La diversità è spesso un elemento nella narrazione che serve a fare luce su determinate situazioni sociali; così la persona con disabilità serve allo scrittore per far scattare certe dinamiche che portano alla luce contraddizioni sociali o psicologiche. È quello che capita nella serie di racconti dello scrittore cinese contemporaneo Mo Yan, pubblicati nel libro L’uomo che allevava i gatti.
Mo Yan, famoso in Italia per il romanzo Sorgo rosso, scrive questi testi negli anni ’80, in piena epoca denghiana dove iniziano e s’intensificano le aperture verso un’economia non più pianificata ma di libero mercato, sempre però sotto il rigido controllo di partito.
In questi racconti, protagonisti sono quasi sempre delle persone deboli o con delle tare, a volte sono semplicemente dei bambini, creature comunque completamente indifese di fronte a una società, quella cinese, che tratta con durezza chi è debole o malato; è la tipica durezza del mondo contadino arcaico che ritroviamo in tante altre letterature, un mondo che, di fronte alle necessità della pura sopravvivenza, non si può permettere di mostrarsi benigno verso chi è debole. Ma la mancanza, la disabilità è anche occasione di meraviglia per questa società, perché è anche l’occasione per riaffacciarsi a un mondo magico, ancestrale, dove sogni, leggende, superstizioni si rifanno vive anche nella materialistica società comunista cinese che impone con fermezza la politica del figlio unico per famiglia. È
Il protagonista del racconto Il cane e l’altalena è un figlio di contadini che è riuscito però a diventare un intellettuale di città; in visita al suo remoto villaggio incontra Nuan, la bella ragazzina compagna d’infanzia che per colpa sua, giocando sull’altalena, aveva perso un occhio, condannandola così a una vita di emarginazione. Quando comunica alla sua famiglia l’intenzione di andare trovare Nuan così gli risponde lo zio:

“È evidente che studiare non è una cosa buona, non solo per i malanni che colpiscono quelli che studiano, ma anche perché li rende un po’ bislacchi. Che bisogno hai di andarla a trovare? Diventerai lo zimbello del villaggio! Una è cieca e l’altro è muto. Ognuno deve stare al proprio posto, i pesci con i pesci, i gamberi coni gamberi, non bisogna abbassarsi a frequentare certe persone”.

Una famiglia, infatti, Nuan ha potuto farsela solo sposando una persona sorda, menomata come lei.

[…] fu un uomo agile e solido dalla barba color terra e dagli occhi marroni che uscì ad accogliermi Mi esaminò con aria ostile […] Sapevo da mio zio che il marito di Nuan era muto, ma il cuore mi si fece pesante nel vedere il suo aspetto da folle. Un’orba che sposa un muto: è come pretendere di tagliare le verdure in un recipiente concavo con un coltello storto! Nessuno ha motivo di prendersela con l’altro! Ma io non potevo provare che una pena profonda.

L’incontro tra i due uomini prima teso poi sfocia, attraverso la mediazione di Nuan, in un rapporto di grossolana amicizia. Ma dietro a questa situazione, dietro a tutta questa vicenda, c’è un piano, il piano di Nuan, che si rivela alla fine del racconto, quando, all’insaputa del marito rivede il protagonista in un campo di sorgo.

“Sono dieci anni che sei partito, pensavo che non ti avrei più rivisto. Non sei ancora sposato?No! […] Tu hai visto come è fatto mio marito, ama e odia al limite estremo […] Sospetta di qualsiasi uomo mi rivolga la parola. Mi legherebbe con una corda se potesse […] Sono rimasta incinta un anno dopo il matrimonio. Il mio ventre s’ingrossava come un pallone […] Ho messo al mondo tre figli, appena più grossi dei piccoli di una gatta. […] Sono stati due anni terribili, pensavo che non mi sarei mai più ripresa. Dal momento in cui vennero al mondo vissi nell’ansia. Signore, fa’ che parlino e non siano come il padre, mi auguravo. Quando ebbero circa otto mesi il cuore mi si gelò. Erano assenti, insensibili ai suoni e piangevano senza toni. Pregai il Cielo che me ne lasciasse almeno uno col quale parlare… ma non servì a niente, erano tutti e tre muti”.

Ecco allora che Nuan, distendendo un panno giallo nel campo, esclama:

“Allora… ora dovresti capire… Temendo di farti ribrezzo mi sono messa l’occhio di vetro. Sono in un periodo fecondo… voglio un figlio che parli!…”.

Nel racconto Musica polare, invece, l’emarginato ha un ruolo del tutto diverso.

“Solo quando arrivò lì davanti, scoprirono che quell’ombra era in effetti un uomo di corporatura gracile. Portava appese borse di tipi, forme e grandezze diverse, alcune lunghe e sottili, altre piatte […] Veniva spontaneo chiedersi cosa potessero contenere. Si appoggiava a un lungo bastone di bambù e portava sulla schiena un piccolo involto con il necessario per farsi un giaciglio.
San Xie accese un fiammifero e illuminò un viso pallido ed emaciato. E due enormi occhi spenti e senza luce”
.

Così entra in scena il cieco e si presenta a quattro commercianti agiati, tipica espressione della Cina che cambia dopo i rigori maoisti e che lascia spazio all’intraprendenza economica dei singoli. In questo remoto villaggio vive Hua Moli, una donna bella, alta, dal carattere duro che sa far affari; ha uno spirito indipendente che la porta perfino a divorziare da un alto funzionario di partito. Una donna ammirata e temuta in tutta la comunità locale. Hua ospita il cieco a casa sua perché ne prova pietà ma in breve ne rimane folgorata:

“Le fattezze non comuni del cieco colpirono Hua Moli nell’istante stesso in cui accese la luce. La fronte pallida e sporgente faceva risaltare la profondità e la serenità del suo sguardo senza vita. Le orecchie, straordinariamente grandi, erano animate da un’incredibile vitalità, sensibili e vigili, reagivano al minimo rumore”.

La comunità non riesce a capire le ragioni che possono legare una donna così forte a un reietto e spettegola, fa congetture, maligna, finché alla sera il mistero verrà in parte svelato:

“A un tratto dal cortile si levò un suono che la gente di Masang non sentiva da anni. Il giovane cieco stava suonando il flauto! Le prime note erano profonde e delicate come il sospiro di una fanciulla, poi si trasformarono in un pianto che scorreva dolce e tranquillo come l’acqua del fiume o le nuvole del cielo. Il suono si fece sempre più debole, come se annegasse in un mare infinito … poi all’improvviso la melodia riprese vigore, diventando sempre più forte e scatenandosi come onde agitate che trasportavano sulla loro cresta le emozioni della gente del villaggio sull’argine del fiume. Fang Liu, lo Zoppo, teneva gli occhi chiusi e il viso rivolto al cielo; Huang Yan respirava profondamente a testa bassa; Du Shuang si copriva il viso con le mani, e gli occhi di San Xie s’ingrandirono per la meraviglia. Gli accenti sempre più desolati sembravano trafiggere le nuvole e spezzare le rocce. La musica toccò le corde più sottili e morbide del cuore umano, avvolgendo i presenti in una sensazione estatica”.

Il giovane cieco comincia a suonare all’interno del ristorante di Hua Moli diventandone un’attrattiva e fonte di un enorme guadagno. I clienti mentre mangiano e ascoltano la musica delicata del cieco riescono a uscire dalla loro vita quotidiana:

“Le note scivolavano luminose ed evocatrici, come una dolce ebbrezza di primavera, che accarezza il viso allo sbocciar dei fiori. I giovani immaginarono le dolci profondità dell’amore, i vecchi ripensarono al passato che aveva la consistenza di un sogno, e una sensazione dolce avvolse i cuori degli astanti. Dimenticarono tutto: il cielo. La terra, le preoccupazioni e le angosce”.

Hua Moli però non è mossa dal successo economico ma dall’amore che prova per il cieco che però la rifiuta per poi ripartire:

“Vuoi dire che non sono degna di te? Ti ho forse fatto del male? Mio giovane cieco… tu non puoi vedermi, ma puoi toccarmi dalla testa ai piedi, non troverai la minima cicatrice o imperfezione…”.
“Sorella, lo so che sei molto bella, l’ho sentito dire dalla gente… ma io devo partire… devo assolutamente partire… e subito…”.

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