di Fabio Bocci, professore di Pedagogia Speciale – Università Roma Tre, e Francesca Maria Corsi, dottoranda – Università Roma Tre

Non vi è dubbio che ogni epoca sia contrassegnata da (e si contraddistingua per) una precisa figura-immagine di padre, la quale ineluttabilmente è portatrice dei segni (e dei sintomi) delle trasformazioni derivanti dalla sistematica evoluzione (o, come taluni sostengono, dall’involuzione) culturale che attraversa-muove la società. Un discorso sul padre sembra non essere mai desueto, così come sembrano non essere mai fuori moda alcuni interrogativi di fondo che accompagnano tale discorso: “Chi sono oggi i padri?”; “Quale funzione assolvono?”; “In cosa si differenziano, sul piano quantitativo (ad esempio la loro presenza-partecipazione ai compiti accuditivi, educativi ecc…) e qualitativo (il loro effettivo contribuito a tali compiti) da quelli delle generazioni passate?”. 

La letteratura scientifica e culturale più recente sembra decifrare il padre come una immagine assente. Si parla dell’impallidire dell’immagine paterna, esito che sembrerebbe trovare la sua origine nella crisi stessa della società attuale e che ha come primaria conseguenza la scomparsa della funzione educativa del padre (Andolfi, 2001). Si domanda in proposito Luigi Zoja: “la società ha deciso di spogliare Ettore perché non spaventi il bambino: quest’ultimo non avrà più paura, ma avrà ancora un padre?” (Zoja, 2003). Nella società senza padre, già preconizzata da Mitscherlich nel 1963 a essere posta sotto la lente d’ingrandimento nell’alveo della funzione/azione genitoriale è la questione concernente il nodo della normatività paterna (Donati, Scabini,1985). Ci si chiede in proposito se – e in che misura − il padre rappresenti ancora quella roccaforte di normatività a cui, fino a pochi decenni fa, sembrava essere indissolubilmente legato (almeno come attributo dichiarativo). Tuttavia, è bene evidenziare, come fa acutamente Massimo Recalcati, che a essere evocata e invocata non è la nostalgia del pater familias: “rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre padrone […] La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni” (Recalcati, 2013, pp. 11-13). 

La necessità di padri capaci di farsi testimoni, quindi agenti emblematici di riferimento, è molto suggestiva, soprattutto, dal nostro punto di vista, in riferimento ai padri di figli/e “disabili”. In una pubblicazione del 2005 dal titolo Vivre la paternité; construire la confiance, Gilles Le Cardinal svolge alcune considerazioni poi riprodotte in una intervista dalla quale estrapoliamo un passo significativo: “il padre non diventa d’un tratto soltanto padre di un figlio disabile, ma si trova scosso nel suo essere, nella sua profonda identità. L’attesa di un figlio nutre naturalmente speranze immense che la scoperta, brutale o progressiva dell’handicap, viene a sconvolgere. Il bambino tanto sperato delude tutte le attese. Il mondo interiore e l’immagine di sé crollano insieme a tutti i punti di riferimento di sposo e di padre. Una distanza vertiginosa si apre con sua moglie perché il loro modo di sentire è così diverso, tale da impedire perfino la comunicazione proprio nel momento in cui questa è indispensabile per capirsi e sostenersi. Molteplici tentazioni invadono il padre: tentazione di rifiuto del figlio disabile così diverso dal bambino atteso; tentazione di onnipotenza che produce il desiderio di “normalizzare” il bambino costi quel che costi… tentazioni di fuggire questa situazione non voluta, insopportabile. Queste stesse tentazioni sono vissute con dolore e provocano un senso di vergogna e di colpevolezza. Il padre deve far fronte alla difficoltà di iscrivere il figlio nella propria storia, di farlo accettare dalla sua famiglia allargata. Vive una frustrazione nei confronti della trasmissione del suo nome, di una eredità familiare, perfino a volte di uno stato professionale”. (Douillet, 2009).

Si tratta di considerazioni che trovano un certo riscontro in una ricerca condotta nel 2006 presso il Polo di Bosisio Parini dell’Istituto Scientifico Eugenio Medea, dell’Associazione La Nostra Famiglia. L’indagine − che ha riguardato un campione di 244 famiglie aventi stesso background socio-culturale (gruppo sperimentale: 122 famiglie con un figlio/a disabile; gruppo di controllo 122 famiglie senza figli con disabilità) − ha messo in evidenza alcune significative divergenze tra i padri di figli disabili e quelli di figli non disabili, in modo particolare per quel che concerne la percezione della loro collocazione nel nucleo familiare. Dal confronto, infatti, emerge come i padri dei figli disabili manifestino una maggiore difficoltà nella gestione dello spazio e del tempo da dedicare ad aspetti legati alla propria individualità, sentendosi più vincolati alle esigenze familiari. Questi padri, sembrano percepire le loro famiglie come luoghi in cui è impossibile autorealizzarsi, esprimere la propria soggettività ed emotività. Non a caso, se rispetto ai padri del gruppo di controllo sono meno ottimisti per quel che concerne il futuro dei figli, riguardo alle mogli sono anche maggiormente pessimisti per quel che concerne la condizione dei figli disabili, un sentire che, naturalmente, incide fortemente sul clima familiare, sull’agentività e sulle prospettive di empowerment del nucleo e dei singoli. 

Alle riflessioni e ai dati ora descritti, vanno poi associate una serie di pubblicazioni recenti a carattere narrativo/autobiografico nelle quali alcuni autori hanno raccontato la propria esperienza di padri di figli/e. Tra queste, oltre al best sellers di Giuseppe Pontiggia Nati due volte (2002), attenendoci alla sola produzione italiana citiamo i libri di Gianfranco Vitale Io e Gabriele (2002), di Adriano Greppi Crescere con Andrea (2008), di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura (2012), di Massimiliano Verga Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile (2012) e  di Gianluca Nicoletti Una notte ho sognato che parlavi (2014). 

Siamo dunque in presenza di padri testimoni (come invocato da Recalcati) che attraverso le loro storie si riappropriano della loro voce narrante, aprendo così sguardi altri su un fenomeno troppo spesso delegato alla valutazione/interpretazione degli esperti.

Certamente, come evidenziano i Disability Studies (Medeghini, D’Alessio, Marra, Vadalà, Valtellina, 2013), è gioco-forza che le rappresentazioni/concezioni della disabilità siano soggette ad analisi, soprattutto per quel che concerne le epistemologie (quali concezioni le muovono?), le posizioni (da quale punto di vista si parla?), i discorsi (chi parla, per conto di chi si parla?), le retoriche (a quali dispositivi si riconducono/sono riconducibili) che veicolano. Si tratta di dimensioni che incidono in modo decisivo sulle modalità stesse con le quali i singoli e la collettività rappresentano − e si rappresentano nel rapportarsi con – la disabilità.

E tuttavia, non può escludersi in/da tale analisi la parola dei protagonisti, in questo caso i padri, così come non deve essere esclusa quella dei figli e delle mogli. 

Per questa ragione abbiamo ritenuto ineludibile dare la parola ai padri di figli/e “disabili” non solo per indagare la percezione che questi hanno in merito alla loro funzione paterna, con particolare riferimento a quella educativa, ma per co-costruire con loro le chiavi interpretative dei dati emergenti, in modo che essi stessi possano dotarsi degli strumenti di intervento che più ritengono funzionali alla loro situazione.   

La ricerca alla quale facciamo riferimento, tutt’ora in corso e della quale forniamo nel prossimo paragrafo una breve descrizione, ha coinvolto l’Università degli Studi Roma Tre (Fabio Bocci e Francesca Maria Corsi), l’Università degli Studi di Bologna (Roberta Caldin e Alessia Cinotti), l’Università di Padova (Simone Visentin) e l’Università di Lione (Margherita Merucci). 

Considerazioni a margine di una ricerca esplorativa sui/con i padri di figli/e “disabili”

Nell’indagare il connubio padri/figli “disabili” ci si è avvalsi sia dell’approccio quantitativo sia di quello qualitativo. Nel nostro caso (Roma Tre) abbiamo scelto di avvalerci dell’intervista coinvolgendo padri con figli tra i 6 ai 10 anni. L’intervista, infatti, è stata da noi ritenuta una modalità efficace per attivare un dialogo autentico e dinamico in grado di consentire un approccio flessibile a un tema così delicato e intimo. Il ricorso a tale strumento, poi, ha permesso di raccogliere una notevole quantità di informazioni e di impressioni che i padri hanno rispetto al loro ruolo all’interno della famiglia, le proprie esperienze personali e i loro compiti educativi. 

La sfida, che appare una delle più importanti e, allo stesso tempo, più complesse in ambito socio-educativo, è quella di trasformare la risposta “specialistica” in “ordinaria”, laddove la focalizzazione sul “bambino disabile” di stampo bio-medico individuale sembra ancora prevalere a discapito di un approccio globale alla famiglia e al suo benessere. 

Anche per questa ragione non si è scelto di “posare lo sguardo” su un tipo specifico di impairment, a motivo del fatto che lo scopo della nostra azione di ricerca non è quello di elargire/distribuire supporti compensativi meramente strumentali (che rinforzano l’azione di delega all’esperto e allo specialista) ma di co-costruire con i padri l’azione da intraprendere, a partire dai repertori di competenza di cui sono possessori e portatori, i quali sono troppo spesso sottaciuti o non valorizzati poiché schiacciati dal peso delle interpretazioni derivate dai modelli socio-culturali imperanti. 

La prima fase di questo lavoro ha visto il coinvolgimento attivo di 18 padri provenienti da diverse zone di Roma (Spinaceto, Appio-Tuscolano, Boccea). Nel reperimento delle persone disposte a essere intervistate e a partecipare all’attività di ricerca-azione è stata fondamentale la  collaborazione di alcune associazioni e Scuole. 

Attualmente si sta procedendo all’analisi delle interviste per mezzo di N- Vivo. 

Tuttavia, possiamo già mettere in evidenza alcuni nodi tematici ricorrenti che sottoporremo all’attenzione dei padri intervistati. Infatti, nella seconda fase questi saranno coinvolti in diversi focus group all’interno dei quali saranno analizzati i dati emersi da questa elaborazione.

Tra i nodi maggiormente interessanti che stanno emergendo vi sono quelli inerenti:

– l’elaborazione del “lutto impossibile” (Gardou, 2006) e della ferita narcisistica (Korff Sausse, 2006);

– il difficile equilibrio tra normatività e affettività;

– la propensione alla funzione di accudimento rispetto a quella propriamente educativa;

– la differente percezione tra il ruolo (essere padre) e la funzione (esercitare la paternità) in merito alla qualità e alla quantità di collaborazione con la madre nell’esercizio della genitorialità; 

– i vissuti esperiti in tutte le dimensioni ora indicati.

La domanda di ricerca che intendiamo porre all’attenzione dei padri come stimolo di partenza è quanto i loro vissuti, le loro percezioni e convinzioni siano il frutto/l’esito dell’epistemologia dominante che vede la disabilità come un problema tutto interno alla persona che ne sarebbe portatrice e dei dispositivi di etichettamento/marginalizzazione/esclusione insiti nelle retoriche discorsive che valorizzano l’abilismo, la produttività e la normalità.

Epistemologia di tipo bio-medico individuale che non concerne solo la disabilità ma anche la concezione stessa di genitorialità, tutta giocata nel biologico, come stigmatizza la sociologa Évelyne Sullerot (2000). In effetti, evidenzia la studiosa, non è possibile continuare a ridurre l’attaccamento a parametri meramente biologici: la madre, portatrice nel grembo del/la bambino/a, è definita per questo naturalmente predisposta a prendersi cura in modo simbiotico del/la figlio/a mentre il padre ne resta tagliato fuori almeno per un bel pezzo (per non dire sempre). Si tende così a escludere, nel discorso normativo, l’attaccamento affettivo che è la risultante di una triangolazione che, se c’è, esiste fin dall’inizio. Ed è in questa triangolazione che va a collocarsi non tanto il ruolo del padre quanto la sua funzione, capace di non restare invischiata – soprattutto nel caso della presenza di un figlio con un impairment – dentro la sterile dicotomia dell’assenza o della troppa presenza.

Nelle nostre intenzioni, la terza fase coincide con un ampliamento delle persone da coinvolgere mediante la creazione di gruppi di lavoro coordinati dagli stessi padri che hanno animato i focus group.  

Gruppi che elaboreranno (coadiuvati dalla figura dell’amico critico, già prevista ad esempio per l’Index for inclusion) strategie di azione finalizzate alla riappropriazione di una decisionalità consapevole, smarcata, per quanto è possibile, dai condizionamenti normativi. Ci piace infatti pensare con Paulo Freire (2004) che, per quanto condizionati, noi non siamo essere predeterminati e che ciò che è spacciato per naturalmente dato è sempre il derivato di costrutti socio-culturali modificabili.     

Bibliografia

M. Andolfi (a cura di), Il padre ritrovato. Alla ricerca di nuove dimensioni paterne in una prospettiva sistemico relazionale, FrancoAngeli, Milano, 2001.

P.P. Donati, E. Scabini, L’immagine paterna nelle nuove dinamiche familiari, Vita e Pensiero, Milano, 1985.

C. Douillet, Un padre rivela il dono unico di suo figlio. Intervista a Gilles Le Cardinal, “Ombre e luci”, 149, 2009 http://www.ombreeluci.it/articles/45/un-padre-rivela-il-dono-unico-di-suo-figlio  (ultimo accesso 21/12/2104) 

P. Freire, Pedagogia dell’autonomia. Saperi necessari per la pratica educativa, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2004.

C. Gardou, Diversità, vulnerabilità, handicap. Per una nuova cultura della disabilità, Erickson, Trento, 2006

S. Korff Sausse, Specchi infranti, Ananke, Torino, 2006.

G. Le Cardinal, Vivre la paternité; construire la confiance, Desclee de Brouwer, Bruges, 2005.

R. Medeghini, S. D’Alessio, A.D. Marra, G. Vadalà, E. Valtellina, Disability Studies. Emancipazione, inclusione scolastica e sociale, cittadinanza, Erickson, Trento, 2013.

A. Mitscherlich, Verso una società senza padri, Feltrinelli, Milano, 1970.

M. Oliver, The politics of disablement, The MacMillan Press, London, 1990.

M. Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano, 2013.

É. Sullerot, Aspects sociologiques de la fonction paternelle, Group haut normand de pédopsychiatrie, Rivages, Paris, 2000.

L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

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