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Autore: admin

Il leone e la zebra

Di Roberto Ghezzo

Parecchi anni fa ho visto un documentario sulla vita animale nella savana, uno di quei classici documentari che ogni tanto fa bene guardare perché si vede un mondo pre-umano, come se l’uomo non fosse mai vissuto su questo pianeta (il che a conti fatti sarebbe stato meglio per tutti gli altri esseri viventi, dato che sono tantissime le specie che si stanno estinguendo a causa della nostra acuta intelligenza). Il documentario descriveva le varie tattiche che molti erbivori mettono in pratica per difendersi dai predatori: una di queste è tipica delle zebre. La fatidica domanda che ci chiediamo dalle scuole elementari – “Ma perché le zebre sono juventine? Perché sono a strisce bianche e nere?” – finalmente ha una risposta. Attraverso la selezione naturale, le zebre hanno sviluppato il loro caratteristico manto per essere meno individuabili dai predatori e per un motivo semplice e molto interessante. Quando il leone di turno scatta dietro a un branco, il fatto di vedere passare decine di zebre tutte uguali, centinaia di righe bianche e nere in movimento, gli fa perdere la concentrazione, non riesce cioè a concentrarsi su una zebra in particolare… per cui finisce quasi subito per spomparsi e lasciar perdere… almeno qualche volta. Se non c’è una zebra che abbia una qualche particolarità, che sia ad esempio più isolata dal branco, o resti indietro perché è più lenta, per il leone è difficile fissare le sue energie su una in particolare e alla fine questa tecnica di fuggi-fuggi di massa, di confusione di massa funziona.
È molto interessante questo meccanismo psicologico, ed è lo stesso, credo, di quello che accade quando consideriamo le ingiustizie su questo pianeta: nel loro insieme ci sembrano una massa indistinta e il nostro possibile apporto per trovare una soluzione sembra veramente una goccia nel mare. Migliaia di bambini muoiono ogni giorno per fame, ma questo fatto non emerge nemmeno più da questa massa indistinta: come si dice, non fa notizia. Qualcosa qua e là emerge, quando fa rumore, per poi quasi subito inabissarsi nell’oblio. Oggi sono i tragici fatti che accadano in Birmania, gli stessi che abbiamo visto nel 1989 sulla piazza di Tien An Men. Ma ancora il Darfur, il Tibet, l’Iraq… e via così finché la nostra attenzione si perde, si spompa, per magari approdare a cose più terra terra, alle quali alla fine applichiamo una attenzione maggiore, come il rigore non dato (come al solito) proprio alla Juventus.

Numeri come zebre
Prendo in mano un numero della rivista “Amici dei lebbrosi” (per l’esattezza il n. 7/8 di quest’anno), organo dell’AIFO, la ONG degli amici di Raoul Follerau. Ci trovo un articolo di Giampiero Griffo che ci informa che: “Le persone con disabilità sono circa 650 milioni e l’82% di loro vive in paesi in cerca di sviluppo. Il 98% di queste persone non ha accesso ai servizi riabilitativi. Nel mondo più dell’85% delle persone con disabilità non ha un impiego e solo il 2% dei minori ha una educazione formale”.
Cosa di prova a leggere una cosa del genere? 650 milioni? Sono circa un decimo della popolazione mondiale! A leggere questi numeri ci si sconforta, si è presi da una sorta di apatia e di rigetto. Anche perché è evidente che nel Sud del mondo la disabilità non è frutto del caso, non è frutto di processi che non sono ancora sotto il nostro controllo. Anzi. A differenza della maggior parte dei casi che si presentano nei nostri paesi, nel Sud del mondo la disabilità è frutto di ingiustizia. Si stima che il 50% delle disabilità sono prevenibili e direttamente causate dalla povertà. Fame, malnutrizione, disabilità e povertà sono legate; la malnutrizione causa circa il 20% delle lesioni. Ma come se non bastasse ci sono anche poveri di serie A e poveri di serie B. Leggiamo infatti poco più avanti: “La condizione di disabilità è causa ed effetto di povertà perché le persone con disabilità sono soggette a discriminazioni e a mancanza di pari opportunità che limitano la loro partecipazione sociale e violano i loro diritti. La visione negativa che la società trasferisce sulle persone con disabilità produce un fortissimo stigma sociale che ha conseguenze nella vita economica, culturale, politica e sociale. In caso di guerra, di catastrofi naturali e umane le persone con disabilità sono le prime a patire le terribili conseguenze delle emergenze, spesso con la morte e la mancanza di attenzione alla loro condizione. Per questo le persone con disabilità rappresentano i più esclusi fra gli esclusi, i più discriminati fra i discriminati, i più poveri tra i poveri”.
Povertà e disabilità sono strettamente correlate ed entrambe sono frutto di una ingiustizia di fondo, quella che vede una non distribuzione della ricchezza tra gli abitanti di questo pianeta. La Banca Mondiale stima che le persone con disabilità sono comprese tra il 20% dei più poveri dei poveri.
La disabilità riguarda non solo gli individui ma anche le loro famiglie e le comunità. Si ritiene che la vita del 25% della popolazione nella regione Asiatica sia influenzata dalla disabilità.
Il leone a questo punto si ferma. Quando si parte con l’intento di colpire preciso, di essere efficaci, di dare una zampata alle ingiustizie, anche le buone intenzioni di fronte a questo disastro restano sconcertate, non si sa da dove partire. La massa di milioni di poveri resta lì, indistinta, imprecisa e il senso di impotenza ci invade.

Da azione a relazione
Ma nello stesso numero di “Amici dei lebbrosi”, troviamo una via di uscita dallo stallo. Troviamo una risposta. L’AIFO è una ONG che è riuscita a mettere in piedi tantissimi progetti di aiuto basati su quella che viene chiamata la Riabilitazione su Base Comunitaria, partendo cioè dalla consapevolezza che l’unico modo di operare un cambiamento in positivo è fare leva sulla comunità. Non serve tanto costruire un ospedale nel deserto ma è molto più efficace dare la formazione e gli strumenti per la riabilitazione innanzitutto ai disabili stessi, alle loro famiglie, agli insegnanti del villaggio, agli operatori sociali che vivono lì.
Dai milioni di poveri, dalla massa indistinta di disabili, attraverso la finestra della rivista “Amici dei lebbrosi” emergono invece delle storie, delle persone, dei volti, come quello di Pupala Satyavati, una ragazza che è riuscita a vincere la lebbra. Veniamo a sapere della possibilità di creare gemellaggi come quello tra la scuola primaria di Dolceacqua (IM) e la scuola Naye Asha in India. Oppure ancora troviamo esperienze concrete come quella straordinaria dei “Tambores do Tocantins”, di Porto Nacional in Brasile, che quest’anno hanno fatto una tournée proprio qui in Italia e che sono nati con lo scopo di contribuire alla preservazione delle tradizioni brasiliane, particolarmente nell’area della percussione. Si sono così resi accessibili a bambini, giovani e adolescenti il contatto e la conoscenza delle proprie radici musicali attraverso la riscoperta delle tecniche di costruzione degli strumenti, salvando dalla scomparsa alcuni di questi, come il tamburo di Rabo o Roncador, il tambor de barro.
Non più una massa grigia e indistinta ma persone e volti, colori e storie.
Il grande salto si fa poi quando dalla logica dell’azione passiamo a quella della relazione, e anche la logica dell’aiuto diventa un’altra. Non è più la logica del leone che aggredisce e colpisce. Nella relazione avviene uno scambio e il gioco delle parti non è più a senso unico, si ribalta. Anche i numeri cambiano: la relazione si può avere solo con poche persone. Don Milani, che pure era un uomo dal cuore aperto, diceva che non si può amare più di 40 persone! L’aver cura, dice il teologo brasiliano Leonardo Boff, è quello che ci rende umani, è la cifra del nostro essere. Individualmente possiamo aver cura solo di poche persone, la relazione avviene solo con chi ha un volto, la relazione si dà tra persone che hanno deciso di fare un cammino insieme. Madre Teresa di Calcutta, a chi le chiedeva qual era la persona più importante della sua vita, ha risposto: “Quella che ho davanti in questo momento”. Non serve quindi andare a cercare tanto in là, ognuno di noi incontra persone ed è a partire da queste persone cui abbiamo iniziato a voler bene che possiamo attuare un cambiamento. È come dire che il vero cambiamento parte da noi stessi, in quanto ci lasciamo cambiare dalle persone che abbiamo incontrato. Paulo Freire diceva: “Nessuno libera nessuno. Nessuno si libera da solo. Ci liberiamo insieme nella comunione”. La risposta è nell’essere comunità, abbandonando la logica del primo mondo che come un leone vuole colpire la zebra, vuole arrivare in un paese del Sud del mondo e cambiarlo in meglio, senza avviare un confronto con la comunità e in questo confronto ridisegnare i propri obiettivi e atteggiamenti. Max Robson, un educatore brasiliano di Vila Esperança, che è uno dei tanti progetti aiutati da AIFO, lo ha detto bene durante un incontro in una scuola elementare di Casalecchio di Reno (BO): “Non ci sono bambini poveri e bambini ricchi. Ci sono solo bambini ricchi, alcuni dei quali poveri di soldi”. Aiutare vuol dire quindi scoprire questa ricchezza, viverla insieme, scoprire che, per dirla sempre con le parole di Robson, la persona non è il problema ma la soluzione del problema.
C’è sicuramente un livello politico sul quale dobbiamo fare pressione perché ci sia un cambiamento di attenzione e prospettiva. Basti pensare che perfino le attività di cooperazione internazionale allo sviluppo non si occupano delle persone con disabilità (una ricerca ha fatto emergere che nei paesi della Unione europea solo il 2-5% dei fondi è destinato a progetti sulla disabilità).
Ma c’è un altro livello, ed è alla portata di tutti noi. La domanda allora non deve essere più: “Cosa fare e come farlo?” – ma dovrebbe essere: “Sono disposto a incontrare l’altro e a fare un cammino di strada insieme a lui?”.

In macchina… si vive e si viaggia meglio

Di Alessandro Pederzoli

Prossima l’uscita di “GuidAbile” quarta pubblicazione della collana “Incontri Coloplast”, di cui la Cooperativa Accaparlante è autrice, preceduta da due guide turistiche che scoprono percorsi accessibili nelle città di Verona e Napoli e da “AbitAbile” una pubblicazione che riguarda l’accessibilità degli spazi domestici.
Una guida dedicata al mezzo di trasporto privato per eccellenza: l’automobile. Molti sostengono come l’auto sia uno dei grandi amori degli italiani. In tutte le nostre case ne è presente almeno una; ormai le famiglie hanno a disposizione un mezzo per ogni componente che spesso evolve nel tempo con la crescita dei figli, per passare dal motorino dei 14 anni alla macchina con lo scoccare della maggiore età. Questo rende come nel nostro paese si affidi all’auto la responsabilità maggiore dei nostri spostamenti. La nostra libertà di movimento sembra essere garantita da un’auto di nostra proprietà o comunque da un’auto con cui potersi liberamente muovere. L’automobile ci permette di non essere vincolati a orari per i nostri spostamenti, come invece i trasporti pubblici ci impongono; sembra essere la possibilità di muoversi senza limiti, se non quelli imposti dalle norme di circolazione vigenti. Se questo è vero per chiunque, lo è a maggior ragione per persone che abbiano problemi di mobilità o di deambulazione, magari a causa di un deficit fisico.
“GuidAbile” si propone di essere uno strumento soprattutto utile per chi lo prenda tra le mani, al cui interno trovare tutte le informazioni necessarie a intraprendere il percorso per mettersi alla guida. Una prima parte è dedicata all’iter per prendere la patente o per riclassificare una patente già in possesso (si pensi al caso di una disabilità acquisita o progressiva): a partire dalla visita presso la Commissione Medica Locale, fino ad arrivare all’esame di guida conclusivo. Un secondo capitolo, la sezione più corposa della pubblicazione, è dedicato agli adattamenti dei veicoli e alla presentazione di tutte le soluzioni tecniche approvate dal Ministero dei Trasporti per la guida delle persone disabili: dalla guida in carrozzina ai singoli dispositivi (affiancati dai codici comunitari stabiliti dalla Comunità Europea), quali freno, frizione, centraline per l’azionamento dei comandi elettrici, acceleratore, dispositivi per l’ingresso in auto, ecc. Un terzo capitolo viene riservato alle questioni di natura puramente fiscale e tributaria legate all’acquisto e all’adattamento dell’auto. A chiusura, una panoramica sulle norme di circolazione e sosta quali richiesta del contrassegno, posteggi riservati e circolazione nelle zone a traffico limitato. La pubblicazione è corredata di informazioni utili nelle quali sono riportati i riferimenti dei centri che si occupano di accompagnare la persona in tutto questo iter della “messa alla guida” dislocati su tutto il territorio nazionale.
Una ricca panoramica che rende la natura di “GuidAbile”: uno strumento pensato per persone alla ricerca di risposte pratiche e di soluzioni concrete. Si tratta cioè di un prezioso vademecum ricco di informazioni pratiche per orientarsi nella moltitudine di norme, regolamenti e consuetudini, spesso poco comprensibili ai più, che a volte rendono davvero difficile capire cosa vada fatto e come. Coerentemente con quanto realizzato con la precedente pubblicazione, “AbitAbile”, anche questo lavoro punta molto sul significato fortemente evocativo che l’automobile, così come la casa, ha in sé.

Viaggiare, spostarsi e superare gli ostacoli del movimento
Quando abbiamo cominciato a pensare come doveva essere questa guida, ci siamo posti alcune domande. La macchina pensata solo come un mezzo di trasporto o come uno strumento per l’autonomia? Probabilmente i due pensieri non discostano molto o, comunque, uno non esclude l’altro. L’auto evidentemente è un mezzo di trasporto che ci serve per essere autonomi o, comunque, per migliorare la nostra autonomia. Non solo ci permette di non essere vincolati ai trasporti pubblici ma è un qualcosa che è nostro e che, come tale, può essere personalizzato. Viaggiare su un mezzo che sentiamo essere “nostro” fa spesso la differenza. Così come la casa, anche l’auto non è solo un contenitore cui noi ci adeguiamo: dovrebbe essere più vero il contrario. La macchina, un mezzo per spostarci, che sia invece costruito attorno a noi, secondo una prospettiva completamente ribaltata: anche l’auto può essere a nostra misura. Questo è vero soprattutto quando la persona che si mette alla guida ha difficoltà di movimento e necessità di adeguamenti per poterlo fare. Si tratta a questo punto di apportare delle modifiche al mezzo capaci di integrare le capacità della persona: i dispositivi non sono altro che accorgimenti, talvolta anche molto semplici, che si sostituiscono a movimenti impossibili per la persona al volante. Quando non arriva la mano dell’uomo, arriva la tecnologia.
Chi ha già percorso questo iter sa bene come tutte queste modifiche all’auto in realtà vengano imposte da una Commissione Medica in sede di visita per l’ottenimento dell’idoneità e potrebbe dunque obiettare quanta poca sia la libertà dell’individuo nell’adattarsi il mezzo, per costruirselo a propria misura. In parte è vero. In parte no. Ciascun dispositivo esiste in diversi modelli proprio per andare incontro alle possibilità e alle esigenze della persona che dovrà farne uso. Ed è assolutamente vero come si tratti di dispositivi molto più personalizzabili di quanto non si pensi, nei quali è importante che si ascolti anche la voce della persona per la quale sono pensati. Il ruolo dei Centri di Mobilità spesso va in questa direzione: rendere il più personalizzato possibile tutto il percorso di adattamento dell’auto, a partire dalle prescrizioni delle Commissioni Mediche.
La persona dunque ha sempre un ruolo. Un ruolo fondamentale e mai passivo.

Un’auto a misura
Un’auto costruita attorno alle esigenze, ma anche ai gusti, della persona. Uno strumento per muoversi e per migliorare la propria autonomia. Tutti ricordiamo, credo con piacere, l’arrivo dei 18 anni, per tutta una serie di motivi, non ultimo proprio l’atteso traguardo della patente. E non certo per avere quel pezzo di carta rosa in tasca. La patente è per tutti una meta ambita proprio perché rende la libertà degli spostamenti. Sembra quasi sancire il “non dipendere più da nessuno”. Restringendo il campo e limitandolo più semplicemente a quello degli spostamenti non si va a toccare comunque l’enorme valore che la libertà di spostarsi in autonomia porta con sé. Questo probabilmente è più vero quando si tratta di persone che già nella vita quotidiana godono di autonomie ridotte a causa di un deficit. La persona disabile che arriva a rendersi autonoma nella gestione degli spostamenti aggiunge un pezzo importante a quel puzzle che è la costruzione della propria vita. Allora suonerà diversamente anche solo la scelta di un lavoro che presupponga uno spostamento dalla propria abitazione, si apriranno tutte quelle possibilità legate ai mille movimenti che ormai riempiono la vita di chiunque. Non avere sempre bisogno di qualcuno per viaggiare significa anche acquisire sempre maggior libertà in tutti quei processi decisionali che riguardano la propria vita.
Questo è vero anche per tutti coloro che magari non riescono a guidare ma possono comunque prevedere la messa in uso di un’auto di proprietà che, magari, venga adattata per il trasporto. Adattare un’auto propria e viaggiare con quella è sostanzialmente differenze rispetto al dover dipendere costantemente da taxi o da mezzi adattati di una qualche associazione o ente che si occupa di trasporto per persone disabili. Questi servizi sono assolutamente fondamentali. Ma laddove vi sia la possibilità, la voglia e le risorse per adeguare un mezzo e lasciarlo poi alla guida di qualcuno che si presta a farlo, si tratta comunque di operare nella direzione di un’acquisizione di maggior autonomia. Anche solo per la banalità di poter scegliere quale macchina, di che colore, con quale rampa per salire e con quale tappezzeria per i sedili. E rimane comunque qualcosa di costruito ad hoc. Forse in questo caso non ci sarà la libertà di partire all’orario preferito se non previo un accordo con qualcuno che guida al nostro posto ma… le chiavi saranno sempre nelle nostre tasche. E… anche questa è una bella autonomia e un bel pezzettino di quel puzzle.

Il mito del “buon disabile”

Di Stefano Toschi

Al di là dei frequenti episodi di bullismo delle cronache recenti, parallelamente, e forse per reazione, va alimentandosi una visione falsamente buonista dell’handicap, che finisce spesso col rivelarsi deleteria per le persone con deficit.
Per esempio nel cinema capita spesso di osservare questa percezione piuttosto edulcorata. Facendo una piccola ricerca su internet, si nota subito la quantità di titoli che vedono fra i protagonisti soggetti con qualche disabilità, soprattutto sensoriale o psichica. Ma poche sono le commedie che trattano questo argomento, i più sono film drammatici che insistono sulle condizioni di svantaggio dei soggetti disabili e sulle difficoltà che la loro debolezza comporta. Come nel Settecento esisteva il “mito del buon selvaggio”, così oggi esiste il “mito del buon disabile”. Quest’ultimo sembra essere una sorta di santo nell’immaginario collettivo, che non può fare nulla di male o che, comunque, non risponde direttamente delle sue azioni se, per esempio, ha qualche handicap mentale. Ma il fatto che chi è immobile in carrozzina o in un letto non abbia libertà di azione, non significa che non abbia pensieri sbagliati o che, potendo, non farebbe qualcosa di male. Racconterò al riguardo un piccolo aneddoto: mi trovavo a Loreto in compagnia di mia madre quando due anziane signore si sono avvicinate con un’espressione eloquente a metà fra la compassione e la tenerezza. Dopo avermi salutato con il tono di chi parla a un bambino di cinque anni, hanno cominciato a toccarmi, più o meno come si fa con la reliquia di Sant’Antonio da Padova, dicendo che volevano portare con sé un po’ della mia santità, perché sicuramente io godevo di una considerazione particolare da parte del buon Dio e avrei concesso loro, per intercessione, qualche grazia! Insomma, neanche Padre Pio gode di tanta fiducia! Se avessi saputo prima di avere a disposizione questo “canale privilegiato” ne avrei sicuramente approfittato per qualche piccola richiesta personale, o per dispensare grazie ai bisognosi! Scherzi a parte, non è da sottovalutare questo “mito del buon selvaggio” in versione del “buon handicappato”: infatti, il primo veniva usato, in epoca coloniale, per coprire i maltrattamenti e le vessazioni di cui erano vittime gli indigeni del Nuovo Mondo.
L’incontro col diverso è sempre ambivalente: se da un lato il confronto intimorisce, dall’altro ci si figura una persona immobile in una carrozzina al pari di un “selvaggio” fermo allo stato di natura, innocente e non sottoposto alle diverse cause di corruzione dell’uomo che vive in società. Spesso ci sono persone e correnti politiche che, apparentemente, si battono per i diritti dei “diversi”, per poi magari sostenere idee abortiste o a favore dell’eutanasia, quindi che colpiscono i più deboli fra i deboli, perché totalmente indifesi. Ecco allora di nuovo la contraddittorietà dei tempi delle grandi scoperte geografiche: da un lato si promuove il mito del diverso come più felice nella sua invidiabile e incorrotta innocenza, dall’altro si cerca in tutti i modi di “civilizzarlo”, portando quella corruzione del progresso che non aveva apparentemente subito prima.
Anche il cinema offre la stessa visione buonista del “selvaggio – handicappato”: quest’ultimo è sempre presentato in uno stato di natura, in una situazione di innocenza incorrotta. Poi, i cosiddetti “normali” intervengono e macchiano il candore del “diverso”. Quasi tutti i film sull’argomento presentano in maniera simile il soggetto disabile, sia che abbia qualche deficit fisico, sia mentale. L’incontro con la normalità sconvolge gli equilibri, e il disabile diventa, a seconda dei casi, vittima o carnefice, mai equilibrato o saggio, e neppure realmente cattivo. Tutte le azioni che, nella pellicola, il disabile compie, sono giustificate dalla sua impossibilità di fondo a “peccare”, o a fare del male volontariamente, o a essere ritenuto totalmente colpevole del proprio operato.
Diffusa è l’idea che l’innocenza dipenda anche dall’immobilità fisica o culturale, che fa rimanere le persone come bambini. A me, per esempio, è capitato non solo di essere creduto molto più giovane di quanto io non sia in realtà, ma addirittura che mi scambiassero per il figlio di un mio collaboratore, più giovane di me di vent’anni! Inoltre, si tende sempre a dare del tu alle persone disabili, e in generale a coloro che appaiono in condizione di debolezza e inferiorità: per esempio, spesso le persone anziane si sentono chiamare “nonno” anche da perfetti sconosciuti, nei negozi come negli ospedali o per strada. Tendenzialmente il “tu” si usa per simpatia ma, se usato fra due adulti che non si conoscono, senza esplicito consenso di uno dei due, sottolinea un rapporto percepito come non paritario. Nel caso degli adulti con deficit, essi vengono sempre chiamati “ragazzi”, anche quando hanno cinquant’anni, proprio come i selvaggi, che a nessuno verrebbe in mente di chiamare “signore”! L’appellativo “ragazzi” usato per le persone con disabilità è diventato quasi un luogo comune: anche gli ospiti dei centri, delle comunità o simili vengono sempre, genericamente definiti “i Ragazzi”, e talvolta sono proprio i loro stessi genitori che tendono a mantenere il figlio disabile in questa sorta di eterna fanciullezza, in un limbo in cui le potenzialità, anche se limitate, di autonomia della persona disabile vengono azzerate, dato che i genitori si sentono più tranquilli nel seguire personalmente il proprio figlio. Frequentemente, anche nel caso di giovani perfettamente normali, si vivono con eccessiva apprensione le manifestazioni di indipendenza dei propri figli, talvolta limitandone le scelte e l’autonomia. A maggior ragione, dunque, i genitori dei ragazzi disabili tendono a essere iper protettivi, e il fatto di mantenerli sempre “ragazzi”, anche solo a parole, dà loro l’idea di poterli meglio proteggere. Addirittura, è di non molto tempo fa la notizia di due professionisti americani che hanno sottoposto la figlia disabile di nome Ashley a una serie di interventi e trattamenti ormonali per mantenerla per sempre bambina nel corpo, come lo è nella mente. Questo è stato fatto soprattutto per poterla meglio gestire dal punto di vista dell’assistenza, quindi con una motivazione fondamentalmente egoistica. Tuttavia, essi hanno giustificato la loro decisione proprio sostenendo di voler proteggere la piccola Ashley dai pericoli che il mondo esterno riserva alle giovani donne e dai fastidi che si sarebbero aggiunti con la pubertà al suo già sofferente corpicino. Anche molti genitori di figli perfettamente normali li chiamano “il mio bambino” anche a cinquant’anni, e questo nomignolo affettuoso in realtà influisce sulla percezione di sé e sulla psiche dei soggetti, regalando la convinzione di essere davvero ancora bisognosi dell’aiuto della mamma, o comunque di essere legittimati a ricorrere ad aiuti esterni di fronte a ogni minima difficoltà.
Abbiamo paragonato la visione attuale dell’handicap a un “mito”. La funzione del mito dovrebbe essere quella di spiegare, in termini più facilmente comprensibili, realtà complesse riguardanti l’uomo e il mondo che lo circonda. L’handicap stesso, con la sua “trasparenza”, può svolgere una funzione simile, quella di rendere evidenti limiti e caratteristiche della natura umana, palesandoli come sotto una lente di ingrandimento, rendendoli più chiari, proprio perché l’handicap non può nascondersi, a differenza delle mancanze dei cosiddetti “normali”, che spesso vengono celate molto abilmente agli occhi degli altri. Nell’antichità classica, i poeti usavano il mito per dare risposte agli interrogativi fondamentali dell’uomo (anima, mondo, Dio, ecc.), e raccontavano favole che spiegassero concetti elevati anche ai semplici. I primi filosofi ionici basarono il loro pensiero filosofico sulla critica prepotente di questo sistema, affermando che solo la scienza, la filosofia, potesse dare risposte vere a questi grandi interrogativi, mentre i poeti, con i loro miti, confondevano le idee alle persone comuni, ingannandole sulla realtà delle cose, mescolando fantasia e verità. Platone, poi, restituì dignità al mito, utilizzandolo come strumento didattico per eccellenza. Più tardi, il Gesù dei Vangeli si esprimerà spesso per mezzo di parabole, proprio per far arrivare il suo messaggio a tutti. Ecco perché la sua “trasparenza” rende il disabile, buono o cattivo che sia, un “mito” vivente… in senso (non solo) pedagogico!

Pechino 2008, un’Olimpiade giusta?

Di Giovanni Preiti

Pochi giorni fa, in uno dei tanti convegni al quale partecipo, sulla tematica dello sport per i disabili, mi sono trovato a dover difendere il valore di una Olimpiade. Infatti uno dei relatori, uno psicologo che si occupa di sport come mezzo per il recupero di persone con problemi mentali, dopo aver delineato lo scenario dei risultati raggiunti dallo sport in Italia e dopo il racconto dell’esperienza di uno dei nostri atleti paralimpici campione a Torino 2006, ha preso subito le distanze dicendo che il valore dello sport non veniva di certo tracciato da quelli che sono i comuni confini federali, politici e mediatici dello sport attuale che vedono in Pechino 2008 il prossimo grande traguardo. Come presidente, seppur solamente di un Comitato Provinciale Paralimpico, mi sono sentito di dover comunque difendere il significato puro dello sport e gli ho risposto che se eravamo seduti allo stesso tavolo e parlavamo insieme davanti a una platea, i nostri confini non potevano che essere condivisi. Gli ho ricordato che anche in passato c’eravamo già incontrati per giocare sullo stesso campo da calcio come avversari e ora eravamo lì per delinearli assieme quei confini. Inutile dire quanto siano importanti per noi le Paralimpiadi, come mezzo di promozione. Grazie a Torino 2006, alla nomina a Commissario Straordinario della Federcalcio del nostro presidente nazionale Luca Pancalli, e anche a uno spot televisivo di un noto istituto bancario del quale era protagonista Emanuele Pagnini, uno dei nostri atleti disabili della nazionale di sci, il CIP (Comitato Italiano Paralimpico) ha fatto un grande passo mediatico, rendendo visibile una dignità già conquistata dal punto di vista legislativo con la L. 189/2003. Questo ha significato la possibilità per tante persone disabili di conoscere l’opportunità sociale di fare sport. In realtà, so bene che lo scenario che si prospetta a meno di un anno da Pechino 2008 è terribile: un milione e mezzo di persone sfrattate nella città di Pechino per le costruzioni e la ristrutturazione della città olimpica, un intero quartiere storico che è stato raso al suolo e ricostruito come distretto commerciale per le Olimpiadi. Secondo il COHRE, Centre on Housing Rights and Evictions, ben 1.250.000 persone sono già state sfrattate a Pechino come risultato dello sviluppo urbano legato ai Giochi Olimpici. Almeno altre 250.000 persone saranno sfrattate nel prossimo anno per raggiungere un totale di 1.500.000 persone che avranno perso la loro abitazione a causa delle Olimpiadi. Di queste, più di 30.000 persone all’anno sono state gettate nella povertà a causa della demolizione delle loro case. Ad aggiungersi a questi numeri, il livello di violenza e repressione contro le vittime degli sfratti forzati è stato e rimane un problema. Lo studio del COHRE, evidenzia però come il fenomeno sia da associarsi più in generale alle grandi manifestazioni come i Giochi Olimpici: per le Olimpiadi di Seul del 1988, 720.000 persone furono allontanate con la forza dalle loro abitazioni e radunati in campi di raccolta. Ad Atlanta nel 1996, la ristrutturazione cittadina portò all’allontanamento di 30.000 poveri e alla demolizione di 2.000 appartamenti in case popolari così come per le Olimpiadi di Atene furono introdotte nuove leggi per rendere più facili le operazioni di esproprio e centinaia di Rom furono mandati via dai loro accampamenti. In Cina, il paese premiato per l’organizzazione dei giochi olimpici, simbolo della fratellanza e unione tra gli uomini, manca il riconoscimento dei fondamentali diritti dell’uomo, come la libertà di stampa, di opinione e ogni anno vengono eseguite centinaia, forse migliaia, di condanne a morte. Purtroppo, anche durante i giochi, il regime torturerà o ucciderà qualcuno, all’ombra di qualche carcere. Inoltre la Cina ha iniziato a costruire un’autostrada di 108 chilometri sul lato tibetano dell’Everest, per facilitare il percorso dei tedofori (la torcia percorrerà 137mila chilometri con 22mila tedofori attraverso i 5 continenti). Nonostante per questi lavori le preoccupazioni ambientali sono presenti, non è chiaro però se il progetto di costruzione della strada creerà complicazioni alla fragile natura della regione himalayana. La costruzione della grande opera (del costo di 19,7 milioni di dollari) dovrebbe essere ultimata nel giro di quattro mesi. Ciò permetterà ai tanti turisti, scalatori, operatori vari e giornalisti che accorreranno in massa sull’Everest, di portarsi dietro tutte le loro diavolerie tecnologiche, preludio di un grosso inquinamento nella zona allorché tutte le televisioni del mondo saliranno a queste altitudini per accertarsi che la torcia bruci. Tuttavia, tra le comunità montane dell’Himalaya, c’è chi teme che i grandi lavori sul Tibet proseguiranno anche dopo le Olimpiadi. Sembra difatti che il governo di Pechino abbia investito un fiume di denaro per “conquistare il Tibet”: entro il 2010 saranno spesi circa 10 miliardi di euro per 180 opere infrastrutturali; dal prolungamento della recentissima linea ferroviaria Pechino-Lhasa, capitale del Tibet, fino a Xigaze, seconda città tibetana, alla realizzazione di acquedotti, linee elettriche e linee telefoniche. In questo modo la maggior parte dei tibetani (in maggioranza dediti alla pastorizia) dovrebbe essere raggiunta dall’influenza del governo cinese e dalle trasmissioni televisive di Pechino. E come ciliegina sulla torta sarà messa a dura prova anche la salute degli atleti dalla disastrosa situazione ambientale di Pechino. L’aria di Pechino è ormai la peggiore al mondo, e i primi a farne le spese sono i pechinesi. Ma per gli atleti, i pochi giorni di permanenza saranno più che sufficienti a lasciar loro tracce indelebili dell’inquinamento della capitale cinese.
Di fronte a tutto questo verrebbe voglia a chiunque di boicottare un così grande crimine, ma credo che ormai sia troppo tardi. Io, nel mio piccolo, chiederò ai miei atleti paralimpici di rappresentare e di difendere non solo l’onore dell’Italia che con tanti sacrifici hanno meritato, ma di difendere di fronte a tutti l’onore dell’uomo, e della civiltà che ha raggiunto, senza dover mai più in futuro pagare un così caro prezzo

La Z sarà la prima

A cura di Anna Pazzaglia

È in quarta che tutti scoprono Zinkoff. È sempre stato lì, naturalmente, nel quartiere, a scuola da dieci anni. Lo conoscono già come il bambino che ride troppo e, fino all’operazione, come “il bambino che vomita”. In effetti, Zinkoff non fa proprio niente di speciale per farsi scoprire. Come sempre, è l’occhio di chi scopre, a cambiare, non l’oggetto della scoperta. La scoperta di Zinkoff ha inizio il primo giorno di scuola. Hanno un nuovo insegnante: il signor Yalowitz, il loro primo maestro-uomo. Il signor Yalowitz sta in piedi davanti ai banchi e sfoglia con attenzione i cartellini delle presenze, come se volesse imparare ogni nome a memoria. Dopo un po’ li mescola, e quando ha finito solleva il primo. – Zinkoff – dice, senza staccare gli occhi dal cartellino. – Donald Zinkoff. Dove sei? Zinkoff, che ormai sa qual è il suo posto, è già nelle retrovie: ultimo banco nell’ultima fila. Scatta sull’attenti: – Sono qui, signore! – annuncia. Un sorriso guizza sulla faccia del maestro. Alza lo sguardo. – Zinkoff… Zinkoff… Vuoi sapere una cosa, Zinkoff? – Sì, signore! – Sei la prima Z che mi sia mai capitata in una classe. Non è facile essere una Z, vero, Zzzzzzinkoff? A dire la verità, Zinkoff non ci ha mai pensato. – Non saprei, signore. – Be’, non è facile, credi a me. Io ero una Y. Sempre all’ultimo banco. Sempre l’ultimo della fila. Condannato dall’alfabeto. Che ne pensi Zinkoff? Zinkoff non sa che pensare, e lo dice. Quanto ai suoi compagni, pensano: Dunque è questa la quarta. E forse perché è una classe più avanti, o forse perché hanno un maestro-uomo con modi rudi da uomo, però hanno l’impressione che sarà una forza e si sentono gonfiare d’orgoglio. L’insegnante punta il dito. – Zinkoff, ti piacerebbe sperimentare la vita in prima fila? Zinkoff sgrana gli occhi. – Avanti, ragazzo, vieni qui! – E lo invita con gesto grandioso. – Yahooo! – grida Zinkoff, e corre in prima fila. Quando il maestro ha finito, Zinkoff è al primo banco e Rachel Abano nelle retrovie. In prima fila insieme a Zinkoff ci sono una W, una V e due T. Grazie al signor Yalowitz, la prima persona a scoprire Zinkoff è Zinkoff. A differenza delle maestre di seconda e di terza, il signor Yalowitz sembra contento di lui. La prima settimana, per esempio, ogni mattina che Zinkoff entra in classe, il maestro annuncia: – E la Z sarà la prima! Un giorno che arriva alle 7.30 trova Zinkoff che gioca tutto solo in cortile. – Arriverai in anticipo al tuo funerale, ragazzo! – gli grida. Anche il signor Yalowitz nota l’atroce calligrafia di Zinkoff. – Messer Z – gli dice – ogni volta che metti penna su carta, accadono cose indescrivibili. – Però lo dice ridendo, e aggiunge: – Meno male che hanno inventato le macchine da scrivere!
(Brano tratto da Jerry Spinelli, La schiappa)

L’importanza della fiducia, in una relazione, che porta a una crescita, e a una espansione, delle proprie capacità, è ciò che viene definito: l’“effetto Pigmalione”.
Pigmalione, nel mito narrato da Ovidio, era uno scultore, senza compagna, ma con tanta voglia di amare, e il suo desiderio un giorno divenne talmente forte, da portarlo a pregare Venere di fargli incontrare una ragazza bella come la statua che aveva appena creato. Venere, mossa a compassione, animò la statua della quale Pigmalione si era innamorato.
Il mito di Pigmalione è stato ripreso dallo psicologo Rosenthal , che, segnalando alcuni dei bambini di una classe a un’insegnante come dotati di un’intelligenza superiore, li rese dopo un anno gli alunni migliori. Rosenthal dimostrò così che, seppur scegliendo a caso dei bambini nella classe, era possibile trasformare gli stessi, nel medio periodo, in alunni inequivocabilmente bravi. Come era stato possibile tutto questo? Semplicemente l’insegnante, pensando di avere a che fare con bambini realmente dotati di un’intelligenza superiore, aveva dimostrato loro totale fiducia. Come fa il professor Yalowitz con Zinkoff: lo chiama in prima fila, nonostante sia una Z, gli ricorda ogni giorno che la Z sarà la prima, scherza sui suoi “difetti” ricordandogli che se ha una brutta calligrafia ci sono sempre le macchine da scrivere. Punta su i “sa fare” del ragazzo, sulle competenze che già possiede, per espanderle, facendo entrare in gioco quell’elemento magico che è la fiducia, e cioè: non avere dubbi sul fatto che la zeta Zinkoff può farcela. Il professor Yalowitz è il Pigmalione del piccolo Zinkoff. Ed è la lezione più importante per Donald. Perché Zinkoff è sì diverso, ma è in un contesto di fiducia che maturano le sue competenze e la sua personalità.
Ed è nello stesso ambiente che queste differenze diventano i talenti della zeta Zinkoff, e non la sua condanna. Con la supervisione del saggio professor Yalowitz, il gruppo può conoscerlo e accoglierlo, nella sua preziosa diversità

Questo fratello… un grande fardello!

Di Alessandra Pederzoli

Il due settembre scorso la BBC1, la celebre emittente pubblica del Regno Unito, ha mandato in onda Coming Down the mountain, un’opera teatrale scritta per la televisione da Mark Haddon, lo scrittore reso celebre anche al pubblico italiano per il suo romanzo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, il cui protagonista, tra l’altro è un ragazzo autistico.
Un prodotto originale questo trasmesso dall’emittente pubblica inglese, interessante e coraggioso al tempo stesso, capace di mettere in scena un aspetto che spesso rischia di rimanere in penombra e di essere sottovalutato: i problemi, le difficoltà che possono derivare dall’avere un fratello o una sorella con la sindrome di Down. Una tematica interessante sviluppata dal regista, e autore, in un modo caldo, leggero e, a tratti, anche comico.
Il quindicenne David è depresso. Ma sarà anche arrabbiato e infuriato con il padre e con il mondo intero, oltre che con il fratello. Ben, fratello Down di David è causa dei suoi problemi. David sente il peso di avere un fratello come Ben perché sente la sua vita dipendere da lui: finite le lezioni David non può permettersi il lusso di andare a casa da amici, deve riaccompagnare Ben a casa; David non può uscire con una ragazza, c’è Ben da accompagnare di qua e di là. Ma poi, chi sceglierebbe di uscire con uno che ha un fratello così?
Nonostante tutti questi pensieri David trova una ragazza effervescente, Gail, e improvvisamente sembrano scomparire tutte quelle circostanze che parevano rendere la vita di David impossibile. La tranquillità però non dura a lungo: la famiglia infatti decide di trasferirsi dal quartiere benestante e trendy di Londra a Matlock, dove c’è una scuola speciale, perfetta per Ben. Questo è davvero troppo. David si trova distrutti i suoi precari equilibri di adolescente, ancora una volta a causa del fratello. Gail ovviamente lo lascia per un ragazzo che ha un negozio di tatuaggi perché, passi pure il fratello Down, che già di per sé è un bel punto di domanda, ma un ragazzo che in più vive a Matlock poi no. È troppo.
È pesante la reazione di David che infuria con il padre scaricando tutte le delusioni, le fatiche e soprattutto esplicitando quell’enorme rabbia che si alimenta ogni giorno di più nei confronti del fratello Ben. David ha perso la ragazza, gli amici, la scuola. Tutto per andare incontro a un’esigenza del fratello. Il mondo sembra ruotare intorno a lui, la vita della famiglia, David compreso, è in funzione delle debolezze di Ben. E le esigenze e debolezze di David? Le attenzioni si rivolgono a Ben, il resto si adegua, per forza o per amore, ma si adegua.
David non sopporta più questa situazione e trova come unica soluzione l’uccisione del fratello. Non esistono alternative. Così i due partono per il nord del Galles e se non fossero solo due ragazzi, in un paesaggio sostanzialmente diverso, sembrerebbe di rivedere alcune scene del celebre film Rain man. Insieme risalgono il massiccio di Snowdon e una volta in cima David spinge il fratello con l’intenzione di farlo cadere nel precipizio, in cui avrebbe trovato la morte. Il Down che cade dalla montagna. Del resto, è giusto così: l’equa punizione per chi ha distrutto la vita, già di per sé così difficile, dell’adolescente David.
Tutto come pianificato ma qualcosa va storto: Ben infatti non cade nel precipizio e si ferma molto prima, su uno sperone sul quale si fa qualche graffio ma niente di più. David ha fallito, ha tragicamente fallito nel tentativo di eliminare il problema della sua vita. Ben è vivo e David sembra avere la pacata e rassegnata certezza che proprio da lì si deve ricominciare tutto.
Dopo questa esperienza di vita e morte, tutto sembra mettersi al positivo e il rapporto dei due fratelli comincia ad andare decisamente meglio. David incontra Alice, anche lei frizzante e un po’ selvaggia che accoglie Ben. È sempre così carina con lui… Chissà magari avere un fratello Down può essere un aiuto da sfruttare per trovare delle ragazze…
Poi è Ben a trovare una ragazza e tutto va meglio pure in casa. E David, che è un amante dell’arte, smette di dipingere solo teschi e orrori e comincia a dipingere mucche su deliziosi prati di fiori. E la storia finisce.
Narrazione, se vogliamo, anche abbastanza semplice e poco elaborata. Si tratta poi in fondo di una relazione molto difficile, tra due fratelli entrambi nell’età dell’adolescenza: età di per sé difficile a cui si aggiunge il fatto che uno dei due ha la sindrome di Down. Il maggiore dei due vuole eliminarlo. Poco creativo dunque Haddon, nel creare questa storia; probabilmente ha riservato la sua creatività alla presentazione dei personaggi e delle situazioni. Non è facile rendere una problematica del genere riuscendo anche a fare dell’ironia, non è facile creare dei personaggi che mettono in scena queste dinamiche, che siano credibili e mai patetici o troppo costruiti su frasi fatte. L’intento di Haddon, come riporta in alcune interviste pubblicate da “The Guardian”, è proprio quello di smuovere il telespettatore che si “impoltrisce davanti alla televisione la sera, con il telecomando tra le mani”. Riesce a farlo, facendo sorridere e riflettere allo stesso tempo.
Ciò che è particolare nel prodotto inglese è l’aver spostato l’occhio della telecamera dal soggetto disabile al fratello. Ben in realtà non è il protagonista del film tv: David è il protagonista, dai suoi occhi è guardata la realtà e il mondo inquadrato dalla macchina da presa. È David che conduce la storia, perché è lui a “subire” la disabilità del fratello.
Da un lato dunque vediamo il ragazzo Down coccolato dalla famiglia e ascoltato in ogni sua esigenza, dall’altro vediamo la “normalità” messa in crisi da questa disabilità. Coraggioso Haddon nel compiere un’azione di questo tipo capace di smontare da un lato il buonismo di una relazione normodotato-disabile sempre orientata a vedere il disabile nella situazione di difficoltà e il normodotato nella situazione di chi aiuta (e se lo fa, è pure bravo), e dall’altro di mostrare non solo la difficoltà nella normalità ma anche addirittura la rabbia che la disabilità porta nella vita di questo fratello adolescente.
Un punto di vista particolare e, probabilmente anche molto credibile: gelosie tra fratelli sono all’ordine del giorno, se poi uno dei due ha una qualche forma di disabilità forse il rischio aumenta. Haddon forse ha rischiato. Ha rischiato anche la BBC1 a mandarlo in prima serata. Probabilmente qualche telespettatore ha raddrizzato la schiena su quel divano dello zapping; probabilmente qualcuno, invece, ha storto il naso infastidito, perché colpito nel segno da qualche pensiero di fastidio, almeno una volta nella vita, provato verso la disabilità; qualcuno ne sarà anche stato offeso ma forse qualcuno vi si sarà identificato e non per questo si sarà sentito meno buono. Perché in fondo Ben non muore, David comprende, riconosce la sua rabbia e la tramuta in un qualcosa che lo avvicina al fratello. Senza che il mondo attorno ai due fratelli sia cambiato, senza che Ben sia meno Down, ma con un David evidentemente cresciuto grazie a una esperienza che, nel disperato tentativo di allontanare definitivamente i due fratelli, li avvicina inesorabilmente.

Sul grande schermo

Di Alessandra Pederzoli

Elle s’appelle Sabine. “Lei si chiama Sabine”, l’esordio per Sandrine Bonnaire nelle vesti di regista. Un grande successo al Festival del Cinema di Cannes dove ha portato a casa il premio come miglior film della Quinzaine des Realisateurs. La Bonnaire viaggia vorticosamente nel tempo per raccontare la storia di Sabine, la sorella autistica rinchiusa da anni in un ospedale psichiatrico. Una serie di vicissitudini e di errori medici, un’esperienza traumatica di psicofarmaci e la difficile integrazione in ambienti a dir poco ostili, accompagnano il personaggio di Sabine che solo al termine trova un sottile e delicato equilibrio in una comunità nella quale riesce a ristabilire un contatto con il mondo. Il ritrovamento di alcuni filmati di famiglia che ritraggono e ripercorrono il vissuto di Sabine spingono la regista a raccontarne la storia. Le immagini accarezzano Sabine con leggerezza e maestria intrecciando una narrazione commovente ma non patetica, densa di significati e mai scontata. La vita di Sabine è raccontata con grandi e repentini passaggi temporali: talvolta è il tempo del passato, quello che si vede nei filmati girati durante l’infanzia della ragazza, a cui si alternano momenti in cui tutto sembra procedere in tempo reale. Il pubblico viene condotto ad amare la ragazza attraverso gli occhi della regista. La Bonnaire viaggia nel tempo e sembra quasi voler riparare un torto subito dalla sorella che ora diventa la protagonista di questo racconto a dir poco avvincente ed emozionante. La poesia è densa e riesce a sviluppare un intenso inno alla vita in cui anche la drammatica solitudine si riempie di emozione e di voglia di vivere.

La creatività divergente, detergente e… salvagente

Di Roberto Ghezzo

Eccoci finalmente al quarto appuntamento dello Spazio Calamaio dedicato ai laboratori realizzati durante il convegno “Storie di Calamai e di altre creature straordinarie: disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola”, in occasione del ventennale del Progetto Calamaio a Bologna.
Il mio laboratorio era dedicato alla creatività e il pensiero divergente, partendo dalla constatazione che il primo atto creativo alla base degli incontri che svolgiamo in classe è quello di scollegare il termine handicap dall’universo abituale nel quale lo troviamo inserito, sia attraverso una sua ridefinizione con l’aiuto di contesti diversi (come la fiaba e il gioco), sia attraverso lo specifico del Progetto Calamaio, ovvero l’incontro diretto con la persona con deficit, che si sperimenta in quanto animatore con disabilità e diversabilità.
Un giochino all’uopo, del quale per intrisa cattiveria non daremo la soluzione ma che è abbastanza celebre e che potrete trovare ad esempio nel libro Change di Watzlawick (edizioni Astrolabio), è il seguente:

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Connettere tutti i 9 punti con solo 4 linee rette senza staccare la penna dal foglio.

La difficoltà principale in questo gioco deriva dal fatto che questi 9 punti ci appaiono come un quadrato. In effetti noi vediamo un quadrato formato da 9 punti, non vediamo i 9 punti presi singolarmente. La percezione del problema, l’immagine che ce ne facciamo già inficia profondamente il nostro tentativo di trovare una soluzione. Prendiamo questo quadrato di 9 punti come una metafora dell’handicap: se cercheremo di superare o risolvere questo problema tracciando linee all’interno del quadrato (come ci porta il nostro naturale modo di pensare) non riusciremo mai a trovare la soluzione. La parola handicap è una parola impoverita perché collegata troppo spesso solo a se stessa (ai disabili, ai loro famigliari, agli operatori del settore, all’insegnante di sostegno, ecc.). È una parola povera di vita perché collegata quasi esclusivamente a un sapere tecnico, scientifico, specifico (medico, pedagogico, psicologico, ecc.). L’unico modo di risolvere il problema dei 9 punti è di uscire dal quadrato, scoprire che in effetti non abbiamo di fronte un quadrato ma solo 9 punti, scoprire che il quadrato è solo un modo di vedere i 9 punti.
Una volta abbiamo proposto il problema dei 9 punti in una scuola media e una ragazza ha detto: “Forse per risolverlo bisogna fare perno sui punti immaginari!” e subito dopo ha risolto il problema. È proprio qui il segreto, fare perno su punti immaginari esterni al quadrato, sforzarsi di immaginare questi punti, produrre una nuova immagine di handicap. Fare cioè perno sulla nostra creatività, perché una caratteristica essenziale dell’atto creativo è proprio quella di uscire dagli schemi cui il pensiero abitudinario ci imbriglia.
La soluzione è data dal muovere le linee partendo dal quadrato ma uscendone, ad esempio scoprendo che la parola handicap ha molto a che fare con lo sport, anzi nasce proprio come parola sportiva (pare che la mano–hand sul berretto–cap fosse il modo di dare uno svantaggio a un fantino più vincente degli altri). Se facciamo attenzione, si scopre così che ogni gioco al suo interno ha un handicap, una difficoltà, che è conseguente al nostro rapporto con le regole del gioco.
La creatività quindi sta tutta nel definire nuove regole, adattandole ai limiti delle persone, che rendano possibile l’obiettivo-fine di ogni attività ludica, ovvero giocare divertendosi. Nei laboratori dove proponiamo il giochino dei 9 punti, quando dopo alcuni minuti tutti sono già alle prese con la ricerca spasmodica della soluzione, le scarabocchiature e lo stress, il conduttore dell’animazione propone: “Volete un aiutino?”. Molti dicono di sì ma molti dicono di no… Ragionare sul perché accade questo è molto importante. Molti non vogliono essere aiutati perché non sarebbe più divertente, vogliono farcela da soli, sentono cioè che possono farcela e che saranno ricompensati dalla soddisfazione di aver superato la difficoltà, cioè l’handicap, in cui consiste il sale di questo gioco, come quello di tutti i giochi. Non esistono infatti giochi che non abbiano una qualche difficoltà-handicap al loro interno. Nel calcio, ad esempio, la porta non è larga trenta metri (sarebbe troppo facile mettere la palla dentro, ci sarebbe troppo poco handicap) e nemmeno è di un metro, difesa magari da due portieri (sarebbe troppo difficile metterla dentro, ci sarebbe troppo handicap). L’handicap è come il sale per la minestra: senza non avrebbe sapore, troppo la renderebbe immangiabile. Il segreto è dosare il sale, dosare la difficoltà, dosare l’handicap: solo così possiamo giocare divertendoci. Il divertimento nasce da un equilibrio tra successi e insuccessi, tra difficoltà e superamento della difficoltà. Il divertimento nasce nello spazio compreso tra due momenti di un ipotetico segmento, in cui a un capo sta “troppo handicap” e dall’altro “pochissimo handicap”: nel primo caso non possiamo giocare, nel secondo non ha senso giocare. Nel primo caso, troppo handicap, la difficoltà impedisce lo scopo stesso del gioco (nel calcio è metter la palla dentro e quindi, con una porta larga un metro e due portieri, tutte le partite probabilmente finirebbero in parità!). Nel secondo caso, pochissimo handicap, sarebbe troppo facile raggiungere l’obiettivo del gioco e quindi non ci sarebbe divertimento (con una porta larga 30 metri, tutti farebbero gol a ogni tiro, e di conseguenza la partita sarebbe continuamente interrotta dalla ripresa del gioco a metà campo, non si potrebbe capire il valore né dei portieri né dei giocatori, e in definitiva il risultato finale della partita dipenderebbe più dalla casualità che dal valore delle due squadre in campo).
In questo senso la parola handicap ha due accezioni: una negativa e l’altra positiva. La negativa è quella per cui l’handicap è sostanzialmente lo svantaggio causato dalla presenza di un deficit che rende più difficile il rapporto con l’ambiente: in questo senso l’handicap va ridotto, bisogna lavorare per diminuirlo. Ad esempio, le barriere architettoniche vanno abbattute, il che tra l’altro, crea un mondo più a misura per tutti, perché le persone a ridotta mobilità che si troverebbero avvantaggiate da un ascensore largo o un bagno accessibile, non sono solo quelle con deficit, ma anche le persone anziane, le mamme con il passeggino, il manager con la valigia da viaggio, ecc.
Nella seconda accezione, invece, scopriamo che l’handicap ha anche una dimensione positiva se riusciamo a creare un sistema di regole di gioco per cui sia possibile divertirsi. Se si gioca e non ci si diverte, qualcosa non va… Magari basterebbe ridefinire le regole che non sono adeguate e non pensare che siamo noi a non essere adeguati.
Diversità e divertimento hanno la stessa radice latina, devertere, cioè percorrere altre strade, volgere lo sguardo altrove: questa concezione di handicap, per cui lo consideriamo essenziale al divertimento, ci porta al centro quindi del pensiero divergente, ovvero del pensiero creativo. Ecco perché l’handicap in sé, come il sale in sé, non è il punto da mettere a fuoco, non è un alimento, non ci interessa, ma è invece essenziale nel suo essere in rapporto con le regole di ogni gioco. Condividiamo cioè la percezione dei più che non si interessano all’handicap in quanto tale. È giusto così. Ma invece di lamentarsi di questo e di operare con il pensiero convergente proponendo spazi dove si parla in termini medici e specialistici del mondo dell’handicap, invece di proporre l’ennesimo spazio chiuso, l’ennesima giornata del disabile, l’operazione più creativa che possiamo fare è smarcarci da questo ricadere nel quadrato (anche se qualche volta purtroppo sono i disabili, le famiglie stesse o gli specialisti a fare quadrato). Il senso dei nostri incontri nelle scuole è scoprire e svelare la creatività che viene liberata dall’interazione tra l’handicap e il grande gioco della vita (nella quale siamo sempre pedoni, come dice Mongo nel film Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks, e chi non conosce la battuta si vada a vedere il film, essenziale a mio avviso nella formazione di qualsiasi persona si occupi di educazione e animazione).
La divergenza del Calamaio è anche quella degli occhi di Ben Turpin, lo strabismo che fa ridere, di chi sa considerarsi con autoironia, che è l’arma più vincente che abbiamo quando parliamo agli studenti. Ci possiamo ispirare ad esempi altissimi di autoironia come quelli che si trovano nella cultura yiddish (si veda al proposito il libro edito da Piemme e curato da Moni Ovadia Così giovane e già ebreo, una serie esilarante di storielline yiddish raccolte da M. A. Ouaknin e D. Roetnem). Attraverso un modo di porsi diretto, l’animatore con deficit si presenta come una persona che appunto anima, propone dei giochi, fa divertire… al di là del suo deficit stesso. In genere non si distingue tra la persona e il deficit di cui è portatrice. Il Progetto Calamaio invece nasce nell’incontro tra un animatore e gli studenti di una classe, nel quale il deficit, la carrozzina, la lavagnetta per comunicare sono sì presenti ma non sono il tema più importante dell’incontro. “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito” dice un proverbio orientale. Il tema che più ci interessa non è il deficit (questo sì di una categoria di persone) ma è appunto l’handicap, gli strumenti creativi per ridurlo o per valorizzarlo attraverso una ridefinizione delle regole, il tema vero è l’handicap di tutti, anche quello dei normodotati gravi, ovvero l’imbarazzo e le incomprensioni che nascono dalla non conoscenza della diversità.
Quello che interessa non è quindi attirare l’attenzione degli studenti su una categoria protetta (il che farebbe pensare alla Lipu), ma quello di vedere come la crisi che il deficit produce in qualsiasi sistema di regole codificato e tendenzialmente statico, può essere rigenerativa, divertente, sana… Scoprire che Claudio non parla ma comunica lo stesso con il metodo della lavagnetta trasparente può far nascere una serie di pensieri che ci interessa molto limitatamente. Ad esempio: “Guarda che cosa si può fare (per i disabili) con gli ausili (per i disabili)! Che forza d’animo che ha avuto Claudio! Che sensibilità e intelligenza!”. Molto più significativo è scoprire assieme ai ragazzi che si può comunicare anche senza parlare, che ci vuole una buona dose di allenamento e di creatività, che non è notoriamente utile solo alle categorie protette, ma a tutti gli esseri umani.
Il Calamaio in questi vent’anni ha dunque scoperto di essere strabico, senza macchia e senza paura nelle tempeste della vita, utile a tutti, perché è creativo, divergente, detergente e salvagente.

Vedi Napoli e poi… ci torni!

Di Luca Baldassarre

“Nulla si può fare ma tutto è consentito!”. È questa massima della nonna materna del signor Galliano, di professione taxista, che ci introduce a Napoli. In realtà, nel tragitto percorso assieme a bordo del suo taxi, che dall’aeroporto Capodichino ci ha condotto fino al centro città, il sig. Galliano non si è limitato alla citazione della da lui definita “nerboruta” ava buonanima, ma si è lungamente soffermato su molti argomenti. Ha declamato il fascino della sua città, dei suoi tanti pregi e di qualche difetto; ha raccontato della sua esperienza di genitore e della bellezza di crescere in famiglie numerose (si è detto un po’ dispiaciuto di non avere tantissimi figli ma solo cinque!). E alla fine è giunto a evidenziare le pecche di un “stravagante” sviluppo urbanistico fino a un paio di digressioni un po’ astiose su due temi che hanno tenuto banco la scorsa estate: il “Decreto Bersani” per la liberalizzazione di alcuni settori del commercio, tra cui quello dei taxi. E il bombardamento mediatico che, sempre a suo dire, ha ingiustamente dipinto il luogo dove lui vive (il quartiere di Scampia), come una zona di guerra.
Al di là di tutto, all’arrivo in città, in un bell’albergo appena dietro il Duomo, non ci eravamo pentiti di aver scelto Napoli per realizzare l’ultima guida accessibile della collana “Incontri” (frutto della collaborazione con Coloplast). Inoltre, avevamo già un primo termometro degli umori della città, che ci avrebbe aiutato nel nostro soggiorno nel capoluogo partenopeo.
Ecco, forse l’essenza del fare turismo inizia proprio da qui. Dal prendere contatto con il territorio, con il sentire delle persone che lo abitano e lo respirano quotidianamente. Da questo punto di vista, il sig. Galliano rappresenta un passaggio obbligato per l’approdo a un vero turismo emozionale. L’anello di congiunzione tra il “Dove? Sì, ci sono stato… mmm… bello” e il “Caspita se mi ricordo! È un’esperienza che mi porterò dentro per parecchio tempo!”.
Per il gruppo di lavoro del Centro Documentazione Handicap di Bologna e della Cooperativa “Accaparlante” quest’approccio è divenuto da tempo una precisa scelta operativa. E il processo di costruzione di una guida accessibile è fatto anche molto di questo. Parlare con le persone, chiedere loro consigli su come dove e perché andare lì… È bello sentire le “impressioni di pancia”. Tipo: “Si, va bene, il museo del Tesoro di San Gennaro sarà anche una tappa obbligata ma lei, dovendo pagare, ci andrebbe?”. Per il rispetto dovuto al Santo, ometteremo qualunque risposta in merito. Nel condurre la rilevazione sul territorio ci si comporta un po’ come farebbe un antropologo nell’intento di elaborare una metodologia di ricerca sulla comunicazione urbana. Ci si perde nella città, tra i suoi vicoli, i suoi palazzi, e non per caso ma perché ci si vuole perdere; si gode nello smarrirsi. Per cercare, scoprire… per vivere e comprendere al meglio il luogo che si visita.
Certo è che per stilare un itinerario di qualità secondo i crismi dell’accessibilità servono almeno due differenti dotazioni. Una tecnica: un metro, un “occhio clinico” per le pendenze, i restringimenti delle passerelle e degli scivoli, le altezze delle pulsantiere; un bagaglio di conoscenze normative sul tema delle barriere architettoniche e un’attenzione agli aspetti logistici. L’altra, sempre attenta alla “dotazione tecnica” ma che potremmo definire più godereccia, richiede: una discreta passione per la tradizione enologica e gastronomica del nostro Paese, un interesse a scoprire il locale “rustico”, il luogo fuori dai giri del turismo di massa. Una buona capacità di valutare se e in che termini valga la pena di adattarsi temporaneamente a una situazione accessibile con difficoltà (in attesa di una completa accessibilità) come quella di un hotel, un ristorante, un museo, valutando cosa viene offerto in cambio dello sforzo.
Questo concetto merita un approfondimento. Pensando a una guida su Napoli era logico supporre l’esistenza di problemi di accessibilità. Intanto per ragioni strutturali: Napoli si sviluppa su un territorio tutt’altro che pianeggiante, con molte zone decisamente “faticose” (ad esempio, in cima a impervie salite) e diverse sostanzialmente inaccessibili. Il cuore del centro storico ha una pavimentazione a lastroni e/o sampietrini che col traffico di auto e moto tende a dissestarsi, rendendo la percorribilità per le carrozzine molto più difficoltosa.
Sta di fatto che cercare di non perdere di vista la logica del “entro certi limiti si può provare ad adattare il presente al possibile” normalmente consente di ottenere risultati insperati.
Questa logica si riflette direttamente nel metodo di lavoro per la costruzione di itinerari accessibili, soprattutto se teniamo presenti almeno quattro punti:
1. Spostamenti da un luogo a un altro
Si cerca di studiare e descrivere il percorso più adatto a chi si sposta con l’ausilio della carrozzina, o ha dei problemi di mobilità, privilegiando il passaggio su marciapiedi provvisti di scivoli, evitando strettoie, strade di difficile attraversamento.
2. Strutture da visitare
Ogni struttura segnalata all’interno degli itinerari è oggetto di un sopralluogo teso a verificarne e descriverne il grado di accessibilità, indicandone eventuali ostacoli.
3. Strutture ricettive
Gli hotel, i bar e ristoranti segnalati saranno valutati non sono per il livello di accessibilità e per la quantità di servizi offerti, ma anche secondo parametri legati all’accoglienza, all’ospitalità e alla cordialità.
4. Trasporti
Verranno fornite le informazioni sia per chi si sposta con l’auto che per chi utilizza i mezzi pubblici, compatibilmente con l’accessibilità del servizio locale.
Sulla base di questa semplice griglia, anche l’esito della rilevazione di Napoli si può definire sostanzialmente soddisfacente. Sono molte le strutture fruibili e visitabili, come ovviamente ve ne sono di inaccessibili. Qui come in altri città il valore aggiunto alla città è dato dai suoi abitanti. Parlare con i napoletani nei bar, per strada, sulla funicolare e un modo per farsi raccontare da loro la loro città, e, come accade molto spesso, questo è un viaggio nel viaggio.
La guida sarà presto data alle stampe ma nel frattempo qualche anticipazione per i lettori di HP-Accaparlante: il Castel Sant’Elmo, il Museo Nazionale e Parco di Capodimonte e lo splendido Caravaggio ospitato presso la Chiesa del Pio Monte della Misericordia, da vedere. Alla Trattoria da Nennella (nei Quartieri Spagnoli) e al volo per strada o seduti, nelle Pizzerie “Il Presidente” e “Da Matteo”, in via dei Tribunali, per mangiare.

Gestione e marketing del non profit

Di Roberto Ghezzo

Il concetto di consumo critico lo associamo spesso a un esercizio quasi burocratico di attenzione e selezione del prodotto: armati di lente di ingrandimento e di una calma da filatelici andiamo alla ricerca delle fregature sull’etichetta. Come è stato prodotto? È stata usata manodopera mal pagata e sfruttata? Ha inquinato l’ambiente? Il marchio appartiene a una multinazionale? Sarà biologico? Mi è utile veramente? E così via.  Bisognerebbe invece associare di più il consumo critico alla creatività. Un esempio: lo sport più consumato e consumistico nel mondo è il calcio. A Bologna, trent’anni fa, su iniziativa di un nostro collega che purtroppo non c’è più, Alberto Fazzioli, nasceva il calcio in carrozzina, ovvero uno sport adattato alle caratteristiche di giocatori con disabilità e diversabilità. In genere siamo portati a ritenere che dobbiamo essere noi ad adattarci alle regole delle varie discipline sportive: il calcio in carrozzina dimostra come invece tutte le discipline nascano da un atto creativo, dalla coscienza di essere in primo luogo consum-attori, cioè artefici delle cose che consumiamo.
Scomodando il buon Kant, se dovessimo scrivere una Critica della ragion pura del consumo critico, vedremmo che il prodotto, in quanto fenomeno, è da sempre soggetto alla nostra attività creatrice. La crescente, varia e complessa ricchezza dei prodotti che consumiamo ha indotto la pubblicità martellante e imperante a imporre un prodotto-noumeno, un prodotto la cui essenza ci sfugge, è inconoscibile a noi consumatori comuni mortali. Quasi quasi ormai accettiamo per fede che i prodotti industriali siano migliori di quelli che ci potremmo produrre noi con le nostre mani. Recuperare una dimensione creativa attraverso gesti semplici, come fare il pane in casa o cercare di riparare gli oggetti rotti (come facevano i nostri nonni), o inventare uno sport su misura per noi, è la vera cifra del consumatore critico.

Ride bene chi ride insieme: sottotitoli per non udenti a teatro

Di Massimiliano Rubbi

Probabilmente il fatto che un sordo sia tagliato fuori dall’assistere a uno spettacolo dal vivo, specie se comico e “di parola”, ci può sembrare una barriera quasi naturale e dunque invalicabile. A Londra e in Inghilterra, in una delle scene di prosa più vive del mondo, così era fino a 7 anni fa, quando dall’idea di tre persone con problemi di udito, e soprattutto dalle loro frustrazioni di spettatori teatrali, è nata STAGETEXT, un’associazione che ha mostrato come si può abbattere anche questa barriera. Ne abbiamo parlato con Lynn Jackson, responsabile delle comunicazioni esterne di STAGETEXT.

Come è nata STAGETEXT?
Nel marzo 2000, un viaggio a Londra di un gruppo di americani con difficoltà di udito che volevano un tour teatrale “uditivamente accessibile” si rivelò il catalizzatore per introdurre la sottotitolazione nel Regno Unito. Fu durante quella visita che Peter Pullan, Merfyn Williams e Geoff Brown, i fondatori di STAGETEXT, si conobbero. Tutti e tre hanno gradi diversi di sordità, erano appassionati di teatro, ma volevano avere accesso a recite in inglese, poiché non potevano seguirle attraverso l’interpretazione della lingua dei segni o sistemi di miglioramento del suono.
Il Theatre Development Fund di New York incaricò Geoff, allora Presidente della Federazione Internazionale degli Audiolesi, di vedere se alcuni teatri a Londra avrebbero permesso a un gruppo di persone sorde e con difficoltà di udito di partecipare a spettacoli con due stenografi giudiziari che stavano già fornendo servizi di sottotitolazione negli USA. La Royal Shakespeare Company (RSC) accettò una esibizione sottotitolata di Antonio e Cleopatra al Barbican Theatre, e al Lyric Theatre con Comic Potential di Alan Ayckbourn. Oltre 100 persone sorde e con difficoltà uditive parteciparono alle esibizioni e per la prima volta poterono seguire le recite e ridere insieme al resto del pubblico.
“L’ultima volta che sono andato a una commedia sono uscito all’intervallo in lacrime, totalmente demoralizzato dalla vista di tutti intorno a me in crisi di riso mentre io non riuscivo a capire una singola parola” ricorda Peter. “Dopo Comic Potential, le uniche lacrime nei miei occhi erano lacrime di gioia. È stato fantastico!”.
Il successo di questi spettacoli portò Peter, Merfyn e Geoff a discutere del futuro. Avrebbero dovuto aspettare che i visitatori americani portassero la loro unità di sottotitolazione di nuovo a Londra o provare a fare qualcosa loro stessi? Decisero di formare STAGETEXT, una associazione registrata che offre servizi e formazione per la sottotitolazione a teatri in tutto il Regno Unito. Parlarono a parecchi teatri per calibrare le loro reazioni all’idea. Peter investì il proprio denaro nell’acquisto dell’attrezzatura per sottotitoli dagli USA.
Lavorando a stretto contatto con la RSC, STAGETEXT sottotitolò la sua prima produzione, “La Duchessa di Amalfi”, al Barbican Theatre il 15 novembre 2000. La risposta di sordi nativi e acquisiti e audiolesi fu travolgente e lasciò tutti a reclamare di più.
I tre fondatori lavoravano su base puramente volontaria, rinunciando a tutto il loro tempo libero, viaggiando per il paese fornendo supporto tecnico per gli spettacoli e gestendo STAGETEXT. La sottotitolazione era decollata, e nel 2003, grazie a finanziamenti dell’Arts Council England (ACE), del Linbury Trust e della Esmee Fairbairn Charitable Foundation, STAGETEXT poté assumere personale pagato (uno a tempo pieno e due part-time), più affittare un ufficio a Wembley. Nel 2004, la domanda potenziale per la sottotitolazione e la qualità del servizio fu riconosciuta dalla decisione dell’ACE di rendere STAGETEXT un’organizzazione finanziata su base regolare.
In seguito alla nomina di un direttore generale nel gennaio 2005, i fondatori si sono ritirati dalla gestione quotidiana dell’associazione per svolgere il proprio ruolo come membri del Consiglio di Amministrazione. Oggi, STAGETEXT rimane un’associazione guidata da sordi, con 5 dei suoi 6 consiglieri che sono sordi o audiolesi. Nessuno di loro è stipendiato. L’ufficio oggi impiega sei persone (tre a tempo pieno e tre part-time), di cui due sorde.

Quanti spettacoli, e di quale genere, sottotitolate in media ogni anno?
Da nove esibizioni sottotitolate in sette luoghi nel suo primo anno, STAGETEXT oggi ne sottotitola oltre 200 ogni anno in più di 75 luoghi; queste variano da spettacoli di prosa, musical e pantomime a one-man-show. Sempre più teatri stanno investendo nelle proprie attrezzature di sottotitolazione, e i sottotitolatori locali vengono formati da STAGETEXT. Ciò è ovviamente molto più produttivo del mandare sottotitolatori e tecnici da altre parti del paese, e significa che i teatri possono offrire più esibizioni sottotitolate e sviluppare i loro pubblici locali.
Dal gennaio 2006, STAGETEXT gestisce con successo un servizio di sottotitolazione in Scozia, con tre sottotitolatori formati e qualificati. Circa 15 teatri vi stanno programmando esibizioni sottotitolate, con altre in corso di realizzazione. Servizi analoghi sono in programma per il Galles e l’Irlanda del Nord. La prima esibizione sottotitolata da STAGETEXT nella Repubblica di Irlanda è stata effettuata nel novembre 2007.
L’anno scorso, un’offerta di fundraising congiunto con l’associazione Vocaleyes, che fornisce descrizioni audio per persone cieche e con difficoltà visive, si è conclusa con un’assegnazione di oltre 1 milione di sterline dall’iniziativa Invest to Save del Tesoro britannico, per sviluppare la sottotitolazione e la descrizione audio. See a Voice sta lavorando con teatri da una parte all’altra del Regno Unito, che condivideranno attrezzature e sottotitolatori, per promuovere una crescente disponibilità di esibizioni sottotitolate.

Quanto del lavoro di sottotitolazione è preparato in anticipo, e quanto è eseguito dal vivo dal sottotitolatore?
I sottotitoli sono preparati in anticipo da un sottotitolatore appositamente formato. Questo richiede molte ore di lavoro e implica vedere lo spettacolo diverse volte, incontri con il team di produzione, lavorare a casa con un video o DVD della produzione, e gestire i sottotitoli la sera dell’esibizione.
I sottotitoli forniscono il testo integrale, e anche informazioni aggiuntive per i pubblici sordi o con difficoltà uditive, come nomi dei personaggi, effetti sonori, rumori fuori scena e descrizioni della musica. In questo differiscono dai sottotitoli per TV o opera: ad esempio, i sottotitoli in inglese per l’opera straniera sono principalmente per le persone udenti, sono rieditati rispetto al testo originale, e i nomi dei personaggi non sono mostrati, benché sia normalmente chiaro chi sta parlando.
A differenza dei sottotitoli per TV e opera, inoltre, la temporizzazione dei sottotitoli è cruciale per non anticipare battute importanti. Le parole appaiono nello stesso momento in cui sono pronunciate o cantate su un’unità (o più unità) a display LED, consentendo al pubblico sordo di reagire nello stesso momento del pubblico udente.
Alle volte, il sottotitolatore può mettere in scena un’improvvisazione dal vivo, per esempio in una pantomima, ma questo non è l’ideale in quanto c’è un ritardo nel sottotitolo che appare sull’unità, il che significa che il pubblico sordo reagisce dopo tutti gli altri.
Gli attori possono a volte cambiare le proprie battute, quindi il sottotitolatore può includere varie opzioni e passare a quella giusta durante lo spettacolo sottotitolato.
Insomma, la sottotitolazione non è dal vivo. Comunque, a volte utilizziamo uno stenografo qualificato per tradurre da parlato a testo se c’è una discussione post-spettacolo in teatro dopo un’esibizione sottotitolata. Ciò è estremamente prezioso, perché consente al pubblico sordo di parlare della produzione che ha visto, fare domande e sentirsi pienamente incluso. La trascrizione da parlato a testo è un’abilità completamente diversa dalla sottotitolazione e anche l’attrezzatura usata è diversa; comunque, la nostra unità di sottotitolazione può essere utilizzata per entrambi i servizi, dato che il software STT (Speech-To-Text) è compatibile. Gli stenografi STT si sono sottoposti a una formazione di parecchi anni e usano una tastiera fonetica che consente loro di trascrivere il parlato ad alta velocità. Loro lavorano con sordi nativi e acquisiti e audiolesi, in ogni genere di contesto.

Come si rapportano i pubblici udenti alla sottotitolazione aperta [visibile a tutti] durante gli spettacoli? E come si rapportano i registi e gli artisti al vostro intervento nello spettacolo?
Ogni tanto, un teatro può esprimere la preoccupazione che i sottotitoli distraggano il pubblico udente. Il nostro feedback indica che, complessivamente, le persone udenti trovano i sottotitoli utili (per esempio, se ci sono accenti difficili nella recita o se il linguaggio è arcaico o inusuale) oppure accettano il fatto che i sottotitoli siano utili alle persone sorde. A una piccola minoranza di persone udenti non piacciono del tutto.
È vitale che i teatri rendano chiaro nella loro produzione editoriale e alla biglietteria che una particolare esibizione verrà sottotitolata e spieghino cosa ciò significa. Comunque, in ragione del fatto che solo una o due esibizioni vengono sottotitolate, non è irragionevole attendersi un certo grado di tolleranza. STAGETEXT ha avuto ben poche lamentele sulla sottotitolazione da persone udenti, in effetti molte di esse la gradiscono e commenti da persone udenti come “Il teatro è per una minoranza, non per la maggioranza” sono estremamente rari.
Un direttore artistico a Londra ci ha detto: “Speravo che avremmo avuto un riscontro dal nostro pubblico designato, perché una percentuale del pubblico è udente e non ha bisogno dei sottotitoli; ma è molto interessante che il riscontro sia molto più ampio. Sono sempre incuriosito, sorpreso e eccitato dal fatto che anche quelle persone ne traggano qualcosa. Abbiamo imparato che un modo per farlo bene è impegnarsi fin dall’inizio. Il momento in cui il programma è stato concordato è quello in cui cominciamo. Abbiamo avuto ben pochi problemi con attori e altri membri del pubblico in relazione alla sottotitolazione”.

Come pensate che la sottotitolazione possa essere integrata con altri effetti visivi per essere parte dell’opera d’arte complessiva – e vi è mai capitato di essere coinvolti in un lavoro simile?
Benché sia utile che gli scenografi siano consapevoli che una produzione potrebbe essere sottotitolata, la nostra considerazione principale è che la posizione dell’unità di sottotitolazione sia il più confortevole possibile per il pubblico sordo, così che esso possa avere accesso alla produzione. STAGETEXT discute la posizione dell’unità con la compagnia di produzione o il teatro, così da averla il più vicino possibile all’azione. Alle volte, abbiamo potuto metterla nella scena effettiva; comunque, occorre considerare scene mobili, attrezzature del suono e stato dell’illuminazione, per cui questo non è sempre fattibile.

Avete informazioni su associazioni o aziende che forniscano un servizio di sottotitolazione dal vivo simile in altri paesi europei? E quali sono i vostri progetti attuali?
Penso sia corretto dire che STAGETEXT è stata pioniera nella sottotitolazione teatrale nel Regno Unito, e probabilmente in Europa. Come detto, c’erano due stenografi giudiziari che fornivano il servizio a New York prima del 2000 – ma penso da un paio d’anni. Nei primi tempi, usavamo i loro stessi unità di sottotitolazione e software, e quindi sviluppammo un altro tipo di software e comprammo unità di sottotitolazione leggermente più grandi. In quest’ultimo anno stiamo lavorando con un’azienda nel Regno Unito per sviluppare il nostro software personale e unità di sottotitolazione con LED ad alta definizione, che sono molto più facili da leggere; queste ultime le stiamo introducendo ora nei teatri in Inghilterra.
Sono a conoscenza del fatto che altre realtà negli Stati Uniti stanno fornendo la sottotitolazione in modo diverso, ad esempio usando schermi al plasma, ma non ho altre informazioni su questo. I progetti sono seguiti dal Theatre Development Fund di New York (www.tdf.org).
STAGETEXT ha recentemente sviluppato un proprio corso di formazione di 3 giorni per nuovi sottotitolatori, che, tra l’altro, spiega come i sottotitoli dovrebbero essere “formattati” a beneficio di sordi nativi e acquisiti e audiolesi.

Per informazioni:
STAGETEXT
First Floor, 54 Commercial Street
London E1 6LT – United Kingdom
Tel.: +44 (0)20 7377 0540
Textphone: +44 (0)20 7247 7801
Fax: +44 (0)20 7247 5622
www.stagetext.org

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Caro Claudio,
come è iniziata la settimana? Prima di iniziare con le mie chiacchiere, vorrei dirti che mi è dispiaciuto molto doverti salutare così in fretta, e scomparire dal magico mondo di Marana-thà così rapidamente. Sono di natura malinconica, e da sabato non faccio che parlare di voi!
Veniamo al punto: in allegato ti invio la lettera che ho scritto a Corrado Augias, per la sua rubrica di letterine de “la Repubblica”. Non ho ricevuto risposta alcuna, e credo che le mie righe non compariranno mai sul giornale. Ma dato che si parlava di Servizio Civile, mi piacerebbe che tu leggessi quel che ho scritto, e mi dicessi se sei ancora convinto che io possa scrivere buone cose!
E poi: ho parlato poco fa col gentile Roberto. Per il Servizio Civile Volontario. Mi ha detto di fare domanda tramite il sito internet di ARCI-Bologna entro fine agosto, di farvi visita al CDH a settembre, entrambe cose che ho intenzione di fare.
Devo rifletterci davvero, anche se so che la domanda non è vincolante.
Forse ti ho già accennato al doppio binario? Da una parte i sogni di cooperazione internazionale, la guerra, i bambini soldato e i diritti umani, ONU, EU e compagnia… E dall’altra la disabilità, come tema su cui riflettere insieme al resto della società, come condizione da prendersi in esame senza pietismi, ma con la consapevolezza che c’è bisogno di cultura, conoscenza, consapevolezza, nonché autoironia e voglia di combattere con parole e fatti, oltre che coi sorrisi. Problema: nel regno della pratica cosa significa? Cosa potrei fare? Sarei davvero in grado di FARE qualcosa al CDH? Come potrei affiancare altri disabili? Come potrei cercare libri sugli scaffali della biblioteca senza impiegarci dalle 6 alle 9 ore per ogni manuale da scovare? Non so, ho tante preoccupazioni. Ma ho tempo per rifletterci, e per chiedere consigli a chi è più saggio di me… Per esempio chiedere consigli al saggio destinatario di questa e-mail!
Bene, spero di ricevere le tue illuminanti riflessioni presto!
Un abbraccio,
Nadia

Carissima Nadia,
della tua visita a Marana-thà ricordo quello che è successo sotto il tiglio, quando Margherita ha chiesto chi poteva dare un’occhiata al bambino e io ho indicato te. Margherita era imbarazzatissima mentre io e te ci siamo messi a ridere.
In quel momento ho apprezzato la tua autoironia.
Mi frulla in testa una domanda: i bambini soldato giocano ai soldatini?
Al di là dell’ironia, mi sembra che tu sia a un bivio: o segui il binario della cooperazione internazionale e investi il tuo tempo per i diritti dei bambini soldato oppure segui il binario che ti porta al CDH e investi il tuo tempo per combattere un’altra battaglia.
Perché in fin dei conti, sempre di combattere si tratta.
Mi spiego meglio.
I bambini soldato giocano con le bombe, i mitra, i fucili e quando giocano a nascondino non devono farsi trovare altrimenti rischiano la vita. Hanno bisogno di qualcuno che insegni loro a fare pace, a combattere un’altra battaglia, quella per i propri diritti: una scuola, una famiglia, un futuro.
Anche a noi del CDH piace giocare e combattere, anzi combattere giocando.
La nostra strategia è la cultura, le nostre bombe sono le animazioni nelle scuole, i nostri mitra sono carichi di documentazione e i nostri fucili sparano informazioni.
E soprattutto noi non giochiamo a nascondino anzi puntiamo sulla visibilità, sulla valorizzazione della diversità…
Se vuoi scoprire cosa c’è da fare… vieni e vedrai.
Bella battuta vero?
A parte gli scherzi, se vieni a trovarci ti raccontiamo come funziona il Servizio Civile da noi così scoprirai che di cose da fare qui ce ne sono tante. Non sarà certo il tuo deficit visivo a limitarti nel fare come non è il mio deficit motorio a limitarmi ad andare in giro per tutta l’Italia.
A proposito, ho un’altra domanda: ma se i bambini soldato giocano ai soldati, giocano con se stessi?
Buon combattimento.

Carissimo Claudio,
ho letto il tuo articolo sulla relazione che diventa melodia.
Mi ha colpito tantissimo perché queste emozioni, questi vissuti li ho assaporati, elaborati e fatti miei in questi anni di iter universitario e come volontaria.
Io sono un’educatrice di comunità, ho fatto per tanti anni le colonie estive con i diversamente abili e queste esperienze mi hanno fatto crescere sia personalmente che professionalmente. L’azione dell’Educatore è caratterizzata dal fatto che deve “vivere con” i tempi in cui si accompagna e convive le esperienze del proprio utente.
La gente con occhi schivi e con timore, dopo averci visto integrati noi in loro e loro in noi, venivano da noi a chiedere, ci volevano conoscere cercando di abbattere quel muro di paura, di diffidenza per entrare così nel “nostro mondo”.
L’educatore come dice la nostra formazione è “una persona avente una professionalità capace di promuovere lo sviluppo delle potenzialità, di crescita personale e di integrazione sociale” attraverso metodi, strumenti e mezzi appropriati soprattutto il “Fare”, “il Saper Fare” e il “Non Fare”. Avere nozioni psicologiche, pedagogiche è molto importante perché permette di capire, aiutare le persone diversamente abili, sapersi relazionare ma anche riuscire a farci entrare nel loro mondo, noi persone normodotate. I loro sentimenti sono più chiari e sinceri dei nostri, presi dal lavoro, dallo studio, dai nostri pensieri alcune volte troppo egoistici.
Non mi potrò mai scordare un giorno, ero a passeggio con la mia amica Alessia avente un deficit fisico e tutti ci guardavano ma non per pietà o per curiosità ma per la serenità che la mia cara amica esprimeva e dava alla gente che le stava intorno, aveva trasformato la sua disabilità in una ricchezza per tutti, per se stessa e soprattutto per le persone care, non era uno stop ma una marcia in più per andare avanti e la sua diversa abilità è stata un insegnamento per tutti. Vorrei ricordarla con affetto grande, purtroppo è scomparsa il 13 agosto 2005.
Importante perciò che l’educatore sia un punto di contatto con il mondo del sociale e gli altri. La curiosità e le domande siano solo l’inizio di un aggancio per vivere la disabilità in maniera nuova e gioiosa.
Cristina De Angelis
Educatrice professionale

Ciao cara Cristina,
che piacere sapere che ti sei trovata in sintonia con la mia melodia.
Hai mai pensato che il termine FARE è composto da due note musicali? FA e RE?
Ma quali caratteristiche ha la melodia del FARE?
È pesante, faticosa, noiosa? Oppure è leggera, vibrante, emozionante?
In sintesi, come dice Adriano Cementano: è lenta o è rock?
Credo sia fondamentale capire la differenza tra queste qualità per poter suonare una melodia piacevole.
Secondo me il FARE è lento quando il sentimento che l’accompagna sfocia nel buonismo, nel pietismo, nel dovere, nel pensare che sei tu quello che educa, quello che sceglie, quello che sa cos’è giusto. Tutti modi di fare che appesantiscono la melodia rendendola sgradevole.
Il FARE diventa rock e quindi si mette realmente in movimento quando smette di essere pura azione e diventa relazione. La melodia rock necessita dello stare, atteggiamento indispensabile per poter creare delle relazioni nelle quali insieme ci si educa, si sceglie e si decide ciò che è giusto. Allora sì che la melodia diventa piacevole, travolgente, affascinante, seducente. Così si crea un contesto dinamico nel quale il FARE, il SAPER FARE e il NON FARE si integrano con lo STARE per formare la nuova melodie dell’integrazione.
Buon rock.

Quel che serve è un “handicap ben visibile a occhio nudo”

Di Alessandra Pederzoli

Un concorso di bellezza in tv. Fin qui niente di strano. Un concorso di bellezza che è un reality show le cui protagoniste sono ragazze disabili. È il grande successo della tv Olandese, capace di raccogliere il 25% dello share televisivo nel 2006. Ma non solo: un format acquistato da altri stati che nel 2007 ne faranno produzioni simili. La prossima annunciata sarà la televisione Britannica, che ha già dato notizia sul “Times” e sulla cui ambita conduzione già si vocifera; poi a seguire quella francese, tedesca e statunitense. Si tratta di “Miss Ability” e a sfilare sono sì ragazze in costume da bagno ma, condizione fondamentale per essere accettate dal programma, “con un handicap visibile a occhio nudo”. Condizione non di poco conto per capire che stiamo parlando di un reality quantomeno originale e curioso. Sono dodici le partecipanti, belle donne e belle ragazze, in carrozzina o con stampelle, che vestono abiti di alta moda e vivono ospiti in alberghi lussuosi e molto costosi, luoghi da favola. Ciascuna di loro è protagonista di un breve cortometraggio nel quale racconta la propria vita per narrare come sono state affrontate, e poi superate, le difficoltà. Una breve messa in scena che rende quasi cinematografica la vita di queste ragazze che devono poi essere votate da un pubblico di spettatori che, sulla base della visione di questi corti, scelgono e selezionano quelle che sono rimaste in gara, fino a proclamarne una come vincitrice assoluta. Il pubblico giudica proprio in base a questi filmati per valutare non solo chi ha raccontato meglio la sua storia ma anche chi si è dimostrata più forte e saggia nell’affrontare le traversie della vita. Opinabile poi se un cortometraggio sia in grado di rendere la forza con la quale una persona affronta e supera le difficoltà della vita. Del resto questo è il mezzo televisivo e questo lo strumento messo nelle mani del pubblico votante, non certo la conoscenza diretta e approfondita delle storie di queste dodici vite di donne disabili.
Il programma però si è rivelato un enorme successo, è stato ampiamente seguito e ha raccolto grandemente il favore del pubblico, nonostante le numerose critiche negative di esperti televisivi e non solo. Accuse di sfruttamento dell’immagine della disabilità a fini esclusivamente commerciali: donne belle ma disabili, utilizzate per fare share. Diverso è lo scopo proclamato dagli autori del programma che, invece, sostengono come obiettivo primario quello di valorizzare al massimo le ragazze per mettere in evidenza il loro entusiasmo e per far entrare la gente comune in contatto con la realtà che un disabile vive ogni giorno. In questa direzione va anche lo slogan del programma che si legge dalla brochure di presentazione: “Non avete mai sentito un fischio contro una donna in carrozzella? Non avete mai ascoltato un buu verso una bambina cieca. Se la risposta è no, questo programma, che rompe le barriere del moralismo e del politicamente corretto, vi mostrerà il modo per mettere fine a tutto questo”. Con questo slogan e con altre motivazioni dunque i produttori si difendono dalle molteplici critiche arrivate da più parti sostenendo appunto che il format del programma protegga l’immagine dei disabili, per far sentire queste persone assolutamente normali. Azzardano i produttori e vanno oltre per motivare il loro intento di voler mostrare l’ottimismo delle persone disabili. “Spesso i disabili sono considerati patetici e sono compatiti da tutti. ‘Miss Ability’ invece mostra che i disabili, a differenza delle persone senza problemi fisici, sono sempre ottimisti. Essi cercano di superare le loro paure, pensano positivo e desiderano essere trattati come tutte le persone di questo mondo”.
Dunque, vediamo: dodici belle donne disabili sfilano in costume in un concorso di bellezza, vivono ospiti negli alberghi più lussuosi e costosi dell’Olanda prima e della Gran Bretagna prossimamente, girano dei cortometraggi per raccontare la propria vita (ma soprattutto per avere il voto del pubblico) e questo è il racconto della loro vita quotidiana, per andare ad abbattere i pregiudizi della gente normale che non conosce la disabilità. Questo in poche parole l’intento dichiarato. Difficile poi trovare fondamento a queste affermazioni soprattutto quando si pensa che la quotidianità è ben altra. E non solo per quelle dodici ragazze che belle sono e disabili pure ma in questo caso è la seconda caratteristica che vince sulla prima. Una quotidianità falsata. Ma questa è la televisione probabilmente, e non le si può certo chiedere di essere reale nonostante la falsa copertura del reality. La realtà, lo sappiamo tutti, è ben altra. L’occhio della telecamera, per quanto sia bravo il regista, per quanto voglia essere osservatore silenzioso, non può essere presenza discreta a cui nessuno dà peso. Un occhio che non guarda ma osserva seppur negli ingranaggi meccanici e ora, digitali: osserva perché interpreta; osserva perché seleziona ciò che si vede da ciò che non si vede e non si fa vedere. Sorgono alcuni leciti dubbi dunque intorno al dichiarato intento di far vedere attraverso lo schermo la vita reale di queste ragazze. Evidentemente poco passa di quella realtà e di quella quotidianità.
Insomma sembra si tratti di un tentativo di spettacolarizzazione della disabilità che probabilmente ha poco a che fare con il reale e che non lavora certo a favore della conoscenza della persona disabile o della disabilità più in generale. Sappiamo come proprio la conoscenza sia un elemento fondamentale per abbattere pregiudizi, per costruire relazioni all’interno della società. Quando conosciamo qualcosa ci fa meno paura e, se ne siamo meno spaventati, ci risulta più facile aprire all’incontro. Questo è vero in generale: si pensi a quando non conosciamo una persona, difficilmente ci sentiremo a nostro agio se non rompiamo il ghiaccio e non cerchiamo di conoscerla. E quell’imbarazzo diminuirà sempre di più man mano che la conoscenza e la relazione si approfondisce. Questo è vero a maggior ragione per tutta una serie di situazioni che spaventano di più perché devianti dalla norma, come può essere la persona disabile che mette a disagio, o l’extracomunitario o il barbone o chiunque sia troppo diverso.
Quello che fa “Miss Ability” però è creare uno spazio piuttosto parallelo che con la realtà dei fatti ha ben poco a che vedere. E sembra quasi un passo indietro rispetto alle conquiste che il mondo della comunicazione di massa aveva, e in parte sta ancora compiendo, nell’ambito della disabilità. Sembra di essere ritornati alla persona disabile come “fenomeno da baraccone” che attira il pubblico e fa share, ma che sembra abbia poco da dire, in realtà. Si dice che uno degli obiettivi di una comunicazione positiva sia il fatto che sia la persona stessa a raccontarsi; è la persona che, disabile o non disabile che sia, assume la responsabilità di ciò che porta sullo schermo, senza andare però a caccia di voti.
Una vita di conquiste che diventa un racconto per raccogliere un voto. Un cortometraggio e un costume da bagno per tenere sul video gli occhi del telespettatore che, con il telefono in mano pronto per votare, sta a guardare incuriosito. E ciò che incuriosisce, checché ne dicano gli autori, non è tanto la vita combattuta di questa gente ma è proprio la stranezza della trovata televisiva e la curiosità di un mondo diverso che entra in scena. Ma questa, cari autori, non è la quotidianità e tanto meno è capace di rendere la normalità di queste dodici belle ragazze, la cui bellezza, che dire se ne voglia, passa certo in secondo piano. Perché in quel contenitore sono prima di tutto delle disabili che possono anche essere miss ma…l’importante è che abbiano “un handicap ben visibile a occhio nudo”.

1. Introduzione di Giovanna di Pasquale

Di  Giovanna Di Pasquale

Come l’aria nei polmoni.
Essenziale alla vita, così la comunicazione per tutti gli esseri umani, essenziale al sentirci vivi e capaci di tessere legami significativi e condivisi con il mondo.
La comunicazione è quel ponte che permette di unire la dimensione più interna della persona, originale, intima e la dimensione di incontro con gli altri, di apertura a ciò che, separato da noi, ci mette a confronto con il diverso e il nuovo. E’ un ponte che continuamente ri-attraversato
permette all’identità di strutturarsi in un movimento continuo e flessibile di andate e ritorni.
E’ un ponte posto allo snodo cruciale del rapporto io- mondo, frequentemente messo alla prova da ostacoli di natura diversa, come quello affrontato in questo numero di HP costituito dalla presenza di deficit uditivi che comportano una perdita più o meno accentuata della percezione dei suoni.
E’un ponte che, però, non possiamo rinunciare mai ad attraversare, pur sapendo che per ognuno di
noi questo percorso potrà avere sviluppi diversi, soste e accellerate così volute quanto impreviste.
La soddisfazione di questo bisogno primario è quindi condizione per uno sviluppo il più possibile armonico, sereno di sé e accomuna tutti. Donne e uomini, bambini e adulti, di età e provenienza differenti, persone con disabilità o che sperimentano difficoltà o disagi. L’universalità di poter comunicare, bisogno che si pone fra i primi diritti della persona come singolo essere e come parte della comunità, porta con sé la ricerca e la messa in atto di tutte le possibilità esistenti (saperi, strategie, percorsi, strumenti) capaci di sostenere e ampliare la capacità e l’attitudine comunicativa, nei modi e attraverso i codici possibili per ciascuno.
Ogni persona deve poter avere nel suo percorso di crescita la possibilità di espandere le sue potenzialità comunicative, di sperimentare in modo diretto il significato del termine comunicazione: “rendere comune, far parte ad altri di ciò che è proprio”.
Ogni linguaggio diventa allora l’espressione di un’identità che sedimenta il senso di sé (della propria unicità) nel momento in cui dialoga con l’altro, mette in comune ciò che è proprio riconoscendo la stessa matrice di “esseri sociali”, parte di un tessuto di comune umanità.

Comunicare con chi?
Come scrive Enrica Répaci nel sito www.arcipelagosordita.it, “Il processo comunicativo non è mai un’escursione solitaria…la comunicazione umana ha sempre un carattere dialogico”
Se questo è il punto fermo, diventa importante domandarsi e domandare cosa la comunicazione deve garantire alla persona, qualunque sia la sua condizione e il suo contesto di vita.
Facciamo nostra una riflessione proposta da Andrea Canevaro all’interno del quadro della ricerca di indicatori di qualità per la vita delle persone con disabilità, in cui trova uno spazio specifico l’attenzione agli aspetti e alle competenze comunicativi. Per sviluppare una prospettiva inclusiva c’è bisogno di uno cultura dello scambio e dell’incontro.
Riprendendo il concetto di Habermas inclusione – qui non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti. Il dialogo, l’incontro, la comunicazione devono poter permettere ad ognuno di muoversi nei confini non solo estesi ma anche in continua evoluzione del mondo in cui vive, dalla cerchia più vicina e familiare a quelle più distanti e meno sperimentate.
La competenza comunicativa per la prospettiva inclusiva è legata alla possibilità di sviluppare una
propria autonomia, dentro dei vincoli mobili propri di ogni linguaggio e di permettere, però, di vivere questa autonomia nel contesto allargato, nella “normale” quotidianità.
Per le persone che vivono delle limitazioni rispetto al modo prevalente della comunicazione uditivo-vocale c’è da affrontare un doppio percorso: trovare il proprio modo di comunicare, che in alcuni casi potrà anche sviluppare un originale mix di codici verbali, visivi o gestuali; trovare insomma la propria “voce” consapevoli che “una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci” (I.Calvino, Un re in ascolto)e condividere il più possibile lo stesso codice di comunicazione della comunità allargata.
Il processo di integrazione e di inclusione lavora sulla costruzione di legami; ogni scelta, ogni percorso che si va a delineare deve tendere ad assicurare che vi sia comunicazione circolare fra la persona e suo contesto, che sia resa possibile la reciprocità nell’incontro fra la persona e il mondo.

Ogni persona ha il suo passo, ogni persona ha una storia

Se la comunicazione è un ponte, ogni persona ha il suo passo nell’attraversarlo.
Questo è ancora più evidente nel caso della presenza di deficit uditivo in quanto ciascuna persona è un caso individuale, ogni tipo di sordità è differente. Come affermava più di settant’anni fa Vygoskij (Fondamenti di difettologia, Bulzoni, Roma 1986) “il bambino non percepisce direttamente il proprio deficit: percepisce le difficoltà che gli derivano dal deficit”. Vive l’handicap quando il deficit incontra situazioni, contesti, persone che amplificano e sottolineano le difficoltà derivanti da quel deficit.
Così come le situazioni di sordità possono essere molto differenti (per causa, grado, epoca di insorgenza), così le difficoltà che nascono dall’incontro persona e ambiente possono essere ridotte, anche di molto o presentarsi in modo estremamente accentuato e pesante
Questi sviluppi diversi sono testimoniate dalle storie delle persone che, pur condividendo la natura del deficit uditivo, non è possibile ricondurre ad una sola categoria: tante sono le variabili in gioco, il contesto, la storia familiare, le attitudini.
Questa eterogeneità ci mette direttamente a confronto con la considerazione primaria che la persona con deficit non è il suo deficit; questo aspetto esiste va accettato così come vanno considerate le limitazioni che comporta ma tutto ciò non deve impedire di avere una visione a tutto tondo di quel bambino, di quella bambina, una visione globale di quell’uomo, di quella donna. E non solo per un ragionamento di tipo etico nei confronti del riconoscimento della dimensione unitaria della persona ma anche per esercitare quell’atteggiamento scientifico che riconosce nell’ascolto e nell’osservazione diretti dell’individuo una fonte irrinunciabile e preziosa di conoscenza.
L’obiettivo diventa allora quello di mettere insieme un quadro organico di elementi conoscitivi, informazioni non solo sulla persona ma a partire dalla persona e dal suo ambiente per costruire un percorso a misura, cadenzato sul passo più adeguato che renda maggiormente agevole il cammino.
Per questo motivo sembrano talvolta irragionevoli e distanti certi dibattiti su linee contrapposte quando l’ascolto delle persone e delle strade che vengono percorse rilancia un’esigenza di comprensione profonda per tutto ciò che le persone stesse hanno rivendicato come utile per il proprio sviluppo, per la possibilità di un’autonomia, per la realizzazione di un dialogo con gli altri.
Comprensione e rispetto anche di quelle posizioni che possono sembrare distanti dalle nostre ma che trovano ragioni e senso nel quadro delle storie di vita e dei contesti sociali e storici.
Le esperienze e le riflessioni che trovano spazio in questo numero, sono accomunate proprio da questo atteggiamento e cercano di tenere la barra della loro navigazione ferma intorno al punto centrale:quello di costruire per e con le persone con disabilità un presente pieno e una dimensione di futuro aperta che contrasti i destini segnati e predefiniti che tanti hanno subito.

2. Il saggio indiano

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
“Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?”
“Gridano perchè perdono la calma” rispose uno di loro.
“Ma perchè alzare la voce se la persona sta di fronte a noi?”
chiese nuovamente il saggio.
“Beh, gridiamo perchè desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.
Il maestro tornò a domandare:
“Ma non è proprio possibile parlargli a voce bassa?”
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il vecchio maestro.
“Non sapete proprio dirmi perchè si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro.
D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente e dolcemente. E perchè? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra le loro anime è breve. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano.
E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono.
E’ questo quello che accade ai cuori di due persone che si amano, si avvicinano.”
Il vecchio saggio concluse dicendo:
“Quando voi avrete l’occasione di discutere con qualcuno, non permettete che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare ancor di più, perché prima o poi arriverà un giorno in cui la distanza sarà tale che non incontreranno mai più la strada per tornare.”
( tratto da Dentro di noi. Parlano i lettori di Tiziano Terzani, Milano, Tea 2006 )