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Autore: admin

E se non fosse solidarietà

Di Aòessandra Pederzoli

Il martedì di Unomattina si è arricchito negli ultimi tempi di uno spazio settimanale chiamato “Spazio della Solidarietà”, condotto in studio da Giovanna Rossiello e interamente dedicato alla scoperta e al monitoraggio di esperienze e progetti in “difesa del sociale” (come spiegano all’interno del sito Rai) sia a livello locale che su territorio nazionale.
Il tema della disabilità è stato uno dei temi protagonisti dell’edizione invernale; intensa la ricerca, da parte della trasmissione, di associazioni culturali, sociali e sportive che si occupano proprio della qualità della vita delle persone disabili. È stato intrapreso un viaggio, come leggiamo dal sito di Unomattina, “in quella dimensione del sociale normalmente sconosciuta ai più”. Tema importante ma non unico. La realtà sociale di cui la Rossiello racconta settimanalmente è ricca e variegata. Diventano così protagonisti anche il carcere, tutti quei luoghi in cui l’ospitalità diventa protagonista di una riabilitazione così importante per persone con un disagio psichico o con un vissuto di dipendenza alle spalle, il teatro come apertura alla società e lo sport come mezzo di reintegrazione sociale.
Anche l’edizione estiva del programma mantiene questa rubrica settimanale con l’intento, dice la Rossiello a inizio estate, di raccogliere tutte le esigenze del pubblico per esaudirle all’interno della programmazione estiva. L’inizio di un dialogo con il pubblico, questo che passa attraverso l’invito a comunicare con la redazione per far giungere notizie o argomenti di interesse, oltre a una sollecitazione a partecipare al forum di discussione, aperto sul sito del programma.
Una scorsa alle ultime puntate del mese di maggio e ci accorgiamo che ben due sono state dedicate alla disabilità, in due contesti e con due tagli molto diversi, così come diversi erano gli argomenti trattati. La prima, quella di metà maggio parla di sport, la seconda invece ha come protagonista la mamma di una ragazza disabile grave che racconta la sua esperienza di “bisogno” nel crescere la figlia.
Quella della Rossiello che parla di sport è una bella panoramica tra vari eventi sportivi che vedono impegnati alcuni dei nostri bravi atleti. Lo fa raccontando brevemente come, a partire dalle Special Olympics, giunte ormai alla ventiquattresima edizione, oggi lo sport sia ormai pienamente riconosciuto come uno strumento fondamentale per la piena integrazione nella società di persone con disabilità. Un viaggio in barca con l’“Handy Cup”, una regata che vede coinvolti equipaggi misti di persone disabili e non, insieme per “navigare verso l’integrazione”. E dalla barca a cavallo con la storia di Federico Lunghi, un ragazzo con gravi disabilità che grazie alla passione per l’equitazione è riuscito a fare importanti progressi, fino a intraprendere una vera e propria carriera agonistica di successo. Federico infatti, come mostra il servizio, oggi gareggia in competizione con atleti normodotati, fino a vincere un bronzo e un argento ai campionati italiani assoluti. Un approccio fortemente giornalistico questo della conduttrice che ospita in studio anche Silvia Squassabia, organizzatrice della manifestazione “Un cavallo per tutti, una carezza lunga un giorno”, come a mostrare una consuetudine del programma: avere sempre in studio un ospite o un rappresentate delle associazioni protagoniste, oltre che, talvolta, un testimone o un protagonista diretto delle vicende narrate.
Così succede nell’altra puntata che in maggio si è occupata di disabilità. Una domanda ne ha fatto da filo conduttore: “Quanto ‘pesa’ la disabilità sulle famiglie che hanno in casa un figlio gravemente disabile?”. Problema diffuso annuncia la Rossiello a partire dal comunicato stampa emesso pochi giorni prima della puntata. È ospite un’anziana signora in studio, madre di una figlia nata con una gravissima disabilità psico-fisica.
Una carriera spezzata quella di questa donna, racconta la conduttrice, costretta ad abbandonare il suo ruolo di dirigente ai beni culturali per assistere la figlia tutto il giorno. Ancora una volta una sottile denuncia all’assenza dei servizi per mettere in luce la positività del mettersi in rete: sono i parenti, le associazioni i nodi di questo groviglio di relazioni che si intrecciano intorno a questa figlia che necessita cure e attenzioni continue.
Il contributo dell’ospite va proprio a illuminare la situazione raccontata da questa mamma e proposta con forza dalla conduttrice: si tratta della Presidente di Coface-Handicap (Confederazione delle Organizzazioni delle famiglie dell’Unione Europea con persone disabili) con sede a Bruxelles e fondatrice dell’Unione Famiglie Handicappati. E il discorso si sposta su un piano più burocratico amministrativo per rispondere a tutta una serie di domande di ordine pratico, tipo congedi parentali dal lavoro, prepensionamenti, sostegni economici alle famiglie, ecc.
Da un lato la storia di una vita combattuta, dall’altro un’esperienza rigenerante nel cuore dell’Umbria, a San Venanzo sulle pendici del Monte Peglia. Qui due genitori di un figlio disabile grave hanno trasformato il problema del figlio e della loro famiglia in una risorsa per tutti.
In questa culla di verde la famiglia Sereni Rulli ha costruito e messo in piedi quella struttura che oggi ha preso il nome di Città del Sole: un piccolo angolo di pace pensato per tutti quelli che vivono la disabilità e sono in cerca del riposo o di un ambiente accogliente in cui trascorrere le vacanze. Un ambiente in cui tutto il personale è preparato e capace di raccogliere e soddisfare esigenze che forse non tutti gli albergatori sanno recepire immediatamente. Ogni ospite è a proprio agio.
Due puntate ci mostrano già uno stile che passa prima di tutto dai contenuti trattati ma anche dalle modalità e dai termini che poi vengono scelti per affrontare le tematiche oggetto delle trasmissioni. Quello che fa la Rossiello è interessante. Prima di tutto perché si tratta di un contenitore generalista come può essere il programma Unomattina, poi perché va a toccare una molteplicità di temi che invece spesso rimangono ancora ai margini della comunicazione di massa. Noi dell’Emilia Romagna abbiamo incontrato begli esempi di comunicazione della disabilità (e non solo) nella rubrica settimanale del Tg3 regionale, “Abilhandicap” prima, diventata poi “Società Solidale”. Nulla si conosceva a livello nazionale se non in ambito sportivo con la trasmissione “Sportabilia” all’interno del pomeriggio di Rai Sport, su Rai 3. Questo rappresenta certamente un passo importante, che ricorda un po’ quella bella trasmissione radiofonica di Riccardo Bonacina, in onda tutte le domeniche mattina su Radio24, che dava voce al Terzo Settore ad ampio raggio. Un contenitore generalista dunque su di un programma e una rete a diffusione nazionale.
Cosa non va dunque? Tre elementi lasciano da pensare. Il primo: si tratta pur sempre di una trasmissione ad hoc (trasmissione forse è eccessivo, meglio parlare di “una pagina del Tg1”, come è stata descritta nel sito stesso di Unomattina), e non sono invece notizie che passano all’interno del programma o del telegiornale; un sottile e segreto tentativo di relegare in un angolo. Secondo: l’orario un po’ selettivo, le otto e quaranta del mattino; probabilmente non il modo migliore per raggiungere il largo pubblico che forse è più interessato di quanto non credano i produttori televisivi a quelle che loro chiamano “tematiche sociali”. Terzo: il titolo di questa pagina. Solidarietà. Ma… dove sta la solidarietà del ragazzo che coltiva la sua passione per l’equitazione e riesce a vincere un secondo e un terzo posto ai campionati assoluti di equitazione, gareggiando a fianco dei normodotati? O dove sta in quella “Città del sole” costruita nel cuore dell’Umbria per offrire un luogo comodo di ferie e tempo libero? Forse non c’è. E non per cattiveria. Ma perché non necessariamente quando si parla di disabilità o di immigrazione, o di carcere o di Terzo Settore si deve essere solidali, o sociali, o non so bene quale altra definizione. Forse si può essere e fare notizia e basta. E questo può davvero bastare.

Tele Glad…30 minuti, tutti i giorni

Di Alessandra Pederzoli

Domenica 29 ottobre 2006 tra i servizi della trasmissione Report, di Rai Tre, la conduttrice e autrice Milena Gabanelli annuncia una Good news: si tratta di Tv Glad “tele contenta”, una tv danese fatta da persone disabili mentali (a esclusione dei tecnici). Il servizio di Stefania Rimini, giornalista del programma, l’intervista pubblicata sul sito e alcuni brevi articoli usciti sulla stampa specializzata (soprattutto on line), la definiscono “la prima televisione al mondo costruita e pensata in questo modo”. In questi termini, attira certo l’attenzione, perlomeno per andare a scoprire più da vicino le logiche che ne hanno determinato la costituzione e le spinte che ne organizzano quotidianamente il lavoro.
Tv Glad ha un sito (www.tv-glad.dk), strutturato in diverse sezioni nelle quali sono ben descritti il palinsesto, le puntate dei singoli programmi, i testi delle interviste giornalistiche condotte, coronate da alcune pagine contenenti le informazioni generali che la descrivono nel dettaglio. È questa l’unica sezione a essere tradotta in inglese, mentre il resto è solo in lingua danese. E da qui si ottengono preziose informazioni.
Tv Glad dunque è la prima televisione al mondo realizzata da persone disabili mentali: sono circa centotrenta le persone che vi lavorano, distribuite in sei filiali; la maggiore è quella di Copenhagen che raccoglie più della metà degli addetti ai lavori (circa settanta). I programmi prodotti vengono trasmessi in una striscia quotidiana di trenta minuti (notturna o diurna, dipende dall’emittente) in diverse televisioni locali danesi, fino a raggiungere un terzo della popolazione della Danimarca. Obiettivo imminente è quello di espandere il bacino di utenza in patria ma anche all’estero. Sono già in essere alcuni tentativi riusciti con successo; Tv Glad infatti riesce a trasmettere in diversi paesi dell’America Latina, grazie alla filiale di Madrid, e ha in corso numerose trattative per aprire studi in Lituania, Svezia, Norvegia, Spagna, Turchia, Cuba, Equador e Cina.

Libertà di espressione e di opinione
“Tv Glad vuole assicurare, incrementare e mantenere il diritto democratico della libertà di opinione e di espressione delle persone disabili mentali” – si legge nel sito – perché essere capaci di esprimere in modo autonomo la propria vita quotidiana e il saper raccontare storie, sono elementi essenziali per l’autonomia personale e per la creazione di un’identità. Il mezzo televisivo è stato scelto come strumento privilegiato, per fornire a queste persone la possibilità di comunicare il loro mondo e il mondo che tutti abitiamo, pur non sapendo né leggere né scrivere, nella maggioranza dei casi.
Il servizio mandato in onda da Report mostra bene questa caratteristica, più volte sottolineata all’interno della presentazione che si legge sul sito. Vediamo una giornalista all’opera, mentre conduce un’inchiesta sugli alcolisti. Lo fa andando a parlare con persone alcoliste in un parco di Copenhagen: non sono certo argomenti difficili a spaventare le troupe di Tv Glad! Gli operatori disabili che lavorano all’interno della testata raccontano il loro handicap alla giornalista di Report e spiegano come non sapendo leggere e scrivere, riescano a esprimersi proprio attraverso le interviste grazie alle quali possono “dire qualcosa”.
Tv Glad dunque, oltre a compiere un importante compito di natura strettamente culturale, svolge anche un’azione fortemente formativa per le persone stesse che la realizzano. Innanzitutto un’esplicita volontà di immettere questo personale nel mercato del lavoro (perché in fondo di questo stiamo parlando), proponendo loro un impiego in un settore che vi rientra a pieno titolo. Ogni mese, infatti, esiste uno stipendio che, in molti casi, va a integrare la pensione di invalidità. Non solo. Oltre a lavorare a pieno titolo nel settore delle comunicazioni televisive, tutte le persone disabili mentali che vi sono impiegate, assumono ruoli significativi e di rilievo: sono giornalisti che decidono come strutturare le interviste, le inchieste o i reportage; così come sono loro stessi a condurre, per esempio, i dibattiti o le tavole rotonde mandati in onda. Ma sono anche loro a decidere gli argomenti, le scalette e l’agenda della striscia quotidiana. Certamente è importante l’azione di supporto del personale tecnico e qualificato che si arricchisce della presenza di qualche volontario. Sono stati buoni, dunque, i risultati ottenuti finora: sia dal punto di vista “commerciale” (la striscia quotidiana infatti è vista da un grande bacino di utenza, e sta vivendo una fase di notevole espansione), ma anche e soprattutto dal punto di vista educativo per le persone disabili che vi lavorano (imparano a pieno titolo un lavoro).
È interessante concentrarsi su questo secondo aspetto che più volte gli autori del sito sottolineano: chi lavora a Tv Glad impara a fare un mestiere. Quando si pensa alla persona disabile, e disabile mentale, che sta imparando a fare un lavoro si è soliti pensare a un tipo di occupazione che abbia a che fare molto più con il concreto. Con il fare qualcosa in modo meccanico e ripetitivo, forse. Difficile pensare che la persona disabile mentale venga educata e avviata alla carriera televisiva, perché quello della comunicazione e dell’informazione è sempre un terreno delicato che si riserva ai pochi che ne abbiano le competenze.
In realtà la sfida duplice messa in atto da questa televisione danese dimostra proprio come, operando un attento lavoro sulla persona, formandola ed educandola ad aprire il proprio mondo interiore alla manifestazione dei propri interessi e alle manifestazioni del mondo, lo si operi, più o meno direttamente, sulla collettività nel suo insieme.

E gli argomenti?
Il pensare a programmi come Glad Food o Glad magazine condotti da disabili mentali è abbastanza rivoluzionario. Il primo un programma sui gusti alimentari. Sì, perché negli istituti o nei centri diurni, i disabili non hanno alcuna facoltà di scegliere il cibo e così non ne hanno mai avuto una coscienza. Non sanno in autonomia cosa preferiscono o cosa è meglio preparare; ora che i tempi sono cambiati, che molti cominciano a vivere nei gruppi appartamento, o addirittura in casa soli, diventa necessario che qualcuno sproni a questa fantasia sui gusti alimentari. Ecco il programma. Di una originalità e ironia incredibile, a pensarci bene.
Il secondo invece, un programma di dibattito sui tanti argomenti di attualità; non solo e non necessariamente legati alle tematiche o al mondo della disabilità, anzi. Essendo un programma di dibattito, sono anche ospiti esterni, esperti convocati appositamente, a parlare di temi quali l’educazione, la scuola, il mondo dell’informazione, la vita della famiglia, la cittadinanza attiva, temi legati all’andamento politico e amministrativo del paese. E, perché no, talvolta si parla anche di diritti delle persone disabili. Oppure Novotny Corner, un programma culturale in cui è soprattutto l’arte a essere protagonista, di qualunque tipo: la cinematografia, la pittura, la musica…
Quando sul sito si legge che il presupposto dal quale parte il lavoro è il riconoscimento della “normalità” di queste persone e l’affermazione del principio della liberà di espressione e di opinione, probabilmente ci si convince della positività che Tv Glad porta quotidianamente sul piccolo schermo. Tele contenta, sarebbe in italviano. Forse è contenta proprio perché cosciente, in qualità di mezzo “massa” per eccellenza, di diventarlo a pieno titolo. Nessuno escluso, dunque. Né dagli argomenti né, soprattutto, dagli studi dove, con microfono e telecamera, si arriva nelle case della gente.

La diversabilità che piace. O può piacere

Di Alessandra Pederzoli

Giunto ormai al terzo appuntamento lo Spazio Calamaio dedicato ai laboratori che hanno impegnato la mattina del 24 novembre, secondo dei due giorni di convegno “Storie di Calamai e di altre creature straordinarie: disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola”, in occasione del ventennale del Progetto Calamaio a Bologna. Tra gli altri uno di questi laboratori è stato dedicato al mondo dell’informazione e comunicazione con il titolo “Camerini, trucchi di scena: la diversabilità che piace”, condotto da Claudio Imprudente, Flavia Corradetti e Alessandra Pederzoli con la partecipazione di Nelson Bova, giornalista del Tg3 regionale, ideatore e curatore della rubrica “Abilhandicap” diventata poi “Società solidale”.
Sul filo dei contenuti che hanno accompagnato i momenti di animazione e riflessione su vent’anni di attività nella scuola e nelle realtà associative, anche il laboratorio sulla comunicazione, uno dei momenti di approfondimento tematico, ha guardato il rapporto tra mass media e disabilità sempre nell’ottica di favorire l’affermarsi di un atteggiamento culturale capace di vedere la persona disabile non come oggetto passivo di assistenza ma come soggetto attivo nella società e nella storia, promotore di cultura e cambiamenti.
Questo ha significato prendere in esame una situazione esistente e smembrarla non per coglierne le negatività e le carenze, ma piuttosto per mettere in atto una selezione e un approfondimento che invece andasse a vedere quegli esempi positivi, scoprirne i punti di forza e le strategie. Da qui la scelta di coinvolgere anche Nelson Bova che da anni lavora nel settore delle comunicazioni di massa, e che ha ideato la rubrica che fino a poco tempo fa aveva cadenza settimanale (prima il sabato poi il martedì), “Abilhandicap”, di cui oltre a essere ideatore è stato anche curatore. Una figura che ha aiutato nell’analisi di alcune dinamiche che hanno caratterizzato, e tuttora caratterizzano, questo difficile e ancora problematico rapporto tra media e disabilità.

Ma io sono bello o sono brutto?
Un inizio di laboratorio, se vogliamo, non tradizionale: la proiezione di uno spezzone video in cui i due comici di Zelig, Ale e Franz, seduti sul loro palcoscenico e non sulla solita panchina, discutono sul significato della parola diversabile, tentando ironiche definizioni per concludere rilanciando la palla a chi per primo l’ha lanciata, chiedendo a Claudio: “Ma… Claudio… per te noi siamo belli o siamo brutti?”.
Una battuta che provoca un rovesciamento di medaglia. Dopo aver condotto una gag in cui i contenuti ruotavano intorno al significato di un termine riservato a una categoria di persone, i due comici con una semplice domanda si includono nella categoria e probabilmente generano una confusione tra chi deve stare dentro e chi deve stare fuori: quel ribaltamento che provoca il sorriso.
Claudio Imprudente coglie la provocazione e, rispondendo, accoglie i partecipanti al laboratorio e introduce, in poche parole, i contenuti della mattinata. Un titolo enigmatico, da un lato, che non lascia bene intendere a quale obiettivo voglia tendere. E allora una domanda può aiutare per essere meglio introdotti nel vivo del laboratorio: come può piacere la diversabilità?
Già, perché se qualcosa diventa oggetto di una comunicazione di massa, deve essere interessante quindi, in modo più riduttivo, deve “piacere”; oppure deve fare notizia per rientrare in quei contenitori che fanno più specificatamente informazione. Ale e Franz hanno portato un esempio che rientra probabilmente più nel primo caso, Nelson Bova porta esempi della seconda specie, evidentemente.
Quindi questa disabilità per piacere, ed essere interessante, deve allargarsi per generare un ribaltamento di prospettiva. In modo un po’ diverso e con modalità certamente più giornalistiche, ma non troppo, anche il contributo portato da Bova va in questa direzione.

Mettersi nei panni di
Un altro video. Questa volta è Vito il protagonista della puntata di “Abilhandicap”: uno spazio non dedicato a raccontare grandi imprese di persone disabili o appuntamenti particolari che coinvolgono associazioni, istituzioni o quant’altro ci si aspetta sia oggetto di una rubrica di tipo giornalistico. È Vito che si siede su una carrozzina per entrare in un appartamento che finge essere casa della figlia studentessa universitaria. La ragazza saluta il padre e va a lezione, lasciando a lui in carrozzina il compito di preparare il pranzo. All’uscita della ragazza, Vito incontra tutte le difficoltà che questo ambiente domestico impone e vi si scontra. Altezza dei pensili della cucina, difficoltà a inserirsi al di sotto del piano di cottura, impossibilità di spostare la pentola dal fuoco al lavello… Insomma questo padre non riesce a cuocere nemmeno un piatto di pasta. E la puntata finisce su un primo piano dell’attore.
Non occorre aggiungere molte parole di commento e la “scenetta” di questo padre in carrozzina può bastare da sé a comunicare contenuti al largo pubblico che, in questo caso, è quello della televisione.
Un esempio di televisione certamente positiva perché mette in atto una delle strategie vincenti per parlare di disabilità: il “mettersi nei panni di”. Il vivere la condizione della disabilità e mostrarla con gli occhi di chi non la vive nella propria quotidianità: Vito solo sedendosi sulla carrozzina può riconoscere quegli ostacoli che invece fanno parte in pieno della vita di tutti i giorni della persona disabile e, così facendo li rimanda al pubblico. I telespettatori, per la maggioranza, si identificano con Vito che disabile non è e con lui vivono quel processo di immedesimazione. Probabilmente se a dover cucinare quel piatto di pasta fosse un disabile “vero”, il messaggio non passerebbe nello stesso modo e con la stessa efficacia.

Racconti di vita?
Bova va a avanti e sceglie espressamente di mostrare come anche questa strategia sia il frutto di anni di lavoro e di un percorso compiuto anche dai media per riscoprire un modo per comunicare la disabilità. Lo fa mostrando una delle prime puntate della sua rubrica e va indietro negli anni. È il racconto di una giornata trascorsa a casa di una persona disabile: una disabilità acquisita raccontata attraverso le immagini e il racconto del protagonista accompagnato dalla moglie. Il taglio assolutamente diverso, quello dell’intervista e del racconto di vita: certamente capace di mostrare una situazione al pubblico ma con tutti i limiti che il “racconto di vita” porta con sé. Quello che vediamo nella puntata, ben fatta e priva di toni pietistici o buonisti, è la condizione di questa persona. Quasi un “problema suo”. Non diventa interessante proprio perché manca la possibilità del pubblico di identificarsi con questo racconto. Rimane solo un racconto.
Un modo per facilitare questa identificazione del pubblico può essere anche il mostrare un problema non come un problema di pochi ma come una questione che riguarda tutti. Le barriere architettoniche, per esempio, se mostrate come un ostacolo per la persona disabile rimane un problema di una cerchia ristretta di persone, se mostrate invece come un potenziale appesantimento della vita di tutti, certamente diventano interessanti per tutti. Sempre nell’ottica che la vita facilitata alla persona disabile è una vita più facile e qualitativamente migliore per tutti.

Ostacoli fisici e ostacoli nella relazione
Un viaggio alla ricerca di barriere non di carattere materiale è quello mostrato con gli spezzoni tratti da una puntata di Screensaver, trasmissione di Rai 3 ideata e condotta da Federico Taddia, andata in onda il 5 dicembre 2003 a chiusura dell’anno Europeo delle Persone con Disabilità. Anche qui non si racconta la vita di nessuno e non si denunciano diritti negati o barriere alla vita quotidiana. Ma si mostra una giornata vissuta a Bologna con le telecamere nascoste, in cui si è andati cercando l’incontro delle persone con la disabilità. L’incontro diretto: provare un paio di scarpe, prenotare un pranzo di nozze, comperare le fedi, intervistare adolescenti con domande provocatorie per stimolare la loro creatività. Le barriere eventualmente mostrate sono di tipo culturale e mostrano talvolta una difficoltà che, in tutti questi casi, non è della persona disabile ma di chi invece è chiamato a mettersi in relazione con lei.
Ancora una volta si mostra una prospettiva rovesciata: è l’imbarazzo della commessa che deve inginocchiarsi a mettere un paio di scarpe a Claudio in carrozzina, è la difficoltà del ragazzo che deve decidere se quella di Claudio sia una sfida o una “sfiga”, a essere oggetto di questa comunicazione che arriva sullo schermo.
Una chiusura di laboratorio che, guardando al lavoro compiuto e a quanto mostrato e commentato, riassume sinteticamente alcuni punti forti di una comunicazione sulla disabilità che sia vincente e soprattutto efficace. Nessun diritto da rivendicare, nessuna arrabbiatura o tristezza di una vita riservata a pochi. Una disabilità che non è da pensarsi sempre e necessariamente come un oggetto di comunicazione, non “un parlare di”, ma come un punto di vista da cui guardare il mondo, un “parlare attraverso”. E questo vale per le immagini, le parole, le musiche e i colori. Di qualunque comunicazione si parli, sia essa di massa ma anche no.

Incontrare le storie, incontrare le persone: l’incontro con la persona disabile in classe

Di Giovanna Di Pasquale

L’uomo è un nodo di storie
(P. Bischel)

Le riflessioni che troverete in queste pagine fanno riferimento al lavoro sperimentato nel gruppo di approfondimento tematico su incontrare le storie, incontrare le persone, realizzato all’interno delle due giornate di studio&gioco “Storie di Calamai e altre Creature Straordinarie. Disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola”, svoltesi il 24 e 25 novembre 2006 presso l’Ex Convento di Santa Cristina a Bologna.
Le rappresentazioni interne e sociali della disabilità: le “storie” che abbiamo dentro
Quest’occasione di incontro e riflessione, nata intorno all’esperienza del Progetto Calamaio vuole affrontare e, per quanto possibile nel tempo che ci è dato, approfondire un aspetto centrale nell’esperienza di educazione, animazione, formazione “alla diversità” che in questi vent’anni il Centro Documentazione Handicap ha realizzato: il protagonismo della persona disabile e l’assunzione di un ruolo diretto attraverso l’uso della propria persona come vero e proprio strumento educativo.
Il fuoco dei contributi che sono stati portati durante il percorso di preparazione del laboratorio e dei pensieri che andiamo oggi a condividere sta nella convinzione che nel nostro lavoro e nella nostra vita siamo tutti impegnati a costruire una nuova e diversa immagine interna e sociale della persona con disabilità.
È questa una grande rivoluzione. Come già ricordava Carlo Lepri nel suo intervento sul tema della costruzione dell’identità adulta nella persona disabile: “Stiamo costruendo un’immagine nuova della persona disabile, un’immagine che in qualche modo la rappresenta come una persona, che ha innanzi tutto dei bisogni di normalità, prima che dei bisogni speciali, di riabilitazione”.
Il processo di cambiamento delle immagini mentali e sociali contiene in sé le potenzialità per un cambiamento significativo e stabile anche del ruolo delle persone disabili e pone le premesse per l’acquisizione del ruolo sociale riconosciuto.
Sono infatti queste immagini che presiedono e anticipano, almeno dentro di noi, l’incontro diretto con la persona reale. Abbiamo già incontrato le persone ancora prima di averle davanti.
Le rappresentazioni interne e sociali della disabilità, le “storie” che già possediamo delle persone disabili influiscono e per molti aspetti condizionano l’esperienza di conoscenza diretta.
Sempre, comunque, l’incontro passa attraverso il filtro dello sguardo interno, frutto di un percorso che non è solo rielaborato dai singoli ma agganciato fortemente alle strutture sociali e storiche dentro cui i singoli vivono.
L’immagine interiore e culturale della persona disabile è ciò che “pesa” dentro di noi nel giudizio-aspettativa dell’altro e sull’altro. Diventare maggiormente consapevoli di ciò permette di padroneggiare meglio questa dimensione interiore che per le sue implicazioni emotive agisce spesso sotto pelle in modo coinvolgente e, spesso, improvviso.
L’incontro diretto con la persona disabile
Abbiamo visto anche nella plenaria del convegno che l’incontro con la persona disabile viene utilizzato come un vero e proprio strumento educativo nel progetto Calamaio.
Vogliamo riprendere questa idea e rileggerla insieme per considerarne il valore e il rischio che come per tutti gli strumenti in educazione coesistono. È allora importante chiedersi: che tipo di “protagonismo”vogliamo realizzare?
Un protagonismo che è segno di testimonianza. Non modello pedagogico di come si fa a convivere con il deficit, ma presenza che è disponibile a uno svelamento alcune volte anche di ciò che non è facile da dire. Racconta Stefania Baiesi, animatrice disabile del progetto Calamaio: “Come ti sei sentita la prima volta che sei entrata in classe? Non sapevo come comportarmi mi sentivo a disagio, molto a disagio, doppio disagio. Da una parte mi sentivo a disagio proprio come fanno i bambini, né più né meno, non avevo idea di come sarebbe andata; ero nervosa e preoccupata perché sono dovuta andare a scatola chiusa, non avevo la benché minima idea di cosa sarei andata a dire. Di quello che sarei andate a fare. Durante tutto l’incontro vi era un’altra domanda che mi continuava a girare per la testa: che tipo di domande mi avrebbero fatto i bambini?
Come ho fatto poi a far fronte a questo tipo di domanda? Prima osservando, poi cercando di ascoltare, tentando di immaginare e di capire quello che avevo da dire ai ragazzi, quindi in base a questo ho capito e ho trovato le risposte che cercavo”.
Nell’incontro con una persona c’è l’incontro con la sua storia, con le sue storie.
Un protagonismo che diventa racconto di unicità e coralità a un tempo.
Lo strumento biografico è potente proprio quando riesce a coniugare l’esposizione del proprio mondo interiore con la volontà di mettersi in comunicazione con il mondo esterno, rendendo visibile l’identità della persona. È questa un tipo di visibilità ben diversa da quella mediatica: tanto quest’ultima recide i legami con il contesto per vivere di vita propria e si impone come protagonismo assoluto, quanto l’altra si alimenta di connessioni silenziose, di percorsi più sotterranei che arrivano in superficie dopo aver subito un profondo lavorio.
Si entra in classe
Il laboratorio è stata anche l’occasione per far conoscere e condividere il percorso di lavoro realizzato da Malvena Bengasini con i bambini della sua classe, 5 A della scuola “Lambruschini” di Perugia. Il progetto ha coinvolto, oltre agli alunni, anche i docenti della classe, i docenti del Circolo e la cittadinanza attraverso la realizzazione di un convegno finale dal titolo “Viaggio nel mondo della diversità tra favole e realtà”.

Struttura e articolazione dell’esperienza
Lettura in classe dei libri per bambini dell’autore disabile Claudio Imprudente: Re 33 e i suoi 33 bottoni d’oro e Il principe del lago.
Confronto e riflessioni in gruppo.
Corrispondenza con l’autore.
Rielaborazione di ciascun bambino nel proprio “Quaderno del Cuore” (strumento aperto di registrazione, lettura, relativamente a emozioni e stati d’animo).
Anche noi autori: invenzione, in piccoli gruppi, di storie sui pregiudizi (collaborazione volontari Croce Rossa).
L’autore in classe: un incontro… “Imprudente”.
Convegno pomeridiano “Viaggio nel mondo della diversità tra favole e realtà” con la partecipazione dei bambini e dell’associazione “Chefs in smoking” per festeggiare i 20 anni del “Progetto Calamaio”.

Gli obiettivi
Favorire una maggiore conoscenza di se stessi e degli altri.
Assumere la consapevolezza che ogni individuo è diverso dall’altro in quanto unico, speciale e irripetibile.
Favorire una riflessione critica su uguaglianza, diversità e giustizia.
Cogliere ricchezza e potenzialità nella differenza.
Riflettere criticamente sul concetto di pregiudizio.
Assumere consapevolezza dell’importanza dell’aiuto reciproco e della solidarietà.
Sensibilizzare il contesto verso il mondo del volontariato e verso la tematica della diversità.

La metodologia in classe
Modello nell’ottica sistemico-istituzionale:
• attenzione alla risposta e alla proposta dei bambini
• flessibilità e riorganizzazione
• apertura agli “imprevisti attesi”
• modulazioni e aggiustamenti in itinere
• lavoro di gruppo, cooperazione
• bambino soggetto attivo
• coinvolgimento delle famiglie

Collaborazione con il“Progetto Calamaio”. Perché?
La scelta è nata dalla convinzione che la specificità del “Progetto Calamaio”, il suo essere ideato, progettato e in parte gestito da persone disabili, sia elemento particolarmente efficace per veicolare la Cultura dell’Integrazione.
È la diversità stessa che testimonia in maniera concreta, immediata, forte il valore e le potenzialità che custodisce in sé, che può intaccare stereotipi e pregiudizi, spesso consolidati dallo sguardo troppo distratto, superficiale, veloce della “normalità”.
I bambini e genitori non erano al corrente della situazione fisica di Claudio Imprudente, l’autore del libro letto in classe. Attraverso conversazioni, confronto, riflessioni sul concetto di “pre-giudizio”, l’incontro diretto con Imprudente ha smascherato la differenza sostanziale tra parole e fatti, tra teoria e pratica. Ha messo bambini e adulti di fronte ai propri pregiudizi.
Ogni bambino ha intrapreso lo stesso viaggio di Giangi, il protagonista de Il Principe del lago, un viaggio di conoscenza verso se stessi e verso l’altro, che ha aiutato ciascuno a superare le proprie difficoltà, timori, paure che la diversità di Claudio ha inizialmente suscitato.

Cosa ha contribuito alla riuscita del progetto?
A livello organizzativo:
la disponibilità e i contatti frequenti con la referente del “Progetto Calamaio” di Bologna; l’assoluta sinergia e collaborazione tra docenti, associazione di volontariato e referente Cesvol del progetto “Volontariato e scuola”.
A livello educativo-formativo:
il clima relazionale che si è creato nel gruppo; il forte entusiasmo che ha animato docenti, bambini e volontari; la scelta delle insegnanti di non mettere al corrente bambini e genitori della condizione fisica dell’autore.
(Il laboratorio “Incontrare le storie, incontrare le persone: l’incontro con la persona disabile in classe” è stato coordinato da Giovanna Di Pasquale, Stefania Baiesi, Malvena Bengalini).

Bellezze in Carrozzina: il primo concorso internazionale per modelle con disabilità a Honnever

Di Massimiliano Rubbi

Ultimamente il rapporto tra disabilità e bellezza, in vario modo coniugato, sembra avere scavalcato le barriere psicologiche che fino a non molti anni fa facevano ritenere improprio l’accostamento tra estetica e handicap. L’esempio più clamoroso di questa inversione di tendenza è il successo di “MissAbility”, reality show che consiste nella competizione tra donne con “handicap visibili” e che in Olanda è risultato uno dei programmi più seguiti del proprio genere nel 2006 (con vincitrice incoronata dal Primo Ministro!), tanto che già si parla di una prossima edizione italiana, a ruota rispetto a quelle già programmate in altri paesi europei e negli USA.
Le polemiche sul reality show hanno comunque evidenziato la difficoltà, quando si associa la disabilità alla “gara di bellezza”, di sfuggire da un lato ai moralismi e ai pietismi e dall’altro allo sfruttamento commerciale di una menomazione. Un equilibrio più consolidato in questo senso risulta quello costruito da “Beauties in Motion”, concorso di bellezza organizzato dall’omonima agenzia di modelle e riservato a ragazze mannequin in sedia a rotelle, giunto nel 2007 alla quarta edizione. Quest’anno, in risposta a un interesse mostrato da alcuni dei principali media anche italiani (Corriere della Sera, RAI) a inizio aprile, si sono iscritte alla competizione ben 218 donne da 11 paesi (inclusi Italia e Canada), e le finali si terranno il 1° ottobre 2007 a Hannover.
Abbiamo parlato del concorso e di alcune sue implicazioni con Renate Weidner, una dei due ideatori.

Come descriverebbe il concorso “Beauties in Motion”?
“Beauties in Motion 2007” è un concorso di modelle per donne in carrozzina. Quest’anno, per la prima volta, è pubblicizzato a livello internazionale in tutto il mondo e pertanto è l’unico nel proprio genere.

Come è nata l’idea di un concorso per modelle in sedia a rotelle?
L’idea è nata in un caldo giorno d’estate in una gelateria. In cerca di un nuovo progetto, gli iniziatori, io e Ralph Büsing, ci siamo imbattuti nella questione dell’auto-immagine delle persone con deficit. Noi stessi siamo ambedue affetti da disabilità, per cui conosciamo l’importanza dell’argomento.

Avete apportato modifiche al concorso durante le sue diverse edizioni?
Sì, perché questa competizione non era solo qualcosa di completamente nuovo per le partecipanti. Ecco perché abbiamo sviluppato il concorso ogni anno. Nel primo anno il concorso era pubblicizzato solo per donne, nel secondo anno anche per uomini. Al terzo abbiamo lavorato per la prima volta con una coreografia professionale, e quest’anno diventiamo internazionali per la prima volta. Solo con le donne, però.

Quale sostegno avete ricevuto da istituzioni pubbliche e sponsor privati? Avete sperimentato tensioni tra la vostra concezione del concorso e opinioni diverse degli enti a supporto?
Il sostegno da istituzioni pubbliche della città o della provincia [Hannover e la Bassa Sassonia, ndr] è, per dirla nel modo più amichevole, piuttosto limitato. Partecipano principalmente per “salvare la faccia”. Gli sponsor privati sono nel nostro caso ditte che ci sostengono numerose, soprattutto finanziandoci con prodotti della loro area professionale, il che significa che un fornitore di catering dona cibo, un hotel le sistemazioni, un negozio di moda abiti… Non vogliamo nascondere a questo punto che sta diventando sempre più difficile ottenere sostegno finanziario, benché senza di esso le cose non possano funzionare bene.

Potete raccontarci qualche storia e aneddoto significativo, eventualmente anche negativo, della vostra esperienza del concorso?
Beh, all’inizio abbiamo incontrato molta incomprensione, in modo abbastanza comico soprattutto da parte di persone con deficit. Un gruppo autonomo femminista di disabili ci ha perfino minacciato con un attacco di fialette puzzolenti durante una presentazione al luna park. Ma, come si vede, non sono riusciti a spostarci dalla nostra strada.

 Nella vostra esperienza, come reagiscono le concorrenti  al fatto di  il sentirsi desiderate e osservate sessualmente, come avviene in ogni concorso di bellezza?
Il primo anno abbiamo fatto un’esposizione fotografica con le finaliste. Le immagini erano scattate da Olaf Heine, un famoso fotografo che vive e lavora negli USA. Al vernissage una delle finaliste piangeva davanti alla propria foto – era la prima volta dopo il suo incidente che vedeva se stessa come una donna.
La cosa più importante è che le donne possano fidarsi di noi. Sfortunatamente in questo campo ci sono anche “pecore nere”, che abusano del fatto che queste donne desiderino tanto vedersi come tali, e più tardi vendono le loro foto ad amelotasi [feticismo legato alle amputazioni, ndr].

Che tipo di contributo pensate che “Beauties in motion” possa apportare alla percezione sociale della disabilità?
“Beauties in Motion” sta ricevendo grande risonanza dai media. Solo attraverso questo il tema della disabilità viene portato al pubblico continuamente. Soprattutto, però, “Beauties in Motion” sta mostrando in modo impressionante che bellezza e disabilità fisica non si escludono l’un l’altra.

Reinventare il mondo a cavallo: Don Chisciotte tra l’identità spagnola e gli squarci di modernità

Di Massimiliano Rubbi

È uno dei personaggi immortali della letteratura mondiale, e l’opera che lo ritrae è stata definita dai critici il primo romanzo moderno. Don Chisciotte è una figura la cui comprensione piena ancor oggi sfida i lettori, e una delle ragioni è che il “nobile fantasioso” si trova a cavallo di due dimensioni apparentemente inconciliabili. Da un lato, il personaggio di Miguel de Cervantes raffigura l’essenza della Spagna, o a voler essere precisi della Castiglia, in un’identità tra letteratura e natura (di un popolo) che forse nessuna altra nazione può vantare – chi di voi si sente rappresentato da Renzo Tramaglino? D’altro canto, però, la follia di Don Chisciotte esprime qualcosa di universale, che però sfugge continuamente alla descrizione, in un libro che, come ha scritto Harold Bloom, “è uno specchio che riflette i propri lettori”.

Un eroe spagnolo
Una polemica ricorrente nel dibattito culturale spagnolo è riassumibile nell’opposizione “Spagna eterna” – “Spagna composita”. Uno Stato composto di 17 regioni autonome e fiere della propria diversità, ma anche l’unico Paese europeo in cui, almeno fino a qualche anno fa, si insegnava a scuola ai bambini come le popolazioni preromane della penisola fossero già “spagnoli”. La soluzione più spesso prospettata a questo dilemma è che l’identità spagnola si costruisca nella Reconquista, la fase storica che si estende dall’VIII al XV secolo in cui la penisola iberica è segnata dalla coesistenza, tutt’altro che pacifica, di regni cristiani e musulmani, fino alla cacciata dei mori da Granada nel 1492.
La Spagna, in questa prospettiva, si identifica con una sorte che per otto secoli la vede difendere in armi l’Europa dall’avanzata islamica. Il simbolo dell’essere spagnoli diventa così il cavaliere cristiano, senza paura e animato da una fede sconfinata – un’identità in cui l’ascesi religiosa, che pure troverà le sue vette sempre in Spagna nei secoli a venire, è più che temperata da una grande fiducia nelle capacità dell’uomo. Un’icona della cultura spagnola è del resto il Cid Campeador, un mercenario realmente vissuto nel XI secolo che nella leggenda, mosso dalla fede nel re e in Dio (e molto meno dai denari, rispetto alla ricostruzione storica) diviene l’eroe capace di sopportare ogni umiliazione e di riconquistare alla cristianità Valencia.
Partendo da questo contesto culturale, Cervantes costruisce un cavaliere che può rinverdire i fasti della sua tradizione solo in un mondo da lui stesso immaginato, ma che in esso fa sfoggio degli stessi valori di quella tradizione, dall’abnegazione al senso della giustizia – valori che Don Chisciotte tenta ripetutamente di instillare nel suo scudiero Sancio Panza, attraverso ragionamenti il cui buon senso delinea un netto contrasto, a volte espressamente marcato, rispetto all’illusione in cui vive. Al tempo stesso, la follia di Don Chisciotte è filtrata dai secoli di letteratura cavalleresca che lui stesso ha divorato, e anche per questo il suo movimento non è guidato da uno scopo finale preciso come poteva essere, nella storia, la difesa e la cacciata dei Saraceni, quanto piuttosto dalla necessità di trovare nuove avventure in cui misurare se stesso. Ariosto non è passato invano, anche se in Cervantes il cavaliere non cerca qualcosa che ha perso e desidera ritrovare (come Orlando Angelica, o Ferraù il suo elmo), ma trova nel vasto orizzonte di Castiglia e nei suoi astuti e curiosi abitanti gli elementi cui, sia pure nella trasfigurazione immaginaria, è indissolubilmente legato.
Per questi motivi Don Chisciotte riesce a rappresentare quant’altri (reali o fittizi) mai la storia e l’identità del proprio popolo, filtrandone la tradizione in una rielaborazione a molti livelli che tuttavia si compone fluida nell’ironia bonaria del suo narratore.

La rivincita della grotta
Fosse tutto qui, il Don Chisciotte sarebbe la riuscitissima espressione di uno spirito nazionale: un risultato certo eccezionale, ma senza l’attitudine a essere un classico e ancor meno a segnare uno spartiacque nella storia del romanzo mondiale. Per capirne l’universalità dobbiamo quindi guardare alla follia di Don Chisciotte, alla sua diversità che solo la fine può eliminare (solo sul letto di morte, e a prezzo di un rinnegamento di identità, riconoscerà: “Poc’anzi fui pazzo, ed ora sono savio, fui don Chisciotte della Mancia, ed ora non sono altro che Alfonso Chisciano il Buono”).
Nelle due parti del libro, separate da dieci anni di distanza, la relazione dei personaggi con Don Chisciotte varia sensibilmente. Nella prima parte si alternano lo stupore di chi ne incrocia casualmente la via e il tentativo di ricondurlo al senno dei suoi amici, il curato e il barbiere (il medico e l’infermiere?), che arrivano a bruciarne i libri di cavalleria per tentare, invano, di eliminare la causa della sua mania.
Nella seconda parte del libro, invece, la follia di Chisciotte è un dato accettato, anche perché nota a tutti coloro che hanno letto il primo volume delle sue vicende (anche in questo surreale sfoggio di meta-letteratura sta la modernità del testo). Di qui le burle che molti ordiscono ai danni del cavaliere, mettendolo volutamente in situazioni in cui il contrasto tra realtà e fissazione illusoria genera la comicità, che trovano il culmine nelle complesse messe in scena allestite dal Duca e dalla Duchessa, che ospitano Don Chisciotte a questo solo scopo. Anche il curato e il barbiere scendono sul piano della follia, e per riportare a casa l’amico fanno sì che il baccelliere Sansone Carrasco lo sfidi a duello, fingendosi “Cavaliere degli Specchi” e facendogli promettere che se perderà rinuncerà alla cavalleria errante (ma solo il secondo duello riuscirà nell’intento). La pazzia di Chisciotte, oggetto di derisione, di fatto domina il mondo, e come tutte le signorie finisce per generare incongruenze con il reale – tutta questa parte del libro è infatti segnata dalla percezione di Don Chisciotte di essere “incantato”, dopo che Sancio gli ha spacciato per Dulcinea una contadina trovata per caso fuori dal Toboso.
Insomma, proprio quando il mondo pare divenuto il palcoscenico per le imprese del cavaliere, lui inizia a notare le sfrangiature dei fondali. Anche per questo l’episodio chiave risulta quello della grotta di Montesinos, quando Don Chisciotte decide di calarsi in un antro in cui nessuno ha mai osato scendere. Al suo ritorno, il suo mirabolante racconto del palazzo incantato e del compito, che gli compete, di liberarlo dalla magia, non può essere contestato da Sancio, e nemmeno da Cervantes, il quale, pur marcando le distanze dall’esposizione del cavaliere (“stupefacenti cose che per la loro assurdità e enormità fanno sì che quest’avventura sia ritenuta apocrifa”), si guarda bene dal rivelare cosa sia realmente avvenuto nella grotta. Ritorna perciò il contrasto apparentemente insanabile che Sancio così esprime: “Come mai può egli darsi che un uomo che sa dire tante e sì buone cose come quelle che ha ora dette il mio padrone, vada poi raccontando di aver veduti quegl’impossibili spropositi della grotta di Montesinos?”
La monomania di Don Chisciotte emerge qui come quello che è sempre stata: il tentativo di dare un ordine al mondo – appunto, un ordine e uno solo, che quando si allinea alla sapienza del mondo appare buon senso, mentre quando se ne distacca risulta pazzia. Quando, nell’incontro con la falsa Dulcinea, si aprono crepe nell’ordine della “cavalleria errante”, la grotta offre l’occasione per instaurare il nuovo ordine dell’“incantamento”, perfettamente coerente nella letteratura cavalleresca con il primo, e che segnerà tutte le avventure seguenti (e le successive canzonature). Ma l’ambientazione dell’episodio non può che richiamare alla mente, seppure con una ambigua inversione, uno dei testi fondativi della civiltà occidentale: il mito della caverna di Platone, e in particolare l’esito secondo cui l’uomo che guarda fuori dalla caverna sarà deriso e minacciato dai compagni quando tenterà di convincerli a uscirne per vedere “lo splendore del vero”, e tuttavia non potrà più limitarsi alla comprensione delle ombre. Il rischio che il cavaliere della Mancia corre più volte di essere pestato a morte da coloro con cui viene a contatto sembrerebbe la versione picaresca di questo eterno contrasto tra chi guarda lontano e chi riesce a guardarsi solo le punte di piedi troppo piantati sulla terra.

Romance e romanticismo
La lettura romantica del Don Chisciotte lo interpretò come un eroe in grado di riscattare la mediocrità del mondo in cui vive, fatto di locandieri avidi e contadine volgari, tramite la propria immaginazione che rimanda ad alti ideali (mentre Sancio, in contrapposizione, rappresentava il simbolo della bassezza). La pazzia, nella mentalità romantica, è del resto il grimaldello con cui superare l’esistente e dunque il sale del vero artista, che attraverso la propria irrazionalità marca la distanza dal mondo borghese in cui è condannato a vivere.
La critica più recente, a partire da Miguel de Unamuno, ha ampiamente rivisto questa lettura schematica del capolavoro di Cervantes, ma qualche elemento ne va forse conservato. In senso più moderno, il fascino di Don Chisciotte sta nella sua capacità, di fronte al senso di insoddisfazione per una vita inerte da piccolo nobile di campagna, di costruire una terza via tra il cambiare il mondo e l’accettarlo così com’è: ricostruire il mondo con la propria fantasia, accettando di giocare fino in fondo il proprio ruolo in quel mondo. In un senso ancor più moderno, d’altronde, il testo di Cervantes segna la rottura del rapporto della letteratura con la realtà e la frantumazione dei punti di vista (così Michel Foucault): se è così, ha ancora senso parlare di “mondo”, e di “saper stare al mondo” come discrimine tra la normalità e la follia? A 400 anni dalla sua stesura, il discorso sulla diversità, la follia e la realtà di Don Chisciotte della Mancia è non solo attualissimo, ma ancora in larga parte da scrivere.

Lettere al direttore

Risponde Cluadio Imprudente

Caro Claudio,
seduzione, allora? Ma certo! Martina ti aveva inoltrato il mio post al forum della Sotis, vero?
Non male l’immagine della frutta. Partecipo anch’io al gioco: per me, scelgo la zucca. È un frutto dal colore caldo, ma non vistoso; apparentemente anonima e un po’ dimessa, ha la proprietà alimentare e culinaria di essere un ingrediente ottimo se abbinato ad altri, dei quali esalta e trasforma il gusto; è multiforme e flessibile, ma la riconosci sempre; rimane inconfondibile, e dà un’impronta speciale ai piatti con cui è preparata. Si sposa ai sapori salati e a quelli dolci, alla cannella come all’alloro, alla noce moscata e all’amaretto. Per palati raffinati… come io mi pregio di essere, modestamente. 🙂 Ciao, noce!
Un saluto dalla zucca Paola

Cara Paola, pochi giorni fa, nel recarmi a Padova per un convegno sui trent’anni dalla Legge 517/77 sulla integrazione scolastica, sono passato da Ferrara. Ferrara, quanti ricordi! Mia mamma, infatti era di questa piccola chicca di città. L’unica città in Italia dove ci sono più biciclette che macchine, la città con più “erre” e meno frenesia. La piazza Estense è dominata da un castello che farebbe invidia anche a quello della Walt Disney. Ma la cosa più affascinante del castello è il fossato d’acqua che pullula di pesci rossi, grazie alle briciole che i bambini si divertono a gettare loro. Quando scende la sera il castello è pervaso da un’atmosfera romantica, e diventa un ottimo scenario per una cenetta a due. Non si può fare a meno di ordinare un piatto tipico ferrarese, i tortelloni di zucca, con il loro gusto dolce misto al sapore speziato di noce moscata. Parafrasando Pupo: “Tortello profumato dolce un po’ speziato, il tortello profumato”. Ma che buoni! È proprio vero che in quel contesto la zucca diventa molto seduttiva. E questo rafforza una riflessione che ho fatto anche nel mio libro C’è ancora inchiostro nel Calamaio! (Edizioni Erickson, 2006): e cioè che la seduzione è una questione di contesto. Mi autocito: “È questo il segreto [della seduzione]: anche nel mondo della disabilità è necessario uno sforzo per modificare i contesti e far emergere quel potenziale seduttivo che in altre circostanze risulta oscurato o inesistente. Uno sforzo che coinvolge non solo i disabili ma anche tutti coloro che convivono con la disabilità e ne sono interessati a livello familiare, lavorativo e di gruppo sociale”. Insomma, a seconda del contesto la zucca può essere sinonimo di poca intelligenza, ma anche di grande seduzione. E che dire, fatti una cenetta al lume di… zucca.

Ciao Claudio,
sono una “giovane” lettrice del Messaggero di Sant’Antonio.
Da quando ho cominciato a leggere i tuoi articoli ho assaporato il gusto della riflessione che purtroppo – da tanto tempo – nessuna lettura giornalistica mi dava. Quindi voglio ringraziarti di vero cuore per la tua umiltà e sapienza, qualità che insieme formano la SAGGEZZA. Spero che nel Messaggero del prossimo anno io possa continuare a leggere i tuoi articoli, magari trovandoli prima delle rubriche per la casa!
Buon lavoro, Rosa

Oh Rosa,
come puoi immaginare, nella gestione delle mie rubriche ho bisogno dell’aiuto di un fedele collaboratore che scriva ciò che io detto attraverso la mia lavagnetta. Non appena ho scelto la tua e-mail per la rubrica “Lettere al direttore”, il volto della mia collaboratrice, carino e serio, si è trasformato in un ghigno fantozziano. Il fatto è che dopo quasi un anno di lavoro insieme ha imparato a conoscermi, e sa che prima di giungere alla stesura finale di un articolo, che ai lettori sembrerà piuttosto acuto e intelligente, c’è un retroscena fatto di battute a volte stupide, frasi senza senso, elenchi di sinonimi e contrari, ricerche su internet, barzellette, citazioni da film, comici e canzoni, luoghi comuni… Insomma, dietro a ogni pezzo c’è un cocktail di risate, per lo meno fino a che non sopraggiunge un’illuminazione, e allora l’articolo prende corpo e consistenza. Così le mie “perle di saggezza”, come dici tu, nascono in realtà dal nulla, dalla creatività che si sviluppa dalla interazione con chi sta lavorando con me in quel momento, da notizie che hanno stuzzicato la mia fantasia e, ovviamente, dalle riflessioni che voi lettori scegliete di condividere con me. Dice il saggio: chi è l’ultimo… chiuda la porta.

Caro Claudio
il nuovo anno non è iniziato nel migliore dei modi riguardo alla cultura e alla disabilità, la quale ha subito nel giro di pochi giorni un paio di scosse regressive impressionanti… la prima riguarda la notizia linguistica di una nuova parola, coniata da poco e per fortuna ancora non tanto diffusa… ma il dato è preoccupante perché la lingua, o meglio, il nostro linguaggio rappresenta la nostra visione del mondo, esprime le nostre emozioni i nostri sentimenti le nostre paure… e la parola coniata ha molto a che fare con la paura… il termine è “handifobia” e indica la paura di rapportarsi con la disabilità o anche la paura di essere soggetto a una disabilità (anche solo a livello di pensiero)… dunque il dato certo è che la disabilità fa ancora paura… e questo a dispetto della tanto blaterata e – dico io – immaginifica apertura della cultura alle istanze integrative e di accoglienza… una volta mi è capitato di leggere i risultati di una ricerca sociologica fatta pare nel 2002… i risultati evidenziavano una netta discrepanza tra le posizioni dichiarate, le affermazioni di principio, e le resistenze inconsce che determinano i comportamenti… ecco. questo scarto sta alla base della formazione della parola “handifobia”: a livello formale tutti si conformano al buonismo politicamente corretto, a livello informale però operano quelle resistenze inconsce che sovvertono le posizioni dichiarate… Dunque l’handicap fa ancora paura… questo assunto è alla base della seconda scossa che ha subito la cultura della disabilità che noi tanto faticosamente abbiamo contribuito a diffondere… l’handicap fa così tanto paura da indurre i genitori (?) di una ragazza disabile americana a intraprendere una complicata terapia genetica che inibisce lo sviluppo evolutivo naturale… così grazie a questo trattamento di eugenetica avremmo una “eterna bambina”… ma questo è progresso? ma quando era il nazismo a fare trattamenti scientifici di questo genere sempre sui disabili, la cosa era deprecabile e abominevole… Adesso che è la grande civiltà democratica americana a fare queste cose, si tratta di un progresso scientifico… no, Claudio… questo è il trionfo del nichilismo che porta al regresso affettivo… per me è inconcepibile questo impoverimento affettivo della nostra civiltà… non siamo in grado di provare affetto neanche per un figlio, si ha paura delle conseguenze che la disabilità può comportare e prendiamo la decisione di comodo di eliminare la disabilità, e non affrontare di petto la situazione, chiamare i problemi per nome, diffondere una cultura solidale… questo per me è bieca rinuncia alla vita…
Ciao Claudio e, mai come in questa occasione è valido il tuo saluto: “Buona Vita”

Questa tua lettera mi offre l’occasione di parlare di un argomento che da un lato mi è molto caro mentre dall’altro è davvero “scottante”.
L’handifobia, la paura del diverso, le paure in generale hanno bisogno di essere chiamate per nome: se il nemico è sconosciuto non lo si può combattere, è solo riconoscendolo che ci si può armare per sconfiggerlo. Questa tua lettera mi fa venire in mente un pezzo di un capitolo del mio ultimo libro: C’è ancora inchiostro nel Calamaio!, che fa proprio al caso nostro riguardo a questo argomento. Nel capitolo “Pirati e Corsari” mi sono soffermato sulla differenza fra le due categorie: i pirati sono i predoni del mare, ovvero quelli che operano senza una legge precisa, con il solo scopo di arricchirsi; i corsari invece erano autorizzati a depredare il nemico da uno stato o da un sovrano, potevano quindi considerarsi dei combattenti regolari. Nel nostro viaggio per raggiungere il tesoro nascosto che è l’integrazione dobbiamo affrontare tutte le insidie nascoste del mare: i corsari altro non sono che le nostre sovrastrutture, i preconcetti e i pregiudizi sedimentatisi nella nostra cultura, mentre i pirati rappresentano le nostre chiusure individuali, le nostre paure e il nostro imbarazzo di fronte a realtà che ci spaventano e ci turbano. I corsari e i pirati ci ostacolano nel raggiungimento del tesoro, ci attaccano e ci minacciano, rallentano il nostro cammino in modo spesso subdolo, nascondendo la bandiera nera che li identifica. Sono come le nostre paure che possono paralizzarci improvvisamente o restare latenti dentro di noi. Restare in balia delle paure vuol dire rinnegare la vita, annichilirsi, produrre morte: ecco a cosa fa riferimento il teschio sulla bandiera nera! Ma allora come fare per arrivare indenni al tesoro? Esiste un solo modo: chiamare i pirati con il loro nome, che significa prenderne coscienza e fronteggiarli. Se scopriamo che un pirata si chiama Francis Drake, immediatamente la paura che nutriamo nei suoi confronti inizia a scemare. Se qualcuno mi guarda e prova imbarazzo senza riuscire a dare un nome a questa sensazione il suo disagio diventa invincibile. Se un insegnante non trova il modo di valorizzare le capacità di un alunno la situazione diventa insostenibile per entrambi. L’educatore è colui che chiama e insegna agli altri a chiamare le cose con il loro nome. Navigando nel mare dell’educazione si possono sconfiggere pirati e corsari. Certo, il mare dell’educazione non è sempre calmo, anzi! A volte è agitato da burrasche e venti furiosi, ma non dobbiamo temerlo: un vero educatore si fa cullare dalle onde e non si lascia sopraffare dall’ansia. Solo compiendo questo percorso di riconoscimento delle nostre paure, se impediamo a pirati e corsari di depredarci, possiamo finalmente raggiungere il nostro prezioso scrigno.
Che altro dire… Adesso sta a ognuno di noi aprire questo prezioso scrigno e condividere il tesoro dell’integrazione anche con quelli che non comprendono il senso profondo di questa traversata. Vento in poppa a tutti!

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Ciao Claudio,
mi chiamo Marlon, sono un bambino a cui piace molto leggere.
Ho letto il tuo libro “RE 33”, che mi è stato regalato dalla mia carissima amica Ilaria che tu conosci bene.
Il libro mi è piaciuto molto sia per la storia sia come è scritto e anche per le illustrazioni.
Mi è piaciuto come Re 33 ha capito che tutti (uomini e animali) devono essere liberi e che è importante rispettare i diritti di tutti specialmente dei bambini.
Vorrei chiederti se da piccolo tu volevi fare lo scrittore perché anche io vorrei scrivere racconti e poesie.
Ti scrivo due poesie che ho scritto per il S. Natale.
Ciao a presto
Marlon

BABBO NATALE
La luna va su
il sole va giù
e
Babbo Natale
sale
scende
dalle scale.

GESU’ BAMBINO
La luna va giù
il sole va su
e
Gesù Bambino
scende
nel mio cuoricino.

Caro Marlon,
la tua lettera e le tue poesie mi sono piaciute così tanto che io, Re 33, ho deciso di risponderti personalmente. Ti sei mai chiesto che cosa si direbbero Babbo Natale e Gesù Bambino se si incontrassero per le scale? Chi dei due salirebbe e chi scenderebbe? Ma poi Babbo Natale e Gesù Bambino si conoscono? Ma se si conoscessero sarebbero in concorrenza? Oppure si porterebbero i regali a vicenda? Ora la smetto di fare domande e cerco di risponderti: non so se Claudio da bambino avesse già chiaro ciò che avrebbe voluto fare da grande, so solo che quando è venuto il momento di scrivere la mia favola tutto gli è stato chiaro. Claudio mi dice sempre che per lui scrivere storie è una cosa molto importante poiché raccontandole si può cambiare la cultura. Vedi caro Marlon, un bambino come te ha bisogno di sognare, e un bravo scrittore-educatore è colui che trasforma i sogni in bisogni da realizzare. Perciò non dimenticarti mai di sognare! In un sogno una scala può trasformarsi in una fisarmonica che, a seconda del ritmo della musica, allunga e accorcia le distanze fra Babbo Natale e Gesù Bambino che salgono e scendono. (Claudio però preferisce gli scivoli alle scale… questione di gusti!). Il lavoro dello scrittore, quindi, è proprio quello di far sognare la gente così da trasformare tutte le scale in fisarmoniche in modo che tutte le persone che salgono e scendono si possano incontrare e parlare prendendo esempio da Babbo Natale e Gesù bambino. E che dire…

Non si corre sulle scale
suggerisce Babbo Natale
scendi invece pian pianino
come fa Gesù Bambino.

Scrivimi ancora, tuo Re 33

Buonasera,
mi presento: sono Concettina e scrivo da Salerno. Ho letto il suo articolo per caso a Lucera a casa dei miei genitori assidui lettori del Messaggero di S. Antonio. Di solito non finisco mai di leggere un articolo ma il suo mi ha colpita particolarmente in positivo. È bellissimo. Sono stupende le cose che lei ha scritto. Non ho potuto fare a meno di pensare in auto, nel viaggio che mi portava a casa dopo le vacanze di Natale, che frutto fossi. Alla fine sì l’ho trovato e saperlo mi ha aiutato a capirmi. Mi definirei un kiwi. Sì, un kiwi, perché? Ho meditato su me stessa, sembro apparentemente scostante, difficile da trattare. In effetti un po’ lo sono ma dentro sono dolce e acida allo stesso modo. Sì io sono proprio così, a volte dolcissima, a volte acidissima. È bello ciò che ha detto sulla noce e sulle noccioline dell’aperitivo… L’apparenza inganna a volte. Ciò che conta è il frutto dentro. Grazie per avermi fatto capire tante cose su me stessa e sugli altri. Spero di risentirla. Parlare con lei sarebbe stupendo. Distinti saluti,
Concettina

Che bello ricevere delle lettere così “fruttuose”! Da quando ho una rubrica anche sul Messaggero di S. Antonio mi arrivano una valanga di lettere da tutti i frutti del mondo! L’articolo colpevole di questo tormentone è “La seduzione” legata al mondo della disabilità. Vedi cara Concettina, per me la seduzione della diversabilità si può paragonare alla noce perché essa è apparentemente poco attraente: il guscio è duro e rugoso, e per aprirlo ci vuole sempre uno schiaccianoci. Parafrasando, lo schiaccianoci rappresenta l’educatore che con i giusti mezzi può rompere il guscio e far emergere le diverse personalità. Chissà quanti educatori si sentono schiaccianoci? Credo che il trucco sia proprio quello di percepirsi come uno strumento utile a far emergere l’identità, perché solo riconoscendosi in essa si diventa seducenti. Mi ricordo che quando ero piccolo durante i pranzi di Natale o di Pasqua c’era sempre un momento di panico generale: quando mia mamma metteva in tavola le noci… Ma dov’è lo schiaccianoci? Senza di esso il pranzo era come dimezzato. Tralasciando il fatto che se mangio una noce come minimo mi strozzo, questo è un esempio lampante della grande importanza del ruolo dell’educatore.
E se mettiamo in tavola le noci assieme ai kiwi? Tutto è ancora più interessante perché i gusti di uno esaltano quelli dell’altro… Secondo voi perché hanno inventato la macedonia?

Salve,
mi chiamo Veronica ho 26 anni e in aprile finirò il mio percorso di studi in “logopedia”; sono abbonata da poco alla sua rivista “HP-Accaparlante”, è stato per me un immenso piacere conoscerla sabato 2 dicembre ad Handimatica… mi ha colpito moltissimo il suo “Elogio alla lentezza” che rileggo kontinuamente sul mio block notes e che “vorrei” inserire, se me lo consente, nella mia tesi; alla fine della giornata di sabato sono stata molto male, amareggiata e delusa da “società” che si definiscono all’avanguardia per quanto riguarda la comunicazione, e poi si smentiscono immediatamente nel corso di un seminario, pronunciando: “Bhe se xx usasse sempre e solo l’etran per parlare ci metterebbe 1 secolo…”, e immediatamente mi sono ritornate in mente le sue parole del suo intervento di qualche ora prima… e mi chiedevo: “la logica della lentezza???”. Inoltre amareggiata in quanto su tutta la bibliografia relativa alla C.A.A. ci sono tantissimi riferimenti ai segni, ai gesti, e invece poi smentiscono anche questo, dicendo che un bambino non deve “segnare”, non può, neanche se a lui rimane più semplice, utilizzare il linguaggio dei segni perché non è condiviso…, ma tabelle e ausili vocas.
Ho fatto immediatamente un paragone logica lentezza-linguaggio dei segni!! Ho sbagliato alla grande?
Sto facendo una tesi sull’utilizzo della lingua dei segni in un ragazzo con paralisi cerebrale, lui viene da anni e anni di logopedia classica, e da una serie di tutte quelle nuove bellissime “artiterapie”, (fallimentari, senza senso)… avendo delle difficoltà di motricità fine i suoi segni sono logicamente non identici e fluidi come quelli di una persona sorda, ma finalmente ora COMUNICA con la mamma e con la propria famiglia avendo riacquistato fiducia in sé, si comincerà un lavoro sulla scrittura con simboli e tabelle. Giorni fa la mamma lo accompagna e con le lacrime agli occhi ci dice: “ieri siamo andati al mercato e per la prima volta Federico ha potuto esprimere un suo parere segnando “bambola compro nonna”. Ha espresso un concetto che tramite tabelle e ausili vari avrebbe impiegato 4-6 mesi per esprimere!!!
Tutto questo per dire che invece di essere aperti a nuovi orizzonti, a nuove modalità, a scambi, mi sembra che alcune società abbiano il monopolio assoluto su sistemi di comunicazione, e non riesco a capire perché non appena nomini “linguaggio dei segni” e/o “gestualità” sei fatta immediatamente fuori!!!!!!!
Mi scusi tanto per il disturbo, ma dato che nessuna delle persone “normodotate gravi” presenti negli stand mi ha saputo e /o voluto rispondere, vorrei se possibile girare la domanda a lei.
La ringrazio
Cordiali Saluti

La prima volta che ho sentito parlare della logica della lentezza è stato quando nel mio mangiadischi (ormai oggetto d’antiquariato) ho messo il disco di Bruno Lauzi e ho ascoltato “La tartaruga”.
Riascoltandola poi negli anni mi sono sempre più convinto che questa canzone è davvero un inno alla lentezza. La tartaruga che un tempo era un animale che correva a testa in giù e filava via come un siluro, più veloce di un treno in corsa, dopo un incidente rallentò e… si accorse andando pian pianino di moltissime cose che non aveva mai notato: “un bosco di carote, un mare di gelato e un biondo tartarugo che ha sposato un mese fa”.
A parte il fatto che il biondo tartarugo fa impazzire pure me (de gustibus non disputandum est) è proprio vero, dovremmo recuperare la lentezza come un valore, è proprio importante in un mondo che va ai mille e mille all’ora. Il ruolo della diversità ha questa funzione: di mostrare che ci sono diversi tipi di velocità e andature. La lentezza può in questo senso diventare una risorsa. Il saper rallentare, il saper guardare ti dà la possibilità di cogliere delle occasioni che correndo troppo non vedresti neppure. Diciamoci la verità: le riprese alla moviola sono molto più affascinanti di quelle normali perché si possono vedere tutti i particolari, le espressioni, le gocce di sudore, gli sguardi…
Quindi basta scoprire un bosco di insalata e un mare di frittata che subito un biondo tartarugo sposa la logica della lentezza.

8. Sitografia

Di Domenico N., “Aspetti sociali della disabilità”, in PubbliAccesso.gov.it, www.pubbliaccesso.gov.it/biblioteca/documentazione/disabili_societa/inquadramento/aspetti_sociali.htm
Fata A., “La qualità nella formazione a distanza”, in Human Trainer.com, www.humantrainer.com/articoli/anna_fata_qualita_formazione_a_distanza.html
Oppo M. N., “L’ironia che rende uguali”, Pubblicità Italia, in www.pubblicitaitalia.it/news.asp?id_news=31891, 2006
Osservatorio e-learning 2006 Aitech-Assinform, E-learning in Italia: una strategia per l’innovazione imprese, pubblica amministrazione, scuola, università, in www.anee.it/anee/osservatorio.htm#0, 2006
PubbliAccesso, “Il Rapporto: Tematiche emergenti”, in Quaderno n. 20 Rapporto 2005, www.pubbliaccesso.gov.it/biblioteca/quaderni/rapporto_2005/parte_13.htm
Trentin G., “Il rapporto costo/qualità nella formazione in rete”, Form@re, in http://formare.erickson.it/archivio/novembre/2trentin.html, 2oo1
Trentin G., “Il rapporto fra qualità e interattività nella formazione in rete”, Form@re, in http://formare.erickson.it/archivio/novembre/1trentin.html, 2001

7. Bibliografia

Arcuri L. (cura di), Percezione e cognizione sociale. Manuale di psicologia sociale, Bologna, Il Mulino, 1995.
Ausilioteca AIAS Cd-rom progetto Future, Soluzioni per l’inserimento lavorativo: gli ausili tecnologici per disabili motori, Bologna, 1999.
Bertini P., “L’accessibilità per tutti. Necessaria e possibile? Intervista a Patrizia Bertini”, in L’accessibilità di internet. Diversabili in Rete (a cura di Ghiretti A.), Parma, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, 2003.
Calzecchi Onesti R. (a cura di), Odissea, Rocca di San Casciano, CDE spa-Milano, 1997.
Canevaro A., Il bambino che non sarà padrone, Milano, Emme Edizioni, 1975.
Canevaro A., Handicap e Identità, Bologna, Nuova casa editrice, 1986.
Canevaro A., Balzaretti C., Rigon G., Pedagogia speciale dell’integrazione. Handicap: conoscere e accompagnare, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1996.
Canevaro A., Goussot A., La difficile storia degli handicappati, Roma, Carocci, 2000.
Canguilhem G., Il normale e il patologico, Torino, Einaudi, 1998.
Ghiretti A., Le barriere di Internet. Diversabili in Rete, Parma, Università di Modena e Reggio Emilia, 2003.
Grassi C. (a cura di), Rapporto sulla Commissione interministeriale permanente per l’impiego dell’ICT a favore delle categorie deboli o svantaggiate, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’innovazione e le tecnologie, 2005.
Rabbi N., Disabili 1.0 – Servizi, relazioni sociali, barriere: Internet per i disabili, “HP-Accaparlante” n. 1-2005, Trento, Edizioni Erickson, 2005.
Thompson J. B., Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, Bologna, Il Mulino, 1998.

6. Ulisse incontra Nausicaa

Ciò detto, uscìa l’eroe fuor degli arbusti,
e con la man gagliarda, in quel che uscìa,
scemò la selva d’un foglioso ramo,
che velame gli valse ai fianchi intorno.
Quale dal natìo monte, ove la pioggia
sostenne e i venti impetuosi, cala
leon, che nelle sue forze confida;
foco son gli occhi suoi; greggia ed armento
o le cerve selvatiche, al digiuno
ventre ubbidendo, parimente assalta,
né, perché senta ogni pastore in guardia,
tutto teme investìr l’ovile ancora:
tal, benché nudo, sen veniva Ulisse,
necessità stringendolo, alla volta
delle fanciulle dal ricciuto crine
cui, lordo di salsuggine com’era,
sì fiera cosa rassembrò, che tutte
fuggîro qua e là per l’alte rive.
Sola d’Alcinoo la diletta figlia,
cui Pallade nell’alma infuse ardire,
e francò d’ogni tremito le membra,
piantossegli di contra e immota stette.
[…]
“O forestier, tu non mi sembri punto
dissennato e dappoco”, allor rispose
la verginetta dalle bianche braccia.
[…]
Tal favellò Nausica, e alle compagne:
“Olà”, disse, “fermatevi. In qual parte
fuggite voi, perché v’apparse un uomo?
Mirar credeste d’un nemico il volto?
Non fu, non è: e non fia chi a noi s’attenti
guerra portar: tanto agli dèi siam cari”.
(Libro Sesto)

Le ancelle di Nausicaa tremano davanti a Ulisse vedendolo nudo e selvaggio. Nausicaa invece rimane ad ascoltare quello che Ulisse vuole dirle.
Spesso l’arte e il mondo dei mass media, la pubblicità progresso e di utilità sociale, la televisione in generale o i giornali, ci hanno fatto riflettere; a volte ci hanno colpito quando non volevamo stare a sentire; altre volte siamo rimasti scandalizzati o sconvolti per come hanno trattato un argomento o un problema.
Quando Caravaggio dipinse ed espose la sua prima natura morta, quella con la “mela bacata” per intenderci, fece scandalo. Così come spesso fecero scandalo molti dei suoi quadri. Era l’epoca della Controriforma e del Concilio di Trento, tra il ’500 e il ’600. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, fu l’artista che più rappresentò il realismo (o naturalismo). La sua fu una vera e propria rivoluzione pittorica che dimostrò la forza che poteva avere una rappresentazione esatta della realtà, senza alcuna trasfigurazione o aggiustamento. Caravaggio infatti abolì dalla sua pittura qualsiasi “trasfigurazione”: la realtà rappresentata nei suoi quadri appariva così come in effetti era. Per il pubblico del tempo fu una cosa sconvolgente.

Arte o spettacolo?
Più recentemente (era il 2003), sollevò non pochi clamori la decisione di collocare a Trafalgar Square, a Londra, Alison Lapper pregnant, una scultura in marmo italiano dell’artista inglese Marc Quinn che rappresentava una donna, Alison Lapper appunto, nuda, incinta e focomelica.
Per i sostenitori di Marc Quinn, quell’opera esprimeva il suo potenziale prima di tutto nell’offrire una rappresentazione fiera e senza compromessi di una donna focomelica. Marc Quinn rappresentò una donna sensuale e fertile, senza atteggiamenti vittimistici. Secondo Donato Ramani, di Jekyll. Comunicare la scienza, la figura di Quinn appariva forte e carnale, “scandalosa solo perché distante dall’immagine rassicurante di una disabilità innocente edasessuata”.
A difendere l’arte di Marc Quinn c’era anche il controverso fotografo Oliviero Toscani che così commentava: “Una ragazza focomelica è una realtà della vita che crea un problema a chi non vuole vedere ciò che la realtà ci dà. Anzi, per quanto mi riguarda, eliminerei tutti i monumenti ai grandi personaggi della storia, che per la maggior parte sono degli assassini trasformati in eroi, per sostituirli con personaggi come la Lapper che fanno parte, loro sì, della vita vera”.
La foto di Alison, dalle braccia mutilate e gambe malformate, fu ripresa dalla copertina di “Panorama” del 26 giugno 2003 . All’interno del giornale vi erano anche “la donna barbuta”, “le gemelle siamesi”, “l’uomo tronco”, “l’ermafrodito” e “l’uomo lupo” ritratti nel servizio fotografico di Gérard Rancinan. L’obiettivo era di celebrare l’anno europeo delle persone disabili con storie vere.
Anche in quel caso, così come a Londra, non si fecero attendere le proteste. Questa volta però arrivarono proprio da quel mondo che avrebbe dovuto, invece, trovare appropriata la scelta del giornale. Furono persone con disabilità ad attaccare “Panorama” accusando il settimanale di spettacolarizzare la deformità a fini commerciali.
Le stesse accuse – creare scandalo appositamente per puri fini commerciali – spesso si sono ripetute anche contro molte delle campagne del fotografo Oliviero Toscani. Di Toscani, tra le sue numerose produzioni, ricordiamo i bambini disabili griffati “Beneton” dell’istituto per handicappati di Ruhpolding. Anche in quel caso le foto sollevarono un po’ di discussioni, se non proprio un’alzata di scudi, come avvenne invece in Inghilterra. C’è chi difese Oliviero Toscani affermando che quella era una campagna di sensibilizzazione, chi al contrario lo attaccò. Le contrastanti sensazioni di fronte a quelle immagini apparse nel lontano 1998 sono ben riassunte in un intervento della scrittrice Clara Sereni, apparse allora nelle pagine de “Il Manifesto”: “Contrariamente a quanto è successo in Gran Bretagna, la nuova campagna di Oliviero Toscani per Benetton, tutta giocata sugli ospiti di un istituto-modello per handicappati, non ha prodotto da noi particolari polemiche e turbamenti. […] non c’è polemica perché le immagini raccontano un mondo in cui la diversità ha diritto alla moda. […] Ipotesi cattivista: in gioco ci sono i buoni sentimenti assolutori, quelli che fanno dire a più d’uno che gli handicappati sono angeli, in quanto tali diversi irrimediabilmente. Dunque da rinchiudere, per il loro bene naturalmente, in un apposito paradiso, eventualmente rappresentato da un istituto di suore sorridenti e caritatevoli. Lontano dagli occhi, lontano dalla ragione, lontani da un’interazione vera con una società che tende a cancellarli, ma vestiti Benetton come noi, spastici autistici e Down possono essere nient’altro che un mezzo di contrasto per confermarci normali”.
Forse quello che disturba nell’arte di Toscani, oltre alla crudezza nella rappresentazione del reale (non è il caso di questi bambini, ma di altre campagne come quella sull’AIDS ad esempio) è il fatto che ai tempi in cui lavorava per l’azienda Benetton utilizzava per i suoi messaggi un “veicolo commerciale”. I manifesti, le inserzioni sui giornali, recavano il marchio di una azienda che vende abiti. Era pubblicità e l’intento della pubblicità generalmente è vendere, non far riflettere o sensibilizzare. Era, quella di Benetton e Oliviero Toscani, un caso anomalo di “pubblicità sociale/progresso”? Quelle campagne pubblicitarie davvero potevano diffondere tematiche e stimolare riflessioni sui problemi reali e allo stesso tempo far vendere un’azienda? Quanto queste due anime (sociale e commerciale) possono davvero convivere e non danneggiarsi l’una con l’altra?
All’indomani dell’apparizione di quelle foto sui giornali una giornalista, Cristina Barlera, così commentava: “Certo il mercato e la pubblicità non hanno riguardi: inventano, propongono, cercano di sbalordire e di emozionare per quello che è il loro obiettivo, vendere […]. Ma più che il cinismo della pubblicità e della moda, questa vicenda porta allo scoperto l’atteggiamento della gente nei confronti dell’handicap. Quello che stride, che stupisce e che fa male è proprio la meraviglia, lo sconcerto, il clamore, l’enfasi e la risonanza data dai media […]. Sfilano e appaiono tutti su giornali e reti televisive: […] Ma gli handicappati no, non possono: a loro quei territori sono vietati. Perché non corrispondono ai modelli di bellezza e di intelligenza che la società si è costruita e che continua a inseguire. Perché l’handicap nell’immaginario comune significa solo dolore. Invece ciò che colpisce di quelle foto sono l’innegabile felicità di un gruppo di bambini […] immagini che risultano molto più vere di quelle dei bambini della pubblicità delle merendine o delle modelle diafane prive di espressione”.
La giornalista metteva in evidenza come la gente, fruitrice di quella pubblicità, ha reagito. Il messaggio è stato dato: quali sono state le riflessioni e gli atteggiamenti della società?
Si entra qui nel difficilissimo campo della definizione di arte e di comunicazione e del confine tra arte e comunicazione. Sempre Toscani, in un’intervista rilasciata a Arte.it, afferma: “Si crede che la comunicazione sia il cavalier servente della spinta al consumo. In realtà le cose non stanno così. La comunicazione è una forma moderna di azione culturale. Cosa fa un giornale? Un giornale usa immagini e parole per informare e per vendere un oggetto stampato su carta. Anche quello è un prodotto. Cosa fa la comunicazione commerciale? Usa le parole per vendere e al tempo stesso per informare. La prospettiva tutto sommato è la stessa. Perché dovrebbe essere differente? Di fronte a uno spot la mia prima reazione non è di andare a comprare il prodotto reclamizzato. Ho una reazione emotiva, umana, come accade quando guardo la copertina di un giornale o il trailer di un film”.
Compito della comunicazione pubblicitaria quindi è creare emozioni, reazioni. Se guardiamo all’arte del passato ci sono tanti esempi di rappresentazioni di persone disabili, o malate, deboli, o comunque, “imperfette” rispetto ai canoni di bellezza stabiliti dalla moda e dalla società di ciascuna epoca. La mela di Caravaggio non fa eccezione perché apparsa come mela “reale” in un mondo abituato a vedere rappresentate solo mele “ideali”, perfette. Eppure Caravaggio e gli altri pittori che aderirono al naturalismo restituirono ai soggetti rappresentati, alla realtà stessa, la loro dignità e il loro ruolo.
Oggi le nature morte di Caravaggio ci stupiscono per la loro bellezza ma non ci scandalizzano più. Forse però scandalizzarono i contemporanei del pittore. E forse, allo stesso modo, tra qualche anno, non faranno più “effetto” a noi né i bambini di Benetton, né Alison Lapper perché quella realtà, a lungo negata, taciuta, nascosta, isolata, sarà invece accettata. Sarà diventata conoscenza comune, parte della nostra realtà grazie a un’opera di “disvelamento”. Lo stesso tragitto – passare dal silenzio alla luce della verità, della rivelazione – lo hanno compiuto altri soggetti e altre tematiche: l’Aids, l’omosessualità, le mine antiuomo, i bambini soldato.
Certo, ciò che disturba molti è il fatto che dietro a quelle realtà ritratte su “Panorama” o da Oliviero Toscani ci sia la pubblicità commerciale, l’imperativo di vendere, il denaro. È qui che comincia la riflessione su ciò che è lo sfruttamento di una difficoltà o la sua spettacolarizzazione e ciò che è informazione vera.

Registri comunicativi: l’ironia
Henri de Toulouse-Lautrec proprio a causa (o grazie) alla sua condizione di disabile poté avvicinarsi a un mondo che viveva ai margini della società aristocratica cui lui apparteneva. Egli stesso si autorappresentò in disegni d’effetto che colpiscono per la vividezza, la lucidità, e la grande autoironia. Non si fece sconti. Così si liberò e si conquistò una parte nel mondo. È forse per questo che non ha creato disagi, né scandali, né dissensi, la pubblicità delle Paralimpiadi 2006 della Gialappa’s band. Il trio (Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci) nello spot intervista un atleta in carrozzina. Questo sportivo non viene trattato dai tre autori della Gialappa’s in modo diverso da come hanno trattato in precedenza i lavoratori della banca San Paolo e gli atleti che partecipavano alle gare olimpiche. Sottolinea Maria Novella Oppo nel suo articolo L’ironia che rende uguali: “Il ragazzo invalido viene allegramente strapazzato come tutti gli altri e reagisce ridendo come tutti gli altri. Manca nello spot ogni segno di quella pietosa condiscendenza con cui viene solitamente trattato, soprattutto in tv, il disabile. […] La risata con cui si conclude lo spot vale più di tante benintenzionate parole, a cui non corrispondono i fatti. Come si può giudicare dal modo reticente e censurato con cui le imprese degli atleti disabili vengono seguite dalla tv. Per non dire del modo in cui la pubblicità si occupa, o non si occupa, dei problemi che riguardano i disabili. Se ne occupa infatti, solo la pubblicità sociale […] che interrompe come un pugno nello stomaco la teoria degli spot commerciali. […] E la pubblicità sociale difficilmente ci fa sorridere, mentre questa pubblicità commerciale ci strappa una risata liberatoria, attraverso lo spettacolo dell’uguaglianza di fronte all’ironia”.
Anche dietro a questo spot c’era un committente commerciale: la banca San Paolo. Però questo è uno spot differente. Cosa cambia? Cambia il modo di comunicare. Questo spot utilizza un registro comunicativo diverso da quello di Toscani. Non colpisce perché abbina mondi apparentemente distanti (moda e malattia; moda e disagio; moda e disabilità) ma perché sfrutta l’ironia applicando ai disabili lo stesso trattamento che è riservato a un non disabile. Tratta il soggetto “normalmente” lasciandolo libero di proporsi come un ragazzo simpatico o antipatico, buono o cattivo.
San Paolo ha scelto il suo modo di comunicare. Oliviero Toscani ha il suo e così Marc Quinn o “Panorama”. Al pubblico resta il diritto e la possibilità di reagire e far sentire la propria opinione generando, si spera, un circuito di idee e di confronto su problemi o tematiche prima poco affrontate.
L’obiettivo deve essere sempre uno solo: superare la paura della diversità. Imparare a “guardarla” e, con tutte le nostre forze, tutelarla.

5. Ulisse lascia l’isola di Calipso

Ma come del mattin la figlia, l’alma
dalle dita di rose Aurora apparve,
tunica e manto alle sue membra Ulisse,
e Calipso alle sue larga ravvolse
bella gonna, sottil, bianca di neve;
si strinse al fianco un’aurea fascia, e un velo
sovra l’ôr crespo della chioma impose.
Né d’Ulisse a ordinar la dipartita
tardava. Scure di temprato rame,
grande, manesca e d’ambo i lati aguzza,
con leggiadro, d’oliva, e bene attato
manubrio, presentògli, e una polita
vi aggiunse ascia lucente; indi all’estremo
dell’isola il guidò, dove alte piante
crescean; pioppi, alni, e sino al cielo abeti,
ciascun risecco di gran tempo e arsiccio,
che gli sdruccioli agevole sull’onda.
Le altere piante gli additò col dito,
e alla sua grotta il pié torse la diva.
Egli a troncar cominciò il bosco: l’opra
nelle man dell’eroe correa veloce;
venti distese al suolo arbori interi,
gli adeguò, li polì, l’un destramente
con l’altro pareggiò. Calipso intanto
recava seco gli appuntati succhi,
ed ei forò le travi e insieme unille,
e con incastri assicurolle e chiovi.
Larghezza il tutto avea, quanta ne dánno
di lata nave trafficante al fondo
periti fabbri. Su le spesse travi
combacianti tra sé lunghe stendea
noderose assi, e il tavolato alzava.
L’albero con l’antenna ersevi ancora,
e costrusse il timon, che in ambo i lati
armar gli piacque d’intrecciati salci
contra il marino assalto, e molta selva
gittò nel fondo per zavorra o stiva.
Le tue tele, o Calipso, in man gli andâro
e buona gli uscì pur di man la vela,
cui le funi legò, legò le sarte,
la poggia e l’orza: al fin, possenti leve
supposte, spinse il suo naviglio in mare,
che il dì quarto splendea. La dea nel quinto
congedollo dall’isola: odorate
vesti gli cinse dopo un caldo bagno;
due otri, l’un di rosseggiante vino,
di limpid’acqua l’altro, e un zaino, in cui
molte chiudeansi dilettose dapi,
collocò nella barca; e fu suo dono
un lenissimo ancor vento innocente,
che mandò innanzi ad increspargli il mare.
(Libro Quinto)

La dea Calipso aiuta Ulisse a costruire la zattera che permetterà all’eroe di lasciare la sua isola. Gli fornisce strumenti e cibo e alla fine un vento propizio. Ulisse usa la sua abilità, forza ed esperienza per poter realizzare il mezzo che, spera, gli permetterà di ritornare a casa.
In questa ottica, quella della collaborazione, va considerato l’e-learning.
Ma che cos’è l’ e-learning: cos’è?
Possiamo definire l’e-learning (letteralmente: insegnamento elettronico) come la formazione a distanza basata sulla telematica. Wikipedia, il più grande dizionario libero on line lo definisce come: “Un settore applicativo della tecnologia dell’informazione, che utilizza il complesso delle tecnologie Internet (web, e-mail, FTP, IRC, streaming video, ecc.) per distribuire on line contenuti didattici multimediali. L’e-learning sfrutta le potenzialità rese disponibili da Internet per fornire formazione sincrona e/o asincrona agli utenti, che possono accedere ai contenuti dei corsi in qualsiasi momento e in ogni luogo in cui esista una connessione on line”.
Operativamente si immagini di vedere un numero di studenti che da casa propria si collegano alla rete dell’Ateneo o del corso di formazione al quale sono iscritti. Essi vedono il professore in video conferenza, ascoltano la sua voce e possono “leggere” le presentazioni power point che l’insegnante ha preparato o condividere altri materiali (fogli di calcolo, file di testo, ecc.); hanno la possibilità di interagire ponendo domande e possono “rivedere” la lezione, una volta che è terminata, tutte le volte che lo desiderano.

E-learning: possibilità per tutti
L’e-learning, così come Internet sul quale si basa, può rappresentare un’ottima possibilità. Si abbatte il problema degli spostamenti e anche dei costi. Per chi ha gravi problemi motori, studiare e dare gli esami direttamente da casa potrebbe infatti rappresentare una buona soluzione; per i disabili uditivi più o meno gravi potrebbe esser utile seguire lezioni con proiezioni di slide, testi e video sottotitolati o lezioni “tradotte” da un esperto di linguaggio dei segni.
Garantire l’occasione di studio, lavoro (tele-lavoro) e incontro (anche solo tramite una rete Internet) per chi non può muoversi da casa può rappresentare un’occasione di crescita personale e di integrazione sociale importante.
Allo stesso modo, studiare e lavorare da casa, in un ambiente conosciuto e tranquillo, “amico”, dà la possibilità all’utente non normodotato (ad esempio persone con disturbi di ordine psichico o disturbi dell’attenzione) di non essere sottoposto a ulteriori stress e di poter affrontare il percorso formativo seguendo i propri tempi e i propri ritmi. Infatti, la fruizione dei contenuti didattici e-learning non è vincolata a tempi e a luoghi specifici e offre la possibilità di adattarsi ai diversi stili di apprendimento degli utenti, fornendo canali di comunicazione diversificati (del tipo visivo, auditivo, testuale); infine l’e-learning tiene conto dei progressi e della velocità di apprendimento del singolo (che può procedere velocemente e saltare le cose che già conosce, oppure ripeterle quanto vuole) senza modificare il ritmo dei compagni di studio.

Un po’ di storia
Si parla oggi di e-learning di terza generazione o formazione in rete.
La formazione a distanza di prima generazione consisteva nell’invio, tramite posta, di materiale didattico cartaceo agli studenti che non potevano seguire le lezioni in aula. Le prime testimonianze di una simile attività risalgono alla fine dell’Ottocento.
A cavallo fra gli anni ’50 e ’60 vengono inventati i cosiddetti sistemi FaD plurimediali o di seconda generazione, basati sull’uso di materiale a stampa, trasmissioni televisive, registrazioni audio e, successivamente, di software didattico come le video-registrazioni.
La terza generazione, infine, nasce con la diffusione del computer e delle tecnologie informatiche e telematiche. L’apprendimento basato esclusivamente sull’utilizzo del computer è spesso identificato dall’acronimo CBT (Computer Based Training). Pensiamo all’utilizzo di floppy disk, Cd e DVD multimediali.

E-learning e metodo cooperativo: una nuova didattica
L’e-learning, come abbiamo detto, si basa sull’utilizzo di Internet. In particolare, viene utilizzata la piattaforma tecnologica Learning Management System o LMS grazie alla quale lo studente può accedere al corso da qualsiasi computer collegato a Internet, generalmente senza la necessità di scaricare software ad hoc. La piattaforma è un database, un archivio, in cui rimane traccia, ad esempio, della sua frequenza, delle prove di valutazione o dei tempi di fruizione.
La piattaforma però è solo uno degli elementi fondamentali dell’e-learning che porta con sé, proprio per la sua struttura intrinseca, una nuova concezione di didattica.
Infatti e-learning non significa semplicemente riprodurre in un’aula virtuale quello che avviene in classe, le stesse metodologie di insegnamento, ma introduce un nuovo modello di apprendimento: quello cooperativo.
In effetti l’e-learning, come afferma Guglielmo Trentin, ricercatore presso l’Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR di Genova, può essere visto da due angolazioni: quella dell’insegnamento a distanza (o tele-insegnamento) e quella della formazione in rete (o formazione a distanza di terza generazione). Nel primo caso stiamo parlando di sistemi di insegnamento che tendono a riprodurre le lezioni uno-a-molti dell’aula tradizionale (ad esempio il docente parla in video conferenza), mentre la formazione in rete prevede la formazione di una vera e propria comunità che decide, assieme, in modo cooperativo, i temi e le modalità della formazione. Il metodo cooperativo è adatto principalmente ad alunni adulti e il suo punto di forza è appunto l’unità della comunità che dà anche motivazione all’allievo nella prosecuzione del corso.
Si tratta, come è evidente, di un modello educativo faticoso, ma capace di offrire un percorso personalizzato di apprendimento, a seconda del target di riferimento.
La chiave di volta per capire la svolta introdotta dal FaD di terza generazione è comprendere che esso cerca di riproporre anche a distanza, seppure con l’inevitabile mediazione della tecnologia, l’apprendimento come processo sociale. I sistemi FaD di terza generazione vengono, infatti, indicati anche con la sigla on line education (o formazione in rete) perché il processo formativo avviene in rete, attraverso l’interazione dei partecipanti in una vera e propria comunità di apprendimento.
In un processo di e-learning l’attenzione è incentrata sull’utente: il corsista deve giocare un ruolo attivo. Per cui l’e-learning non è solo una somministrazione di materiale didattico in rete, ma utilizza la rete per creare una comunità.

E-learning: modalità
La formazione a distanza di terza generazione usa un sistema di gestione detto ad anello chiuso: il processo di apprendimento è regolato in itinere, mentre si compie, passo a passo, grazie a un continuo monitoraggio e ai suggerimenti e alle richieste degli allievi.
L’e-learning permette agli utenti di interagire come se davvero fossero assieme nello stesso luogo; di fatto sono assieme nello stesso posto: quello dell’apprendimento.
La formazione a distanza di prima e seconda generazione prevedevano un metodo di apprendimento autodidatta: lo studente, armato di buona volontà, seguiva lezioni tramite i materiali cartacei, audiovisivi o digitali. Nell’e-learning nuove figure partecipano all’evento formativo: oltre alla comunità, il tutor. Il suo compito è aiutare gli alunni, sopperire alla mancanza apparente del docente, assisterli nei problemi di tipo tecnico. Un tutor deve possedere competenze didattico/formative abbinate alla conoscenza sia delle tecnologie della comunicazione che delle dinamiche interpersonali. Deve infatti essere un moderatore di discussioni, facilitatore di attività di gruppo, consigliere per i corsisti. E se davvero l’e-learning dispiegasse tutte le sue potenzialità, perché non pensare che quel tutor non possa essere una persona disabile?
Fondamentale, siccome si tratta di un modello di apprendimento basato sulla condivisione e sulla cooperazione, e perché questa non si trasformi in anarchia totale, occorre, all’inizio del corso, stabilire il cosiddetto contratto formativo, in cui vengono esposti i contenuti del corso, gli obiettivi e i metodi.

E-learning e qualità
Perché la qualità dell’insegnamento on line sia alta bisogna valutare:
– i materiali prodotti: devono essere accessibili, di buona qualità, gradevoli, facilmente fruibili e possibilmente corredati da una bibliografia di approfondimento accurata;
– le relazioni tra i corsisti, insegnanti e tutor: all’inizio del corso è bene far familiarizzare i corsisti tra di loro, ridurre il senso di isolamento e stabilire il contratto formativo; il tutor in seguito deve esser a disposizione dei corsisti qualora sorgano problemi e per motivarli e aiutarli.
Ciò che è necessario nell’e-learning è sfruttare l’interattività della tecnologia cioè, in questo caso, non solo la possibilità di consultare materiali on line (come, similmente, consultiamo libri cartacei), ma di interagire con altre persone.
Ritorna, infine, il grande problema dell’accessibilità tecnica: i materiali prodotti possono essere ottimi, le relazioni tra la comunità anche, ma se in pochi possono accedere alla piattaforma, tutto è inutile.

La diffusione dell’e-learning
Secondo le analisi di Osservatorio ANEE/ASSINFORM 2005 e 2006, gli utenti considerano l’e-learning efficace, ma ancora basso è il suo utilizzo. L’apprendimento in aula nel 2004 era pari all’89,3% del campione, seguito dalla lettura di manuali e libri (al 35,4%); l’e-learning invece era a quota 10,3%. Il dato è comunque positivo perché l’apprendimento in aula dal 2003 al 2004 è calato scendendo dal 91,5% all’89,3%, mentre l’uso dell’e-learning, al contrario, è cresciuto passando dall’8,2% al 10,3%.

Gli utenti
– Aziende: all’interno delle aziende l’e-learning è rivolto e usato principalmente dal personale tecnico-amministrativo (35,6%) e dagli impiegati (32,6%);
– Pubbliche Amministrazioni: il questionario è stato inviato a 251 enti. Di questi hanno risposto il 45% degli intervistati. Dai dati emerge che nel 2004 il 33% degli enti intervistati ha usufruito di formazione erogata in e-learning. La quota è salita a 39% nel 2005;
– Università: le ricerche di ANEE/ASSINFORM 2005 e 2006 mettono in luce come nelle Università di tutto il mondo stia crescendo l’utilizzo dell’e-learning. In particolare, in Italia, nel 2006, l’89% delle Università offriva questa possibilità di apprendimento. Per quanto riguarda i percorsi formativi in e-learning “puro” le Università che segnalano tale attività nel proprio portale sono 53 su 77, pari al 68,8% del totale degli atenei. Il miglioramento non riguarda solo il numero di Università che erogano e-learning, ma il modo in cui lo erogano: si nota infatti anche lo sforzo di miglioramenti di servizi e prodotti erogati. La diffusione dell’e-learning propriamente detto risulta quindi in netto aumento rispetto agli anni precedenti, infatti si passa dal 32% di atenei italiani che utilizzavano questa modalità formativa nel 2004 al 57% rilevato nell’indagine del 2005 per arrivare al dato emerso nel 2006, pari al 68,8%. Dal 2003 al 2004, le Università hanno acquistato piattaforme all’esterno in percentuale crescente (17% nel 2003, 38% nel 2004). Se la percentuale di acquisto è calata nel 2005 (35%) è perché le Università si stanno dotando di piattaforme informatiche open source: nel 2003 erano utilizzate per un 3%, nel 2004 sono salite al 24% e nel 2005 a 35%. È aumentata inoltre l’offerta di e-learning: nel 2004 era quasi concentrata totalmente su Università di informatica e lingue mentre nel 2005 quasi tutti gli altri atenei offrono questa possibilità formativa.

Che cosa ostacola la diffusione dell’e-learning?
In generale, si nota come nelle aziende il contatto con l’e-learning sia più frequente. Per le Università e per le scuole di secondo e primo grado invece tale familiarità cala. In particolare, le scuole di primo e secondo grado sono quelle più a digiuno di e-learning e non perché manchi la volontà o l’interesse da parte dei docenti. Essi invece denunciano l’arretratezza della dotazione informatica e i costi elevati di attivazione del servizio. Accanto a queste motivazioni, per quanto riguarda le Università italiane, c’è anche la diffidenza da parte dei docenti verso questo nuovo mezzo di insegnamento, che, ricordiamolo, non è assimilabile all’insegnamento in aula e richiede competenze comunicative e tecniche particolari che spesso sono da acquisire. Cioè quello che occorre è un processo di alfabetizzazione alle nuove tecniche che richiede certamente un discreto periodo di tempo.

E-learning e disabilità: qualche esempio
Il primo buon esempio di quello che si può realizzare sfruttando le nuove tecnologie è il progetto “PSELDA – Progetto Sperimentale di e-learning per disabili audiolesi” dell’Università degli Studi di Sannio.
In sintesi, il progetto (avviato nel giugno del 2003) si propone di offrire agli studenti audiolesi del corso di laurea in Ingegneria Informatica la possibilità di seguire le lezioni utilizzando un sistema informatico, accessibile via Internet, corredato da una serie di strumenti di e-learning studiati ad hoc. Per esempio dal sito dell’Università (www.ing.unisannio.it/pselda) è possibile scaricare video in formato .avi con esperti di linguaggio L.I.S. che traducono il contenuto della pagina con il linguaggio dei segni.
Il secondo progetto riguarda non direttamente, ma a ricaduta immediata, gli alunni disabili perché si tratta di due corsi pensati per gli insegnanti di sostegno per aiutarli nell’inserimento scolastico degli studenti disabili. I corsi sono stati promossi, nei primi mesi del 2004, dall’Ufficio scolastico regionale per le Marche e realizzati in collaborazione con le Università di Venezia “Ca’ Foscari” e “Carlo Bo” di Urbino. Si è trattato di un mix di lezioni da seguire tramite Internet e integrate da alcuni incontri in presenza. I due percorsi, iniziati a gennaio 2004 e terminati in dicembre, si chiamavano “Integra” e “Tutor di SOS di Rete”. Integra era pensato per offrire agli insegnanti gli strumenti per gestire la classe in presenza di alunni disabili e Tutor di SOS di Rete per il “lavoro di rete” dei docenti specializzati nelle attività di sostegno.
Risale al 2005, e al Ministro Moratti, l’approvazione, da parte del Comitato dei Ministri per la Società dell’informazione del progetto “Nuove tecnologie e disabilità nella scuola” il cui obiettivo era quello di rendere concretamente accessibili le Ict agli studenti disabili. Il progetto è stato pensato per operare nell’ambito di tre aree: disabilità sensoriale, disabilità motoria e disturbi dell’apprendimento, con particolare riferimento alla dislessia. Quattro obiettivi: l’acquisizione di competenze tecnologiche, il miglioramento della competenza professionale dei docenti, la possibilità di scambio di metodologie tra gli insegnanti, l’annullamento del gap tra gli studenti disabili e gli studenti normodotati.
Da citare, inoltre, è il progetto finanziato dalla Comunità Europea DEA – Digital litEracy open to impAirments di HOC, Politecnico di Milano, Polo Regionale di Como. L’obiettivo del progetto DEA (che risale al 2005) era quello di individuare, catalogare e diffondere buone prassi sviluppate nell’ambito di progetti miranti alla promozione della cultura digitale fra persone disabili. Si tratta di un vero e proprio “raccoglitore” on line di progetti e software per un e-learning accessibile. Nel catalogo è segnalato, per l’Italia, BRIDGE Learning Management System. Bridge è un software dedicato all’erogazione di corsi, sia interamente a distanza che misti con attività d’aula in presenza. Bridge LMS è conforme alle norme internazionali e italiane sull’accessibilità (WCAG, Legge 4/04, DPR 01/03/05 N.75), e il software in questione è stato utilizzato anche dal Tribunale militare e dalla procura militare di Bari per la formazione del personale interno e a tale evento formativo hanno partecipato anche utenti diversamente abili. Come si legge nel sito di Bridge i progettisti e gli sviluppatori, per perseguire l’obiettivo di accessibilità e l’intento di rendere il contenuto informativo, le modalità di navigazione e tutti gli elementi interattivi, fruibili indipendentemente dalle disabilità, hanno sottoposto le funzionalità del programma a test da parte di un panel di utenti diversamente abili. Il test, diretto dalla Fondazione ASPHI onlus (Avviamento e Sviluppo di Progetti per ridurre l’Handicap mediante l’Informatica), ha dato risultati notevolmente positivi e ha consentito di migliorare progressivamente tutte le interfacce.
In Europa ci sono altri esempi positivi. Tra i progetti nati dal 2003, l’anno europeo dedicato alle persone disabili, sono da ricordare anche ELDA – E-learning Disability Access, con Eldanet.org, un portale che offre soluzioni elettroniche per una vasta gamma di disabilità; WAI-NOT, progetto belga con programmi concepiti per bambini e giovani con disabilità intellettive; BluEar, progetto che studia le vie da intraprendere in modo che le persone con problemi di udito non rimangano escluse dall’accesso alle informazioni.

Conclusioni
Occorre fare due ordini di considerazioni: una di carattere tecnico e una a carattere più socio-psicologico.
È chiaro che, perché l’e-learning sia sempre più diffuso ed esprima le sue grandi potenzialità, e perché un numero sempre più elevato di persone disabili possa decidere se avvalersene o meno, occorre lavorare sull’accessibilità della rete e dei personal computer. Occorre anche pensare a piattaforme e programmi educativi che vadano incontro alle esigenze dei singoli utenti. Per questo bisogna incentivare la ricerca e la formazione per studiare nuovi approcci ergonomici che facciano sentire il disabile al proprio posto, confortevolmente e in modo recettivo. Allo stesso modo, nel campo dei dispositivi hardware di ausilio è auspicabile una diminuzione dei prezzi e una maggiore disponibilità delle soluzioni per ogni tipo di disabilità.
Allo stesso modo occorre formare i docenti e informare gli studenti di questa possibilità. Infatti al momento attuale l’opportunità di formazione offerta dall’e-learning è colta ancora da un numero limitato – seppure in continua crescita – di studenti disabili. Ciò potrebbe dipendere sia dalla difficoltà di accesso alle piattaforme, sia dai costi come anche dalla mancanza di informazione e dalla scarsa alfabetizzazione informatica.
Il secondo ordine di considerazioni riguarda invece la psicologia dell’utente: va valutato come viene vissuta dalla persona disabile la situazione di e-learning; rimanere a casa, magari seguiti da un tutor in presenza, può essere ritenuto un vantaggio da alcuni, mentre da altri può essere percepito come un isolamento doloroso dalla comunità.
A questo proposito, Andrea Canevaro parlando delle nuove tecnologie nell’ambito di Handimatica 2002, sottolineava l’utilità delle nuove tecnologie seppure con qualche “ma”: il telelavoro infatti è rifiutato da una parte di disabili che lo vedono come un elemento “ghettizzante” e non come una possibilità. Sotto lo stesso giudizio negativo potrebbe ricadere anche l’e-learning che ha sì il pregio di superare barriere e limitazioni di ordine logistico ma, allo stesso tempo, può anche determinare l’isolamento dell’individuo.
Infine rimane da dire che, anche se l’e-learning può rappresentare un valido strumento per agevolare tante persone, tuttavia le strategie “pure” di formazione in rete non sempre sono proponibili. Ecco perché ultimamente si sono avviate sperimentazioni centrate su approcci misti (presenza/distanza), cioè su una formazione che alterna momenti formativi in presenza e di attività in rete. Questo permetterebbe in alcuni casi anche di risolvere il problema dell’isolamento reintroducendo in parte l’elemento di contatto umano che in rete, necessariamente, va perduto.

4. L’entrata di Odisseo nella sala di Alcínoo

Ma quando l’ottavo anno arrivò, compiendo il suo giro,
allora [Calipso] mi comandò con premura d’andarmene,
per comando di Zeus, o forse cambiò la sua mente:
mi fece partire su zattera dai molti legami, molto mi diede,
pane e dolce vino, e mi vestì di vesti immortali;
un vento mi mandò dietro propizio e piacevole.
Per diciassette giorni navigai, attraversando l’abisso,
al diciottesimo apparvero i monti ombrosi
dell’isola vostra: si rallegrò il mio cuore,
infelice! Invece dovevo incontrare di nuovo gran pianto,
che mi mandò Poseidone Enosíctono.
Scagliandomi contro i venti, inceppò il mio cammino,
sollevò un mare orrendo, mai l’onda lasciava
di trascinarmi qua e là, gemente sopra la zattera.
Poi il turbine me la sconnesse; e io allora
nuotando, attraversai questo mare, fin che la terra
vostra m’avvicinarono il vento e l’acqua, spingendomi.
E mentre tentavo l’approdo, mi sbatté l’onda a riva,
contro l’immane scogliera, in un luogo pauroso.
Strappato di là, ripresi a nuotare finché raggiunsi
un fiume, e qui mi parve il luogo migliore,
privo di rocce; ed era al riparo dal vento:
là caddi svenuto.
(Libro Settimo)

L’episodio cantato da Omero nel Libro Settimo dell’Odissea narra delle difficoltà che Ulisse ha dovuto affrontare per giungere a terra. Una terribile tempesta si è abbattuta su di lui. Miracolosamente è giunto a riva dopo mille ostacoli. Il suo faticoso approdo si può paragonare alla difficoltà di accesso di molti utenti ai siti Internet.
Accessibilità significa rendere possibile la consultazione, la fruizione e l’uso della Rete a tutti: sia per chi non ha proprio l’ultimo modello di pc, sia per persone con diverse abilità.
È come quando si parla di barriere architettoniche in riferimento a tutti quegli ostacoli che si incontrano in edifici e arredi urbani: scalini, marciapiedi troppo stretti, buche, servizi igienici non adeguati. Lo stesso vale per Internet: ci sono ostacoli che non permettono a tutti di usufruire di un mezzo che può, se usato in modo corretto, facilitare la vita. Ad esempio tramite Internet si può prenotare un biglietto ferroviario o aereo; si può comprare un biglietto per un concerto; si possono spedire telegrammi e lettere; si può comunicare con tutto il mondo con i programmi di video conferenza e messaggeria istantanea; si possono pagare le bollette e acquistare film o canzoni o album musicali; si può fare la spesa; si possono seguire le lezioni dell’Università. Tutte queste possibilità dovrebbero essere alla portata di tutti.

L’accessibilità
L’accessibilità è un tema di cui si dibatte da qualche anno ma molte persone ancora non ne sono molto informate. L’accesso delle pagine Internet dipende da diversi motivi: motivi legati all’interfaccia grafica; motivi legati al contenuto delle pagine.
Nel nostro caso specifico a ciò si aggiunge un ulteriore problema: la difficoltà di utilizzare il personal computer. La soluzione è dotare le persone diversamente abili di ausili adatti al proprio caso. Un ausilio è un aiuto: con ausilio intendiamo indicare un sistema di hardware o software che riduce la menomazione, la disabilità o l’handicap della persona e le permette l’interazione con l’esterno. Gli ausili possono essere sommariamente classificati a seconda della tipologia di disabilità che aiutano a superare:
– ausili per disabili motori, cioè per quelle persone che hanno difficoltà nell’uso di mouse e tastiera. Ad esempio le tastiere speciali o anche l’accesso facilitato attivabile in ogni pc dal “pannello di controllo”;
– ausili per disabili visivi, cioè per chi non vede o vede poco. È il caso della sintesi vocale o di sistemi di ingrandimento della pagina;
– ausili per disabili uditivi, vale a dire per chi non può sentire. In questo caso, ad esempio, esistono riconoscitori del parlato, strumenti informatici in grado di ascoltare e trascrivere le parole pronunciate dall’uomo;
– ausili per disabili cognitivi: possiamo far rientrare in questa tipologia chi presenta disturbi dell’attenzione, disturbi del linguaggio (ad esempio la dislessia o la discalcolia), e disturbi neurologici. In linea generale questi utenti possono fare uso (o l’insegnante per loro) di tastiere facilitate (ad esempio con tasti colorati, ingranditi e le lettere in ordine alfabetico), di tavolette sensibili (costituite da una base piana sensibile al tatto e da una serie di fogli intercambiabili), dello schermo tattile utilizzato anche da disabili motori.
È chiaro, ogni persona ha proprie peculiarità e le caratteristiche del soggetto portano a fabbricare ausili diversi e specifici per ciascuno. Non si tratta quindi di prodotti fatti in serie ma di sistemi studiati ad hoc. Ad occuparsene, nella Regione Emilia Romagna, è l’Ausilioteca di Bologna AIAS (www.ausilioteca.org).
Si tratta del primo gradino. Perché una volta dotati del giusto ausilio occorre che il web sia stato strutturato in modo adeguato.
Esistono indicazioni concrete per sviluppatori e grafici. Il documento più famoso (e il primo formulato) è quello che contiene le raccomandazioni sull’accessibilità: le Web Content Accessibility Guidelines 1.0 (WCAG 1.0) emanate dal W3C. A capo del W3C (ossia del World Wild Web Consortium c’è il fondatore di Internet, Tim Berners-Lee. Citiamo inoltre anche la Comunicazione della Comunità europea eEurope 2002 che riporta alcuni brevi consigli per rendere accessibili i siti delle pubbliche amministrazioni ma valevoli per qualsiasi sito Internet. In Italia l’ultima legge emanata è la cosiddetta “Legge Stanca” del 2004.
Infine, l’accessibilità non dipende solo da questioni di tipo tecnico, e quindi da demandare ai web master e ai web designer, ma coinvolge anche chi si occupa di scrivere e organizzare i contenuti dei siti. Quella che, insomma, è citata in causa è la capacità di offrire testi scritti in modo corretto, comprensibile e adeguato all’utente.

Testi prodotti per il web
Un testo in Internet si legge in modo diverso da un testo cartaceo: il lettore in genere ha fretta e comunque ci si affatica a stare davanti a uno schermo per troppo tempo.
Un testo prodotto per il web deve essere (come qualsiasi testo che è riservato a un pubblico generalizzato):
– corretto: niente errori grammaticali;
– leggibile: dipende dalla lunghezza delle parole misurate in sillabe e dalla lunghezza delle frasi misurata in parole;
– comprensibile.
I primi studi sulla leggibilità risalgono ai primi anni del Novecento. Questi studi hanno dimostrato che più una frase è corta, e contiene al suo interno parole corte, più è leggibile. Le parole corte, infatti, solitamente sono quelle più familiari, quindi più usate, cioè più facili (cane, gatto, topo, casa, vado, sono, ho); le frasi più corte sono più facili da capire perché contengono meno parole e quindi, di solito, un solo concetto. Sul web occorre evitare di usare frasi lunghissime, magari piene di subordinate, e parole difficili.
È chiaro che qui stiamo parlando di siti a carattere informativo escludendo tutti quelli a carattere artistico come diari personali e siti di poesie e letteratura in generale: in questo caso il testo avrà delle caratteristiche tutte sue che non ci interessa trattare in questo momento.
Un testo leggibile contiene parole che appartengono al vocabolario di base. A introdurre questo concetto è stato per la prima volta Tullio De Mauro. Il vocabolario di base è composto da 7.050 parole circa e comprende:
– vocabolario fondamentale (2000 parole circa): quelle comprensibili senza problemi dal 79% della popolazione;
– vocabolario di alto uso (2.750 parole ca);
– vocabolario di alta disponibilità (2.300 ca): parole che può accadere di non dire o scrivere mai, ma che sono legate a esperienze note a tutti (ad es. abbagliante, zuppa) e che tutti comprendiamo.
Esiste la possibilità di vedere se davvero il proprio testo risulta molto o poco leggibile da parte dell’utente. Gli studi sulla leggibilità infatti si sono tradotti in vere e proprie formule matematiche. Il programma Eulogos Censor (www.eulogos.org) si basa proprio sul vocabolario di base di De Mauro. Si può spedire al sito un testo in formato .txt e l’elaboratore confronterà frasi e parole con le parole del vocabolario di base e dirà per chi e quanto è comprensibile quello che abbiamo scritto (per chi ha una licenza elementare o media o un diploma superiore o una laurea).
La leggibilità di un testo dipende non solo dalla lunghezza delle parole e delle frasi ma è connessa anche alla grafica, al layout della pagina.
Inoltre, un testo leggibile deve essere organizzato in modo da aiutare il lettore nella sua decodifica. Un testo è più leggibile se:
– l’autore usa titoli e sottotitoli che dividono il testo in modo logico e in porzioni coerenti di contenuto;
– il testo è diviso in paragrafi. Ogni paragrafo tratta un concetto e ogni paragrafo non contiene più di dieci righe;
– le frasi non sono troppo ravvicinate tra di loro, né troppo distanziate (stiamo parlando di interlinea cioè la distanza delle frasi tra di loro);
– le frasi contengono una media di 10/12 parole ciascuna.
Sulla leggibilità influiscono altri fattori. Ad esempio l’uso di attributi di testo come il grassetto o il corsivo oppure l’uso dei colori e la scelta del font: esistono infatti tipi di carattere (come ad esempio il “Verdana” o il “Georgia”, nati apposta per il web mentre altri, come il “Times New Roman” sono stati pensati per il cartaceo).
Infine, abbiamo detto che un testo dovrebbe essere comprensibile. Un testo comprensibile è senz’altro un testo leggibile, ma non solo. La comprensibilità infatti dipende da come un testo è organizzato logicamente e concettualmente. Per scrivere un testo di questo tipo bisogna mettere in atto quella che si chiama scrittura controllata perché l’autore si mette nei panni del lettore e si chiede come quel lettore fruisce del testo. Quali sono le sue abilità linguistiche? Che tipo di scolarità ha? Che cosa conosce dell’argomento che noi trattiamo? I concetti che esprimiamo sono chiari e legati in modo logico oppure sono slegati e incomprensibili? Per mettere in atto questo tipo di scrittura occorre un ottimo autocontrollo su noi stessi: potremmo anche essere chiamati a rinunciare al nostro stile personale di scrittura per raggiungere l’obiettivo della comprensibilità.

Accessibilità per chi?
Una recente indagine Istat fotografa la situazione della disabilità in Italia. L’indagine, i cui risultati sono stati resi noti nel 2005, è stata condotta nel 2004 nell’ambito del “Sistema di Informazione statistica sulle Disabilità”, progetto nato da una convenzione tra l’Istat e il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.
Il campione, intervistato telefonicamente, era di 1.632 persone tra i 6 e i 67 anni che rappresentano una popolazione di 1 milione 641 mila individui della stessa fascia di età.
Secondo gli studi dell’Istituto di ricerca, complessivamente poco più di un quarto delle persone di 6-67 anni con disabilità utilizza il personal computer: in percentuale sono il 27,4% del campione analizzato (contro il 46,9% della popolazione della stessa fascia di età).
La quota scende ulteriormente tra le persone con il massimo grado di disabilità (19,4%), per le persone “confinate” (2,8%), per quelle con problemi mentali (13,7%) e per coloro che riferiscono problemi sensoriali e motori (16,9%).
Sarebbe interessante poter effettuare uno studio che metta in relazione accessibilità e disabilità per vedere se quel 27,4% (i disabili che usano il pc) si alzerebbe in modo significativo.

Accessibile chi?
Per concludere questa sommaria panoramica sull’accessibilità, ci possiamo domandare quali siti abbiano l’obbligo di essere accessibili. Per democrazia dovremmo rispondere che tutti lo devono essere, tuttavia è giusto a mio parere lasciare libertà ai programmatori di sperimentare anche soluzioni ardite (magari con la possibilità di visitare comunque questi siti tramite un formato “solo testo”).
In linea di principio comunque, esistono siti che sono obbligati a essere accessibili. Patrizia Bertini, che da anni si occupa di accessibilità, afferma che accessibili dovrebbero esserlo (e al 100%) i siti di pubblica utilità cioè quelli che offrono la possibilità di compiere operazioni on line che altrimenti richiederebbero un’azione fisica da parte degli utenti. Per essere più specifici:
– siti della Pubblica Amministrazione, in quanto è diritto di ogni cittadino poter accedere alle informazioni offerte da Comuni ed Enti statali;
– siti bancari, in quanto l’e-banking permette a molti utenti disabili di essere indipendenti nella gestione patrimoniale e consente loro una riservatezza che prima non potevano avere;
– siti di e-commerce fondamentali, come i supermercati che risolvono numerosi problemi di vita quotidiana a molte persone disabili (e non);
– siti di booking on line, che permettono di acquistare biglietti aerei, ferroviari o prenotare alberghi o altri servizi online;
– siti sanitari, in quanto le ASL sono Enti che lavorano a stretto contatto con il mondo dei disabili e hanno la necessità di velocizzare e migliorare la comunicazione e i servizi ai cittadini attraverso la Rete;
– siti di e-learning, perché l’apprendimento e la formazione sono un diritto dei cittadini.
I siti che abbiamo elencato sono davvero tutti accessibili? Un po’ di strada è stata fatta, ma tantissima ne resta da fare. Già nel numero 1 del 2005 di “HP-Accaparlante” Nicola Rabbi aveva indagato in questa direzione con il suo Disabili 1.0 – Servizi, relazioni sociali, barriere: Internet per i disabili. Rabbi aveva citato, tra gli altri, i dati dell’8° Rapporto delle città digitali in Italia e un’indagine della Nielsen/NetRatings in cui si affermava che l’attenzione delle pubbliche amministrazioni al sito era aumentato (maggiori erano gli aggiornamenti giornalieri, la modulistica on line, la possibilità di scrivere agli amministratori), ma che ancora pochissime permettevano all’utente di effettuare delle operazioni come i pagamenti dei bollettini o tasse. Inoltre, pochissime amministrazioni si sono poste il problema dell’accessibilità. Anche consultando il 9° Rapporto delle città digitali in Italia, pubblicato a un anno di distanza, non si notano sostanziali cambiamenti.
In particolare, anche se il Codice dell’amministrazione digitale ha ribadito l’importanza dell’accessibilità, nella maggior parte dei casi questa rimane lettera morta: sono accessibili solo 13 regioni su 20, vale a dire il 65%; il 33% circa dei siti delle Province e il 30,1% dei siti dei Comuni capoluogo (con più di 40.00 abitanti). La percentuale scende nel caso dei Comuni più piccoli (da 5.000 a 40.000 abitanti) perché sono accessibili solo il 17% dei siti.
Tuttavia dobbiamo rilevare che un aumento c’è stato, ed è stato anche rilevante: confrontando i dati del 2006 con quelli di due anni prima, notiamo che nel 2004 erano accessibili 6 regioni su 14, mentre ora lo sono 13 regioni su 20. Analogamente sono aumentati anche i siti accessibili di Province e Comuni sopra i 40.000 abitanti: per le Province si è trattato di un aumento del 150% circa; per i Comuni capoluogo del 100%. In parole più semplici, dal 2004 sono quasi triplicate le Province che offrono siti accessibili e sono raddoppiati i siti accessibili di Comuni con più di 40.000 abitanti e delle regioni.
È chiaro, il miglioramento non deve coprire la realtà dei fatti: per la maggior parte dei casi i siti della Pubblica Amministrazione rimangono inaccessibili.
Sono solo pochi anni che si parla seriamente di accessibilità e ancora non si è sviluppata una mentalità favorevole. Per molti realizzare un sito accessibile significa spendere di più, cosa non vera se si pensa all’accessibilità sin da primi momenti della progettazione, evitando di rifare tutto o parti intere dei siti e dei portali in seguito. Maggiore accessibilità inoltre significa raggiungere un numero sempre più elevato di utenti (non solo disabili ma anche chi ha connessioni più lente ad esempio), il che rappresenta senza dubbio un vantaggio e non un danno. Inoltre, in una società che si basa sulla diffusione dell’informazione e della conoscenza come è il mondo attuale nel quale viviamo è diritto imprescindibile di ognuno di noi poter accedere a quelle informazioni.

Verifiche
Una considerazione a parte merita il capitolo delle verifiche dell’accessibilità dei siti. Una completa analisi di accessibilità si realizza attraverso due modalità:
– verifica tecnica;
– verifica soggettiva di fruibilità con utenti disabili.
La verifica consiste nel controllo che le pagine soddisfino un certo numero di requisiti tecnici e che siano state sviluppate utilizzando tecnologie nelle versioni più recenti. Essa viene effettuata sulla home page e su un significativo numero di altre pagine del sito, servendosi anche di tools automatici (validatori). I risultati dei vari tipi di analisi (manuale/con strumenti automatici), opportunamente interpretati da specialisti, vengono sintetizzati in un rapporto finale di conformità o meno ai requisiti.
La verifica tecnica è indispensabile, ma manca un tassello altrettanto importante: per valutare l’accessibilità di un sito è consigliabile eseguire anche una verifica soggettiva, coinvolgendo anche utenti disabili.
A tal proposito, in un suo intervento pubblico, Massimiliano Martines della Commissione Siti Internet Dell’Unione Italiana Ciechi, lamentava, nel 2004, il fatto che spesso le verifiche si fermassero alla prima fase, quella tecnica. Invece per verificare l’accessibilità di un sito non è sufficiente elaborare i dati di un test, ma è necessaria una verifica insieme alla persona disabile che dovrà effettivamente usufruire di quel sito e che potrà indicare le eventuali modifiche da apportare; il coinvolgimento delle persone disabili è indispensabile altrimenti si rischia di effettuare verifiche poco attendibili.

Un buon esempio
La notizia è di domenica 22 ottobre 2006, pubblicata da Roberto Castaldo nel sito. Si parla del sito del Comune di Piegaro (PG).
Il sito è conforme alla normativa italiana sull’accessibilità del web. A costruirlo è stata Silvia Bocci. Silvia Bocci è una ragazza affetta da sclerosi multipla. Costruendo il sito ha portato tutta la sua personale esperienza. Si realizza in questo bell’esempio quello che richiedeva Massimiliano Martines e chi, come lui, crede che un prodotto accessibile, per essere tale, debba avvalersi delle proposte e delle riflessioni di utenti disabili che lo andranno poi a utilizzare.

3. Ulisse dimenticato

“Di Saturno figliuol, padre de’ numi,
re de’ regnanti”, così a lui rispose
l’occhiazzurra Minerva: “egli era dritto
che colui non vivesse: in simil foggia
pera chïunque in simil foggia vive!
Ma io di doglia per l’egregio Ulisse
mi struggo, lasso! che, da’ suoi lontano,
giorni conduce di rammarco in quella
isola, che del mar giace nel cuore,
e di selve nereggia; isola, dove
soggiorna entro alle sue celle secrete
l’immortal figlia di quel saggio Atlante,
che del mar tutto i più riposti fondi
conosce e regge le colonne immense
che la volta sopportano del cielo.
Pensoso, inconsolabile, l’accorta ninfa il ritiene e con soavi e molli
parolette carezzalo, se mai
potesse Itaca sua trargli dal petto:
ma ei non brama che veder dai tetti
sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
e poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
Né commuovere, Olimpio, il cuor ti senti?
Grati d’Ulisse i sagrifici, al greco
Navile appresso, ne’ troiani campi,
non t’eran forse? Onde rancor sì fiero,
Giove, contra lui dunque in te s’alletta?”
(Libro Primo)

Ulisse è scomparso, prigioniero di Calipso e di un mondo che ha regole tutte sue, rischia di essere dimenticato perché nessuno racconta di lui. Nella dimenticanza cadono tutti i problemi, le proposte, le idee che non hanno voce.
E la disabilità ha voce, trova spazio cioè, in tv e nei mass media in genere? E come viene affrontata? A indagare ci ha pensato il rapporto Censis Oltre il Giardino: i disabili e le disabilità in televisione, rilevazione che ha per tema come e quanto la tv racconti di disabilità.
La ricerca è stata pubblicata nel giugno del 2003 e le analisi sono state effettuate nel bimestre compreso tra il 15 febbraio e il 15 aprile 2003. Nella ricerca vengono presi in considerazione indici quali:
– gli spazi (in termini di tempi) dedicati all’argomento;
– la frequenza;
– le reti televisive che se ne sono occupate;
– il tipo di trattamento della notizia;
– il tono.

Spazi
Secondo i dati Censis in televisione, nel periodo esaminato, gli spazi dedicati alla disabilità risultano per un 22,5% dei casi certamente contratti (fino a 1 minuto e 30 secondi); tuttavia nel 25% delle unità d’analisi si arriva a 3’30’’, nel 26,3% a 6’30’’ e un buon 26,3% si assesta oltre i 6’30’’. In generale, nella maggioranza dei casi (51,3%) lo spazio dedicato al tema disabilità è compreso tra i 3 minti mezzo e i 6 minuti e mezzo. Tanto o poco? In sé, considerati i tempi televisivi, sarebbe un buono spazio, ma non dobbiamo dimenticare che le unità d’analisi rilevate sono complessivamente nell’arco di 2 mesi. Ciò vuol dire, in sintesi, che di disabilità non si parla frequentemente; quando accade però il tempo dedicato è dignitoso.

Modi di trattamento della notizia
Si parla di disabilità soprattutto con servizi filmati (47,5%) o dibattiti (33,8%). Viene per un 36% circa usato il genere “storie di vita”, seguito a buona distanza dalle inchieste.
Usare il genere storie di vita significa affrontare la disabilità con il racconto e l’esperienza vissuta. Difatti nelle unità di analisi è quasi sempre presente una persona con disabilità.
Infine, se le persone disabili sono in tv (poco ma con “buoni spazi”) in effetti parlano poco. A parlare, per loro, è spesso il conduttore della trasmissione, ma questo riteniamo sia un comportamento generalizzato che si verifica quasi sempre e con qualsiasi tipo di ospite che non appartenga allo star system dettato da necessità di tempi stretti più che da altre motivazioni.

Di che cosa si parla?
Gli argomenti trattati sono molteplici, specialmente le difficoltà quotidiane. Uno dei temi più trattati rimane quello medico, ossia riabilitazione, percorsi terapeutici, ricerca medica, seguito dal tema delle barriere architettoniche. Non mancano comunque altri argomenti come gli aspetti della vita affettiva, la tecnologia, i problemi ambientali e lavorativi.
Altro aspetto interessante è che si parla di disabilità ma soprattutto per sensibilizzare il vasto pubblico. Non si è ancora arrivati all’ideazione di trasmissioni di servizio indirizzate in maniera specifica alle persone disabili.

Spettacolarizzazione?
Secondo quanto rilevato dal Censis, nelle trasmissioni televisive si tende a non porre eccessiva enfasi sulle dimensioni più esemplari della generosità e dell’abnegazione (creare “eroi di generosità”) né sugli aspetti più tragici. Anzi. Va sottolineato che, in controtendenza con quanto verificato con altri soggetti sociali (immigrati, minori) la cronaca nera è assente. Quando si tratta infatti di cronaca è nella gran parte dei casi cronaca bianca o, addirittura, rosa. Inoltre si cerca di evitare l’informazione estremizzata, drammatizzata, spettacolarizzata.

Spontaneità
Infine, se una trasmissione tende a trattare l’argomento disabilità lo fa per lo più spontaneamente, senza essere spinta da un evento o da una sollecitazione esterna. È per la maggior parte dei casi (70,9%) una scelta autonoma della trasmissione. Sporadica, ma spontanea.

La persona disabile in tv
Proseguendo nell’analisi dei dati scopriamo qual è l’identikit della persona disabile che va in tv:
– maschio (37,7%);
– giovane o adulto;
– affetto prevalentemente da disturbo motorio (48,7% dei casi).
La presenza femminile è ridotta (su sette unità di analisi si rilevano solo cinque casi in cui la persona disabile è donna), come pure i disabili anziani e bambini risultano completamente marginali.
Inoltre sono assenti gli altri generi di deficit, soprattutto la disabilità di tipo intellettivo e relazionale.
Quello che non è rappresentato è evidentemente ciò che più fatichiamo, come società e come singoli, ad accettare. Prima di tutto si tace la realtà della donna disabile: una donna che, come l’uomo, può avere disarmonie fisiche e che comunque si allontana dallo stereotipo di “oggetto perfetto” molto letterario e tipicamente maschilista; rimuoviamo l’immagine di anziani problematici tanto in contrasto con le pubblicità di persone della terza età dai “sorrisi smaglianti” e che sembrano vivere una terza giovinezza. Infine, si dimentica (consapevolmente) il disturbo mentale rispetto al quale la comunicazione sembra addirittura ignorare l’evoluzione della psichiatria moderna.
Quest’ultimo è un problema legato al tipo di “evoluzione” che ha intrapreso la nostra società, al modo che abbiamo di approcciarci alla malattia e alla morte. Il sociologo J. B. Thompson la chiama “dissequestro dell’esperienza”. Thompson, nel suo Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, afferma che con l’emergere di sistemi di conoscenza specialistica come la medicina e la psichiatria, o istituzioni specializzate come gli ospedali e gli ospizi, certe forme di esperienza sono state allontanate dai luoghi di vita quotidiani e relegate in particolari ambienti: “Per esempio, l’esperienza della malattia cronica (fisica o mentale) o della morte di una persona amata sono regolate sempre più spesso da un insieme di istituzioni specializzate nella cura dei malati e nell’assistenza ai morenti”.
Quindi oggi, per tutti, incappare in casi come i carcerati o malati gravi è un fenomeno sempre più raro.

La parola agli utenti
E le persone disabili che cosa pensano della tv? Sul sito Disabili.com ho chiesto l’opinione degli utilizzatori del Forum. In generale gli utenti hanno riportato l’impressione di una tv che punta maggiormente sulla presentazione di casi limite, magari “strappalacrime” tali da generare un senso di pietà, tenerezza o compassione. In particolare, gli utenti hanno denunciato trasmissioni come C’è posta per te incolpata di aver sfruttato, più volte, ragazzi e ragazze Down a scopi di audience.
L’idea è che si tenda a presentare la persona disabile come vittima da commiserare o proteggere; un essere più debole da difendere. Quello che invece vorrebbero è una tv che sappia parlare dei problemi veri, quotidiani; per questo piacciono trasmissioni di denuncia come Striscia la Notizia o Le Iene capaci di realizzare servizi a partire da denunce dei disabili stessi.
Le trasmissioni in realtà ci sarebbero, ma, come lamentano alcuni, confinate a orari impossibili e proibitivi e per giunta su reti a pagamento.
Infine, è stato denunciato come la persona disabile sia presentata del tutto asessuata: il sesso e la sessualità rimangono un tabù mai superato.

Conclusioni
C’è in generale un malcontento diffuso perché questi “pochi minuti ma buoni” dedicati dalle reti televisive nazionali ai problemi legati alla disabilità non sono sufficienti, tanto più che tali trasmissioni sono più rivolte a chi disabile non è.
Allo stesso modo anche i telespettatori disabili si chiedono come trattare l’argomento, visto che le patologie di cui si potrebbe parlare in modo approfondito e scientifico sono tantissime.

2. L’avventura del Ciclope

Ma quando al Ciclope intorno al cuore il vino fu sceso,
allora io gli parlai con parole di miele:
“Ciclope, domandi il mio nome glorioso? Ma certo,
lo dirò; e tu dammi il dono ospitale come hai promesso.
Nessuno ho nome: Nessuno mi chiamano
madre e padre e tutti quanti i compagni”.
Così dicevo; e subito mi rispondeva con cuore spietato:
“Nessuno mangerò per ultimo, dopo i compagni;
gli altri prima; questo sarà il dono ospitale”.
[…]
Allora il palo caccia sotto la molta brace,
finché fu rovente, e con parole a tutti i compagni
facevo coraggio, perché nessuno, atterrito, si ritirasse.
[…]
Essi, alzando il palo puntito d’ulivo,
nell’occhio lo spinsero: e io premendo da sopra
giravo, come un uomo col trapano un asse navale
trapana;
[…]
Paurosamente gemette, n’urlò tutta intorno la roccia;
atterriti balzammo indietro: esso il tizzone strappò dall’occhio, grondante di sangue,
e lo scagliò lontano da sé, agitando le braccia,
e i ciclopi chiamava gridando, che in giro
vivevano nelle spelonche e sulle cime ventose.
E udendo il grido quelli accorrevano in folla, chi di qua, chi di là;
e stando intorno alla grotta chiedevano che cosa volesse:“Perché, Polifemo, con tanto strazio hai gridato
nella notte ambrosia, e ci hai fatto svegliare?
forse qualche mortale ti ruba, tuo malgrado, le pecore?
o t’ammazza qualcuno con la forza o l’inganno?”.
E a loro dall’antro rispose Polifemo gagliardo:
“Nessuno, amici, m’uccide d’inganno e con la forza”.
E quelli in risposta parole fugaci dicevano:
“Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo,
dal male che ti manda il gran Zeus non c’è scampo;
piuttosto prega il padre tuo Poseidone sovrano”.
Così dicevano andandosene: e il mio cuore rideva,
come l’aveva ingannato il nome e la buona trovata.
(Libro Nono)

Ulisse per ingannare il Ciclope cannibale che gli ha divorato i compagni e che rifiuta il dono dell’ospitalità così caro ai Greci, utilizza un gioco di parole. Finge di chiamarsi “Nessuno”. Così trova scampo alla furia degli altri Ciclopi e, infine, riesce a salvarsi.
Abbiamo scelto questo episodio perché sottolinea quanto le “parole” siano importanti; ciò che diciamo, e magari senza che noi ce ne rendiamo conto, determina delle conseguenze attorno a noi. Inoltre, il modo in cui ci esprimiamo è una diretta conseguenza del nostro modo di pensare. Studiando il vocabolario impiegato in una certa cultura per trasmettere informazioni o addirittura per denominare alcuni gruppi, si rintracciano e scoprono quali stereotipi sono vivi in quella società.

Che cosa sono gli stereotipi?
Luciano Arcuri nel suo Percezione e cognizione sociale. Manuale di psicologia sociale definisce gli stereotipi come: “Sistemi concettuali che ci permettono di semplificare le nostre rappresentazioni soprattutto quando esse hanno a che fare con l’ambigua, sfuggente e spesso cangiante realtà delle categorie sociali. A questi sistemi, qualche volta semplici, altre volte semplificatori, ma non di rado semplicistici, gli psicologi hanno dato il nome di stereotipi”.
Gli stereotipi sono cioè un mezzo per classificare in modo veloce (e quindi, per forza di cose, approssimativo) la complessa realtà che ci circonda.

Come agiscono gli stereotipi?
In questo caso scomodiamo Walter Lippmann, un altro grande studioso, che nel 1922 scrisse L’Opinione Pubblica, libro in cui, per primo, si interrogò sulla formazione delle opinioni. Per Lippmann molte delle decisioni che vengono prese dalle persone sono basate su “preconcezioni”, ossia su stereotipi. Gli stereotipi semplificano i fatti perché si propongono di rappresentare gruppi e non individui: in questo modo non rendono giustizia alla specificità dei singoli che vengono assimilati in un’immagine globale; inoltre gli stereotipi portano a interpretazioni errate degli individui anche quando esiste un contatto diretto con questi: se ci si aspetta, ad esempio, che una persona sia “fredda” perché appartiene al gruppo dei settentrionali, questo ci porterà a riconoscere la freddezza in tutti i comportamenti messi in atto dai settentrionali.
Cosa dice, in sostanza, Lippmann sugli stereotipi? Che sono pericolosi perché ci rimandano un’immagine distorta della realtà anche quando noi quella realtà la conosciamo per esperienza diretta. Un esempio: ci hanno sempre detto che le persone meridionali sono spiritose ma sfaticate. Nel posto in cui lavoriamo arriva una nuova collega che proviene dal Sud. Capita che un giorno ci dica che è stanca e non ha proprio voglia di far nulla. Ecco che per noi lo stereotipo si attiva. Non giustifichiamo la nostra collega pensando che forse può essere stata male di notte e non aver chiuso occhio, ma attiviamo quello che pensiamo delle persone meridionali: senz’altro anche lei è una sfaticata.

Come si trasmettono gli stereotipi?
Sempre Arcuri afferma che il più importante veicolo di trasmissione degli stereotipi è quello linguistico.
Per questo l’episodio di Ulisse è tanto importante per noi: lo è perché ci permette di parlare di stereotipi, di classificazione della realtà, di termini. Nel nostro caso specifico: è la stessa cosa definire una persona disabile piuttosto che handicappata o diversamente abile, o non normodotata? E poi, che cosa significano normale e anormale?
Claudio Imprudente, presidente del Centro Documentazione Handicap di Bologna, propose, più di otto anni fa, il termine diversabile per sostituire tutti gli altri. L’idea di Imprudente era al tempo stesso dare una sferzata di ottimismo e sottolineare, della persona non normodotata, la diversa abilità posseduta piuttosto che il deficit, ovvero la mancanza di qualche abilità rispetto ai normodotati. Era un mezzo per ribaltare la prospettiva generale e avviare un percorso culturale in cui superare gli handicap derivanti dai deficit significa inventare qualcosa di nuovo anziché imitare la normalità.
Esistono due classi di parole per designare la persona con deficit. Quelle che appartengono alla prima classe (ad es. handicappato, portatore di handicap, persone in situazione di handicap) evidenziano l’handicap; quelle che rientrano nella seconda (disabile, non vedente, motu-leso, eccetera) evidenziano il deficit.
È in questa logica che si inserisce la necessità di pensare a come definiamo le persone, a che etichette gli applichiamo addosso. Questa è una considerazione che vale in generale: è importante evitare termini che contengono una qualche forma di giudizio. Sarebbe più produttivo abbandonare l’opinione di diverso e anomalo come qualcosa di deviante e peggiore e rivalutare la diversità (che ciascuno di noi possiede) come un valore o più semplicemente, come una possibilità.
Saper usare le parole, coniarne di nuove che siano meno “handicappanti” per chi già vive un disagio, non significa però e non deve significare rifiutare la realtà, evitare di accettare una diversa abilità del proprio corpo o della propria mente: questo sarebbe pericolosissimo perché significherebbe non somministrare le cure necessarie e attuare in tempo la giusta prevenzione, così come rallentare lo sviluppo della ricerca medica.
Se l’idea, propositiva, di Claudio Imprudente è stata salutata con entusiasmo da alcuni, c’è anche chi non è d’accordo: nel Forum del sito web Disabili.com in cui ho postato alcuni messaggi e nel quale ho raccolto qualche opinione, c’è stato chi ha dichiarato che è stanco di dover veder cambiare, e per moda, il modo in cui il disabile definisce se stesso o gli altri definiscono lui.
In effetti se le parole possono essere mezzi attraverso i quali ci mettiamo in relazione con gli altri, esse possono diventare anche “gabbie” quando le definizioni si fanno troppo strette, ossia quando con una definizione, con un termine, ci illudiamo di poter cogliere tutta la realtà e le sue infinite sfumature.
Ecco cosa dice a questo proposito Franco Bomprezzi, 50 anni, giornalista, ex-responsabile editoriale del portale Inail Superabile.it dedicato al mondo della disabilità: “Non esistono le persone disabili. Esistono le persone. I singoli, ognuno con la propria realtà, le personali aspettative di vita, i differenti livelli di cultura e di censo”.
Quando non ci troviamo in un contesto medico e quindi non stiamo parlando di malattie o cure, dovremmo abbandonare la nostra smania di “riassumere” tutta una persona in simboli, categorie o classificazioni. Per Bomprezzi definire qualcuno come “persona disabile” non è un progresso. In ambito medico parlare di Down, tetraplegico, spastico aiuta a definire la condizione fisica e a circoscrivere l’intervento. Al di fuori di un contesto simile occorrerebbe abbandonare sia termini come “handicappato” che “disabile” o “persona diversamente abile”. “Persona disabile” è addirittura un paradosso per Bomprezzi: sembra sottointendere l’esistenza di un grande insieme, quello delle “persone abili” di cui le “persone disabili” sono un sottoinsieme modificato. Hanno in comune qualcosa ma mancano di qualcos’altro. Ci si dimentica che l’insieme è formato invece dalle Persone e che esistono tanti sottoinsiemi quante sono le caratteristiche intellettuali, fisiche e morali degli individui.
Bomprezzi afferma che la disabilità trova una sua collocazione accettabile (per la società) solo in contesti codificati e previsti: i posteggi riservati, gli scivoli, la segnaletica di riferimento. Codici di civiltà, dal punto di vista del rispetto dei diritti, ma contemporaneamente segnalatori di diversità, in buona misura ghettizzanti, separatori sociali. E lo stesso può valere per i termini. Per quelli cosiddetti politically correct.
Anche per Andrea Canevaro, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Bologna, ciò che occorre evitare è cadere nella logica dell’etichettamento, vale a dire, usare classificazioni stereotipanti; allo stesso tempo però è da rifiutare anche la logica, opposta, di chi vuole “normalizzare” tutto. “Normalizzare” significa ritenere che siamo tutti uguali senza alcuna diversità. Questo porterebbe a appiattire il reale che è molto più complesso e variegato. L’etichettatura dunque è negativa se è imbalsamare una persona in un destino; è sensata se delinea tutte le caratteristiche dell’individuo.