Milano, sabato 25 luglio 2015, Torre del Filarete al Castello Sforzesco. Un plotone di duecento adolescenti di diversa età e provenienza gioca, compone e grida per quattro ore sui versi di Vladimir Majakovskij. Indossano una maglietta gialla, dei pantaloni neri e degli anfibi dello stesso colore. Una massa compatta e meticcia, di lingue, culture e fisionomie. Tra di loro ci sono anche due ragazzi con disabilità. Si rivolgono a un pubblico misto di familiari, addetti ai lavori, passanti e turisti attoniti. Parlano di desiderio, di slancio e di rivoluzione e ci invitano a seguirli fino alla Piazza del Duomo. Lì il culmine e l’apoteosi dell’happening, l’ultima tappa lombarda di Eresia della felicità, creazione a cielo aperto per Vladimir Majakovskij diretta da Marco Martinelli. 

Il regista, fondatore con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, è tra gli autori della non-scuola, una poetica laboratoriale etica ed estetica sui generis, nata in opposizione ai canoni della pedagogia teatrale tradizionale con l’idea di mettere l’energia dell’esperienza creativa al centro dell’incontro con l’altro, del cambiamento umano e della comune responsabilità politica.

Quella di Eresia della felicità è una lunga storia, o meglio una genesi, perché questo spettacolo, se così si può chiamare, non è frutto di un atto di narrazione ma di creazione, una creazione non finita e in continuo divenire, mutevole e instabile come i corpi dei suoi protagonisti e gli sguardi dei suoi spettatori. 

Per questo, prima di arrivare a Milano, è meglio fare un passo indietro e tornare a quel che accadde nel 2011 a Santarcangelo di Romagna. Lì a Santarcangelo 41, la quarantunesima edizione di uno dei più noti Festival di teatro contemporaneo in Italia e in Europa, Eresia fu per la prima volta sperimentata e insieme proposta al pubblico. 

Ricordo bene la nuvola di polvere, gli schiamazzi e il caos che il primo giorno si sollevarono sul terriccio dello Sferisterio all’arrivo dei ragazzi. 

Duecento adolescenti provenienti da Emilia Romagna, Brasile, Senegal, senza contare le tribù, così come ancora le chiama il regista Marco Martinelli, di Napoli, Stati Uniti, Belgio, Foligno, Conegliano Veneto, Milano e Mazara del Vallo. Una disordinata babele di figurine gialle si apprestava a entrare in azione davanti a un timido gruppo di spettatori seduti sul prato in prossimità delle mura cittadine.

A guidarli, su e giù dallo Sferisterio, un uomo sempre in corsa, tutt’uno con il suo microfono, le sue mani, le sue gambe e l’ultimo soffio di fiato rimastogli. Quell’uomo era ed è Marco Martinelli, fondatore con la moglie Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, dal Novanta impegnato con gli attori e i collaboratori del gruppo, le cosiddette guide, in laboratori teatrali nelle scuole elementari, medie e superiori intorno a cui si è sviluppato ed è cresciuto il metodo della non-scuola delle Albe. Il metodo, volutamente definito antipedagogico, colpì alle origini per la sua carica eversiva, lontana dai dettami della pedagogia teatrale tradizionale benché fondante le radici nel teatro greco, nella dimensione corale in particolare, a favore della relazione con l’altro e di un attento impegno politico. 

Un contesto in cui anche diversità e differenza trovano spazio, trasformandosi in risorsa.

Basta lasciar parlare la prima lettera del Noboalfabeto, il manifesto teorico-pratico dei principi della non-scuola: “A. Asinità. []Vieni, sussurra la non-scuola all’asinello, vieni da me. Lascia perdere chi non ti ama. Da me troverai acqua e biada a volontà. Che tu sia benedetto, asinello errante! Vieni da me, e apri con la chiave dell’occasione l’asinin palato, sciogli la lingua, fai uscir dalla tua bocca quell’estraordinario rimbombo che la largità divina, in questo confusissimo secolo, nell’interno tuo spirito ha seminato. Vieni da me, e con me fai valere la tua barbara natura, raccogli i frutti e i fiori che sono nel giardino dell’asinina memoria. Vieni da me, e in me trovati con tutti, discorri con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, a tutti regala verità, domina a tutti, sii tutto! Nella non-scuola l’asino è l’adolescente, nella non-scuola l’asino è la guida: entrambi ragliano forte”.

I ragazzi erano pronti a mettersi in cerchio. Ragazzi diversi per origini, lingua e cultura che si mettevano con curiosità a confronto con le proprie biografie. Tra questi non si può certo dimenticare Carletto, un ragazzo con Sindrome di Down, serissimo e assolutamente compreso nel suo ruolo.

Al centro dello Sferisterio sostava una presenza complice: appeso al muro, il ritratto-santino di Vladimir Majakovskij, il poeta del Caucaso dai versi aguzzi.  

Annoverato tra principali fondatori del Cubo-Futurismo Russo l’autore diverrà presto per i ragazzi modello assoluto, esempio di slancio, azzardo, grido di ribellione e inno alla bellezza, giovane fautore di un’utopia realistica e di una rivoluzione magnifica nata a colpi di poesia. 

“Mi cucirò calzoni neri/Con il velluto della mia voce/E una blusa gialla/Con tre metri di tramonto”, così canta il poeta per parlarci di sé e presto scalpiteranno allo stesso modo le voci dei ragazzi, a svelarci la divisa di scena, i pantaloni neri, gli anfibi e la già mitica maglietta gialla. 

Un piccolo segreto messo nero su bianco, è così, sembrano dirci i duecento, che si comincia la propria, piccola, personale rivoluzione. Ad accompagnarli alla conoscenza del poeta e drammaturgo russo non solo i laboratori condotti dalle Albe ma l’incontro con il professor Fausto Malcovati, uno dei massimi esperti di teatro russo, docente di letteratura russa alla Statale di Milano, grande amante dei versi del giovane Majakovskij. Il professore dedica ai ragazzi una vera e proprio lectio magistralis sul poeta e sulla Russia dell’epoca. Chiede ai ragazzi che cosa facevano a dodici anni. Qualcuno risponde candidamente “le medie”. “Ecco Majakovskij – risponde il professore – a dodici anni era in galera per attività sovversiva”. 

A fare la differenza in quel che accadde dopo non furono tuttavia né la suggestiva cornice, né gli splendi versi del poeta. Fu piuttosto la moltiplicazione di quei versi nell’energia creativa di un coro. Fu il crescendo di un’esperienza di massa lunga e faticosa, in cui per un’intera settimana i duecento, vissuti insieme giorno e notte nella Foresteria del paese, ci hanno portato sotto la guida di Marco Martinelli all’interno del loro percorso di prova e di scoperta, rendendoci di volta in volta partecipi per quattro ore al giorno di esercizi teatrali e improvvisazioni che finivano per diventare esse stesse 

spettacolo. Composte come vere proprie orchestrazioni rituali, le stesse abitualmente utilizzate da Martinelli e dalle guide nei laboratori condotti nei singoli gruppi, le improvvisazioni si trasformavano in tappe fisse, come lo scongiuro iniziale, un leggero calcio sulle chiappe del proprio vicino, l’Ottava toscana tratta dall’Orlando Innamorato del Boiardo o ancora E cape, letteralmente le teste, esercizio nato con il gruppo di Scampia. Momenti cardine che diverranno giorno dopo giorno partitura costante dello spettacolo, attesi e riconosciuti dagli spettatori in continuo aumento. Una prova aperta, per certi versi un happening, o meglio, “una creazione a cielo aperto” come la definisce il titolo. Una regia anarchica che ci porta alle origini del fare teatro, alla potenza divina del rito. Dioniso, il dio del teatro, viene chiamato in causa più volte a sostenere il nostro sguardo e la nostra presenza e di quei versi ci farà custodi e testimoni. Majakovskij dalla sua conclude ogni giorno il ciclo, quando i ragazzi arrivano a gridarne in gruppo, la ciaccona, i versi.

La discussione che quest’esperienza di non-spettacolo ha generato intorno a sé a Santarcangelo 41 è stata continua, segno di un’eco lasciata da una traccia di natura diversa.

Nel momento in cui si diventa testimoni di Eresia della felicità accade infatti qualcosa di insolito, qualcosa di legato a sentimenti di partecipazione antichi: ci sente meno soli. Nei dialoghi che ne sono seguiti tra antropologi, teatranti e pedagogisti nessuno ha potuto negare quanto, al di là dei possibili risvolti dell’operazione, Eresia metta in campo questioni personali. “Le aperture pubbliche della non-scuola – spiega la critica Cristina Ventrucci – non sono saggi scolastici o esibizioni di abilità. E al contempo non si pongono come opere teatrali da guardare attraverso una lettura critica. Pongono quindi lo spettatore di fronte a una terza via, a una partecipazione diretta e molto personale. Sono momenti di teatro che suggeriscono una sospensione del giudizio e che pongono una domanda di appartenenza a una comunità”. 

Lo stato di ebbrezza diffuso che ci coinvolse in quei giorni pensai che fosse inscindibile dall’energia dei ragazzi e mi chiesi se mai un’esperienza del genere avesse potuto essere replicata altrove. Mi risposi che no, non era possibile. E invece è accaduto in parte a Venezia, a Marghera, nel 2012, e soprattutto lo scorso luglio a Milano, al Castello Sforzesco, grazie a Olinda, la Cooperativa sociale che ha preso in gestione l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini. 

Anche questa volta giovani provenienti da tutto il mondo, con molti stranieri già parte delle classi di Milano, e un bambino, Riccardino, sette anni, che ha vissuto l’esperienza del terremoto a San Felice sul Panaro, senza contare l’irriducibile Carletto e un ragazzo in carrozzina. “Tra le bluse gialle siamo tutti uguali e tutti diversi” – spiegano i ragazzi – “perché è la diversità a renderci unici e uniti”. Così il ragazzo si muove sulla carrozzina aiutato dai compagni come un compito tra i tanti. Arriviamo in Piazza del Duomo, dove il plotone ci conduce al passo dei versi di Majakovskij e sventolando la bandiera della Patafisica di Ubu Roi. Improvvisamente tutto sempre possibile, modificabile tanto è forte il riconoscimento della massa in se stessa e in chi la sostiene. Mi chiedo se quello che vedo e la gioia che provo siano anacronistiche e mi rispondo con le parole di Martinelli: “Tenere la scioccheria come passaggio per il recupero della nudità, dell’essere umano disarmato: solo in quell’essere nudo possiamo schivare la truffa e sfiorare la felicità”.  Un dovere che anche i recenti fenomeni migratori ci pongono di fronte e che questi ragazzi hanno già fatto proprio. Conoscersi, mischiarsi, parlarsi, giocare, studiare, condividere l’esperienza di essere umani. Cos’altro può voler dire educare?

 

 

1 AA.VV., Noboalfabeto, intervento tratto dal sito ufficiale della compagnia Teatro delle Albe www.teatrodellealbe.com/non-scuola 

2 V. Majakovskij, La blusa del bell’imbusto, in V. Majakovskij, Poesie, Milano, BUR, 2008, p. 135

3 L. Donati, Eresia di una non-scuola. Incontro con Cristina Ventrucci in “BI-BA-BO, Eresia della felicità. Santarcangelo 41”, Quaderno n.3, p.6

4  N. Ruganti, Dalla scioccheria all’invisibile. Incontro con Marco Martinelli, in Ibidem, p.18