“Quando non si hanno i mezzi per essere handicappati, allora si resta in buona salute!”.
Questa la traduzione di una vignetta di Charb, Stéphane Charbonnier, il fu direttore di “Charlie Hebdo”, il giornale satirico irresponsabile parigino, ucciso insieme ad altre 11 persone nella strage terroristica della redazione del 7 gennaio 2015. La vignetta ritrae l’ex presidente francese Nicolas Sarközy, in un periodo storico in cui le persone disabili in Francia manifestavano per ottenere un aumento delle pensioni di invalidità.
Ne Il magico Alvermann di solito proponiamo un brano letterario, o una canzone, o nei casi più estremi una battuta di un film, ma stavolta vogliamo rendere omaggio a questi straordinari fumettisti che, al di là della collaborazione con “Charlie”, avevano una lungimirante carriera di disegnatori alle spalle ed erano noti per i loro personaggi molto di più che per le vignette di “Charlie”. Vogliamo anche rendere omaggio al fatto che negli anni si sono occupati dei più svariati temi sociali, senza avere il chiodo fisso sulla religione e sull’Islam.
Non entrerò nel merito del dibattito “Se la sono cercata… Hanno esagerato… Hanno disegnato vignette blasfeme…, ecc.”, né parlerò della libertà di espressione in Francia, paese che conosco molto bene, libertà completamente diversa dall’Italia e quindi non comparabile: quello che ci offende qua, là forse non ci avrebbe offesi. Ma dove risiede il limite dell’offesa?
In queste settimane, il dibattito sui fatti di Parigi è stato molto acceso. Sono tutti convinti che esista un senso del limite che non deve essere superato. Pure io che – ok, lo ammetto – apprezzo un giornale come “Charlie Hebdo”, mi sono domandata: “Ma se vedessi una vignetta sulla disabilità troppo offensiva, come mi sentirei in quanto persona disabile colpita nel vivo?”. 

In realtà io sono la prima a ridere spesso della disabilità, e mi piace fare battute dove mi auto-prendo in giro. Questo ha creato nelle altre persone una tranquillità di linguaggio verso di me, ed è un linguaggio che non viene più filtrato ma arriva diretto senza mediazioni. Eppure, a volte, il senso del mio limite è stato superato, ma la cosa importante è che io – fino a quel superamento – non sapevo che lì ci fosse un limite. Provo a fare un esempio. Un giorno un mio collega, terminato il suo orario di lavoro, è entrato nel mio ufficio per salutarmi prima di andare a casa. Dovevamo anche metterci d’accordo perché quella sera ci sarebbe stata un’uscita collettiva tra colleghi alla Festa dell’Unità. Entrando nella mia stanza ha detto “Tu, zoppa, ci sarai stasera?”. In quel momento mi sono resa conto che la domanda mi dava fastidio, con quella parola, “zoppa”, che non c’entrava nulla. Non c’entrava perché io ho una malattia rarissima al nucleo centrale delle cellule muscolari e quindi, anche se cammino oscillando, non sono zoppa nel senso che noi diamo alla parola. Non c’entrava nulla perché ovviamente un amico mi può chiamare in un modo che non sia il mio nome, ma di solito è un nomignolo condiviso in quanto amici. Se fosse stato un nostro modo codificato tra noi di chiamarci, allora “zoppa” sarebbe andato bene, ma in quel contesto no. Un mio amico per esempio mi chiama “nana” per via del fatto che non spicco in altezza, ma va bene perché è come se lo avessimo deciso insieme.
Allo stesso tempo, rimasi molto sorpresa di me: lì c’era un limite a quello che le persone possono dirmi, un limite che però io non potevo prevedere (pensavo di non avere limiti) fino al momento in cui è stato oltrepassato.
Probabilmente è capitato a tutti, anche a me verso gli altri, di oltrepassare dei limiti non scritti, non pensati, non immaginati neppure, non previsti. Limiti di se stessi e limiti degli altri.
Esiste un limite del limite?
“Charlie” ha sfidato, e continua a sfidare, il limite, attaccando il potere, come in questa vignetta di Charb sulla disabilità (la satira di solito attacca il potere, non i deboli, e quando attacca la religione è il potere che si fa di quella religione che viene attaccato). Questa vignetta non la trovo offensiva, ma non saprò quale vignetta sulla disabilità potrà essere offensiva finché non la vedrò.
Dovremmo proteggere la “categoria dei disabili” dalla satira, per evitare la paura dell’offesa? Non credo, noi amiamo le sfide. E poi, se ci pensiamo bene, le vignette di solito disegnano anche il livello dei nostri successi o insuccessi culturali, i nostri stereotipi e pregiudizi. Sono la nostra cartina di tornasole del limite del limite.