“Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra”. Così cantava negli anni Settanta il mio concittadino Claudio Lolli, cantautore malinconico e controcorrente. Allora come oggi non era facile parlare di certi temi, di minoranze, del diverso, non era semplice contrastare i tanti luoghi comuni e i tanti pregiudizi di cui era (ed è) intrisa la nostra società. È stata una lettura recente a riportarmi alla mente questa canzone. Sono venuto a conoscenza di un sondaggio che spiegava come – e queste cose fanno sempre notizia! – alla domanda “Sei felice?” avesse risposto in modo affermativo una percentuale maggiore di persone disabili rispetto a chi non lo era. Sinceramente, la “notizia” non ha destato in me grande stupore. Io lo dico sempre, a tutti: agli amici, ai convegni, ai miei familiari. Io sono soddisfatto della mia vita, quante altre persone cosiddette normali possono dire lo stesso? La domanda del sondaggio era del tutto mal posta. Insomma, perché fare distinzione fra persone diversamente abili e non? La felicità è quanto di più soggettivo esista. Non ha relazione con l’essere disabile o non esserlo. Non spenderò parole di circostanza per dire che una persona con handicap impara ad apprezzare di più le piccole cose, che è felice perché si accontenta di quel poco che ha, che non ha magari le stesse ambizioni di un normodotato, non vive la stessa competitività, lo stesso stress, ma vive in un mondo quasi ovattato, in cui familiari e amici lo tengono protetto come in una bolla di vetro, ecc. Queste banalità non meritano di essere commentate. Non posso negare che avere qualche deficit sia una complicazione all’esistenza: la propria e, quasi sempre, quella della famiglia intera. Tuttavia, una complicazione non significa infelicità costante. Il parametro della felicità si calcola su una base di partenza. Se una persona affronta più difficoltà di un’altra nella vita di tutti i giorni, chiaramente avrà parametri differenti per valutare il proprio grado di felicità. Mi rendo conto che se qualunque altra persona un giorno fosse improvvisamente catapultata al mio posto, sulla mia carrozzina, dipendente da altri in tutto e per tutto, almeno inizialmente sarebbe disperata. La sua valutazione dello status di felicità sarebbe fortemente condizionata dalla considerazione di ciò che ha perso, e questo non permetterebbe di valutare altrettanto obiettivamente quello che, invece, può avere guadagnato. Però, se ripensasse alla sua vita di prima, quanti sarebbero i momenti di vera felicità che potrebbe ricordare? O meglio, in quanti e quali istanti della sua vita di prima si è percepito felice? Forse, a posteriori, dalla carrozzina, si sarebbe reso conto di una felicità precedente che prima, probabilmente, non percepiva nemmeno. Quello che bisogna tenere sempre presente, facendo queste considerazioni, è che la condizione di disabilità non esaurisce la definizione, l’essenza di un individuo. Io non sono il mio handicap. Quindi, io posso essere più o meno felice con la medesima probabilità statistica di una persona priva di deficit. Nessuno di noi riconosce la felicità nella stessa cosa. Non si tratta di negare una disabilità, un problema, una mancanza, una difficoltà. È il fatto di affrontare tutto questo nel modo giusto che discrimina la serenità o la mancanza di essa in un individuo. Se il contesto in cui vivo mi penalizza, io sarò infelice, sia che succeda perché ho un deficit, sia che succeda perché, semplicemente, non mi viene data la possibilità di esprimere appieno i miei talenti e le mie, appunto, diverse abilità. Se queste ultime vengono valorizzate, chiunque si sentirà un individuo realizzato. Sarebbe assurdo negare la sofferenza che accompagna la vita di una persona malata, o con deficit gravi, penalizzanti. Sarebbe totalmente insensato pensare che sia la felicità a caratterizzare un’esistenza. È quasi sempre il dolore che ci dà la misura di chi siamo, della nostra vita. Solo conoscendo il dolore, i nostri limiti, possiamo conoscere la felicità. Io credo che sia una sensazione che si percepisce per contrasto: solo provando il dolore si può percepire quando, invece, si è felici. Non bisogna però permettere nemmeno che sia la sofferenza ad avere la meglio su ciò che siamo. Non è facile essere handicappati, no. E non può nemmeno essere una simile limitazione il senso del trovare più facilmente la felicità delle piccole cose. Io, in questo, sono sempre stato un “rivoluzionario della disabilità”. Essere portatori di deficit significa essere più “trasparenti”, come dico sempre. Significa non poter nascondere agli occhi degli altri i propri limiti, limiti che hanno anche le persone “normali”, ma che in esse si nascondono più facilmente. Avere dei limiti più “evidenti” significa anche essere costretti ad ammetterli, a conviverci, dunque a tentare in ogni modo di superarli accettandoli e di essere risoluti e ottimisti nel farlo. Forse quel tipo di felicità “speciale” delle persone con deficit è tutta qui, nella “trasparenza”. Perché è inutile, ad esempio, dannarsi l’esistenza nel tentativo vano di nascondere dei limiti che sono sotto gli occhi di tutti, mentre la gran parte delle persone normodotate passano la loro vita a provare a dissimulare le proprie mancanze, fisiche, estetiche, morali, intellettuali. Quando sai di non poter “barare” sei portato ad accettare quello che sei e a valorizzare le diverse abilità che possiedi. È questo essere così risoluti e consapevoli come individui che dà la misura della felicità speciale che nasce dalla condizione di deficit. La felicità non sta nel non avere mai dolori, ma nel modo in cui li si affronta e, si spera, li si supera. Aristotele, alla fine del suo più famoso trattato di etica, si pone proprio la domanda cruciale di tutta la storia dell’umanità. Qual è lo scopo della vita di qualsiasi persona? La felicità. E cos’è, secondo lo Stagirita, la felicità? La vita vissuta secondo ragione. “Ciò che per natura è proprio di ciascun essere, è per lui la cosa più buona e più piacevole; e per l’uomo questa cosa sarà la vita secondo l’intelletto. Questa vita sarà la più felice”. Ipse dixit, ma… quanti dei miei lettori, invece, staranno pensando di essere stati più felici quando, nella loro vita, hanno compiuto scelte istintive, di cuore, invece che di ragione? La Dichiarazione d’Indipendenza degli USA del 1776 contiene il “diritto alla ricerca della felicità”. Non è il diritto alla felicità, perché, quella, non ce la può garantire nessuno. Il diritto è alla ricerca di essa. Anche questa affermazione può essere interpretata in vari modi. C’è chi esercita questo diritto in maniera spregiudicata, chi lo ritiene limitato solo dal principio del neminem laedere, chi la ricerca in hinteriore homine, chi nel perseguire in modo sfrenato i piaceri della carne. Già i filosofi antichi non riuscivano a trovare un accordo su cosa fosse la felicità. Per Socrate essa si trovava nell’esercizio della virtù e della filosofia, per Aristotele nel pieno esercizio della propria natura razionale, per Epicuro si identificava col piacere, per gli Stoici con l’assenza di qualsivoglia turbamento, fisico e morale. In generale, la filosofia greca delle origini identificava la felicità con i piaceri terreni: addirittura, ritenevano che gli dèi potessero essere invidiosi della felicità degli uomini, per questo inviavano loro dal cielo dolorose punizioni. I Greci esorcizzavano la paura del dolore mettendo in scena le famose tragedie, quasi avessero paura di sentirsi felici. Eraclito per primo osservò saggiamente che, se la felicità consisteva in un qualche bene materiale, anche i buoi avrebbero potuto dirsi felici. Io, come Aristotele, ritengo che ci sia molto di razionale, o almeno di ragionevole, nella felicità. Sto parlando di quella vera, di quella duratura, non del piacere effimero, che può essere anche semplicemente fisico ed istintivo. Anche la religione cattolica ha come suprema promessa quella della felicità eterna, quella che non ha fine e che compensa qualunque tipo di sofferenza terrena, quella che si risolve nella presenza piena di Dio e nella comunione finale e totale con Lui, quella che non ha nulla di umano ma che ci rende partecipe del divino, quella che ricompensa una vita buona e giusta e che, probabilmente, attraverso la Grazia raggiunge anche chi, ai nostri occhi umani, non se la sarebbe “meritata”, perché la felicità eterna è un dono, è, appunto, una “grazia”, cioè è “gratis”. Ma l’insegnamento più grande che pervade il cattolicesimo è che la felicità è data dall’amore, in qualunque forma esso si declini. Se non si ama il prossimo, non si può essere felici, ma nemmeno se non si ama se stessi. Questo insegnamento ha un grande valore per l’uomo, al di là della “religione dell’amore” che veicola il messaggio: l’uomo, infatti, è sì una creatura razionale, ma è anche un “animale sociale”: se non ama se stesso e gli altri uomini non sarà mai felice, perché nessuno basta a se stesso. Né io, seduto sulla mia carrozzina, che da solo non posso fare proprio nulla, né nessun altro, che forse non dipende da alcuno per le mansioni pratiche della vita quotidiana, ma che dipende dal resto dell’umanità in quanto uomo. “La vera felicità è condivisa”, scrisse alla fine del suo diario Christofer McCandless, protagonista del film (tratto da una storia vera) Into the Wild. Egli, dopo essere vissuto in totale isolamento nelle terre selvagge per mesi, alla fine della sua troppo breve esistenza, morendo solo in mezzo alla natura, tradito dalla stessa natura che aveva disperatamente inseguito, lontano da quella società da cui era fuggito con repulsione, arriva alla conclusione più tragica dei suoi 24 anni: la felicità vera è condivisa. A proposito, è un film che vi consiglio.    

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