È sempre difficile determinare quello che fa di un film un bel film. Anche quando usciamo da una proiezione con un senso di soddisfazione “estetica” pieno, è complicato stabilire quali siano stati, tra i tanti che compongono un prodotto cinematografico, quegli elementi che ci hanno catturato e convinto. L’operazione, peraltro, sarebbe inopportuna, dal momento che è il modo in cui questi vengono combinati, “sintetizzati”, a restituirci la verità di quello che abbiamo visto. Lo sguardo analitico, pure interessante per indagare la struttura e la composizione di un film, non è sufficiente. Le cose si complicano ancora di più se il film nasce quasi “per caso”, ovvero se al regista la materia filmica capita tra le mani involontariamente, senza che ci sia dietro una volontà esplicita, un progetto ragionato. Perché, in questo “caso”, si tratta di avere quell’intuito, non solo cinematografico, che ti permetta di capire quell’oggetto e di renderlo sotto forma di immagini in un modo che sia, al tempo stesso, rispettoso dell’oggetto e significativo per chi vedrà quelle immagini. A Great Macedonian rientra in questa categoria di film, e il regista, Renato Giugliano, sicuramente in quella categoria di autori che sanno porsi di fronte alla casualità senza timore, con pazienza conoscitiva, con la capacità di mettersi “al servizio” della materia, senza piegarla o enfatizzarla, aprendosi ad essa. Caratteristiche e attitudini che, anche a questo livello forse del tutto casualmente, condivide con il protagonista del documentario nel suo approccio all’esistenza e alle sue “crepe”. Ecco, sembra esserci un’assonanza di fondo, anche precedente alla creazione delle immagini, tra autore e soggetto, ed è forse questa che, con sguardo sintetico appunto, potremmo indicare come elemento di forza e di equilibrio di questo film. Solido nella dolcezza che sa esprimere e nella fluidità mai spettacolare delle sue immagini.

La trama del documentario è molto semplice: nell’estate del 2009 Dejan parte in bicicletta da Skopje, nel cuore macedone dei Balcani, per un lungo viaggio solitario verso la Francia. Un grande impegno, un’avventura contro i propri limiti, alla ricerca di un’armonia interiore, ma allo stesso tempo della prova che la vita può continuare a essere la stessa nonostante tutto. Dejan, infatti, indossa una protesi al posto della gamba sinistra, persa, quattro anni prima, a causa di un incidente con una macchina agricola in una fattoria organica in Francia nella quale lavorava. Anche il piede sinistro, peraltro, ha subito lesioni che non gli consentono un’articolazione perfetta. Sappiamo poi che nel 2010, forte di questo successo, ha attraversato Cile e Argentina, e nel 2011 ha portato la sua bicicletta in Cina per una nuova e più ambiziosa avventura. Ma questo sta fuori dal film che riprende Dejan in occasione del suo primo tentativo di viaggio in solitaria.

In un’intervista, il regista racconta di aver scoperto solo dopo tre giorni la protesi indossata da Dejan, in occasione del loro primo incontro in Macedonia. Una “svista” densa di significato, che Giugliano sembra voler condividere con noi spettatori: è solo al diciottesimo minuto che viene esplicitata la presenza di una gamba artificiale, solo da quel momento la disabilità di Dejan irrompe nel film anche a livello tematico. E, in parte, forse in modo improprio, siamo spinti a re-interpretare quanto detto e raccontato da Dejan fino a quel momento alla luce di questo nuovo dato. In modo improprio perché il suo discorso, anche senza l’“ombra” di questo stato di cose (la disabilità), non solo ha solide basi, ma è rivelatore di verità e portatore di suggestioni ed emozioni di grande intensità. Fino a quel momento possiamo intuire la presenza di un deficit soltanto attraverso piccoli dettagli disseminati dal regista (il più “beffardo”, perché apparentemente insensato, è il cartello all’interno di un centro commerciale che invita a dare precedenza, alla cassa, a persone disabili e donne incinte), cui però attribuiamo rilevanza solo ex post. 

Come scrive Chiara Checcaglini su mediacritica.it, “la scelta del regista è lasciare completamente la parola a Dejan, che parla con la voce e col corpo, e con entrambi comunica le sue convinzioni: che il limite è lì per essere superato, che ogni privazione può trasformarsi in stimolo, che la vita non è altro che il continuo trasformare in opportunità gli incidenti di percorso, di qualsiasi entità essi siano”. Un ragionamento complesso sulla necessità della normalità e della sua riconquista, da intendersi, però, soltanto come punto di partenza per modificare quella stessa normalità. La macchina da presa segue Dejan da vicino, lo “accompagna” nello svolgimento di gesti legati alla quotidianità e di azioni legate al suo viaggio, le pedalate, le soste, gli esercizi… Un sottofondo di immagini che valorizza, nella loro intensa e gioiosa sobrietà, le differenze dei movimenti e della gestualità di Dejan e lascia spazio alla forza del suo racconto, sempre in bilico tra “diario di viaggio”, cronaca di quanto fatto e incontrato sino alla breve pausa nella città di Bologna e riflessione sulle ragioni e l’urgenza, non solo personali, di questo mettersi alla prova. 

È articolata e ricca di sfumature la sapienza di Dejan: “Negli ultimi due anni, quando sogno, non ho più due gambe come è sempre stato, ma sono così come sono adesso, ma per qualche motivo ho trovato il modo di camminare. È come se fossi su un campo magnetico e riesco a camminare e a correre. È strano. È come se mi accorgessi che è così facile camminare, senza intoppi, regolare”. Poi un ritorno alla dimensione reale, senza smentire quella onirica descritta poco prima: “Non posso dire di godere dei problemi della vita. Godere non è la parola esatta… ma fanno sì che tutto l’insieme appaia… reale, che ne valga la pena”. 

Da segnalare la colonna sonora, composta da brani “classici” in voga al tempo della Jugoslavia unita e del regime di Tito, che replicano nel documentario la colonna sonora che accompagna mentalmente Dejan lungo il percorso; rispetto al pedalare da solo, in strade spesso trafficate, Dejan racconta sorridendo: “È così che la vedo, una lunga meditazione. È questione di concentrazione, non di ciclismo. Guardi il tuo spazio sulla carreggiata, di solito è un piccolo spazio, in cui non dovresti dar fastidio alle macchine, altrimenti loro si innervosiscono e ti innervosisci anche tu. Invece ti concentri su una cosa e vai, e ti mette pace. Non penso a niente in particolare, è solo… calma. Non so, pedali… semplicemente… di solito ho delle canzoni in testa, che si ripetono, pezzi famosi della ex-Jugoslavia, forse perché ho attraversato parti della ex-Jugoslavia da cui mancavo da molto tempo, e tutte queste canzoni che non ricordo neanche bene, saranno almeno di venti anni fa. E mi vengono in mente, sono diverse canzoni, e mi si ripetono per tutto il viaggio, come in un jukebox”.

A Great Macedonian è un lavoro difficile da raccontare, ricorrere alle parole di Dejan aiuta solo in parte, perché il regista è molto abile a inserirle in una successione di immagini che svolgono un ruolo più complesso del semplice corredo: non invadono mai il campo, non tendono ad attribuire tratti mitici al protagonista, ma dimostrano, fotogramma dopo fotogramma, che saper raccontare, saper restituire un racconto altrui presuppone sempre una pregressa capacità di accoglienza e di ascolto. A partire da questa, assumendola come irrinunciabile punto di partenza, Renato Giugliano trova la forma più incisiva per disegnare il ritratto di questo solare e affabile ciclista-pensatore, del quale la disabilità è solo un tratto imprescindibile come gli altri.

A Great Macedonian (2009)
Durata: 58’
Regia: Renato Giugliano
Sceneggiatura: Renato Giugliano
Fotografia: Renato Giugliano
Montaggio: Renato Giugliano
Produzione: RLP