Nel suo testo La valigia di mio padre, Orhan Pamuk racconta di cosa significhi per lui essere uno scrittore. Il percorso e il ragionamento che ci propone partono dal racconto della relazione con suo padre e dal timore di aprire la valigetta che gli aveva lasciato in eredità, dentro la quale il padre conservava ciò che aveva scritto. Paura del confronto, da una parte, e desiderio che suo padre fosse solo suo padre e non un padre scrittore, dall’altra. Nasce quindi una riflessione rispetto a cosa significhi scrivere e a chi è lo scrittore, anche in relazione alla propria storia più personale.

“Lo scrittore che si chiude in una stanza con i suoi libri o intraprende un viaggio dentro se stesso scoprirà anche la norma indispensabile della grande letteratura: l’abilità di raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro e la storia di un altro come se fosse la propria”. (Cfr. O. Pamuk, La valigia di mio padre, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2007).

Prendendo in prestito il ragionamento di Pamuk, mi chiedo se, quando un padre scrive della propria esperienza, compie lo stesso percorso descritto dallo scrittore. 

Parlando di sé, raccoglie anche la storia di tutti gli altri? Racconta la propria esperienza come se fosse l’esperienza di ogni altro padre?

Io credo di sì, perché penso che nel momento in cui qualcuno decide di raccontare il proprio mondo, piccolo o grande che sia, nel momento in cui descrive il proprio vissuto, anche quello più personale, ci presenta argomenti, emozioni e desideri che sono parte della storia di ogni padre.

Raccontare come una necessità, quindi. Quella di conoscere, di condividere e, soprattutto, di affermare la propria esistenza, in un contesto sociale che, come abbiamo già detto, ancora fatica a capire qual è il ruolo specifico dei padri.

7.1. Quando un padre si dedica, prima alle radici poi alle gemme

Massimiliano Verga ha tre figli: Jacopo, Cosimo e Moreno.

A volte dice che ne ha 2+1, poi però rettifica e sostiene di averne tre.

È tre volte padre, perché per ogni figlio la sfida e il libretto di istruzioni è diverso, anzi sostiene che il libretto di istruzioni lo devi scrivere tu, mettendo in fila ciò che l’esperienza, sempre differente, ti insegna.

Nel suo Un gettone di libertà Massimiliano racconta il proprio percorso di padre, un’autobiografia che passa dalla passione per l’Inter alle difficoltà legate al sistema assistenziale ma anche un insieme di riflessioni sui propri ruoli, quello di padre e quello di figlio. Questo, infatti è l’aspetto forse più interessante e nuovo, rispetto ad altri testi che parlano di paternità. Leggendo il libro scopriamo l’intreccio tra la sua esperienza in quanto padre e quella come figlio. Nel momento in cui assapora il gusto della prima paternità, infatti, Massimiliano Verga scopre che suo padre “è una persona diversa da quella che gli ha dato il nome”. 

Questa specie di cortocircuito, tra l’essere padre e l’essere figlio, porta l’autore a unire le due riflessioni e ad affermare che “è vero che i figli sono di chi li cresce. E non conta il sangue. Il sangue è un dettaglio. Non è il sangue a renderti genitore di un bambino […] Sì i figli sono di chi li cresce. Ma questa frase ha senso soltanto se dai un significato preciso e inappellabile a che cosa si debba intendere per ‘crescere un figlio’ […] I figli non appartengono a nessuno. Quando li metti al mondo è tuo dovere crescerli come meglio ti viene. Hai una responsabilità nei loro confronti, ma non sono tuoi […] la paternità non è un fatto di sangue. Per come la vedo io, la paternità e qualcosa d’altro: è un susseguirsi di domande e voglia di esserci”. 

Massimiliano parla del suo essere padre, dal punto di vista particolare del suo essere figlio e, soprattutto, del suo essersi scoperto un figlio “diverso”. Come se, a un certo punto, non potessimo parlare di cosa significa per noi essere padri, avere una responsabilità sui figli e sul loro futuro, se prima non facciamo i conti, fino in fondo, con la nostra esperienza in quanto figli. Come se potessimo dedicarci ai rami e alle gemme solo dopo aver conosciuto le radici e, per quel che è possibile, dopo averle curate.

Oltre a questo nucleo, nel libro c’è un altro aspetto specifico del ruolo paterno che trovo molto interessante e che si potrebbe raccogliere in tre parole chiave: l’autonomia, la libertà, il futuro.

“Non esiste un manuale di istruzioni sulla paternità buono per tutte le occasioni. Esiste soltanto una risma di fogli bianchi che i tuoi figli ti aiutano a riempire. Fogli pieni di inevitabili errori, poesie improvvisate, arrabbiature ricorrenti, dolci sorprese… Dei miei tre figli, uno è disabile. Moreno non vede, non parla e non può capire quasi nulla di quello che gli succede intorno. Moreno  non sarà mai un uomo libero, anche se io fossi il padre migliore del mondo. Perché Moreno non può scegliere”.

Un’affermazione forte che, come abbiamo visto nelle interviste rivolte ai padri, non sempre è condivisa o forse richiederebbe un confronto approfondito rispetto a ciò che si intende con il termine libertà. Ma, al di là di un semplice giudizio, la cosa interessante del ragionamento di Verga è la necessità per il padre di interrogarsi, riflettere e disegnare il proprio personale percorso che unisca questi tre temi: come l’autonomia del figlio, rispetto alla costruzione del proprio futuro, può esplicitarsi attraverso atti, più o meno piccoli, di libertà?

7.2. Quando un padre impara a cadere

Diogo Mainardi, giornalista e scrittore brasiliano, trapiantato a Venezia, porta alla nostra attenzione un aspetto importante della genitorialità, quello dell’accettazione dell’imperfezione dei figli.

Ne La caduta – I ricordi di un padre in 424 passi Mainardi racconta del figlio Tito, nato a Venezia con un danno cerebrale molto grave causato dell’imperizia di un medico durante il parto. Al centro della narrazione ci sono le infinite cadute di Tito e la sfida a riuscire a fare 424 passi consecutivi. Un passeggiata, potremmo dire, durante la quale l’autore connette arte, scrittura, storia. È un libro sentimentale senza essere sentimentalistico, riconduce la loro vita privata a una circolarità che riguarda tutti, che tutti coinvolge. Perché, in fondo, lo svolgersi della vita non è una linea retta ma una serie di cerchi che si susseguono nello spazio e nel tempo.

Dopo i primi tempi di angoscia e terrore per ciò che era successo all’ospedale e per quella vita inaspettata che i due genitori si trovano tra le mani, succede qualcosa di inaspettato e, allo stesso tempo, inconsciamente desiderato, un’occasione per cambiare il punto di vista.

Anna, la moglie di Mainardi e la mamma di Tito, cade inciampando in un tappeto. Non si fa nulla ma, come spesso capita quando vediamo qualcuno cadere, scoppia una risata. Il primo è Tito, si mette a ridere e lo stesso fanno Diogo e successivamente anche Anna. 

“La paralisi celebrale di Tito diventò immediatamente più familiare. La comicità slapstick era un linguaggio che capivamo tutti. Tito cade. Mia moglie cade. Io cado. Ciò che ci unisce – che ci unirà sempre – è la caduta”. 

Caduta come simbolo della precarietà, della fragilità, della difficoltà e come passaggio necessario di ogni crescita. Chi, infatti, non è caduto quando in casa stava imparando a camminare oppure dalla bicicletta mentre cercava di imparare a stare in equilibrio sulle due ruote?

A tutti è successo ed è proprio attraverso quelle cadute che abbiamo imparato qualcosa.

Cosa succede, però, se le cadute non rimangono un fatto dei primi anni di vita ma si definiscono come un aspetto caratteristico della persona?

Cosa succede, non tanto a un livello di praticità, per il quale è possibile identificare strategie adeguate, quanto a un livello simbolico? Cosa si fa con quell’aspetto di imperfezione che giornalmente viene sottoposto alla nostra attenzione e che ci definisce come incapaci e imperfetti?

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Vertigo

Quando Tito cammina, i suoi muscoli si contraggono. Quando i suoi muscoli si contraggono, lui si spaventa. Quando lui si spaventa, i suoi muscoli si contraggono ancora di più.

Vertigo, in Brasile, venne tradotto con il titolo di Um Corpo que Cai (Un corpo che cade). Tito è un corpo che cade.

Ogni passo fatto da Tito equivale a un gradino salito da James Stewart, nel campanile di San Giovanni Battista. Sí: manca Alfred Hitchcock. Sí: manca Kim Novak. Sí: manca la colonna sonora di Bernard Herrmann. Il resto – l’ho già detto – è identico. Gli occhi sbarrati. La bocca aperta. La lingua secca. Le gambe rigide. Il sudore che scorre dalle basette. Lo zoom in. Lo zoom out.

Nelle ultime scene di Vertigo, James Stewart vince finalmente la paura dell’altezza e sale sul campanile di San Giovanni Battista.

Dice:

– Ce l’ho fatta.

Anche Tito, gradino dopo gradino, ce la sta facendo.

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Alla fine di Vertigo, Kim Novak cade dal campanile di San Giovanni Battista. Cade e muore. James Stewart sopravvive. Tito è James Stewart. Cade e sopravvive.

Tanto peggio per Kim Novak”.

Il ruolo del padre, nel percorso di accettazione del figlio, bilancia quello della madre. Il padre infatti sostiene il figlio nel distacco dal mondo protettivo materno, necessario ma che a un certo punto va abbandonato, aiutandolo a sperimentare le sue capacità, affrontando difficoltà e cadute, senza sentirsi in colpa per ciò che succede, probabilmente perché più facilitato nel chiedere al figlio adattamento, responsabilità e un confronto franco con la realtà.

Da qui, infatti, parte quel processo di accettazione che, pur riguardando tutti, chiede alla persona con disabilità uno sforzo maggiore, forse un cadere e un rialzarsi una volta in più. E il padre può svolgere un compito importante nel chiedere al figlio uno sforzo e un dolore necessario a questo rituale, centrale nel processo di crescita. Se parliamo di accettazione, inoltre, dobbiamo riconoscere al padre una maggiore capacità di accettare difetti e limiti del figlio perché, al contrario della madre, riesce più facilmente a non ricondurli a una propria responsabilità; il padre riesce più facilmente a rinunciare al figlio del desiderio, il figlio cioè come lo si sarebbe voluto, per accettare il figlio reale, così come è. L’accettazione da parte dei genitori, intesa come riconoscimento dell’identità psicofisica del figlio, indubbiamente favorisce un percorso di accettazione anche nel figlio.

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Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a ignorare tutte le prognosi da bestioli dei medici, ottimistiche o pessimistiche. Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a festeggiare ogni passo in avanti di Tito, per quanto barcollante.

A partire da un determinato momento, imparammo a festeggiare perfino i suoi capitomboli. Nei primi anni, Tito si sfracellava cadendo. Con il tempo andò sviluppando sempre nuove tecniche per attutire le cadute.

Saper cadere ha molto più valore che saper camminare”. 

7.3. Quando un padre disegna un orizzonte

“Io, quando ho saputo di te bambina mia, mi sono sentito derubato del futuro. Non parlerà mai, mi avevano detto. Anzi no, l’avevo saputo dalla Rete spulciando gli inevitabili e numerosi siti dedicati alla sindrome che stavano per diagnosticarti […] È del tutto insospettata la quantità di attese implicite che governano un evento come il diventar genitori. Attese che esplodono tutte assieme davanti ai tuoi occhi proprio quando ti accorgi d’improvviso che non puoi più attenderle […] 

Il problema, con un figlio disabile, è che il futuro è, assieme, segnato e del tutto imprevedibile. Non mi avresti salutato dai gradini con la manina il tuo primo giorno di scuola. Non mi avresti raccontato della gita con i tuoi compagni in quel posto bellissimo che all’inizio non ci volevi neppure andare […] E poi nessuna possibilità di vederti uscire la sera con gli amici tra una quindicina d’anni, attanagliato dalla voglia di non permettertelo ancora e dal desiderio di vederti più grande. Di litigare con te perché non studi o studi troppo, perché non ti impegni abbastanza o non ti diverti abbastanza, perché pensi solo ai ragazzi o non ci pensi per nulla E i nipoti? …lasciamo stare […] Il problema è che la genitorialità, questa parola oggi buona per far allentare i cordoni della borsa ai finanziatori di turno di qualsivoglia intervento sociale, è essenzialmente progetto. Almeno al maschile. E io sono “al maschile”. Ossia sono tuo padre, e che cos’è un padre se distoglie gli occhi dall’orizzonte per piegare il proprio sguardo solo sulle necessità quotidiane di cura? Nulla. L’esperienza del nulla infatti è quella che segue immediatamente quella del furto del futuro”. 

Igor Salomone, professionista dell’educazione, scrive un diario nel quale raccoglie la sua esperienza di padre. In Con occhi di padre – Viaggio intorno a quel che resta del mondo l’ autore descrive situazioni, eventi, ci offre alcune riflessioni ma anche le sue emozioni di uomo che si trova ad affrontare la sfida della paternità con una figlia, però, che scardina tutte le sue certezze, che mette in crisi l’immaginario comune di chi si trova ad accogliere un figlio.

Questo brano sottolinea alcuni aspetti centrali nella relazione genitoriale e, nello specifico, paterna: futuro e progetto.

Come è stato detto più volte, il padre ricopre una funzione di differenziazione. Aiuta il figlio, o dovrebbe aiutarlo, a differenziarsi dal contesto familiare volgendo il proprio sguardo al di fuori di tale contesto, cercando un orizzonte proprio, un percorso personale. Partire, cioè, staccarsi dal conosciuto per scoprire il proprio futuro.

Ma com’è possibile questo, quando tuo figlio è disabile e, come ci dice Salomone, non potrà corrispondere all’idea sociale e condivisa di figlio? Come riuscirà il padre a favorire la differenziazione quando il figlio richiede assistenza continua?

“L’essenza dell’umano è trasmettersi, ovvero consegnarsi a qualcuno perché a sua volta si consegni a qualcun altro. E a noi, amore mio, sembra negata ogni chance di parteciparvi?

… Forse l’ho già detto, ma io sono tuo padre e il mio compito è portarti nel mondo in questo mondo, insegnandoti a incontrarlo. Quindi, non è costruirtene uno tutto per noi e viverci felici fino alla fine del nostro tempo”.

Differenziare e progettare, quindi, significano integrare e non escludere, passeggiare nel mondo come cittadino e non come straniero, protagonista della storia secondo le proprie abilità e potenzialità. Non, quindi, la ricerca di una realtà parallela ma l’acquisizione degli strumenti adatti a far parte di questo mondo. 

7.4. Quando un padre cerca di mettere insieme i pezzi

“Una spiaggia infinita di sabbia fine, un orizzonte blu, un sole che non tramonta mai e un secchiello rosso”. 

Ecco com’è il piccolo paradiso di Maria, una bambina allegra e sorridente. Diversa dalla maggior parte delle altre bambine perché autistica. 

Maria ha un papà che si chiama Miguel.

Miguel ha sempre disegnato, prima per lavoro poi per permettere a sua figlia Maria di ricordare, o meglio, di poter gestire, conservare, organizzare i suoi ricordi.

Maria vive alle Canarie con la madre, mentre suo padre Miguel vive a Barcellona. 

Maria e io di Miguel Gallardo è il racconto di una vacanza, di un tempo dedicato alla relazione tra il padre e la figlia. È una storia autobiografica, un viaggio, un pezzo di vita di una vita tutta divisa in piccoli pezzi.

Miguel Gallardo è un famoso illustratore e fa parte della corrente comics, un genere di fumetti dal contenuto umoristico.

Anche il libro, in effetti, può essere considerato un grande fumetto con un po’ di parole e tanti disegni, schizzi quasi infantili, che parlano di cose semplici, di un quotidiano comune a tanti. Piccole abitudini, strategie, scelte, percorsi, desideri, scoperte, paure, soluzioni, stanchezza.

Una vita quasi banalmente normale.

Come sono normali tutte le vite che si srotolano tra un pezzo e l’altro, tra un prima e un dopo, tra un problema e una soluzione e un altro problema.

“Oltre ai capelli folti e robusti, bianchi io e neri quelli di Maria, dalla mia parte lei ha ereditato il naso e da quella di sua madre il viso rotondo con le fossette. Condividiamo anche manie e abitudini, le mie me le sono inventate io, le sue sono una fusione tra la sua disabilità e la testardaggine che ha preso da sua nonna. Tutti e due siamo restii ai cambiamenti e vogliamo che le cose siano sempre al loro posto”.

Questa normalissima vita, diventa diversa negli occhi degli altri che si girano per osservare Maria quando grida improvvisamente, quando fa un capriccio o quando comunica in quel modo così strano.

Il viaggio alle Canarie raccontato nel libro, infatti, contiene un altro viaggio, quello dentro l’autismo.

Il libro spiega l’autismo raccontandoci la vita di Maria, un pezzettino della sua vita.
Quello che fa il papà/scrittore, in fondo, è qualcosa di tipicamente paterno: aiuta la figlia a mettere insieme i pezzi. Nel caso specifico raccoglie, riordina e unisce per restituire alla figlia un ordine, il proprio, a partire dal quale lei possa dar senso alla vita, la propria.

Possiamo affermare che è del paterno la capacità di restituire al figlio un’immagine di se stesso, ricomponendo i pezzi di una storia – temporale, emotiva e cognitiva – con i quali il figlio potrà cominciare quel percorso di riconoscimento di chi è e di scoperta di chi vorrà essere.

Il padre può fare questo perché è capace di lasciare spazi vuoti, di accettare un incompiuto che solo il figlio può compiere. Non sempre i lati dei pezzi di questo puzzle che il padre dona al figlio combaciano, ci sono pezzi che si ripetono mentre altri ancora sono nascosti. 

Si tratta di un intreccio che però rispetta i tempi e accetta le distanze, che non ha bisogno di controllare ma nel quale il padre gioca un ruolo di guida, pronto ad accogliere, non a imporre.

Questa distanza non definisce una lontananza ma rende le relazioni più forti perché lascia spazio allo sviluppo dell’identità, spazio di manovra perché succeda qualcosa che, nel caso di Maria e del suo papà Miguel, spesso, è divertente.

“E questo è tutto, 

Maria è Maria

e io sono il suo

papà, a volte ci

arrabbiamo, il più

delle volte ridiamo,

non la smettiamo

mai di parlare,

soprattutto lei.

Mi piace disegnare

per lei e che questo

sia un modo

di comunicare tra

noi. Maria è la

figlia migliore che

si possa desiderare”.

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