure in assenza di coscienza (come nel caso dell’handicap), ma continua ad esserci e adelaborare involontariamente, in modo simbolico, il vissuto dei sensi.
Comunità e globalità
Questi percorsi consentono di collocare in una dimensione comune al genere umano, perciò più comprensibile e più sopportabile (sia per l’utente che per l’operatore), modalità di comportamento solitamente tenute ai margini dell’insensato. Speriamo traspaia quanto, in una logica di globalità, questa metodologia possa essere utile in più campi del sociale: con i minori, con le persone con problemi psichiatrici, con le persone di culture diverse dalla nostra.
Ma cerchiamo di considerare quali potrebbero essere i punti di contatto esistenti tra una realtà di comunità residenziale come la nostra e la concezione di globalità espressa dalla metodologia descritta poc’anzi. Riteniamo che la funzione stessa della comunità, di presa in carico completa della persona ospitata, di rapporto con essa nelle ore non strutturate della sua giornata (quelle al di fuori degli impegni giornalieri lavorativi, sportivi, di studio), di condivisione nella quotidianità abbia connaturato il concetto di globalità.
Nella modalità di approccio e di relazione a fini educativi con la persona inoltre si potrebbero individuare alcune analogie tra il metodo pedagogico globale e la metodologia educativa praticata in comunità. Proviamo, a tal riguardo, a confrontare alcuni principi del metodo globale ed elementi della teoria e della prassi educativa da noi adottati allo scopo di definire unipotetico intervento e semplificativo su una persona in relazione ad una sua caratteristica problematica.
Immaginiamo una persona legata in modo morboso ai propri oggetti personali, tanto da portarseli sempre appresso, riempirsi le tasche, i cassetti, sistemarseli sotto il cuscino, una persona insomma che metaforicamente”conserva il proprio mondo in un sacchetto”.
Potrebbe essere una persona con deficit intellettivo, con problemi psichiatricio senza físsa dimora. Si parte per questo dalla esperienza del soggetto, la sua storia, il suo habitat, le connessioni tra gli avvenimenti più significativi, la loro ricorsività, per poter dar vita ad un progetto sulla persona, a sua misura più che a misura di servizio. Ciò, naturalmente partendo dalla presa inconsiderazione dell’eventuale deficit mentale, ci consente di arrivare ad intuire il suo rapporto con gli oggetti: le occasioni avute di possedere oggetti propri, le eventuali privazioni, le eventuali difficoltà a custodire in luogo intimo e sicuro i propri oggetti: in tal modo si tenta di comprendere il significato, la funzione del suo modo di agire.
Il secondo passaggio implica la riflessione-analisi che rappresenta le occasioni di rielaborazione del vissuto, le possibilità per il soggetto di collocare in un contesto-cornice comprensibile gli avvenimenti quotidiani che si trova a vivere, arrivando così a dare un senso compiuto e collegare tra loro più aspetti della propria esperienza. Durante tale fase è possibile esercitare da parte del gruppo educante la cosiddetta funzione di io ausiliario ed arrivare a rileggere con la persona le sue abitudini, le sue “manie”, il bisogno di tenere accanto a sè gli oggetti, il bisogno di collezionarli ed accumularli,magari avvalendosi di analogie esemplificative possibili con animali dalle abitudini simili, di fenomeni della natura tratti dalla quotidianità, di situazioni simulate che consentano di auto osservarsi cambiando ruolo, che facilitino la comprensione delle modalità e del senso del proprio comportamento.
La terza fase dovrebbe infine portare alla sintesi, alla consapevolezza (laddove possibile nei modi e tempi più vicini al soggetto). In questo momento avviene il passaggio dalla fase di comprensione, di intuizione, di esercizio a quella di sedimentazione, di introiezione, di appropriazione profonda di modalità espressive alternative, possibilmente più evolute, segno di un cambiamento (seppur minimo) nel comportamento, di una diversa considerazione della propria traccia (impronta lasciata da sè nell’ambiente circostante), di minor ricorso ad atteggiamenti difensivi come quello descritto inizialmente (quello relativo agli oggetti). Presa gradualmente consapevolezza dell’interazione possibile tra la proposta metodologica finora descritta e l’impostazione metodologica che caratterizza l’attività nella nostra come in altre comunità dell’associazione “Lila”, abbiamo avviato il lavoro con i nostri ospiti.
Handicap e sessualità: ritorno al futuro
Il percorso che abbiamo voluto seguire per essi è teso a far acquisire, attraverso il corpo, una più consapevole conoscenza di sè, del proprio modo di essere e di apparire, di alcune funzioni del corpo e dell’esistenza dello stimolo sessuale.
Attraverso il racconto fantastico, figurato e rappresentato in vari modi (graficamente, con l’utilizzo di cannucce e china, con simulazioni mimiche, con giochi agonistici, con bans) dell’incontro tra “la principessa ovulo” ed “il principe spermatozoo” abbiamo intrapreso un viaggio immaginario all’interno del grembo materno (trattando gli argomenti in modo preciso,semplice e comprensibile senza suscitare disagio o ilarità, mantenendo l’attenzione sul contenuto) teso a riconoscere e distinguere (nelle modalità prima descritte) movimenti, sensazioni, posizioni che ancora adesso utilizziamo, privilegiamo e a cui ricorriamo alla ricerca di un primordiale benessere. Abbiamo poi cercato di ricondurre tale ricerca su un piano comune a tutti gli uomini: un’esplorazione continua, una continua protensione verso fonti dipiacere che si evidenzia nella comunicazione psico-corporea, come pure nelle varie forme di espressione artistica come la musica, la poesia, la letteratura, l’architettura, la pittura e via dicendo. È interessante notare e far notare che artisti conosciuti ed apprezzati si sono ispirati ad “archetipi” comuni ai nostri ed hanno voluto, attraverso le loro opere, riportare sensazioni e utilizzare colori e forme vicine alle nostre preferenze ed alle nostreidentità. Ciò consente di riconoscere come prerogativa dell’uomo il ricorso acerti comportamenti e dotare di senso bisogni, desideri, atteggiamenti, cambiamenti di umore, ossessioni e comportamenti in genere che spesso vengono vissuti come esclusivi e caratterizzanti negativamente la nostra persona. In questo percorso, sperimentando e cogliendo in forma ludica l’interrelazione tra i diversi sensi, si giunge a parlare spesso, di sè, utilizzando diverse forme simboliche e metaforiche e, forse, a capire meglio chi siamo.
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