Quando pensiamo al maschile, ognuno di noi fa riferimento a un’immagine specifica, legata alle relazioni e alle esperienze personali ma anche a ciò che la società e i processi culturali offrono alla nostra attenzione. Una varietà di immagini che, da una parte, presentano la difficoltà a identificarne una socialmente condivisibile ma, dall’altra, raccontano la ricchezza di una figura che è difficile schematizzare in quanto piena di sfumature.

Sfumature che, a loro volta, si riversano all’interno del ruolo paterno che dal maschile prende forma e sostanza.

2.1. Ulisse, l’uomo errante

“Il mito è quel nulla che è tutto.
Lo stesso sole che apre i cieli
è un mito brillante e muto –
il corpo morto di Dio,
vivente e nudo.

Questi, che qui approdò,

poiché non c’era cominciò ad esistere.

Senza esistere ci bastò.

Per non essere venuto venne

e ci creò.

 

La leggenda così si dipana,

penetra la realtà

e a fecondarla decorre.

La vita, metà di nulla,

in basso muore”.

(Fernando Pessoa, Ulisse)

Il grande poeta portoghese Pessoa definisce Ulisse come un arkhè, come l’inizio del Mito, principio di creazione, il non essere mai esistito che però diventa verità. Ulisse è un’immagine reale ma non oggettiva, personalmente interpretabile ma non soggettiva. Quando Ulisse incontro il ciclope Polifemo sceglie di farsi chiamare Nessuno per sconfiggerlo e ci riesce, appunto perché non gli lascia la possibilità di identificarlo precisamente. Ulisse è solo un nome: potenzialmente uno, nessuno e centomila, diventa un modello, una forma multiforme, una vita sola piena di varie potenzialità. 

Il personaggio che Omero ci presenta e a cui Pessoa dedica la poesia è un uomo in viaggio, in bilico tra l’avventura e il ritorno. Ulisse è il rappresentante di un modo di essere uomo e di vivere la mascolinità, che unisce avventura, mistero e voglia di casa. Uomo errante, in viaggio verso una meta che è sempre un altro mondo, una speranza che ci porta lontani da casa. Un viaggio che è ricerca della comprensione del senso dell’esistere in generale e, secondo il nostro specifico punto di vista, dell’essere uomo.

Un altro aspetto centrale nel viaggio di Ulisse e, più in generale, nel percorso di vita di ogni uomo, è il rapporto padre e figlio e, in particolare, la ricerca di una relazione col padre. Telemaco aspetta e insegue suo padre in una ricerca che è un viaggio relazionale, un cercare di conoscere il padre da dentro, non accontentandosi più di una sterile apparenza. Telemaco insegue il padre, non solo perché ne ha bisogno per difendere la casa ma perché ha bisogno di sapere da dove viene, quali sono le sue radici.

Il lungo viaggio dell’eroe è, quindi, l’immagine della scoperta di un mondo interiore complesso, dove convivono responsabilità familiari e desiderio di avventura. Come Ulisse è combattuto tra questi due poli, così l’uomo contemporaneo si muove tra il bisogno di realizzazione sociale e il benessere dell’intimità familiare. Due poli non contrapposti ma che si intrecciano continuamente.

Il padre carica sulle spalle tutto il suo desiderio di essere, allo stesso tempo, un porto e una casa. Diviso tra l’andare e il tornare, errante in ricerca e sguardo che si fa trovare. Il padre che ama di un amore comune, maschile e singolare.

2.2. Adriano, l’uomo di potere

“Sarebbe facile mostrare quel che t’ho raccontato finora come la storia d’un soldato troppo letterato che vuol farsi perdonare le sue letture: ma semplificare così la prospettiva è falso. Regnavano in me di volta in volta personaggi diversi, nessuno dei quali molto a lungo; ma presto quello esautorato riconquistava il potere: l’ufficiale meticoloso, fanatico della disciplina, pronto a dividere con gioia le privazioni della guerra con i suoi uomini; il malinconico sognatore di dèi, l’amante pronto a tutto per un istante di ebbrezza; il giovane luogotenente altero che si ritira sotto la tenda, studia le sue carte alla luce d’un lume, e non fa mistero agli amici del suo disprezzo per come va il mondo; finanche il futuro statista. Ma non dimentichiamo neppure il cortigiano ignobile, che, per non dispiacere, accetta di ubriacarsi alla tavola imperiale; il giovincello che sentenzia dall’alto su ogni questione con sicumera ridicola; il parlatore frivolo, capace di perdere un amico per una battuta; il soldato, che compie con precisione meccanica i suoi bassi compiti da gladiatore. E ricordiamo pure quel personaggio vacuo, senza nome, senza posto nella storia, ma che è me stesso tanto quanto tutti gli altri, semplice zimbello delle cose, null’altro che un corpo, disteso sul letto da campo, distratto da un profumo, preoccupato d’un soffio, vagamente attento al ronzio incessante di un’ape”.

(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

Marguerite Yourcenar immagina l’imperatore Adriano ormai stanco e malato, scrivere una  lettera al diciassettenne Marco, nella quale racconta lo svilupparsi della sua esistenza, dalla vita in famiglia ai primi servigi offerti all’Impero, fino al suo ruolo di Imperatore e alle vicende a esso legate. Indubbiamente Adriano è rappresentante dell’uomo di potere, naturalmente portato a assumere ruoli di guida e di responsabilità, capace di prendere decisioni importanti per la collettività. Rappresenta un potere libero, che si nutre della libera scelta, del dare valore alle esperienze in modo che diventino veramente pienezza del senso della vita, un potere che non schiaccia ma riempie.

La caratteristica particolare di Adriano sta nel riconoscersi sempre uguale, qualsiasi sia il ruolo ricoperto, sempre se stesso, capace cioè di vivere con specificità ogni situazione pur mantenendo la propria identità.

Uomo di potere che, però, riconosce la propria piccolezza e la propria limitatezza di fronte all’immensità del cielo. Adriano, infatti, amava sacrificare il sonno per poter guardare le stelle. Un semplice atto che sottolinea una caratteristica tipica del vero uomo di potere: l’essere consapevole che c’è un passato che viene prima di te, che ti permette di esserci in quel momento e al quale dobbiamo portare rispetto; riconoscere la responsabilità del proprio ruolo nei confronti di tutto ciò che ci circonda.

L’uomo di potere è una guida, capace di condurre, di indicare l’orizzonte, di infondere fiducia e coraggio, responsabile di un esercito pronto a rispondere ai suoi ordini. Aspetti, questi, che fanno parte anche del DNA del ruolo paterno che si ritrova a essere guida per i figli, che deve condurli, indicare loro un orizzonte verso il quale dirigersi e che, come qualsiasi uomo di potere, non può prescindere dal giudizio popolare, da una relazione basata sulla fiducia e sul riconoscimento del ruolo stesso.

2.3. Kafka, l’uomo sottomesso

“Tu non riesci a fingere, è vero, ma voler asserire solo in base a questo che solo gli altri padri fingono è una pura prepotenza che non ammette discussioni, oppure – e penso sia questo il vero motivo – l’impressione mascherata di un qualcosa che tra noi non funziona, per causa tua ma senza tua colpa. Se è questo che intendi, allora siamo d’accordo. Naturalmente non dico di essere diventato quello che sono solo per causa tua. Sarebbe un’esagerazione eccessiva (anche se intendo esasperare questo aspetto). È molto probabile che se fossi cresciuto del tutto libero dalla tua influenza non sarei divenuto mai un uomo rispondente alle tue attese. Quasi di certo sarei comunque diventato un essere malaticcio, ansioso, titubante, inquieto, né un Robert Kafka né un Karl Hermann, eppure molto diverso da quello che sono in realtà e avremmo potuto trovare un ottimo accordo. Sarei stato felice di averti come amico, come superiore, come zio, come nonno, (sì, sebbene con qualche dubbio) anche come suocero. Invece, proprio come padre sei stato troppo forte per me anche perché i mie fratelli morirono bambini, le sorelle nacquero molto più tardi, e io dovetti reggere da solo il primo urto, per il quale ero troppo debole”.

(Franz Kafka, Lettera al padre)

La lettera che Franz Kafka scrive al padre può essere considerata una vera e propria autoanalisi, una profonda riflessione rispetto al complesso rapporto con Hermann, suo padre.

Le figure maschili che incontriamo leggendo la lettera sono due: il padre, grande e forte, e il figlio, un bambino, piccolo, che fatica a rapportarsi a una figura di quel tipo. Le emozioni che suscita la lettera sono varie e spaziano dalla rabbia alla tenerezza, le stesse che vive il piccolo Franz in continua ricerca della comprensione del padre, della sua accettazione in riferimento al suo essere e alle sue attività.

Ricerca e rifiuto sono anche i due poli tra i quali si svolge la relazione genitori-figli. In particolare il padre, per il ruolo di sostegno allo sviluppo verso l’adultità e di cui parleremo successivamente, si trova a giocare un ruolo importante tra questi due poli.

Ricerca di approvazione e rifiuto di un’identità imposta.

Ricerca di intimità e rifiuto di un legame che non fa crescere.

Ricerca di sostegno e rifiuto di invadenza.

La fatica di Hermann Kafka è la stessa di molti padri, conseguenza, anche, dell’equilibrio che (non) si stabilisce con il ruolo materno che si trova troppo spesso a compensare l’assenza paterna, riempiendo spazi vuoti che non riesce ad accettare come tali.

“Ero un bambino pauroso; ma ero anche testardo, come lo sono i bambini; certo, la mamma mi viziava, ma non posso credere di essere stato particolarmente indocile, non posso credere che con una parola gentile, uno sguardo affettuoso, prendendomi per mano in silenzio, non si sarebbe ottenuto da me tutto ciò che si voleva. E tu sei, in fondo, una persona bonaria e dolce (quanto sto per dire non è in contraddizione parlo solo dell’impressione che da bambino avevo di te), ma non tutti i bambini hanno la resistenza e il coraggio di cercare a lungo l’affetto sino a trovarlo”.

(Franz Kafka, Lettera al padre)

La fatica della ricerca dell’affetto del proprio padre aveva realmente schiacciato il povero Franz il quale, oramai, era in balia di un fortissimo senso di colpa, dovuto all’incapacità di soddisfare le aspettative del genitore, di essere una sua copia fedele e di non possedere capacità considerate da lui come importanti. 

Il maschio, forte, si trova ad affrontare  forse la sfida per lui più grande: prendersi cura senza schiacciare, offrire un’identità senza pretendere di ottenere una copia, educare all’autonomia accettandone il suo primo effetto, la libertà.

“Tutto ciò che scrivevo trattava di te; che facevo io con questo atto se non versare le lacrime che non avevo potuto versare sul tuo petto?”. 

(Franz Kafka, Lettera al padre)

2.4. Eriko, l’uomo in ricerca

“Quando la mamma morì, Eriko lasciò il lavoro. Solo e con un bambino piccolo, non sapeva proprio che fare. Allora decise di diventare donna… Siccome non è tipo da lasciar le cose a metà si fece fare l’operazione anche al viso e il resto. Coi soldi che le restavano ha aperto il locale e mi ha tirato su. Insomma mi ha fatto anche da padre”. 

(Banana Yoshimoto, Kitchen)

Il breve racconto della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto descrive la vita della famiglia Tanabe composta dal figlio, dalla madre-padre e da una terza persona, una ragazza che adora cucinare e che accompagna il lettore alla scoperta del passato di Eriko e del suo strano modo di essere genitore.

La figura descritta dalla scrittrice giapponese, ci aiuta a visualizzare il ruolo paterno nella sua dimensione più contemporanea, in quanto presenta un esempio del modo di essere padri oggi e ci permette una riflessione circa il bisogno che l’uomo sente di dover assumere “vesti femminili” nella gestione dei rapporti con i figli. 

Il padre dei nostri giorni è una figura eclissata e allo stesso tempo pesantemente sospesa nell’immaginario sociale e nel vissuto del figlio.

“Il padre è assente come immagine ancor più che come individuo: il padre assente è l’immagine del padre oggi. Assente perché si rifiuta di combattere nei rapporti. Il padre, quindi, non c’è più anche quando non ha divorziato e abita ancora nella stessa casa. Il padre, quindi non fa anche quando agisce. Al padre, più ancora di quello che ha fatto, viene oggi addebitato quello che non ha fatto. Quello che non ha detto più di quello che ha detto”. (Cfr. L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollate Boringhieri, Torino, 2013)

Un’assenza dovuta alla mancanza di un’immagine sociale a cui riferirsi, frutto di una scarsa educazione dell’uomo al proprio ruolo sociale. Il rischio di questa crisi, che vede il padre  così disorientato, è quello di sostituire la ricerca di caratteristiche specifiche con l’assunzione di modalità genitoriali e comportamentali tipicamente materne.

Eriko svela questo rischio e ci aiuta a comprendere la differenza tra imitare ed essere.

Perché copiando il ruolo materno non si creano le condizioni per quell’alterità fondamentale nella relazione genitoriale. La possibilità, cioè, di una pluralità di identificazioni che spesso travalica la relazione con i genitori biologici ma che trova in loro i primi “altri” con cui instaurare un rapporto. Per questo è importante che i padri scoprano le loro caratteristiche specifiche, per offrirsi come alterego per la costruzione delle singole identità.

Il padre deve recuperare quel ruolo di iniziatore che, attraverso i riti e rituali permettono ai figli di diventare adulti.

Nel libro di Banana Yoshimoto troviamo un’estremizzazione di questo aspetto, la trasformazione del padre in madre, una vera e propria sostituzione che, presa come spunto di riflessione e non come pura analisi del testo, descrive in modo concreto la sensazione che vivono molti uomini: se fossi un po’ più mamma, se fossi un po’ più come…, se fossi diverso forse…

Tanti “se”, che non possono trovare risposta in un copiare che chiude e blocca ma solo in un essere che apre e costruisce.

“Piangevo senza ritegno, ma non potevo prendere un taxi, benché facesse un freddo cane. Un uomo che piange non può prendere un taxi. Credo che sia stato allora che per la prima volta ho pensato: – Che fregatura essere uomo! –”.

(Banana Yoshimoto, Kitchen)

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