3. Donne forti e donne e basta
- Autore: Mauro Sarti
- Anno e numero: 1989/3
di Mauro Sarti
Aida è una donna sulla sessantina, con i capelli bianchi e un fisico vigoroso e asciutto. vive in una casa modestissima, che da su una strada molto trafficata: il suo desiderio sarebbe di avere davanti casa un piccolo passo carraio per potere portare fuori la figlia con la sua poltrona a rotelle.
Angela è una ragazza-bambina di ventiquattro anni; non si muove, non parla, emette un mugolio continuo che risuona nel registratore come costante motivo di fondo della nostra intervista. La madre, che è sola, in quanto ha avuto questa figlia da un uomo che non si è fatto più vedere, la solleva dal divano letto, la cambia, la imbocca, le prepara tutti i pasti tritati, altrimenti lei si soffoca.
È soltanto una delle otto “voci” che Giuliana Ronzio e Paola Galli, hanno raccolto nel libro “Madre e Handicap” pubblicato da Feltrinelli lo scorso anno. Otto testimonianze drammatiche, intense, falsate talvolta dalla presenza di un marito “che parlava per”, dall’avere un microfono che registrava implacabile le storie quotidiane di queste famiglie. Un anno dopo Paola Galli torna da Ai-da. Stessa casa, stessa strada molto trafficata. Era rimasta d’accordo che sarebbe tornata a trovarla, era uno dei casi che l’aveva maggiormente colpita. “Angela è morta, lasciatemi in pace… non voglio più sapere niente!”. Una storia tragica, una donna sola, una figlia gravemente handicappata,… un rapporto simbiotico con la figlia. Paolo e Giuliana non sono riuscite durante l’intervista ad isolare all’interno del filonarrativo la vita di Aida da quella di Angela “come se questa donna dalla personalità così spiccata, dal senso di autonomia dall’uomo ben preciso, nonriuscisse proprio a esistere senza questa presenza fissa della figliola”. Giuseppina, Tosca, Eleonora, Paola,raccontano altre storie. Alcune più serene, altre soltanto diverse. Un mondo di”mamme” protagoniste e possessive, di donne forti. Ma soprattutto didonne… e basta!, non troppo dissimili dalle altre.
Giuliana Ponzio e Paola Galli sono amiche da tempo. Si sono conosciute a scuola, all’Istituto Tecnico Einstein di Firenze, dove entrambe insegnano storia eletteratura. Giuliana, divorziata, ha una figlia, Alessandra, di 28 anni. Ha aiutato la madre nella stesura di questo libro anche se in famiglia avevano reagito un po’ male a questa collaborazione, temendo che il trovarsi a confrontocon tante “storie tristi” avrebbe influito negativamente su di lei, sul suo handicap. Alessandra, infatti, è stata colpita da una tetraparesispastica e questo le comporta una certa difficoltà nello spostarsi autonomamente, nel prendere i mezzi pubblici…
Tutte barriere che comunque è riuscita a superare, comprese quelle culturali. Alessandra è iscritta alla facoltà di Psicologia ed è in attesa di un figlio. Per Giuliana la presenza dell’handicap in una famiglia deve essere visto in senso emancipante. “Bisogna cercare di vedere l’handicap con degli occhi positivi e per fare questo non può essere sufficiente il buon senso, il senso comune. Bisogna avere il coraggio di andare controcorrente e di ragionare con criteri diversi. Molte madri poi si nascondono dietro al fatto di avere figli handicappati per cercare di evitare qualsiasi sforzo per loro stesse. Potrebbe essere utile al contrario utilizzare anche strade “più maschili”rivolte a combattere un certo eroismo che ancora arde in molte di queste madri. Non bisogna avere paura di farsi aiutare!
In “Madre e handicap” non si parla di servizi, di strutture assistenziali, non era questo l’obiettivo delle autrici. Il taglio è soprattutto psicologico, sono numerose le citazioni di Freud nella prima partedel libro ed anche i capitoli che introducono le interviste alle madri sonostate costruiti in base a questi criteri. Quello su “Il rapporto con l’uomo”è stato curato da Paola Galli. 52 anni, Paola abita in un quartiere popolare di Firenze dove ha sede la comunità di base de L’Isolotto, una delle tante comunità sparse per l’Italia che si riconoscono nell’area della sinistra cattolica. L’intervista a Patrizia è indicativa sul dato comune che le autrici hanno riscontrato nel rapporto madre/marito: “Questo rapporto che attraverso le parole di entrambi, si rivela davanti a noi sereno e affettuoso, e che quindi risulta un elemento rassicurante per lei, nasconde però al suo interno il pericolo di sempre, quello cioè di porre la donna in una posizione decisamente subalterna. Come non interpretare così le frasi e l’atteggiamento di Patrizia, che tendono sempre a ribadire quello che Carlo dice? La figura maschile appare ancora una volta come il canale attraverso il quale viene vissuto il rapporto con l’esterno: la gente, le istituzioni, ecc. ma anche l’elemento determinante del modo come è stato impostato il rapporto tra i genitori e il figlio (sereno e tendente a sdrammatizzare). La fiducia e lo stimolo a vivere l’esperienza dell’handicap in modo meno ansioso per la presenza del marito – sembrano essere pagati da Patrizia con questo ruolo di “spalla”, che smorza i suoi gesti e lascia a volte in sospeso, come sfocate, le sue parole (“Lui con questo suo modo… non c’è gusto; in effetti si parla dei problemi; ma in quanto arrivare a litigare…”); gesti e parole che lasciano presupporre una vivacità interiore, una voglia di esserese stessa che abbiamo visto soltanto affacciarsi timidamente qua e là”.
Giuliana Ponzio e Paola Galli erano partite dal presupposto che l’handicap costituisse una formidabile presa di coscienza per uno stravolgimento dei valori tradizionali più triti e conservatori. Non è stato così. Nella maggioranza dei casi l’handicap era solo l’aggravante, la disgrazia imprevedibile, la croce. Ma per Paola Galli non ci si deve arrendere davanti al discorso trainante legato alla “diversità” dell’essere donna. “Il problema dell’handicap è in parte riconducibile al movimento femminista. Oggi per le donne le cose sono molto cambiate, e la stradina. Non è lo stesso per l’handicap, ed anche il movimento delle donne deve avere un ruolo in questo senso e non può pensare di arrestarsi proprio ora”.
La storia di Paola (non l’autrice del libro) è avvincente e positiva. Ha tre figli di cui una, Claudia, è mongoloide. “Vivo in un mondo dove le persone che frequento non vivono la diversità come un problema…; quando capisci che un albero può essere dritto o storto, ma è sempre un albero…A quel punto lì è la società inadempientem non siamo noi, io e Claudia”.
Ma tu veramente non ti sei sentita mai sola in questa storia?
“Una volta che avevo accettato la bambina e avevo detto che era mia, non volevo nessun aiuto. Mio marito era in casa, le voleva bene, ma dai dottori l’ho portata sempre io e forse non perchè lui non lo volesse fare, ma ero io che non glielo permettevo. Io credo che bisogna avere degli interessi oltre ai figli; io ora ho cominciato a muovermi. A volte ci si fa prendere della pigrizia, dalla stanchezza…”
Dai ricatti sentimentali…
“Si, è vero, a volte bastano due giorni; fa bene a loro e fa bene a noi. Quando mi sono assentata per due giorni la scorsa primavera, loro, mio marito e due figlie, sono sopravvissuti”.
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