8. Estetica dell’handicap
- Autore: Roberto Ghezzo
- Anno e numero: 1998/61 (monografia su disabilità e televisione)
di Roberto Ghezzo
“Bisogna collegare la parola handicap a parole vive, che non si facciano imbrigliare dal sapere scientifico”. ” È la percezione del limite, è il come si vive questo limite che fa la differenza creativa”. Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito: per una nuova immagine dell’handicap.
Se qualcuno leggendo questo titolo dicesse:- “Ma cos’è questa roba? Non leggerò mai questo articolo, alla larga!”- lo capirei, perché forse sarebbe stata la mia reazione qualche anno fa. In effetti la gente si tiene alla larga dall’handicap e dalle persone handicappate perché crede che non sia interessante o divertente stare con queste persone. Da un lato ciò è comprensibile e anche giusto (infatti se ritieni che stare con una persona non ti possa portare niente di utile è bene starne lontani). Dall’altro è sbagliato perché dell’handicappato abbiamo tutti una immagine spesso distorta, a cominciare dall’handicappato stesso.
A ben vedere questi articoli sull’estetica dell’handicap, fanno pensare a quei libri tipo Cento modi di fare la polenta. L’utilità è data dalle connessioni, analogie, spunti per connettere il cosiddetto “mondo dell’handicap” al Mondo. Altrimenti la polenta (senza i cento contorni o modi di cuocerla) rimanesempre polenta e detto fra noi, da sola, senza neanche un minimo di olio, édifficile da affrontare (bisogna avere molta fame, o essere, come me, veneti).Questi articoli dunque non parleranno solo di handicap, ci mancherebbe. Anzi traggono spunto dall’handicap per parlare di qualcos’altro che è molto più interessante.
9 punti non sono un quadrato
Per spiegare meglio osservate e provate a risolvere questo celebre problemino:
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Connettere tutti i 9 punti con solo 4 linee senza staccare la penna dal foglio. La difficoltà principale in questo gioco è di considerare questi 9 punti come un quadrato. In effetti noi vediamo un quadrato formato da 9 punti, non vediamo i 9 punti presi singolarmente. La percezione del problema,l’immagine che ce ne facciamo già inficia profondamente il nostro tentativo di trovare una soluzione. Prendiamo questo quadrato di 9 punti come una metafora dell’handicap: se cercheremo di superare o risolvere questo problema tracciando linee all’interno del quadrato non riusciremo mai a trovare la soluzione. La parola handicap è una parola impoverita perché collegata troppo spesso solo a sè stessa (ai disabili, i loro famigliari, gli operatori del settore,all’insegnante di sostegno, ecc … ). E’ una parola povera di vita perchécollegata spesso ad un sapere tecnico, scientifico, specifico (medico, pedagogico, psicologico, ecc … ). L’unico modo di risolvere il problema dei 9 punti è di uscire dal quadrato, scoprire che non c’è un quadrato ma solo 9 punti, scoprire che il quadrato è solo un modo di vedere i 9 punti. Bisogna collegare la parola handicap a parole vive, che non si lascino imbrigliare dal sapere scientifico: ad esempio collegare l’handicap allo sport, alla danza, al lavoro (vedi ad esempio il calcio in carrozzina, la CanDoCo Dance o per mia esperienza diretta il Progetto Calamaio). La nostra rivista HP-Accaparlante già dal suo nome presuppone proprio questo: una H, lettera muta, che invece parla, non solo di se stessa ma anche di esperienze, di strumenti, di creatività. Non è il parlarsi addosso, non è la logica triste delle varie “giornate dell’handicappato”, sempre più simili alle sagre della castagna, che tuttavia almeno un significato gastronomico ce l’hanno. A Torino, durante uno dei corsi di formazione che teniamo come Progetto Calamaio, una insegnante, persuasa dai nostri argomenti e dal dubbio che già da tempo aveva maturato, ha fatto autocritica promettendo che si sarebbe adoperata per cambiare il nome della sua associazione, Gruppo Amici Handicappati (GAH). Quando la percezione che abbiamo dell’handicap è sbagliata inevitabilmente, pur in buona fede, si commettono degli errori ed è per questo che noi del Progetto Calamaio sosteniamo che l’handicap prima di tutto è un problema di tipo culturale. E proprio per questo siamo anche molto ottimisti: quando un bambino di otto anni vede in televisione una gara fra atleti disabili non potrà fare a meno di considerare come naturale il desiderio di un disabile di fare sport, per lo stesso motivo per cui solo pochi anni fa ciò sarebbe stato impossibile. L’immagine del disabile cambia e molto in fretta grazie ai mezzi di comunicazione.
I punti immaginari
Una volta abbiamo proposto il problema dei 9 punti in una scuola media e una ragazza ha detto: “Forse per risolverlo bisogna fare perno sui punti immaginari!” e subito dopo ha risolto il problema. E’ proprio qui il segreto, fare perno su punti immaginari esterni al quadrato (le parole vive di cui si parlava prima), sforzarsi di immaginare questi punti, produrre una nuova immagine di handicap. Qui dobbiamo fare perno sulla nostra creatività perché una caratteristica essenziale dell’atto creativo è proprio quella di uscire dagli schemi cui il pensiero abitudinario ci imbriglia. È per questo che vale la pena di affrontare una tematica come quella dell’estetica dell’handicap. Certo un po’ alla volta, perché non si pretendono cambiamenti improvvisi: anche dopo aver trovato la soluzione, dopo cioè aver fatto lo sforzo di liberarsi dalla percezione del quadrato, i 9 punti continuano a vederli come un quadrato. Allo stesso modo i seguenti due segmenti
A <—-> B >——<
e continuamo a vederli uno più lungo e l’altro più corto anche se a misurarli abbiamo visto che sono della stessa lunghezza. L’importante è iniziare, mettendo in crisi i luoghi comuni, facendo emergere quello che non si lascia facilmente acchiappare, come ad esempio lo sfondo (ci accorgiamo dell’importanza dell’estremità dei segmenti quando li confrontiamo fra loro), o le cose troppo evidenti. C’è un bellissimo racconto di Edgar Allan Poe, La lettera rubata, nel quale la polizia e i servizi segreti cercano senza trovarla una lettera sottratta ad un importante ministro. La cercano nella casa del sospettato, la cercano dappertutto, sezionano i mobili uno per uno. Non la trovano perchè la lettera è un po’ bruciacchiata fra le carte del camino, in bella mostra. Non la trovano perchè è troppo evidente, nessuno l’avrebbe nascosta lì e di conseguenza nessuno la cerca lì. È nascosta perchè non è nascosta, è nascosta agli occhi di chi complica le cose pensando che le cose siano complicate. Nell’handicap la bellezza è una lettera rubata.
Gli handicappati sono brutti?
Partiamo da questa domanda che forse potrà apparire in un primo momento brutale ma ha il pregio di essere diretta e di porre con forza la questione. In molti casi vi è uno sviluppo del pensiero quando si è in grado di porre nuoved omande perchè sono le domande ad aprire nuovi orizzonti. Wittgenstein però avverte che una risposta è possibile solo se la domanda ha un senso, il che in altri termini significa che quando è possibile una domanda è possibile anche una risposta. La sensazione è che ormai sia venuto il tempo (culturale e sociale) in cui possa emergere la problematica dell’estetica dell’handicap. In punta di piedi si fa avanti una maturazione culturale che permette le sfilate di moda per donne handicappate o di corsi di trucco per donne cieche. Ma in che senso parleremo di bellezza in questa serie di articoli? Sono convinto che l’essenza della bellezza sfugga alle parole, ad un discorso su di essa. Il grande compositore italiano Luciano Berio alla domanda “Che cos’è la musica?” ha risposto candidamente: “Se sapessi che cosa è non la farei”.
In che cosa consiste la bellezza della musica? Se la sua bellezza fosse esprimibile in parole, se fosse trasmissibile esattamente attraverso i concetti sarebbe riducibile a qualcos’altro e quindi cesserebbe di essere qualcosa di assoluto, di autonomo. Ma, nonostante questo, parlare della bellezza ha sensoperchè nasce dall’esigenza di esprimere una esperienza, fa parte dell’esigenza dell’uomo di comunicare, che a sua volta diventa attività artistica.
Come si può parlare di Dio, se la sua essenza è per noi inesprimibile? Dio si nasconde perchè la sua presenza ci annienterebbe e annientandoci non potremmo essere quindi liberi. La bellezza dunque si rivela ma anche si nasconde. Questa serie di articoli vuole stimolare il pensiero più che dare risposte o suggerire ricette. Non vogliamo dunque “dimostrare” qui la bellezza degli handicappati, perchè è un’operazione che non ha senso. Anzi è dannosa perchèpresuppone una forzatura che nell’estetica non è ammessa, cioè il “devivedere” le cose in un certo modo. La bellezza invece si lascia vedere da chi è in grado di vederla, da chi si è preparato a riceverla. Bisogna smetterla di pensare alle cose come riducibili ad un sapere di tipo scientifico e oggettivo, che non mostra le cose ma che le dimostra. 0 meglio possiamo direche esiste un tipo di sapere che si configura in un certo modo matematico e chefunziona in un certo ambito di discorso. In altri ambiti bisogna utilizzare altre regole, altri giochi.
Tre obiezioni
Ma torniamo alla domanda:” Gli handicappati sono brutti?” per vedere se è una domanda che ha un senso e come tale ha già una risposta che basterà scoprire. Inizialmente vale la pena di considerare tre obiezioni possibili all’emergere della domanda stessa, ovvero:
1) gli handicappati hanno problemi più importanti (assistenza, trasporto, ecc…) per cui non ha senso affrontare questo problema che tutto sommato è secondario;
2) gli handicappati sono belli o brutti quanto le persone normodotate. Una estetica dell’handicap non ha ragione di essere, anzi ghettizza ulteriormente perché presuppone due categorie speciali, la bellezza e la bruttezza degli handicappatì, come se fossero separate dalla Bellezza e Bruttezza con le B maiuscole.
3) gli handicappati SONO BRUTTI (e detto per inciso tu che ti poni questa domanda per lo meno hai una mancanza di tatto nel ricordare una cosa così evidente).
Prima obiezione
Evidentemente qui si considera la bellezza un problema di superficie di contro a problematiche di sostanza, essenziali, primarie. In realtà ci si è resi contoche il problema handicap è un problema culturale, prima che medico e assistenziale. Sopravvivere non è la stessa cosa di vivere, come essere vestiti non è la stessa cosa di essere vestiti bene. Teniamo presente solo che appena trent’anni fa era una cosa rivoluzionaria uscire in carrozzina ed andarsene per le strade. Adesso forse sono rivoluzionarie una carrozzina colorata o una ragazza disabile con le calze a rete, è solo questione di tempo. È certo cheil cammino dell’autostima passa anche per una valutazione estetica di noi stessi.Una insegnante una volta ci ha raccontato l’episodio di una sua alunna disabile che le ha fatto questa domanda: “Professoressa, perchè mi hanno chiamata brutta handicappata?”. Di fronte ad una domanda del genere chiunque si sarebbe trovato imbarazzato nel trovare una risposta. Credo che sia importante costruire giorno per giorno una nuova consapevolezza, attraverso atti semplici e quotidiani troppo spesso dimenticati: scegliersi un vestito, mettersi un profumo, personalizzare la carrozzina. Se il terreno è preparato anche domande angoscianti, come quella della ragazza disabile, possono trovare risposta. Certo non possiamo dare a qualcuno quello che non abbiamo già noi stessi. Non possiamo pretendere la fiducia in se stessa in una persona cui non diamo la nostra fiducia. E l’immagine che abbiamo degli altri è strettamente collegata all’immagine che abbiamo di noi stessi. L’angoscia dell’insegnante è l’angoscia dell’alunna, come l’handicap del disabile è l’handicap del normodotato. Questi articoli che sto scrivendo possono suggerire risposte nella misura in cui capiamo che la domanda sulla bellezza dei disabili è una domandache interessa tutti.
Seconda obiezione
È più subdola perchè si basa su una evidenza tutta razionale del tipo “La Bellezza è uguale per tutti” come se al tribunale dell’estetica non valesse anche il principio che la giustizia non è dare a tutti la stessa cosa ma dare a ciascuno il suo. Una sinfonia di Beethoven, un coro sardo, un raga indiano: sono tre delle innumerevoli forme musicali, diversissime tra di loro ma nell’essenza del loro mistero accomunate. Ciò non significa che non vadano ascoltate, studiate e capite proprio esaltando le loro differenze, le concezioni musicali così per certi versi opposte dalle quali scaturiscono. Questa serie di appunti che vado scrivendo, che pomposamente chiamo estetica dell’handicap, vogliono solo essere una serie di suggestioni per guardare all’handicap da una angolazione forse poco frequentata.
Terza obiezione
Più che una obiezione alla domanda ne è una risposta, e definitiva, inappellabile. Cercheremo di andare oltre questa immediatezza dell’uguaglianza bruttezza-handicap. È l’immediatezza che va messa in discussione e questa è la cosa più difficile. Nel racconto La lettera rubata, Edgar Allan Poe avverte che proprio le cose più evidenti risultano essere invisibili. Nei processi creativi la consapevolezza dei contorni, dello sfondo è fondamentale perchè è proprio una non consapevolezza che determina la nostra incapacità ad influenzare il nostro ambiente. Una persona creativa è in grado e si sente in grado di influire sulle cose, è consapevole del proprio ruolo di trasformatore della realtà. Bisogna mediare l’immediatezza, svelare ciò che è già svelato, bisogna agguantare ciò che è sfuggente proprio perchè da sempre è sotto i nostri occhi.
Un’ultima precisazione prima di continuare. Ero abbastanza indeciso se parlare di estetica dell’handicap o di estetica del deficit. L’handicap, come difficoltà, richiama tutta una serie di categorie (lotta, coraggio, vittoria-sconfitta, eroe-antieroe) mentre il termine deficit mi sembra richiami più il concetto di limite. Non mi interessa l’estetica del coraggio, dell’Enrico Toti che lancia la stampella contro i nemici, o la tragicità di certe figure di deformi della nostra letteratura. Pure questo aspetto c’è e andrebbe approfondito, ma mi sembra già esplorato, anche troppo. Mi interessa invece parlare di handicap in senso più ampio, includendo anche l’estetica del deficit.
Handicap e identità
Certamente la prima spinta verso un nuovo modo di pensare che tiene conto anche dell’aspetto estetico delle persone disabili viene da queste stesse persone che fra le tante contraddizioni (e nei prossimi HP ne passeremo in rassegna alcune) con cui si trovano ad aver a che fare, vivono contemporaneamente una duplice alternativa: da un lato la tendenza a emanciparsi dal proprio deficit e dall’altro a riconsiderarlo non solo in termini negativi ma anche positivi. Una cosa di cui soffre una persona condeficit è l’identificazione, operata dagli altri e da se stessa, della propria persona con il proprio deficit. Esemplifico: quando vedo un normodotato vedo una persona umana ma quando vedo una persona con tetraparesi spastica vedo un handicappato. È successo e succede così anche alle donne che da anni cercano di modificare la loro immagine di sesso debole per misurarsi con il modello forte di uomo. Però c’è un’altra tendenza che è quella che porta un handicappato non tanto a superare il deficit, il che è utopico perchè non è possibile annientarlo, ma a riconsiderare in modo concreto e realistico le proprie caratteristiche determinando la nascita di un che di originale. Consideriamo ad esempio gli sport per disabili, in cui i disabili non competono con i normodotati ma nello stesso tempo la bellezza ed i valori essenziali dello sport restano intatti, restano gli stessi. Continuando l’analogia con il mondo femminile, come le donne, emancipandosi da una immagine negativa, riscoprono escoprono il piacere di essere donne, così anche gli handicappati, anche se il cammino in questo senso è ancora lungo, scoprono che è importante una emancipazione sia da sè che dal modello forte di uomo. Cioè si cerca di uscire dalla diversità, intesa come estraneità, e nello stesso tempo si scoprononella propria diversità delle risorse ed una unicità che vale la pena di valorizzare.
La bellezza della imperfezione
Consideriamo queste due pubblicità molto famose qualche anno fa:
Televisore Supertriniton. La Perfezione
Fiat Punto. La Risposta
Siamo portati ad associare alla bellezza il concetto di perfezione. Una cosa che non ha difetti, non ha deficit, è il massimo cui un uomo possa aspirare, diventa desiderabile e pertanto bella. Una cosa bella è una risposta, colma una lacuna, una insoddisfazione. È una pienezza che avvolge, che non lascia altri desideri. La perfezione ha una particolarità che la rende interessante per la nostra ricerca: esce dal tempo. Una cosa perfetta non è perfettibile, cioè è il risultato di un processo che si è compiuto, di un viaggio che è terminato. Una cosa perfetta rimane tale e quale nel tempo, non ha più senso parlare di un presente, passato o futuro.
La perfezione per i greci ha a che fare con le cose finite, per i cristiani con l’Essere infinito. Per i greci l’infinito è un concetto negativo, irrazionale, al quale hanno contrapposto la bellezza e divinità di un mondo sferico, limitato ed armonico. Per i cristiani invece l’infinito è un attributo di Dio accanto alla potenza, alla sapienza al non aver limiti di alcun genere. I Dei greci si possono rappresentare perché razionalmente indagabili, mentre il Dio cristiano è al di là della portata umana, è imperscrutabile e non essendoci la possibilità di farcene una idea non è possibile rappresentarlo se non indicandolo solamente, per via indiretta. Il Dio cristiano è un Dio nascosto, non si può vedere perché lo sguardo umano non potrebbe sopportarne la vista. Quindi tutte le cose sono imperfette, tutte sono creature e uno solo è il Perfetto, il Creatore.
Come è possibile una bellezza della imperfezione? Bella è una cosa che ispirain noi il senso dell’infinito, di Dio, del sacro, pur necessariamente essendo finita ed imperfetta. La perfettibilità diventa un attributo di tutte le cose perchè finite ed imperfette, anzi più una cosa è perfettibile e più sarà in un certo senso tendente all’infinito. Questo spiega perché un quadro non finito può essere più bello del quadro finito. Il suo non-essere finito stimola l’immaginazione e ci mette nella possibilità di entrare in rapporto con l’infinito.
Da questo punto di vista che differenze ci sono tra esseri umani ed esseri umani con deficit? Non in senso assoluto, perchè sia un essere umano che un essere umano con deficit non sono perfetti, sono in trasformazione ed evoluzione. Certo se li confrontiamo c’è una differenza ma è la condizione umana che li accomuna.
Saggi e scarafaggi
A proposito della perfezione è interessante ricordare che lo scarafaggio éuno degli animaletti più antichi, sopravvissuto a cambiamenti ed a eregeologiche. Il suo segreto? Ha (o è) un organismo perfettamente adeguato all’ambiente da non avere più bisogno di modifiche. Ha (o è) un organismo nel suo genere perfetto. In che senso è bello? Per la maggior parte delle persone uno scarafaggio fa schifo ma quando Gregor Samsa si trasforma, nel racconto Metamorfosi di Kafka, in un enorme insetto, tutto sommato vive la sua nuova esistenza con piacere anche se sente tragicamente brutta l’inadeguatezza rispetto alla propria famiglia. L’idea di perfezione contiene molte sfaccettature e forse bisogna imparare a relativizzarla. L’essere umano in sè ha un deficit di perfezione ma forse il problema non è il tendere ad uno stato senza difetti, senza disabilità, senza tempo, ma il fare i conti con il limite. È la percezione del limite, è il come si vive questo limite che fa la differenza.
Quando durante un corso di formazione abbiamo fatto vedere un filmato sul calcio in carrozzina dove si vedeva una rovesciata in area con conseguente gol, un corsista ha esclamato: “Bello!”. Questo atto sportivo è stato perfetto, perchè con perfetta scelta di tempo e un perfetto movimento, il pallone è stato calciato in porta. Eppure è stato un atto sportivo in uno sport, il calcio in carrozzina, dove giocano sia atleti normodotati sia atleticon deficit. Non è dunque il limite, ma la percezione del limite, il nostro rapporto con il limite che determina ora la bellezza ora la bruttezza. Bisogna meditare a fondo questo proverbio orientale: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Certo forse è più comprensibile l’atteggiamento dello stolto nel caso il saggio abbia nella mano un unico dito perchè gli altri sono amputati. Non si vede mica tutti i giorni una mano con un solo dito! Eppure lo stolto continuerà a perdersi la bellezza della luna, per guardare quella che per lui è la mano non di un uomo saggio ma solo di un uomo disabile.
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