Skip to main content

Autore: admin

10. Il piacere dei suoni

a crua di Celine

Dalla parola al corpo”…il mio intervento è legato all’educazione del piacere e non alla cura, io non curo nessuno, la musica è terapeutica di per sé, l’attività che faccio arriva direttamente all’anima perchè produce gioia e curiosità”. Intervista a Alberto Rojas, pedagogista musicale, maestro di coro dell’università di Bogotà in Columbia.

Quali sono le origini dell’’intervento di educazione musicale che svolgi?
E’ partito dalla ricerca del mio piacere; potrà sembrare una risposta egoista ma in tutta la mia esperienza ho capito che se per primo non provavo piacere, non mi divertivo, e non provavano piacere neppure i miei allievi. Allora per prima cosa ho capito che io dovevo essere felice, contento e soddisfatto, per riuscire a trasmettere a loro il piacere; poi ho iniziato a pensare e programmare cosa provavo io e cosa avevo provato da bambino e da adulto; ad esempio quando andavo da bimbo a messa, con mia nonna, mi piaceva per la situazione magica della messa che allora in Columbia si faceva cantata in latino. Ecco ho ricordato le mie prime fonti di piacere.
Poi ho lavorato sul tempo, vedi i 60 minuti della lezione sono stressanti, l’anno scolastico è stressante, insomma ho capito che il tempo era un limite ed ho cercato di liberami da questo limite, ho lottato molto con i colleghi per questo , a volte facevo una lezione di 40 minuti altre volte di due ore, liberarsi dal tempo è stato fondamentale, perché ho capito i diversi tempi delle persone, di tutti, bambini “normali”, handicappati e adulti. L’attività che faccio arriva direttamente all’anima, perché’ produce gioia e curiosità perché’ c’e’ magia in quello che faccio, è un gioco magico.

Quindi la musica come fonte di piacere?
Sì, se una persona si sente attratta dalla musica, io gli dico sì è vero, tu ti puoi innamorare della musica e puoi farla; i bambini la fanno, gli adulti invece hanno più difese, dicono “sono stonato, non so cantare”, ma una volta che si usano dei metodi adatti, tutti possono fare musica; c’è musica per ognuno e se una persona ha un registro vocale ristretto non gli proporrò di cantare un brano di Bach ma troverò la musica adatta a lui.

Quali sono gli elementi nell’educazione musicale?
Credo che ci sono una serie di elementi di base, come l’educazione dei sensi, e usare i muscoli che intervengono nel canto. Ad esempio, una persona stonata ha dei muscoli che non utilizza, è importante imparare ad utilizzare quei muscoli; come una persona va in palestra e lavora con i muscoli con esercizi appropriati, io lo faccio per la voce con giochi appropriati. Il secondo elemento è guardare, sì, insegno alla persona normale o con handicap, adulto o bambino a guardare, ascoltare e produrre. Cioè il collegamento occhio orecchio-voce senza dimenticami dell’espressione corporea. Ovviamente a seconda della fascia di età si useranno strumenti e giochi opportuni, negli adulti spesso travesto il gioco in serietà, perché l’adulto vuole la serietà, nella scuola italiana si può giocare solo fino alla 5° elementare.
L’educazione musicale in Italia entra solo nella scuola media, quando è più difficile insegnarla, perché i ragazzi sono inquinati da agenti esterni, musica commerciale, TV… Io intendo l’educazione musicale come processo che inizia nella scuola materna e nell’elementare. Così puoi creare un senso estetico musicale, cultura musicale non è solo sapere quando è nato Beethoven, cultura musicale è cultura estetica. D’altronde la figura del pedagogo musicale non esiste in Italia, lo Stato italiano si sta ancora interrogando se sia utile la figura del pedagogo musicale, questo è triste ,visto anche il passato musicale italiano.

Cosa osservi maggiormente nei bambini delle elementari per esempio?
Nel mio lavoro vedo che molti bambini hanno delle difficoltà di lateralità oppure difficoltà a fermarsi ad un segnale, ad esempio ad uno stop oppure, difficoltà di equilibrio, allora visto che questi problemi incidono nell’apprendimento io intervengo con l’educazione musicale .

E come intervieni?
Ci sono canzoni adatte per ogni cosa e se non ci sono io le invento, cioè ad esempio se io canto una canzone la posso fermare dove voglio e fare pause lunghe. Pensiamo ad un bambino con difficoltà di tempo, se io ti canto una canzoncina: “C ‘era una volta un gatto che andava in Canada e portava in un cesto del pane con prosciutto e questo e tutto” posso trasformarla e cantare “C ‘era una volta un gatto che andava in Canada e portava in un cesto del pa —ne con –pro—sciu–tto– e– que–sto e tu–tto”, cambio le pause, modifico il tempo e i movimenti. Io unisco alla canzone un movimento con il corpo, i bambini possono modificare tempo ritmo e movimenti, in questo modo il bambino può accettare i suoi tempi e suo limiti. Ad esempio nel mio lavoro spesso il protagonista, la stella, il solista della canzone è proprio il bambino che ha delle difficoltà, la canzone è per lui; i tempi e le pause lo aiutano a superare le sue difficoltà, con l’aiuto del gruppo, divertendosi e giocando.

Ma quale è la differenza fra un intervento di educazione musicale e la musicoterapia?
Innanzi tutto il mio intervento è legato all’educazione del piacere e non alla cura, io non curo nessuno, e poi la musica è terapeutica di per sé, l’intervento musicale non è tecnica, io provo ad offrire alla persona una cultura musicale, una autonomia musicale, e per fare questo uso la creatività , la fonte fondamentale è la creatività, creare musica, senza paura , paura del mondo sonoro.

I tuoi interventi si rivolgono a gruppi di bambini e ragazzi anche disabili e sono molto efficaci.
Il punto di partenza con i bambini è la canzone, vengono stimolati a livello verbale con le canzoni, e si vedono subito dei risultati, uso canzoni universali e/o inventate da me. Gioco con le sillabe, con i suoni dell’apparato fonatorio; produciamo suoni di gola, di voce, di testa, e vedo che il primo risultato è lo sviluppo della voce. Poi c’è il movimento, ogni canzone è collegata al ritmo e al movimento; i bambini, non li tengo buoni, li faccio scatenare e poi indirizzo questa energia; salti urli e strilli sono i benvenuti, e da lì che io parto per insegnare il ritmo, la drammatizzazione della canzone; questa è una cosa che interessa molto il bambino handicappato. Questa fase, per me, è importante per l’osservazione; do molto tempo per la conoscenza, di me, della mia voce, della mia temperatura corporea, il bambino deve conoscere il mio corpo, la mia musica, la mia persona.

Voce, movimento, ritmo, e poi strumenti?
Si, non è il mio obiettivo lo strumento, a volte utilizzo giochi sonori ma come oggetti di gioco; in questo modo il bambino arriva allo strumento dopo che ha già acquisito fiducia dello strumento, non è, lo strumento che deve dominare. Io insegno a toccare, a produrre un suono, non mi interessa quanto, mi basta anche un solo suono, ma la mia finalità non è lo strumento, per me lo strumento è stupendo, fantastico ma in questo campo è solo un mezzo in più, come la voce, anche se e’ vero che alla fine imparano ad utilizzare la voce e a suonare uno strumento.

I tuoi interventi si svolgono sempre in gruppo?
Si sempre in gruppo, perché nel gruppo, c’è più’ scambio, energia, il gruppo produce creatività, e poi c’è tutto il discorso di accettazione e socializzazione che è fondamentale. L’obiettivo e farli innamorare della musica, delle proprie potenzialità percepire la positività della musica.

9. Spazi scolastici

di Rosanna De Sanctis

L’importanza del corpo e della comunicazione corporea all’interno della scuola è stato un tema da sempre sottovalutato o addirittura ignorato. Così per lo spazio, la disposizione dei banchi, delle classi…Intervista a 5 insegnanti della Scuola Media Zanotti di Bologna.

Come è organizzato lo spazio in questa scuola, seguite lo spazio istituzionale o è stato riorganizzato?
A: Lo spazio in alcune aule è stato riorganizzato per una migliore fruizione dello stesso da parte degli alunni. Noi insegnanti di sostegno utilizziamo molti spazi (laboratori, antiaule, palestra) e abbiamo verificato come il cambiare spazio sia utile per i ragazzi per “scaricare” tensioni.
C: Io mi occupo di informatica e di facilitazione dell’apprendimento attraverso il computer. Ho organizzato lo spazio 3 anni fa quando sono arrivato qui ed è iniziata questa attività. Nell’aula di informatica ho creato due spazi: uno per i computer e uno per rilassarsi; perché anche se il computer è utilizzato in forma ludica, richiede comunque ai ragazzi concentrazione e attenzione molto elevati, quindi per me è fondamentale dare dopo l’attività al computer un tempo per rilassarsi, “scaricare”, chiacchierare.

Lo spazio l’ho organizzato in base alla comunicazione circolare dei messaggi; i ragazzi sia della I che della III sono seduti in cerchio, ma purtroppo le aule sono piccole e quindi oltre al cerchio all’interno, c’è un semicerchio. Lo so che non è ottimale, ma meglio questa sistemazione che quella istituzionale.
E: La palestra era già stata progettata così fin dall’inizio della costruzione della Scuola. E’ molto bella, luminosa, ricca di grandi e piccoli attrezzi, ha sei canestri per poter far giocare più gruppi di bambini e in più’ accoglie anche 50 ragazzi contemporaneamente e questo ci favorisce molto nel lavoro .
D. “Il corpo, lui non tace mai: sotto lo sguardo, sotto il contatto dell’altro, non cessa di emettere messaggi.” (Lapierre)

Quanto conosce e utilizza nella relazione educativa i canali della comunicazione corporea e non verbale?
B: È una relazione che ricerco, perché è istintivo ricercare un contatto fisico con gli alunni, e per contatto non intendo solo quello puramente fisico, ma anche uno sguardo, un certo modo di dare e ricevere ascolto
C: Anche io utilizzo il corpo nella relazione è un modo naturale di vivere il rapporto in modo completo e poi ho osservato che migliora non solo la relazione ma anche l’apprendimento degli alunni.
D: Il corpo all’interno della scuola a parte le ore di educazione fisica o di drammatizzazione è mortificato; nelle aule i ragazzi stanno fermi nel loro banco. Ma io credo che la corporeità non riguarda solo il corpo inteso come movimento, ma l’ascolto del corpo, saper ascoltare le proprie emozioni e sensazioni. In questi ultimi anni c’è stata una atrofia del sentire, anni fa ho lavorato all’MCE (Movimento Cooperativo Educazione) e ho fatto diverse esperienze, da allora cerco di dare ai ragazzi uno spazio che non è di movimento, ma un ascolto del proprio sentire; ad esempio quando entro in classe chiedo: “Come state? Come vi sentite?, Come definiresti con un colore la giornata di oggi o il tuo essere oggi?” Per me già questo è dare attenzione e iniziare la giornata in modo diverso. Io sono consapevole di come comunico ma non sempre riesco ad utilizzare questa consapevolezza. Ci sono alcune tecniche che cerco di utilizzare, come il tono della voce, l’intercalare, i silenzi…
E: Il corpo è per me fondamentale, l’attività fisica è estremamente importante, tanto che finalmente anche nelle scuole elementari si fa attività motoria e noi notiamo la diversità in Ia dei ragazzi che hanno svolto attività e quelli che non l’hanno avuta; perché nei primi c’è una maggiore disponibilità motoria. Noi in questa Scuola facciamo, io ed il mio collega, in ore extrascolastiche un avviamento alla attività sportiva, ma non finalizzata all’agonismo e ogni anno abbiamo molte adesioni. Negli anni abbiamo rilevato che in queste attività i ragazzi esprimono se stessi non solo da un punto di vista fisico ma anche psicologico-emozionale, il fatto di essere in tuta come loro, di rotolarsi come loro, di giocare con loro li aiuta ad aprirsi a liberarsi ad esprimersi, più volte è accaduto e accade che i ragazzi ci raccontino i loro disagi, le loro paure; spesso ci vengono a cercare con delle richieste specifiche di aiuto; in aula è più difficile, già la cattedra crea una separazione qui c’e’ una vicinanza, un ascolto, un contatto fisico e umano che difficilmente si crea in altri luoghi anche se in questa Scuola accade ma perché ci sono insegnanti sensibili oltre che preparati e gli alunni ne hanno veramente bisogno. Inoltre nella nostra attività vengono trasmessi valori come il rispetto delle regole, la collaborazione, la solidarietà, la capacità di rispettare gli altri, l’accettare la sconfitta che io credo siano punti fondamentali nella crescita e nello sviluppo di una persona.

Esiste in questo ultimo decennio una letteratura e una quantità di informazioni relative all’educazione corporea, ma l’attenzione è spesso stata sul progettare e attuare un programma in funzione del corpo del bambino. E il corpo dell’insegnante?
A: Per l’insegnante c’è molto meno, sarebbe molto importante avere una formazione in questo senso, le poche occasioni che ho avuto mi hanno aiutata nella relazione con i ragazzi creando un rapporto più sereno e costruttivo. Noi abbiamo troppo spesso la funzione di trasmettere ai ragazzi rimanendo fuori,non consapevoli che in quel momento siamo già in relazione con loro
C: L’insegnante viene considerato molto poco nel suo aspetto corporeo, e il rischio è che lui trasmetta messaggi e segnali negativi che vengono ascoltati dai ragazzi soprattutto da quelli molto sensibili creando un danno non solo nella relazione ma anche nella trasmissione di informazioni, contenuti e apprendimenti. Ho la sensazione che quando si parla di corpo, così come a volte accade anche per l’informatica, molti colleghi pensano che quello è giocare e non insegnare, non comprendendo che utilizziamo tutti in ogni momento il corpo e la comunicazione corporea.
D: Tutto è ancora molto teorico. Ho fatto un’esperienza pratica solo all’MCE e ad un seminario condotto da una compagnia teatrale lavorando a fianco a loro e con i ragazzi, solo allora ho veramente compreso. L’insegnamento è un rapporto in continua interazione, creare una didattica di ascolto sul sentire, sull’esprimere la propria emotività crea per loro dei momenti magici si pongono in una condizione di maggior attenzione e suggestione, si esce dal tradizionale, io ho ottenuto attraverso la scrittura emozionale, scritti di una intensità e originalità che mai avrei ottenuto se avessi chiesto un tema tradizionale.

Quindi hanno espresso se stessi….
D: Certo, in questo modo la Scuola diventa sede di ascolto, dei loro stereotipi ma anche delle loro originalità, delle loro paure, dei loro disagi. A casa spesso non hanno una povertà affettiva ma una povertà di ascolto dei loro bisogni che non sono solo quelli materiali. Negli scritti si lasciano andare con loro grande sorpresa e esiste un forte bisogno di dire, di essere ascoltati soprattutto in una fase come questa dell’adolescenza.

Nel dibattito permanente sulla formazione degli insegnanti si sono precisati due aspetti: uno relativo alla formazione professionale e metodologica, l’altro riguarda la formazione della personalità intesa come capacità di osservare, di essere flessibili, di rivedere obiettivi e procedimenti educativi. Quanto è per lei importante la comunicazione e la consapevolezza corporea nella formazione?
A: A mio parere conta moltissimo, ad esempio quest’anno il Corso di Formazione a cui ho partecipato sulla “Gestione dell’aggressività in aula” ( Corso di formazione per insegnanti Comunali condotto dal Centro Studi Mosaico Psicologie n.d.r.) utilizzava come strumento lo psicodramma e quindi il corpo, per me è stato un contributo importantissimo mi ha aiutato e mi aiuta nel lavoro perché ho imparato a riconoscere la mia e la comunicazione dell’altro, sono maggiormente in ascolto e anche i contenuti prettamente curriculari vengono trasmessi con maggiore efficacia e semplicità, e’ stato una formazione pratica e non solo teorica come spesso accade.
B: La formazione corporea manca, o la svolgi personalmente e individualmente o è spesso assente nella formazione istituzionale; soprattutto è una formazione che dovrebbe essere estesa a tutti i docenti, non solo agli insegnanti di sostegno, perché la comunicazione corporea e il suo utilizzo riguarda tutti non solo gli alunni in situazione di svantaggio.
C: la formazione che possiedo, deriva da un mio interesse personale e da un bisogno che non trovava risposta nella formazione istituzionale. Purtroppo le conoscenze che ho acquisito sono rimaste in un ambito teorico, perché non ho avuto occasione di partecipare a corsi o stage pratici.
D: se pur lavoro da 15 anni, ancora oggi la formazione corporea è entrata molto poco; per me è stata una conquista di questi ultimi anni. Ricordo ad esempio l’esperienza che ho avuto che già accennavo prima, sulla scrittura emozionale con riferimento a lavori svolti da alcuni noti Neuropsichiatri americani per me quella attività rimaneva una attività a parte, io allora non la riuscivo a fondere con la didattica quotidiana. Ultimamente ne sono più consapevole, anche se è ancora molto distante, nessuno ci aggiorna su questo, ora iniziano alcuni centri e gruppi teatrali ma al di fuori della Scuola, del Provveditorato, dei canoni tradizionali, che lavorano sul concreto e non sulla teoria, dove esiste un ascolto reale, a noi non serve la teoria, io il maggiore aiuto l’ho ottenuto da un’attrice…
E: Per me è molto importante ma tutta la mia formazione è passata attraverso il corpo…..

A: Tina Fiocchi : Insegnante di Sostegno Comunale
B: Mirella Iotti: Insegnante di Sostegno Comunale
C: Federico Aiello : Educatore della Coop. Nuova Sanità
D: Rita Barbieri: Docente di Lettere
E: Maurizia Ogier: Docente di Ed. Fisica

1. Approvato il decreto sugli educatori

di Marco Grana

Nella Gazzetta Ufficiale n. 61 del 14 Marzo 1997 è stato pubblicato il Decreto n.57 del 17 Gennaio 1997 con il quale il ministero della Sanità addotta il regolamento concernente la individuazione della figura e relativo profilo professionale del tecnico dell’educazione e della riabilitazione psichiatrica e psicosociale che probabilmente assorbirà gli attuali educatori professionali. È una tappa significativa per quanto riguarda la definizione giuridica della figura dell’educatore, in particolare per tutti quelli che attualmente operano in strutture interne alla Sanità.

La possibilità dei rapporti liberi-professionali
Nella sostanza si tratta di due articoli che definiscono in termini molto generali mansioni, collocazione e percorso formativo: il t.e.r.p.p.(tecnico dell’educazione e della riabilitazione psichiatrica e psicosociale), oltre che essere un operatore della relazione, si occuperebbe anche della valutazione diagnostica e della progettazione degli interventi, della prevenzione e del lavoro con le famiglie e di rete, sarebbe coinvolto inoltre sia nelle attività di valutazione sia in quelle di formazione e aggiornamento. Il tutto a partire da posizioni diverse: alla formazione e all’aggiornamento, alla diagnosi, alla definizione di progetti, per esempio, collaborerebbe o concorrerebbe, mentre parrebbe avere una maggiore autonomia nella attuazione dell’intervento in relazione all’utente o al territorio. Il percorso formativo e l’ambito occupazionale sembrano essere completamente interni a strutture e servizi sanitari (facoltà di Medicina e AUSL). Una novità interessante, che facilmente avrà ripercussione sull’attuale organizzazione del privato sociale, è che il t.e.r.p.p. potrà stabilire relazioni libero-professionali con l’ente pubblico, e anche con privati.
Per farsi una idea complessiva delle prospettive a cui vanno incontro gli educatori professionali occorre tenere presente che è in corso di discussione anche una proposta di legge relativa all’albo dei pedagogisti (promossa dalla Società Italiana dei Pedagogisti) che contiene al suo interno una notevole disponibilità nei confronti degli educatori professionali, e che si caratterizza per una qualificazione della figura dell’educatore decisamente maggiore in termini di responsabilità e conseguentemente autonoma (e quindi anche di grado di formazione: laurea piuttosto che laurea breve).

Tutta una serie di nuovi problemi
I soggetti coinvolti (associazione di categoria, scuole speciali, università, cooperative e associazioni, enti) avvertono i vari problemi che l’una o l’altra soluzione comporteranno. Li elenchiamo al solo scopo di dare una idea della complessità della situazione: il t.e.r.p.p. è una figura sotto la giurisdizione medica e questo comporterebbe una rilevante forzatura di tipo culturale rispetto alla attuale realtà del lavoro educativo che non è riducibile nè all’epistemologia nè ai codici della medicina; quali strutture didattiche saranno accreditate per formare t.e.r.p.p. , o e.p. (educatore professionale)? Sarà una sola, saranno diverse? Come saranno valutati a fini di concorso e di carriera i diversi titoli abilitanti alla professione, quali criteri saranno adottati per la equipollenza dei titoli? Quali per la definizione degli ordinamenti didattici affinchè sia salvaguardato il senso pedagogico del lavoro educativo? Quale cooperativa o ente pubblico potrà permettersi di pagare degli e.p. laureati? Potranno restare nel numero attuale quelli che ora sono 5° o 6° livello se passeranno all’8°? Ma un e.p. non laureato può assumersi, delle responsabilità e delle autonomie che in realtà si sono riconosciute fondamentali e necessarie per svolgere le proprie mansioni?
Per avere informazioni aggiornate su tutta la questione ed eventualmente portare il proprio contributo di riflessione e partecipazione (molti degli interrogativi posti saranno oggetto di discussione e negoziazione nei prossimi mesi) ci si può rivolgere all’ANEP presso l’istituzione Minguzzi
Via S.Isaia n. 90, Bologna tel. 051/52.41.17.

6. Creatività: istruzioni per l’uso

di Roberto Ghezzo

Quest’anno la terza parte di HP sarà dedicata al tema della creatività. Quando mi hanno proposto di curare, assieme ad altre persone, questa parte mi sono sentito abbastanza lusingato. Infatti se uno ti dice che sei una persona creativa, te lo dice per farti un complimento e se qualcuno viene considerato preparato a parlare di creatività o a coordinare un lavoro sulla creatività, beneficia a sua volta della magia che permea questa parola. Eppure dopo una prima sensazione di sicurezza, man mano che pensavamo a come impostare questo lavoro, ci siamo resi conto che non era facile, che creativo può essere tutto e niente, che creatività è una parola fin troppo abusata quasi come “amore” nelle canzonette.

Parlare di creatività
Perfino partire con la domanda banale “che cosa è la creatività?” alla quale diversi articoli avrebbero dato delle risposte esaurienti, forse è già sbagliato o fuorviante. Quando ti chiedi “che cosa è…?” presupponi che ciò di cui si sta parlando sia una “cosa”. La creatività invece ce la immaginiamo come un che di vivo, sempre in movimento, che stupisce, che si rinnova, che cambia, che non è così afferrabile come potrebbe esserlo una mela. La mela è una cosa che posso descrivere, tenere in mano, addentare: la creatività è più sfuggente. La mela è un oggetto, un ob-iectum, qualcosa che mi sta gettato dinanzi; la creatività ha a che fare con oggetti (un quadro, un risotto, una bella conferenza) ma sta soprattutto nel processo che ha portato alla realizzazione dell’oggetto. Non mi sta solo dinanzi, ma sta anche dietro e dentro le cose, nascosta alle cose. La mela mi è presente, la creatività mi rimanda al passato, ad un processo che viene dal passato, che devo interpretare nel presente e non so a cosa nel futuro mi potrà portare. Una mela mi può sembrare oggi tale e quale a ieri, mentre una cosa considerata ieri creativa, oggi potrebbe apparirmi banale.

Come funziona?
Bene, allora proviamo a partire da qualcos’altro, ad esempio, “come funziona?”. Questa domanda presuppone un soggetto, una macchina, un organismo, un essere che funziona in un certo modo, utilizzando alcune strategie, alcuni ingranaggi. Qui si apre il problema del rapporto misterioso tra creatività e meccanicità. Da questo punto di vista si scopre che la creatività è sì una cosa viva, in trasformazione e sfuggente ma è anche un modo di procedere, un fare con dei contorni abbastanza definiti. Siamo critici con la visione romantica dell’artista, del creativo, come del genio che si eleva sopra la massa, il Prescelto tutto spontaneità e ispirazione che dona al mondo la sua poesia. L’arte è anche studio, mediazione, lavoro di artigianato. La letteratura sulle strategie della creatività, sul come insegnare la creatività, magari ai manager per essere più efficienti e più produttivi, è molto fiorente. Anche qui però la sensazione è che si stia parlando solo di un aspetto della creatività con il pericolo di ridurla ad una tecnica o insieme di tecniche in vista di uno scopo. Gli artisti, considerati da sempre come una categoria particolarmente creativa, producono spesso oggetti che non hanno una utilità ben definita. Oscar Wilde addirittura dice che l’essenza dell’arte è di fare cose inutili che val la pena di ammirare, o che non c’è niente di più indispensabile del superfluo (quest’ultima frase è citata nell’ultimo film di Benigni, La vita è bella). È importante parlare di creatività senza l’assillo del risultato perchè la creatività non può essere solo uno strumento (non ricordo chi ha detto che l’atto creativo ha due momenti, tappe fondamentali: l’azione e l’ozio).

Creatività in ambito educativo
Durante la gestazione di come impostare questa terza sezione di HP le domande sulla creatività si sono moltiplicate. Ci siamo chiesti, ad esempio, chi è veramente da definirsi creativo, se si può imparare ad essere creativi, dal punto di vista multiculturale cosa significa creatività nel mondo orientale, o ancora qual’è il punto di vista della creatura. Abbiamo deciso di affrontare questo mare di interrogativi senza pretendere di tenere una rotta ben definita ma lasciandoci trasportare dal vento delle suggestioni e dei diversi punti di vista, dalle correnti che emergono in superficie da profondità che non potremo mai esaurientemente esplorare. Ci è parso utile affrontare il tema della creatività da molteplici punti di vista, generali (in questo numero accenneremo ad esempio all’intelligenza artificiale) o molto particolari, sentendo la voce dei protagonisti (vedi l’articolo sull’esperienza realizzata dalla comunità Albatros) ma anche analizzando tecniche specifiche con una particolare attenzione a quelle utilizzate in ambito educativo (vedi l’articolo Cucinare storie). La nostra preoccupazione è stata quella di evitare di pensare alla creatività in un unico modo, cercando il più possibile non tanto di percorrere un solo itinerario ma di disegnare una mappa, indicando qua e là strade, fiumi, montagne, città e paesi, sentieri poco segnati e ancora da esplorare. Uno di questi è l’estetica dell’handicap (che sarà un appuntamento fisso dei prossimi numeri perchè ci sembra un terreno particolarmente adatto per fare il fiato e misurare la nostra capacità esplorativa). I sentieri della creatività possono infatti essere percorsi a piedi, a cavallo, in bicicletta e in mille altri modi, anche, perchè no?, in carrozzina.
Invitiamo il lettore a non confondere la mappa con il territorio (come direbbe l’autore di Ecologia della mente, Gregory Bateson): leggere la ricetta del risotto e mangiarsi il risotto sono due cose molto diverse (come direbbe Wilma De Angelis). La speranza è che questa sezione dedicata alla creatività ispiri appetito nel lettore, tenendo presente che l’appetito vien mangiando. Il lettore pertanto è invitato a prendere nota degli ingredienti, a procurarseli, a diventare cuoco lui stesso (magari mettendoci un pizzico di originalità) e, se il risultato è buono, a spedircene in redazione un assaggio, perchè ci piacerebbe inserirlo nel menù dei prossimi numeri di HP. Il lettore ideale per noi è come il Piccolo Principe che non si accontenta della pecora che gli disegnamo.

7. Ridere con e ridere di

di Roberto Ghezzo

Il termine diversità e il termine divertimento hanno la stessa radice nella parola latina “devertere”, cioè volgere in opposta direzione, percorrere altre strade. Abbiamo già visto molte volte, in questo percorso di articole dedicati all’estetica dell’handicap, come il devertere, la diversità del disabile, che spesso viene letta in senso tragico, in realtà illumina un percorso anche di creatività, di ricerca, al di là degli stereotipi

Il termine diversità e il termine divertimento hanno la stessa radice nella parola latina devertere, cioè volgere in opposta direzione, percorrere altre strade. Abbiamo già visto molte volte, in questo percorso di articoli dedicati all’estetica dell’handicap, come il devertere, la diversità del disabile, che spesso viene letta in senso tragico, in realtà illumina un percorso anche di creatività, di ricerca, al di là degli stereotipi. Vorrei però approfondire anche l’aspetto più propriamente comico del divertimento che alcune volte è molto evidente ma solo a certe condizioni si riesce a valorizzare. Ci aiuta in questo l’Estetica del brutto di Rosenkranz, scritta nel 1850, che è una miniera di stimoli per riflettere sulla estetica dell’handicap, per rimettere in discussione la ugualianza tra bruttezza ed handicap, spesso data per scontata. Ad un certo punto Rosenkranz afferma che il bello familiarizza con il brutto nel comico. Si ride certamente di una cosa buffa, di ciò che ci sorprende perché inaspettato e che intrattiene rapporti con il brutto. Il grande Charlie Chaplin aveva formulato una delle regole auree dei film comici dei primi anni del secolo: quando cade una persona anziana ciò non fa tanto ridere ma se un poliziotto scivola su una buccia di banana l’effetto comico è garantito. Quando l’istituzione, il sistema, ciò che per sua natura è serio e ordinato, scivola su una buccia di banana, ciò fa molto ridere. Perché? Perché per fortuna l’uomo è libero rispetto anche a se stesso, alle proprie convenzioni, alle proprie abitudini consacrate. E qui salta fuori ancora un ruolo che volente o nolente un disabile ricopre cioè quello di mettere in crisi il sistema in cui si inserisce perché è un sistema che non è stato pensato per la sua diversità.

Beccati questo pernacchio
In molte situazioni il disabile esprime quella che Eduardo De Filippo nel film “L’oro di Napoli” di De Sica, definisce il “pernacchio”. Da non confondere con la volgarità della pernacchia, il pernacchio è difficile da fare, bisogna esercitarsi. “Forse siamo ancora in tre o quattro a Napoli, il che significa in tutto il mondo,che sappiamo farla”. La tecnica del pernacchio è una tecnica complessa, bisogna mettere la mano in un certo modo, soffiare con una certa intensità, ma soprattutto è l’intenzionalità trasferita in questo gesto che non lo rende volgare e che produce un effetto che però è dirompente. Il pernacchiato, il destinatario del pernacchio, viene distrutto, un po’ come avviene per le bibliche mura di Gerico quando risuonano le trombe di Israele. Il potere, in qualsiasi sua forma, teme di essere deriso perché viene smascherato, l’atmosfera magica che si costruisce intorno svapora in un lampo. Il disabile, mettendo in crisi il sistema, è come se gli facesse un grande pernacchio e facendo così svolge un servizio insostituibile, perché il pernacchio è una medicina, è l’antidoto che ferma qualsiasi potere dal diventare dittatura, riporta la struttura alla sua vera funzione che deve essere di servizio verso l’uomo, verso la persona singola e diversa, irripetibile. Non so chi ha scritto: la satira ci ricorda che per quanto in alto uno può sedersi è sempre sul culo che è seduto. E nessuno è più ridicolo di chi si dà una importanza esagerata perché sa fare questo o quello o chi si condanna a dire cose sempre molto intelligenti.
Chi invece ride di un handicappato ha la risata di chi si crede intelligente nei confronti di qualcuno meno intelligente, produttivo, socialmente accettato, non vincente. E’ cioè la pernacchia, volgare, perché sta dalla parte di chi è al potere. E’ la derisione, lo scherno verso chi è diverso e per questo più debole.
Il disabile, nei confronti del sistema di regole che l’uomo si dà, agisce come il bambino che scopre che il Re è nudo, perché mette in discussione ciò che non viene mai messo in discussione, obbliga a guardare le cose per quello che sono.

Un mondo più umano
Ecco perché tante volte la sensazione di chi conosce il “mondo dell’handicap” è di aver scoperto un mondo più umano (come ho sentito dire da Vasco Mirandola, un attore e regista, ad una serata-spettacolo dedicata all’handicap, dal titolo interessante – “Il sesto senso”-, organizzata a Bologna dal centro Studi San Domenico nel maggio di quest’anno). Si sperimenta come una specie di sollievo, come se scaricassimo un peso, quando si scopre che ciò che il disabile mette in discussione, ad esempio il galateo, non è poi così importante. E’ un ritorno all’essenziale, è una risata liberatoria. Per qualcuno potrà apparire una vita terra-terra, per qualcun altro invece dà la sensazione del marinaio che grida “terra, terra!”.
In un mondo dove l’importante è saper fare, il disabile apparentementesi presenta come colui che non sa fare; quando è fondamentale per sentirsi importanti saper dire cose intelligenti e profonde, il disabile magari salta su con una fesseria, con il suo motto senza senso che ci sfida, che si espone alla pernacchia e che invece può risultare esso stesso un liberatorio pernacchio. E la cosa apparentemente strana, quella cosa che accade a tanti educatori, operatori vari, volontari, amici normodotati è che un poco alla volta si incomincia a capire. Invece che provar pena o vergogna, si incomincia a ridere di gusto, invece che sentirsi in imbarazzo per un ruttino al bar ci si sente sollevati e si incomincia a ridere di chi è imbarazzato intorno a noi.
Tante volte ci viene da ridere proprio perché bisognerebbe, e sarebbe buona educazione, stare seri, o perché ridere non è pietoso, e magari si ride di più quando intorno a noi c’è un imbarazzato silenzio di compunzione e serietà.

Efesto, lo zoppo
Chi frequenta persone disabili immancabilmente possiede aneddoti e raccontini vari divertentissimi. Se il disabile stesso sfrutta sapientemente il suo deficit l’effetto è straordinario. Ricordo un gustoso episodio durante una trasferta della nostra squadra di calcio in carrozzina. Il portiere dell’albergo faceva difficoltà a rilasciarci le ricevute delle consumazioni al bar, ricevute di cui noi avevamo bisogno per aver diritto a dei rimborsi. Allora un nostro giocatore, con tetraparesi spastica dalla nascita, si è spinto vicino al portiere con la sua carrozzina e, con il suo modo di strascicare leggermente le parole, l’ha apostrafato duramente così: “Guardi che prima dell’incidente io facevo il finanziere, se lei non rilascia subito le ricevute chiamo un paio di amici e le faccio chiudere la baracca, ha capito?” Tutti noi atleti eravamo piegati in due dalle risate senza farci notare dal portiere che intanto era impallidito. Con mille scuse ha iniziato a batter cassa subito e da quel momento abbiamo avuto tutte le ricevute possibili e forse anche qualcuna in più.
Del resto Rosenkranz ricorda che gli stessi greci hanno intuito una connessione profonda tra comicità-bellezza-bruttezza, quando hanno raccontato di Efesto lo zoppo (disabile dunque) che con l’aiuto di una rete ha catturato Afrodite, la dea della bellezza e se l’è sposata suscitando le risa di tutto l’Olimpo.

La retorica dell’handicap
Parlare di mondo dell’handicap come “mondo più umano” può apparire un po’ retorico, si corre il rischio di comunicare una immagine un po’ troppo rose e fiori, almeno così mi ha fatto notare qualche collega educatore cui ho letto l’articolo prima di lasciarlo in redazione. E’ vero: il pericolo c’è. In qualche modo tutto può apparire retorico, in particolare tutto ciò che ha già una immagine poco variabile, fissa, come può essere l’immagine dell’handicap.
Il termine retorica si è costruito nel corso del tempo una accezione negativa. Quando si dice a qualcuno: “Sei retorico!”, si intende: “sotto sotto al tuo discorso, infiorettato e forbito, non c’è sostanza”. In genere sono i palloni gonfiati che fanno grandi discorsi retorici, cioè vuoti, inutili. Tornando al primitivo significato del termine, retorica è l’arte di fare discorsi persuasivi, arte tenuta in grande conto fin dall’antichità essendo una disciplina molto importante ed utile per chiunque facesse politica. Si dice che con l’avvento dell’impero romano le scuole di retorica che preparavano appunto gli uomini politici diventassero sempre di più scuole inutili proprio perché la politica veniva decisa dall’imperatore e non dal senato, non da una partecipazione vera alle scelte politiche. Esiste secondo me una retorica dell’handicap che è vuota proprio per questo, cioè non aiuta un inserimento del disabile nella politica, nella vita della polis, ma lo confina in ruoli ben definiti.
Da un lato quello dell’eroe tragico, nella versione arrabbiata (il disabile che lotta per i propri diritti), nella versione malinconica (l’angelo caduto dal cielo che anela disperatamente, cioè‚ senza speranza e senza reali possibilità, alla felicità); ultimamente anche nella versione trash, un po’ cattiva, un po’ moralmente malata, perversa e masochistica (mi viene in mente Rosanna Arquette nel film Crash di Cronenberg). Dall’altro quella dell’eroe buono, bambino e innocente (Forrest Gump?) o quella stessa che ho proposto io (faccio autocritica) del disabile eroe del pernacchio, il piccolo e debole Davide contro il potente sistema-Golia. Insomma a grandi linee la dicotomia bello-sublime che abbiamo analizzato in HP63. In entrambi i casi la retorica che cristallizza l’immagine stereotipandola rischia di essere quella imperiale, dove chi detiene il potere è una certa cultura subita dal disabile. Potrebbe, ripeto, diventare retorica anche il pernacchio di cui ho parlato precedentemente, se non si fa l’operazione successiva di tornare al confronto, al dialogo, alla vita in comune. Qualsiasi ruolo rivestito dal disabile evidentemente rischia di essere retorico se si sclerotizza in una funzione, per quanto utile. Si dice molte volte che è beata quella società che non ha bisogno di eroi ma di uomini normali, che non ha bisogno di uomini della provvidenza ma solo di persone consapevoli che quotidianamente si danno da fare per realizzare una società vivibile.

Ossimori e stereotipi
Vorrei analizzare in particolare tre figure retoriche tra loro del resto molto collegate, e che hanno a che fare con l’immagine dell’handicap: l’ossimoro, lo stereotipo e la metafora. Una figura retorica è la forma stilistica che mira ad ottenere una maggiore efficacia nel discorso.
Quando due termini opposti vengono correlati si crea un ossimoro: una gaia tristezza, una calma inquietudine, una notte lucente. Spesso la percezione che abbiamo delle persone con deficit si configura proprio come ossimoro soprattutto a causa di una presunta paradossalità del loro esistere. Un handicappato sportivo, che lavora o che si sposa, sembrano cose paradossali, tanti ossimori che ci stupiscono. Pensiamo solo alla carrozzina, una sedia che si muove, una cosa che dovrebbe star ferma, fatta per muoversi. L’esistere dell’handicappato presenta situazioni contraddittorie (vedi HP63). L’aspetto ossimorico del disabile possiamo accettarlo ed interpretarlo come sfida. L’essere dell’handicappato si configura allora come avventura, come storia la cui caratteristica fondamentale è il superamento delle difficoltà. L’uomo è attirato dalla sfida e dall’avventura; un romanzo come I promessi sposi (il titolo sembra proprio un ossimoro) in cui i protagonisti devono superare mille difficoltà finisce quando Lucia e Renzo si sposano. Crolla il nostro interesse, quello che accade dopo è ordinario, quasi inutile, noioso forse, insomma non vale la pena di raccontarlo. Fermarsi alla dimensione ossimorica significa stereotiparla, renderla luogo comune. Entrare nel mondo dell’handicap per accogliere la sfida (vedi l’entusiamo di molti volontari), per fare i conti con questo ossimoro può in un primo approccio andare anche bene. Poi però ci si accorge che se la sfida rimane sfida e l’ossimoro ossimoro allora (come per i promessi sposi se Don Rodrigo non morisse di peste) la storia romperebbe gli argini, diventerebbe un polpettone alla Beautiful, un succedersi di episodi e di puntate in cui le logiche sentimentali sono sempre le stesse. Entrare in un mondo al limite significa uscirne da un altro. L’unico modo per non evadere da nessun mondo è averne uno così ampio da inglobare tutto. La vera sfida diventa allora superare la sfida. Superare hegelianamente, cioè passare ad uno stadio successivo però conservando gli stadi precedenti senza rimuoverli.

Le metafore creative
In aiuto ci viene un’altra figura retorica che però può ridare dignità, può aiutarci a ritornare alla vera politica: la nostra capacità di fare metafore ovvero di inventare nuove analogie tra le cose, di connetterle sempre in modo diverso mettendo così in movimento il mondo. Il termine metafora viene dal greco metaphorein, trasferire, trasportare, e consiste nel trasferire ad un oggetto il nome proprio di un altro secondo un rapporto di analogia. La metafora si spiega con una similitudine abbreviata, ad esempio “la sera è la vecchiaia del giorno” presuppone la similitudine “come la sera sta alla fine del giorno così la vecchiaia sta alla fine della vita”. In altre parole la metafora viene determinata da un connettere due termini grazie ad un terzo termine che li media, ad esempio “i cappelli d’oro” è una metafora che scaturisce dal fatto che “biondo” è un attributo tanto dell’oro che dei capelli. Esistono metafore stereotipate ma anche metafore nuove, imprevedibili, e di queste è piena la poesia. La caratteristica più importante che differenzia il vero poeta da un imitatore, da un epigono‚ è proprio la capacità di creare nuove metafore e in questo modo nuovi mondi, nuovi modi di guardare al mondo, nuove espressioni di quello stupore che accomuna tutti gli uomini quando guardano il mondo. Il mondo dell’handicap ha bisogno di poeti, di creatori di metafore che abbiano la capacità di vedere un unico mondo in cui handicap ed umanità sono parole collegate. La difficoltà è quella di creare collegamenti e metafore però tenendo presente che la diversità delle persone con deficit non va rimossa ma va valorizzata.

La forza della debolezza
Non c’è un intento buonista in questo, ma una logica già ampiamente sperimentata per esempio nell’arte del ‘900. Mi spiego meglio: per i greci essenzialmente la bellezza si configura come armonia, come interazione equilibrata e ordinata tra le parti fra loro e tra le parti con il tutto. Il brutto è disarmonico, senza forma. Nel nostro secolo la ricerca degli artisti ha portato ad una esplosione di varietà armoniche in tutti i campi artistici. Pietra miliare della musica cosiddetta contemporanea è il Trattato di armonia di Schoenberg nel quale si mettono le basi per una teoria della musica che senza necessariamente porsi in antitesi con la tradizione sente la necessità di innovarla per un preciso bisogno di ricerca di modalità espressive nuove.
Schoenberg si chiede “Perché‚ nel passato alcune note non potevano essere suonate insieme? Perché‚ il loro armonizzarsi era considerato cacofonico?”. Pensiamo solo al fatto che accostare la nota Fa e la nota Si per i medievali “est diabolus in musica”, crea una dissonanza infernale, da evitare assolutamente soprattutto in luogo sacro. Schoenberg scopre che non esiste un preciso motivo perché due note non possano essere suonate insieme e che ciò che veniva considerato armonico nel passato deriva essenzialmente dal fatto che ogni nota, avendo una certa natura, si sposa bene con le altre che hanno una natura simile. Il Fa suonato con il Do sta bene perché si crea un legame forte, una nota rimanda all’altra, si sorreggono a vicenda. Tra Fa e Si invece si crea un legame debole perché sono note le cui caratteristiche (esiste una spiegazione fisica del fenomeno che non è importante ricordare qui) non sono così compenetrate tra loro. Ma Schonberg appunto non ritiene che questo legame debole fra le note debba essere censurato. Anzi. La debolezza diventa una forza espressiva, l’accostare senza pregiudizi tutte le note crea delle possibilità formali nuove. La debolezza diventa una risorsa fondamentale che permette alla musica di percorrere delle strade nuove, di trovare nuovi linguaggi. Sulla superficie di Wimbledon ormai il tennis più bello da vedere è quello femminile. Nel maschile tutto è appiattito sulla forza, sulla velocità della pallina. La debolezza relativa del tennis femminile rispetto a quello maschile, permette alla logica del tennis di essere molto più varia, con più sfumature, gioco da fondo campo, eccetera. In quello maschile la forza uccide il gioco: lo scambio spesso è ridotto a battuta e risposta, il tutto in pochi secondi. Una estetica dell’handicap, della debolezza, della difficoltà non solo è possibile ma in un certo senso è già stata scritta ed anticipata dal cammino naturale dell’arte contemporanea.

Conclusioni
Spero che il piccolo viaggio nell’estetica dell’handicap, che quest’anno abbiamo fatto insieme, abbia dato qualche idea ai lettori di HP per riconsiderare la figura del disabile in termini diversi, abbia chiarito qualche meccanismo che opera sotto sotto. E’ un viaggio che naturalmente non finisce qui.
Mi preme solo risottolineare che non ho voluto dimostrare la bellezza dei disabili anche perché ciò non è possibile. Al massimo si può mettere in dubbio l’uguaglianza bruttezza-handicap tante volte data per scontata. La bellezza come ho detto più volte non si dimostra ma si sperimenta, si vive, e poi si esprime. Forse il mio è un invito a sperimentare e a vivere questa bellezza, che non è patrimonio esclusivo delle persone dsabili ma di tutti noi.
Ho voluto parlare di bellezza perché il “mondo dell’handicap” è stato molto spesso confinato in un ambito scientifico, medico, psicologico, pedagogico, eccetera. Sinceramente dopo un po’ manca l’aria. Siamo abituati ad essere persuasi e quindi a dare priorità ad un discorso scientifico quando invece perdiamo di vista la persuasione della bellezza. Ripeto: l’estetica è un discorso filosofico sulla bellezza, non cattura la bellezza, non la dimostra, non la impone. Quando parlo di estetica dell’handicap non voglio compartimentarla, relegarla in un campo a parte. Purtroppo c’è già la scienza che suddivide la realtà in troppe sezioni, in ambiti separati, e lo deve fare se vuole essere di qualche utilità. Io sono di quelli che pensa che invece la filosofia non serva a niente, perché non è serva di nessuno. Per questo è molto utile.
Con chi si relaziona generalmente una persona disabile? Oltre che con la sua famiglia, con il medico, il fisioterapista, il volontario, l’operatore e per chiudere il cerchio con altri disabili. Il pericolo è che la disabilità della persona diventi il primo dato, per molti versi l’unico. Una cultura diversa dell’handicap, della vera integrazione, sta portando sempre più il disabile a confrontarsi con l’allenatore sportivo, con il collega, con la moglie o il marito.
Qui non è la disabilità ma è la persona che risalta, la sua capacità di rivestire più ruoli, di sperimentarsi in più campi. Quando ancora adesso c’è la necessità di sostenere che il calcio ad esempio non è terapia, che la prima finalità degli sport per disabili non è la terapia, è evidente che si combatte un certo modo di guardare al disabile appiattito sul suo deficit. Un giocatore di calcio in carozzina fa sport perché vuole fare sport. Lo sport ha una ragione in sé che non può essere ridotta ad altre categorie. Forse una categoria così vasta, alla quale possiamo ricondurre tante cose, anche molto diverse, è la Bellezza. Se guardando un gol in rovesciata nel calcio in carrozzina penso fra me e me:-“Bello!”- la ragione principale risiede in quello sport. Ma per comunicare questa bellezza ho tanti modi, uno di questi è stato scrivere questi articoli.

6. Il lavoro dell’artista

a cura di Alvise Anastasi

Che cosa significa la parola “lavoro” per un artista? E’ tanto diversa la sua creatività da quella che noi sperimentiamo ogni giorno? Dalle sue stesse parole emerge una immagine di Van Gogh forse meno scontata e stereotipata, più concretamente immersa nella realtà di tutti i giorni.

La lettera che pubblichiamo, scritta da Van Gogh al fratello Theo il 10 settembre 1889, è una delle più belle, sicuramente una delle più articolate e lunghe del fitto carteggio che l’artista ha intrattenuto con il fratello durante tutta la sua vita. Theo Van Gogh è stato per Vincent una presenza costante, il primo a credere nelle sue capacità ma anche sempre pronto a sostenerlo concretamente nei momenti di bisogno. Questa lettera è stata scritta dalla casa di cura di Sant-Paul-de-Manson, vicino a Saint-Rémy nella Francia del sud, dove volontariamente il pittore si era fatto ricoverare l’8 maggio 1889. Il suo equilibrio nervoso era già fortemente minato. Il 23 dicembre dell’anno prima aveva tentato di colpire con un rasoio Gauguin, che dal 22 ottobre dopo molte insistenze aveva accettato di essere suo ospite ad Arles, e in seguito quella stessa notte si era tagliato il lobo dell’orecchio sinistro.
Nell’ultima lettera indirizzata al fratello, trovata incompiuta nella sua tasca subito dopo essersi sparato nel pomeriggio del 27 luglio 1990 (morirà due giorni dopo) il pittore scriveva: “Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà (…)”. Van Gogh ha dimostrato una dedizione totale al proprio lavoro di artista, un lavoro tenace, in cui la volontà viene messa a dura prova. In un’altra lettera, dall’Aja nell’ottobre 1882, scrive: “Che cosa è il disegno? Come lo si impara? E’ lavorare attraverso una muraglia invisibile in ferro che sembra sorgere tra quanto si sente e quanto uno sa fare. Come attraversare quel muro – visto che sbatterci contro è inutile? Bisogna minare subdolamente il muro, scavandovi sotto lentamente e pazientemente, a parer mio. E, vedi un po’, come si può continuare a lavorare con assiduità senza che la stessa presenza di quel muro ci disturbi o distragga – a meno di non riflettere e di non regolare di conseguenza la propria vita, secondo i propri principi? E lo stesso si verifica in altre cose, oltre che nell’arte. Le cose grandi non sono incidentali, devono essere opera della volontà. Se siano i principi di un uomo a originare dalle azioni o le azioni dai principi, è un problema che mi pare insolubile e altrettanto degno di venire risolto quanto quello dell’uomo e della gallina. Ma ritengo sia estremamente positivo e di grande valore che si debba tentare di sviluppare le proprie capacità di riflessione e di volontà.”
Non si sottolinea mai abbastanza il rapporto profondo che c’è tra creatività e lavoro. Quando si pensa a Van Gogh come all’artista un po’ pazzo che di getto crea dei capolavori, si fa un torto enorme proprio al lavoro duro cui si è sottoposto durante tutta la sua vita, un lavoro di ricerca, risultato di forza di volontà ma anche senso del dovere, dedizione e amore verso la realtà che lo ispirava. “Vedi, l’uomo non ha amico più fedele del suo dovere e benché a volte possa essere un rude e severo docente, finché si lavora a servizio del dovere non si diventa facilmente dei falliti.” (l’Aja, giugno 1883).
Ma qual’è il dovere del pittore?
Riportiamo l’inizio di una lettera scritta a Drenthe nel novembre 1883 che oltre ad offrirci una suggestiva visione della realtà attraverso gli occhi stessi del pittore ci fa capire quale fosse per Van Gogh la funzione del pittore:
“Caro fratello, devo raccontarti di una mia gita a Zweeloo, il villaggio dove abitò per lungo tempo Liebermann” e dove eseguì gli studi del suo quadro per l’ultimo Salon, quello con le lavandaie. Anche Termeulen e Jules Bakhuvzen vi soggiornarono a lungo. Raffigurati un viaggio attraverso la brughiera alle tre del mattino, su un carretto scoperto (andai col mio padrone di casa, che doveva andare al mercato ad Assen) lungo una strada che qua chiamano diek, arginata di fango anziché di sabbia. Era ancor più strano che andare con la chiatta. Al primo bagliore dell’alba, quando i galli presero a cantare dappertutto, accanto alle capanne sparse per tutta la brughiera e a quelle poche accanto alle quali passammo – circondate da pioppi esili di cui si sentivano cadere al suolo le foglie ingiallite – la tozza vecchia torre di un cimitero, il muro di cinta di terra, la siepe di betulle – Il paesaggio piatto della brughiera e dei campi di grano – tutto, tutto allora divenne identico ai più bei Corot. Una tranquillità, un mistero, una pace come solo lui ha dipinto. Quando poi arrivammo a Zweeloo alle sei del mattino era ancora buio; i veri Corot li avevo visti al mattino, ancora più presto. L’ingresso al villaggio era magnifico: enormi tetti di muschio, stalle, pastori e pollai.
Le case, dalla facciata larga, si trovano qua tra querce di un magnifico color bronzo. E muschio ha tonalità di un verde dorato; nel terreno, tonalità rossastre, bluastre e giallastre tutte tendenti al viola scuro, al grigio; il verde dei campi di grano ha toni di una purezza inesprimibile; sui tronchi bagnati, toni di nero, che contrastavano con la pioggia dorata di foglie autunnali che vorticavano e si riunivano poi in ammassi – foglie pendenti in gruppi sparsi, come se appena le avesse portate là il vento, col cielo che tra l’una e l’altra mandava bagliori – dai pioppi, dalle betulle, dalle piante di mele e di limoncino. Il cielo era terso, luminoso, non bianco ma di un color lilla difficile a cogliersi, bianco a bagliori rossi, blu e gialli in cui tutto si rifletteva; lo si sentiva dappertutto sopra ogni cosa, vaporoso, si confondeva con la nebbiolina leggera sottostante – fondeva tutto in una gamma di grigi delicati. Tuttavia non ho trovato un solo pittore a Zweeloo e la gente mi disse che non ne veniva neppure uno d’inverno.
Io, per contro, spero di esserci proprio quest’inverno.
Dato che non c’erano pittori, decisi di non aspettare il ritorno del mio padrone di casa, ma di tornare a piedi e di fare qualche disegno lungo il cammino. Così iniziai a fare uno schizzo di un frutteto, quello dal quale Liebermann aveva tratto il suo quadro grande. Poi me ne tornai a piedi per la strada che avevamo percorso al mattino. (…) Quando si cammina per ore ed ore per questa campagna, davvero si sente che non esiste altro che quella distesa infinita di terra – la verde muffa del grano o dell’erica e quel cielo infinito. Cavalli e uomini sembrano formiche. Non ci si accorge di nulla, per quanto grande possa essere, si sa solo che c’è la terra e il cielo. Tuttavia, in veste di piccola particella che guarda altre piccole particelle – per trascurare l’infinito – ogni particella risulta essere un Millet. (…)”
“Dato che non c’erano pittori (…)”: Van Gogh interpretava il proprio lavoro come un servizio, nei termini di come ne abbiamo parlato in HP63, cioè un prendersi cura della creatura. Forse si potrà obbiettare che un pittore geniale come lui ha un destino diverso dal nostro, da quello di noi comuni mortali: forse il suo può apparire persino come un non-lavoro, così poco assomiglia a quello che facciamo per vivere, per arrivare a fine mese, così poco simile alle nostre frustrazioni giornaliere, alla difficoltà di lavorare in gruppo, alla difficoltà di rendere stimolante magari il solito tran-tran quotidiano. Domanda da un milione: siamo noi a avere una accezione sbagliata del lavoro o è Van Gogh ad averla? La domanda da un miliardo che segue è: per essere dei geni della creatività bisogna essere pazzi come Van Gogh? Leggendo la lettera, che è anche un atto di accusa contro l’abbandono in cui sono lasciati i malati di mente ospiti della casa di cura, ci si convince che chi l’ha scritta non è stato un grande perché era pazzo e che nella sua creatività c’è più lavoro e dovere, insomma c’è più qualcosa di simile alla nostra vita di tutti i giorni di quanto possiamo credere. Il lavoro può a volte aiutare a superare le varie difficoltà-handicap che la vita ci pone davanti se sappiamo come Van Gogh ammirare la bellezza di ciò che ci circonda e se abbiamo la forza e volontà di esprimerla con la nostra creatività. In fondo basterebbe, anche senza scomodare il super-enalotto, rispondere alle due precedenti domande per guadagnare il premio in denaro (1001 milioni) per smettere di lavorare, nel senso che si intende comunemente. Ma che cosa avrebbe fatto Van Gogh?

“Mio caro Theo”
Saint-Rémy, 10 settembre 1889

Mio caro Theo,
trovo la tua cara lettera, quello che dici di Rousseau, di artisti come Bodmer, che in ogni modo erano uomini e che di simili se ne desidererebbe pieno il mondo – è proprio ciò che penso anch’io. E trovo perfetto che J. H. Weissenbruch conosca e faccia le strade fangose lungo i fiumi, i salici intristiti, gli scorci e le prospettive sapienti e strane dei canali così come Daumier conosceva e faceva gli avvocati. Tersteeg ha fatto bene ad acquistare del lavoro suo; gente così non si vende, e secondo me dipende dal fatto che ci sono troppi venditori che cercano di vendere per ingannare il pubblico e prenderlo in giro. Sai tu che ancora oggi, quando leggo per caso la storia di qualche industriale energico e soprattutto di un editore, mi tornano la stessa indignazione, le stesse collere di quando ero presso i Goupil & C.?
La vita passa così, il tempo non ritorna. Ma io mi accanisco nel mio lavoro, e anche per questo so che anche le occasioni di lavorare non ritornano.
Soprattutto nel mio caso, nel quale una crisi più violenta può distruggere per sempre la mia capacità di dipingere.
Durante la crisi mi sento vile per l’angoscia e la sofferenza – più vile di quanto sarebbe sensato sentirsi, ed è forse questa viltà morale che, mentre prima non mi faceva provare nessun desiderio di guarire, ora mi fa mangiare per due, lavorare tanto, e risparmiarmi nei miei contatti con gli altri malati per paura di ricadere – insomma in questo momento cerco di guarire come uno che avendo voluto suicidarsi, e avendo trovato l’acqua troppo fredda, cerca di riguadagnare la riva.
Mio caro fratello, sai bene che sono venuto nel sud e che mi sono buttato nel lavoro per mille ragioni. Per vedere un’altra luce, credendo che, guardando la natura sotto un cielo più chiaro, si potesse dare un’idea più esatta del modo di sentire e di disegnare dei giapponesi. Infine per vedere questo sole più forte, perché si sente che senza conoscerlo non si potrebbero capire dal punto di vista dell’esecuzione e della tecnica i quadri di Delacroix e perché si sente che i colori del prisma sono velati dalla bruma del nord.
E tutto ciò è in parte esatto. Quando poi si aggiunga una simpatia istintiva verso questo sud che Daudet ha descritto in Tartarin, e che qua e là io stesso ho trovato delle cose e degli amici da amare, capirai che, pur trovando orribile la mia malattia, sento che quand’anche mi fossi attaccato troppo qui – attaccamento che può far sì che mi riprenda in seguito la voglia di lavorare qui – pure può avvenire che relativamente presto io ritorni nel nord.
Si, perché non ti nascondo che, sebbene in questo momento mi nutra con avidità, mi viene un desiderio tremendo di rivedere gli amici e la campagna del nord.
Il lavoro va benissimo, trovo delle cose che ho cercato invano per anni; e sentendo ciò mi viene sempre in mente quella frase di Delacroix che tu conosci, che aveva trovato la pittura quando non aveva più né denti né fiato.
Ed io, con la mia malattia mentale, penso a tanti altri artisti che soffrono moralmente e mi dico che ciò non costituisce un impedimento per dipingere come se niente fosse.
Dato che mi accorgo che qui le crisi tendono a prendere uno sfondo decisamente religioso, arrivo a credere che sia persino necessario ritornare nel nord. Non parlare troppo di questo con il dottore quando lo vedrai – ma non so se ciò dipenda dal fatto di aver vissuto per tanti mesi al ricovero di Arles e qui, in questi vecchi chiostri. Insomma, bisogna che non viva in un ambiente come questo; in tal caso è meglio persino la strada. Non sono indifferente, e nella sofferenza talvolta i pensieri mi consolano. E questa volta durante la malattia mi è successa una disgrazia – quella litografia di Delacroix, La Pietà, con altre tavole era caduta nell’olio e nella pittura e si era rovinata.
Ne ero rattristato – e allora nel frattempo mi sono preoccupato di dipingerla e tu la vedrai un giorno, su una tela da 5 o 6 e ne ho fatto una copia che credo sia sentita.
Del resto, avendo visto poco tempo fa il Daniel e le Odalische e il ritratto di Brias e la Mulatta a Montpellier, sono ancora sotto l’impressione che mi ha provocato.
Ecco ciò che mi edifica, come leggere un bel libro quale quello di Beecher Stowe o di Dickens, mentre quello che mi da’ fastidio è di vedere in ogni momento quelle brave donne che credono alla Vergine di Lourdes e che inventano delle cose del genere, oppure di sapersi prigioniero di un’amministrazione come questa, che favorisce molto volentieri queste aberrazioni religiose, mentre sarebbe necessario guarirne. E allora mi ripeto ancora una volta che sarebbe forse meglio andare, se non all’ergastolo, almeno sotto le armi. E mi rimprovero la mia viltà; avrei dovuto difendere meglio il mio studio, avrei dovuto battermi con le guardie e con i miei vicini. Altri al mio posto si sarebbero serviti di un revolver, e se come artista avessi anche ucciso degli imbecilli come quelli, sarei stato assolto. Ecco, sarebbe stato meglio se lo avessi fatto, invece sono stato vigliacco e ubriaco.
Anche ammalato, ma non sono stato coraggioso. E ora, davanti alla sofferenza che mi danno queste crisi, mi sento pieno di timore, e non so se il mio zelo dipenda da qualcosa di diverso da quello che dico, e cioè come colui che, volendosi suicidare e trovando l’acqua troppo fredda, lotta per riguadagnare la riva.
Ma stammi a sentire, stare a pensione come ho visto fare tempo fa – fortunatamente molto tempo fa – Braat, questo no, proprio no.
Altro sarebbe se papà Pissarro oppure Vignon, ad esempio, volessero prendermi con loro. – Va’ là, io sono un pittore, è una cosa che si può combinare ed è meglio che i soldi vadano nelle tasche dei pittori, piuttosto che in quelle delle eccellenti suore. Ieri ho domandato a bruciapelo al signor Peyron: dato che lei va a Parigi, che direbbe se le proponessi di prendermi con lei? Ha risposto in modo evasivo – che era una cosa troppo precipitosa e che bisognava scriverti prima. Ma lui è molto buono e molto indulgente con me, e pur non essendo il padrone assoluto qui – tutt’altro – gli devo molta libertà. Perché non bisogna solo far dei quadri, ma bisogna anche vedere le persone e, di tanto in tanto, frequentando degli altri, rifarsi il carattere e fare provvista di idee. Ormai abbandono la speranza che non ritorni più – al contrario mi dico che di tanto in tanto avrò una crisi. Ma allora in quei momenti si potrebbe entrare in una casa di salute o persino nella prigione comunale, dove di solito c’è una cella. Comunque non farti cattivo sangue in nessun caso – il lavoro va bene e non puoi immaginare quanto mi dia gioia poter dire: farò ancora questo e quest’altro, i campi di grano, ecc.
Ho fatto il ritratto dell’infermiere e ne ho fatto una copia anche per te. Esso fa un curioso contrasto con il ritratto che ho fatto di me, dove lo sguardo è vago e velato, mentre lui ha qualcosa di militare e degli occhi neri, piccoli e vivi. Gliel’ho regalato, e ne farò uno anche a sua moglie, se vorrà posare. E’ una donna appassita, infelice rassegnata e non un gran che, e cosi insignificante che mi venuta voglia di farci insieme quel filo d’erba pieno di polvere. Ho parlato qualche volta con lei quando dipingevo gli ulivi dietro la loro piccola capanna, e allora mi diceva che non credeva che io fossi malato – e anche tu lo diresti ora, se mi vedessi lavorare, con i pensieri limpidi, la mano sicura con cui ho disegnato senza prendere una sola misura quella Pietà di Delacroix, nella quale ci sono ben quattro mani e braccia in primo piano, gesti e posizioni di corpo non proprio comode e semplici.
Te ne prego, mandami presto la tela se ciò ti è possibile, e inoltre credo di aver bisogno di altri dieci tubi di bianco di zinco.
E io so che la guarigione viene – se si è coraggiosi – dal di dentro, con la rassegnazione alla sofferenza e alla morte, con l’abbandono della propria volontà e dell’amor proprio. Ma ciò non ha importanza per me, mi piace dipingere, mi piace vedere gente e cose, e mi piace tutto ciò che costituisce la nostra vita – diciamo pure anche superficiale. Si, la vita vera sarebbe un’altra cosa, ma io non credo di appartenere a quella categoria di anime che sono pronte a vivere e anche a soffrire in qualsiasi momento.
Che cosa strana è il tocco, il colpo di pennello.
All’aria aperta, esposti al vento, al sole, alla curiosità della gente, si lavora come si può, si riempie il quadro alla disperata. Ed è proprio facendo così che si coglie il vero e l’essenziale – questa è la cosa più difficile. Ma quando dopo un certo tempo si riprende lo stesso studio e si dispongono le pennellate nel senso degli oggetti è certamente più armonioso e piacevole da vedere, e ci si può aggiungere quanto si ha di serenità e di sorriso.
Ah, non potrò mai rendere le mie impressioni di alcune figure viste qui. Certo, c’è la strada, dove ci sono tante cose nuove, la strada del sud, ma gli uomini del nord fanno fatica a capirla.
E io prevedo già che il giorno in cui avrò un certo successo, comincerò a rimpiangere la mia solitudine e il mio accoramento di qui allorché guardo attraverso le sbarre di ferro della mia cella il falciatore nei campi ai miei piedi. La disgrazia serve a qualcosa.
Per riuscire, per assicurarsi un successo che duri, bisogna avere un temperamento diverso dal mio, io non farò mai ciò che avrei potuto e dovuto volere e perseguire.
Ma a me non è consentito vivere, soffrendo così spesso di vertigini, che in una posizione di quarto, quinto rango. E anche quando sento il valore, l’originalità e la superiorità di Delacroix, di Millet per esempio, allora mi faccio forte e dico: si, sono qualcosa, anch’io posso qualcosa. Ma ho bisogno di trovare un appoggio in quegli artisti, e poi produrre quel poco che posso nella stessa direzione. Papà Pissarro ha avuto un grave colpo con quelle due disgrazie contemporanee.
Appena ho letto mi è venuta l’idea di chiedergli se non ci fosse la possibilità di andare a stare con lui.
Se tu gli pagassi la stessa retta che paghi qui, vi troverebbe il suo vantaggio, perché non ha bisogno di gran cosa – altro che di lavorare. Fagli perciò la proposta chiara, e se lui non volesse andrò da Vignon. Ho un po’ paura di Pont-Aven, c’è tante gente, ma quello che dici di Gauguin mi interessa molto. E io mi ripeto sempre che Gauguin ed io forse torneremo a lavorare insieme. So che Gauguin può fare cose molto superiori a quelle che fa, ma per mettere a suo agio quello li! Spero sempre di fargli il ritratto.
Hai visto quel ritratto che mi aveva fatto, mentre dipingevo i girasoli? La mia faccia da allora si è molto rischiarata, ma ero proprio io, estremamente stanco e carico di elettricità, come ero allora. Ma intanto, per vedere il paese bisogna vivere con il popolino, e in case piccole, e nei caffè, ecc.
E anche ciò che dicevo a Boch, che si lagnava di non veder niente che lo tentasse o gli facesse provare qualcosa. Passeggio con lui per due giorni e gli faccio vedere almeno trenta quadri cosi diversi dal nord come lo sarebbe il Marocco. Sarei curioso di sapere cosa sta facendo in questo momento.
E poi vuoi sapere perché i quadri di Delacroix – i quadri religiosi e storici, La barca di Cristo, La Pietà, Le Crociate, hanno quell’atmosfera? Perché Eugène Delacroíx quando dipinge un Getsemani è andato prima a vedere sul posto ciò che era un oliveto, e lo stesso vale per il mare frustato dal mistral, e perché si è detto: la gente di cui ci parla la storia, dogi di Venezia, crociati, apostoli, sante donne, erano dello stesso tipo e vivevano in modo analogo a quello dei loro attuali discendenti.
E perciò te lo devo dire – e tu lo puoi vedere nella Berceuse, per quanto quel tentativo sia mancato e debole – se avessi avuto la forza di continuare, avrei fatto dei ritratti di santi e di sante dal vero, e che sarebbero sembrati di un altro secolo, pur essendo gente di oggi, e avrebbero avuto un’intima parentela con i cristiani più primitivi.
Le emozioni che questo ci provoca sono però troppo forti, io rinuncio, ma più tardi, più tardi non è detto che non ritorni alla carica.
Che grand’uomo quel Fromentin – lui resterà sempre la guida per quelli che vorranno vedere l’Oriente. Lui ha stabilito per primo la congiunzione tra Rembrandt e il sud, fra Potter e quello che vedeva lui. Hai mille e mille ragioni – non bisogna pensare a queste cose – bisogna fare – anche se si trattasse di studi di cavoli e di insalata per calmarsi, e dopo essersi calmati, solo allora – fare ciò di cui siamo capaci. Quando li rivedrò farò delle copie di quello studio della diligenza di Tarascon, della vigna, della mietitura, e soprattutto del caffè rosso, quel Caffè di notte che, come colore è ciò che vi è di più caratteristico. Ma la figura bianca del centro deve essere rifatta proprio come colore, costruita meglio. Ma esso – oso dirlo è proprio un sud autentico, una combinazione ben calcolata di verdi e di rossi. Le mie forze si sono esaurite troppo presto, ma vedo fin d’ora la possibilità per altri di fare un’infinità di belle cose. E rimane sempre vera e valida l’idea che per facilitare il viaggio di altri, sarebbe stato opportuno fondare uno studio da qualche parte in questa zona, Fare tutto un viaggio dal nord alla Spagna, per esempio, non va bene, non vi si può vedere ciò che si deve vedere – bisogna farsi gli occhi prima e gradualmente alla luce diversa. lo non ho troppo bisogno di vedere i Tiziano e i Velázquez nel musei, ho visto alcuni tipi vivi, che fanno sì che sappia meglio ciò che è un quadro del sud di quanto lo sapessi prima del mio viaggio.
Dio mio, Dio mio, la brava gente fra gli stessi artisti che dice che Delacroix non è l’Oriente vero! Di un po’, ma allora l’Oriente vero è quello che fanno i parigini tipo Géróme?
Perché voi sapete dipingere un pezzo di muro assolato, anche dal vero, e bene ed esatto secondo il vostro modo di vedere del nord. Ciò prova forse che voi abbiate visto la gente dell’Oriente? Ora è questo che cercò Delacroix, il che non gli ha assolutamente impedito di dipingere dei muri nelle Nozze ebraiche e nelle Odalische. Non è vero ciò.? E anche se Degas dice che è un pagare troppo caro il bere nei tabarin dipingendo i quadri, non lo nego, ma vorrebbe forse che io vada nei conventi o nelle chiese? E’ proprio lì che ho paura. Ecco perché faccio uno sforzo di evasione con la presente lettera; una forte stretta di mano a te e a Jo.
Bisogna ancora che ti faccia gli auguri in occasione del compleanno della mamma, avevo scritto loro ieri, ma la lettera non è ancora partita, perché mi è mancata la testa per completarla.
E’ strano che già prima mi sia venuta due o tre volte l’idea di andare da Pissarro, e quest’ultima volta, dopo che mi hai parlato delle sue ultime disgrazie, non esito a dirti di chiederglielo.
Si, bisogna farla finita con quaggiù, non posso fare due cose contemporaneamente, lavorare e avere un sacco di guai per vivere in mezzo a questi strani malati che ci sono qui. E’ una cosa che rovina la salute.
Mi dovrei sforzare inutilmente di scendere con loro. Ed ecco, perciò sono già due mesi che non sono stato all’aria aperta.
Stando qui, a lungo andare perderei la facoltà di lavorare, ma a questo punto comincio a dire: alto là, e allora li mando tutti – se tu sei d’accordo – a farsi benedire.
E ancora pagare per tutto ciò, no: nella disgrazia, un artista o un altro sarà pur disposto a tenermi con sé. E’ una fortuna che tu mi possa scrivere che stai bene e anche Jo e che sua sorella è li con voi.
Vorrei che quando nascesse il vostro figliolo fossi già di ritorno non con voi, certamente no, è impossibile, ma nei dintorni di Parigi insieme a un altro pittore.
Per citarne un terzo potrei andare dai Jouve, che hanno tanti bambini e una casa grande.
Come hai capito ho cercato di fare il paragone fra la seconda crisi e la prima e ti dico solo questo, che mi sembra sia stata imputabile a non so quale influenza esterna, piuttosto che a una causa che albergava in me stesso. Posso sbagliarmi, ma ciò nonostante credo mi darai ragione se ho un senso di terrore per qualsiasi esagerazione religiosa. Il buon signor Peyron ti racconterà un sacco di cose, ti parlerà di probabilità e di possibilità, di atti involontari. Bene, ma se entra nei particolari non ci credo. E allora vedremo in che particolari entrerà, se ci entrerà. Il trattamento dei malati in questo ricovero è molto facile, e può essere seguito anche in viaggio, perché non si fa loro assolutamente niente, li si lascia vegetare nell’ozio e li si nutre con cibo scadente e un po’ avariato. Ora ti dirò che fin dal primo giorno ho rifiutato di mangiare quel cibo e che fino alla mia crisi ho mangiato solo pane e un po’ di minestra, e che fin che resterò qui non prenderò altro. E’ vero che il signor Peyron dopo questa crisi mi ha dato vino e carne, e che nei primi giorni l’ho accettato volentieri, ma non vorrei derogare a lungo dalla regola del ricovero, ed è giusto valutare una casa di salute secondo il suo regime normale. Devo anche dirti che il signor Peyron non mi dà molte speranze per l’avvenire, la qual cosa trovo giusta, mi fa pensare che tutto è dubbio e che niente può essere assicurato anticipatamente. Io stesso sono sicuro che ritorneranno, ma il lavoro mi occupa talmente che, con il mio fisico, credo che potrò continuare a lungo cosi. L’ozio nel quale vegetano quei poveri infelici è una calamità e diventa un male generale disseminato fra le città e le campagne sotto questo sole più ardente, e dato che ho imparato questo e altro, è mio dovere resistergli. Chiudo questa lettera ringraziandoti ancora della tua, pregandoti di scrivermi di nuovo presto e stringendoti forte la mano col pensiero.

La fotografia come terapia

di Daniele Ronchi

La fotografia come strumento di conoscenza del sè: il metodo terapeutico che è stato realizzato all’interno della casa circondariale di Rimini e in alcune scuole medie superiori.
Vi sono alcune ragioni per ritenere la fotografia, insieme alle altre forme di espressione artistica già ampiamente utilizzate in contesti terapeutici o educativi, un valido strumento per approfondire la conoscenza del sè. In questo articolo tratterò di alcuni degli esercizi facenti parte di un metodo elaborato durante la mia collaborazione con l’équipe medica e psicoterapeutica della sezione SEATT (Sezione Aperta per il Trattamento Tossicodipendenti) del carcere di Rimini, ed all’interno di alcuni istituti di istruzione secondaria superiore, nella fattispecie scuole di grafica pubblicitaria.

Il metodo
L’idea nasce da un paradosso: può un sistema simbolico di rappresentazione del reale quale è la fotografia fungere da mezzo per operare su vari livelli di consapevolezza, farsi tramite per delle esperienze sull’autopercezione, sull’orientamento spaziale e temporale, sul vissuto autobiografico? La fotografia è stata usata in psicoterapia esclusivamente come strumento narrativo autobiografico, mentre in questa esperienza le immagini vengono costruite nel corso di un laboratorio con contenuti anche tecnici (l’uso della macchina fotografica) per giungere, manipolando materiali, alla reificazione di contenuti spesse volte astratti, inerenti alla psiche dell’individuo. Dall’universo simbolico alla realtà fenomenica attraverso un mezzo che per sua natura astrae contenuti simbolici dal reale. Ciò che in origine era un semplice corso di fotografia si è trasformato, all’interno della casa circondariale di Rimini, in un progetto organico dove la fotografia funge da supporto all’équipe psicoterapeutica per operare sulle tematiche del cambiamento.

Gli esercizi
Ecco ora alcuni degli esercizi proposti per approfondire e sperimentare la funzione sociale della fotografia in quanto reiterazione della memoria affettiva e sostituto oggettuale di realtà.
1) Analizzare le immagini ritraenti i membri della propria famiglia o delle persone con cui sussiste un rapporto affettivo; chiedere il confronto tra l’allora ed il presente emotivo ed affettivo, chiedere di ricostruire in sala pose la postura e l’atteggiamento mentale che si aveva nell’istante in cui è stato eseguito il ritratto.
2) Costruire una mappa dei tatuaggi, fotografarli in sala pose ricomponendoli in un collage di immagini.
3) Nelle foto di gruppo, immaginare ciascun membro come un punto di forza che attrae e respinge gli altri, modificare le dinamiche di gruppo ritraendo i partecipanti in diverse configurazioni.
Sin dal suoi albori la fotografia ha assunto la funzione sociale di reiterazione della memoria affettiva e di mantenimento della identità familiare attraverso il tramandarsi delle icone di famiglia. Il privilegio della aristocrazia e del clero, unici tenutari della possibilità di tramandare la propria immagine (imago=apparire) tramite la pittura, è crollato di fronte alla fotografia ed all’avvento della classe borghese, desiderosa di stabilire una propria identità sociale, talvolta, come in questo caso, trasponendo le usanze dei ceti elitari nei propri comportamenti di gruppo.

Foto di famiglia
Le icone dei familiari, che hanno così sostituito il culto degli avi, si posizionano in bella vista nelle nostre case oppure si ordinano in album di famiglia, sempre pronte ad essere rispolverati. Questa funzione sociale della fotografia sta alla base della gran parte della produzione di immagini; il rapporto feticistico, magico, che si instaura con queste rappresentazioni del reale, consente alle immagini di sostituirsi alla realtà stessa, incorporando nella icona tutto il potenziale rievocativo della esperienza reale. I matrimoni e tutte le cerimonie religiose in genere, che segnano la crescita dell’individuo nella cultura occidentale cristiana, vengono stigmatizzate da immagini fotografiche. I momenti felici, le vacanze, vengono parimenti congelati in istantanee, testimonianze di un determinato status sociale, sintesi del vissuto.
La rottura con il legame familiare e la ricerca di una nuova identità sociale segnano in molti casi il percorso del tossicodipendente, soprattutto quando questo venga inserito all’interno del contesto carcerario. Dimentichi del proprio bagaglio affettivo, l’icona stigmatizzante diviene il tatuaggio, marchio di appartenenza ad un nuovo gruppo, la popolazione carceraria. Questo fenomeno sta da alcuni anni travalicando l’ambito della devianza: la perdita di centralità della famiglia e la nuova percezione del proprio corpo (il secondo io) introdotta dalla tecnologia informatica sta creando una nuova rapprentazione simbolica dell’identità sociale e della percezione del corpo. Alla icona familiare (la foto nel portafogli, il crocefisso al collo simbolo di appartenenza ad una religione che pone la famiglia alla base della stuttura sociale), si sostituisce il tatuaggio; il corpo può essere cambiato tramite impianti e manipolazioni, le biotecnologie sono il futuro prossimo. Il corpo virtuale è molto più vicino al corpo eterico che a quello fisico e sotto questa spinta la percezione del sè è dilatata nel tempo e nello spazio (essere in rete, comunicare a livello globale al tempo presente, essere raggiungibili telefonicamente in ogni momento ed in ogni luogo equivale a poter essere in ogni momento ed in ogni luogo).
La tendenza attuale nella cultura giovanile di massa ad utilizzare il tatuaggio è sintomatica riguardo a ciò; la famiglia sta perdendo la sua centralità di struttura e ad essa si sostituiscono altri modelli di aggregazione: il gruppo, il clan, la tribù. Le icone stigmatizzanti divengono il tatuaggio come segno indelebile di appartenenza ad un centro di aggregazione altro dalla famiglia. La consapevolezza di questi processi in atto nella nostra cultura è fondamentale: non a caso le patologie più diffuse negli adolescenti hanno il corpo come nucleo centrale (anoressia e bulimia). La fotografia è la madre primigenia di un universo simbolico però fortemente agganciato al reale fenomenico, imprescendibile da esso. Senza la rivoluzione culturale posta in essere dalla fotografia (riproduzione ipoteticamente all’infinito di una immagine, introduzione di linee di confine invisibili tra realtà e rappresentazione fotografica) molte delle epistemologie di pensiero alla base delle nuove realtà virtuali non sarebbero esistite.
La foto di gruppo congela gerarchie del gruppo stesso, ti posiziona all’interno di un contesto strutturato e ti fornisce l’identità relazionale; difficilmente nel classico ritratto di famiglia patriarcale il nonno non posa al centro, così pure attorno al leader del gruppo gravitano gli elementi di una classe, di un gruppo terapeutico, di un gruppo giovanile dedito ai rave e all’ecstasi. Si tratta semplicemente di giocare con questi elementi creando consapevolezza, in maniera che le scelte di stile di vita, di appartenenza ad un gruppo, di ritualità inerenti ai vari gruppi sia una scelta meditata e consapevole.
Il gioco delle maschere, fotografia come conflitto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe apparire, rapporta tra realtà e sistemi di rappresentazione.

Altri esercizi
1) Interpretare liberamente se stessi in sala pose, con la macchina fotografica azionata da un timer e quindi in assenza di fotografo.
2) Stampare un ingrandimento del proprio viso e sviluppare una ulteriore seduta di sala pose dove al posto della propria faccia si utilizzerà la propria immagine o l’immagine di altri membri del gruppo.
3) Tramite l’utilizzo di oggetti di scena e o didascalie, operare dei salti di contesto o di significato, modificando il significato o l’uso di un oggetto o di una immagine.

Il ritratto è uno specchio temporalmente sfalsato di fronte al quale sorge immediata la riflessione su ciò che si era al momento dello scatto e ciò che si è (o meglio, come ci si percepisce). Autopercezione ed immagine spesse volte confliggono (soprattutto tramite la manipolazione cosciente del fotografo) ed alcuni atteggiamenti posturali, o la sintesi dell’io idealizzato dall’individuo, sono analizzabili tramite un’immagine fotografica. Il “come sono venuto” (come appaio, come emergo) nella maggior parte dei casi è il risultato del conflitto di ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere nella foto, matrice dei tanti “non sono fotogenico”, “vengo male nelle foto”, che testimoniano semplicemente una parziale accettazione di se stessi.
Il ritratto si pone quindi come elemento per una vasta serie di riflessioni: l’io idealizzato, la propria maschera, il tempo come dimensione che separa l’allora fotografico dal presente, e quindi il cambiamento, l’analisi della postura, l’analisi del processo fotografico e di come questo, ben lungi dal documentare, interpreti il reale secondo gli specifici del mezzo.
Le sedute di sala pose incrociate, dove da ritraenti si passa ad una fase successiva in cui si diviene ritratti, reificano l’immagine che ciascuno si fa dell’altro, ed anche talvolta le conflittualità, mentre le immagini che ciascuno produce di se stesso, di fronte alla macchina fotografica in assenza del fotografo, eliminano le tensioni nell’apparire e le costruzioni di senso operate dal fotografo. Queste sedute, battezzate “studi di libera interpretazione del sè” hanno prodotto una serie di immagini caratterizzate da una forte vivacità, freschezza e spontaneità; il crollo almeno parziale delle maschere o la loro messa in scena spontanea è raggiungibile attraverso questo semplice escamotàge.
L’incontro-scontro con la propria immagine, l’indossare e il gettare quella maschera che è la foto del proprio viso, indossare visi di altre persone, suggerisce riflessioni sulla linea di confine tra l’io individuale sociale, rileva la rigidità della propria maschera e le difficoltà nell’entrare “nei panni” (in questo caso nei visi) degli altri. L’impatto visivo nel vedere indossata la propria immagine al posto del proprio viso in una ulteriore immagine è talvolta sconcertante. Il gioco realtà-rappresentazione, amplificato in questa serie di passaggi, conduce alla consapevolezza della linea di confine spesso confusa tra realtà e sua rappresentazione, in una sintesi ove tutto il percepibile appare ciò che è, una rappresentazione soggettiva del reale. Il gioco delle didascalie opera a livello del linguaggio parlato in una ulteriore sottolineatura del rapporto tra reale e sua rappresentazione. Partendo dal progetto del tratto e modificando la didascalia, si creano altre interpretazioni, si osserva come il significato stesso della immagine cambi in funzione della didascalia, si sottolinea ulteriormente che ciò che si appare non coincide con ciò che si è.
L’ultimo esercizio indicato, il salto di contesto o di significato propone un utilizzo degli oggetti diverso dalla loro destinazione ordinaria, allo scopo di rompere le rigide maglie del rapporto con gli oggetti e del loro significato: mestoli che si trasformano in cappelli, forbici da carezzare, letti apparecchiati, saponette per colazione, lampadine avvitate ai rubinetti etc. etc. Aumentare le strategie dell’individuo è la meta ambita, spezzare il legame rigido, coattivo e ripetitivo tra le parole e le cose e sostituirlo con una percezione del reale più ricca di sfumature, densa di sfaccettature e relativa.

Alchemico alogenuro d’argento
Le tesi qui proposte sono parte di un metodo molto più vasto attualmente in via di sperimentazione: le mie ultime riflessioni concernono la istanteneità della fotografia e quindi la sua possibilità di condurre al “qui e ora”, a vivere il presente. Qualunque approccio terapeutico fa di questo punto un elemento essenziale; un individuo non presente, smarrito nel dolore di un passato “difficile” proiettato nelle attese o ansie del futuro, difficilmente vive pienamente la propria esistenza. Il presente non può prescindere però dai cambiamenti in atto nella nostra società, forse si dovrebbe parlare di presente “diffuso” per comprendere la rivoluzione tecnologica in atto, ciò che le pratiche meditative legate alle filosofie orientali consentono (sospensione del pensiero coatto, percezione del rapporto di unione che lega ogni essere umano, consapevolezza della terra come un unico organismo vivente) sta divenendo consapevolezza in occidente attraverso le protesi dell’informatica, ma per ogni dilatazione occorre partire dal presente, dal proprio centro, ed il click è uno strumento formidabile di sintesi al presente di luce e spazio. L’alogenuro d’argento cattura la luce e si trasforma in argento metallico attraverso una sintesi alchemica di cui a tutt’ora non si conoscono pienamente i presupposti fisici e chimici, azzardo, per il fascino seducente della teoria, di vedere nella fotografia l’eredità dell’alchimia mediovale nel suo intento di trasformare la materia, oro dal vile metallo, simbolo dal reale, istanti di vissuto strappati alla realtà in continua trasformazione.

Parola di educatore

di Davide Rambaldi

Non sono d’accordo. Non ci stò.
Per quanto capisco, il nuovo
Regolamento concernente la individuazione della figura e relativo profilo professionale del terapista occupazionale e del tecnico dell’educazione psichiatrica e psicosociale sancito dal ministero della Sanità, trasformerebbe gli educatori professionali in tali figure,affiderebbe la formazione alla Sanità attraverso un diploma universitario, inquadrerebbe questa figura esclusivamente come sanitaria.
Ripeto: non sono d accordo, non ci sto. Per essere eccessivi, credo che questa operazione uccida un utopia: l’inserimento nelle istituzioni e nella società di un professionista dell’educazione; perché si tratta di dire basta a questo bisogno negato. C’è bisogno di educazione nelle scuole. C’è bisogno di educazione nel doposcuola, nel tempo libero. C’è bisogno di educazione nelle istituzioni sanitarie e sociosanitarie. Educazione come umanizzazione delle persone e delle istituzioni.La titolarità della formazione dell’educatore deve essere quindi specifica al proprio campo: Scienze della Formazione, non può essere delegata alla Sanità. il sancire un ruolo, una funzione, una identità, se non negata, ancillare allo strapotere medico sanitario, quello stesso potere che avrebbe bisogno di confronti franchi e paritari (e non ipocriti e subalterni) con altre professionalità ed epistemologie per ripensarsi e migliorare le proprie istituzioni e le proprie pratiche sociali.
E deve essere laurea e non diploma universitario: perché nel sistema formativo italiano, anche se la laurea spesso non vale il lavoro e un’adeguato inquadramento professionale, è l’unico titolo formativo che porta con sé un alta dignità culturale ed un rappresentativo, ipotetico, status sociale.
Il sindacato non può appoggiare questo nuovo profilo con la scusa di avere ottenuto finalmente un riconoscimento sociale e garantito così un futuro inquadramento nella Sanità. È una visione cieca e povera di ciò che succederà, è un adeguarsi, anzi, un abbassarsi allo status quo: sancire il “nullo potere sociale” degli educatori nei posti in cui lavorano rinunciare alla battaglia culturale per elevare l’educazione come pratica sociale.
Il rinunciare a riflettere sul ruolo e sull’identità di una figura professionale quale l’educatore, nel contesto sociale, e su di una lotta che è politica e culturale per affermare un diverso approccio al disagio sociale, per tenere alta la testa e la vigilanza sui diritti delle persone emarginate, dei minori, dei malati. La formazione universitaria medica non ha mai approfondito l’epistemologia relazionale – tant’è che da più parti gli stessi medici ne denunciano la mancanza – eppure a lei si dà la titolarità della nostra formazione: come può essere possibile? Come faremo a mantenere e garantire un altro punto di vista che non sia terapeutico ma educativo sugli oggetti e per i soggetti del nostro lavoro? Se non diamo dignità culturale, formativa, sociale all’educatore, come potrà essere un’agente positivo di trasformazione delle istituzioni e della società?

P.S.
Consiglio vivamente alla dirigenza sindacale la rilettura o la lettura di Educazione come pratica di libertà e”Pedagogia degli oppressi” di Paulo Freire. Per non dimenticare che educazione è politica.

1. Tra breve un nuovo regolamento

di Marco Grana

In passato ci siamo trovati a commentare quello che sembrava uno dei passaggi finali della questione relativa al riconoscimento giuridico della figura dell’Educatore Professionale.
Si trattava della approvazione regolamento ministeriale che individuava la figura del Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica e Psicosociale (t.e.r.p.), avvenuta il 17 Gennaio 1997 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.61 del 14 Marzo 1997. Dopo quella data, però, a Brescia, in giugno, si è tenuto il congresso mondiale dell’AIEJI “Funzioni socioeducative in un mondo multiculturale”, al quale, a diverso titolo hanno partecipato tra gli altri l’ANEP, l’AISEP (organizzatori), e il ministro della Sanità Rosy Bindi.
In questa sede, di fronte ad alcune osservazioni e domande del presidente dell’Anep, Paoletti, ed evidentemente a seguito di un dibattito che negli ultimi mesi ha coinvolto parecchi soggetti, il ministro si è impegnato a rivedere la questione, ed in particolare a formulare un regolamento che individuasse specificamente la figura dell’educatore.

Un operatore sociale e sanitario
Dopo alcune comunicazioni preliminari, il 14 Luglio nella sede del ministero della Sanità è stata definita una nuova bozza di regolamento che individua la figura dell’Educatore Professionale (e.p.). Prima di commentarla avvertiremo che a fine agosto la bozza aveva già avuto il parere positivo del Consiglio Superiore della Sanità, e che era in attesa del vaglio del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti. Solo dopo questi passaggi sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
Per come si presenta in questo momento, la bozza di regolamento, in termini generali, descrive una figura professionale certamente più caratterizzata in termini pedagogici rispetto a quella precedente relativa al t.e.r.p.p., che invece aveva come sfondo una situazione di terapeutica di tipo medico.
Vediamo in quali punti:
– il t.e.r.p.p. è un operatore sanitario, l’e.p. è un operatore sanitario e sociale;
– il t.e.r.p.p. svolge progetti terapeutici, l’e.p. attua progetti educativo/riabilitativi, entrambi elaborati in equipe multidisciplinari, l’orizzonte dell’e.p. è esplicitamente indicato: la partecipazione alla vita quotidiana, la cura del positivo reinserimento psicosociale, è inoltre indicato il compito fondamentale dell’e.p.: lo sviluppo delle potenzialità dei soggetti per il raggiungimento di livelli sempre più elevati di autonomia: come si vede non si parla e non si allude a guarigione, nè si mette l’accento sulla riabilitazione, si parla invece di autonomia in soggetti non ulteriormente caratterizzati (almeno in questa frase). E’ interessante il fatto che il termine autonomia non compaia nel profilo del t.e.r.p.p.
Ancora tre incisi sul regolamento: l’e.p. opera in strutture socio-sanitarie e socio-educative, come il t.e.r.p.p. può lavorare in regime libero-professionale, il diploma abilitante è quello universitario di Educatore Professionale (fatti salvi i casi che rientreranno nella prevedibile sanatoria).

Un riconoscimento in arrivo?
Vogliamo proporre ora alcune personali considerazioni che nascono oltre che dall’esperienza professionale, anche dall’intensa frequentazione di numerosi colleghi, dovuta alla organizzazione e alla gestione di iniziative di formazione.
Per tanti anni uno dei motivi più ricorrenti di assemblee, riunioni, chiacchierate, incontri tra educatori è stato: non siamo riconosciuti, nessuno si rende conto di quanto siamo importanti e di quello che facciamo.
In un numero precedente di HP (n.55), Emanuela Cocever osservava a questo proposito che fino a quando un soggetto afferma di valere qualcosa e pretende che la misura del suo valore gli venga riconosciuta (cioè assegnata) da un altro soggetto, percepito più in alto, la sua affermazione non sarà che una frustrante lamentela capace solo di rimarcare e confermare la debolezza del soggetto stesso. Questo capita agli educatori, e Cocever suggeriva di riflettere sul caso del movimento femminista che negli anni settanta aveva cominciato a autoriferirsi, cioè a scoprire il suo potere, il suo valore (il valore della donna) senza più chiederlo a qualcuno, scoprendolo e usandolo al suo interno. Il passaggio successivo è che a quel punto qualche soggetto esterno comincia a muoversi, a chiedere, a informarsi, a inquietarsi, e qualche equilibrio va a ridefinirsi.
In questi anni i soggetti che si sono attivati per far sentire la voce degli educatori sono stati diversi, e a diversissimo titolo, pensiamo alle associazioni di categoria, ad associazioni culturali, sindacati, scuole, gruppi impegnati su progetti specifici (per esempio il CDH, che produce questa rivista).
Tutti questi soggetti, con grandi limiti, con grandi lacune, ma anche con grandi sforzi (pressoché gratuiti) e impegno, hanno ottenuto qualcosa e hanno contribuito a produrre una cultura, quella grazie alla quale, per esempio, in sede di convegno mondiale si è potuto sostenere che l’educatore professionale e il suo lavoro stanno troppo stretti dentro il paradigma della medicina.
§Ora, si profila la possibilità che in tempi ragionevoli gli educatori non solo ottengano l’agognato riconoscimento, ma che addirittura si vada a configurare un buona legge: cosa succederà dopo?

La responsabilità dell’educatore
Noi crediamo che già da ora, come educatori, organizzati o singoli, a prescindere dal percorso legislativo del regolamento, sia urgente porsi alcuni problemi che in questi anni sono stati tralasciati, proprio grazie alla scusa, madre di tutte le scuse, che gli educatori non avevano riconoscimento o contratto nazionale. I problemi che secondo noi sono urgenti potrebbero andare sotto il titolo generale: la responsabilità dell’educatore.
Per tanti anni il lavoro di educatore è stato un lavoro da studenti e da volontari di parrocchia.
Gli uni e gli altri non avevano né problemi di professionalizzazione né di deontologia: i primi perché erano interessati ad un piccolo stipendio che consentisse di mantenere almeno parzialmente gli studi e avevano aspirazioni professionali diverse, i secondi perché -mossi da un etica- non necessitavano certamente di una deontologia.
Sta di fatto che o per il fascino di questo lavoro, o per la disoccupazione, parecchi laureati e parecchi ex-volontari hanno poi continuato a fare gli educatori e si sono presi anche il diploma, sono cioè gli attuali educatori professionali.
Questi sono gli stessi educatori che per anni hanno lamentato la mancanza di riconoscimento sociale ed economico, dimenticandosi spesso di quali siano stati per tutti gli anni ottanta i reali canali d’accesso a questa professione (non c’era selezione, chiunque in pochi giorni poteva trovare un posto).
Ora, con un nuovo contratto nazionale, in attesa di un profilo, come educatori è necessario porsi seriamente qualche domanda: a chi risponde l’educatore? Di che cosa risponde? Chi può dirgli se sta facendo il suo lavoro oppure no? in base a quali criteri? Riteniamo che nascondersi dietro il dito della dimensione umanistica, della non misurabilità, della scarsità di risorse, sia ormai mortificante, proprio per gli educatori, perché mantenere nell’indistinzione la possibilità di criticare il proprio lavoro significa anche inibirsi la possibilità di capirlo, di migliorarlo, di definire delle aree di responsabilità (e quindi di riconoscimento sociale).
Va detto che qualcosa di significativo è già avvenuto: la definizione di parametri di qualità condivisi dalle Regioni e dal privato sociale (cooperative e associazioni) è stato un passaggio importante, che però riguarda molto gli aspetti amministrativi, economici, di gestione d’impresa, e pochissimo lo specifico del lavoro educativo.
Ora, gli educatori, attraverso le loro organizzazioni, nei loro luoghi di incontro dovrebbero essere capaci di definire dei parametri di qualità specifici per la loro realtà, e il problema di questi parametri non dovrebbe essere la misurabilità, ma la riconoscibilità (c’è o non c’è, è visibile o non è visibile). Comunque dovrebbero cominciare a sentirsi l’insostenibilità di una situazione in cui di fatto, nella realtà di molti servizi attuali, qualunque aberrazione è giustificabile.
In un seminario svoltosi alla Istituzione Minguzzi a Bologna si è parlato del senso del Progetto nel lavoro educativo, ed erano confronto due concezioni diverse ed interessanti. Una, per così dire, classica, dove il progetto è inteso come prodotto multidisciplinare che funziona da organizzatore di un percorso, l’altra invece dove veniva criticata sia in termini epistemologici sia in termini sociologico-culturali l’idea stessa di progetto (di derivazione industriale) e veniva proposta una altra modalità per organizzare il lavoro educativo (la costruzione contrattuale di contesti).
In entrambe le proposte, però, era ben presente una idea: sia il progetto sia la costruzione di contesti impegnano l’educatore a fare alcune cose, in un certo modo, con certe finalità. Verso chi è diretto questo impegno? Chi può verificarlo nei suoi aspetti tecnici?
La realtà è conosciuta da tutti gli educatori: nella maggior parte dei servizi pubblici, in appalto, e privati quando si fanno domande sul progetto si hanno questi tipi di risposte: il progetto? Se ce, non lo conosco, ma è di molti anni fa, ora la situazione è completamente cambiato: facciamo quel poco che possiamo e che è urgente, il progetto è bellissimo ma è stato formulato sulla luna, non ci sono le risorse per realizzarlo, qui abbiamo problemi più concreti.
Non è così dappertutto, e almeno nelle sedi formative e organizzative questa situazione viene riconosciuta e onestamente affrontata, ma è un buon esempio di quanto sia troppo facile per gli educatori giustificare quella che spesso è semplice improvvisazione.
Qualche parametro di qualità potrebbe per esempio essere costruito proprio su questo: esiste un progetto, o comunque una formalizzazione dei compiti? Gli educatori ne hanno conoscenza? Hanno contribuito a definirla? È applicata? Come si muovono in relazione ad essa?
Ma c’è ancora qualcosa di più serio da dire. Esistono situazioni dove il problema non è il progetto, ma il mantenimento della legalità e del corretto rapporto col sistema giuridico:
a livello sindacale, nel rispetto dei protocolli relativi ai trattamenti farmacologici e sanitari in genere, in relazione agli atti e ai soggetti giuridici.
A livello sindacale si tratta del banale quanto drammatico problema del rispetto dei contratti di lavoro, Bologna è (forse era) una realtà privilegiata, ma anche a Bologna i problemi non mancano.
Non ci dilunghiamo su questo sperando di farlo in altra occasione.
Per quanto riguarda il secondo punto, esistono situazioni in cui, con ogni ordine di giustificazione pseudo-etica o ideologica, gli educatori si prestano a collaborare a attività al di fuori di qualunque normativa, per esempio nella gestione del metadone, o, addirittura somministrano farmaci arbitrariamente. E’ necessario, secondo noi, rompere con l’inerzia culturale che rende impossibile di fatto denunciare queste situazioni (che si appoggiano a collusioni, complicità, frustrazioni, amicizie, rapporti personali), e dovrebbero essere gli educatori stessi a prendere l’iniziativa in tal senso.
Infine, un fenomeno che conoscono benissimo tutti gli educatori che hanno a che fare con giudici e con assistenti sociali del Ministero di Grazia e Giustizia: i giochi, le triangolazioni, le collusioni che si verificano quando un utente è soggetto a misure restrittive con ordinanza o decreto di un magistrato. La gara tra educatori e assistente sociali per dimostrare al ragazzo chi è il più buono, chi è più disposto a dichiarare il falso o a promettere di più. Si tratta di un fatto penoso, diffuso, che si riversa negativamente sia sul ragazzo sia sull’ambiente che lo circonda. Il problema è da inquadrare nell’ordine istituzionale (cioè nella dinamica relazionale tra ruoli e organizzazioni diverse), ma gli educatori (e anche gli assistenti sociali) dovrebbero cominciare a modificare qualcosa in questi comportamenti.

Una deontologia professionale
Fare la parte del grillo parlante o del provocatore non è mai simpatico, ma a volte può servire per avviare processi ormai non rimandabili, prima che per l’ennesima volta ci si debba appellare alle emergenze, o al fatto che qualcun’altro non ci riconosce.
In termini generali riteniamo che in presenza di un contratto nazionale di lavoro, e vicini, forse, alla soluzione del problema del riconoscimento giuridico, gli educatori abbiano l’opportunità e il dovere di darsi una deontologia, di garantire il rispetto di alcune regole, di pretendere il rispetto di alcune regole. Desideriamo accogliere il suggerimento di Emanuela Cocever: gli educatori comincino a parlare tra loro: scoprire cosa sanno fare, dirsi chiaramente quali sono i loro limiti ma anche cosa ci sta dentro questi limiti. HP potrebbe essere uno dei luoghi adatti ad ospitare contributi in tal senso: di riflessione, di proposta, di denuncia, di informazione sulle iniziative in tal senso.

4. Educatori in corsia

di Sandro Bastia

Un ritratto in bianco e nero, ingiallito, appeso nel posto sbagliato: anziché nelle strade, negli uffici dei servizi sociali, alle pareti dei centri socioriabilitativi, dove siamo abituati a vederlo, lo troviamo nello studio di un medico, magari accanto al calendario sponsorizzato da un’industria farmaceutica.
È un ritratto quello che emerge da decreto recentemente firmato dal ministro della Sanità Rosy Bindi che descrive gli educatori in termini di “collaboratore”, “operatore”, “attuatore”. Non è riconosciuta, ad esempio, alcuna progettualità; l’educatore viene estirpato, a forza verrebbe da dire, da contesto sociale, pedagogico ed antropologico in cui la storia di questa professione si colloca.
È un ritratto inserito in un contesto, quello medico terapeutico che non piace a nessuno, con una collocazione per la formazione – diploma universitario triennale presso la facoltà di medicina – che non piace a nessuno, con un nome “tecnico dell’educazione e della riabilitazione psichiatrica e psicosociale” che sembra un giro di parole per evitare proprio di dire “educatore professionale”. Oltre allo scontento si apre il campo ad ipotesi poco chiare. Un esempio: molte sono ancora le persone – specie quelle che sono impiegate all’interno di cooperative – che non hanno ancora avuto nemmeno l’accesso ai corsi di riqualificazione – vietati per legge dal gennaio del 1997 – e che hanno paura per il proprio lavoro, che magari svolgono da dieci anni, e per cui si troverebbero a non avere più i requisiti richiesti. Ma, paradossalmente, non vi è nessuno con il titolo che possa subentrare al posto di chi il titolo non l’ha. Infatti ci risulta che gli educatori professionali (almeno nel nord Italia) ora sono tutti impiegati e cooperative ed enti del settore se li contendono. Questo crea debolezza in tutti i campi.Questi “paradossi burocraticoamministrativi” però è bene che non distolgano l’attenzione dal problema vero, quello del profilo e della formazione dell’educatore professionale. Intanto il corso di laurea di Scienze dell’educazione (ben 25 sedi in Italia) ha diplomato lo scorso ottobre i primi laureati nell’indirizzo “educatori professionali”; che prospettive vi saranno per loro e per quelli che verranno?

8. Dilemmi formativi

a cura di Sandro Bastia

“In Europa la figura dell’educatore e molto forte all’interno dei servizi sociali e sanitari; la formazione è in parte unitaria per chi vada lavorare al nido, alla scuola materna, nell’handicap,… poi esiste una specializzazione che però è successivo alla costruzione di una identità professionale comune di base.”
Siamo andati ad intervistare Emanuela Cocever, pedagogista, responsabile di formazione e docente dei corsi, triennali e biennali di riqualificazione sul lavoro, dalla partenza di questi, circa dieci anni fa.

Come scorge il profilo dell’educatore che emerge dall’ipotesi del ministero?
Parliamo di “educatore professionale” ma in realtà facciamo un cortocircuito che è indebito visto che questa è una figura che soddisfa alcune delle richieste dell’educatore professionale, ma non è il profilo dell’educatore professionale. È un indizio di ambiguità. La collocazione dell’educatore preoccupa tutti.
E non solo quella.
La formazione, ad esempio è un altro nodo critico. Infatti ricordo di avere visto un programma di triennio, qualche anno fa, che formava una figura professionale simile a quella che viene delineata o almeno che aveva il titolo simile al titolo che viene ipotizzato in questo triennio attribuito alla facoltà di medicine per la formazione del riabilitatore – operatore tecnico della riabilitazione.
Era un triennio tutto dedicato alla strumentazione per la riabilitazione fisica, sensoriale. Logopedia, fisioterapia e qualche terapia occupazionale. Da lì emergeva una figure professionale veramente strumentale, molto esecutiva. Non certo l’educatore che progetta dei percorsi o che conduce dei processi educativi, li valuta, come siamo invece abituati noi. Sono fortemente contraria all’attribuzione della formazione di una figure che appartiene all’ambito pedagogico, alla facoltà di medicine.Inoltre in questo modo continua a prefigurarsi una formazione settoriale per campo di intervento, per una figura che è invece, secondo me, unitaria.Ci sono esperienze in Europa, penso ad esempio alla Scandinavia, dove la figura dell’educatore professionale è una figura molto forte all’interno dei servizi sociali e sanitari; la formazione è in parte unitaria per chi vada a lavorare al nido, alla scuola materna, nel tempo libero come per chi vada a lavorare nella patologia o nell’handicap ecc.
C’è una parse di formazione unitaria e poi una ampia parse dedicate alla specializzazione ma che sia successiva alla costruzione di una identità professionale comune di base.

Il profilo ipotizzato non e raccordato con i profili dell’educatore professionale che esistono in Europa, dove si parla appunto di “Educatore Professionale” e non di “Tecnico dell’educazione”
A livello di titoli, e non di contenuto, credo non esista in nessun paese una figura simile, poi formata da medicina…Dalle informazioni, un po’ frammentarie che ho, comunque, in Europa esistono più formazioni che portano a più sbocchi (diversi anni di corso, varie qualifiche e specializzazione) e non solo un percorso che porta ad uno sbocco solo.

Il tema della formazione degli educatori oggi oscilla tra diversi paradossi: tra chi la formazione non l’ha mai incontrata ma lavora da tempo e chi dovrà misurarsi con quello che pare vada a costituirsi come diploma universitario della facoltà di medicina.
Ogni tanto mi viene da pensare a quando i corsi biennali erano appena partiti. In quel momento in varie sedi si era anche pensato, sfruttando l’esperienza di Scienze dell’Educazione che aveva messo a fuoco un’esperienza di formazione a distanza, di immaginare un percorso di riqualificazione per gli educatori che non fosse basato solo sulle modalità d’aula. Quindi l’ipotesi di avere una formazione sul lavoro per gli educatori professionali che fosse fatta di pochi incontri significativi e di lavoro poi su materiali per l’autoformazione. Quell’ipotesi fu perdente e si preferì piuttosto far partire una nuova formazione con la ripetizione, ad esempio, di 10 ore di psicologia dello sviluppo del bambino che invece potevano essere facilmente acquisite da testi.
Si e mantenuta una formula più tradizionale – anche se penso che poi comunque i bienni si sono rivelati una formazione poco tradizionale emolto interessante – ma avrebbero potuto essere più originali e flessibili, in questo modo, probabilmente più persone avrebbero potuto partecipare e non si sarebbero registrati i problemi ed il calo delle iscrizioni degli ultimi corsi che sono stati erroneamente interpretati come il segno che oramai tutti erano riqualificati; da qui la decisione di fermare i corsi di riqualifica che ci ha portato alla situazione di imposizioni che viviamo attualmente.
Invece io non vedo, tuttora, cosa ci vieti di pensare che la formazione possa continuare a seguire un doppio binario, per cui da un lato se uno vuole si fa l’università e consegue il suo diploma universitario, dall’altro si inizia a lavorare e poi si fa una formazione. Questo avviene anche in altri paesi, ad esempio la Danimarca, dove la diversa qualifica diploma universitario-riqualifica, da luogo a due qualifiche e a due stipendi diversi, ma permette comunque ad entrambi di lavorare.
Ora il tema della formazione, a mio avviso, nonostante questa ipotesi sul profilo rimane ancora aperto e spero che si possa sfruttare questa esperienza.

Il tema del riconoscimento degli educatori. Un ritornello che dura da anni e si muove tra le rivendicazioni – giuste – della categoria e la “richiesta di una immagine”, una visibilità sociale. questo profilo sembrarenda nuovamente attuale questo tema riaprendo il dibattito, mai chiuso, su cosa debbano fare, in quali forme si debbano esprimere gli educatori per essere riconosciuti come professione, prima ancora che come categoria.
Sono molto sensibile a questo argomento. Sicuramente non si ottiene un riconoscimento protestando per il fatto che si e poco riconosciuti. Io questo l’ho imparato decisamente dal movimento delle donne e da una parte del movimento delle donne che e quella che per esempio rifiuta tutti i temi delle pari opportunità e delle quote con il ragionamento, molto importante, che non si può affermare una forma puntando sulla propria debolezza. Allora se il bisogno è che abbiamo bisogno delle quote per farci riconoscere ne consegue un procedere paradossale. Io pretendo qualcosa per affermare la mia forza in nome della mia debolezza. E’ un ragionamento, in cui pero c’è qualcosa che non va, e le azioni che ne conseguono sono altrettanto non funzionanti.
Per affermarsi sono necessarie azioni che contengono l’affermazione di se, del proprio stile, della propria identità. Queste affermazioni nascono dalle esperienze, mi verrebbe da dire quasi “di base” e non dai decreti scritti dall’alto, e dalle sperimentezioni spontanee di cose che riteniamo proprio noi stessi operatori. Se ne discusso spesso in corsi per educatori.
Un modello potrebbe essere questo: un gruppo di educatori che si organizza, ragiona sulla propria esperienza, vedendosi una volta alla settimana e discutendo, producendo cose e relazioni, per il proprio piacere, non per dovere istituzionale o rivendicazione sindacale, senza mettersi immediatamente alla ricerca di riconoscimenti istituzionali od altro. Facendolo perché così fanno qualcosa che interessa loro e nella quale fra di loro si attribuiscono responsabilità e importanza. Questo succede. Tutti noi abbiamo dei colleghi e delle colleghe che ci piacciono perché magari fanno il nostro stesso mestiere ma lo fanno un po’ meglio o hanno delle idee migliori: penso che creare dei gruppi dove ci sono queste persone e a queste persone riconoscere la capacita che hanno di animare gli altri, nella totale informalità istituzionale. Io credo che sia lì che si deve cercare una molla per il riconoscimento degli educatori. In questo modo si fa un’esperienza di esistenza, di forza, di significato, in prima persona. E poi si troveranno i modi per farla irradiare all’esterno.Certo questo non vuole dire che non bisogna fare tutti gli altri percorsi, ma piuttosto che bisogna farli entrambi, proprio per la vita quotidiana delle persone. Scrivere lettere alla Regione, ai sindacati, alle USL per rivendicare i propri diritti, condizioni migliori di lavoro, alla fine pero, nella vita quotidiana, finisce per portare ad uno stato d’animo che non è certo di benessere. Se ti vedi in un gruppo e fai qualcosa che ti piace il tuo stato d’animo e uno stato d’animo di soddisfazione.
io non riesco a metterlo subito in un discorso più politico di così. Però secondo me, è la dove io cercherei la forza con la convinzione che sia una forza anche istituzionalmente.

5. Delusione di maggioranza

di Nicola Rabbi

Il decreto sarà approvato quasi di sicuro entro il primo trimestre del ’97. Metterà ordine nel settore sanitario dove lavorano però solo il 40 % degli oltre 20mila educatori. Per gli altri, impegnati nel settore sociale, probabilmente sarà necessario un secondo decreto.
Intervista a Mauro Alboresi della CGIL nazionale.

Mauro Alboresi, della Funzione Pubblica della CGIL nazionale, sta incontrando per tutta Italia gruppi di educatori per spiegare cosa può significare questo nuovo decreto per la loro professione; gli poniamo alcune domande sull’argomento.

Come si è arrivati a questo decreto?
Il ministro della Sanità in base all’articolo 6 della legge n. 502 del 1992 ha il potere di individuare i profili di interesse sanitario, cosa che ha poi fatto il ministro Rosy Bindi per diverse figure, non solo per quella del tecnico della riabilitazione, anche per quella, ad esempio del terapista occupazionale.

Quali saranno i tempi di attuazione?
Il decreto, già firmato in ottobre dal ministro, deve essere sottoposto al parere del Consiglio di Stato e poi a quello della Corte dei Conti, dopodiché sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale; solo allora sarà valido. Visto che il Consiglio di Stato ha un lungo elenco di questioni su cui dare un parere l’iter si concluderà entro il primo trimestre del prossimo anno.

Ci sono altri problemi che potrebbero far rinviare o modificare il decreto?
Nel pacchetto dei decreti firmati, ve ne sono alcuni che sono già stati oggetto di osservazioni; è quanto ha fatto l’AITR (Associazione Italiana Terapisti della Riabilitazione) riguardo l’individuazione del proprio profilo professionale. Il ministro non è tenuto a rapportarsi con queste categorie professionali, ma poi per ragioni di opportunità politica potrebbe anche farlo.

Perché inserire la figura dell’educatore professionale tutta all’interno del settore sanitario?
Per il ministro della Sanità questa figura professionale riassume in sé diverse figure che hanno operato nella sanità e/o quelle figure professionali che sempre in questo contesto venivano formate per rispondere alle richieste di un certo tipo di utenze (handicap, tossicodipendenza, salute mentale). Tale scelta non dimentica il fatto che queste utenze hanno problematiche che non coincidono solo con il settore sanitario, ma anche con quello sociale. Così pure la formazione deve coniugare ambedue i settori.

Quali sarà a questo punto l’iter formativo per un educatore?
Per quanto riguarda l’area sanitaria, vi lavorerà chi ha fatto un percorso formativo ad hoc: un diploma universitario di tre anni che verrà definito all’interno della facoltà di Medicina e Chirurgia e che probabilmente partirà dal prossimo anno accademico. Per quanto riguarda i titoli acquisiti in passato, il ministro della Sanità in concerto con quello della Pubblica Istruzione e della Ricerca per l’Università, dovrà emanare un decreto che sanerà l’equipollenza dei percorsi formativi pregressi, i corsi regionali triennali e i corsi di riqualificazione sul lavoro che fino ad ora solo 11 regioni (per lo più nel centro nord) hanno fatto. Vi sarà il problema di come rapportarsi a chi si è laureato o si sta laureando in Scienze dell’Educazione (indirizzo educatore professionale).

Ma solo una minoranza degli educatori oggi lavora nel settore sanitario, la maggior parte lavora nel sociale; cosa cambia per loro?
In effetti degli oltre 20mila educatori che lavorano in Italia solo il 40% lavora nel settore sanitario, come quelli che operano nei SERT, quelli che lavorano sul territorio in convenzione o dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale; tutti gli altri lavorano nell’area sociale. Per costoro si pone adesso il problema del riconoscimento del proprio profilo, diverso da quello definito dal decreto del ministro della Sanità e che necessita di un secondo decreto emanato dal ministero competente.

4. Al centro dell’attenzione

di Sandro Bastia

Il mondo attorno ai centri socio-riabilitativi per disabili in questi anni è profondamente mutato, occorre quindi ripensare e ripensarsi all’interno di queste nuove realtà, partendo però dalle esperienze di questi anni e dal valore che queste hanno.
Gli articoli che seguono vorrebbero tentare uno sguardo panoramico, una porta che lascia schiudere una fessura mostrando come attualmente, dietro a quelle etichette, si celino esperienze profondamente originali, ricche di contenuti, saperi professionali, linguaggi diversi ma con significativi punti di contatto. Abbiamo voluto accostare riflessioni sullo stato dell’arte dei centri socioriabilitativi, semiresidenziali provenienti da ambiti diversi (psichiatria, neuropsichiatria infantile, servizi sociali ecc.) e da persone impegnate a vario titolo nei servizi, dal livello organizzativo manageriale a quello dell’utente frequentatore. Tutti con la stessa dignità a testimoniare quanta strada è stata fatta.

Gli anni ’70 e la deistituzionalizzazione
I centri socio-riabilitativi, per persone handicappate nascono intorno agli anni 70, sull’onda della deistituzionalizzazione e della partecipazione attiva dei cittadini alla vita delle istituzioni. Inizialmente i centri hanno faticato a trovare un nome: centro gravi, centro diurno, centro medico sociale e tante altre etichette che definivano organizzazioni e progetti diversi, ma che con il tempo hanno assunto, pur nella originalità di ciascuno, alcuni punti di continuità.
Questi elementi di continuità hanno contribuito a far nascere un sapere, una cultura, costruita riflettendo sulle esperienze che venivano via via compiute. Questo sapere ha avuto, in tutti questi anni una forte ricaduta all’interno dei servizi socio-assistenziali e terapeutici, migliorando molto la qualità di vita nei centri, aumentando gli strumenti operativi degli educatori e anche di tutti coloro che con altre professionalità vi hanno lavorato. Queste esperienze si sono poi confrontate con altri settori: nella scuola, con altri servizi. Ci sono stati “travasi” tra i vari settori, ed ora il “centro diurno” non è più appannaggio solo dei servizi per l’handicap.
Sono passati quasi trenta anni dall’avvio dell’esperienza dei centri.
Le istanze che hanno portato alla nascita dei centri sono superate, date per acquisite forse, o comunque affiancate da altre esigenze, altre richieste “dell’opinione pubblica” che vengono vissute come più importanti o come più urgenti. Ma gli handicappati e i centri socio-riabilitativi rimangono e vivono di una vita propria, spesso semi sommersa, legata a contesti sociali ed a pratiche acquisite faticosamente con gli anni, con il tempo. Poco visibili forse ma non per questo meno importanti o svalorizzati.

La contrazione dei servizi
Oggi i centri, chi vi lavora e con loro le persone handicappate e le loro famiglie, devono confrontarsi con un momento di fortissima crisi e “contrazione” dei servizi. La richiesta di strutture, di posti, è forte ed i costi non riescono più ad essere sostenuti dagli enti locali e dalle Ausl. Inoltre i centri (o semiresidenze, stando alle nuove disposizioni legislative) essendo strutture che “curano” ma non dimettono (poiché i bisogni a cui rispondono non finiscono praticamente mai) rischiano di essere visti come strutture meramente assistenziali, quindi dove si possono ridurre le risorse necessarie per il loro funzionamento, azzerando così la loro storia ed il loro valore, facendoli così di fatto divenire centri assistenziali. E le questioni che si aprono non finiscono qui: i problemi legati all’invecchiamento degli utenti, l’offerta del volontariato, il bisogno da parte degli operatori di ridefinire i propri percorsi lavorativi affinché vi sia una continua crescita professionale e si potrebbe ancora continuare ad esporre le questioni che si aprono di fronte alla strada dei Centri.

7. Arrabbiarsi non basta

di Andrea Canevaro, Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’università di Bologna

“Non mi pare un argomento forte sostenere che, siccome la laurea richiederebbe come livello di assunzione il settimo, questa impedisca comunque l’assunzione di un laureato al sesto… La parte più innovativa di questo corso di laurea è quella rappresentata dal tirocinio che non è un’appendice, ma una parte integrante”.
Non basta arrabbiarsi a questo punto, perché sembra che sia una questione opinabile, per cui c’è chi la pensa in un modo, chi la pensa in un altro e così via.
Qui si tratta di mettere un ordine a partire da alcuni dati che ci sono. L’esistenza di un corso di laurea, che si chiama Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione, e che ha un indirizzo che è, per educatori professionali, non è un fatto di pochi intimi che hanno deciso di fare un clab, ma è una cosa, un fatto che ha una legittimazione di governo.
C’è un organo, controllato dal Ministero della Pubblica Istruzione e della Ricerca per l’Università, per cui se nasce una cosa del genere nasce come una proposta carica di un significato anche legale. Mi pare che questo non sia da trascurare. Poi c’è una azione di governo un po’ disordinata, per cui c’è un corso di laurea e, nello stesso tempo in parallelo, nasce un corso di laurea breve presso la Facoltà di Medicina; si tratterà di mettere ordine a queste cose perché non diventino troppo contraddittorie, a partire da un elemento di realtà, che è l’esistenza legale di un corso di laurea; lo sottolineo legale e non arbitraria. Dicevo questo perché a volte mi sembra che il dibattito sia tra opinioni, mentre qui si tratta di dare una struttura più complessa e più ordinata a degli elementi di fatto. Allora, un primo fatto è l’esistenza del corso di laurea a Scienze dell’Educazione.
Un secondo fatto è questo. Qualcuno dice “attenzione perché il titolo ha un valore alto e questo non può funzionare perché i livelli degli educatori non sono corrispondenti alla laurea”. Io ribatto che non è vietato assumere ad un livello diverso, indipendente dalla laurea. Ad esempio io conosco, tu conosci e altri conoscono – insieme ne facciamo una bella lista – persone che hanno vinto, con una laurea congruente, allora in Pedagogia, ora sarà in Scienze dell’Educazione, e senza il diploma di scuola superiore richiesto, concorsi pubblici per posti di ruolo all’interno dei nidi.
Come mai allora si dice di no per gli educatori, che questo non si può fare? Parte da una constatazione di abitudini e come qualcuno dice di no altri possono dire, in maniera del tutto legittima, di si. Anzi probabilmente nei precedenti esiste qualche ricorso che da ragione a quello che sto dicendo. Non è una cosa, come qualcunosostiene, che assolutamente non si può, che è incostituzionale. Io ho parlato dei nidi, ma posso dire anche della scuola dell’infanzia, della scuola elementare. Ci sono molte persone che, in possesso del solo titolo di laurea in Pedagogia ora lavorano, assunte dallo Stato, con le funzioni di insegnanti ecc.
Non mi pare un argomento forte sostenere che, siccome la laurea richiederebbe come livello di assunzione il settimo, questa impedisca comunque l’assunzione di un laureato al sesto. È piuttosto una questione di abitudini. È innegabile che queste ci siano, si tratta di vedere se queste vanno conservate o se invece vanno cambiate.
La terza considerazione che vorrei fare è più nel merito della formazione. La formazione universitaria può essere una cosa ben fatta e può essere una cosa mal fatta. Io ero preoccupato per la laureata o il laureato che poi, per fare l’educatore, deve anche pulire il sedere a qualcuno.
Un laureato studia per fare mansioni di quel tipo? Dipende da come si laurea. Io ho l’impressione che qui abbiamo messo in moto, in maniera impegnata, il corso di laurea e la parte sostanzialmente innovativa è quella del tirocinio, che non èuna appendice appiccicata, è integrata fortemente al percorso formativo. Ci vede impegnati anchecome docenti che andiamo nelle strutture e per me è l’elemento più importante che sto vivendo in questa stagione universitaria. Però io so benissimo che ci sono altri corsi di laurea che invece non fanno le cose sul serio. Quindi bisogna più entrare nel merito. Quando ci sono associazioni, enti locali, che lamentano problemi con il personale educativo io rispondo loro che bisogna entrare più nel merito e richiedere persone realmente formate, che sappiano che pulire il sedere di una persona handicappata è parte importante del proprio lavoro. Io sono sicuro che ci guadagniamo. È più un’azione di terzo livello, a cui si arriva una volta che sono state chiarite le prime due, che possiamo anche chiamare “del controllo di qualità”, che ci sia cioè una qualità corrispondente alla formazione.

3. Handicap al Sud

a cura di Andrea Tinti e Angela De Marinis

Intervistiamo Nunzia Copedè, autrice del libro autobiografico, Al di là dei girasoli, e responsabile del Centro studi informazione e tutela dei diritti dei disabili di lamezia terme, sulla situazione in generale dei disabili nel sud Italia.

Qual è nel mezzogiorno, la situazione dei servizi sociosanitari riguardanti l’handicap?
Al sud vi è stato un boom del volontariato che ha contribuito molto a migliorrare la situazione. Da pochi anni si sono sviluppati deibuoni servizi soprattutto nelle scuole di Lamezia Terme, Reggio Calabria e nella provincia di Cosenza per mezzo delle associazioni di genitori. Ma per il resto la situazione è ancora critica: per fare fisioterapia i disabili sono costretti ancora ad andare a nord.

In passato l’handicap era considerato dalle famiglie come una vergogna, qualcosa da nascondere. Nel mezzogiorno esiste ancora questo retaggio culturale?
Poco, per fortuna al sud la mentalità, per mezzo dei privati, è cambiata ed anche i disabili possono uscire e possono essere anche protagonisti. Ci sono ancora pochi casi, come del resto in tutto il paese, di disabili che vengono “nascosti”. C’è una gran voglia di uscire fuori, lottare e pretendere.

Quali sono le prospettive del disabile meridionale relativamente al “dopo famiglia”?
L’istituto soprattutto. Come alternativa le comunità: poi ci sono le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) e i centri residenziali che non sono come le comunità e dove possono risiedere anche le famiglie.

Nel caso in cui un disabile voglia vivere per conto proprio, i servizi locali, quali aiuti forniscono?
Ci sono pochi casi di disabili con gravi problemi fisici che vanno a vivere da soli; rischiano molto, sono poco sostenuti anche essendo non autosufficienti
La comunità non è sempre una soluzione perché non riesce a risolvere i problemi di tutti. Il loro obbiettivo è quello di fare assistenza alle persone che vivono sole.
Un mio conoscente, con un deficit molto grave, ha scelto di vivere per conto suo; dalle comunità moltissime persone sono uscite per andare ad abitare per conto proprio. Questo è un fatto positivo.
Le persone che sono passate dalla comunità e che poi sono diventate autonome, hanno avuto modo di fare un’esperienza molto importante, che le ha aiutate nel passaggio verso l’autonomia.

E per quanto riguarda i servizi di assistenza alla persona, come funzionano?
L’assistenza alla persona: da noi è ancora un’utopia anche l’assistenza domiciliare.
Ci sono pochissimi che la fanno. Esiste soprattutto per gli anziani, ma per i disabili proprio molto poco e per pochissime ore al giorno.
Le amministrazioni non la finanziano perché non hanno soldi. L’hanno fatta per gli anziani; magari, se all’interno di una cooperativa di servizi per gli anziani c’è un disabile che la richiede, gliela fanno anche. Però poi deve stare a quegli orari. Non c’è un’assistenza che copre grandi fascie d’orari. Sta emergendo adesso una cultura dei servizi di assistenza che favoriscono l’inserimento della persona mantenendola in famiglia o in una struttura propria. Fin’ora c’è sempre stato più il discorso dell’inserimento nell’istituto o nella famiglia a carico comunque della famiglia. Il tema del “Dopo di noi” al sud sta scoppiando adesso molto forte, legato alla consapevolezza che disabili e associazioni hanno maturato in questo periodo.
C’è da dire anche che nel sud vi sono sacche di profonda povertà. Questo influisce in modo forte, nel senso che la famiglia, avendo grossi problemi economici, ha teso a tenersi la persona disabile in casa perché comunque portava una fonte economica sicura: la pensione e l’indennità d’accompagnamento. Questo ha creato grosse resistenze da parte delle famiglie a “liberare” i disabili; ancora adesso. Sinceramente mi lascia molto perplessa la proposta che per l’assistenza alla persona vengano dati soldi alle famiglie. Se la persona vive in famiglia si corre il rischio che l’assistenza venga fatta dalla famiglia stessa e non cambi niente per il disabile.

A tuo parere la ventilata trasformazione dello Stato in senso federale potrà migliorare il livello dei servizi alla persona ed in particolare a quella disabile?
Per quanto riguarda l’handicap, non possiamo dire che la regione Calabria non ha soldi per “attuare”. Capita addirittura che i soldi tornino indietro allo Stato. Non vengono spesi perché non vengono fatti progetti. Per cui da una parte potrebbe essere un grosso stimolo se la Regione imparasse a collaborare bene con la associazioni sul territorio: potrebbe uscir fuori anche qualcosa di buono, ma se questo non avviene, allora credo che siamo messi molto male.