16. Un’antologia letteraria
- Anno e numero: 2001/3 (monografia su sessualità e disabilità)
Rompere il silenzio nella ricerca di una propria identità e di una propria storia è intraprendere una strada in cui non vi sono facili e sicure risposte, in cui la comunicazione, legata ad un grosso groviglio di dolore, di angoscia e di vissuto personale, a fatica trova parole adeguate.
Le parole di Margherite Duras sembrano dare voce a questi difficili interrogativi che forse desideriamo rimangano tali. “Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita nell’abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. A creare l’ambiguità dell’immagine è quel cappello. Come fosse capitato in mio possesso l’ho dimenticato. Non vedo chi potrebbe avermelo dato. Credo che me l’abbia comprato mia madre e su mia richiesta. Unica certezza: è un saldo di saldi. Come spiegare quell’acquisto? Nessuna donna, nessuna ragazza portava cappelli da uomo nella colonia, a quei tempi. Neppure le indigene. Ecco come deve essere successo. Mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell’età, diventare un’altra cosa. Ho smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. E’ diventato l’opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito.
Improvvisamente è diventata una cosa voluta. Mi vedo un’altra, come sarebbe vista un’altra, al di fuori, a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle città, delle strade, del piacere. Prendo il cappello che, da solo, mi trasforma tutta, non lo abbandono più. Per le scarpe deve essere successa più o meno la stessa cosa, ma dopo il cappello. Lo contraddicono come il cappello contraddice la figura gracile, quindi fanno per me. Anche quelle non le abbandono più, vado ovunque con quelle scarpe, quel cappello, fuori con ogni tempo, in tutte le occasioni, in città”.
“Una scelta che contrastava la natura…”, la natura che contrasta una scelta, tante scelte, numerosissime scelte. La diversità da nascondere, da comprimere, da camuffare contrapposta alla diversità voluta, ostentata, fatta bandiera. Infine, ultima in ordine di apparizione, la diversità di vivere “… a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle strade, della città, del piacere”.
La diversità che sporca e che purifica, che rompe l’integrità (ma questa non esisterebbe se non integrando i contrasti); che si ritrova in una ragazza vestita con un cappello maschile che fa parlare e scrivere di sé, così, affermandosi e, nella stessa misura, negandosi. La diversità che c’è e non c’è e che all’improvviso si ripropone a ciascuno, ridente o con un nodo in gola. E il cappello, le scarpe, il desiderio? E’ la donna, l’adolescente, la ragazza bianca o quella col cappello rosa a tesa larga e con un nastro nero? Cosa di tutto questo rappresenta mille ugualissime, differenti similitudini?Un’antologia di brani letterari può rappresentare un’altra realtà attraverso cui confrontare il pensiero e le domande che il corpo, la persona, le identità possono far scaturire.
Nessuna possibile semplificazione; molte individualità a cui prestare attenzione. Le scelte possono essere infinite. Questi brani solo perché evocano un’immagine o un frammento di ricordo, possono essere vicini a un aspetto significativo oppure non sfiorare nemmeno la propria verità.
Solo soggetti asessuati
Adolescenza, pubertà, risveglio della sessualità. Una compagna di classe, un po’ gattina, mi consiglia. Mi trucco, mi metto un vestito blu, sta così bene con i miei occhi! Credo che, come per tutte le mie amiche, sia tutto arrivato anche per me. Mi rifiuto di vedere la realtà. Eppure la mia famiglia non mi lascia vestire come voglio io. Bisogna nascondere tutto. Non mettere dei pantaloni per non far vedere le mie gambe terribili.
Come ogni adolescente mi innamoro. Io do amore, ma l’altro non mi darà che carità. Gli adulti mi citano esempi di vecchie zitelle frustrate o di ragazze madri handicappate che trasferiscono tutto il loro amore sul loro solo e unico figlio, non hanno fatto l’amore che una sola volta, giusto per procreare.
Proibizione di andare in un locale. Se per caso riesco ad andarci, nessuno mi avvicina. Non ballo. Non flirto. Passo il mio tempo a piangere. Sempre le stesse frasi: «Non puoi avere delle relazioni sessuali». Come se il fatto di non camminare o di essere incontinente, potesse impedire l’atto sessuale. Ho voglia di vivere pienamente. Sogno, sogno di essere amata, di fare l’amore, sogno di essere una bella ragazza. Una bella ragazza, un termine che le femministe rifiutano. Mentre mi batto per l’indipendenza della donna continuo a vivere malgrado tutto in questa splendida contraddizione: essere comunque una donna secondo il criterio consumistico della donna-oggetto. Voglio dimagrire. Ma dimagrire non mi toglierà i bastoni, i miei attrezzi per camminare, il mio dimenarmi, il mio apparecchio urinario. E poco tempo fa ho scritto ad un medico estetista, dopo aver letto un articolo su Le Monde. Continuo lo stesso a sognare che tutto è bello e che ho un posto nella società. Quante volte ho avuto bisogno di rassicurarmi con libri, dischi e televisione, per dirmi che succederà, che riusciremo ad avere il nostro diritto alla sessualità! Ma sono privata di ogni vita sessuale affettiva. Una sola soluzione: il denaro. Fare come delle vecchie contesse che, di tanto in tanto, si pagano un ragazzotto di vent’anni.
Finché vivevo con mia madre non vivevo che di amore a senso unico, e di masturbazione. E mi dicevo che quando vivrò da sola tutto cambierà. Che lusinga! Alla città universitaria però ce n’erano di uomini, su tremila studenti! Non sono mai uscita né con un compagno di classe, nè con un collega di facoltà, nemmeno nel 1968 quando stavo tutto il giorno con uomini che volevano cambiare la vita. Comunque non è questione di non essermi innamorata.
Comincio guardando con ammirazione colui che è seduto al tavolo vicino. Sorriso ricambiato, dialogo, inizio di corteggiamento. Qualche minuto più tardi, al momento del caffè, dovrebbe essere già flirt. Ho finito di mangiare, mi alzo, e allora non c’e più nemmeno uno sguardo. La testa dell’altro si e riabbassata, tuffata nel piatto. Vado al bar; lui, passerà qualche minuto prima che lo raggiunga, e volterà ostentatamente la testa per non mostrare il suo imbarazzo. Quante volte l’ho rivisto quell’uomo alto, magro, biondo. E ogni volta mi è passato vicino volgendo altrove gli occhi.
E poi, qualche volta, funziona. Per due anni siamo usciti insieme, senza vivere insieme. Ognuno con la sua camera alla città universitaria, non c’era niente di troppo imbaraz-zante, e poteva essere preso per voglia di indipendenza. Lui senza dubbio ha voglia, e nello stesso tempo non voglia, di uscire con me. Ma l’incontro con i suoi genitori è significativo: proibizione di uscire la domenica mattina, la gente del paese che va a messa potrebbe vedermi. Lui vuole avere dei figli: che pretesto meraviglioso per dirmi che il mio posto rione in questo paese della Lorena. Per due anni subisco queste menzogne per paura di perdere tutto. È la prima volta che posso vivere l’amore potenziale che e in me. Ho talmente aspettato, preferisco vivere nella menzogna che affrontare la realtà. L’ambiente artificiale della città universitaria aiuta a perpetuare questa menzogna. Tutta la sua famiglia esprime alto e chiaro il suo rifiuto, ma sono lontani, e quelli che abitano a Parigi non li vedo nemmeno. Quando arriva l’ora della scelta i rapporti diventano sempre più difficili, la verità esplode. «Torno a casa, se tu diventassi sempre più handicappata, io cosa farei?». E stato detto tutto, bisogna ricominciare a vivere. Adesso so che il mio handicap mi impedirà sempre di vivere la vita amorosa alla quale ho diritto. E dire che tutto il nostro vicinato si domandava come un uomo cosi bello potesse uscire con una handicappata!
Quanti compagni con i quali ho lottato sono fuggiti. «Io ti amo, ma il tuo handicap mi impedisce di venire a letto con te». Resta la falsa amicizia basata sull’intellettualità. Sono stata educata per questo tipo di amore e l’ho vissuto spesso. Brigitte va a trovare in macchina un vecchio amico, un amico dell’epoca in cui non era handicappata. II giorno del matrimonio di questo amico è seduta alla sua destra, simbolo dell’amore platonico. Tornando a casa si è uccisa. Quante volte mi hanno chiesto se potevo avere rapporti sessuali. Non sono che un oggetto asservito, e devo ancora sentirmi capace di mostrarmi, di camminare, di spogliarmi. Gli uomini non devono amare che il mio cervello, il mio sorriso, i miei pensieri. La mia esistenza si ferma qui. II resto deve essere negato: è orribile. Non mi prendono in fotografia se non in posizioni in cui il mio handicap non si veda. Già durante i corsi preparatori mi facevano i complimenti per il mio sorriso, per il mio viso. Bisogna pure trovarmi qualcosa. lo mi abituo all’idea di non essere che un viso, un pensiero. Sono quella che sono, e se il mio corpo non corrisponde alle nonne, tanto peggio. Uomini o donne, siamo desiderabili. Nel nostro sistema sociale un uomo deve essere dotato, sano di corpo, virile e intelligente, con del denaro e del potere. La donna, lei deve procreare ed essere la rappresentante di questo potenziale di riuscita. Deve tenere la casa per benino, perché è il luogo della facciata della riuscita. Che cosa siamo noi, in mezzo a tutto questo? Niente. Non abbiamo il nostro posto da nessuna parte. Rappresentiamo tutto quello che non bisogna possedere. Non siamo donne per procreare. Non siamo uomini rappresentativi della virilità, del denaro e del potere. Non siamo che la rappresentazione dell’antidesiderio.
La mia follia, è uno stato depressivo che tengo accuratamente nascosto agli altri. È una lotta perpetua per dimostrare loro che sono qui, e che ci sto bene. Così tutti i rapporti sono falsi, perchè vita esteriore e vita interiore non corrispondono. Guardarmi in uno specchio mi è impossibile. Gioco solamente sul viso, per far dimenticare il mio corpo. Mi sforzo di nascondere tutto quello che potrebbe sconvolgere gli altri.
Quando in una coppia uno dei due è handicappato e l’altro no, o il valido rifiuta di riconoscere l’handicap dell’altro ed è la politica del «marcia o crepa», oppure l’handicappato è talmente presente che non c’e più posto che per lui. E gli altri fanno questo tipo di riflessione: «Ah! Insieme voi due parlerete dei vostri moncherini».
La politica del «marcia o crepa» riesco ad evitarla perchè mi trovo troppo al di fuori delle norme. La mia vita affettiva è fatta di vuoti di parecchi anni, senza alcuna vita sessuale, e di un alternarsi di disperazione e di ribellioni. Sola rottura, qualche avventura con uomini affascinanti, dolci come agnelli, ma che non sono venuti verso di me se non per carità, con i loro complessi e il loro senso di colpa.
Li domino con la mia affettività forte. Risultato: tutto diventa troppo faticoso, persino fare l’amore.
Ogni gesto della mia vita quotidiana appare loro impossibile: fare la spesa, lavare i piatti, cucinare,
spostare un oggetto, lavorare. Un solo piano di scale e bisogna che mi tra-sportino, anche se sono capace di salire da sola. «Non fare l’avvocato, è troppo faticoso». Per il presidente dell’ordine degli avvocati, cosi come per l’amante, non sono capace di badare a me stessa.
Andiamo in barca, ma non metteranno mai dei mulinelli per recuperare la vela, «non si usa su questo tipo di barca bretone; in ogni caso non sei in grado di fare della vela». Sono come dei papà sdolcinati che ci ricordano affettuosamente che non siamo brave a niente, e in particolare non siamo in grado di servirli come donne. Finisce che se ne vanno. II nostro handicap li blocca, diventano impotenti.
Ci sono due categorie. I primi rifiutano qualsiasi atto sessuale e fuggono dal mostro che hanno scoperto. Al limite si rimane amici, senza parlarne mai più. I secondi, più rari, affettano una carità mescolata ad ammirazione beata. Ma bisogna ringraziarli talmente tanto di volerci amare che alla fine ci tocca accettare le loro idee, il loro modo di vivere, il loro modo di amare, persino platonico. E c’è ancora il pazzo maniaco al quale serviamo come madre e come psicoanalista. Ecco quelli che noi attiriamo: coloro che, come noi, sono rifiutati dalla società e dalle relazioni normali.
Non sempre ho voglia di piegarmi sugli altri. Eppure quelli là mi ci obbligano. Non siamo forse il loro specchio ideale? Vedendo noi, loro possono provare a se stessi che sono migliori di noi. Quelli che chiamo i pazzi sono persone troppo realiste per non vivere la loro follia fino in fondo, e molto attaccati alla vita concreta, che hanno bisogno di uno psicoanalista a buon mercato, e che, dopo aver smembrato il loro problema, rientrano in se stessi. Quando stanno meglio, non li vedi più.
Sono ingenua, e talmente alla ricerca degli altri che ho sempre lasciato avvicinarmi da questi tipi. Alla città universitaria noi, gli handicappati, subivamo la stessa cosa. Erano come mosche intorno a un barattolo di miele. Noi, noi eravamo là per riceverli a qualsiasi ora, pronti a sentirli parlare delle loro angosce, dei loro problemi e persino pronti a toglierli dall’imbarazzo, se necessario.
Loro parlano, parlano a non finire. Ma quando uno osa dire una parola: «Oh! Per te non e la stessa cosa». Si possono passare notti e notti ad ascoltarli, senza mai attirarsi un gesto da parte loro, senza poter credere in nessun momento di essere capiti almeno un pochino. Siamo solamente dei vasetti con orecchie. Quello che noi viviamo, quello che sopportiamo, non ha importanza. «A te si può dire tutto».
Oggetti asessuati che mendicano dagli altri, ecco ciò che ci offre il mondo dei validi. Oggetti per ascoltarli, oggetti per farli scaricare, oggetti per farli stare meglio, oggetti perché ci sfruttino economicamente, oggetti perché ci rifiutino quando si sentono meglio. In nome dell’handicap dobbiamo capire tutto, ascoltare tutto e non dir nulla.
Si rimorchia sempre vistosamente, altrimenti non ci guarderebbero nemmeno, non verrebbero nemmeno. Si giocano le nostre carte migliori. Per me sono le qualità intellettuali. E poi, eccezione, un giorno «lui» vuole. Si ha paura, tanto si è abituati al rifiuto. Si fa fatica a credere. Ci siamo, decolliamo, il sogno si concretizza. Tutto succede come per tutti gli altri. Perfino il matrimonio, i figli, come gli altri. Ma con il tempo, ecco che ricomincia. La sessualità e la forma più sorniona di schiavitù perchè non se ne parla, perchè è tabù. «Non posso fare l’amore con te, il tuo handicap mi blocca». Eppure quando ci siamo conosciuti non ti impediva di fare l’amore. Nessuna risposta. Sì, il mio handicap ha ripreso il sopravvento.
Bisogna dire che devono sfidare le immagini stereotipe delle donne e i miti idilliaci che sono serviti loro. Un giorno, sei mesi, un anno o due dopo, esplodono. Non possono più sopportarsi. In nessun momento si esprimono apertamente e se si vuole cercare di capirli si deve sopportare il loro umore, la loro aggressività, gli altri loro legami. Tutto questo, bene o male, continua a saldare la coppia. Noi accettiamo tutto, tanta è la paura che abbiamo. Si mantiene una parvenza di affetto, ma i veri problemi non sono mai abbordati. Noi sappiamo di non essere fatte per l’amore. Nel 1980 si tiene a Parigi un congresso sulla sessualità degli handicappati. Che cos’e? Degli handicappati che si ritrovano e parlano del loro piacere? Certamente no. II congresso prevede degli scambi di esperienze tra medici e psicologi. Si discute su quegli strani animali che sono gli handicappati, e sulle loro possibilità sessuali. Si discuterà per molti giorni sulle reazioni di un tetraplegico confrontate con quelle di un paraplegico, o del congelamento dello sperma che permette a un handicappato paralizzato di avere un figlio!
Non si è venuti qui per domandarci che cosa pensiamo, che cosa facciamo e che piacere proviamo. Non osano descrivere la nostra vergogna, i nostri fantasmi, dire come si è obbligati a rimorchiare, come si forza l’attenzione degli altri per obbligarli a considerarci persona vivente e umana, e non come un oggetto mostruoso. No, non si parla della nostra vita sessuale, non si parla della nostra esclusione. È solamente una riunione di grandi medici che, con il loro linguaggio forbito, analizzano la sessualità del loro piccolo popolo. Del piacere degli handicappati, tutti se ne fregano. Un handicappato potrà forse trovare un altro handicappato, li si guarderà come delle bestie curiose. Ma le affinità? Se è tutto quello che ci proponete, metteteci subito in quelle scatole di vetro come le rane che avevamo a scienze naturali, e vedete se possiamo carezzarci qui o la, misurate la durata dei nostri aneliti. Le vostre esperienze non ci interessano. Noi, quello che cerchiamo è semplicemente di vivere, fare l’amore, avere la nostra vita sessuale come tutti gli altri. Noi rifiutiamo una vita di vecchie zitelle frustrate o di collezionisti di farfalle. Quando rileggo le relazioni sul congresso riportate dai giornali ho l’impressione che i mostri non siamo noi, ma i medici.
Ah! Se non abbiamo niente con cui ispirare amore, perchè averci fatto sopravvivere? Si, non corrispondiamo ai canoni di bellezza femminile o maschile, ma da dove saltano fuori questi canoni? E dopotutto, nel piacere, non ne siamo forse capaci quanto gli altri, anche se siamo tetra-, para- o non so che -plegici? Siamo degli esseri umani e troviamo il piacere là dove si trova, e nel modo in cui vogliamo trovarlo. Sta a noi batterci, dirlo pubblicamente, anche se gli altri lo rifiutano, anche se bisogna aggredire. Bisogna osare, perchè la nostra vita, la nostra vera vita comincia da B, da questa vita sessuale, dal piacere.
La sessualità per noi è un’ossessione. Siamo talmente soffocati dalla frustrazione che anche tra handicappati non abbiamo il coraggio di parlarne. È l’argomento tabù per eccellenza. Facciamo come se tutto andasse bene. E quando una delle compagne si sposa, che sogni per le altre, che gelosia! Come c’e riuscita, lei? La prima cosa che si chiede quando ci ritroviamo tra handicappati e: «Hai un ragazzo?», e: «Il tuo ragazzo è handicappato?».
Dobbiamo gridarvi che abbiamo voglia di fare l’amore, che sappiamo fare l’amore, anche meno peggio di voi. Per voi noi siamo degli anormali. Ma sono il vostro amore e la vostra sessualità che sono ridicoli. Voi non conoscete nemmeno più il vostro corpo. Funzionate su schemi precostituiti. Si, abbiamo voglia di fare l’amore e non di essere solo dei mostri. Dobbiamo gridarvelo. Voi ci rifiutate senza sapere, senza conoscere la nostra sessualità, senza conoscere la vostra. Voi ci date solo l’obolo del vostro affetto. Noi non lo vogliamo più. E non parlate di impotenza davanti agli handicappati. La vostra impotenza non è dovuta ad altro che alla vostra sessualità normalizzata dal sistema. Noi vogliamo vivere i nostri amori, la nostra sessualità, la nostra espressione. E dobbiamo avere il coraggio di dirvelo, anche se vi aggrediamo.
(Tratto da “Babette, handicappata cattiva” di E. Auerbacher, Dehoniane)
Il cavaliere inesistente
La notte, per gli eserciti in campo, è regolata come il cielo stellato: turni di guardia, l’ufficiale di scorta, le pattuglie. Tutto il resto, la perpetua confusione dell’armata in guerra, il brulichio diurno dal quale l’imprevisto può saltar fuori come l’imbizzarrirsi di un cavallo, ora tace, poiché il sonno ha vinto tutti i guerrieri ed i quadrupedi della Cristianità, questi in fila e in piedi, a tratti sfregando uno zoccolo in terra o dando un breve nitrito o raglio, quelli finalmente sciolti dagli elmi e dalle corazze, e, soddisfatti a ritrovarsi persone umane distinte ed inconfondibili, eccoli già lì tutti che russano.
Dall’altra parte, al campo degli Infedeli, tutto uguale: gli stessi passi avanti e indietro delle sentinelle, il capoposto che vede scorrere l’ultima sabbia nella clessidra e va a destare gli uomini del cambio, l’ufficiale che approfitta della notte di veglia per scrivere alla sposa. E pattuglie cristiana ed infedele s’inoltrano entrambe mezzo miglio, arrivano fin quasi al bosco ma poi svoltano, una di qua l’altra in là senza incontrarsi mai, fanno ritorno al campo a riferire che tutto è calmo, e vanno a letto. Le stelle e la luna scorrono silenziose sui due campi avversi. In nessun posto si dorme bene come nell’esercito.
Solo ad Agilulfo questo sollievo non era dato. Nell’armatura bianca imbardata di tutto punto, sotto la sua tenda, una delle più ordinate e confortevoli del campo cristiano, provava a tenersi supino, e continuava a pensare: non i pensieri oziosi e divaganti di chi sta per prender sonno, ma sempre ragionamenti determinati e esatti. Dopo poco si sollevava su di un gomito: sentiva il bisogno d’applicarsi a una qualsiasi occupazione manuale, come il lucidare la spada, che era ben splendente, o l’ungere di grasso i giunti dell’armatura, Non durava a lungo: ecco che già s’alzava, ecco che usciva dalla tenda imbracciando lancia e scudo, e la sua ombra biancheggiante tra—— per l’accampamento. Dalle tende a cono si levava il concerto dei pesanti respiri degli addormentati. Cosa fosse questo poter chiudere gli occhi, perdere coscienza di sé, affondare in un vuoto delle proprie ore, e poi svegliandosi ritrovarsi eguale a prima, a riannodare i fili della propria vita, Agilulfo non lo poteva sapere, e la sua invidia per la facoltà di dormire propria delle persone esistenti era un’invidia vaga, come di qualcosa che non si sa nemmeno percepire. Lo colpiva e inquietava di più la vista dei piedi ignudi che spuntavano qua e là dall’orlo delle tende, gli alluci verso l’alto: l’accampamento nel sonno era il regno dei corpi, una distesa di vecchia carme d’ Adamo, esalante il vino bevuto e il sudore della giornata guerresca; mentre sulla soglia dei padiglioni giacevano scomposte le vuote armature, che gli scudieri e i famigli avrebbero al mattino lustrato e messo a punto. Agilulfo passava, attento, nervoso, altero: il corpo della gente che aveva un corpo gli dava sì un disagio somigliante all’invidia, ma anche una stretta che era d’orgoglio, di superiorità sdegnosa. Ecco i colleghi tanto nominati, i gloriosi paladini, che cos’erano? L’armatura, testimonianza del loro grado e nome, delle imprese compiute, della potenza e del valore, eccola ridotta a un involucro, a una vuota ferraglia; e le persone lì a russare, la faccia schiacciata nel guanciale, un filo di bava giù dalle labbra aperte. Lui no, non era possibile scomporlo in pezzi, smembrarlo: era e restava in ogni momento del giorno e della notte Agilulfo Emo Bertrandino dei Guidiverni degli Altri di Corbentraz e Sura, armato cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez il giorno tale, avente per la gloria delle armi cristiane compiuto le azioni tale e tale e tale, e assunto nell’esercito dell’imperatore Carlomagno il comando delle truppe tali e talaltre. E possessore della più bella e candida armatura di tutto il campo, inseparabile da lui. E ufficiale migliore di molti che pur menano vanti così illustri; anzi, il migliore di tutti gli ufficiali. Eppure passeggiava infelice nella notte.
Udì una voce:- Sor ufficiale, chiedo scusa, ma quand’è che arriva il cambio? M’hanno piantato qui già da tre ore! – Era la sentinella che s’appoggiava alla lancia come avesse il torcibudello.
Agilulfo non si voltò neppure; disse:- Ti sbagli, non sono io l’ufficiale di scolta, – e passò avanti.
-Perdonatemi, sor ufficiale. Vedendovi girare per di qui, mi credevo…
La più piccola manchevolezza nel servizio dava ad Agilulfo la smania di controllar tutto, di trovare altri errori e negligenze nell’operato altrui, la sofferenza acuta per ciò che è fatto male, fuori posto… Ma non essendo nei suoi compiti eseguire un’ispezione del genere a quell’ora, anche il suo contegno sarebbe stato da considerare fuori posto, addirittura indisciplinato.
(Tratto da “Il cavaliere inesistente” di I. Calvino)
Marcia trionfale
Quando escono nel freddo lei gli alza il bavero, gli avvolge bene la sciarpa. Lui come sempre la abbraccia forte, le lascia sulle guance 1’impronta umida di molti baci.
Lungo la strada lui fa tanti sorrisi, saluta tante volte: in pochi gli rispondono, lui però conserva la sua aria lieta.
Lei gli tiene la mano, preoccupata che corra ad abbracciare sconosciuti.
Sulla piazza del mercato brillano tre fuochi di cassette, intorno imbacuccati i commercianti bevono cappuccini bollenti, battono i piedi sul selciato ghiacciato per scaldarsi, scambiano commenti sul freddo e la stagione.
La vecchia al banco degli ortaggi ha il fazzoletto di lana stretto attorno al viso chiuso, lo scialle incrociato sul petto sfatto. Pulisce spinaci con mani spaccate, il suo freddo è solitario e irrimediabile.
Davanti alle fiamme arancioni il bambino batte le mani contento, il riverbero brilla sul vetro dei suoi occhiali spessi. Al suo apparire il gruppo si è sciolto, uno sciamare impaurito di uccelli neri. Ciascuno è tornato al suo banco e si da dà fare, il bambino cerca inutilmente corpi da abbracciare: solo sua madre è lì, sempre vicina per ripararlo dalle delusioni.
All’estremità opposta del mercato, con un coltellino la vecchia comincia a raschiare una carota.
II bambino e sua madre percorrono la piazza per mano, c’e tanto freddo intorno. Lei compra banane, formaggio: al silenzio della gente è abituata, all’imbarazzo o alle parole di circostanza. All’ invisibilità, quando ti guardano e fanno finta di niente. Solo suo figlio non si abituerà mai: infatti le sue mani tozze e screpolate continuano a lanciare baci al cielo, sorride all’intorno, regala gutturali dichiarazioni d’amore che nessuno raccoglie.
La vecchia lava la carota sotto il getto di una fontanella, scuote via l’acqua con energia e cura. Torna dietro il suo banco, l’attesa è coperta da gesti comuni, di ordine o di pulizia.
Madre e figlio avanzano attraverso il mercato, le voci intorno non li riguardano, le parole che si scambiano non penetrano il muro di vuoto che li circonda.
Un sorriso più largo scopre i denti brutti del bambino, gli occhiali gli ballano sul naso in una felicità non trattenuta: allora sua madre gli lascia la mano, lascia che come ogni giorno vada correndo verso il banco delle verdure.
II viso amaro della vecchia ha mille rughe, più incise adesso mentre il bambino va verso di lei: in una mano ha la carota, ben chiusa in un sacchetto di plastica, con l’altra gli fa ciao.
II bambino cerca nelle tasche gli spicci che sua madre gli ha dato prima di uscire, l’abitudine di ogni giorno per abituarlo a crescere. Oggi non trova le monete, non insiste a cercarle e invece corre dietro la bancarella: prende la mano della vecchia, la dondola, la stringe, la dondola ancora in un suo gioco.
Lei brontola fra sé e sé, l’età o qualcos’altro la fanno incapace di parole: si pulisce la mano sul grembiule, due volte, poi accarezza i capelli del bambino piano, quasi avesse paura di fargli male. O di vederlo scappare.
Con le due mani il bambino si aggrappa alla carezza, la fa muovere stretta sulla testa e sul viso: gli occhiali gli cadono, guarda verso il cielo con i brutti occhi dalle palpebre glabre, semicieco e sorridente.
Le due donne si chinano all’unisono per recuperare le lenti, malgrado gli impacci la vecchia è più rapida: mentre lo aiuta a sistemare dietro le orecchie le stanghette, le sue dita sono levigate e dolci.
Stretta dentro il cappotto, la madre fa per mettere mano al portafoglio:
— Grazie di tutto, — dice. — E scusi tanto.
— Di niente, — ribatte ferma la vecchia, ignorando il gesto e il denaro. Stringendosi nello scialle si allontana dal bambino, comincia a ordinare sul banco cavolfiori e cipolle.
Nudo di carezze il bambino resta come saldato sull’asfalto, la bocca aperta e le braccia abbandonate, desolato.
Sua madre ha gli occhi bassi, passa da un braccio all’altro le buste con la spesa, la mano libera le servirà per portarlo via.
Rischiarato da una decisione che ha preso il bambino la strattona con un’energia improvvisa che quasi la fa cadere, usando la testa e tutto il corpo la spinge dietro il banco.
Ferma a difesa del territorio che le appartiene la vecchia si aggrappa al legno e non si muove: le due donne arrivano a toccarsi, non sanno cosa fare perchè lui continua a spingere, determinato e violento in un modo per lui inconsueto.
Devono necessariamente guardarsi quando lui prende le loro mani, le unisce, dice:
— Ti voglio bene, piacere, buongiorno.
Le donne intuiscono. Perché smetta di spingere, solo per compiacerlo si danno la mano, dichiarano ciascuna il proprio nome e poi, nella stretta:
— Piacere.
— Piacere.
Ma lui non smette di premere, vuole vederle più vicine, la frenesia che lo agita sta per farlo piangere:
— Ti voglio bene, — ripete.
Per prima la vecchia allarga piano le braccia, fa le spallucce per sminuire: imbarazzata la madre si avvia all’ abbraccio.
Due marionette nel freddo e lui il burattinaio, una rappresentazione, uno spettacolo tanto per accontentarlo: un abbraccio da melodrammatici recitato con scarsa convinzione.
Però quando gli aliti si confondono in nuvolette bianche la recita diventa emozione, I’abbraccio si fa stretto ed efficace: si baciano sulle guance due volte, è una scelta.
Arrossate dall’imprevisto si separano, lui le riprende per mano, una da una parte e una dall’altra:
— Scuola: tutti, — dice.
Senza preoccuparsi del banco sguarnito la vecchia lo segue, sua madre è già pronta.
Per mano attraversano il mercato: le rughe della vecchia sorridono, il bambino saluta il vento, sua madre ha un portamento da regina.
Via via che avanzano la gente si scosta: piccole ali di folla per una marcia trionfale.
(Tratto da “Manicomio primavera” di Clara Sereni)
Paula
Abbiamo concordato con il neurologo di staccarti dal respiratore per un minuto, Paula, ma non l’abbiamo detto al resto della famiglia perché non si sono ancora ripresi da quel fatidico lunedì in cui sei stata sul punto di andare in un altro mondo. Mia madre non riesce a parlarne senza scoppiare a piangere, si sveglia di notte con la visione della morte china sul tuo letto. Credo che come Ernesto lei ormai non preghi più perché tu guarisca ma perché non soffra ancora, ma io non ho perso la volontà di continuare a lottare per te. Il dottore è un uomo gentile, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso e un camice spiegazzato che gli danno un’aria vulnerabile, come se si fosse appena alzato dalla siesta. È l’unico medico in questo posto che non sembra insensibile all’angoscia di noi che passiamo la giornata nel corridoio dei passi perduti. Invece lo specialista in porfiria, più interessato alle provette del suo laboratorio dove ogni giorno ti analizza il sangue, ti visita poco. Stamattina ti abbiamo staccata per la prima volta. Il neurologo ha esaminato i tuoi segni vitali e ha letto il rapporto della notte, mentre io invocavo mia nonna e la tua quella Granny incantevole che se ne andò quattordici anni fa, affinché venissero in nostro aiuto. Pronta? mi ha chiesto, dandomi da sopra le lenti, e ho risposto con un cenno del capo perché non mi usciva la voce. Ha mosso un interruttore e subito è cessato il ronzio liquido dell’aria nel tubo trasparente nel tuo collo. Anch’io ho smesso di respirare, mentre orologio alla mano contavo i secondi supplicandoti, imponendoti di respirare, Paula, per favore- Ogni istante si scandiva come una frustata, trenta, quaranta secondi, niente, altri cinque secondi e sembrava che il tuo petto si fosse mosso un poco, ma così leggermente che poteva essere un’illusione, cinquanta secondi… e non si poteva aspettare oltre, eri esangue e io stessa stavo soffocando. La macchina tornò a funzionare e presto un po’ di colore ti tornò in volto. Misi via l’orologio tremando, mi bruciava la pelle, ero madida di sudore. Il medico mi porse una garza.
“Si pulisca, ha del sangue sulle labbra,” disse. “Oggi pomeriggio tenteremo di nuovo, e anche domani, e così via, a poco a poco, finché respirerà da sola, ” ho deciso appena ebbi ripreso l’uso della parola. “Forse Paula non ci riuscirà…”
“Sì che ce la farà, dottore. La porterò via di qui, ed è meglio che mia figlia collabori. “
“Suppongo che le madri ne sappiano sempre di più. Abbasseremo a poco a poco l’intensità del respiratore per costringerla a esercitare i muscoli. Non si preoccupi, non le mancherà ossigeno,” sorrise dandomi un affettuoso buffetto sulla spalla.
Uscii con gli occhi bagnati di lacrime per raggiungere mia madre, credo che la Memé e la Granny siano rimaste con te.
Willie arrivò appena saputo della nuova crisi, e stavolta potè lasciare l’ufficio per cinque giorni, cinque giorni interi con lui… come ne avevo bisogno! Queste lunghe separazioni sono pericolose, l’amore incespica su sabbie incerte. Temo di perderti, mi dice, sento che ti allontani sempre più e non so come trattenerti, ricordati che sei la mia donna, la mia anima. Non l’ho dimenticato; ma è vero che mi vado allontanando, il dolore è un cammino solitario. Quest’uomo mi porta una ventata d’aria fresca, le avversità gli hanno temprato il carattere, niente lo sconvolge, possiede una forza inesauribile per le battaglie quotidiane, è inquieto e frettoloso, ma lo invade una calma buddhista quando si tratta di sopportare sventure, perciò è un buon compagno nelle difficoltà. Occupa completamente il piccolo territorio del nostro appartamento in albergo, alterando le delicate abitudini che abbiamo stabilito io e mia madre, muovendoci come due ballerine in un’angusta coreografìa. Una persona delle dimensioni e delle caratteristiche di Willie non passa inosservata, quando viene lui c’è disordine e rumore e il cucinino non riposa, l’intero edificio odora dei suoi sughi saporiti. Prendiamo un altra stanza e facciamo i turni con mia madre per andare all’ospedale, così posso rimanere qualche ora sola con lui. Al mattino prepara la colazione e poi chiama la suocera, che si presenta in camicia da notte, con le calze di lana, avvolta nei suoi scialli e col segno del cuscino sulle guance, come una nonnina da favola, si installa nella nostra stanza e cominciamo la giornata con pane tostato e tazze di caffè aromatico portato da San Francisco. Willie non ha saputo cosa fosse una famiglia fino a cinquant’anni, ma si è abituato rapidamente a condividere il suo spazio con la mia e non gli sembra strano svegliarsi in tre nel letto. Ieri sera siamo andati a cena in un ristorante di Plaza Mayor, dove ci siamo lasciati tentare da chiassosi camerieri travestiti da contrabbandieri da melodramma, che ci hanno serviti in una sala di pietra dal soffitto a volta. Tutti quanti fumavano e non c’era una sola finestra aperta, eravamo lontanissimi dall’ossessione nordamericana per la salute. Ci siamo intossicati con cibi micidiali: calamari fritti e funghi al peperoncino, agnello arrostito in un tegame di terracotta, dorato, croccante, trasudante grasso, fragrante di erbe aromatiche, e con una brocca di sangrìa, quel capolavoro di vino alla frutta che si beve come acqua, ma poi, quando si cerca di alzarsi in piedi, si sente come una mazzata alla nuca. Non avevo mangiato così da settimane, con mia madre spesso ci nutrivamo con una tazza di cioccolata in un’intera giornata. Ho passato una notte tremenda con paurose visioni di maiali spellati che piangevano la propria sorte e calamari vivi che si arrampicavano sulle gambe, e stamattina ho giurato di diventare vegetariana come mio fratello Juan. Non più peccati di gola. Queste giornate con Willie mi rinnovano, sento di nuovo il mio corpo dimenticato da settimane, mi palpo i seni, le costole, che ora mi segnano la pelle, la vita, le cosce grosse, riconoscendomi. Questa sono io, sono una donna, ho un nome, mi chiamo Isabel, non sto trasformandomi in fumo, non sono scomparsa. Mi osservo nello specchio d’argento di mia nonna: questa persona dagli occhi desolati sono io, ho vissuto quasi mezzo secolo, mia figlia sta morendo, eppure voglio ancora far l’amore. Penso alla solida presenza di Willie, sento che mi si accappona la pelle e non posso fare a meno di sorridere di fronte all’abissale potenza del desiderio, che mi fa trasalire nonostante la tristezza, ed è capace di far retrocedere la morte. Chiudo per un istante gli occhi e ricordo nitidamente la prima volta che abbiamo dormito insieme, il primo bacio, il primo abbraccio, la scoperta sorprendente di un amore sorto quando meno ce lo aspettavamo, della tenerezza che ci prese d’assalto quando ci credevamo salvi con l’avventura di una sola notte, della profonda intimità creatasi fin dall’inizio, come se durante tutta la nostra vita ci fossimo preparati per quell’incontro, della facilità, della calma e della fiducia con cui ci siamo amati, come quelle di una vecchia coppia che ha condiviso mille e una notte. E ogni volta dopo la passione soddisfatta e l’amore rinnovato ci addormentiamo vicini vicini senza che ci importi dove inizia l’uno e finisce l’altro, né di chi sono queste mani o questi piedi, in una complicità così perfetta che ci incontriamo nei sogni e il giorno dopo non sappiamo chi ha sognato chi, e quando uno si muove fra le lenzuola l’altro si accomoda negli angoli e nelle curve, e quando uno sospira sospira l’altro, e quando uno si sveglia si sveglia anche l’altro. Vieni, mi chiama Willie, e mi avvicino a quell’uomo che mi aspetta nel letto, e rabbrividendo per il freddo dell’ospedale e della strada e dei singhiozzi soffocati, che diventano brina nelle vene, mi tolgo la camicia e aderisco al suo grande corpo, avvolta dal suo abbraccio finché entro in calore. A poco a poco entrambi prendiamo coscienza del respiro ansimante dell’altro, e le carezze si fanno sempre più intense e lente man mano che ci arrendiamo al piacere. Mi bacia e torna a sorprendermi, come ogni volta in questi quattro anni, la morbidezza e freschezza della sua bocca; mi aggrappo alle sue spalle e al suo collo saldi, accarezzo la sua schiena, bacio l’incavo delle sue orecchie, l’orribile teschio tatuato sul suo braccio destro, la linea di peluria del suo ventre, e aspiro il suo odore sano, quell’odore che sempre mi eccita, abbandonata all’amore e grata, mentre sulle guance mi scorre un fiotto di lacrime inevitabili, che cade sul suo petto. Piango di pena per te, figlia mia, ma credo di piangere anche di felicità per questo amore tardivo che è venuto a trasformarmi la vita.
(Tratto da Paula, Isabel Allende, Feltrinelli)
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