6. Nel sociale, informarsi e informare
- Autore: Nicola Rabbi
- Anno e numero: 1998/65 (monografia su estetica e disabilità)
di Nicola Rabbi
Un viaggio personale e “soggettivo” sui problemi dell’editoria sociale e sui vizi del giornalismo italiano. L’avvento del digitale e la possibilità che offre la comunicazione elettronica ai cittadini e alle associazioni; L’importanza di osservatori sulla stampa, la necessità di pensare a nuovi progetti di comunicazione basati sulla tecnologia. Le esperienze comunicative del Centro Documentazione Handicap.
“Catturato spacciatore: era un irreprensibile impiegato”, un titolo di cronaca apparso in pieno agosto, in testa ad un articolo di poche righe.; un articolo di poca importanza, ma c’è chi dice che è dai particolari, da i margini che si possono capire molte cose. Così questo articolo marginale apparso sulla cronaca locale di un quotidiano la dice lunga sul modo di trattare una notizia sul sociale e sul rispetto verso i lettori.
Conosco bene la persona arrestata dato che per un paio di anni ha frequentato il Centro di Documentazione Handicap per via di una borsa lavoro: non era certo irreprensibile visto che aveva una fedina penale molto lunga che un qualsiasi cronista, con una telefonata alla questura, avrebbe potuto conoscere.
La caratterizzazione della notizia era stata inventata di sana pianta,”tanto in pieno agosto, con tutti i lettori al mare, chi si accorge di queste piccole e innocue invenzioni”! L’importante era fare un articolo con un po’ di colore, che attirasse l’attenzione del pigro lettore di Ferragosto.
Ma l’operazione innocua non è; oltre che a tradire la fiducia del lettore, il titolo e il testo non rendono ragione alla persona in questione, con tutto il suo carico di problemi, di contraddizioni e la voglia di “liberarsi”, di lasciarsi alle spalle certe zavorre.
Venire a conoscenza, in questo caso per un motivo del tutto casuale, di una falsificazione come questa non può non inquietare e ci porta a guardare alla pagina stampata di un quotidiano, di un periodico qualsiasi (ma lo stesso discorso vale anche per gli altri media), con un occhio più sospettoso. Scattano, in modo automatico e continuo, delle domande che ci coinvolgono come lettori, come cittadini, come operatori nel campo sociale e culturale: e se anche le altre notizie fossero così? Come possiamo fidarci di quello che leggiamo? Come possiamo verificare le notizie?
Perché è importante l’informazione sociale
Perché insistiamo sempre su questi temi? Perché un Centro di Documentazione specializzato sul tema della disabilità come il nostro e che ha come referentiun “pubblico” di operatori sociali e di disabili, si occupa in modo così pervicace di questioni che riguardano l’informazione, i mass media, il ruolo dei giornalisti, le comunicazione elettronica….?
La risposta è chiara e semplice: i mass media sono decisivi nella formazione delle stereotipie, dei luoghi comuni, della percezione in generale della realtàe in una società come la nostra, dove l’informazione è la merce più preziosa, nulla, o quasi nulla può sfuggire, al potere di attrazione, alle suggestioni di ciò che i media ci dicono.
Ha scritto Luciano Tavazza, segretario della Fondazione Italiana per il Volontariato (FIVOL) recentemente: “L’esperienza sociale quotidiana fa sperimentare al volontariato quanto la società moderna sia fortemente condizionata in fatto di informazione e comunicazione in tutto il mondo industrializzato”. E a volte anche chi è in stretto contatto con il sociale (un operatore o un volontario), anche chi ha una conoscenza diretta e non mediata con questi temi, può, nonostante tutto, ricadere negli stessi luoghi comuni, mancare nella reale comprensione di un dato fenomeno, può parlare come gli altri.
Indiani nella riserva
E’ questo il potere dei grandi mezzi di informazione, di fronte al quale le esperienze (di comunicazione, di informazione) alternativa rimangono (nel vero senso della parola) ammutolite. Le numerose esperienze di editoria sociale ben conoscono questa sensazione di sentirsi “in una riserva”, in un territorio a parte destinato solo a pochi, con scarse possibilità di uscire fuori dal recinto.
E’ questa la situazione di quasi tutte le riviste, le case editrici, le agenzie stampa che operano in questo campo. Non siamo troppo pessimisti se diciamo che anche le esperienze più incisive e ambiziose, l’agenzia stampa ASPE del Gruppo Abele e Res della Comunità di Capodarco, solo poche volte sono riuscite a forare la bolla di sapone che sembra avvolgere queste esperienze e a diventare portatori di un’informazione che passa attraverso tutti i mass media. Sono diventati a volte fonte informativa (per lo più sotto la forma rischiosa del leader, della persona nota da intervistare), hanno sensibilizzato alcuni giornalisti, promosso anche nuovi paragrafi del codice deontologico… Alcune cose si sono fatte ma, come afferma Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele:” Il non profit non ha bisogno solo di giornalisti amici, bensì di testate complessivamente più sensibili ai problemi reali della gente”.
La nostra stessa esperienza, la rivista HP, pur esistendo da 15 anni, con le sue 2 mila copie (e mille abbonati) è una flebile, ma non sempre timida voce, in mezzo al vasto oceano informativo.
Anche dal punto di vista economico tutte queste iniziative hanno vita difficile: le riviste sono mantenute in vita per quello che rappresentano, non certo per il loro numero di abbonati o per la pubblicità raccolta ( altre volte dietro c’èun grosso sponsor aziendale , oppure un progetto europeo temporalmente limitato). Nessuna esperienza editoriale sociale in Italia riesce a mantenersi da sola sul libero mercato ma è “protetta” dall’associazione madre o nei modi sopra menzionati; nessuna esperienza riesce a sopravvivere basandosi solo sulle entrate derivanti dalle proprie attività culturali e editoriali(comprendendo anche la pubblicità).
Di fronte a questa constatazioni si sente l’esigenza di battere nuove strade, bisogna trovare nuove forme per finanziare queste esperienze, anche pubbliche visto il servizio che offrono. Anche le aziende potrebbero trarre una maggiore legittimazione sociale da questo tipo di sponsorizzazione.
Rapporti sempre in costruzione con mass media e fragilità economica sono due aspetti che sembrano caratterizzare tutta l’editoria sociale.
Le responsabilità dell’editoria sociale
Forse il termine è un po’ stretto, visto che con editoria sociale noi vogliamo comprendere tutta una serie di iniziative che vanno dalla carte stampata, alla radio, dalla casa editrice al sito Internet; comunque, prendendolo nel senso più ampio, tutto questo apparato si colloca, come un cuscinetto, tra chi opera nel sociale e i mass media e anche direttamente tra chi opera nel sociale e il cittadino comune.
I motivi dello scarso successo dell’editoria sociale vanno in parte ricercati al proprio interno, ad esempio nel linguaggio usato e nelle immagini che riesce a veicolare, nei rapporti sbagliati che imposta con il mondo giornalistico, nella scarsa conoscenza dei mass media e delle regole che li governano. Scrive Tavazza proposito: “”Quel che abbiamo comunicato è quel che l’altro ha capito” dobbiamo fare i conti con la nostra comunicazione e con il linguaggio criptico a volte utilizzato. Troppo spesso abbiamo generato nell’opinione pubblica la percezione di un volontariato da super eroi, che è sì da elogiare ma ben lungi da imitare; oppure abbiamo evocato l’immagine di un’attività per pochi “eletti” se non addirittura quella di un gruppo di persone che fanno fatica a darsi le ragioni del proprio agire…Occorre innanzitutto utilizzare un linguaggio che venga compreso dai non addetti ai lavori”.
Non sempre si è padroni, anzi difficilmente lo si è, del linguaggio usato e delle immagini che si trasmettono alla fine del processo comunicativo; questa duplice difficoltà la si riscontra in molte produzioni culturali del settore, anche fra quelle che partono da una consapevolezza culturale maggiore. Dicendola in un altro modo, è come se una persona non trovasse le parole giuste peresprimere un’idea e quando lo fa si accorge che il risultato è diverso da quello che aveva immaginato.
E questo può capitare a due livelli diversi, sia nella produzione culturale propria che in quella che passa attraverso i mass media, ma, in quest’ultimo caso, entrano in gioco altri fattori.
Il fatto di circuitare nei maggiori canali di comunicazione è un sorta di esigenza facilmente spiegabile; lo facciamo con un esempio.
La nostra rivista, nell’aprile del ’98, pubblicò un’inchiesta sulla prima informazione, ovvero il modo di comunicare ai genitori la notizia che il bambino appena nato ha qualcosa che non va. Tema difficile, poco trattato, importante. Il numero monografico e il successivo convegno sono stati un modo per diffonderlo, per sensibilizzare l’opinione pubblica e il personale sanitario, ma occorreva, per essere incisivi, passare attraverso altri canali, maggiori del nostro che portasse il tema ad un numero più ampio di persone. Una risposta a questo problema è stata quella della conferenza stampa, attraverso cui abbiamo coinvolto alcuni giornalisti locali. Il risultato non è stato quello che ci aspettavamo, il giorno dopo sui quotidiani la notizia era solo accennata oppure assente. Il perché di questo piccolo fallimento va ricercata in un errore nei rapporti con i mass media.
Dice Paolo Brivio, giornalista dell’Avvenire, in un bel testo pubblicato dalla Caritas, “Chi voglia comunicare con i media – e voglia farlo per diffondere un messaggio per sua natura delicato, che non sopporta banalizzazioni e alterazioni , qual è quello della solidarietà – non può farlo nell’ignoranza delle regole di funzionamento dello strumento che intende impiegare. Bisogna dunque rispettare la natura del mezzo e le peculiarità del genere di racconto che esso sostiene – e più avanti scrive – queste regole non sono né immutabili né necessariamente buone… ma non si può pretendere che la qualità di un contenuto informativo buono si affermi a prescindere dalle regole del gioco”.
E’ vero, certe mancanze possono vanificare tanti sforzi, ma il punto è anche un altro: stare o non stare alle regole del gioco, o meglio fino a che punto è possibile accettare la natura del mezzo. Il fatto che i mass media funzionino così, il fatto che in redazione si respiri una certa aria non è un fatto ineluttabile, ma che si è storicamente creato (qui in Italia con certe caratteristiche).
Ritorniamo al nostro caso, alla conferenza stampa sul tema della prima informazione: con il senno di poi avremmo dovuto cercare un aggancio con la situazione locale che avesse destato l’interesse del giornalista (e del lettore del suo quotidiano). Ma forse non sarebbe bastato neppure questo, avremmo dovuto denunciare qualche mancanza di una struttura pubblica o raccontare qualche storia personale e drammatica. Di nuovo la domanda: fino a che punto è giusto spingersi per accedere all’imbellettato mondo dei mass media?
Play it again, Sam
Essere attrezzati per comunicare con i mass media, avere perfino, anche a livello di piccole associazione, una persona addetta ai rapporti con la stampa, ma anche rendersi conto che esiste un margine di autonomia, che le regole del gioco non devono essere imposte da una sola parte soprattutto quando se ne vedono i limiti e le chiusure.
Una storia marginale ma esemplare. Conosco un giovane volontario che per anni ha lavorato con la devianza giovanile; una volta laureato ha cominciato a scrivere per un giornale locale. Mi ha raccontato la storia di uno dei suoi primi articoli che riguardava il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Maggiore di Bologna. Doveva descrivere una situazione di reale emergenza e dei difficili rapporti tra personale sanitario e malati di Aids. Ha intervistato infermieri e pazienti e, dopo averlo fatto, ha portato l’articolo al capocronaca che ha trovato il pezzo “sottotono”, pregandolo di riscriverlo con uno stile diverso. Alla fine è riuscito a confezionare l’articolo “giusto” cheè stato è pubblicato il giorno dopo. Nei due giorni successivi ha ricevuto delle telefonate di protesta (a lui convogliate dal suo capocronaca) da parte degli infermieri intervistati che si sentivano descritti nell’articolo come persone terrorizzate dall’ambiente in cui lavoravano e diffidenti verso i malati. Non erano certo queste le intenzioni del giovane volontario; lui ha cercato semplicemente di seguire le indicazioni del suo capocronaca.
E’ solo una storia, non capita sempre così, in questo caso molto dipende dall’inesperienza dell’aspirante giornalista, ma è anche vero che da storie marginali si possono capire i meccanismi che sottendono la notiziabilità dei fatti. Nel nostro caso, una notizia deve per forza essere sensazionale e allarmistica; una descrizione pacata e oggettiva delle difficoltà di un reparto ospedaliero non è una vera notizia anche se è approfondita e contestualizzata. Sembra quasi che alla consistenza informativa si antepongano i mezzi, anche retorici, che risveglino l’interesse del lettore, che lo stimolino.
Il problema a questo punto sembra porsi in questi termini: come scrivere un articolo interessante per il lettore ma rispettoso della notizia, come attirare l’attenzione senza usare mezzi retorici, senza le esagerazioni, i luoghi comuni, i riferimenti simbolici e metaforici incomprensibili o banali? Accanto alle regole del gioco della notiziabilità ne possiamo aggiungere un’altra, anzi un altro gioco, quello di scrivere in equilibrio senza scadere nella notizia scialba oppure scadere nella notizia avvincente ma che usa mezzi impropri.
Bisogna però saper distinguere tra i giornalisti (i materiali esecutori) e il sistema dell’informazione. Scrive Stefano Trasatti, giornalista del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA): “Il giornalismo ha certamente le sue, anche se l’immagine del cronista cinico, privo disensibilità sociale e dagli studi incerti sa sempre più di caricatura(ancorché numerosi esempi siano tuttora presenti nella realtà) che per fortuna pare destinata a scolorire. L’immagine che va affermandosi è quella di un giornalista sempre più ingranaggio di un sistema esasperato – nelle dimensionie nella velocità – di produzione informativa, dove viene resa faticosa ogni possibilità o bisogno di aggiornamento, di interpretazione dei fatti, di controllo delle fonti, di maturazione del proprio spirito critico; e dove non di rado si aggiunge una certa dose di pigrizia, a volte connaturata, spesso indottadalle condizioni di lavoro che obbligano a trascorrere quasi tutto il tempo chiusi in redazione”. Meno tenero Tavazza che afferma: “Il prevalere della commercializzazione dei mass-media ha messo il sistema informativo nel solco della cultura dell’effimero, talché la filosofia deimass-media, soprattutto televisivi, è diventata la stessa del clima in essi prevalente di consumismo e di individualismo – e più avanti dice – assistiamo ad un abbassamento della cultura sociale della classe giornalistica, che sempre meno annovera professionisti capaci di coniugare un linguaggio oggettivo e consapevole dei bisogni comuni con le esigenze della vendita delle notizie”.
Reagire con prontezza
Di fronte ad una situazione di questo tipo uno strumento efficace sembra essere quello della reazione pronta; appena appare una notizia fuorviante su una tematica sociale un’associazione o un gruppo esperto in quel settore reagisce con lettere al direttore ed altre forme di protesta.
Dice Ernesto Muggia, rappresentante dell’UNASAM (Unione Nazionale delleAssociazioni per la Salute Mentale): “I giornalisti più sensibili ci hanno anche detto che spetta a noi reagire con delle notizie mandate tempestivamentein redazione. Il problema è che non sempre ci sono le risorse per reagire, occorre un giornalista amico, avere una struttura che è difficile da finanziare”. Le difficoltà espresse da Muggia sono vere; è difficile per un gruppo anche medio grande prestare attenzione ai media e intervenire là dove è necessario, occorrono risorse e capacità notevoli. Questo tipo direazione è però essenziale per poter avere un minimo di influenza e di controllo sui mezzi di informazione.
Recentemente sulle pagine locali di Bologna di un quotidiano nazionale ho letto un’intera pagina dedicata ai malati mentali. L’ho letta tutta; è così difficile trovare delle inchieste su questo tema. L’intervento prendeva le mosse da un fatto di cronaca nera (come era ovvio aspettarsi) scritto sotto forma di giallo d’azione e presentava un lungo articolo sulla pericolosità di certi malati mentali in “libertà”, il tutto corredato da ampie foto che sembravano prese da un quadro Hieronjmus Bosch; il lavoro era completato daun’intervista ad un esperto che presentava una serie di dati totalmente incomprensibili tanto erano decontestualizzati. Che cosa ne veniva fuori datutto questo, un’inchiesta? No solo un quadretto che se avesse potuto parlare avrebbe detto: “I matti sono pericolosi e girano tra noi”.
Di fronte a questo tipo di informazione non si può stare inerti, bisogna reagire. Una strada potrebbe essere quella di costituire degli osservatori permanenti. Scrive Trasatti a proposito: “Costruire Osservatori nazionali che siano in grado di far questo, e su un numero significativo di testate, nonè cosa facile. Non tanto per complessità pratica, quanto per la necessità di risorse economiche non indifferenti. Tuttavia, questo dovrebbe essere uno dei principali traguardi da raggiungere per il variegato mondo del non profit. Esso potrebbe essere in grado già oggi di mettere in pratica un sistema di monitoraggio sistematico dell’informazione, ovviamente con l’aiuto indispensabile di esperienze accademiche esterne che sarebbero facilmente rintracciabili in più d’una università italiana (ci sono già diverse facoltà avviate su questa strada).
Si tratta in verità di un dovere che andrebbe assolto prima che sia troppo tardi. Prima, cioè, che il volontariato diventi “ricattabile” dalla stessa informazione, avendo magari acquisito adeguata visibilità ma essendo entrato in quel gioco perverso di do ut des alla base del meccanismo che oggi regola l’accesso nei grandi notiziari”.
Addirittura questo potrebbe essere uno dei compiti del progetto di un'”Agenzia per l’editoria sociale”, di recente proposta dal CNCA.
Ma anche a livello locale sarebbe utilissimo creare degli osservatori, anche con obiettivi minimi, che siano in grado di rispondere e di criticare certi modi difare notizia.
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