Ogni viaggio, ogni ricerca, ogni progresso, ogni invenzione inizia con una domanda e dal bisogno, impellente, di trovare una risposta.

Può trattarsi di una esigenza tecnica o gestionale, di un bisogno legato alla sopravvivenza o alla protezione dei cari. 

Oppure potrebbe essere una curiosità naturale che ci spinge a conoscere più in profondo la realtà che ci circonda: naturale, scientifica, fisica.

Anche la nostra ricerca parte da una domanda che ci permetterà di avventurarci dentro il tema dell’essere padre di figli con disabilità, partendo da un ragionamento generale sul ruolo del padre. 

Cominciamo con una provocazione che, come tutte le forzature, ci aiuta a svelare un aspetto della realtà un po’ nascosto. Chiederci “A cosa ‘serve’ il padre?”, infatti, ci permette di entrare direttamente nel cuore del discorso e ci consente di evitare discorsi retorici, scontati e poco utili alla nostra indagine.

Per esempio è scontato che la madre “serva” a qualcosa. Si potrebbero elencare facilmente quali sono i suoi compiti, definire qual è il suo ruolo sociale ed educativo e in che modo interviene nell’evoluzione della specie.

Se dovessimo dire a che cosa serve la madre, tutti individueremmo con facilità alcune risposte, probabilmente condivise.

Lo stesso non si può dire per il padre che si trova, da sempre, a lottare per la definizione specifica del proprio ruolo a livello sociale, culturale ed educativo.

Per cercare di fare un po’ di chiarezza, proverò a dare una risposta, seguendo un percorso temporale.

Se rispondessimo a questa domanda come se fossimo uomini primitivi, diremmo che il padre non serve a niente.

L’ignoranza della paternità, il fatto cioè che gli esseri umani non avessero consapevolezza del ruolo del maschio nei fatti della vita e, in particolare, nel processo della nascita, relegava il padre fuori dalle relazioni sociali.

Provate a immaginare cosa possa significare essere esclusi dalle relazioni biologiche, quando queste erano le uniche relazioni?

Da qui, allora, nasce la necessità di trovare una soluzione al problema della condizione maschile, una collocazione al maschio percepito come non necessario. La soluzione, tutta culturale, viene dalla regola della proibizione dell’incesto, individuata dall’antropologo Lévi-Strauss, dal matrimonio e dai sistemi di parentela in generale che costruiscono relazioni allargate nelle quali, quindi, l’uomo entra per regola e all’interno delle quali assumerà un ruolo sempre più preciso. 

Al maschio che, apparentemente, non serve a niente viene riservato un ruolo attraverso una regola.

Facendo un lungo salto temporale, arriviamo al secolo scorso durante il quale, se qualcuno avesse dovuto rispondere alla nostra domanda, avrebbe detto che il padre serve principalmente a procacciare denaro, a imporre una serie di regole e a difendere l’onorabilità del cognome: il padre padrone, detentore del potere, capofamiglia.

Un ruolo ben definito, ancora una volta figlio delle regole ma con dei limiti.

Poco tempo da dedicare alle “cose di casa”, interventi a livello familiare incentrati sull’ordine e le punizioni, nessuno spazio per la dimensione emotiva e le relazioni affettive.

E arrivando a oggi, in che modo risponderemmo a questa domanda?

Prendetevi un minuto per pensarci.

Qual è il ruolo del padre, quali sono le sue caratteristiche principali, a cosa serve il padre a livello sociale, culturale ed educativo?

Personalmente la risposta che mi sento di dare è: “Boh!?”

A cosa serve il padre, oggi, non è possibile dirlo.

E le tante e diverse risposte che tanti padri diversi potrebbero dare sarebbero la conferma di questa difficoltà a definire con chiarezza, e in modo condiviso, il ruolo del padre nella società contemporanea.

Dopo il maschio escluso per l’ignoranza biologica, dopo il padre padrone e dopo il tentativo di definire un ruolo avvicinandosi a quello materno (mammo, padre peluche…) ora ci troviamo in una situazione di vuoto.

Se a un primo momento questo vuoto potrebbe sembrare una tragedia, e i tanti padri in difficoltà di fronte al proprio ruolo potrebbero confermarlo, credo che invece siamo di fronte a una vera e propria occasione. Quella di superare pregiudizi e luoghi comuni del passato e tentare di scoprire un ruolo specifico e ben definito che non si contrapponga a quello materno ma lo completi.

Codice materno e codice paterno

La sfida che ci troviamo ad affrontare, padri, madri e tutti coloro che si occupano di educazione, è quella di aumentare la consapevolezza rispetto al ruolo che i padri possono e devono giocare e come questo possa avvenire in relazione al ruolo materno.

Ecco che torna utile, a questo punto, affrontare il tema dei codici, quello materno e quello paterno.

Scrive Claudio Riva: “Quando parliamo di femminile intendiamo ciò che fa riferimento al mondo uterino, vaginale. Quindi l’accoglienza, la morbidezza, la protezione. Un simbolo antico del femminile è la coppa. Quando parliamo di codice maschile intendiamo invece ciò che fa riferimento alla fallicità e quindi la fermezza, la forza, la direzione. Un simbolo antico del maschile è la freccia”. (Cfr. “Conflitti”, Anno 10 n. 4, 2011).
Madre e padre sono diversi e in modo differente si relazionano con il mondo e con i figli.

Morbida, sicura e accogliente la madre; deciso, forte e propositivo il padre.

Due modi diversi ma egualmente importanti per la crescita e lo sviluppo del bambino. 

Madre e padre, quindi, entrambi necessari.

A titolo di esempio prendiamo in considerazione il tema della protezione. Lo stereotipo ci invita a pensare che la madre sia più protettiva del padre: la coppa infatti protegge più della freccia. Ciò non è corretto perché la madre che accoglie e protegge dalle proprie paure il figlio, rassicura allo stesso modo del padre che esorcizza e sprona il figlio ad affrontarle, le proprie paure.

La madre rassicura con il contenimento nella coppa mentre il padre lo fa con la forza della freccia.

I due codici, inoltre, sono differenti rispetto al modo in cui si attivano.

Il codice materno, infatti, viene attivato a livello biologico, in modo assolutamente naturale. Quando ciò non succede, infatti, possono verificarsi varie problematiche, quale, per esempio, una depressione post partum o un rifiuto più o meno del neonato.

Il codice paterno, invece, richiede un’evoluzione, un tempo e uno spazio di definizione perché a livello biologico, durante il concepimento, nell’uomo non succede nulla. Il maschio diventa padre biologico ma non conseguentemente anche padre psicologico.

Insomma, differenze che sono alla base della possibile definizione di un ruolo specifico.

Differenze che ci permettono di rispondere con maggiore chiarezza alla domanda che abbiamo posto all’inizio.

A cosa serve il padre? 

Il padre serve in quanto altro rispetto al rapporto simbiotico che il figlio instaura con la madre, serve in quanto sguardo che si rivolge verso il futuro con progettualità e coraggio, serve come contro canto al figlio nella definizione della propria identità.

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