di Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale – Università di Bologna

È più difficile se ci si sente in colpa e non si capisce perché. 

Se si pensa che tutti gli altri siano colpevoli, perché non capiscono. 

Se si fanno confronti e ci sembra di essere sempre perdenti. 

Se nonostante tutto ci si sente vincitori, ma gli altri… 

E tanti altri “se”.

Nessuno è a parte

Cervo Mite, un indiano del sud del Dakota nato nel 1903 e morto nel 1974, diceva: “Tutti noi dobbiamo imparare a vederci come parte di questa Terra, non come un nemico che viene dall’esterno e cerca di imporre la sua volontà. Noi, che conosciamo il Segreto della Pipa, sappiamo anche che, in quanto parte vivente di questa Terra, non possiamo farle violenza senza ferire anche noi stessi”.

Cervo Mite può dirci qualcosa di utile per la nostra riflessione. Vederci come parte di questa terra significa ragionare sull’appartenenza. Il Segreto della Pipa, per le nazioni indiane, era l’evocazione di un simbolo ma anche di una possibilità concreta, quella di incontrare l’altro e avere un mediatore, la pipa. Un simbolo che collega al respiro del mondo quindi ha una possibilità di non agire unicamente con la propria solitudine ma di aspettare che il respiro del mondo suggerisca. Si potrebbe anche dire “prendere tempo”: invece di scandire immediatamente le nostre idee, avere un oggetto mediatore che ci impegni e ci permetta di aspettare. Non solo aspettare che una decisione già realizzata nel nostro animo, nella nostra testa, cambi, non esista più, sparisca, ma anche, eventualmente, aspettare per trovare il modo per realizzare quella decisione senza ferire. In una altro punto Cervo Mite diceva: “Il fumo della nostra sacra Pipa è il respiro del Grande Spirito. Quando noi sediamo insieme e fumiamo la Pipa formiamo un cerchio, che è senza fine e circonda tutto ciò che esiste sulla Terra”.

Don Lorenzo Milani scriveva in una lettera – che quindi aveva la dimensione del rapporto a due e non di una dichiarazione per tanti – : “Il sacerdote è padre universale? Se così fosse mi spreterei subito. E se avessi scritto un libro con cuore di padre universale non v’avrei commosso. V’ho commosso, convinto, solo perché vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature, ma che le amavo con cuore singolare e non universale”.

Vi è da prendere queste parole con molta delicatezza ma anche con l’attenzione all’irruenza con cui vengono scritte. L’amore ha bisogno di radicarsi, di essere in contesti, non può essere qualcosa di elegantemente – diciamolo così – ideale. Ha bisogno di incarnarsi e di esprimersi in relazioni concrete, fatte di carne e parole.

Due elementi quindi, l’attesa e la relazione al singolare.

Attesa intesa come tempo necessario all’elaborazione, all’ascolto, alla scoperta.

Relazione come strumento e mezzo fondamentale dell’amore. 

Che cosa dire? Si può dire la verità?

Cosa si deve dire a chi cresce come nostro figlio o figlia e ha bisogni speciali? 

Far finta di niente? Dire o non dire?

Bonhoeffer scrive: “Colui che pretende di ‘dire la verità’ dappertutto, in ogni momento e a chiunque, è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità, circondandosi dell’aureola di fanatico della verità, che non può aver riguardo per le debolezze umane, costui distrugge la verità vivente tra gli uomini. Egli offende il pudore, profana il mistero, viola la fiducia, tradisce la comunità in cui vive, e sorride con arroganza sulle rovine che ha causato e sulla debolezza umana che ‘non sopporta la verità’. Egli dice che la verità è distruttiva ed esige delle vittime, e si sente come un dio sopra delle deboli creature, ma non sa di essere al servizio di Satana”.

Il teologo ci fa riflettere sulla posizione che possiamo assumere nei confronti della verità. Brandirla come una clava oppure cercare le mediazioni per poterla offrire come una ricerca e come una realtà che salva. Far crescere i bambini e le bambine all’interno della ricerca di verità è importante, affrontarli con una verità che colpisce come un pugno e stordisce con un colpo in testa è quello che Bonhoeffer dice essere un modo arrogante di utilizzare la verità. Ed è questo il punto importante per cui abbiamo bisogno di mediatori e di mediazioni, non per nascondere ma per ricercare, non per opprimere ma per offrire. E allora bisogna trovare i mediatori giusti e condividere questa ricerca con altri, sapendo che non è facile, sapendo che esige anche una sopportazione di sofferenza e di attesa. 

Bisogna mettere insieme i tempi di molte persone e farlo con una pazienza che a volte è proprio quella che manca quando si è in una fase di ricostruzione, e si vorrebbe subito affrontare un terreno nuovo, un’aria nuova, una vita nuova. Ma la vita nuova non può che essere costruita tenendo conto che la vecchia non va distrutta ma solo messa in condizioni di essere anch’essa nuova. 

Vi è una dimensione orizzontale che facilita il contatto, la costruzione di percorsi e non di un solo percorso. È molto importante avere una rete di percorsi, per evitare l’insuccesso ripetuto. Avere una sola strada e trovarla sbarrata significa rischiare di avere un insuccesso che ripetendosi può creare la sindrome da insuccesso. E oltre alla mediazione nella rete orizzontale, c’è anche l’altra dimensione, verticale, che vuol dire avere una possibilità di trascendere dall’attuale. 

Il padre può essere mediatore ma ha anche bisogno di mediazioni. Ha un ruolo di traduttore ma anche lui ha bisogno che gli vengano tradotte le esperienze che sta vivendo.

Indicazioni su cui lavorare

Tre parole: responsabilità, rituali, resilienza. Tre elementi di un’educazione che possono essere: proposte, innovazioni ma, e questo ci sembra più importante, modi di leggere il valore, il positivo che già esiste.

Tre parole che possono aiutarci a passare dalla logica del “se” che ci destina a un’attesa senza impegno a quella del “quando” che presuppone, al contrario, un’accettazione della situazione di partenza e una progettualità condivisa che proponga un orizzonte verso il quale muoversi.

Vorremmo che i padri fossero capaci di assumersi la responsabilità di mettere in movimento una dinamica che favorisca non l’imposizione ma la scelta, non la spavalderia dell’azzardo, ma l’avventura del progetto sostenibile.

Indicazioni per padri, quindi, che, al di là delle specifiche caratteristiche del ruolo o dei bisogni dei loro figli, vogliano vivere il loro ruolo con impegno e motivazione ma anche con prospettive e indicatori di direzione.

Uno studioso che riteniamo importante, Antoine De La Garanderie, sostiene che la motivazione non è un fatto solitario, esige una vita di relazione. Sostiene ancora che gli educatori dovrebbero essere motivati dalla loro ignoranza. Una motivazione, quella del padre, che lo porti ad agire con maggiore intenzionalità e, quindi, una maggiore capacità di efficacia e di riproducibilità nel tempo e nello spazio della sua esperienza.

La responsabilità

Una prima indicazione si riferisce al termine responsabilità che ha una evidente radice nel termine rispondere: rispondere di sé e rispondere agli altri. Educare alla responsabilità lo vogliamo intendere non tanto e non solo come un’assunzione di compiti straordinari, quanto come una necessità di sapere che anche il piccolo gesto della quotidianità ha delle conseguenze di cui dobbiamo assumerci la responsabilità. Un esercizio della responsabilità, quindi, attraverso la quotidianità delle piccole cose che, senza facile retorica, sono i mattoni che ci permettono di costruire un percorso, un movimento che, basato su solide basi, ci permetta di crescere, ognuno nel proprio ruolo.

Chi cresce, si dice, impara a camminare cadendo, ma anche impara a camminare evitando di cadere. Un bambino o una bambina piccola inevitabilmente cadono ma sta agli adulti, che sono in qualche modo responsabili di quella crescita, evitare che vi siano degli elementi di pericolo per cui le cadute diventino una minaccia con conseguenze gravi. Vi è quindi la necessità di predisporre un contesto, e questo esige una prima assunzione di responsabilità, perché vi sia, da parte di chi cresce, una possibilità di assumere le conseguenze dei propri movimenti, certamente quelli corporei, e poi dei propri “movimenti mentali”, dei propri pensieri, delle proprie espressioni, delle proprie scelte, di parole, di strumenti, di azioni da fare. Questa complessità di elementi collega il controllo e la responsabilità.

Il padre in questo ha una maggiore libertà, nel permettere al figlio di correre dei rischi, di scontrarsi, anche fisicamente, con le proprie difficoltà, per sperimentare, per imparare, per apprendere e per accettare. Un rischio, ovviamente, collegato a un contesto protetto, o meglio potremmo dire, adatto all’età e alle singole esigenze di ognuno.

Padre come promotore del rischio controllato ma padre anche come sostegno alla definizione di un progetto. Responsabilità sia nell’evitare il pericolo che nel permettere al figlio di affrontare  le difficoltà che sono alla loro portata.

È interessante trovare, in un altro autore importante della nostra epoca come Frankl, alcune indicazioni che riguardano un atteggiamento di provvisorietà nella vita. Frankl considera tale atteggiamento come tipico di coloro che, vivendo in un periodo bellico, sono costretti a vivere alla giornata. Sembra, però, che anche in un periodo di pace apparente, come nella nostra epoca e nei nostri paesi, vi sia questo stesso senso di provvisorietà, di incertezza del domani, che porta, o si accompagna, a un atteggiamento da Frankl chiamato fatalista, ovvero a un’accettazione di quello che accade. Avere un progetto, pensare e immaginare un futuro, definire un orizzonte di senso contrasta con questo atteggiamento fatalista perché ci spinge a una partecipazione responsabile alla costruzione di chi vogliamo essere.

Fatalità, inoltre, contrasta con accettazione, anzi è una falsa accettazione. Perché accettare significa aprirsi alla possibilità, significa sperimentare possibilità, significa cadere e rialzarsi.

I rituali

La nostra realtà educativa in generale è assai povera di rituali, e in generale tutta l’esperienza educativa è all’insegna di una certa irrisione per quelli che sono i rituali. Certo, vi sono aspetti dell’educazione che hanno rituali propri, ma all’interno di settori specifici: la specificità degli sport, ad esempio, oppure quella dell’educazione nelle religioni. Ma anche in questi casi i rituali portano a essere piuttosto derisi che non compresi per la loro importanza. In particolare, poi, quelli che vengono definiti i riti di passaggio, sono quanto mai confusi. I nostri anni sono contrassegnati da una totale confusione di quelle che sono le tappe di sviluppo e di assunzione di compiti, all’interno di un contesto sociale. Le possibilità di comprendere con esattezza quale è la fase di sviluppo di una persona, attraverso i periodi e i riti che sono connessi ai diversi periodi di sviluppo, è oggi molto più difficile di ieri, perché anche a chi è molto giovane viene chiesta una presenza, o viene indotta una necessità di essere presente, da molte azioni che sono nell’ordine della giornata e della nottata: le stesse scansioni ritmiche del giorno e della notte diventano degli elementi opzionali a seconda delle occasioni, dell’interesse, delle convenienze che il soggetto potrebbe avere.

I riti di passaggio sono confusi, a volte sembrano addirittura scomparsi. È vero che per quanto riguarda la situazione del nostro paese i rituali hanno avuto un periodo, quello del ventennio fascista, contrassegnato da una volontà di controllo e da un’esaltazione delle parate, delle messe in scena. Questo ha provocato indubbiamente una certa seria avversione nei confronti di un modo di intendere i rituali. Ma è anche vero che all’interno della riflessione pedagogica vi sono state due correnti di pensiero: una considerata più progressista, e legata all’éducation nouvelle, che aveva nei confronti dei rituali una certa diffidenza, pensando che avessero una natura essenzialmente conservatrice; l’altra era invece, sempre all’interno dell’educazione attiva, considera i rituali un valore nella definizione dei passaggi di crescita.

Il padre è il punto di riferimento del rito di passaggio. Come un antico capo villaggio conduce il giovane, ormai pronto per entrare nel mondo adulto, ad affrontare tale rito, consapevole delle sue potenzialità e fiducioso nel suo coraggio.

Ancora più importante diventa il ruolo del padre quando il figlio, per la propria condizione di disabilità, mette in crisi i riti di passaggio condivisi dai suoi coetanei. Sia nei tempi che nei modi. La prima uscita da solo, il primo bacio, la prima trasgressione alle regole.

Riti che aiutano a definire un’identità, a sperimentarsi, a varcare i confini.

Riti che, troppo spesso, vengono negati o evitati al giovane con disabilità. Ecco che il padre, allora, può porsi come conduttore, favorendo esperienze rituali che, tenendo conto delle specifiche esigenze, consentano al figlio di sperimentarsi e affrontare prove che lo aiutino a diventare adulto.

La resilienza

La parola resilienza deriva dalla fisica. Il vocabolario Larousse la spiega come una caratteristica meccanica, che definisce la resistenza alla pressione e all’urto di un materiale. La resilienza umana va anche oltre, e viene definita come la capacità di una persona, o di un gruppo sociale, di una famiglia, di una comunità, di un villaggio, di una minoranza etnica, dei rifugiati, e anche di una scuola, a svilupparsi nonostante circostanze difficili, come ad esempio un ambiente sfavorevole o anche ostile. Gli adulti resilienti hanno sviluppato questa capacità dall’infanzia, avendo assorbito il trauma con un senso di competenza e di coscienza che gli consente di aver sviluppato un certo controllo sul proprio destino e sulla propria vita.
Ed è importante tenere memoria di ciò che abbiamo affrontato, elementi importanti e significativi in una prospettiva di apprendimento. Si può anche parlare di una “vaccinazione” che si realizza attraverso i piccoli contrasti dell’esistenza. La persona che cresce può sviluppare una sicurezza interna che, mettendo alla prova, rinforza attraverso la possibilità di interiorizzare quelli che sono gli elementi di sostegno e di fiducia, senza bisogno di averli sempre vicini, sempre evidenti, sempre manifesti; li sente propri, e quindi li rinforza attraverso le prove.
Queste dinamiche sono conosciute ma a volte solo a posteriori, e non è ancora chiaro come produrle, cioè come educare alla resilienza. Gli studiosi insistono su tre grandi insiemi di fattori:
– le caratteristiche della personalità, l’autostima, la riuscita di alcuni compiti… un senso dell’umorismo e la presa di distanza, la capacità di organizzare la propria vita;
– la coesione, il calore del gruppo, l’assenza di discordia o almeno una buona relazione con le figure educative, con un pari del proprio sesso e anche dell’altro sesso;
– i sistemi di sostegni esterni che incoraggiano e appoggiano gli sforzi che chi cresce fa per fronteggiare una situazione.
Questi tre insiemi di fattori possono essere in qualche modo progettati da un ambiente educativo che si faccia carico di questo tipo di elementi, importanti per l’apprendimento. Pensiamo a come oggi ci sia una continua “doccia scozzese” dei ragazzi e delle ragazze, fra la protezione eccessiva che vorrebbe impedire che siano sfiorati dal dolore, dalla sofferenza, e che interpreta dolore e sofferenza qualsiasi cosa, come ad esempio la mancanza di un oggetto; e diventa poi trasmissione dell’incapacità di soffrire per un’attesa, di costruire con fatica.
La “doccia scozzese” è fatta di contrasti: l’abbandono, il lasciar soli, lasciare che chi cresce si trovi improvvisamente in certe ore della giornata a dover decidere da solo, da sola, di tutto, ad esempio come vestirsi, cosa mangiare, come usare i soldi. A volte le avversità condivise con il gruppo di riferimento o con degli adulti sono un fattore che protegge l’individuo molto più che il riparare dalle avversità.
A ben pensarci, in effetti, è meglio condividere la fatica di una difficoltà oppure evitare tale difficoltà? È più utile far sentire la presenza e condividere dubbi e preoccupazioni o scegliere per l’altro evitando dubbi e responsabilità?
Il padre è maggiormente capace di mantenere l’equilibrio tra protezione e sofferenza, tra concessione e attesa, tra sostituzione e menefreghismo.
Un equilibrio necessario alla formazione della resilienza come abilità che permetta di trasformare un ostacolo in un’occasione, una difficoltà in una possibilità.
Se pensiamo al percorso di crescita di un ragazzo o una ragazza, con disabilità o meno, gli ostacoli e le difficoltà sono all’ordine del giorno. Compito della famiglia, come della scuola e degli altri contesti educativi è proprio quello di permettere loro di sviluppare la capacità di crescere nonostante circostanze difficili e, anzi, fare di queste un apprendimento. 

Bibliografia

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K. Recheis, G. Bski (a cura di) Sai che gli alberi parlano? La saggezza degli Indiani di America, Il Punto di incontro edizioni, Vicenza, 1992, p. 15 e p. 44

L. Milani, I care ancora. Inediti. Lettere, appunti e carte varie, EMI, Bologna, 2001 (il volume è curato da G. Pecorini), p. 146.

D. Bonhoeffer, Etica, Bompiani, Milano, 1999, p. 131.

V.E. Frankl, Homo patiens. Soffrire con dignità, Queriniana, Brescia, 1998.

P. Bertolini, La responsabilità educativa, Il Segnalibro, Torino, 1996.

B. Cyrulnik, Un merveilleux maleur, Ed. O. Jacob, Paris, 1999.

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B. Cyrulink, E. Malaguti, Costruire la resilienza, Erickson, Trento, 2006.

E. Malaguti, Educarsi alla resilienza, Erickson, Trento, 2006.

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