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Autore: admin

2. L’approccio ludico nell’educazione alla diversità

di Elisabetta Zanardi

Attraverso la conoscenza e l’incontro diretto con gli animatori disabili del Progetto Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna è possibile per i bambini e ragazzi delle scuole intraprendere un percorso che porti a considerare la diversità propria e altrui non come limite o minaccia ma come stimolo e ricchezza, a cui si unisca la consapevolezza che le difficoltà, gli handicap, non appartengono solo al disabile ma all’uomo in quanto tale. Le difficoltà che incontrano le persone disabili sono forse di natura diversa in quanto a forma ma non differiscono, nella sostanza, da quelle che ogni uomo e ogni donna si trova ad affrontare nel proprio percorso di vita, e che sono determinate dal contesto, dal proprio carattere e dalla personalità di ognuno, che si originano nelle relazioni sociali, nei rapporti con le istituzioni, nel confronto con le diversità di cui gli altri sono portatori.
Particolarmente interessante e significativa appare la metodologia con la quale gli educatori del Progetto Calamaio, disabili e normodotati, attuano tali percorsi nelle scuole: le attività proposte hanno un carattere ludico, si tratta di giochi – diversi a seconda del grado scolastico e quindi dell’età dei gruppi incontrati – che si pongono la finalità di fare e di conoscere insieme. Nel caso del Progetto Calamaio la scelta di dare una veste ludica alle attività proposte nelle classi non trova la sua motivazione soltanto nel dare una forma divertente e piacevole a specifici apprendimenti, come avviene generalmente quando scelte analoghe sono realizzate in ambito scolastico: la ragione essenziale risiede invece nello stimolare, attraverso il gioco, la reale ed effettiva partecipazione dei bambini e dei ragazzi ad attività che li impegnano non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche e soprattutto emotivo, e che li coinvolgono costringendoli a “mettersi in gioco”, poiché nel gioco, il mondo del “come se”, non si può fingere di partecipare, non si può giocare a metà.
Nel gioco si entra in contatto semplice ma profondo con se stessi e con gli altri, si elaborano strategie, percorsi e scelte, e si sperimentano, in senso cognitivo, emozionale e affettivo, vissuti personali la cui influenza sulla formazione e sullo sviluppo è estremamente importante. Da questo punto di vista si può sostenere che: il gioco è importante per il giocatore, almeno nel momento in cui vi si applica; è implicante, sia affettivamente sia cognitivamente; è imprevedibile, costringe cioè a confrontarsi col nuovo e l’incerto poiché, senza una certa dose di imprevedibilità, il gioco diventa piatto e inconsistente.
Tra le varie tipologie d’esperienza che la scuola propone, quella ludica dovrebbe essere maggiormente utilizzata: il gioco si contrappone infatti alla fissità e alla sistematicità delle discipline curricolari, non rimanda a qualcosa di costrittivo e direttivo, ma contribuisce allo sviluppo delle molteplici dimensioni dell’individuo e al conseguimento degli obiettivi educativi e formativi che la scuola persegue. L’attività ludica può quindi correlarsi con quella istituzionalmente prevista e programmata, senza costituirne un ostacolo o una distrazione ma un significativo potenziamento: fondamentale in questo senso è la posizione degli alunni nei confronti del processo formativo che, nel caso del gioco, verrà vissuto come una libera scelta in termini di partecipazione e coinvolgimento.
Se nei Programmi della scuola elementare è possibile rintracciare i fondamenti pedagogici dell’educazione alla convivenza democratica, e la sua inevitabile connessione con il riconoscimento e il rispetto della diversità, il tema del rapporto con l’altro da sé si collega strettamente all’attività ludica, di cui costituisce uno dei tratti essenziali. A partire dalla categoria di giochi che lo psicologo Jean Piaget definisce giochi di esercizio, caratteristici dei primi stadi di sviluppo del bambino, tutta l’attività ludica ha intrinseca nella propria essenza una struttura dialogale: essa implica sempre un soggetto che si relaziona, attraverso le dinamiche di gioco, prioritariamente con se stesso e ulteriormente con gli altri.
La reciprocità rappresenta una categoria essenziale del gioco: qualsiasi attività ludica richiede la presenza, anche simbolica, di qualcosa d’altro, che non deve essere necessariamente una persona ma deve rispondere al movimento del giocatore. Il dialogo che si crea nella situazione ludica è unico e non è rintracciabile in altri contesti di vita: con esso il soggetto cresce, si forma e si educa senza subire imposizioni o prescrizioni esterne; affinché il dialogo con se stesso e con l’altro da sé sia costruttivo, è necessario che i soggetti abbiano scelto liberamente di partecipare poiché, in caso contrario, il gioco si trasformerebbe in un compito da adempiere, perdendo la peculiarità di implicare sempre la libertà di scelta.
Il fatto che la stessa attività ludica comporti un dialogo con se stessi e con gli altri denota la sua qualità formativa: se uno tra i compiti fondamentali dell’educazione è formare all’incontro, abituando ogni soggetto a utilizzare le sue capacità cognitive e relazionali nella dimensione del dialogo, l’attività ludica si propone come tramite per un rapporto interpersonale realmente formativo, caratterizzato da una reciprocità tra identità e differenza.
Non si tratta soltanto di acquisire coscienza e conoscenza di sé, ma anche di imparare a gestire componenti essenziali dei rapporti sociali quali la competitività, l’ansia, la frustrazione e il rispetto dell’altro. Sia che si presenti nella forma della collaborazione, o assuma invece la forma della competizione, la vita associativa presuppone comunque due condizioni fondamentali: il riferimento esplicito o implicito a un insieme di regole (e quindi anche ai valori che le ispirano e alle sanzioni previste per chi le viola) e la necessità che ogni membro del gruppo giunga a sapersi porre anche dal punto di vista degli altri. La comunicazione interpersonale si fonda, nel caso del gioco, su una partecipazione decisa autonomamente e perciò spontanea e autentica; se così caratterizzato, il dialogo comporta accettazione e fiducia nell’altro, nonché il rispetto della sua diversità.
Il gioco, infatti, comprende la diversità senza prevederla in termini discriminatori, poiché a esso può partecipare chiunque: tutti partono dallo stesso punto e hanno identiche possibilità di conseguire i medesimi risultati finali. Il gioco sostanzia valori personali in quanto permette a ognuno di esprimere il proprio sé liberamente e spontaneamente; la partecipazione ludica aiuta, in età infantile, a costruire la propria identità, a svilupparla durante l’adolescenza e a perfezionarla in età adulta.
Se nel gioco si realizza un dialogo con se stessi e con l’altro, se nell’attività ludica si entra in contatto con l’identità e l’alterità, proprio nel gioco con chi è “diverso” vengono sottolineati i valori essenziali dell’uomo, quelli che perdurano al di là di ogni differenza personale. La reciprocità del gioco e la sua struttura dialogale permettono a tutti i partecipanti di vivere, in prima persona, modalità essenziali e fondanti delle relazioni sociali quali la disponibilità, la fiducia, il rispetto, la sincerità e la comprensione; allo stesso tempo i momenti ludici sono continuamente attraversati da valori che permettono a chiunque giochi di entrare in contatto con la propria essenza e di stabilire, fra essa e l’alterità, un rapporto basato su analogie e differenze, in una continua compenetrazione di uguaglianza e diversità.
I percorsi educativi che il Progetto Calamaio propone portano con forza la diversità all’interno dei gruppi incontrati, che non è la diversità che differenzia ogni individuo da tutti gli altri ma quella, palese, esplicita, “senza scampo” del disabile. Il gioco con chi è diverso diviene così autenticamente formativo proprio per il suo carattere di assoluta evidenza. Con gli animatori disabili del Progetto i bambini hanno la possibilità di giocare: non sono obbligati a farlo, ma se lo scelgono liberamente, il gioco li proietta verso l’esterno, li spinge ad aprirsi e a entrare in una relazione nella quale l’altro, grazie all’accoglienza ludica, diventa il mio Tu; il bambino è così portato ad accettare un altro che, in questo caso, porta con sé, in modo palese ed evidente, la sua diversità.
Certo questa caratteristica del Calamaio, che ne costituisce la sua peculiarità e la sua forza, presenta il classico “rovescio della medaglia” e per molteplici ragioni. Innanzi tutto non è facile trovare persone disabili disponibili a fare gli animatori, disposte a mettersi in gioco per dimostrare come un deficit, evidente e innegabile, possa trasformarsi in una risorsa, utile e importante per tutti e non essere considerato soltanto un limite. E non è facile perché questa disponibilità nasce da una maturità e da un grado di accettazione di sé molto elevati, frutto di un lungo percorso che, superata la negazione del deficit e la tentazione del confronto con la “normalità”, abbia proceduto a una riappropriazione del deficit stesso attraverso la sua accettazione. Claudio Imprudente, fondatore del Progetto Calamaio e disabile grave, racconta così la sua esperienza di accettazione del limite: “L’attenta riflessione sull’esperienza mia e altrui condotta in questi anni mi ha portato alla persuasione che solo accogliendo il proprio limite si può riuscire a superarlo, trasformandolo da ostacolo in trampolino di lancio per la vita. Ma cosa significa accettare il limite, e soprattutto come si fa concretamente? Accogliere non è sinonimo di rassegnazione. Accogliere non è nemmeno sinonimo di fuga dal proprio limite. Accogliere significa percepirsi belli e amabili così come si è, senza doversi adattare a nessun modello ulteriore di normalità”.
Un altro rischio implicito in un approccio ludico realizzato da persone disabili è strettamente connesso alla loro potenza espressiva: molti anni di esperienza hanno dimostrato come le parole, le azioni, i comportamenti di un disabile abbiano un peso molto diverso da quelli di un normodotato ed è molto facile, per i bambini o i ragazzi, cadere nell’errore di una super valutazione del disabile stesso, al quale vengono attribuite caratteristiche eccezionali. La diffidenza e la paura iniziale vengono superate con un percorso positivo che non deve però trasformarsi in un “pregiudizio al contrario”. Anche in questo caso risulta di fondamentale importanza la competenza e le capacità dell’animatore disabile, che deve essere capace di porre l’accento sulla sua qualità di uomo o donna, diverso e uguale agli altri ma non necessariamente migliore degli altri.
Il Progetto Calamaio richiede inoltre un ottimo affiatamento tra gli educatori, un dialogo e un confronto aperto, sincero e costante, una condivisione delle scelte e delle modalità di lavoro per eludere un altro rischio determinato proprio dalla diversità degli educatori stessi. Quando entra in una classe una coppia di operatori del Calamaio, la prima impressione che i bambini hanno, ma spesso anche le insegnanti, è di trovarsi di fronte non a due colleghi di lavoro ma a un utente e il suo operatore, connotati il primo dal bisogno, il secondo dalla disponibilità. Se condotto correttamente, il percorso nelle classi dimostra invece la situazione paritaria esistente tra gli educatori, la necessità della loro compresenza che non si lega però all’aiuto, al rapporto di dipendenza di uno nei confronti dell’altro, ma all’efficacia del lavoro che viene svolto, rispetto al quale risultano entrambi insostituibili. Un percorso educativo che utilizza un approccio ludico per affrontare il tema della diversità, della conoscenza e dell’accettazione, e opera con animatori disabili e normodotati, può rivelarsi davvero efficace per contribuire allo sviluppo delle capacità cognitive, relazionali e sociali, per influire sulla formazione della personalità attraverso l’attivazione di percorsi originali, la sperimentazione di modalità d’azione inconsuete e innovative, di pensiero divergente, di ricorso alla creatività e all’intuito, ma perché ciò avvenga è necessario conoscerne le potenzialità, i limiti e i fattori di rischio del progetto.

1. Introduzione: gioco e “handicap”

di Roberto Ghezzo

Esistono due accezioni della parola handicap: una sicuramente negativa, tradotta con i termini svantaggio e ostacolo. In questa accezione l’handicap va per quanto possibile ridotto, va combattuto con tutta la creatività di cui siamo capaci.
Ma un’altra accezione della parola ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap/difficoltà a un gioco, allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di gioco. L’handicap è come il sale, elemento non affrontabile in sé ma fondamentale se si riesce a connettere ad altro, ai cibi: da ciò trae il suo valore. Già da tempo diciamo che dell’handicap in quanto tale non ci importa nulla semplicemente perché, in sé, l’handicap non ha senso. L’indifferenza, tanto combattuta e stigmatizzata, verso il cosiddetto “mondo dell’handicap” è giustificata, anche solo per il fatto che questo mondo non ha senso di esistere, o per meglio dire è disabitato.
Se la presenza di un deficit impedisce di giocare abitudinariamente un gioco, esistono alcune strade alternative. La prima è una non-strada, cioè si smette di giocare: lo svantaggio causato dal deficit è talmente aumentato che conviene non giocare. È una specie di suicidio del gioco stesso. Ciò avviene perché si assolutizza il gioco, ovvero si ritiene che non sia tanto importante chi gioca e la sua ricerca di piacere e di senso, ma sia importante il gioco stesso. L’altra strada è il gioco adattato, quindi giochiamo lo stesso gioco ma cambiando le regole, introducendo degli ausili che permettono comunque di giocare nel modo più simile al gioco originario. Un’ulteriore strada è il gioco speciale, cioè si inventa un gioco che una persona con deficit riesce a fare, un gioco completamente nuovo e originale. Sto riproponendo la classificazione delle discipline sportive per diversabili: le specialità degli sport adattati (ad esempio il basket in carrozzina); gli sport speciali (come il torball, giocato solo dai ciechi). Esiste una terza area: gli sport integrati, giocati sia da atleti normodotati che diversabili (ad esempio il calcio in carrozzina).
Ciò che alla fine è essenziale è il giocare, non l’insieme dei giochi storicamente esistenti. Giocare è sperimentare la bellezza nel gioco, chiamiamolo il piacere del gioco.
Nei giochi con regole il piacere è dato da un’equilibrata interazione tra handicap e regole, e l’handicap è determinato dalla connessione tra  le abilità/potenzialità e le regole (il limite). Se l’handicap aumenta troppo o diminuisce troppo non ci si diverte. Esempio: tra due giocatori di scacchi ci si diverte quando i giocatori hanno le stesse abilità visto che le potenzialità, nel senso dei pezzi in campo, sono uguali. Il divertimento nasce da un confronto possibile tra due giocatori, tra due abilità. Se un maestro di scacchi gioca con un dilettante può trar piacere per molti motivi, ma da un punto di vista strettamente scacchistico non si può più di tanto divertire perché vince facilmente. Per lo stesso motivo il dilettante si sente schiacciato dalla superiorità del maestro, e va incontro a un risultato scontato della partita. È interessante notare che se in questo caso attribuiamo un deficit al maestro, togliendogli una regina e privandolo così di forze “materiali”, allora forse questo riequilibra le sorti della partita, aumentando l’handicap-difficoltà del maestro e diminuendo l’handicap del dilettante. Paradossalmente in questo caso al deficit non corrisponde in realtà un handicap come svantaggio, ma un handicap più gestibile, meglio distribuito tra i giocatori. L’handicap aumenta il piacere della partita, perché il risultato non è più scontato.
L’approfondimento di questo numero di “HP-Accaparlante” è dedicato proprio alla possibilità di giocare a scuola: con cosa?  Proprio con l’handicap. La maestra Elisabetta Zanardi ci guiderà passo dopo passo nel racconto dell’incontro tra Stefania Baiesi, animatrice diversabile del Progetto Calamaio, e i bambini della sua classe. Questo percorso educativo e di animazione, costellato di giochi che sono assolutamente riproponibili in ogni classe, insegna che se si ha creatività e il coraggio dell’integrazione, il risultato non è più scontato… e vincono tutti!

6. Aspettando il Calamaio

La settimana trascorsa tra il primo e il secondo incontro con gli animatori del Progetto Calamaio è stata molto utile per riprendere, commentare e approfondire l’esperienza vissuta in quell’intenso pomeriggio. Il giorno immediatamente successivo ho rivisto l’intero percorso insieme ai bambini, abbiamo rielaborato oralmente la fiaba del Re 33 e abbiamo trascritto le risposte da loro fornite alla scommessa proposta da Stefania. I bambini mi hanno inoltre chiesto molte informazioni sulla sua vita, sulle sue esperienze, sulla nostra amicizia, cercando di colmare la curiosità che le domande fatte a Stefania e le sue risposte, per problemi di tempo, non erano riuscite a soddisfare.
Come spesso accade, i bambini tendevano a una sopravvalutazione di Stefania e delle sue qualità e il mio intervento, in questo caso, si è limitato a parlare di lei con molta franchezza e sincerità, cercando di far loro capire che si tratta di una persona come le altre, con pregi e difetti, capacità e limiti, la cui diversità, determinata dal deficit oggettivo di cui è portatrice, è solo una delle sue tante caratteristiche che non determina necessariamente un’intelligenza, una sensibilità o un coraggio superiori alla media.
Ho potuto verificare come un primo, importante obiettivo fosse stato raggiunto: i bambini avevano vissuto un’esperienza positiva, si erano divertiti, avevano partecipato in termini cognitivi e affettivi all’esperienza e serbavano, del pomeriggio trascorso insieme, un ricordo gioioso. Erano stati inoltre in grado di superare la paura e la diffidenza che l’impatto iniziale con Stefania avevano determinato e la consideravano, a tutti gli effetti, una nuova amica.
Nei giorni successivi ho ricordato ai bambini anche la proposta di approfondimento indicata da Roberto prima della conclusione dell’incontro: riflettere su come sarebbe un paese in cui tutte le persone siano uguali. Anche in questo caso il lavoro è stato molto interessante: i bambini hanno sviluppato significative considerazioni, abbiamo lungamente parlato delle caratteristiche di questo paese e dei suoi abitanti. Al termine della discussione orale, ho diviso la lavagna in due parti e ho scritto sotto al titolo suggerito dai bambini, “Il paese dei Tuttiuguali”, su due colonne, VANTAGGI e SVANTAGGI: ho quindi chiesto ai bambini di elencare, così come li ricordavano, gli elementi che avevamo individuato e che io trascrivevo, sotto loro dettatura, alla lavagna.
Il lavoro era già iniziato da tempo quando molti bambini hanno cominciato a osservare che gli svantaggi superavano numericamente, e di molto, i vantaggi. Ho suggerito loro di pensare bene ai vantaggi di una situazione del genere, affermando che forse stavano dimenticando qualcosa, ma nonostante le mie sollecitazioni, i vantaggi sembravano davvero minimi. Abbiamo così concluso che gli svantaggi superavano di gran lunga i vantaggi, che vivere in un simile paese non doveva essere poi tanto divertente; il discorso si è poi spostato sulla nostra realtà, sul gruppo classe, e molti di loro hanno considerato che il piacere derivante dallo stare insieme era legato anche alla diversità dei singoli bambini, ognuno in grado di portare un arricchimento al gruppo nel suo insieme.
Questo è l’elenco che hanno elaborato:

IL PAESE DEI TUTTIUGUALI

VANTAGGI

SVANTAGGI

sono tutti amici tutti hanno le stesse idee, lo stesso carattere, gli stessi sentimenti
non ci sono guerre tutti sanno le stesse cose: a scuola ci si annoia
non ci sono le classi sociali nei giochi e negli sport non ci si diverte
tutti hanno le stesse cose non ci sono segreti
non ci sono ladri. nessuna scoperta
  nessuna sorpresa

5. La scommessa: siamo uguali o diversi?

Dopo aver quindi stabilito che Re 33 ha superato la prova e non verrà privato di trenta dei trentatré bottoni d’oro che chiudono il suo mantello, Stefania chiede ai bambini:
“Quanti siete voi, in questa classe?”
“Venti!” rispondono in coro i bambini.
“Bene, secondo me – prosegue Stefania – qui ci sono venti Re 33 perché voi siete tutti come il re della fiaba.”
I bambini appaiono abbastanza contrariati, fanno cenno di no con la testa e parlano a bassa voce tra loro; Stefania li sfida nuovamente e a questo punto il coro di no si leva potente ma Stefania non si perde d’animo e avanza una proposta:
“Facciamo un gioco, anzi una scommessa, ci state?”
Ovviamente i bambini non se lo fanno ripetere due volte e raccolgono la sfida, certi peraltro di vincere senza alcuna difficoltà; Stefania spiega che farà una domanda e scommette che loro non indovineranno la risposta. Dopo lunghe contrattazioni relative al premio in caso di vincita, si decide di mettere in palio una torta: se Stefania vincerà la scommessa dovremo farle trovare, la prossima volta, una torta, mentre se saremo noi a vincere sarà lei a doverla portare.
L’accordo è stato raggiunto e i bambini fremono per sapere di quale domanda si tratta: sorrido tra me pensando cosa si aspetteranno, loro che seguono assiduamente i giochi a quiz trasmessi in televisione e ogni giorno mi dicono quali risposte hanno indovinato; poi Stefania, dopo aver sapientemente modulato l’attesa, rendendoli impazienti senza però irritarli chiede:
“Io sono uguale o diversa da voi?”
Come era accaduto nel momento in cui Stefania era entrata in classe per la prima volta, anche in questa occasione il silenzio scende immediatamente sul gruppo; i bambini che si erano sgolati fino a quel momento, partecipando alla scelta del premio da mettere in palio, che si erano almeno in parte rilassati dopo il forte impatto emotivo iniziale, vivono nuovamente una situazione di forte imbarazzo.
Sono infatti abbastanza “grandi” per vedere e capire che Stefania è indubbiamente diversa da loro ma sono anche sufficientemente condizionati da non sentirsi liberi di esprimere il loro giudizio; il condizionamento culturale opera in loro in modo già molto evidente, provocando autocensure e limitazioni: i bambini vedono chiaramente che Stefania è diversa da loro ma non vogliono dirlo, non hanno il coraggio di ammetterlo.
Così si guardano tra loro, gli sguardi si incrociano in un’atmosfera tesa, di evidente disagio e quando i loro occhi incontrano i miei non è difficile intuire un sincero rimprovero; ma il silenzio dura ben poco e, in modo quasi liberatorio, arriva la risposta corale alla domanda di Stefania:
“Uguale, uguale, uguale!!!”
Stefania sollecita i bambini a pensarci ancora, chiede loro, con la sicurezza propria di un presentatore televisivo, se quella è la loro ultima risposta e, dopo un’ennesima conferma, accetta la risposta.
Il percorso finora descritto risulta chiaramente dai testi scritti elaborati il giorno successivo all’incontro, nei quali i bambini, dopo una lunga discussione svoltasi in classe e alla luce delle considerazioni emerse nel seguito della scommessa con Stefania, hanno ammesso di essersi spontaneamente censurati adducendo quasi sempre la stessa motivazione: la loro principale preoccupazione era di offendere Stefania oppure darle un dispiacere.
Ne riporto alcuni brani a titolo esemplificativo, anche in questo caso trascritti fedelmente dai loro quaderni senza alcuna modifica:

“Quando Stefania ci ha chiesto: “Ma io sono uguale o diversa da voi?” io non ho avuto il coraggio di dire che lei è diversa da noi perché non può camminare e deve stare sulla carrozzella.” (Vincenzo)
“Quando ci ha chiesto se lei è uguale o diversa da noi, abbiamo risposto tutti: uguale! Io pensavo che se avessi detto diversa lei si sarebbe dispiaciuta della sua condizione. Così dicendo uguale abbiamo perso la scommessa.” (Irene)
“Quando Stefania ci ha chiesto se era uguale o diversa da noi, io ho detto uguale ma volevo dire diversa, però credevo di offenderla e non l’ho detto per non farle un dispiacere.” (Matteo)
“Stefania è una ragazza ma disabile. A me è dispiaciuta la sua situazione e per non farle dispiacere non osavo dire niente su di lei, per questo non ho nemmeno risposto alla domanda.” (Cristina)
“Io mi vergognavo a dire che Stefania è diversa da noi perché non può camminare e sta su una carrozzella.” (Filippo)
“Stefania ci ha chiesto se lei è uguale o diversa da noi. Tutti hanno detto uguale ma io ho detto uguale solo per non farle dispiacere perché lei è disabile e si poteva offendere.” (Giulia)

A questo punto Stefania ha chiesto se qualcuno dei bambini poteva aiutarla: alla richiesta di un volontario, la diffidenza si è trasformata in curiosità e, dopo qualche esitazione, un bambino si è offerto. Stefania gli ha detto di dividere la lavagna in due parti e di scrivere, in alto a sinistra, la parola UGUALE; poi ha chiesto ai bambini di dirle in che cosa è uguale a loro.
Iniziare il confronto dalla risposta dei bambini, quindi dall’esplicitazione degli elementi che li accomunano a Stefania, non è una scelta casuale, in quanto permette di eludere, almeno per un po’, la tensione creatasi subito prima, quando il gruppo era stato messo di fronte alla sua evidente diversità.
Le risposte sono state molto varie e numerose e hanno preso in considerazione le diverse componenti della persona, in relazione alle sue caratteristiche funzionali e biologiche e alla dimensione cognitiva e affettiva; in alcuni casi i bambini hanno attinto alla loro personale esperienza, in altri hanno utilizzato i contenuti e le informazioni apprese a scuola, dimostrando una buona capacità di lettura della realtà e una profondità di analisi che, in alcuni casi, mi hanno sinceramente colpito.
Mentre i bambini, con le mani alzate, aspettavano che Stefania desse loro la parola, impazienti di esprimere la loro idea e di partecipare alla sfida, in un clima rilassato e abbastanza chiassoso, Stefania ha colto molte occasioni per farsi avvicinare dai bambini e stabilire con loro un contatto anche fisico. Quando un bambino ha affermato che anche lei “ha la pelle”, è stato invitato da Stefania ad andare a verificare che non fosse plastica; dopo qualche esitazione Sebastiano si è alzato, le è andato vicino, le ha toccato di sfuggita una mano e, tra le risate generali, ci ha confermato che si trattava veramente di pelle. Ci sono stati altri piccoli episodi, analoghi a questo, che hanno permesso di stabilire un primo contatto, di cominciare a scalfire il muro della paura e della diffidenza grazie sia alla bravura di Stefania, sia alla disponibilità del gruppo.
Terminato però questo elenco, Stefania ha detto di scrivere nell’altra parte della lavagna il termine DIVERSA e ha chiesto in che cosa loro si differenziano. Alla domanda è seguito il silenzio, i bambini erano nuovamente in difficoltà ma in misura minore rispetto a prima, al momento in cui Stefania era entrata in classe o aveva proposto la scommessa. Hanno quindi reagito più prontamente e hanno cominciato a elencare le cose più banali: tu sei adulta e noi siamo bambini, tu hai i capelli scuri, non abiti a Casalecchio… In breve hanno però esaurito i loro argomenti ed è nuovamente calato il silenzio:
“Siete sicuri di non dimenticare niente? Avete proprio pensato a tutto? Non ci sono altre cose in cui io sono diversa da voi?”
Alla domanda di Stefania, ho percepito come tutti i bambini stessero pensando alle differenze più profonde, alla carrozzella, alle sue caratteristiche fisiche, alla sua diversità ma nessuno sembrava intenzionato a parlare; poi, nel silenzio generale, Elena, diventando rossa come un gambero, ha detto che in effetti lei aveva in mente qualcosa ma non voleva dirlo. In questi casi ammiro Stefania per la sua sensibilità nel condurre questi dialoghi molto difficili, senza forzare i bambini ma aiutandoli a superare la paura e il disagio per dire quello che realmente pensano. Stefania non ha insistito ma ha detto a Elena di esprimersi liberamente, di dire sinceramente quello che pensava; dopo qualche esitazione Elena ha detto quello che tutti gli altri, in quel momento, stavano pensando:
“Tu sei diversa perché non puoi camminare, perché stai su una carrozzella.”
È stata, per tutto il gruppo, una vera e propria liberazione e all’affermazione di Elena quasi tutti hanno commentato, a bassa voce, che era la stessa cosa che stavano pensando. Stefania, con grande serietà, ha detto che stava aspettando che qualcuno lo dicesse, che le sembrava strano che nessuno avesse notato la sua carrozzella, che non c’era niente di cui vergognarsi e che questa è una cosa che deve essere detta perché è la verità. Da questo momento in poi l’atteggiamento dei bambini è profondamente cambiato: hanno guardato in faccia la loro paura e hanno scoperto che era possibile confrontarsi con essa e che, nell’andarle vicino, faceva sempre meno paura.
L’affermazione di Stefania li ha molto colpiti, hanno percepito la difficoltà che lei aveva dovuto vincere per accettarsi così com’è, alcuni di loro hanno giustamente dedotto che è una persona forte ed equilibrata. Si sono così lasciati andare e hanno elencato tutti gli elementi che differenziano Stefania da loro; poi, prima timidamente e dopo in modo sempre più esplicito, hanno cominciato a farle domande personali, a chiederle come fa a mangiare o a vestirsi, dove vive, dove lavora, se ha studiato, cosa le piace, cosa le fa paura e mille altre cose ancora.
Stefania ha risposto a tutte le loro domande, ha raccontato molti particolari della sua vita quotidiana, ha spiegato con un esempio molto efficace, in termini semplici e a loro comprensibili, le cause che hanno determinato il suo deficit, ha mostrato che non controlla il braccio destro, non riesce a stringere il pugno, mentre riesce a utilizzare il sinistro, col quale può scrivere e disegnare. Quando ha mostrato ai bambini i disegni incollati sui cartelloni che contengono i testi delle canzoni e ha detto loro che li ha fatti lei (sono davvero belli), i bambini hanno dimostrato apertamente il loro stupore e la loro ammirazione.
Si è trattato di un momento molto importante, in cui i bambini, grazie alla capacità di Stefania, sono entrati davvero in relazione con lei assumendola come persona e non limitandosi, come avevano fatto fino a quel momento, a vedere solo il suo deficit e a identificarla con esso. La loro è stata una scoperta così esaltante e la loro curiosità così insaziabile che avrebbero continuato per ore a farle domande e ad attendere, in religioso silenzio, le sue risposte. Osservare la situazione dall’esterno è stato per me altrettanto interessante, ho potuto verificare il trasformarsi delle loro reazioni, lo sviluppo delle emozioni e anche in questo caso mi sono stupita, conoscendo la loro esuberanza, del profondo interesse nei confronti di Stefania, testimoniato dall’attenzione con la quale la ascoltavano e dal silenzio nel quale le consentivano di esprimersi, capaci persino di attendere il loro turno e di rispettare le regole della comunicazione.
Nel frattempo, sulla lavagna erano rimaste scritte le risposte in ordine casuale che sono poi state riorganizzate dai bambini e trascritte sui quaderni; questo è l’elenco che hanno elaborato:

UGUALE

DIVERSA

è un essere umano

è in carrozzella

prova dei sentimenti

non controlla un braccio

ha una personalità

non può camminare

mangia, beve, dorme …

parla con difficoltà

ha i cinque organi di senso

è adulta

ha bisogno d’affetto

ha bisogno di aiuto per fare alcune cose

comunica

Non c’è stato nemmeno bisogno che Stefania riportasse l’attenzione dei bambini sulla scommessa non ancora conclusa: a un certo punto Cristina ha detto:
“Allora ho capito qual è la risposta esatta! Stefania è uguale a noi ma anche diversa.” Poi si è girata verso Stefania in cerca di conferma; Stefania ha annuito e ha spiegato che era sufficiente sostituire, nella domanda che aveva fatto, alla O una E: Stefania è uguale O diversa? Stefania è uguale E diversa.
I bambini hanno così capito di aver perso la scommessa e hanno ammesso che nessuno di loro avrebbe mai indovinato. A partire dall’affermazione di Stefania è stato poi semplice considerare come ogni persona, adulto o bambino, sia uguale e diversa dagli altri, come non esistano due persone identiche e come questo sia un vantaggio. Roberto ha chiesto ai bambini di provare a immaginare come sarebbe un paese in cui tutte le persone siano uguali tra loro, per caratteristiche fisiche, gusti, interessi e personalità e di riferire poi le nostre conclusioni la settimana successiva.
Purtroppo il tempo a nostra disposizione era terminato (l’incontro è durato più di due ore contro l’ora e mezza prevista) e ci siamo dovuti salutare con la promessa che avremmo pagato il nostro debito, la torta persa nel gioco della scommessa, la prossima volta che ci saremmo incontrati. I saluti si sono svolti in un clima molto festoso, i bambini erano dispiaciuti che l’incontro fosse già finito e gran parte della paura e della diffidenza iniziale erano state scalfite.
In questo modo hanno descritto, sui loro quaderni, la conclusione della scommessa e le loro emozioni:“Dopo la scommessa, abbiamo fatto un elenco delle cose uguali e diverse tra noi e Stefania. A me era venuto in mente, tra le cose diverse, che lei è disabile ma non avevo il coraggio di dirlo perché credevo di darle un dispiacere. Alla fine ho trovato il coraggio e l’ho detto: Stefania ha commentato che questa era la verità e lei non era affatto dispiaciuta e io mi sono sentita meglio perché avevo paura di averla offesa. Ho capito che Stefania è una ragazza molto forte perché sono poche le persone che accettano serenamente di essere disabili. Quando se ne sono andati sono rimasta molto stupita per quanto è stato breve l’incontro: il tempo è proprio volato!” (Elena)
“Quando ci ha chiesto di dirle le cose diverse stavamo tutti zitti, nessuno voleva parlare. Poi Elena con molto coraggio le ha detto che lei era disabile e noi no e Stefania ha risposto che era vero e noi abbiamo capito che non le dispiaceva. In quel momento ho pensato che Stefania aveva un buon carattere ed era molto intelligente.” (Lorenzo)
“Prima che andassero via ho cambiato idea su Stefania e sono stato felice di averla conosciuta.” (Andrea)
“Durante la scommessa, quando le abbiamo detto che lei è disabile, Stefania non si è dispiaciuta di questo ma è stata contenta che noi lo avevamo detto. Quando sono andati via io provavo un sentimento di gioia e di allegria pensando a Stefania.” (Chiara)
“Abbiamo scritto alla lavagna le cose uguali e diverse tra noi e lei. Alcuni bambini volevano dire, tra le cose diverse, che lei è disabile ma non l’hanno detto per paura di offenderla. Stefania alla fine ha detto che questa cosa bisognava dirla perché è la verità, allora ho capito che lei ha un carattere molto forte. Mi sono divertita molto e non vedo l’ora che tornino a trovarci.” (Najah)
“Alla sua domanda abbiamo risposto tutti uguale perché credevamo che le dispiacesse sentirsi dire che è diversa ma lei ci ha detto che siamo un po’ tutti come Re 33. Dopo abbiamo fatto un elenco alla lavagna sulle cose che ci accomunano e sulle differenze tra noi e lei e ne abbiamo trovate molte. Così abbiamo capito che Stefania per certe cose è uguale a noi, per altre è diversa come tutti. Quando sono andati via, ho avuto un’impressione del tutto diversa di Stefania: ero quasi felice per lei.” (Rita)
“Ho ammirato molto Stefania per la sua intelligenza e ho provato dispiacere e felicità contemporaneamente. Alla fine abbiamo cantato fin quasi a sgolarci e io mi sentivo al settimo cielo.” (Thomas)
“All’inizio mi dispiaceva che ci fosse anche Stefania dopo però mi sono accorta che è simpatica, molto intelligente e molto forte di carattere. Quando se ne sono andati ero un po’ triste perché mi ero molto divertita.” (Sara)

Il nostro primo incontro era terminato: i bambini hanno salutato Stefania, Sandra e Roberto, si sono fatti promettere che sarebbero tornati la settimana dopo e si sono offerti di aiutarli a trasportare i vari materiali (chitarra, costumi, cartelloni…) fino all’ingresso della scuola. A quel punto, senza nessuna sollecitazione esterna, alcuni di loro si sono spontaneamente avvicinati a Stefania e, incoraggiati da Sandra, l’hanno accompagnata fuori dell’aula, lungo il corridoio, spingendo la sua carrozzella. Questo avvenimento, che potrebbe sembrare davvero poca cosa, mi aveva molto colpito facendomi considerare come un primo, importante passo fosse stato già compiuto.
Ma il mio stupore è diventato ancora maggiore quando, prima di chiudere la porta della scuola e rientrare in classe, ho salutato Stefania, dandole un bacio sulla guancia, come faccio abitualmente; a quel punto, alcuni bambini che erano vicino a me e avevano osservato la scena, mi hanno chiesto se potevano dare un bacio a Stefania per salutarla: ho ovviamente risposto di sì, Stefania ha reagito con la dolcezza e la pacatezza che la contraddistinguono mentre io, un po’ in disparte, guardavo la scena con profonda e sincera soddisfazione.

4. La drammatizzazione della fiaba

La drammatizzazione della fiaba è un momento molto importante del percorso proposto nella classe durante il primo incontro: da un lato fornisce lo sfondo integratore di tutte le attività e veicola importanti contenuti, che saranno oggetto, in seguito, di riflessione e analisi; dall’altro costituisce quell’incontro simbolico con la diversità, mediata da un personaggio ingenuo e superficiale come Re 33, che i bambini vivono in modo piacevole e divertente, indossando i costumi, recitando e cantando. Si tratta di un momento utile e importante, necessario a stemperare la tensione creata dall’ingresso in classe dell’operatrice disabile e a entrare in relazione con lei in modo indiretto, all’interno del cerchio magico della favola, in un mondo segreto e illusorio, simile a quello del gioco, nel quale le relazioni e gli avvenimenti acquistano importanza e serietà e tutti i partecipanti sono chiamati a essere e agire in prima persona.
Re 33 è un re dotato di buone intenzioni ma non basta voler aiutare, voler creare la giustizia nel proprio paese (è questa la richiesta che gli fa il Sovrano dei Sovrani); bisogna saperlo fare.

C’era una volta un re che si chiamava Trentatré.
Un giorno Trentatre pensò che un re deve essere giusto con tutti. Chiamò Sberleffo, il buffone di corte:
“Io voglio  essere un re giusto” disse Trentatré al suo buffone “così sarò diverso dagli altri e sarò un bravo re”.
“Ottima idea maestà” rispose Sberleffo con uno sberleffo.
Contento dell’approvazione, il re lo congedò.
“Nel mio regno” pensò il re “tutti devono essere uguali e trattati allo stesso modo”.
In quel momento Trentatré decise di cominciare a creare l’uguaglianza nel suo palazzo reale.
Prese il canarino dalla gabbia d’argento e gli diede il volo fuori dalla finestra: il canarino ringraziò e sparì felice nel cielo.
Soddisfatto della decisione presa, Trentatrè afferrò il pesce rosso nella vasca di cristallo e fece altrettanto, ma il povero  pesce cadde nel vuoto e morì.
Il re si meravigliò molto e pensò: “Peggio per lui, forse non amava la giustizia”.
Chiamò il buffone per discutere il fatto. Sberleffo ascoltò il racconto con molto rispetto, poi gli consigliò di cambiare tattica.
Trentatré allora prese le trote dalla fontana del suo giardino e le gettò nel fiume: le trote guizzarono felici. Poi prese il  merlo dalla gabbia d’oro e lo tuffò nel fiume, ma questa  volta fu il merlo a rimanere stecchito.
“Stupido merlo” pensò Trentatrè “non amava l’uguaglianza” e chiamò di nuovo il suo buffone Sberleffo per chiedergli  consiglio.
“Ma  insomma!” gridò stizzito il re “come farò a trattare tutti allo stesso modo?”
“Maestà” disse Sberleffo “per trattare tutti allo stesso modo bisogna prima di tutto riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri.
“La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo”.

Al termine della drammatizzazione (accompagnata anche dalle canzoni mimate dei personaggi), tolti i costumi e ritornati tutti a sedere in classe, è molto semplice sviluppare una riflessione sulla fiaba partendo proprio dall’interrogativo irrisolto. Stefania chiede ai bambini se, secondo loro, Re 33 ha imparato a governare con giustizia; nella discussione che segue, i bambini riconoscono che l’errore del Re era stato di trattare tutti allo stesso modo, di non tener conto delle diverse caratteristiche degli animali. Re 33 impara a essere giusto quando rinuncia ad applicare il proprio concetto astratto di giustizia e ascolta il suggerimento del suo buffone: esce così dal proprio schema mentale, secondo cui fare giustizia è trattare tutti allo stesso modo, e scopre che fare giustizia è dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno, rispettando le caratteristiche e le peculiarità di ognuno.
La fiaba è molto semplice e non presenta alcun problema di comprensione per i bambini di quarta elementare: anche questo elemento è molto importante ai fini del percorso che il Calamaio propone perché i bambini, senza rendersene conto, attraverso l’analisi della fiaba, entrano in contatto con il tema della diversità in modo mediato e simbolico (la diversità del canarino e del pesce rosso, ad esempio) talmente evidente da sembrare loro banale, ma assai utile per preparare l’attività che segue, sempre di carattere ludico: una scommessa.

8. Stereotipi e pregiudizi: il gioco dell’associazione di idee

Stefania avrebbe pronunciato una parola e loro avrebbero dovuto dire, di getto e senza pensarci troppo, tutto quello che gli faceva venire in mente quel termine. Alcuni bambini hanno affermato che era un po’ come il gioco delle sillabe che facevamo in prima elementare, basato sulla velocità e sulla memoria, abbiamo concordato che era proprio così, poi Stefania, dopo aver chiesto un volontario che scrivesse alla lavagna, ha pronunciato la prima parola: bambino.
Dopo alcune affermazioni quali “Facile, facile!”, i bambini hanno cominciato a esprimere tutte le associazioni relative al primo termine; hanno elencato, in ordine sparso, caratteristiche fisiche e psicologiche, contesti di vita ed esperienze, attingendo ampiamente ai vissuti personali e quotidiani. Mentre il bambino che si era offerto volontario trascriveva i termini alla lavagna, aiutato da Sandra e Roberto, Stefania guidava il gioco facendo intervenire i bambini, evidenziando le ripetizioni o indicando le categorie che man mano si andavano costruendo. Quando le parole scritte erano già numerose e includevano molte delle dimensioni collegate al termine “bambino”, Stefania ha fermato il gioco; questo è l’elenco di parole scritte alla lavagna:

BAMBINO = gioco, studio, scuola, famiglia, allegria, movimento, affetto, felicità, intelligenza, giocattoli, caramelle, nascere, infanzia, piangere, essere umano, carne, cervello, occhi, mani, gambe, testa, simpatico, antipatico, giocoso, pulito, felice.

Stefania ha deciso di passare al secondo termine, i bambini si aspettavano che il gioco proseguisse perché Stefania aveva prima chiesto di dividere la lavagna in quattro parti e questo li induceva sicuramente a credere che le parole sarebbero state altrettante. Il clima, già molto rilassato, si è fatto ancora più festoso quando Stefania ha pronunciato la seconda parola: vacanze. Anche in questo caso, come per il primo termine, le associazioni hanno attinto ampiamente dalle esperienze di vita dei bambini. Ecco i termini elencati:

VACANZE = divertimento, tranquillità, riposo, niente scuola, estate, mare, montagna, sole, partenza, allegria, valigie, hotel, treno, aereo, gioco, nuovi amici, gelati, viaggi, relax, novità, ricordi, malinconia, fotografie, imprevisti, rischi.

Anche in questo caso Stefania ha fermato il gioco e senza soffermarsi troppo ad analizzare i termini trascritti, ha indicato la terza parola, in questo caso il nome di un gruppo musicale bolognese, idolo degli adolescenti ma conosciuto e apprezzato anche dai bambini più piccoli, i “Lunapop”. L’indicazione di Stefania è stata accolta da un’esplosione di entusiasmo generale e i bambini si sono sgolati per riuscire a intervenire e dire le loro idee. Ho potuto osservare che, fino a quel momento, anche i bambini e le bambine che abitualmente non partecipano con grande slancio alle attività, che intervengono solo se sollecitati direttamente e in modo molto sintetico, avevano contribuito attivamente allo svolgimento del gioco, ingegnandosi a farsi notare quando la velocità o l’entusiasmo degli altri finiva per prevaricarli.
Le parole che i bambini hanno evocato relativamente a questo termine attingono sia alla loro conoscenza diretta del gruppo e delle canzoni più famose, sia alla libera associazione compiuta con il mondo della musica e dello spettacolo; tutte le parole associate sono comunque connotate positivamente:

LUNAPOP = musica, dischi, canzoni, vespa 50, Bologna, successo, concerto, chitarra, batteria, Cesare, palcoscenico, microfoni, fans, rumore, allegria, intonazione, voce, divertimento, agitazione, ballare.

Rimaneva a questo punto un solo termine e i bambini, dopo la parentesi di euforia generata dall’aver chiamato in causa la band musicale, erano eccitati e rumorosi ed è stato necessario un mio intervento per riportare un po’ di calma. Quando Stefania ha pronunciato l’ultima parola, però, il silenzio si è imposto spontaneamente e il gruppo è rimasto spiazzato dalla presentazione di un termine inaspettato: handicappato. Inizialmente nessuno ha alzato la mano, l’atmosfera di imbarazzo era molto evidente e, come nell’incontro precedente durante la scommessa, i bambini si guardavano tra loro o mi rivolgevano sguardi interrogativi.
Stefania, per sollecitarli, ha ricordato loro che dovevano dire subito quello che gli veniva in mente, senza troppo starci a pensare, aggiungendo poi che potevano esprimersi liberamente. Quest’ultima parte del gioco si è svolta in silenzio, con molta pacatezza mentre fino a quel momento i bambini avevano riso e scherzato liberamente.
Dopo aver nominato direttamente anche Stefania, in un clima sempre abbastanza teso e imbarazzato, in un silenzio piuttosto innaturale, i bambini hanno cominciato a esprimere termini legati alla loro affettività e alle emozioni determinate dall’incontro con Stefania ma non solo da quello: la maggior parte di questi sentimenti si trovava probabilmente già radicata nel loro inconscio, frutto degli stereotipi collegati, a livello culturale, alla figura del disabile ma non verificati attraverso la conoscenza diretta e il vissuto personale. Le associazioni hanno tutte una connotazione negativa: tristezza, sfortuna, malinconia, dispiacere, problemi, aiuto, pena.
Più a fatica i bambini sono riusciti a dare voce al loro imbarazzo, al disagio provato in quello come negli altri momenti in cui la presenza del Calamaio li aveva costretti a un confronto diretto con la diversità. Anche in questo caso si sono censurati, non hanno avuto il coraggio di dare voce a quella parte di loro che avrebbe dovuto esprimere ansia, paura, chiusura; poche sono infatti le associazioni in questo senso: impressione, stupore, antipatia, rifiuto, fastidio.
Altre associazioni rendono conto invece della sopravvalutazione delle persone disabili che anche gli adulti fanno, che nasce dalla considerazione implicita che vede il disabile non come un diversamente abile ma come una persona “sfortunata”, meno dotata degli altri ma in grado di bilanciare, con qualità speciali, le sue numerose carenze: non parla ma è molto intelligente, non cammina ma ha molto coraggio, non è autosufficiente ma compensa la sua dipendenza dagli altri con la sensibilità e la disponibilità.
Questo ultimo tipo di associazione risulta numericamente più significativa con i ragazzi delle scuole superiori, segno evidente di un maggior condizionamento culturale e di una più sentita esigenza di mettere a tacere il proprio disagio senza però superarlo: l’attribuzione di doti speciali a una persona disabile è un’operazione compensatoria che non esce però dalla logica dell’emarginazione e del rifiuto poiché il disabile, seppur per nobili ragioni, viene comunque considerato solo nella sua evidente diversità. I bambini più piccoli sono in parte liberi da queste strategie, ma solo in parte, come dimostrano gli ultimi termini associati: gentilezza, bontà, coraggio, sensibilità, sentimenti.

HANDICAPPATO = Stefania, carrozzella, non cammina, non capisce, fatica a parlare, comportamenti strani, deficit, disabile, deformità, diversità, codice genetico, cervello, tristezza, sfortuna, malinconia, dispiacere, problemi, aiuto, antipatia, rifiuto, fastidio, impressione, stupore, pena, gentilezza, bontà, sentimenti.

Stefania in questo ha caso lasciato ai bambini più tempo per le libere associazioni e il gioco si è svolto con tempi e modalità del tutto diversi rispetto alle dinamiche evidenziate con le altre parole. Quando però l’elenco scritto alla lavagna era, come riportato, molto ricco e comprendeva una grande quantità di vocaboli relativi a idee, emozioni e sentimenti, frutto di un profondo condizionamento culturale e degli stereotipi che esso genera, Stefania ha fermato il gioco e ha chiesto ai bambini di osservare, per alcuni minuti, tutte le parole scritte alla lavagna e di comunicare le loro considerazioni.
L’intenzione di Stefania, a me molto chiara, di far emergere la negatività associata alla parola “handicappato” è stata quasi subito colta perché alcuni bambini, quasi contemporaneamente, hanno osservato come, all’ultimo termine del gioco fossero collegate quasi soltanto idee negative o, con le loro parole, “cose tristi”.
A partire da questa considerazione, Stefania ha condotto un dialogo con i bambini chiedendo loro se lei sembrava così triste e sfortunata come avevano detto delle persone disabili e quali erano le sensazioni che collegavano invece al loro incontro. Molti bambini hanno spontaneamente affermato che, nel caso di Stefania, le loro associazioni erano positive e hanno espresso termini come allegria, giochi, divertimento, ottimismo, intelligenza, felicità.
Stefania li ha stimolati a porle delle domande, a esprimerle dubbi e curiosità continuando così il dialogo interrotto nell’incontro precedente: in questo caso i bambini non si sono limitati a fare domande relative agli aspetti tecnici e materiali della vita di Stefania ma si sono spinti oltre, cercando di capire in che modo lei si rapporti alla vita, al suo deficit e alle difficoltà che esso determinano. Stimolati dalla disponibilità di Stefania, dalla sua pacatezza, dalla pazienza e dall’attenzione con la quale li ha ascoltati e ha risposto, i bambini hanno infranto il muro dell’imbarazzo, del disagio e hanno fatto domande molto esplicite e dirette, hanno cercato di soddisfare le loro curiosità e i loro dubbi. Ne riporto alcune, a titolo esemplificativo, tra quelle più significative:
Sei nata così? Hai una famiglia? Anche tua sorella è disabile? Da piccola quali giochi ti piaceva fare? Tua madre era dispiaciuta che fossi nata così? Come ti senti quando vedi gli altri camminare e tu non puoi? Ti diverti con i tuoi amici? Ti dispiace di essere diversa dagli altri? Ti fanno male le gambe? Ti capita spesso di essere triste? Hai fatto fatica a imparare le cose a scuola? Come ti senti quando ti osservano perché sei disabile? Ti piacerebbe poter fare le cose da sola? Quali sono i tuoi difetti?
Stefania, rispondendo a queste e ad altre domande, ha cercato di spiegare ai bambini, in termini semplici e a loro accessibili, di condurre una vita piena e serena, di vivere, come tutti, momenti tristi e momenti felici, di non considerarsi sfortunata ma, al contrario, molto fortunata: ha una famiglia, molti amici che le vogliono bene e la aiutano, un lavoro che le piace molto e tante idee da realizzare. Ha raccontato che le piace molto leggere e studiare, ha frequentato le scuole superiori con ottimi risultati, disegna molto bene e utilizza per lavoro il computer. Ha poi spiegato, con la semplicità e la delicatezza che la contraddistinguono, che non è dispiaciuta della sua condizione, che non le mancano le cose che non può fare perché non le conosce. In questo caso ha utilizzato un bellissimo esempio: a lei piacerebbe camminare come ai bambini piacerebbe volare ma, come loro non soffrono di non poterlo fare perché non l’hanno mai provato, lo stesso vale per lei e per tutte le cose che non può fare.
I bambini hanno ascoltato con grande attenzione le parole di Stefania, alternando gioia a stupore, commentando tra loro le sue affermazioni e comunicando esplicitamente quanto fossero sbagliate le loro idee sulle persone disabili. Ovviamente questo è il risultato più evidente della riflessione che ha seguito il gioco della associazione di idee, ma sarebbe semplicistico sostenere che questo incontro diretto con la realtà dei disabili sia sufficiente per superare i pregiudizi radicati nei bambini; certamente si è trattato di un primo importante passo in questa direzione, che non ha distrutto del tutto gli stereotipi ma ha sicuramente intaccato alcune delle loro convinzioni.
Il risultato credo più importante è la scoperta di come non tutto quello che si crede trova poi conferma nelle persone o nelle situazioni che erano state considerate, di come sia necessario imparare a rivedere le proprie idee accettando la verità che viene dall’altro, di come questo percorso arricchisce chi è disposto a intraprenderlo. Si tratta di obiettivi educativi non verificabili in termini oggettivi, con prove pratiche e sperimentali, ma lo stimolo offerto non è certo caduto nel vuoto, ha lasciato una traccia nelle loro personalità in formazione aiutandoli forse a sviluppare un atteggiamento mentale di apertura e disponibilità nei confronti della realtà, anche quella che, portatrice di diversità, genera timori e paure e spesso determina la chiusura e il rifiuto. Indubbiamente questa esperienza, che i bambini hanno vissuto in modo diretto e personale, ha permesso loro di compiere, grazie all’aiuto di Stefania, una riflessione sui propri sentimenti e sulle proprie convinzioni, i cui frutti necessitano di tempi assai lunghi, di molte cure e di altre sollecitazioni per giungere a un’effettiva maturazione.
Il riscontro più immediato è stata la diversa considerazione che essi hanno elaborato di Stefania e dei disabili in senso più ampio, hanno capito che la sua forza, la sua gioia, l’atteggiamento positivo nei confronti della vita nasce dall’accettazione di sé. Questo elemento, che era già emerso durante il primo incontro, si è indubbiamente consolidato ed è stato esplicitato nei testi che i bambini hanno prodotto il giorno dopo, dei quali riporto alcuni passi:

“Stefania mi ha fatto cambiare idea sugli handicappati, perché avevo sempre pensato che fossero persone tristi per i loro gravi problemi. Ho anche capito che possono lavorare e sono utili alla società.” (Cristina)
“Con il gioco che abbiamo fatto ho capito che quello che pensavo sugli handicappati era sbagliato. Stefania ha fatto bene a venire a scuola per spiegarci queste cose. Alla sera come ci aveva detto la maestra ne ho parlato con i miei genitori e ho scoperto che anche loro credevano che i disabili sono persone tristi e sfortunate.” (Andrea)
“Questa esperienza mi ha insegnato che anche le persone disabili hanno molto valore e apprezzano la vita più di noi.” (Vincenzo)
“Stefania è una ragazza che ha dei problemi, gira su una sedia a rotelle e io la consideravo una persona molto sfortunata. Quando ci ha detto che non è per niente triste, che vive felice con tanti amici, ho cambiato idea su di lei.” (Elisa)
“Stefania è su una carrozzella perché non può camminare. All’inizio ho provato dispiacere perché lei è handicappata. Ma poi Stefania ci ha raccontato che lei è una persona come noi, ogni tanto è triste ma non sempre, ha tanti amici ed è felice della sua vita. Se non l’avesse detto lei io non ci avrei mai creduto che una persona così poteva essere felice.” (Matteo)
“Stefania è una ragazza disabile ma quello che mi ha colpito di più è che ha ammesso di esserlo senza farne un dramma ma neanche facendo finta di niente: ha un carattere forte.” (Irene)
“All’inizio pensavo che Stefania era una persona che non sapeva fare niente invece lei ci ha detto che ha studiato e sa disegnare molto bene. Dopo ci ha detto che avevamo sbagliato perché lei non è triste, anzi è sempre allegra. Allora sono diventata più felice.” (Najah)

7. Il secondo incontro: l’immagine della diversità

L’arrivo in classe degli animatori del Calamaio è stato accolto dai bambini, seduti in cerchio, da una vera e propria esplosione di gioia: erano tutti felici di rivederli, curiosi di scoprire cosa ci avrebbero proposto e ansiosi di consegnare loro la nostra sorpresa, una grande scatola impacchettata contenente dolci di ogni genere. Non appena entrati, Roberto, Sandra e Stefania sono stati letteralmente assaliti dai bambini, ognuno aveva qualcosa da dire, da chiedere o da raccontare e ho faticato non poco a riportare la calma.
Per prima cosa hanno voluto illustrare i cartelloni che avevano preparato per il loro ritorno, spiegando cosa avevano scritto e disegnato. Gli animatori del Calamaio si sono dimostrati piacevolmente e sinceramente sorpresi di tutto il lavoro svolto dai bambini e li hanno lodati gratificandoli molto. Poi hanno consegnato a Stefania la sorpresa, pagamento dovuto per la scommessa persa, e hanno fatto a gara per avvicinarsi a lei e aiutarla ad aprire l’involucro.
Rispetto all’imbarazzo e al disagio che il primo impatto con Stefania avevano creato, ho potuto verificare come per i bambini, in così breve tempo, lei fosse diventata una del gruppo, una nuova amica la cui diversità non costituiva più un problema. Questo è quello che hanno scritto in seguito, sui loro quaderni, di questi primi momenti del secondo incontro:

“ Quando sono ritornati la settimana dopo, vedevo Stefania più in forma, ma forse era solo una mia impressione.” (Irene)
“ La seconda volta che sono venuti non ero più emozionato ma avevo voglia di dargli la nostra sorpresa. Fra di loro mi sono sentito a mio agio: felice, allegro, spensierato.” (Thomas)
“Appena sono arrivati io volevo dargli la sorpresa ma le femmine hanno cominciato a fargli vedere i cartelloni così abbiamo dovuto aspettare. Stefania ci ha fatto molti complimenti e questo mi ha fatto molto piacere.” (Sebastiano)
“Quando le abbiamo dato il pacco tutto incartato Stefania era davvero molto contenta e tutti volevano aiutarla ad aprirlo.” (Francesca)
“Io ero molto impaziente, volevo dare subito la sorpresa a Stefania per dimostrarle che la IV B mantiene le promesse!” (Andrea)

Dopo aver aperto la sorpresa e mangiato insieme i dolci, i biscotti e le caramelle contenute, in un clima molto festoso, Stefania ha proposto ai bambini di fare un nuovo gioco. L’entusiasmo è ritornato alle stelle, ma quando Stefania ha cominciato a spiegare di cosa si trattava, i bambini sono diventati attenti e silenziosi.

12. Lettere al Calamaio

L’idea è nata in modo abbastanza casuale: un giorno, a circa un mese di distanza dalla conclusione degli incontri, un gruppo di bambini mi ha chiesto se nel frattempo avessi rivisto Stefania o Roberto; ho risposto che ci eravamo visti un paio di volte, li ero andata a trovare nel luogo dove lavorano e avevamo pranzato insieme. Tutto quello che ho detto ai bambini corrisponde a verità: mi ero recata varie volte presso la sede del Centro Documentazione Handicap di Bologna per consultare la biblioteca e svolgere alcune ricerche, e un giorno mi ero fermata a pranzo con loro. Quando hanno saputo della mia frequentazione, alcuni mi hanno chiesto se potevo consegnare al Calamaio una loro lettera, dimostrando di sentirsi vicini agli animatori del Progetto, dei quali mi chiedono spesso notizie e attendono con trepidazione di incontrarli nuovamente il prossimo anno scolastico.

Caro Roberto, cara Stefania e Sandra.
Io sono un bambino della Viganò, mi chiamo Alan e volevo salutare proprio voi, Stefania con il sorriso brillante, Roberto golosone e Sandra furbacchiona.
Grazie per averci insegnato il significato di molte parole e per averci fatto giocare e fare bellissime scommesse.
Vi auguro un buon successo e visto che siete stati molto bravi vi mando una canzone inventata da me.
Alan

Cari amici del Progetto Calamaio,
i tre pomeriggi che abbiamo trascorso insieme mi hanno fatto capire molte cose. Siete persone allegre e simpatiche, vivaci e piene di sprint!
È stato un grande piacere conoscere delle persone come voi, spero che il prossimo anno possiate tornare a trovarci. Quando andate nelle altre scuole, fate gli stessi giochi che avete fatto con noi perché sono veramente MITICI, come voi!
Sara

Cari amici,
è Andrea che vi scrive, il biondino ricciolino! Per aiutarvi a capire chi sono vi dò un aiuto: sono quel bambino che si è paragonato a un motoscafo e che cerca sempre il pelo nell’uovo, come Stefania. Siete molto simpatici e vi volevo anche dire che tutte le scommesse che ci ha fatto Stefania i miei genitori le hanno perse.
Io quando ti ho visto, Stefania, mi sono rattristato perché eri su una carrozzina ma adesso sono molto contento di averti conosciuta perché ci hai insegnato molte cose e perché sei una persona speciale. Un’ultima cosa: avete incontrato il Sovrano dei Sovrani? (presto, un inchino!)
Andrea

Carissimi amici,
vi volevo ringraziare perché quando siete venuti mi sono divertita molto. Però quando siete venuti con Stefania sulla carrozzella mi è dispiaciuto perché pensavo che la sua vita non fosse molto felice… Ma quando ci ha raccontato che invece era contentissima e che faceva le cose come noi sono diventata contenta perché lo era lei.
Una cosa che mi ha insegnato molto è la distinzione tra deficit e handicap che anche sui vocabolari è sbagliata! Spero che tornerete, grazie e tanti saluti.
Ah, ricordatevi di dire all’autore del libro “Re 33” che è bellissimo.
Najah

Stefania,
la prima volta che sei venuta da noi in IV B, ho provato dispiacere. Dopo un po’ ho scoperto che sei una donna intelligente e brava, anche se sei disabile. Spero di rivederti il prossimo anno.
Sebastiano

Cara Stefania, Sandra e Roberto,
vi scrivo per dirvi che tutte le volte che siete venuti da noi io mi sono divertita molto. Quando siete venuti per la prima volta ho pensato che Stefania fosse una ragazza triste perché stava sulla carrozzina ma poi io e i miei compagni abbiamo capito che è allegra e anche molto simpatica. Adesso stiamo bene insieme a lei e spero che torni a trovarci con voi prima delle vacanze estive.
Bacioni!
Elisa

Ciao,
non so se vi ricordate di me, sono Elena. A me sono piaciuti i vostri giochi e le vostre idee e non ho suggerimenti da darvi perché mi sono molto divertita. Il gioco che mi è piaciuto di più è stato “Guardie e principi” e la distinzione tra deficit e handicap che credevo di sapere e invece non sapevo. Un abbraccio
Elena

Cari amici del Calamaio,
vi volevo dire che a me sono piaciuti tutti gli incontri, in particolare la fiaba di Re 33 fatta da noi e il viaggio del treno del Sovrano dei Sovrani (fare l’inchino!).
Voi siete delle persone speciali che insegnano scherzando cose molto importanti. Penso che siete anche meglio di un vocabolario perché mi ricordo che ci avete spiegato la differenza tra la parola deficit e la parola handicap e noi abbiamo scoperto che la definizione scritta sul vocabolario era sbagliata. Ho scritto una poesia per Stefania che si intitola “La fata colorata” e una per Sandra che si intitola “Brunilde”, spero che vi piacciano.
Spero che il prossimo anno tornerete a trovarci, a presto quindi!
Cristina

La fata colorata
La fata colorata
cantava sulla luna la serenata.
Ma quando la luna le rivelò
che aveva un canto bruttissimo
lei mai più cantò.
La fata colorata
quando piangeva allagava la vallata.
Così un ranocchio
per evitare il disastro totale
le diede coraggio e la fece cantare.

Brunilde
Brunilde la strega
viaggiava, viaggiava
e dopo una lunga assenza
non ritornava.
Ma la cosa più strana
era come faceva
a sparire d’un tratto
e tornare per cena.
Ma un giorno cadde
lì per lì
e di lei
mai più niente si sentì.

Stefania, Sandra e Roberto,
vi ricordate di me? Sono Francesca, quella bambina abbastanza alta con i capelli lunghi biondi. Spero che abbiate capito chi sono ma non ha importanza, volevo dirvi che siete simpaticissimi e anche molto bravi. Spero tanto che possiate ritornare il prossimo anno per giocare a calcio in carrozzina, ce la farete a trovare tutte le carrozzelle? Sono molto contenta di avervi conosciuto.
Con affetto
Francesca

11. Stefania al supermarcato: la riduzione dell’handicap

Roberto ha introdotto, a questo punto, un importante chiarimento terminologico dei termini deficit e handicap facendo notare ai bambini come, nel corso delle attività proposte nei vari incontri, fossero state utilizzate parole come diversità, disabile, deficit, handicap, handicappato, difficoltà, e chiedendo loro se ne conoscessero l’esatto significato. I bambini hanno dato risposte varie e diverse dimostrando, nell’insieme, di avere le idee abbastanza confuse circa il significato di parole che utilizzano però comunemente. Partendo dalle loro risposte, Roberto ha concentrato l’attenzione sui termini deficit e handicap, elencando alla lavagna le diverse interpretazioni fornite. Mentre la parola deficit è stata tradotta correttamente dai bambini che le hanno attribuito il significato di “mancanza”, la parola handicap è stata generalmente identificata con il “portatore di handicap” oppure considerata sinonimo di deficit.
Roberto ha così spiegato che il termine deficit può indicare una mancanza totale, come nel caso del non vedente cui manca del tutto la vista o del non udente, deficitario dell’udito, oppure parziale come la mancanza di alcune diottrie, che costringe molte persone a portare gli occhiali. Ma il termine deficit viene utilizzato anche per indicare una menomazione o imperfezione psicofisica (la paralisi degli arti, il ritardo cognitivo, il non corretto funzionamento di organi e apparati) determinato da cause interne o esterne all’individuo, di tipo perinatale (traumi da parto) o post-natale (esiti di traumi o gravi malattie).
Roberto ha utilizzato un linguaggio semplice e accessibile ai bambini, ha supportato le sue affermazioni con numerosi esempi concreti, riferendosi esplicitamente a se stesso e al suo parziale deficit visivo e a Stefania, i cui deficit sono conseguenze di un trauma da parto. Nel dialogo i bambini hanno dimostrato di aver compreso appieno il significato del termine nelle sue numerose accezioni, portando esempi tratti dalla loro esperienza di vita in modo appropriato: chi è rimasto paralizzato in seguito a un incidente automobilistico e non può camminare ha un deficit post-natale che non si può considerare una mancanza (le gambe infatti ci sono) ma una menomazione determinata da una lesione al midollo spinale; Stefania ha un deficit causato da un trauma da parto mentre Gianmarco (un bambino della nostra scuola) ha un’imperfezione genetica che impedisce al suo cervello di funzionare correttamente pur non avendo subito alcun trauma.
Stefania ha partecipato attivamente al dialogo con i bambini sottolineando come i “portatori di deficit” siano tanti e molto diversi tra loro e il ridurli a un’unica categoria non fa che svilirli perché nega loro il riconoscimento dell’originalità propria di ogni individuo. Si tratta di una precisazione importante: la distinzione delle persone in categorie (disabili e normodotati) è una semplificazione che crea numerosi malintesi; gli handicappati esistono, e Stefania, nel corso degli incontri, l’ha ribadito in più occasioni, ma non sono una categoria omogenea, le loro diverse abilità devono essere sviluppate e potenziate e non appiattite sul deficit, su ciò che manca e non può essere recuperato.
Roberto ha poi proseguito focalizzando l’analisi sul termine handicap rispetto al quale i bambini avevano dimostrato di avere le idee molto confuse. Ha così spiegato loro che la parola handicap deriva dall’inglese e si è formata dalla fusione di tre termini: hand che significa mano, cap cappello e in; handicap viene usato per indicare una gara o una competizione, nella quale la posta era tenuta con la mano in un cappello, in cui per equiparare le possibilità di vittoria, viene assegnato uno svantaggio al concorrente ritenuto superiore o un vantaggio a quello ritenuto inferiore.
La parola handicap è poi entrata nell’uso di diverse lingue, tra cui l’italiano, in cui può essere tradotta con difficoltà, svantaggio; in questo senso gli handicappati sono coloro che, avendo un deficit, possono vivere delle difficoltà derivanti non solo dal deficit ma anche dall’incontro con l’ambiente fisico e sociale in cui si trovano: Stefania o chi, come lei, non può camminare ha una serie di difficoltà derivanti dal suo deficit così come un non vedente sperimenta difficoltà collegate direttamente alla mancanza della vista. L’handicap può essere quindi conseguenza diretta di un deficit ma non solo: l’handicap è il deficit a cui si aggiunge la situazione, che può aggravare o alleviare la condizione dell’individuo ed è fortemente influenzato anche dal modo in cui viene vissuto dalla persona stessa, dal grado di accettazione, di autostima e di fiducia in sé.
Ma le difficoltà fanno parte dell’esperienza di ogni persona, come il gioco di ruolo aveva appena dimostrato: coloro che impersonavano principi e principesse, pur essendo pienamente abili, avevano vissuto una serie di difficoltà determinate dalla incapacità di entrare in relazione con i compagni in uno speciale contesto. In questo senso l’handicap è trasversale alle persone e interessa tutti: anche un normodotato può essere handicappato in situazioni particolari e le difficoltà che sperimenta non sono determinate da un deficit psicofisico ma da caratteristiche personali, paure e fobie, oppure si generano nelle relazioni interpersonali e nel contesto sociale. Chi soffre di vertigini, ad esempio, può trovarsi in situazioni difficili anche in contesti comuni di vita e altre paure apparentemente banali, come quella dei cani o del buio, possono far vivere alle persone grandi difficoltà.
Per accertarsi che i bambini avessero compreso il diverso significato dei termini presentati, Stefania e Roberto hanno supportato le loro affermazioni con numerosi esempi pratici, hanno accolto e commentato le loro affermazioni intervenendo con spiegazioni e chiarimenti. Queste precisazioni terminologiche possono sembrare un po’ astratte ma, esposte con chiarezza e semplicità, hanno sicuramente aiutato i bambini a riflettere sul loro modo di vivere, di percepire se stessi e le persone disabili.
La classe seguiva con attenzione il dialogo, partecipando attivamente e dimostrando molto interesse; Roberto ha così chiesto ai bambini di fare una veloce analisi della loro situazione personale e di verificare se avessero deficit oppure handicap e di quale tipo. I bambini hanno fornito risposte molto interessanti dimostrando di aver colto la distinzione tra i due termini: hanno così elencato i loro deficit (quasi esclusivamente di tipo visivo, non essendo inserito nella classe alcun alunno fisicamente disabile) e hanno identificato l’handicap con le loro paure argomentando, con ricchezza di particolari, le difficoltà che esse generano.
Si tratta indubbiamente di una semplificazione dei concetti espressi, resi accessibili ai bambini, ma che ha sicuramente influenzato il loro modo di percepire i portatori di deficit, i disabili, ma anche loro stessi e il loro modo di rapportarsi a se stessi, agli altri e al contesto. I bambini hanno elencato handicap che non sono collegati direttamente a deficit, anche nel caso di deficit visivi, dimostrando quindi di aver capito come le difficoltà interessino direttamente tutte le persone e ne condizionino comportamenti e atteggiamenti. Riporto alcune delle loro affermazioni, che ho registrato in classe durante l’incontro e ho in seguito trascritto: “Non ho deficit ma ho molti handicap: soffro di vertigini, odio la solitudine, ho paura del buio e degli insetti, ho difficoltà a capire la matematica.” (Sara)
“Non ho deficit ma ho questi handicap: soffro di vertigini e ho paura dei temporali e della velocità.” (Alan)
“Ho un deficit visivo (porto gli occhiali) e ho un handicap: non so andare in bicicletta.” (Matteo)
“Non ho deficit ma ho un handicap: ho paura di andare in ascensore.” (Lorenzo)
“Io ho il deficit che da lontano vedo sfumato e mi devo mettere gli occhiali e ho due handicap: soffro di vertigini e di mal d’auto.” (Giulia)
“Credo di non avere deficit ma ho diversi handicap: ho paura della morte, ho paura delle punture, mi spaventa molto la velocità.” (Irene)
“Io non credo di avere deficit ma ho alcuni handicap: soffro di mal d’auto, di allergia al polline e ho paura del buio.” (Cristina)

Dopo aver appurato che i bambini avevano ben compreso la distinzione tra i due termini proposti, Roberto ha proseguito il dialogo introducendo un altro importante concetto: mentre un deficit totale o parziale, una menomazione psicofisica è un dato oggettivo che l’individuo possiede in modo permanente e spesso invariabile, l’handicap, la difficoltà che questo deficit produce, è qualcosa di variabile e modificabile che può quindi aumentare, diminuire o addirittura scomparire.
Anche in questo caso la riflessione è stata supportata da numerosi esempi, che hanno aiutato i bambini ad avvicinarsi a concetti nuovi e a trovarne un riscontro nella concreta realtà delle cose. Stefania ha un deficit oggettivo che non le consente di camminare e che determina numerosi handicap: un ausilio relativamente semplice come una carrozzella, magari elettrica, consente a Stefania di ridurre notevolmente l’handicap pur non modificando il deficit. Un individuo sordo ha un deficit che difficilmente viene annullato, ma l’handicap conseguente può essere anche totalmente eliminato da una buona protesi, da uno strumento che gli consente di udire. Una persona cui mancano un certo numero di diottrie, e che ha quindi un deficit visivo, può annullare del tutto l’handicap conseguente con un comune paio di occhiali le cui lenti non cancellano il deficit, la mancanza parziale della vista, ma l’handicap a esso conseguente. Una persona muta, che non può quindi parlare, sperimenta numerose difficoltà determinate dal suo deficit, ma può comunicare efficacemente attraverso il linguaggio dei segni che le consente di superare l’handicap se si relaziona con altre persone che, conoscendo quello specifico linguaggio, sono in grado di comunicare con lei.
Il deficit difficilmente può essere annullato: non è una malattia dalla quale si guarisca, ma una menomazione o imperfezione stabile (anche se gli incredibili successi ottenuti nel campo della medicina sono in grado, oggi, di annullare alcuni deficit, come quello visivo, grazie ai trapianti); l’handicap invece, conseguenza del deficit, può essere aumentato, ridotto o anche annullato e in questo senso grande importanza assume il contesto materiale e sociale in cui il soggetto è inserito.
Per meglio chiarire questi concetti, Roberto e Stefania hanno proposto insieme un esempio pratico, risultato molto efficace, che ha permesso ai bambini di capire come, considerando invariabile il deficit, l’handicap possa variare.
“Un giorno io e Stefania siamo andati a fare spese in un supermercato, anzi in un grande centro commerciale e, lungo il nostro cammino, abbiamo incontrato numerosi ostacoli e difficoltà di vario tipo. Adesso vi racconto com’è andata.”
Per rendere più efficace la spiegazione, Roberto ha accompagnato la descrizione con alcuni disegni fatti alla lavagna, che aveva diviso in quattro parti. In alto a sinistra ha disegnato una persona su una carrozzella (Stefania) e un’altra che la spingeva (se stesso). Ha poi chiesto ai bambini quale fosse il deficit di Stefania, l’impossibilità di camminare autonomamente, e ha scritto alla lavagna una D (deficit) in corrispondenza di Stefania e ha così proseguito il suo racconto:
“Stefania e io siamo usciti dal nostro luogo di lavoro e abbiamo raggiunto la mia automobile parcheggiata lì vicino utilizzando una delle rampe che il Comune di Bologna ha costruito per permettere l’accesso ai disabili. La rampa, costruita appositamente per chi si sposta su una carrozzina, ha una giusta pendenza e chi spinge non deve compiere alcuno sforzo particolare.”
Ha poi chiesto ai bambini se l’handicap di Stefania venisse aumentato o ridotto da questa rampa; i bambini hanno subito osservato che la presenza di una rampa riduce notevolmente l’handicap di Stefania che, con una carrozzella elettrica, avrebbe potuto spostarsi da sola; la presenza di un accompagnatore in grado di spingerla lungo la rampa riduce, anche in questo caso, il suo handicap. A questo punto Roberto ha disegnato alla lavagna una rampa e ha indicato, in corrispondenza di questa una H di handicap grande quanto la D di deficit.
Ha poi proseguito raccontando come lui e Stefania, arrivati al supermercato, avessero parcheggiato l’automobile nel garage sotterraneo e avessero trovato, per salire ai piani superiori, una lunga rampa con salite e discese molto ripide che avevano richiesto a lui un grande sforzo per spingere la carrozzella in salita e un grande rischio per Stefania nella discesa, la cui pendenza eccessiva rischiava di capovolgere la carrozzella; Stefania ha confermato le affermazioni di Roberto raccontando come una volta ciò fosse successo realmente e lei si fosse trovata a terra sotto la carrozzella alla quale è legata da una cintura e come, nella caduta, oltre a farsi male alle gambe, si fosse danneggiata un incisivo.
Roberto ha quindi disegnato sulla lavagna, in alto a destra, la carrozzella e chi la spingeva e ha chiesto ai bambini se il deficit di Stefania fosse mutato; i bambini hanno prontamente risposto negativamente e Roberto ha disegnato, in corrispondenza di Stefania una D delle stesse dimensioni del disegno precedente. A questo punto Roberto ha invitato i bambini a riflettere sull’handicap che il deficit procura e ha chiesto loro se, rispetto al caso precedente, fosse diminuito o aumentato. Il gruppo ha immediatamente capito che una rampa troppo ripida determina un aggravamento dell’handicap, della difficoltà cioè a spostarsi autonomamente; la presenza di una persona che spinge la carrozzella non è sufficiente, in questo caso, ad annullare l’handicap a causa dell’eccessiva pendenza della rampa che determina uno sforzo eccessivo e un grave rischio per Stefania stessa. I bambini hanno considerato come, in questo caso, Roberto fosse stato in grado di spingere ugualmente la carrozzella perché è grande e forte mentre una persona più debole non sarebbe riuscita a farlo e Stefania non sarebbe quindi potuta entrare nel supermercato. Roberto ha quindi chiesto come doveva disegnare la H che indica l’handicap e tutti hanno risposto che la lettera doveva essere più grande di quella del disegno precedente; nel secondo disegno è stata quindi disegnata una grande H.
I nostri amici sono così riusciti, con molti sforzi, a entrare nel supermercato e, dopo aver fatto alcuni acquisti, hanno deciso di andare in un negozio posto al piano superiore. Ma a questo punto si sono trovati di fronte una lunga scalinata. Roberto ha disegnato, in basso a sinistra, lui e Stefania e una lunga rampa di gradini e ha quindi chiesto ai bambini se il deficit di Stefania fosse, nel frattempo, aumentato e, alla loro risposta negativa, ha indicato in corrispondenza di Stefania una D delle stesse dimensioni di quelle riportate negli altri disegni. Stefania è intervenuta chiedendo ai bambini se, secondo loro, lei fosse potuta salire al secondo piano; dopo varie considerazioni, i bambini hanno concluso che ciò non era possibile perché con una carrozzella non si riesce ad affrontare dei gradini. Quando Roberto ha domandato di quali dimensioni dovesse essere la lettera che indicava l’handicap di Stefania, tutti hanno prontamente risposto che doveva essere molto grande. In questo caso infatti l’handicap di Stefania era stato aggravato dal contesto che, non predisponendo soluzioni per i disabili, di fatto ne escludeva l’accesso al secondo piano, pur in presenza di una carrozzella e di un accompagnatore.
Mentre Roberto disegnava una grandissima H, la classe ha considerato come la stessa difficoltà potesse essere sperimentata da una mamma con un bambino in passeggino, che da sola difficilmente avrebbe potuto salire lungo i gradini o anche da una persona anziana che non sarebbe stata in grado di fare un tale sforzo. Senza alcuna sollecitazione esterna, il gruppo aveva in questo caso esteso le sue considerazioni a tutte le persone e alle difficoltà che possono essere vissute anche da chi, ad esempio la mamma a passeggio con il suo bambino, non ha deficit oggettivi; l’importanza del contesto e le possibilità di ridurre o aggravare gli handicap è stata così sottolineata ancora una volta e i bambini hanno espresso il loro rammarico per tutti coloro che, per motivi diversi, si trovano in situazione di difficoltà che una maggiore attenzione potrebbe evitare.
Roberto ha proseguito il racconto spiegando come lui e Stefania non si fossero arresi e, dopo aver girato tutto il centro commerciale, avessero trovato un ascensore con il quale salire al piano superiore o scendere nel garage per recuperare l’automobile. Così, mentre il deficit di Stefania non variava e la lettera D scritta alla lavagna aveva sempre le stesse dimensioni, Roberto ha chiesto ai bambini come valutassero, in questo caso, l’handicap. Molti hanno così osservato che se l’ascensore era sufficientemente grande per contenere la carrozzella, l’handicap di Stefania in questo caso era davvero minimo, prossimo allo zero: con una carrozzella elettrica Stefania avrebbe potuto salire e scendere da sola grazie all’ascensore, così come poteva farlo con un accompagnatore senza richiedergli uno sforzo terribile e senza rischiare di cadere e farsi male. La lettera che indicava l’handicap doveva quindi essere molto piccola e Roberto, dopo aver ripetuto lo stesso disegno arricchito questa volta da un ascensore, ha disegnato una piccolissima H.
In conclusione Stefania ha chiesto ai bambini di riflettere proprio su quelle lettere: la D era sempre delle stesse dimensioni poiché il deficit non varia, mentre la H cambiava in base alle diverse situazioni nelle quali lei si trovava ad agire; l’handicap, infatti, può diminuire fino quasi a scomparire come nell’ultimo caso o essere affrontabile come nel primo (ascensore e scivolo), mentre poteva aumentare anche di molto, come nel secondo caso (salita o discesa troppo ripida) fino a diventare insuperabile come nel terzo (la lunga rampa di gradini).
Il racconto di Roberto e Stefania e i disegni che hanno supportato la spiegazione, che i bambini hanno poi riportato sui loro quaderni, rappresentano indubbiamente una semplificazione di problematiche complesse come la riduzione dell’handicap, che investe il contesto nei suoi aspetti tecnici e materiali come le barriere architettoniche ma risulta profondamente influenzato anche dagli atteggiamenti degli altri attori sociali, dal persistere di “barriere” culturali e mentali che è necessario superare. In questa accezione, handicap significa svantaggio, ostacolo e deve essere ridotto e superato lavorando su ciò che è “handicappante”, su ciò che determina lo svantaggio.

10. Guardie e principi: il gioco di ruolo

Era trascorsa una settimana dall’incontro con il Calamaio e i bambini erano come sempre impazienti per il ritorno dei loro nuovi amici, ma al tempo stesso dispiaciuti del fatto che, almeno per questo anno scolastico, sarebbe stata l’ultima volta che li avremmo incontrati. Anche se gli animatori non ci avevano lasciato piste di approfondimento, come era accaduto tra il primo e il secondo incontro, per tutta la settimana gli avvenimenti, le esperienze e le scoperte del pomeriggio trascorso insieme erano stati oggetto di dialogo e confronto sul quale avevo organizzato attività didattiche mirate.
Pur non avendo né dolci né sorprese o cartelloni da mostrare agli animatori, molti bambini avevano preparato bigliettini e disegni da regalare a Stefania e, all’arrivo in classe del Calamaio, tutti si sono accalcati per dare, chiedere o domandare qualcosa. Per molti bambini la felicità e la gioia di ritrovarsi e di poter trascorrere un’altra giornata insieme era in qualche modo velata dalla tristezza perché, come ben sapevano, si trattava dell’ultimo incontro. Ciò traspare chiaramente da quello che hanno riportato, in seguito, sui loro quaderni:

“Quando Stefania è entrata in classe ho notato che era di buon umore, che sorrideva ed era felice di vederci, io invece ero quasi triste perché sapevo che era l’ultimo incontro.” (Thomas)
“Il Calamaio era tornato, che gioia! Li stavamo aspettando da una settimana ma poi il tempo è volato e quando se ne sono andati mi sono commossa pensando che era l’ultima volta che ci vedevamo e ho provato un po’ di nostalgia.” (Elisa)
“Ero molto felice di vederli e quando sono entrati in classe mi è venuto in mente che la prima volta che avevo visto Stefania mi aveva fatto dispiacere perché lei è disabile. Adesso invece ero dispiaciuta perché sapevo che non sarebbero più tornati.” (Elena)

Dopo i saluti, la consegna dei biglietti e dei disegni, abbiamo preso posto nell’aula, dove avevamo sistemato le sedie in cerchio allontanando la cattedra e i banchi, e ci siamo seduti insieme agli animatori del Calamaio. Senza fornire ai bambini alcuna spiegazione, Stefania ha indossato la corona e il mantello del Sovrano dei Sovrani e ha chiesto loro se la riconoscevano.
“Certo, sei il Sovrano dei Sovrani!” hanno risposto in coro i bambini che, ligi alle regole del gioco, si sono immediatamente inchinati.
Stefania ha annuito e ha poi spiegato che il Sovrano era ritornato per un motivo molto importante: doveva nominare nuovi re e regine per alcuni regni che si erano aggiunti ai suoi possedimenti ma, per fare questo, li avrebbe sottoposti a una prova. Ha quindi chiesto ai bambini se volevano giocare ottenendo come risposta, ovviamente, un coro di consensi. Stefania ha così proceduto dividendo la classe in due gruppi: il primo costituito dalle sue guardie personali, scelte per i loro meriti e la fedeltà, il secondo formato da principi e principesse che, sottoponendosi alla prova, sarebbero potuti diventare re e regine.
Il gioco delle guardie e dei principi si ricollega strettamente allo sfondo integratore dell’intero percorso, sia per la presenza del Sovrano dei Sovrani, motore di tutte le attività, sia perché la stessa prova era stata superata, come ha in seguito chiarito Stefania richiamando in causa la fiaba, anche da Re 33. Prendendo spunto dalla fiaba, viene proposto ai bambini un gioco di ruolo che ha la funzione di inscenare una situazione di handicap, di difficoltà derivante da uno o più deficit, vissuti all’interno del gioco come reali, e consentire così di sperimentare in prima persona, in termini cognitivi ma soprattutto affettivi, un’esperienza di svantaggio.
Un giocatore, che impersona un principe o una principessa, esce dall’aula mentre all’altro, la guardia, vengono date precise istruzioni: deve restare immobile, non può parlare, può comunicare solo con gli occhi o con dei cenni e ha alcune necessità, ad esempio deve togliersi o mettersi un indumento, ha sete o fame, ha una scarpa slacciata oppure gli serve un libro o un oggetto. In qualche modo la guardia dovrà riuscire a comunicare i suoi bisogni all’altro giocatore che, rientrato in classe, dovrà a sua volta aprirsi al dialogo con modalità del tutto nuove.
Il gioco impegna una coppia per volta e gli altri bambini ricevono l’indicazione di osservare con molta attenzione quello che avviene tra la guardia e il principe senza però interferire con aiuti o suggerimenti e senza distrarre i compagni: per rendere più efficace la consegna, ai bambini viene chiesto di rappresentare il muro della torre all’interno della quale si svolge la prova, sotto lo sguardo attento del Sovrano dei Sovrani, e di ricordare le loro impressioni e considerazioni.
Generalmente, all’inizio la situazione è molto comica perché ricca di malintesi, al bambino verrà fatto un po’ di tutto prima di riuscire a capire quali siano le sue esigenze. Appare subito evidente come non sia facile entrare in contatto con l’altro appena si è privati dei propri usuali mezzi di comunicazione, ovvero del linguaggio verbale: entrambi i giocatori dovranno inventare un linguaggio nuovo, che tenga conto della reciproca diversità e dovranno anche fare i conti con le proprie resistenze a mettersi in gioco e ad ascoltare l’altro.
Sono necessari molto impegno e creatività, da parte di chi impersona il portatore di deficit, per riuscire a farsi comprendere, accettare la frustrazione dei tentativi falliti, guardarsi dentro per capire quali potenzialità possono essere utilizzate e sviluppate; ma sono necessari molto impegno e creatività anche per chi deve capire, per accettare l’impotenza iniziale e le difficoltà di intesa. L’originalità del gioco sta nel vivere queste difficoltà da dentro, sulla propria pelle: i bambini posti nei panni del disabile provano il disagio di non essere compresi, e spesso considerati, dalle persone fisicamente sane; i bambini che aiutano scoprono la difficoltà di affrontare forme di comunicazione diverse dalle usuali e il disagio che si prova nel non comprendere i bisogni dell’altro.
Il gruppo che osserva coglie la relazione nel suo insieme e, generalmente, arriva a due importanti conclusioni:

  • la difficoltà appartiene a entrambi i giocatori, al disabile così come al normodotato;
  • il disagio è determinato dal non riuscire a esprimersi in modo intelligibile ma anche dal non cogliere le comunicazioni che provengono dall’altro.

Questo gioco è uno strumento molto efficace per conoscere e sperimentare personalmente lo svantaggio, per fare esperienza della diversità, per riflettere sull’importanza della creatività per risolvere le difficoltà derivanti dai propri e altrui limiti, per imparare a rapportarsi autonomamente alle situazioni nuove e insolite.
Attraverso il gioco è possibile inoltre illustrare la differenza tra deficit e handicap, e sottolineare che un giocatore senza deficit oggettivi può avere più handicap del giocatore con deficit.
Dopo aver diviso la classe in due gruppi, Stefania ha chiesto un volontario da entrambi: senza sapere che cosa avrebbero dovuto fare, molti bambini hanno alzato la mano chiedendo di partecipare; Stefania ha indicato Sebastiano nel gruppo delle guardie e Rita in quello dei principi. Ha poi chiesto a Rita di uscire dall’aula e ha spiegato in che cosa consisteva il gioco: Sebastiano, seduto su una sedia al centro dell’aula, avrebbe dovuto fingersi disabile e non avrebbe potuto parlare, fare cenni col capo, muovere gli arti a eccezione della mano sinistra, ma avrebbe dovuto comunicare alla principessa due diversi bisogni, nel caso specifico chiudere un armadio e dargli da bere, inventando un nuovo codice di comunicazione. Dalla sua bravura dipendeva il buon esito della prova, che in caso di superamento, avrebbe permesso a Rita di diventare una nuova regina. Agli altri bambini Stefania ha chiesto di osservare con attenzione la relazione tra la coppia di compagni impegnati nel gioco in assoluto silenzio, senza dare aiuti o suggerimenti, e di impersonare le pareti della torre del castello che, come si sa, non parlano e non ridono.
Dopo aver fatto alcune prove, per permettere a Sebastiano di sperimentare i deficit di cui era, all’interno del gioco, portatore, è stata fatta entrare Rita che era ancora all’oscuro di tutto. Trattandosi della prima coppia, Stefania ha spiegato a Rita che si trovava di fronte a una guardia disabile che aveva due precise necessità che lei avrebbe dovuto soddisfare per superare la prova, ma non ha fornito alla bambina alcuna indicazione sul tipo di deficit di Sebastiano. Gli altri bambini, seguendo scrupolosamente le istruzioni ricevute, osservavano la scena in assoluto silenzio.
Per prima cosa Rita, in modo assolutamente naturale, ha cominciato a fare domande al suo compagno, che teneva la testa abbassata e non la guardava, per paura di lasciarsi sfuggire sguardi o movimenti che non poteva fare; di fronte all’atteggiamento di Sebastiano, Rita ha immediatamente capito che la guardia non poteva parlare e ha incominciato lei a fare domande senza ottenere, in apparenza, alcuna risposta. Sebastiano ha intuito che poteva rispondere affermativamente o negativamente alle domande di Rita con l’unica parte del corpo che poteva utilizzare, cioè la mano sinistra, e ha iniziato a muovere l’indice, cosa di cui però Rita non si è accorta subito. Sono stati momenti difficili, la guardia immobile e compressa nel suo silenzio, scoraggiato dalle difficoltà che la sua situazione gli procurava e la principessa, impotente di fronte al silenzio del suo interlocutore, che non riusciva a stabilire un contatto. Ma gli occhi di Rita si sono illuminati quando ha notato che Sebastiano indicava con l’indice l’armadio in fondo all’aula. Poiché l’armadio aveva un’anta aperta, Rita ha offerto a Sebastiano diverse opportunità tra le quali quella di chiuderlo; la guardia ha annuito con l’indice, Rita ha chiuso l’armadio e Stefania le ha comunicato che aveva superato la prima parte della prova, indovinando uno dei due bisogni della guardia.
È stato molto interessante notare come entrambi i membri della coppia si siano sentiti soddisfatti e sollevati nel momento in cui sono riusciti a stabilire tra loro un contatto: ciò ha permesso alla guardia di superare la frustrazione determinata dalla impossibilità di comunicare, alla principessa il disagio e l’impotenza generati dalla mancata comprensione dei bisogni dell’altro.
La seconda parte della prova, che consisteva nel dar da bere a Sebastiano assetato, è stata affrontata da entrambi i membri della coppia con maggiore entusiasmo, grazie alla gratificazione appena ricevuta: la guardia ha indicato a lungo la cattedra sulla quale, tra i numerosi oggetti, si trovavano alcuni bicchieri di plastica e una bottiglietta d’acqua. Non è stato semplice per Rita capire quale fosse il bisogno del suo compagno e quando finalmente gli ha chiesto se aveva sete, alla risposta affermativa dell’altro, ha creduto di aver superato la prova. Quando invece Roberto le ha dato un bicchiere pieno per metà di acqua e Stefania le ha detto di dissetare la guardia, Rita è rimasta un po’ perplessa ma non si è persa d’animo ed è riuscita a dar da bere a Sebastiano senza far cadere una sola goccia d’acqua.
La prova era così superata, il Sovrano dei Sovrani si è complimentato con entrambi i giocatori, mentre gli altri bambini, che come un vero muro erano rimasti in assoluto silenzio per tutta la durata del gioco, si sono sgolati per acclamare i compagni vittoriosi, commentando tra loro il gioco che si era appena concluso. Queste sono le impressioni che i protagonisti della prima prova hanno riportato sul quaderno il giorno seguente, dedicato come sempre alla rielaborazione dell’esperienza:“All’inizio pensavo che non sarei mai riuscito a comunicare quali erano i miei bisogni perché non potevo parlare e potevo usare solo la mano sinistra. Non potevo nemmeno muovere la testa e così ho pensato di dire sì e no con il dito e mi sono stupito perché Rita ha capito subito il mio modo di comunicare… Quando ha capito che avevo sete mi ha dato da bere davvero, con un bicchiere ed è stata molto brava: non è caduta neanche una goccia! Alla fine ero contento e mi è quasi dispiaciuto lasciare il posto a un’altra coppia.” (Sebastiano)
“Sebastiano stava immobile sulla sedia e non mi guardava nemmeno in faccia. All’inizio ho pensato che non avrei mai capito di cosa aveva bisogno e siccome non parlava ho iniziato io a dire delle cose. Poi mi sono accorta che mi rispondeva con un dito della mano sinistra (che poteva muovere) e allora mi sono sentita meglio perché riuscivamo a comunicare… Con il dito indicava l’armadio che era aperto, ho pensato che volesse chiuderlo e ho indovinato il primo bisogno… Quando ho capito che aveva sete, Roberto mi ha dato un bicchiere con un po’ d’acqua e Stefania mi ha detto che gli dovevo dare da bere. È stato difficile ma ci sono riuscita e questo mi ha riempito di gioia. Il gioco è stato molto bello ed emozionante.” (Rita)

Dopo aver nominato Rita Regina 61 e aver attribuito una medaglia speciale a Sebastiano per la bravura dimostrata nel gioco, Stefania, senza lasciare tempo ai bambini di commentare troppo a lungo il gioco, ha chiesto altri due volontari. Fra i tanti che si sono proposti ha scelto Sara come guardia e Filippo dal gruppo dei principi.
Il gioco era già stato spiegato e non necessitava di ulteriori chiarimenti; così Stefania ha chiesto a Filippo di lasciare l’aula e ha dato a Sara le istruzioni: non poteva parlare, non poteva muovere la testa e le braccia, non poteva fare cenni col capo ma poteva utilizzare il piede destro. I suoi bisogni erano due: che Filippo spegnesse la luce e le mettesse la giacca di Stefania, appoggiata su un tavolo alle sue spalle.
Quando Filippo è rientrato, ha provato innanzi tutto a fare delle domande a Sara e, di fronte al suo silenzio ha capito che nemmeno questa guardia poteva comunicare verbalmente. Con un ottimo intuito ha subito compreso che doveva capire in che modo Sara potesse aiutarlo e ha continuato a farle domande, osservando con attenzione ogni sua minima reazione. Sara ha utilizzato l’unica parte del corpo a sua disposizione e ha incominciato a rispondere con il piede destro: mimando il gesto che normalmente si fa con le dita, Sara rispondeva negativamente muovendo il piede in orizzontale, affermativamente con un movimento verticale. Filippo ha capito quasi subito il linguaggio della sua compagna di gioco mentre ha impiegato più tempo per intuire gli oggetti che indicava. Sara ha indicato numerose volte le lampade appese al soffitto e l’interruttore situato di fianco alla porta dell’aula, rispondendo negativamente ogni volta che Filippo le chiedeva se doveva uscire dall’aula; alla fine il principe ha colto l’associazione tra le lampade e l’interruttore e ha capito che la guardia voleva che lui spegnesse la luce.
Anche in questo caso, aver capito il primo bisogno e aver, almeno in parte, superato la prova, ha determinato un mutamento nell’atteggiamento di entrambi i giocatori, soddisfatti e più sicuri di sé. È stata quindi la volta del secondo bisogno di Sara che, fingendo di avere freddo e indicando con il piede il tavolo sul quale era appoggiata una giacca, ha permesso a Filippo di indovinare cosa dovesse fare; il principe credeva di aver assolto il proprio compito indovinando il secondo bisogno ed è apparso un po’ turbato quando Stefania gli ha detto che doveva far indossare la giacca alla sua compagna. Sara è stata molto brava, si è lasciata a peso morto senza muovere gli arti e senza aiutare in alcun modo Filippo il quale, con qualche difficoltà è riuscito, tra le grida di incitamento degli altri bambini, a infilarle la giacca.
Come nel caso precedente, il superamento della prova è stato accolto da un’esplosione di gioia da parte di tutti, i giocatori e i bambini che osservavano e, tra l’ilarità generale, Filippo è stato nominato Re 45 e Sara ha ricevuto la medaglia delle guardie. In questo modo i due bambini hanno descritto la loro esperienza:“Entrato in classe ho visto Sara sulla sedia, ho cominciato a farle delle domande ma lei non poteva parlare e mi sono molto scoraggiato. Ero preoccupato di non capire e ho provato anche un po’ di rabbia… Poi mi sono accorto che lei mi rispondeva ma usava il piede: se lo muoveva in orizzontale voleva dire no, in verticale sì e così ci siamo capiti. Voleva spegnere la luce ed è stato facile poi ho dovuto metterle la giacca perché aveva freddo. È stato difficile perché lei non si muoveva ma io ci sono riuscito lo stesso e ho provato una gran soddisfazione… Così sono stato nominato Re del regno 45!” (Filippo)
“Stefania mi ha detto che non potevo parlare, non potevo muovere la testa e le braccia ma solo il piede destro. È stato molto faticoso non poter parlare e stare ferma immobile, mi sono sentita come in gabbia e ho capito la difficoltà… Filippo è stato molto bravo e ha capito subito che comunicavo col piede, gli ho indicato la luce e il pulsante sul muro così ha spento la luce e insieme abbiamo superato la prima prova. Mi sono sentita sollevata, ero felice.” (Sara)

Stefania ha chiamato altri volontari ed è stata la volta di Lorenzo e Cristina, Najah e Alan, Elena e Thomas, Andrea e Francesca: il gioco ha interessato sei coppie su dieci, per un totale di dodici bambini.
Alcuni bambini non si sono offerti spontaneamente e hanno preferito osservare i compagni impegnati nelle prove; gli animatori del Calamaio, consapevoli che la caratteristica fondante di ogni gioco è la libera adesione, che nessuna attività ludica può essere imposta perché si trasformerebbe in un lavoro che ne snatura il carattere essenziale, non hanno insistito. Il gioco peraltro durava ormai da diverso tempo e i bambini avevano avuto modo di sperimentare personalmente o attraverso l’osservazione gli elementi che avrebbero sostenuto la riflessione proposta in seguito.
Al termine del gioco di ruolo, Stefania ha ripreso la parola e ha chiesto ai bambini che avevano partecipato personalmente alla prova di pensare alle sensazioni e alle emozioni che avevano vissuto nei panni delle guardie, dei principi e delle principesse, e agli altri, il muro della torre, alle considerazioni e alle impressioni nate dall’osservazione del gioco. Dopo aver lasciato loro un po’ di tempo per riflettere, ha chiesto a un volontario di dividere la lavagna in due parti, intitolandole a guardie e principi, e ha invitato i bambini a esprimere il loro punto di vista. Le considerazioni riferite sono state molto interessanti e hanno permesso di mettere in evidenza una serie di elementi che avrebbero poi guidato il seguito dell’attività.
Sia i principi che le guardie hanno espresso diversi sentimenti: fatica, difficoltà, rabbia, disagio, frustrazione, preoccupazione, ma anche divertimento, soddisfazione, gioia, felicità. Stefania ha lasciato che i bambini esprimessero con calma le loro emozioni, sollecitando il bambino a scriverle tutte alla lavagna, nella colonna appropriata. Quando i termini scritti le sono apparsi sufficienti, Stefania ha chiesto ai bambini se notassero qualcosa di particolare: molti di loro hanno subito osservato che, nelle due colonne, erano scritte le stesse parole, alcune connotate positivamente, altre negativamente.
Nel dialogo che è seguito, Stefania ha chiesto alle guardie e ai principi di spiegare quello che avevano provato ed è subito apparso evidente che le motivazioni erano profondamente diverse: per le guardie le emozioni negative erano legate al confronto con i deficit attribuiti loro nel gioco, che li avevano privati innanzi tutto del canale privilegiato di comunicazione, il linguaggio verbale, costringendoli a inventare modalità alternative sfruttando al meglio le potenzialità residue. Le difficoltà che i deficit determinano hanno provocato differenti reazioni nei bambini, alcuni dei quali si sono ingegnati per utilizzare le capacità rimaste e comunicare con il compagno o la compagna, mentre altri si sono inizialmente bloccati, hanno reagito, a livello emotivo, con un forte rifiuto, superato però da tutti, seppur con tempi diversi, nel corso del gioco.
I sentimenti e le emozioni riferite dai principi sono stati gli stessi, ma la rabbia, la frustrazione e la fatica sono in questo caso determinate dalla incapacità di entrare in relazione con l’altro e di soddisfarne i bisogni. Anche in questo caso il confronto con gli handicap, che i bambini hanno vissuto in prima persona, ha prodotto reazioni molto diverse: alcuni bambini hanno denotato un atteggiamento di rifiuto, prestando poca attenzione al compagno che nei panni del disabile si sforzava di stabilire un contatto con loro e focalizzando l’attenzione sul gruppo che osservava, sulle insegnanti e gli animatori del Calamaio senza riuscire, almeno inizialmente, a relazionarsi in modo costruttivo con la guardia; altri invece dimostravano la tensione e il disagio scherzando e ridendo in modo inopportuno. Si è trattato, comunque, solo del primo impatto: tutte le coppie sono riuscite infatti a comunicare tra loro senza alcun aiuto dall’esterno.
Stefania ha poi chiesto ai bambini di spiegare e motivare le emozioni positive, anche in questo caso le stesse sia per le guardie che per i principi: il divertimento ha dimostrato la riuscita del gioco, le altre sensazioni riferite da entrambi erano determinate dall’essere riusciti a comunicare per i primi e a comprendere per i secondi (anche questi termini sono infatti stati elencati), e per la coppia nel suo insieme nell’aver stabilito un contatto. Queste sono le parole scritte alla lavagna che i bambini hanno elencato:

PAROLE NEGATIVE

GUARDIE

PRINCIPI

fatica

disagio

disagio

imbarazzo

rabbia

difficoltà

difficoltà

impotenza

paura

rabbia

impotenza

ansia

stupore

preoccupazione


PAROLE POSITIVE

GUARDIE

PRINCIPI

divertimento

curiosità

soddisfazione

divertimento

creatività

immaginazione

sollievo

gioia

comunicazione

comprensione

felicità

soddisfazione

L’analisi dei termini ha permesso di mettere in evidenza un aspetto importante: le difficoltà sono state vissute dalle guardie, che hanno sperimentato limiti e impossibilità derivanti dal deficit, ma anche dai principi, che non avevano però alcun deficit oggettivo. Nel loro caso infatti le difficoltà nascevano nel confronto con la diversità dell’altro, nella necessità di elaborare modalità nuove di relazione e comunicazione e nell’incapacità di farlo. In alcuni casi anzi, come i bambini hanno osservato, avevano avuto più difficoltà i compagni che ricoprivano il ruolo di principi e principesse, spesso bloccati dai deficit delle guardie, la maggior parte delle quali aveva dimostrato di saper attingere ampiamente alle proprie capacità creative, di reagire alle difficoltà generate dai deficit con forza e determinazione, senza lasciarsi scoraggiare.
Il gruppo, attraverso il dialogo guidato da Roberto e Stefania, è giunto così a una prima importante conclusione: le difficoltà fanno parte dell’esperienza di ogni persona e non sono direttamente collegate a deficit oggettivi, di natura fisica o psichica. Esse si determinano nel rapporto con la realtà esterna e con il mondo, nelle relazioni con le altre persone e, soprattutto, nel modo in cui ognuno le vive e le sperimenta. Lo spirito d’intraprendenza, la caparbietà, la conoscenza e l’accettazione di sé e dei propri limiti, ma anche delle proprie peculiarità, la capacità di attivare percorsi nuovi e creativi contribuiscono a ridurre le difficoltà fino quasi a farle scomparire e i deficit di cui ognuno è portatore, la loro gravità, influenzano solo in parte l’esito finale.
Il giorno seguente, quando ho chiesto ai bambini di raccontare sui loro quaderni l’esperienza vissuta con il gioco di ruolo, molti di loro hanno riferito queste considerazioni. Ne cito alcune, che mi sono sembrate molto significative, di bambini che non avevano partecipato al gioco in prima persona e ne avevano osservato gli sviluppi impersonando il muro della torre: “Non ho alzato la mano per partecipare perché ero nel gruppo delle guardie e pensavo che era molto difficile far finta di essere disabile e avere tutti quei deficit… Alla fine del gioco ho scoperto che anche i principi avevano fatto fatica, forse anche di più delle guardie ma io non ci avevo pensato.” (Elisa)
“Questo gioco ci ha permesso di capire che tutti hanno delle difficoltà, non soltanto le persone con dei deficit. Hanno vissuto una situazione difficile sia le guardie che non potevano muoversi e parlare, sia i principi e le principesse che non avevano alcun problema fisico.” (Chiara)
“Io pensavo che solo le guardie erano in difficoltà perché erano disabili… Quando Stefania ha chiesto a tutti di elencare le emozioni mi sono molto stupito perché i principi e le principesse dicevano le stesse cose. Eppure loro erano normali.” (Matteo)
“Stefania ci ha fatto notare che sulla lavagna c’erano scritte le stesse cose poi ha detto ai miei compagni di spiegare le emozioni… Anche i principi hanno detto che avevano avuto molte difficoltà e questo all’inizio mi è sembrato strano.” (Vincenzo)
A partire da queste considerazioni, gli animatori del Calamaio hanno introdotto la seconda attività prevista per l’incontro: un approfondimento dei termini deficit e handicap, utilizzati fino a quel momento in modo indistinto, rivelando ai bambini il loro corretto significato e, di conseguenza, il loro corretto utilizzo. Al chiarimento terminologico ha fatto seguito una riflessione, supportata da un esempio pratico che ha coinvolto personalmente Stefania, sulla stabilità del deficit, sulla sua sostanziale immodificabilità e, per contro, sulla possibilità di aumentare o ridurre gli handicap che esso determina.

9. La scommessa dell’aiuto

Il gioco dell’associazione di idee e la riflessione compiuta attraverso l’analisi delle idee espresse dai bambini ha fatto emergere un altro tema molto importante, quello del bisogno e dell’aiuto, sul quale si è sviluppato il seguito dell’incontro.
Seduti in cerchio, Stefania ha introdotto la seconda attività programmata catturando l’attenzione dei bambini, che avrebbero continuato a farle domande ancora a lungo, con la richiesta di un volontario. Per nulla intimoriti ormai dalle sue richieste e anzi molto incuriositi, i bambini si sono guardati un po’ tra loro e alla fine si è offerto Filippo. Stefania gli ha chiesto di fare alcune volte il giro dello spazio delimitato dalle sedie disposte in circolo invitando gli altri bambini a osservarlo con grande attenzione. Ha fatto ripetere più volte l’azione, sollecitando Filippo a procedere a zigzag, a invertire la direzione, a cambiare il percorso, mentre ricordava agli altri di guardarlo bene, di osservare e appuntarsi mentalmente ogni dettaglio. I bambini erano abbastanza divertiti, si chiedevano che cosa significasse questa proposta ma seguivano le indicazioni di Stefania con grande serietà.
Quando Filippo aveva già percorso diverse volte lo spazio delimitato dalle sedie, Stefania lo ha ringraziato e ha rivolto a tutta la classe una semplice domanda:
“Secondo voi, il vostro compagno ha avuto bisogno di qualcuno per camminare nell’aula?”
I bambini, piuttosto perplessi, hanno per un attimo tentennato poi, quando si sono levati i primi “No!”, tutti in coro li hanno seguiti affermando risolutamente che Filippo non aveva avuto bisogno di nessuno. Stefania li ha sollecitati a pensarci bene e così qualcuno ha detto che aveva avuto bisogno dei suoi piedi, delle sue gambe, anche del suo cervello; altri hanno aggiunto che senza i nonni e i genitori Filippo non sarebbe qui e quindi anche loro lo hanno, indirettamente, aiutato. Stefania ha così chiarito che lei si riferiva proprio all’aiuto dato da altre persone, non alle singole parti del corpo (che i bambini avevano citato) o agli antenati. Ha quindi riformulato la domanda in modo più chiaro e, in questo caso, i bambini hanno concluso che Filippo non aveva avuto bisogno dell’aiuto di nessuno.
Stefania, a questo punto, ha detto: “Secondo me Filippo ha avuto bisogno di più di mille persone per camminare.” I bambini negavano decisamente questa possibilità poiché, se si escludevano nonni, genitori e tutti i suoi antenati, Filippo era sembrato a loro del tutto autonomo. Dopo aver lasciato ai bambini un po’ di tempo per consultarsi, Stefania, con tono provocatorio, ha detto:
“Io scommetto con voi che il vostro compagno Filippo ha avuto bisogno di più di mille persone per camminare”.
La proposta di Stefania è stata accolta con grande entusiasmo dai bambini, che avevano giocato e si erano molto divertiti nell’incontro precedente pur avendo perso la scommessa; anzi, la preparazione del pacco dono li aveva impegnati e gratificati molto e la sconfitta non li aveva minimamente turbati. In questo caso hanno accettato senza esitazione, certi forse di vincere senza difficoltà; è stato molto interessante sentire i loro commenti, dall’angolo che mi ero ritagliata e dal quale osservavo lo svolgersi degli eventi: alcuni affermavano di accettare la sfida lanciata da Stefania sicuri di vincere, mentre altri ipotizzavano che forse Stefania aveva proposto questa scommessa proprio per farli vincere, visto che la sua affermazione non pareva affatto convincente.
Forte delle proprie convinzioni, con la certezza della vittoria, il gruppo ha così accettato la scommessa, attendendo lo sviluppo del gioco; anche in questo caso sono stati scelti, quali premi per chi avrebbe vinto, dei generi alimentari ma con una significativa modifica: ci si doveva impegnare a procurare patatine, salatini, pizzette e bibite.
Così Stefania ha incominciato a incalzare i bambini con domande molto efficaci, ma al tempo stesso buffe e divertenti, chiedendo ad esempio se Filippo era loro sembrato nudo e scalzo. Mentre i bambini ridendo dicevano di no, Stefania ha chiesto a Filippo se lui possedesse una fabbrica di scarpe e di vestiti e, tra l’ilarità generale, ha considerato quindi che i suoi genitori acquistano nei negozi e nei supermercati gli indumenti e gli accessori che lui indossa, che vengono a loro volta prodotti nelle fabbriche. Ha poi chiesto ai bambini quante persone lavorano in una fabbrica: le risposte sono state molto varie ma, grazie anche all’intervento di Roberto e Sandra, si è potuto concludere che in una fabbrica possono lavorare poche decine di persone, se è molto piccola, ma anche diverse centinaia se è grande. Il discorso si è quindi spostato sulla distribuzione, dai piccoli negozi agli ipermercati, nei quali lavorano molte persone e la cui attività risulta indispensabile, perché ci consente di reperire la merce, di operare le nostre scelte, di trovare a portata di mano, nella nostra città e perfino nel nostro quartiere, prodotti che provengono da tutta l’Italia ma anche da altre nazioni.
Mentre il discorso si spostava sui trasporti, considerando le centinaia di persone che alla guida di camion e furgoni, treni e aerei ci permettono di avere a disposizione prodotti di tutto il mondo, alcuni bambini hanno introdotto un nuovo argomento: Filippo può camminare da solo ma deve mangiare, perché senza cibo non si hanno le energie necessarie per fare anche le cose più semplici. Lo stesso ragionamento elaborato per le scarpe e gli indumenti è stato quindi applicato al cibo: dai campi ai supermercati, sono migliaia le persone che lavorano perché Filippo, a casa e a scuola, possa mangiare ogni giorno. A questo punto i bambini hanno considerato che risultano necessari anche i medici, le farmacie e gli ospedali che, attraverso visite, medicine e assistenza, permettono di superare le malattie; anche in questo caso le persone coinvolte sono moltissime, con incarichi diversi ma ugualmente indispensabili: è più importante il medico che prescrive la cura, ma senza il farmacista che lavora per procurarci i farmaci, l’attività del medico risulterebbe inutile.
Non è stato necessario andare molto oltre: i bambini hanno capito da soli quale fosse l’intento di Stefania e chi, tra loro, avesse vinto la scommessa. Qualcuno è intervenuto all’improvviso, interrompendo il dialogo, per affermare che anche questa volta avevano perso, perché Filippo ha davvero bisogno di mille persone, ma forse anche di più, per camminare. La rivelazione è stata una nuova scoperta, che ha molto colpito i bambini che non mi sono apparsi particolarmente turbati dalla seconda sconfitta consecutiva.
Stefania, guidando la conversazione, ha aiutato i bambini a riflettere sul tema dell’aiuto, sul fatto che nessuno possa considerarsi pienamente autonomo poiché tutti, anche i normodotati, coloro che non presentano deficit oggettivi e sembrano autosufficienti, hanno invece bisogno della presenza e dell’aiuto di molte persone. In questa occasione, Stefania ha commentato insieme ai bambini l’ultima frase che avevano riportato nel cartellone “Stefania è uguale o diversa?” nel quale avevano scritto, nella colonna relativa alle diversità “ha bisogno di aiuto per fare alcune cose”, chiedendo loro di valutare questa affermazione dopo la scommessa. Molti hanno considerato che non era esatta, poiché Stefania aveva appena dimostrato come il bisogno degli altri sia una caratteristica che accomuna tutti.
Stefania è quindi intervenuta con una precisazione, utile e significativa, osservando che lei ha bisogno come loro di mille persone, più una, quella che spinge la sua carrozzella. La diversità non è così stata cancellata, con un’operazione intellettualmente scorretta, ma ne è stata ridimensionata la valenza; la diversità del disabile è evidente e reale ma il bisogno degli altri è comune a tutti, uomini e donne, adulti e bambini e non deve essere considerato negativamente perché il rapporto e la relazione con le altre persone non può mai svilire chi vi prende parte.
I bambini hanno poi spontaneamente considerato come il bisogno degli altri non sia riducibile solo alla produzione e alla distribuzione di beni materiali ma investa anche la sfera emotiva e affettiva: il bisogno degli altri si sostanzia nella necessità di essere amati, accettati, aiutati, compresi, curati, coccolati. Le considerazioni dei bambini, che nascono dai loro vissuti personali, espresse con un linguaggio semplice e concreto, sono state comunque molto significative; mi ha colpito la loro consapevolezza delle diverse dimensioni della persona e della necessità di gratificare anche quegli aspetti che non sono direttamente collegati alla sopravvivenza materiale della persona ma alla qualità della vita.
L’argomento, proposto dalla scommessa, era stato perfettamente colto dai bambini, grazie alla competenza di Stefania e degli animatori del Progetto che hanno saputo dosare l’aspetto ludico e il momento di riflessione, limitandosi a guidare la discussione e il confronto, senza dare suggerimenti e senza limitarne gli interventi, la spontaneità, l’entusiasmo. La scommessa era stata persa dai bambini, che avevano dimostrato, durante l’intera attività, un’entusiastica partecipazione e un ottimo intuito, giungendo in modo autonomo alla conclusione, prendendo spunto dagli stimoli e dalle indicazione forniti dagli animatori del Progetto.
Stefania ha proposto di chiudere in parità: all’inizio i bambini non avevano indovinato la risposta ma era bastato un suo piccolo aiuto perché giungessero da soli alla conclusione esatta. Li ha così dispensati dal preparare, per il suo ritorno, l’ennesimo scatolone di cibarie, motivando il suo rifiuto con la loro bravura; inizialmente un po’ perplessi, i bambini hanno accettato rivelando, con sguardi incrociati e occhiate furtive, la loro soddisfazione per i complimenti che avevano appena ricevuto.

Biciclettando in tandem

a cura di Serafina Sacchi, educatrice professionale/psicomotricista, coordinatrice del Centro Social Educativo di Lecco

La mamma di Barbara, ragazza autistica, scrive:
Cronaca di un giorno speciale: 26 giugno 2002, ore 9.30 partenza dal CSE (Centro Socio Educativo) di Lecco, destinazione piazza Duomo a Milano.
Oggi si conclude “Biciclettando”, il percorso a tappe Lecco-Milano intrapreso da un gruppo di ragazzi, volontari ed educatori del CSE di Lecco.
Sono sul pulmino, con altri genitori, per seguire e poi accogliere al traguardo i nostri “super atleti”.
Si respira un’aria di eccitazione, entusiasmo e condivisione per questo evento.
Come gli altri genitori, ho vissuto questa esperienza, in via indiretta, attraverso i racconti e le immagini proposte dagli educatori, ora sono seduta comodamente sul pulmino per seguire l’ultima tappa.
Per un attimo il mio pensiero va indietro negli anni… Barbara frequenta il Centro ormai da alcuni anni, quando fu inserita in questo servizio accettava di salire sulla “bicicletta speciale” (tre ruote grandi), faceva alcune pedalate, poi scendeva e si allontanava.
Questo inizio al CSE è stato potenziato; dapprima ha imparato a restare sulla bicicletta e a pedalare accompagnata sul tandem da un educatore, poi si è ripresa la bicicletta speciale e in autonomia ha iniziato a girare, sempre più a lungo, attorno alla struttura, schivando ostacoli, macchine, ecc.
Quando la sua educatrice di riferimento mi informava dei suoi progressi ero sbalordita e incredula. Un giorno mi recai al CSE per verificare quanto mi era stato riferito: ebbene, sì! Barbara da sola girava attorno al servizio in bicicletta!
Oggi sono ancora più stupita ed emozionata, sì  è vero lei è lì che pedala per 5-8 Km senza dare segni di impazienza o di intolleranza. Solo quando il percorso diventa più faticoso, perché in lieve salita, lei toglie i piedi dai pedali (la solita lazzarona!) ma, sollecitata dal suo accompagnatore riprende a faticare!
Siamo in piazza Duomo, che si erge maestoso dietro di noi, siamo pronti ad accoglierli, applaudirli, lodarli, a incitarli per l’ultimo sforzo; siamo tutti muniti di telecamere e macchine fotografiche.
Eccoli, arrivano al traguardo, “ce l’hanno fatta!”; sì i ragazzi, gli educatori, tutti.
Ho un nodo alla gola, gli occhi mi si velano di lacrime.
L’emozione è davvero grande, corro a complimentarmi con tutti. Baci e abbracci, soprattutto a lei, la mia campionessa… È qui che mi avvolge, che si scioglie in un caloroso e grande abbraccio. Per un attimo colgo un sorriso di soddisfazione sul suo volto.
Spero che questa esperienza possa aiutare a diffondere l’attività sportiva tra i ragazzi con disabilità anche gravi; lo sport può contribuire ad avvicinare normali e disabili, ad abbattere barriere che non sono solo architettoniche, ma soprattutto mentali.
Il mio ultimo pensiero va a questo fantastico gruppo di operatori, pieno di risorse umane, guidati da una coordinatrice carica di entusiasmo che si lascia coinvolgere e non si ferma davanti a inevitabili ostacoli.
Esprimo a loro un affetto profondo e tanta, tanta gratitudine.

Mi sembra che nel suo scritto la mamma di Barbara abbia ben colto alcuni “ingredienti” che hanno permesso l’avvio e l’evoluzione di questa avventura. Avventura che si è snodata, non solo sulle piste ciclabili del territorio lecchese, ma anche dentro a percorsi di pensiero, processi di lavoro dell’équipe del Centro Socio Educativo, arrivando a risultati del tutto inaspettati o, meglio, non tanto pre-pensati quanto via via conseguiti all’interno di un progetto sempre più articolato, complesso.
Nella vita del CSE di Lecco questa non è l’unica “avventura educativa” che ha avuto tale evoluzione; forse è l’esito ineludibile di un modo di pensare, progettare e realizzare il proprio compito lavorativo. Essa comporta:
– l’idea che gli educatori non abbiano solo il compito di realizzare percorsi pensati da altri, ma che siano, in quanto membri dell’équipe, autori/attori di ogni progetto;
– l’attitudine di ognuno di tollerare l’ansia del non noto, del non definibile a priori, lasciando spazio a ciò che accade, nella consapevolezza che ciò che accade, in positivo e in negativo, in termini di soddisfazione o di frustrazione, è legato alla presenza degli altri (disabili, famiglie, Enti…) che hanno tempi, ritmi, desideri, progetti che appartengono a loro. È la dimensione concreta dell’ascolto che aiuta anche a pensare al disabile e alla sua famiglia come soggetti e non oggetti dell’intervento;
– la capacità del Servizio di non pensarsi da solo, ma di saper/poter strutturare forme di collaborazione e di dipendenza reciproca fra organizzazioni diverse per realizzare il proprio mandato. In particolare l’Ente gestore, il Centro Servizi Formativi del Comune di Lecco e la Cooperativa La Vecchia Quercia a cui il servizio è affidato in appalto.
Il disabile, soprattutto se grave, difficilmente esprime a parole ciò che prova, desidera, spesso non esiste nemmeno la possibilità di linguaggio verbale, ma agisce dei comportamenti, esprime i suoi sentimenti, desideri, scelte, con atteggiamenti, posture, sguardi… vicinanze o lontananze… diventa compito di chi si affianca a loro all’interno di relazioni di cura, aiuto, educazione, il coglierli, dare significato, rispondere.
Anche alcuni educatori avevano notato l’avvicinarsi di Barbara alla bicicletta, il suo toccarla per alcuni attimi, lei che non ama toccare il mondo con le mani, così come molti avevano colto, e utilizzato per entrare in relazione, la possibilità di creare e vivere delle sintonie di movimento entrando in quel suo modo particolare di “danzare” i corridoi, gli ambienti del servizio, ma soprattutto gli spazi aperti.
Questi dati grezzi sono diventati “progetto bicicletta” nel momento in cui gli si è dato un senso in équipe, si è collegata questa immagine agli obiettivi pensati per la ragazza e alla ipotesi che la bicicletta potesse essere un mezzo per migliorare gli aspetti motori, l’equilibrio, l’attenzione, uno strumento possibile di relazione.
Altri disabili usavano già le biciclette speciali attorno al Centro, tutti quelli che avevano manifestato capacità minimamente adeguate, interesse, soddisfazione nel pedalare se pur con esiti e livelli diversi, alcuni con vero piacere, alcuni con la necessità continua di essere spronati.
Si è deciso di investire su questo iniziale “andare verso” con l’idea di provare, c’è voluto del tempo, i suoi tempi, e della fatica reciproca resa tollerabile dalla soddisfazione.
Gli educatori si sono assunti il compito di rendere possibile l’esperienza, di creare le condizioni più adeguate, sostenendo e accompagnando, mettendosi in gioco con le proprie abilità e piacere, cercando di essere realistici, senza richiedere prestazioni fallimentari fin dall’inizio, pensando all’autonomia non come “devi farcela da solo”, ma come una sorta di dipendenza funzionale “tu puoi farcela se io ti aiuto per quel tanto che ti serve”.
Barbara, Giancarlo, Cristina, Alessandra, Ileana e altri diventavano sempre più abili con le biciclette, più instancabili.
Paolo, l’educatore che più di tutti ha messo in gioco la sua passione per la bicicletta in questa sfida, dice: “Usare le biciclette attorno al Centro è stato importante, poi ci siamo accorti che continuando a girare nello stesso posto non riuscivamo più, noi educatori, a trasmettere entusiasmo, contentezza; anche i ragazzi erano pronti per qualche cosa di più. Poi che senso aveva aver dato abilità se poi non li si metteva in condizioni di usarla come possibilità di muoversi per il territorio, allargare lo sguardo, lo spazio, interagire con opportunità e relazioni diverse?”.
Già molte attività e percorsi configuravano il CSE come spazio relazionale circoscritto, privilegiato e stabile in cui poter tessere relazioni di una certa profondità, acquistare abilità da cui poi partire per poter fare altre esperienze, viaggi, vivere altre avventure e a cui tornare per parlare dell’esperienza fatta. Per concretizzare il desiderio di uscire con le biciclette, restituendo vitalità, normalità e piacere alla vita dei disabili, occorreva però coniugare possibilità e sicurezza tenendo conto di tutti gli ostacoli, i pericoli che affrontare strade e luoghi pubblici avrebbe comportato.
Per Gloria, una educatrice, “Non bisogna fermarsi di fronte alle prime difficoltà, ma cercare risorse che sono infinite; a volte le cose che sembrano difficili, insormontabili, vanno solo riguardate dall’angolatura giusta”.
Altri ricordano che “Spesso occorre assumersi un rischio calcolato per uscire dalla ripetitività, dall’immobilità”.
Nelle discussioni di équipe le risposte a queste preoccupazioni sono sembrate:
– il tandem lo strumento più adeguato per tutelare e sostenere il ragazzo disabile: “Insieme si pedala meglio”, si uniscono le forze, ma soprattutto l’educatore (o il volontario) si assume la responsabilità, garantendo la sicurezza e il controllo indispensabili;
– le piste ciclabili, raggiungibili con il pulmino, l’ambito più protetto e sicuro.
Così si è partiti. L’iniziativa, via via che veniva documentata, raccontata e conosciuta, ha suscitato curiosità, interesse e ha concretamente veicolato un’immagine del disabile più positiva, vitale, più vicina alla normalità.
Racconta Elena, educatrice: “Quando giriamo con i tandem il gruppo è allegro, si scambiano battute, si canta, ci si sfida… La gente ci guarda, sorride, le mamme ci indicano ai bambini e dicono ‘guarda che bello i tandem’. Della disabilità si accorgono dopo e questo li spinge a dire ‘forza, bravi’… È diverso da quando siamo in giro a piedi in gruppo”.
Anche l’immagine del servizio e del lavoro con i soggetti disabili è cambiata, ne sono conseguite apertura al territorio e risorse diverse.
Dopo aver conosciuto l’iniziativa, infatti, molti ciclisti delle società sportive lecchesi si sono offerti volontari per accompagnare i ragazzi nell’attività guidando il tandem: fanno i turni una mattina la settimana perché sono tanti, alcuni di loro hanno detto: “Non avrei mai pensato di fare del volontariato con le persone disabili, non avrei saputo cosa fare, mi sarei sentito in imbarazzo… Così mi diverto!”.
Aggiunge Gloria: “Si sono create delle coppie incredibili! Si creano delle simpatie, delle alleanze inattese tra ragazzo e volontario e i ragazzi mostrano dei volti inaspettati, più adeguati, più freschi e spontanei, basta guardare Alessandra ed Egidio”.
Tatiana, l’educatrice che ha pedalato per tutto il percorso da Lecco a Milano, dice: “Pedalando con i ragazzi non è stato difficile cogliere che, come tutti, essi traggono soddisfazione e benessere dallo sport, godono nell’ammirare paesaggi diversi, nel raggiungere mete che richiedono impegno e fatica”.
Percorrere luoghi diversi, conoscerli e riconoscerli, vivere relazioni diversificate e stimolanti ha sicuramente aumentato le capacità di scambio e di relazione di questi ragazzi disabili.
Le competenze sociali evolvono e diventano patrimonio della persona tanto più questa entra in relazione con gli altri, viene a contatto con situazioni diversificate, vive occasioni di incontro e di scambio.
La mamma di Giancarlo scrive: “Questa attività giova molto a Giancarlo, si muove di più, gli piace e lo rende felice. A casa racconta dove è andato”; ed effettivamente anche gli educatori che in altre proposte lo vedono più passivo, assente, notano la sua capacità di cogliere le caratteristiche del percorso, di ricordare i nomi delle località che attraversa in bicicletta.
Paolo ha scelto di partecipare all’attività di cicloturismo vedendo i suoi compagni che uscivano con le biciclette e ascoltando i racconti delle loro imprese; dicono i genitori: “Questa attività lo aiuta a mettere alla prova la sua capacità fisica e mentale, vivendo emozioni ed esperienze nuove, nel conoscere e scoprire cose a lui sconosciute girando nei vari percorsi, felice al ritorno di raccontare le sue emozioni”.
Cristina, con i suoi commenti e le sue battute ha rivelato, grazie alla bicicletta, una energia inaspettata,  un lato molto piacevole, umoristico del suo carattere, una vera star di tutte le riprese video.
Anche dentro al Servizio lo scambio fra operatori è stato più ricco e vivace. Molte sono state le iniziative che a cascata hanno coinvolto tutti.
Dal progetto per l’acquisto di un pulmino e dei tandem, all’organizzazione di laboratori per la documentazione, per la produzione di magliette.
Alcuni progetti hanno richiesto la stretta collaborazione della Cooperativa che gestisce il Centro e delle famiglie.
I genitori hanno potuto essere coinvolti in modo attivo e propositivo nella vita del servizio.
L’organizzazione e la realizzazione del progetto “Biciclettando da Lecco a Milano in tandem” hanno creato un clima di partecipazione e aspettativa che ha coinvolto e stimolato educatori, ragazzi e famiglie. Le abilità di tutti sono state messe in gioco e tutti, alla fine, si sono sentiti più ricchi.
Le famiglie ci hanno raccontato spesso la loro soddisfazione per i risultati raggiunti con questa attività e per i riconoscimenti pubblici che i ragazzi hanno ricevuto; non si sono certo risolti i loro problemi ma vi è stata una possibilità per ogni ragazzo e per la famiglia di bilanciare rinunce, sofferenze e gioia, soddisfazione.
Questo aspetto ha interrogato l’équipe sulla necessità di restituire ai genitori, attraverso immagini confezionate con cura, i percorsi e i risultati dei figli, aumentando la visibilità delle potenzialità in gioco e del benessere.
Anche la pubblicazione della guida è stato un altro traguardo importante. Per trasformare il diario di una avventura in uno strumento utile a quanti – persone, famiglie, servizi – volessero ripercorrere le tappe, sono stati  necessari sia un lavoro di riflessione e di sintesi su quanto realizzato, sia la fiducia e l’impegno dei responsabili del Centro Servizi Formativi del Comune di Lecco di cui il Centro Socio Educativo fa parte.
Il riconoscersi parte di una rete rende possibile l’amplificarsi delle risorse e quindi anche delle proposte.
L’ipotesi di stampare la guida si è così concretizzata attraverso un progetto che ha coinvolto altri ragazzi disabili che lavorano presso il Centro Artimedia.
Per l’Assessore e il Responsabile del Centro Servizi Formativi l’iniziativa assume anche il significato culturale di un’esperienza di un gruppo di disabili che si fa servizio per la collettività, uno strumento a disposizione di tutti che origina dal protagonismo e dall’inventiva dei servizi per disabili. È un segnale che indica l’attenzione del territorio nella costruzione di un sistema di offerta che mette al centro la persona chiedendo alle strutture e alle organizzazioni un costante riadattamento. “Una cura a tessere costantemente la rete dei rapporti, a far interagire le risorse, le competenze, le esperienze, per rispondere nel modo migliore alle esigenze dei soggetti, per offrire opportunità compiute, per segnare una presenza diffusa di attenzione e sensibilità che aiuta a fare della disabilità non un problema da affrontare ma un’esperienza del quotidiano”.  La rete dei servizi dunque come risorsa, così come la rete dei rapporti con l’esterno. L’investimento si orienta verso collaborazioni pensate e progettate tra servizi in primo luogo, che consentono di “vedere” e quindi concretizzare nuovi percorsi e possibilità, di ampliare l’orizzonte relazionale e di incontro tra operatori ma soprattutto tra gli stessi soggetti disabili, permettendo di uscire dal microcosmo del Centro di riferimento e incontrare nuovi amici, nuove persone con cui condividere esperienze e occasioni. Così l’esperienza del cicloturismo, come altre in precedenza (escursioni, sci, giochi sportivi, teatro…) va allargandosi e coinvolgendo altri CSE, il Laboratorio Artimedia, altri servizi, permettendo di organizzare aggregazioni per interesse e non più solo per appartenenze.
L’attività di cicloturismo continua infatti al CSE come possibilità settimanale offerta a sei utenti del Centro e come opportunità di una vacanza all’anno in località che offrano percorsi, piste ciclabili.
La Cooperativa La Vecchia Quercia che gestisce operativamente il CSE di Lecco e altri servizi nell’area della disabilità e del disagio psichico, ritiene che questa attività sia stata una grossa scoperta e che si inscriva fra quelle attività trasferibili in altri contesti e con altri soggetti.
L’esperienza fatta, le riflessioni che l’hanno accompagnata e supportata devono essere rimesse in circolo: “Stiamo lavorando, come Consorzio di Cooperative, anche alla possibilità di permettere di fruire di questa proposta a famiglie con figli con disabilità, ad associazioni di volontariato e ad altri CSE, mettendo a disposizione dei tandem e facilitando la conoscenza dei percorsi ciclabili che il nostro territorio offre”, dice Gabriella Pellizzari, Responsabile Area disabilità Cooperativa La Vecchia Quercia.

Gli educatori del servizio: Bonaiti Ingrid, Mesiano Tatiana, Farina Lucio, Fusè Elena, Invernizzi Lorena, Mosca Monica, Perego Roberto, Ponzoni Gloria, Pozzari Sabrina, Redaelli Monica, Tagliaferri Denise, Valsecchi Paolo.
Responsabile Centro servizi formativi del Comune di Lecco: Ruggero Plebani.
Per ulteriori  informazioni: Centro Socio Educativo, via Tagliamento 5, Lecco, tel. 0341/25.18.64.
Copie della guida Biciclettando da Lecco a Milano in tandem. Proposta cicloturistica tra storia, arte e natura lungo l’Adda e  i Navigli possono essere richieste a:
Centro Servizi Formativi – Comune di Lecco, via Grandi 28/a, tel. 0341/36.20.51, fax. 0341/28.60.39, e-mail: centroserviziformativi@comune.lecco.it.

Mamma Rossana racconta……

a cura della Redazione

E’ morta Rosanna, la mamma di Claudio Imprudente. Da tempo era gravemente malata e fino all’ultimo è stata amorevolmente assistita presso la Comunità “Maranà-tha”. Vogliamo ricordarla con questa intervista che è stata pubblicata nell’ultimo libro di Claudio, “Una vita imprudente” (Trento, Erickson, 2003). Ne approfittiamo anche per ringraziare tutti coloro che sono stati vicini a Claudio, alla sua famiglia e alla Comunità.
Ho pensato di farvi raccontare i miei primi anni da qualcuno che direi mi conosce bene, una persona a caso: la mia mamma. Un amico insegnante, Riziero Zucchi, le ha rivolto qualche anno fa delle domande per capire meglio il punto di vista dei genitori di figli “diversabili”, le modalità attraverso le quali si rapportano all’esperienza scolastica dei figli e, in generale, alla loro crescita.

Riziero: Vorrei chiederLe di raccontarci l’esperienza scolastica di Claudio, a partire dalle sue fasi iniziali.
Rosanna: Ha avuto un’esperienza meravigliosa in una scuola speciale riservata esclusivamente a soggetti spastici. Le scuole speciali erano una rovina, è vero, perché non davano risposte adeguate a diverse esigenze: c’era il disabile fisico, c’era il disabile mentale, c’era il soggetto iperattivo e il povero ragazzo in carrozzella era il più abbandonato perché bisognava stare dietro a quello che correva fuori. Invece lì erano tutti nelle stesse condizioni, più o meno gravi, ma nelle stesse condizioni. Avevano una maestra unica tutto il giorno, terapisti, logopedisti, insomma avevano tutto. Gli hanno persino insegnato a usare il denaro, attraverso un mercatino che era organizzato nella scuola con periodicità quindicinale. I bambini dovevano andarci con un po’ di  soldi e potevano comprarsi qualche cosa. Un giorno andai a prendere Claudio e c’era una bambina spastica che piangeva perché, essendosi dimenticata i soldi, non poteva comperare niente. Io volevo darle dei soldi e stavo per farlo quando l’assistente sociale mi trattenne dicendo: “No signora, perché così non impara a essere responsabile: si è dimenticata di chiedere i soldi alla mamma ma vedrà che la prossima volta non mancherà di ricordarsene”. Quindi una scuola che l’ha preparato davvero molto bene. Quando è passato alle medie aveva un corredo culturale molto buono; purtroppo ha avuto la sfortuna, tra virgolette, di incontrare tre ragazzi, proprio delle pesti, che però si erano attaccati a lui e lo portavano fuori, lo tiravano fuori dalla classe.
Riziero: Noi abbiamo notato che i bambini, quelli definiti più cattivi, alla fine sono quelli più attaccati e bravi.
Rosanna: Io in classe ho avuto un ragazzo spastico e nel banco vicino a lui ci è andato un altro ragazzino che stava ripetendo la prima media perché non aveva nessuna voglia di studiare, non stava mai attento. Vicino al ragazzo disabile ne è diventato il paladino, e stava molto più attento. Una volta che ho sgridato Fabrizio perché rideva, lui mi ha apostrofato: “Signora, perché lo sgrida?”. E io: “Perché lui è un alunno di questa classe e deve stare attento come stai attento tu!”. Il ragazzo poi è venuto a dirmi: “Signora, grazie!”.
Riziero: Claudio alle medie ha trovato questi amici, dicevamo…
Rosanna: Ha perso un po’ la voglia di studiare, c’era poi anche il fatto che da studiare ce n’era molto alle medie e lui tutti i pomeriggi doveva andare a fare terapia e per fare terapia venti minuti doveva stare via almeno tre ore, perché il pulmino lo veniva a prendere, lo portava e lo riportava a casa.
Poi al liceo non si è trovato bene: i professori, timorosi di rapportarsi a lui, non lo interrogavano, e quindi, concluso il terzo anno, quando aveva già iniziato a studiare filosofia in cui andava molto bene e il professore era entusiasta, io gli ho detto: “Claudio, o cambiamo liceo e andiamo da un’altra parte oppure te ne stai a casa”. Lui ha scelto di stare a casa, ha cominciato a leggere.
Riziero: Da tempo lavoriamo con i genitori perché pensiamo che il futuro sia una valorizzazione della consapevolezza e della scienza dei genitori. Io lavoro nella scuola e vedo che la scuola disprezza i genitori. Noi pensiamo che i genitori dei ragazzi disabili debbano essere necessariamente dei genitori speciali. Mi interessava innanzitutto il Suo parere su questo e sul percorso effettuatocon Claudio; ma soprattutto i fattori importanti per cui Claudio è diventato quello che è.
Rosanna: I genitori di figli disabili devono principalmente considerare i loro figli normali, questo  significa non porre la differenza: “Lui non può fare questo, non può fare quest’altro…”. Io, se necessario, in passato ho sgridato Claudio e continuo a sgridarlo tuttora. Per me lui è normale, ma lo è sempre stato, così è per me e lo era anche per mio marito. Quindi è stato sgridato quando occorreva. Poi bisogna pensare che gli altri bambini si lasciano andare fuori a giocare: anche loro devono stare fuori insieme agli altri. Capiterà che si sporchino, si facciano male, si graffino ma succede anche a tutti gli altri bambini. Quindi bisogna dar loro fiducia e non tenerli chiusi in casa, perché altrimenti non crescono, restano degli eterni bambini.
Riziero: Lei prima mi diceva della crescita di Claudio, e della necessità di una continua sollecitazione…
Rosanna: Continua, continua. Leggergli, parlargli continuamente, metterlo di fronte alle sue responsabilità. Quando cominciava già a scrivere i numeri, io e mio marito avevamo preso l’abitudine alla sera di giocare a carte per passare un po’ il tempo. Noi giocavamo e Claudio stava vicino a noi, così  scriveva i numeri e teneva i conti sul tavolo di marmo. Faceva il segnapunti; naturalmente ci voleva più tempo, ma noi aspettavamo, senza brontolare, e lui ha imparato a fare questo. Il tavolo dopo era da pulire, è vero, però anche se i bambini giocano per terra dopo occorre pulire, lui giocava sul tavolo… Bisogna principalmente dare fiducia. Si soffre tantissimo, perché lasciarlo andare fuori con un amico la prima volta è molto faticoso, poiché non si sa quello che succederà… Ma tenerlo in casa è peggio: lo si rovina. Un giorno ricevetti una telefonata: Claudio era uscito con un suo amico e si erano “inzuccati”; quando ritornarono a casa non dissi niente perché temevo che il ragazzo che guidava potesse prendere una sgridata dal padre. Ma internamente lo so io quello che ho provato! Non è successo niente di particolarmente grave, perché erano stati tamponati da una macchina; però lui si era rotto il naso. Però non credo che questo…insomma voglio dire che è più facile tenerselo in casa, è sicuramente più facile!
Riziero: Secondo Lei che cosa trattiene le mamme dei bimbi disabili dal dare fiducia?
Rosanna: Innanzitutto occorre precisare che le madri si sentono peccatrici, cioè si sentono addosso la colpa di aver procurato l’handicap al figlio.
Riziero: Ma chi glielo procura questo senso di colpa?
Rosanna: La gente, perché dice: “Come sei stata disgraziata, sfortunata”. Quindi la gente ha una grande responsabilità al riguardo. E poi, non saprei…
Riziero: Io ho un sospetto: che a volte ci siano molti medici che hanno questo atteggiamento nei confronti della disabilità, cioè formulano delle diagnosi che sono delle pietre tombali: “Signora, Suo figlio non ce la farà mai!”.
Rosanna: A me è capitato questo: il bambino era molto sveglio e, quindi, anche la dottoressa che l’aveva assistito la prima notte in cui aveva avuto delle crisi fortissime non mi disse che cosa pensava. Mi ricordo che Claudio nacque in marzo e verso Natale la dottoressa, il cui marito lavorava anch’egli all’ospedale come medico, mi disse: “Signora, venga che facciamo vedere il bambino anche a mio marito”; il marito le disse: “Guarda, quello che ti posso dire è che questo ragazzo è molto presente”. Ancora però non si era riusciti a capire cosa fosse necessario fare, anche perché non ci avevano spiegato ciò che era accaduto esattamente. Non pensavo che potesse essere affetto da tetraparesi spastica perché, essendo piccolo, non si reggeva ancora in piedi e quindi era naturale che non stesse diritto. Poi capimmo che c’era qualcosa  che non andava e decidemmo di andare da uno da uno specialista. Questo, duramente, mi fece i complimenti dicendomi: “Signora, Lei ha capito subito che Suo figlio non è normale… proprio ieri sera ho visto un documentario della Carlo Erba relativo a un istituto che hanno aperto a Firenze. Ecco, Le consiglio di portarlo in un istituto”. Io andai a vedere questo istituto, parlai con il direttore che mi consigliò di trasferirmi a Firenze e mi disse: “Si prenda una cameretta, così io faccio fare terapia a Suo figlio”. Io pensai che sarebbe stato un danno enorme portarlo via dalla sua casa, dal padre… io fuori di casa e tutto il resto. Nel mio caso sono contenta di non averlo fatto.
Riziero: Le volevo chiedere, signora, in che modo Claudio L’abbia fatta crescere come persona.
Rosanna: Dunque, io sono sempre vissuta in mezzo ai ragazzi, per il mio lavoro di insegnante. Quando ho capito cosa aveva Claudio, lui aveva già più di un anno e io mi sono sentita molto responsabile nei confronti dei miei alunni. Potrà sembrare strano, ma io mettevo prima loro e poi Claudio: quando ero con loro dovevo pensare solo al lavoro, non a mio figlio. Questo pensiero mi ha aiutata, mi ha dato maggior forza per impegnarmi nel mio mestiere con coraggio….

XXI secolo: fine delle scuole differenziali? Le tendenze in Europa

di Massimiliano Rubbi

Al di là di una certa vulgata secondo cui l’Europa sarebbe l’identità nascosta cui italiani, portoghesi e lituani in fondo non possono non aderire allo stesso modo, il processo di integrazione europea presuppone che i diversi Stati partano da posizioni nettamente diverse – nessun cittadino dell’Unione accetterebbe di finanziare un meccanismo burocratico così imponente per uno sforzo così limitato. Questa premessa si applica anche alla disabilità, ed è indispensabile per comprendere il punto su cui le politiche per le persone disabili dei diversi Paesi membri rispecchiano la massima eterogeneità: l’educazione scolastica.
L’Agenzia Europea per lo Sviluppo nell’Educazione per Bisogni Speciali è un organismo indipendente, seppure finanziato dai Ministeri dell’Istruzione dei paesi membri; il suo sito Internet www.european-agency.org è una vera e propria miniera d’informazioni sull’istruzione comparata delle persone con disabilità. Nel gennaio 2003, in collaborazione con Eurydice (la rete informativa della Commissione Europea che dal 1980 elabora dati comparativi sull’educazione), l’Agenzia ha prodotto una sintetica e chiara pubblicazione sull’educazione per bisogni speciali, in cui la situazione europea viene ridotta a tre modelli fondamentali:

  • Unidirezionale: integrazione di tutti gli alunni nel sistema scolastico ordinario;
  • Bidirezionale: sistema educativo differenziato (con proprie scuole e classi) per alunni disabili;
  • Multidirezionale: presenza di più approcci (scuole speciali, ma anche integrazione scolastica in classi comuni).

L’approccio bidirezionale, che è poi quello da cui si è partiti in negativo per proporre l’integrazione scolastica in Italia negli anni ‘70, viene oggi adottato solo da Svizzera e Belgio. Tuttavia, all’estremo opposto della totale integrazione, l’Italia si ritrova nella ristretta e alquanto eterogenea compagnia di Spagna, Portogallo, Grecia, Svezia, Norvegia, Islanda e Cipro (certo, non siamo più soli come scriveva nel 1998 Lucia De Anna in Pedagogia speciale, né affiancati esclusivamente da Spagna e Portogallo come notato da Salvatore Nocera in “L’integrazione italiana e gli orientamenti UE”, articolo pubblicato nell’aprile 2001 su Le leggi dell’integrazione scolastica e sociale). La maggior parte degli Stati europei sembra dunque orientata a un sistema misto, in cui alcuni bambini con disabilità vengono instradati verso un’educazione differenziale, mentre altri frequentano le stesse classi dei compagni normodotati, sulla base di valutazioni da parte degli operatori socio-sanitari ma anche (non sempre) della scelta dei genitori.
Vale la pena di chiedersi da cosa derivi questo orientamento mediano dominante in Europa. Semplicemente un momento di passaggio verso una tendenza all’integrazione totale in tutta Europa, come forse da una prospettiva italiana si sarebbe propensi a credere? Oppure un orientamento ben preciso, secondo cui non per tutti i bambini con disabilità l’inserimento in classi ordinarie è la scelta educativa migliore? O ancora, l’espressione di un dibattito pedagogico tutt’altro che chiuso tra “integrazionisti” e sostenitori degli istituti o delle classi speciali?

Una integrazione (quasi) inesorabile
La prima impressione che si ricava, esaminando i documenti prodotti dalle diverse autorità nazionali sul tema dell’educazione dei bambini con disabilità, è che non vi sia chi non è a favore dell’integrazione. È di fatto impossibile trovare pedagogisti o amministratori che sostengano programmaticamente una formazione con obiettivi limitati a priori e pertanto più facilmente raggiungibili – il che era un po’ il leit-motiv ideologico dell’educazione in scuole speciali per come in Italia le si è conosciute (e combattute). Lo scopo dell’educazione speciale è insomma, per tutti, portare le persone con disabilità a essere cittadini pienamente integrati nella società.
La parola chiave è dunque “integrazione”, ma ciò non esime da un dibattito su come ottenerla. Nei termini in cui la questione è stata posta in Germania, si distinguono sostenitori della “integrazione come mezzo e fine” e della “integrazione come fine”. I primi ritengono che un rapporto paritario tra disabili e normodotati non possa che partire dall’età scolare, e pertanto considerano l’integrazione scolastica come primo passo dell’integrazione sociale tout court. I secondi, al contrario, sostengono che l’obiettivo dell’integrazione professionale e sociale delle persone disabili adulte sia meglio servito da una formazione scolastica separata, che consenta di valorizzare il più possibile le abilità residue e di plasmare competenze tali da permettere un agevole, o comunque meno problematico, successivo inserimento lavorativo e sociale. Non sarebbe però corretto individuare in questi ultimi dei semplici “segregazionisti mascherati”: almeno in teoria, l’inserimento in classi comuni può avvenire in qualunque momento della carriera scolastica, se le capacità nel frattempo maturate vengono ritenute idonee a questo passaggio.
In diversi Stati europei è in atto un processo ben riconoscibile, per cui gli alunni con disabilità vengono sempre più inseriti in classi e scuole ordinarie, mentre le ex-scuole speciali si riconvertono in centri di risorse a favore degli insegnanti di sostegno cui viene demandata l’integrazione. Un esempio precoce e radicale di questo processo è costituito dalla Norvegia, dove nel 1991/92, delle 40 scuole speciali esistenti, metà sono state chiuse e le rimanenti 20 sono divenute centri nazionali di risorse, specializzati per tipologie di deficit; a partire dal 1999, poi, si è avviata una progressiva decentralizzazione delle risorse, togliendo finanziamenti a questi centri nazionali a favore dei 285 servizi educativo-psicologici su base municipale. Un mutamento analogo, ma verso un sistema più articolato, è in corso nei Paesi Bassi: qui le scuole speciali, dopo un periodo di transizione concluso solo nel 2002, sono state ricomprese in “centri di competenza” regionali, che hanno il compito di valutare le singole situazioni e optare, d’accordo con i genitori, per un’educazione differenziale oppure in classi ordinarie. Viene comunque prevista, ed è sempre più frequentemente utilizzata, la figura dell’“insegnante ospite” per agevolare gli alunni che intendessero passare da una scuola speciale a una normale, come supporto tanto per il bambino quanto per l’insegnante “generico” che lo accoglie in classe.
È insomma innegabile che le istituzioni scolastiche di quasi tutta Europa manifestino una forte tendenza verso l’integrazione, rispondendo in ciò a un’esigenza socialmente diffusa. La Dichiarazione di Atene, sottoscritta nel maggio 2003 dall’European Disability Forum e dallo Youth Forum che rappresenta i giovani a livello europeo, è molto esplicita al riguardo: “[richiediamo] che si lavori per l’eliminazione dell’educazione segregata e delle scuole speciali, e per sostenere l’inclusione dell’educazione speciale nei sistemi educativi generali”.

Pari opportunità negate o eluse
Il dibattito sull’integrazione è attivo anche in Belgio, uno dei pochissimi Paesi che pure predilige ancora un sistema separato di educazione dei disabili. Come sottolinea uno dei referenti nazionali per i bisogni educativi speciali nella parte fiamminga, Theo Mardulier, le organizzazioni di genitori spingono con forza verso l’inserimento dei propri figli con disabilità in classi comuni. Il punto è che “i meccanismi di finanziamento per il sostegno sono ancora focalizzati sulle scuole speciali. In altri termini, quando i genitori decidono di inserire il loro figlio in una scuola comune, è disponibile un sostegno nullo o minore rispetto a quello disponibile quando optano per una scuola speciale. La scelta non è alla pari”.
Anche laddove l’opzione a favore di un’educazione inclusiva appare definitivamente accettata, un forte freno alla sua realizzazione concreta è costituito dall’esistenza stessa delle scuole speciali. Infatti, non va dimenticato che in quasi tutti i Paesi l’educazione di tutti i bambini e ragazzi con bisogni speciali si è retta per decenni su strutture separate, le quali oggi si trovano in una situazione quanto meno difficile: venendo convertite da scuole speciali a centri risorse per le scuole ordinarie, si trovano a lavorare per l’obiettivo della piena integrazione, che però, una volta raggiunto, ne segnerebbe la fine come strutture autonome. Non giungono pertanto inattese, negli Stati dove il sistema di scuole speciali era relativamente vasto, le pressioni a favore del mantenimento di sistemi di educazione separata, se non altro per una minoranza di “gravissimi”.
Queste pressioni trovano una sponda meno prevedibile nelle stesse scuole ordinarie, per le quali è spesso un’abitudine radicata, e sicuramente una scelta di comodo, poter scaricare i casi più problematici su altre agenzie educative. Un atteggiamento di esclusione si rivela ancor più probabile in un quadro amministrativo (dominante) di autonomia, che porta ogni scuola a essere valutata in base ai risultati prodotti. Un esempio: in Gran Bretagna il sistema delle valutazioni periodiche degli alunni, introdotto con l’Education Reform Act del 1988, è la base per calcolare gli indicatori di qualità di ogni scuola, che incidono sulla loro attrattività per nuovi alunni e quindi sui finanziamenti a esse destinati (proporzionati agli iscritti). Ciò ha fatto sì che molte scuole britanniche, secondo quanto rilevato negli anni ‘90 dagli studiosi Klaus Wedell e Ingrid Lunt, vivano una forte tensione tra opportunità di essere “inclusive” e necessità di non abbassare la propria competitività – con il concreto rischio di esclusione per alunni con disabilità, non direttamente (una legge del 2002 lo proibisce), ma adducendo problemi e ostacoli per indurre i genitori a rinunciare. Del resto, se la qualità viene misurata solo in termini di risultati e non di processi (benché questo complichi di molto le valutazioni), e se il clima entro e tra le scuole è competitivo e non cooperativo, indubbiamente gli alunni con disabilità non possono che risultare, non a caso, un handicap.
La lentezza nell’adottare un modello educativo totalmente inclusivo va insomma interpretata più alla luce di queste tensioni “pratiche” che non in base a un dibattito pedagogico sostanzialmente inesistente. Basti pensare che il lodevole esempio norvegese di “chiusura delle scuole speciali” prima citato è stato attuato dopo alcuni decenni in cui la politica ufficiale era già di inclusione scolastica – senza che ciò impedisse l’esistenza di decine di ambienti educativi differenziali.

Scelta dei genitori, esigenze di bilancio
Migliori prospettive per l’integrazione scolastica potrebbero essere aperte dal processo di decentramento che riguarda, quasi ovunque, i sistemi scolastici. Si è già fatto cenno alla crescente diffusione dell’autonomia scolastica, e va rilevato che la differenziazione dell’offerta educativa può offrire più opportunità, e migliori possibilità di accesso, per l’inserimento in classi comuni. Questo decentramento non manca peraltro di aspetti problematici, e lo si capisce riflettendo sulle realtà in cui esso ricalca una lunga tradizione di federalismo amministrativo. Anne Marie Besse-Caiazza, del Centro Svizzero di Pedagogia Specializzata di Losanna, la mette così: “La Svizzera è composta di 26 cantoni. Il campo dell’educazione rientra nella competenza dei cantoni, cioè non esiste un sistema educativo svizzero, ma 26”. Di conseguenza, in alcune aree (specialmente quelle di lingua italiana e francese) si è sviluppata fortemente l’integrazione scolastica, mentre in altre, che pure hanno formalmente riconosciuto l’importanza di un’educazione inclusiva, la scuola speciale rimane lo standard. Ne discende il rischio di non potersi più appellare a diritti riconosciuti a livello nazionale o internazionale: il Governatore del Veneto o della Calabria potrebbero in un prossimo futuro imporre il ritorno alle scuole differenziali, aggirando la scelta per l’integrazione fatta dall’Italia negli anni ‘70.
Un problema ancor più vivamente discusso, e intrecciato al precedente, è quello della scelta dei genitori. In Germania, in particolare, chi ha un figlio o una figlia con disabilità pare avere un potere limitato nei confronti delle istituzioni scolastiche (o dei centri di risorse, dove esistono) rispetto alla decisione sull’opportunità di un’educazione, con il necessario supporto, in strutture speciali o in scuole ordinarie. Come ammette candidamente lo stesso portale web del Ministero nazionale sulla disabilità “Einmischen Mitmischen”(qualcosa come “Interferire mescolandosi”), creato per l’Anno Europeo 2003, “in alcune normative scolastiche [dei diversi Länder federali] il diritto di scelta dei genitori è certamente previsto – dappertutto è però sotto riserva finanziaria. Vale a dire che il soddisfacimento delle richieste dei genitori per il loro bambino con disabilità dipende dalla dotazione di personale e fondi della scuola. E anche le leggi di equiparazione esistenti e previste per le persone con disabilità sul piano regionale non portano finora un reale diritto di scelta dei genitori”.
La tendenza generale verso l’integrazione scolastica è storicamente mossa nella gran parte dei casi dalla pressione delle associazioni di genitori con bambini disabili, che reclamano migliori possibilità educative; anche se il cambiamento culturale è in buona parte compiuto, persistono forti difficoltà nella prassi. Va però ricordato che le classi e le scuole speciali sono strutture rigide, il cui finanziamento include una rilevante quota fissa di mantenimento indipendente dal numero di alunni iscritti, mentre il sostegno entro le scuole normali è legato al singolo alunno e può essere agevolmente variato in base alle esigenze di bilancio annuali (sul tema “taglio ai posti di sostegno” i genitori italiani hanno una pluriennale esperienza di battaglie, no?). Anche “Einmischen Mitmischen” riporta che, secondo gli studi svolti in Germania a partire dagli anni ‘70, “è dimostrato che l’insegnamento inclusivo si fa realizzare a costo zero, se si presenta il calcolo complessivo di tutti i costi risultanti”. È pertanto legittimo affacciare un’inquietante ipotesi: la tendenza continentale all’integrazione scolastica potrebbe essere un mero esito della ridefinizione (al ribasso) del welfare in atto in tutta l’Unione Europea, appena mitigato dalla considerazione che la segregazione educativa dominante fino agli anni ‘70 era pedagogicamente peggiore.

Continuare a studiare
Ritornare alle scuole differenziali, dunque? Certo che no. È opinione condivisa, negli ambienti pedagogici del nostro Paese, che “dall’integrazione non si torna indietro”. Tuttavia, questa giusta convinzione è più spesso assiomatica che programmatica: l’importanza dell’integrazione non va invece data per scontata, ma affermata e difesa con scelte costanti nel tempo – senza paraocchi. Ad esempio, non si può nascondere che l’educazione delle persone con bisogni speciali ha talvolta deluso nella pratica i genitori, al punto di far loro ritenere, specie nei casi clinicamente più gravi, che sistemi specializzati avrebbero condotto a esiti migliori. Inoltre, la posizione da “pioniere dell’integrazione” che l’Italia ha assunto alcuni decenni fa sembra aver generato un pericoloso appagamento, riconoscibile forse solo oggi: come rilevato da Renzo Vianello, oggi scontiamo “la carenza di ricerche di pedagogia sperimentale e di psicologia dell’educazione aventi per oggetto l’integrazione”.
La strada verso un’armonizzazione europea della pedagogia per le persone disabili non può che passare per la ripresa degli studi a essa relativi. Si tratta comunque di una strada lunga, nonostante le tendenze individuate: Carlotta Besozzi, funzionaria dell’EDF, afferma a proposito della propria organizzazione che “non abbiamo in realtà molte posizioni comuni sull’educazione. Da una parte non abbiamo investito molto sull’argomento visto che non esiste una competenza europea in materia, dall’altra è stato a volte difficile trovare una posizione comune data la diversità delle posizioni dei movimenti dei vari Paesi e dei gruppi di persone disabili”.
Significativamente, la critica di Vianello sopra citata si trova in un articolo il cui sottotitolo è “Se un europeo chiedesse consigli” (“Trent’anni di integrazione”, in Le leggi dell’integrazione scolastica e sociale, giugno 2001). L’atteggiamento da “professori” ha caratterizzato per molti anni la pedagogia italiana nei confronti di quelle degli altri Paesi continentali – il che è magari comprensibile, visto l’ambito. E tuttavia, proprio mentre sembra (con tutte le ombre che si è cercato di descrivere) che questi ultimi abbiano “capito la lezione”, diviene indispensabile un confronto aperto anche all’autocritica per costruire modelli di educazione speciale condivisi.

13. Sitografia su gioco e disabilità

a cura di Marco Zucchi

www.ausilioteca.org
L’ausilioteca di Bologna è un servizio pubblico rivolto a persone che, a causa di un deficit fisico, hanno difficoltà nel comunicare con gli altri, controllare l’ambiente circostante, svolgere un’attività ludica.

www.leonardoausili.com
Propone idee e riflessioni sulle attività di gioco proposte ai bambini con compromissioni motorie.

www.superabile.it
Sono contenuti molti articoli che parlano di gioco e disabilità. Per trovarli basta digitare la parola “gioco” nella sezione “cerca in archivio”.