Gualtieri è un piccolo Comune della provincia di Reggio Emilia, vicino al confine tra Emilia Romagna e Lombardia.

Se ci arrivi, come me, in un pomeriggio di domenica, con il cielo basso e grigio, la pioggia che cade fine e un po’ di foschia che sale dal Po, potresti avere la sensazione di fare un salto nel tempo.

Potrebbe sembrare di tornare nel medioevo, quando la città venne costruita e vide risiedervi negli anni i marchesi di Gualtieri.

Oppure potresti avere la sensazione di trovarti all’inizio degli anni ’50 quando l’ennesima alluvione distrusse buona parte della città. Quasi tutto, tranne lo spazio rinascimentale di Piazza Bentivoglio, quadrato perfetto con portico su tre lati e il palazzo che porta lo stesso nome.

Se poi esci un po’ dallo spazio cittadino e ti addentri nel boschetto che separa il centro abitato dal Po, potrebbe capitarti di vedere un uomo un po’ strano che cammina tra quegli alberi, si tocca la testa e, fissandoti da lontano, cambia direzione senza salutarti, magari per andare a raccogliere un po’ di fango dall’argine del fiume, per poi utilizzarlo per modellare le sue sculture.

La giornata che ho trascorso a Gualtieri, un viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo, mi ha permesso di comprendere quanto sia forte il legame tra un artista e la sua terra. In questo caso tra Antonio Ligabue e la sua Gualtieri, città che non lo ha visto nascere ma che lo ha accolto con carezze e schiaffi. 

Nato nel 1899, figlio naturale di un’italiana emigrata, non ha mai conosciuto il padre.

Nel 1900 perde anche la madre e viene affidato a una coppia di svizzeri tedeschi. Forse proprio per la scomparsa della madre, il legame con la matrigna, che vede alternarsi momenti di amore e altri di odio, sarà causa di grandi sofferenze. L’infanzia passa infelice tra lo studio in un collegio per handicappati e alcuni mesi trascorsi in una clinica per malati mentali a causa di alcune forti crisi nervose che metteranno fortemente alla prova la relazione familiare. 

È proprio a causa di un grave crisi nervosa, l’ennesima, che la madre adottiva decide di denunciarlo e per questo verrà espulso dalla Svizzera e portato nella città natale del padre, Gualtieri.

Qui non conosce nessuno. In un primo momento scappa, tentando di ritornare in Svizzera ma senza successo. Comincia, allora, a vivere come un vagabondo, venendo immediatamente etichettato come “matto del paese”.

Ciò nonostante, la passione per il disegno scoperta durante la permanenza nella scuola per handicappati, non lo abbandona per cui riempie il suo tempo disegnando e dipingendo, attività che lo soddisfa e che più di altre gli permette di comunicare al di fuori il grande caos che porta dentro di sé.

Trova ospitalità presso un ospizio fino a quando, tra il 1927 e il 1928, conosce il pittore Mazzacurati che, oltre a insegnarli alcune tecniche pittoriche, da quel momento si prenderà cura di lui.

Trascorrerà altri brevi periodi in manicomio, l’ultimo dei quali per aver percosso un soldato tedesco con una bottiglia. Ne uscirà definitivamente nel 1948.

Ed è proprio in quegli anni che la pittura diventa il centro della sua vita, un desiderio di esprimere sulla tela, con colori e tratti decisi, le immagini che abitavano la sua mente.

Destino vuole che anche la sua fama si allarghi e un po’ di fortuna, lentamente, sembra volgere a suo favore. 

Critici, mercanti d’arte e giornalisti iniziano a interessarsi a lui, garantendogli in poco tempo la notorietà che merita, fin quando nel 1961 viene allestita la sua prima personale a Roma, e successivamente anche Guastalla, altro paese reggiano, gli dedica una grande mostra antologica.

Nel maggio del 1965 al matt [il matto] muore, facendo di Gualtieri una città d’artista, casa del cosiddetto buon selvaggio della pittura italiana. 

Ritratti

Uno dei soggetti che più di altri Ligabue ha dipinto è proprio se stesso.

I suoi infiniti autoritratti.

Come ha scritto Luciano Manicardi, monaco di Bose, nel catalogo della mostra che ho potuto visitare proprio a Gualtieri, questi autoritratti sono “specchio di ferocia e di violenza, specchio di pietà e di tenerezza, specchio di smarrimento e di paura”.

Sono la ricerca di un’identità, di un riconoscimento che prima di tutti deve avvenire da lui stesso.

Una sorta di continua necessità di guardarsi allo specchio per ritrovarsi, se stesso e le proprie radici, quell’inizio al quale tutti torniamo quando perdiamo il filo della nostra identità.

Ritratti che fissano sulla tela un’immagine, quel momento specifico che mi dice chi sono.

Ma questo della ricerca interiore è solo uno degli aspetti dell’autoritrarsi.

I dipinti, infatti, sono per l’artista il mezzo attraverso cui rendere pubblica la propria inquietudine, quel dolore, quelle ferite che lo affliggono. Comunicarle all’esterno, alle persone che lo vedono e che, per semplicità, lo definiscono matto e basta, senza chiedersi cosa ci sia dietro quella parola. Certamente la diversità che deriva dalla malattia mentale fa paura ma, ancora oggi è così, è molto più semplice semplificare piuttosto che tentare di approfondire, come se negando la complessità si eliminasse la difficoltà.

Ecco allora che quei ritratti colorati e con sembianze a tratti deformate sono anche il grido di un uomo che chiede solo di essere visto per ciò che è, oltre l’apparenza che prende forma dal pregiudizio e dalla paura.

Animali feroci

Un altro dei suoi soggetti prediletti sono le bestie feroci.

Tigri, tante tigri e i rapaci, in particolare il falco.

Scene di lotta in cui gli animali si presentano in tutta la loro forza fisica, con movimenti decisi, figure di una violenza ancestrale che, ancora una volta, vede l’origine nella memoria emotiva dell’artista. Un ulteriore tentativo di ricreare la propria immagine, frutto di un’identificazione profonda soprattutto con i rapaci.

Come i rapaci, infatti, quando sono chiusi in gabbia, strofinano e sbattono il becco sulle sbarre alla ricerca di una via di fuga, così anche Ligabue, istintivamente, strofinava il suo grande naso sulle reti, definizione di un confine che da una parte lo potesse contenere e dall’altra liberare.

Anche in questo Ligabue, come artista, definisce un modello che tutti ci accomuna.

Chi, infatti, non ha mai sentito la necessità di un contenimento, di un sentirsi al sicuro, di un perimetro di relazioni e spazi dentro il quale sapere chi è?

Chi, allo stesso tempo, può dire di non aver mai sperimentato quel desiderio di fuga, di spazi infiniti, in cui sentirsi unici, anonimi, l’ultimo vero baluardo della nostra personale libertà?

Una lotta tra il bisogno di essere definiti e quello di appartenere all’indefinito che caratterizza profondamente la natura umana.

Lasciando Gualtieri, faccio una passeggiata nel bosco che divide la città dal fiume.

Quel luogo, ultimo rifugio del pittore, mi affascina per il mistero che porta in sé.

Raggiunto il Po, lo guardo scorrere, instancabile.

Come la vita, che procede indipendentemente dalla nostra capacità di tenere il suo ritmo.

E penso alle persone che, come Antonio Ligabue, si devono confrontare con quel ritmo che tutti consideriamo normale, mentre per loro normale non lo è. 

E penso a come noi, i normali, finiamo per imporre quel ritmo a tutti, anche a noi stessi quando invece avremmo bisogno, anche solo momentaneamente, di un altro ritmo. 

Ecco che allora, come al mio arrivo, forse per colpa della foschia che si è alzata e per quell’odore di sottobosco umido che mi riempie le narici, rivedo Ligabue muoversi tra quegli alberi, fermarsi a fissar qualcosa che vede solo lui, correre, urlare, spaventarsi.

Riconosco gli sguardi che ho visto nei suoi autoritratti, sento la forza della natura che egli ha rappresentato attraverso i suoi animali e comprendo che, al di là di tutte le interpretazioni che si possono fare, ciò che resta e ciò che importa sono i suoi dipinti.