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autore: Autore: Italo Calvino

12. Il cavaliere inesistente

di Italo Calvino

La notte, per gli eserciti in campo, è regolata come il cielo stellato: i turni di guardia, l’ufficiale di scorta, le pattuglie. Tutto il resto, la perpetua confusione dell’armata in guerra, il brulichio diurno dal quale l’imprevisto può saltar fuori come l’imbizzarrissi d’un cavallo, ora tace, poiché il sonno ha vinto tutti i guerrieri ed i quadrupedi della Cristianità, questi in fila e in piedi, a tratti sfregando uno zoccolo in terra o dando un breve nitrito o raglio, quelli finalmente sciolti dagli elmi e dalla corazze, e, soddisfatti a ritrovarsi persone umane distinte e inconfondibili, eccoli già tutti che russano.
Dall’altra parte, al campo degli Infedeli, tutto uguale: gli stessi passi avanti e indietro delle sentinelle, il capoposto che vede scorrere l’ultima sabbia nella clessidra e va a destare gli uomini del cambio, l’ufficiale che approfitta della notte di veglia per scrivere alla sposa. E le pattuglie cristiana ed infedele s’inoltrano entrambe mezzo miglio, arrivano fin quasi al bosco ma poi svoltano, una in qua l’altra in là senza incontrarsi mai, fanno ritorno al campo a riferire che tutto è calmo, e vanno a letto. Le stelle e la luna scorrono silenziose sui due campi avversi. In nessun posto si dorme bene come nell’esercito.
Solo ad Agilulfo questo sollievo non era dato. Nell’armatura bianca, imbardata di tutto punto, sotto la sua tenda, una delle più ordinate e confortevoli del campo cristiano, provava a tenersi supino, e continuava a pensare: non i pensieri oziosi e divaganti di chi sta per prendere sonno, ma sempre ragionamenti determinati ed esatti. Dopo poco si sollevava su di un gomito: sentiva il bisogno d’applicarsi a una qualsiasi occupazione manuale, come il lucidare la spada , che  già era ben splendente, o ungere di grasso i giunti dell’armatura. Non durava a lungo: ecco che già s’alzava, ecco che usciva dalla tenda, imbracciando lancia e scudo, e la sua ombra biancheggiante trascorreva per l’accampamento. Dalle tende a cono si levava il concerto dei pesanti respiri degli addormentati. Cosa fosse quel poter chiudere gli occhi, perdere coscienza di sé, affondare in un vuoto delle proprie ore, e poi risvegliandosi ritrovarsi eguale a prima, a riannodare i fili della propria vita, Agilulfo non lo poteva sapere, e la sua invidia per la facoltà di dormire propria delle persone esistenti era un’invidia vaga, come di qualcosa che non si sa nemmeno concepire. Lo colpiva e inquietava di più la vista dei piedi nudi che spuntavano qua e là dall’orlo delle tende, gli alluci verso l’alto: l’accampamento nel sonno era il regno dei corpi, una distesa di vecchia carne d’Adamo, esalante il vino bevuto e il sudore della giornata guerresca, mentre sulla soglia dei padiglioni giacevano scomposte le vuote armature, che gli scudieri e i famigli avrebbero al mattino lustrato e messo a punto. Agilulfo passava, attento, nervoso, altero: il corpo della gente che aveva un corpo gli dava si un disagio somigliante all’invidia, ma anche una stretta che era d’orgoglio, di superiorità sdegnosa. Ecco i colleghi tanto nominati, i gloriosi paladini, che cos’erano? L’armatura, testimonianza del loro grado e nome, delle imprese compiute, della potenza e del valore, eccola ridotta a un involucro, una vuota ferraglia; e le persone li a russare, la faccia schiacciata nel guanciale, un filo di bava giù dalle labbra aperte. Lui no, non era possibile scomporlo in pezzi, smembrarlo. Era e restava a ogni momento del giorno e della notte Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Atri di Corbetraz e Sura, armato cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez il giorno tale, avente per la gloria delle armi cristiane compiuto le azioni tale e tale e tale, e assunto nell’esercito dell’imperatore Carlo Magno il comando delle truppe tali e talaltre. E possessore della più bella e candida armatura di tutto il campo, inseparabile da lui. E ufficiale migliore di molti che pur menando vanti cosi illustri; anzi, il migliore di tutti gli ufficiali.
Eppure passeggiava infelice nella notte.

Le città e gli occhi

a cura di Cesare Padovani, scrittore

Giunto a Fillide, ti compiaci d’osservare quanti ponti diversi uno dall’altro attraversano i canali: ponti a schiena d’asino, coperti, su pilastri, su barche, sospesi, con i parapetti traforati; quante varietà di finestre s’affacciano sulle vie: a bifora, moresche, lanceolate, a sesto acuto, sormontate da lunette o da rosoni; quante specie di pavimenti coprono il suolo: a ciottoli, a lastroni, d’imbrecciata, a piastrelle bianche e blu. In ogni suo punto la città offre sorprese alla vista: un cespo di capperi che sporge dalle mura della fortezza, le statue di tre regine su una mensola, una cupola a cipolla con tre cipolline infilzate sulla guglia. “Felice chi ha ogni giorno Fillide sotto gli occhi e non finisce mai di vedere le cose che contiene”, esclamai, col rimpianto di dover lasciare la città dopo averla solo sfiorata con lo sguardo.
Ti accade invece di fermarti a Fillide a passarvi il resto dei tuoi giorni. Presto la città sbiadisce ai tuoi occhi, si cancellano i rosoni, le statue sulle mensole, le cupole. Come tutti gli abitanti di Fillide, segui linee a zigzag da una via all’altra, distingui zone di sole e zone d’ombra, qua una porta, là una scala, una panca dove puoi posare il cesto, una cunetta dove il piede inciampa se non ci badi. Tutto il resto della città è invisibile.
Fillide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto, la via più breve per raggiungere la tenda di quel mercante evitando lo sportello di quel creditore. I tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro, sepolto e cancellato: se tra due portici uno continua a sembrarti più gaio è perché è quello in cui passava trent’anni fa una ragazza dalle larghe maniche ricamante, oppure è solo perché riceveva luce a una cert’ora come quel portico, che non ricordo più dov’era.
Milioni di occhi s’alzano su finestre ponti capperi ed è come scorressero su una pagina bianca. Molte sono le città come Fillide che si sottraggono agli sguardi tranne che se le cogli di sorpresa.
(Italo Calvino, “Le città e gli occhi” in Le città invisibili)

Come al solito, Italo Calvino racconta attraverso o sensi, stavolta attraverso gli occhi in particolare. Se guardare è facile, è naturale, è – diciamo – fisiologico, vedere è sempre più difficile, perché è uno scovare, un guardare in profondità, un andar oltre la vista, impegno che coinvolge anima e corpo, intelligenza e sensibilità, che non ti può lasciare indifferente.
“Vedere” è essenzialmente un accorgersi, e allorquando ci si accorge, si scopre sempre il nuovo, e allora sboccia lo stupore. Stupirsi dei fenomeni anche semplici, provare interesse per l’altro, saper cogliere l’inatteso anche nel ripetersi del gesto, rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente, tutto questo significa non dar nulla per scontato, non adagiarsi all’ovvietà.
Il pericolo è proprio quando ci si intorpidisce, non solo nella mente ma anche nella nostra energia motoria, adottando modelli di rappresentazione precotti, ereditati dal senso comune, che, anziché funzionare da meccanismi di riconoscimento, s’irrigidiscono in stereotipi.
E’ allora che molti aspetti del vivere siano parole, gesti, comportamenti, o strade percorse, sia il fare, l’attraversare, l’incontrarsi… perdono di senso, si svuotano, e subentra l’abitudine. E’ allora che l’Altro, scontato, classificato, “re-inserito” in una delle categorie più accettabili, o nell’episodio esistenziale più rassicurante, è proprio allora che l’Altro non si vede più, e “Tutto il resto della città è invisibile”.
Esiste un filo sottile che qualche autore – compreso Calvino – cerca di rintracciare dall’alba del nostro pensiero occidentale fino a quest’epoca, un ponte ideale da Parmenide a Holderlin, a Heidegger; e in questo peregrinare rintracciando, il fiuto si affina, ed è la città a venirti incontro, con i suoi giochi, le sue architetture, i suoi “altri”, i suoi bagliori nel buio, i suoi capricci fino a poco fa privi di senso, i suoi sbagli, le sue insofferenze, i suoi urli sfiatati, la sua “allegra miseria”…
E, proprio in questo peregrinare, gusti l’incontro con l’Altro, come fossi anche tu un nuovo arrivato, e, “Giunto a Fillide, ti compiaci d’osservare quanti ponti diversi uno dall’altro attraversano i canali…”.